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COLLEGIO ARALDICO
ANNO II = 1904
ROMA
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Corso Vittorio Emanuele, 101
AMMINISTRAZIONE - Torre Argentina, 76
L'ARISTOCRAZIA DELL'INGEGNO
Le belle imprese della gioventù studiosa o che dovrebbe esser
tale, dei Corda Fratres e della Dante Alighieri, in questi passati
giorni, mi fanno pensare qualche volta a quel pronunziato in cui
alcuni paiono condensare tutta la loro poca sapienza: bando all’ari-
stocrazia del sangue e viva l’aristocrazia dell'ingegno! A costoro,
che si tengon certo per alti ingegni, par d’avere gettato dietro
le spalle un pregiudizio enorme e secolare, un ingombro uggioso,
medievale: ad alcun onesto illuso pare persino che, così dicendo,
sì applichi alla politica una massima del Vangelo. Oh quanto vanno
errati! E intanto la prelodata studiosa gioventù mostra a chiare
note il valore che ha tale opinione; quella gioventù che deve tutto
a sé stessa, non è eletta, non è cristiana, non ha il segno del legit-
timo predominio sociale; non è nemmeno democratica. Non è
eletta perchè non è buona nè gentile; non è cristiana perchè alle-
‘vata nello spirito del libero esame, insuperbisce in un pazzo indi-
vidualismo come i suoi maestri che ormai son tutti superuomini
‘orgogliosi quanto Lucifero; non ha il segno delle classi destinate
alla magistratura sociale perchè è ibrida nella sua composizione,
mutevole, discorde, senza tradizioni, anzi d’ogni tradizione avver-
saria dichiarata; è idolatra della scienza che non è un essere, ma
un divenire: finalmente non è democratica neppure poichè con-
culca chi non è partecipe della scienza e detesta chi ne ha meno
quasi che il sapere fosse la stessa cosa che il senno. Essa è per-
tanto il simbolo e il semenzaio della società di perdizione che
già in gran parte abbiamo e che tende a crescere sempre più;
è la corifea di quella società che nei disegni di Satana si pre-
para ad essere l’antitesi della società cristiana. Dice il conte De
Maistre che i popoli non operano mai così saviamente, come
quando non sanno ciò che facciano. Pare un paradosso, ma è
4 L’ARISTOCRAZIA DELL'INGEGNO
invece sentenza giustissima, perchè, quando i popoli operano non
seguendo il superbo spirito di sistema, è Iddio che li conduce;
Dio il cui provvidenziale disegno mirabilmente si svolge nella
trama magnifica della grazia, della natura e della storia. Virtù
vi sono che formano e consolidano nobiltà; altre qualità vi sono
invece che possono creare un’oligarchia, non mai una legittima
aristocrazia. Gli Hofer e i Cadoudal, sono veramente nobili per-
sonalmente e nobilitano le loro famiglie; e i sovrani non possono
far altro che riconoscere ufficialmente tale nobiltà, tale magistra-
tura sociale che il sangue versato per una causa santa, consacra;
invece scienza, filosofia, eloquenza di per sè sole valgono a rialzare
individui, non a consacrare a un ufficio sociale famiglie e classi;
e spesso codesti indiscutibili meriti personali sono scompagnati
da quella umiltà di spirito che sola piace al Signore. Che frutto
ha dato il primato scientifico e superbo a una famiglia colpe-
vole che pel valore del suo capo era riverita in tutta Italia ed
è ora giustamente abborrita più che compianta? Invece le fami-
glie, la cui magistratura sociale e politica fu consacrata dalla
storia e che s’innalzarono nella secolare esperienza di pubblici
uffici a servigio della patria e dei legittimi principi, son come
individui, vegeti, antichi e perenni organismi di vita ed hanno
una singolare attitudine alle grandi cose, e ciò che fanno bene
e onestamente ha il segno della stabilità. Che cos’ è spesso la demo-
crazia pertanto se non la preparazione e spesso l'incarnazione
della più egoistica oligarchia? Presso i pagani, ad Atene special-
mente, tutti i cittadini da Pericle a Strepsiade, potevano aspirare
al potere; ma, chiediam noi, quanti erano questi veri cittadini
rispetto al numero degli abitanti dell’Attica? Forse i più non
erano esclusi dai diritti politici e persino dai diritti umani? E la
vantata intelligenza dei Girondini che cosa ha costruito? Ha dis-
fatto la stessa classe di cui pretendeva essere rappresentante; ha
mostrato che l'intelligenza sola è la più stupida cosa e inefficace:
persino la virtù, quando non è sacra od eroica, rimane qualche
volta senza sociale importanza. Quelli pertanto che vorrebbero È
il solo predominio degli intelligenti, degli intellettuali, come si
dice ora, amano ricondurre sulla terra il più osceno servaggio
L’ARISTOCRAZIA DELL'INGEGNO 5
invece l’ereditarietà dei grandi uffici nelle famiglie sovrane o par-
tecipi della sovranità è come un’applicazione dell’umiltà ai fatti
politici e sociali; è una applicazione della teoria della Provvidenza
e dell'abbandono pio in Essa dei popoli. Le costituzioni moderne
che vogliono i Re essere mandatarî e revocabili, ed essere per
volontà di popolo, contraddicono al concetto sacro dell'autorità
e giustamente furono nel lor principio informatore condannate
dalla Chiesa che non potrà mai accettare alcuna delle massime del-
dell’ottantanove, mentre non ricusa di riconoscere qualunque ordi-
namento politico. Iddio non ha dato podestà ai figli sui padri,
ancorchè questi siano meno intelligenti o meno virtuosi. Solo la
società perfetta, la Chiesa, invece fondasi sull’individuo perchè
sotto lo aspetto religioso, nella grande armonia della comunione dei
Santi, nell’eccellenza tutta divina della vocazione c’ è ben altro che
il valore individuale; anzi diremo che, quanto più eccelle nelle sacre
virtù, tanto più l'individuo socialmente sparisce, e la virtù eser-
| citata dall’individuo porta l’anima sua all’amplesso di Dio. Ma,
poichè la Chiesa è una.società, dentro la quale vive la società
civile, è naturale che il fatto solo della vocazione ecclesiastica
nobiliti civilmente ancora l'individuo; ed è poi naturale altret-
tanto che i gradi elevati del sacerdozio illustrino altresì le famiglie
| nella stessa guisa, in qualche modo, che si nobilita la famiglia
che ha un santo o un beato fra i suoi maggiori. Il cardinalato
pertanto e molto più il Sommo Pontificato romano, nobilitano
altamente la famiglia nel cui grembo tanta virtù di signoria ha
avuto, nell’eterno consiglio, radice e donde si è fatto poderoso
germoglio. Ciascun prete è gentiluomo e gentiluomini sono i pros-
simi parenti de’ Papi e Cardinali.
Lungi da noi peraltro il pensiero di considerare illegittime
le forme democratiche, talvolta persin necessarie, quando storia,
diritto e tradizione non c’è, o quando un’aristocrazia storica ha
tacitamente o espressamente rinunziato alla magistratura sociale.
Solo noi osserviamo ch’esse istituzioni sono caduche di per sè
giacchè ogni democrazia ha in seno l'embrione d’una aristocrazia;
e convien badare che non ne germogli l’oligarchia. Forse non si
vedono in America i re dell’acciaio, del carbone, del rame? Sarà
sempre oligarchia proterva la signoria degli ingegni; fallace
6 L’ARISTOCRAZIA DELL'INGEGNO
spesso, per natura delle cose, quella della comune virtù personale,
che può essere di mera parvenza o giudicata secondo le passioni
e la moda. Onore e disonore, per consenso del genere umano, son
qualche cosa di simile al sangue e al patrimonio ; si trasmettono, si
comunicano, così i castighi di certi peccati colpiscono anche gli
innocenti individualmente; e la Scrittura ce lo dice che benedi-
zioni e maledizioni sono spesso ereditarie e persin nazionali. Oh
alto pensiero e grandemente educativo che ciinduce a esser buoni
non solo per noi, ma anche pei parenti e i cittadini nostri e che
ci mostra la fallacia del sistema individualistico! Grande virtù
ci vuole a torci di dosso i peccati dei padri e a questa dobbiamo
tendere se li abbiamo avuti peccatori. Mentre persino la scienza
atea riconosce l’atavismo, ch’essa però considera, nel suo delirio,
qualche cosa di fatalmente determinante; mentre considera come
organismi le nazioni, vorremmo noi disconoscere la riversibilità
dei meriti e dei demeriti che la Scrittura ad ogni passo ci insegna?
Mentre il neo-paganesimo, adoratore della salute, della bellezza,
della fortuna, dell'ingegno, tende a formare, direm così, delle
dinastie che signoreggino per tali qualità; noi, sitibondi della
celeste follia della Croce, di carità, d’umiltà, di dolore, discono-
sceremo l'umiltà come la prima delle pubbliche virtù e vorremo
sostituire il solo valore individuale alla sanzione dei secoli? Non
all’ ingegno, quanto a quelle virtù di sociale efficacia che notammo,
mjrano i savî Sovrani, mirano or specialmente i Pontefici, nel lar-
gire diplomi di titoli e personali ed ereditari, luminosamente rico-
noscendo la magistratura che nella difesa della religione e del
giusto taluno meritò per sè, tal altro per la sua progenie ancora.
ALBERTO DI MoNnTENUOVvO.
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEALOGICHE
LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA
(INVENZIONE DEL SUO SEPOLCRO)
In un recente scritto dell’ illustre
storico e genealogista spagnuolo
Fernandez de Béthencourt ! ben
390 pagine in-4 sono dedicate alla
storia della Casa di Borja (in ita-
liano Borgia), una delle più illustri
di Spagna, di cui malamente si
potrebbe qui tracciare il sunto,
essendo divisa in moltissime linee,
che gareggiarono nel rendersi una
più illustre dell'altra. La grandezza
_ di questa famiglia ebbe origine con la elezione al Pontificato di
D. Alonso de Borja col nome di Callisto III. Non mancarono
gli apologisti a dirlo disceso dal sangue reale di Aragona per
. D. Pedro de Atarés nel xtr secolo, forse perchè questi era Signore
appunto della città di Borja, da cui trasse il nome la famiglia; ma
il Béthencourt riduce tali pretese ai giusti termini, ed assegna
| per vero e provato stipite dei Borgia un Estevan de Borja, che
fu fra i conquistatori di Jativa col Re D. Jaime I nel 1240.
Da lui una serie di personaggi illustri fino ai due Sommi Pon-
tefici Callisto III e Alessandro VI, le cui famiglie, ripetuta-
mente alleate, diedero origine ai Duchi di Gandia, ai quali
appartenne San Francesco di Borgia, terzo Generale della Com-
pagnia di Gesù, le cui eminenti virtù bastano sole a riabilitare
! Historia genealogica. y héraldica de la monarquia espatiola. Madrid, 1902,
tomo IV.
8 LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA
il nome dei Borgia, ancorchè macchiato delle colpe che gli fu-
rono apposte. |
Tutti gli autori convengono in dire Rodrigo de Borgia, che
fu Papa col nome di Alessandro VI, nipote ea sorore di Cal-
listo III. Chi però lo vuole figlio di un cavaliere della Casa
Lanzol, chi di Casa Milà; fatto sta che a Itoma era general-
mente conosciuto col nome di Lanzuoli, ed anche Lenzuoli e
Lanzoli, corruzione di Lanzol.
Già in un nostro precedente scritto ! avevamo espresso l’opi-
nione che Alessandro discendesse per linea maschile dalla Casa
Borgia, e questo è pienamente confermato dal lavoro del Bé-
thencourt, in cui viene dimostrato che Donna Isabella de Borja,
signora de la Torre, sorella di Callisto III, sposò D. Jofre de
Borja, cavaliere, figlio di D. Rodrigo Gil de Borja e di Donna
Sibila de Oms. È quindi completamente erroneo ciò che afferma
il Gregorovius, che Rodrigo fosse, cioè, figlio di Isabella e di
Jofre Lanzol. ? Per questo motivo Alessandro VI unì al bue dello
stemma dei Borgia il fasciato d’oro e di nero degli Oms, in cui.
parecchi autori credettero di ravvisare lo stemma Lanzol.
Questo cognome venne attribuito al Cardinale Rodrigo, forse
perchè rinomatissima alla Corte di Roma era la famiglia della
di lui sorella maggiore, Donna Giovanna
che il Gregorovius confonde con Donna
degli scrittori. Altro punto da chiarire
è quello che riguarda lo stemma dei
Borgia, che è d’oro al bue di rosso pas-
sante sopra un terreno di verde con la
bordura di rosso caricata di otto fasci
n
Pasini, I Borgia in Ferrara. Pisa, 1889, in-3.
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de Borja, vedova de Lanzol de Romani,
Isabella sorella di Callisto ITI e perchè
il di lei figlio, D. Jofrè, era anch'esso.
o covoni d’oro. Gli artisti confusero.
GrEGoroviIus, Lucrezia Borgia (trad. del prof. Mariano). Firenze, 1885.
) noto col cognome Borgia Lanzol. Da
ciò nacque probabilmente la confusione
LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA 9
questi covoni ‘con fiamme, e così sì vede scolpito e dipinto e ri-
portato in parecchi blasonari.
Altra osservazione dobbiamo fare circa l'origine delle diverse
famiglie italiane del cognome Borgia.
Il Béthencourt nega recisamente che tali famiglie discendano
dalla Casa de Borgia, e.le vuole piuttosto derivate dalla terra
di Borgia nella Calabria Ulteriore. Questo cognome può benis-
simo essersi formato in Italia senza bisogno che tutte Ie fami-
glie che lo usarono siano derivate dallo stipite spagnuolo.
Infatti troviamo famiglie Boria, Borgi, Borgia, Borgetti, Bor-
gioni, e quasi tutte hanno per stemma il bue (Bò), come lo
hanno i Boselli, i Bossi, 1 Bonati, 1 Bonetti e tante altre fami-
glie il cui cognome incomincia in BO.
La famiglia che più probabilmente discende dai Borgia spa-
gnuoli è quella assai illustre, dei Borgia di Velletri.
Che da legittimo matrimonio con Giulia Farnese quando Ro-
drigo non era ancora prete o dalla Vannozza de’ Cattanei na-
scessero Lucrezia Borgia, Cesare duca di Valentinois ed altri
figli di Alessandro VI, fu grande controversia fra coloro che si
occuparono di quella celebre famiglia. Non mancò anche chi
vorrebbe quei personaggi nipoti e come figli adottati dal Pon-
tefice, cosa non rara a quei tempi. Anche nel dispaccio del ve-
seovo Boccaccio ad Ercole I del 13 giugno 1493! è detto che
Madona Adriana Ursina la quale è socera della dicta Madona Iulia
(Farnese) ha sempre governata essa sposa (cioè Lucrezia) in casa
| propria, per essere în loco de nepote del Pontefice, ecc.
Questa Adriana era figlia di D. Pedro di Milà (da cui i Milan
o Milano d'Aragona) e moglie di Lodovico Orsini signore di Bas-
sanello. I Milà erano strettamente congiunti ai Borgia.
Il Gregorovius dice che la Giulia (Farnese) se ne stava nel pa-
lazzo di Santa Maria in Portico come fosse parente carnale di Lu-
crezia, dove questa teneva propria corte cui presiedeva come dama
d'onore che quasi teneva luogo di madre, Adriana Ursina... E nella
lettera di Lorenzo Pucci poi cardinale, al fratello ambasciatore
di Firenze, citata dallo stesso Gregorovius ? narra che dirigen-
! Archivio di Stato a Modena.
Doc. XI, pag. 378.
10 LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA
dosi al cardinale Farnese gli disse... come Madonna Lucrezia è
nepote di V. S. Ema. Il Gregorovius dopo aver parlato di Giulia
soggiunge che invece... Vannozza restò nella propria casa... molto
di rado soltanto apparisce il nome di lei nelle notizie del tempo.'
Dunque Giulia era presso Lucrezia. La supposta madre, Van-
nozza, era lontana. L'iscrizione sepolcrale che si vorrebbe ap-
posta a costei in Santa Maria del Popolo è un mito. Il Pucci
trattava Lucrezia come nipote del Card. Farnese cioè come figlia
di Giulia e il cardinale non lo smentiva! Che prove abbiamo
quindi della maternità di Vannozza?
Riferisce il Gregorovius stesso ® che nei documenti di quel-
l'epoca, del nome Vannozza corrispondente a queilo di Giovanna
o Giovannozza trovò ricordo in una Vannozza de Nardis; in una
Vannozza de Pontianis, in una Vannozza de Zanobeis ecc.,
inoltre. strana coincidenza, Giulia Farnese era figlia di Giovanna
o Giovannella de Caetani. Come poteva dunque affermare che la
Vannozza già vedova forse di due mariti, sposasse nel 1486 Carlo
Canali di Mantova quando nel documento da lui riportato * non è
espresso affatto il cognome della honesta mulier Domina Vanotia
nè in questo documento è cenno alcuno che possa dirla la stessa
che firmava le lettere dirette a Lucrezia Borgia duchessa di
Ferrara e al cardinale Ippolito d’ Este?
Poi, innumerevoli erano in Italia a quei tempi le indi
del cognome Caktanei e .in Ferrara fiorì nobilissima prosapia
dei Cattanei de Lusia, da cui derivarono i Cati di Lendinara.
Delle lettere accennate, due sono dirette a Lucrezia e firmate
la felice et infelice madre Vannozza Borgia e la perpetua oratrice
Vannozza, una terza diretta al cardinale Ippolito d’ Este è fir-.
mata la felice et infelice quanto matre Vanotia Borgia de Catha-
neîs. Ma questo titolo di madre non è prova di maternità. Il
cardinale Ippolito era fratello del duca Alfonso I, marito di Lu-
crezia; e il tenore delle lettere a questa è tale che anche a quei.
tempi difficilmente lo avrebbe usato una madre per quanto la
1 GREGOROVIUS, pag. 51-52.
? Ip, ibid, pag. 10.
° Rogito Camillo Beneimbene, 8 giugno 1486, Archivio capitolino.
LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA 11
figlia fosse potente, ma era adatto ad una nutrice, o piuttosto
ad una vecchia parente che la età faceva trattare come figli per-
sone ad essa congiunte. Anche Cesare Borgia si firmava fratello
nelle sue lettere ad Isabella Gonzaga e fratello chiamava Lu-
crezia il marchese Francesco Gonzaga, come D. Juan duca di
Gandia si firmava filius nelle sue lettere allo stesso marchese.
Questa Vannozza usava dunque il
cognome Borgia e più ancora in-
quartava lo stemma dei Borgia e
degli Oms, ciò che la dimostrerebbe
sorella di Alessandro VI, come si
i vede in uno scudetto scolpito in una
| pila marmorea che serve di lavabo
il ante missam nella sagrestia di Santa
ll Maria del Popolo che risulta donato
da Vannozza Borgia, e come si trova
ripetuto sopra un’antica casa di via
del Gallo presso il Campo dei Fiori
a Roma, che indubbiamente era di
sua proprietà.”
Come i potuto quella femmina che si vuole avesse tre ma-
riti, e figli da ognuno di essi, mentre quasi contemporaneamente
avrebbe procreato vari figli al Borgia, usare pubblicamente non solo
il cognome e le armi dei Borgia, ma anche lo stemma degli Oms?
Ma l’Araldica stessa viene in nostro. aiuto:
La famiglia di Callisto III portava lo stemma con la bor-
dura e gli otto covoni. Quella di Jofre de Borgia padre di Ales-
sandro VI non usava tale bordura e fu questo pontefice il primo
ad introdurla perchè nepote di Callisto III
Ebbene nello stemma della Vannozza la bordura non esiste,
come non figura in quelli degli altri fratelli di Alessandro e come
può vedersi nella citata opera del Béthencourt.
! Docum., archiv. Gonzaga, Mantova
® Vedi i documenti citati dal Gregorovius. Lo scudetto che qui ripro-
duciamo è tolto da un calco in scagliola di quello in marmo che si vede
nella detta sagrestia e che fu rilevato dall’egregio cavalier Onori, tenente
della gendarmeria pontificia, che gentilmente ce lo ha favorito.
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12 LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA
Osserviamo anche nello stemma che quì riproduciamo che i
quarti Borgia e Oms occupano il posto d’onore, e quelli dei
Cattanei il secondo, come conveniva appunto allo stemma del
marito e in quell’epoca difficilmente si sarebbe trasgredita questa
regola osservata anche ai giorni nostri negli stemmi inquartati
di donne maritate.
Donna Giovanna Borgia sorella di Alessandro VI era vedova
dal 1475 di D. Guillen Pedro De Lanzol de Romani. Non avrebbe
potuto contrarre secondo matrimonio con un Cattaneo? Fra le
famiglie antiche di Roma non figura quella de’ Cattanei e nel
famoso mss. del Metallini. Storta della famiglie nobili del rione
della Pergola! non è ricordata, come non lo è negli armoriali, e
soltanto nella miscellanea dell’archivio segreto ® è menzionata
la famiglia di Damiano Cattaneo genovese, Senatore e Maresciallo
di Roma nel 1390. Altri Cattanei abitarono Roma.
La questione della maternità di Lucrezia Borgia è tutt'altro
che provata, nè riescì il Gregorovius a districare l’imbrogliata
matassa che lascierà dubbiosi e perplessi gli storici fino a sco-
perta di nuovi ed irrefutabili documenti.
L'odio dei detrattori del Papato e della Chiesa cercando in
ogni tempo di colpire negli uomini le istituzioni, secondò l’in-
vidia del Burkart e le calunnie dei luterani che cercavano pre-
testi per giustificare la loro prevaricazione in faccia agli uomini,
e diciamolo pure, il dispetto degl’ italiani privati della tiara da
un cardinale spagnuolo.
Fatti incontrastabili, gravi, dolorosi, ci scopre la verità sto-
rica e invano tentarono di giustificarli il Cerri* e l’Ollivier* i
quali riescirono però a mitigarne l’entità, dimostrando esagerate
od assurde gran parte delle accuse lanciate contro quella potente
famiglia.
Gli autori moderni mal compresero quei tempi e il Dro seni
Gregorovius non ebbe certamente altro scopo nel difendere Lu-
crezia che quello di rendere più nera ed odiosa la figura di Ales-
! Biblioteca Vaticana. Fondo Ottoboniano, n. 1511.
? Archivio segreto della S. Sede. Famiglie romane. Arm. VI-7-10.
® Borgia ossia Alessandro VI e î suoi contemporanei, Torino, 1858.
* Le Pape Alexandre VI et les Borgia, Paris, 1872.
reca. <<".
LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA vS
sandro VI, e idealizzando la donna, facendone una vittima della
storîa, come la chiamò il marchese Campori *! rese più truce l’am-
biente di dissolutezza e di corruzione da cui la fece sorgere. Ed
ecco raggiunto il perfido scopo.
Invano dunque cercheresti generosità d’intenzioni nell’im-
pasto romanzesco del Gregorovius che dimostra ancora una volta
come l’odio di parte valga ad alterare la storia.
Il più accreditato degli storici ferraresi, Antonio Frizzi, ? così
parla di quella donna illustre: “ L’amarono egualmente il ma-
“rito ed i sudditi per le graziose sue maniere e per la pietà alla
“ quale lasciate assai presto le mondane pompe si era dedicata.
“ Spiccava soprattutto la sua liberalità verso i poveri ed i lette-
“rati, che sono spesso una medesima cosa. ,,
Considerata figlia di un temuto Pontefice, sorella del famoso
Valentino ® come poteva essa sfuggire alle calunnie dei nemici
della sua famiglia?
La memoria di Lucrezia Borgia fu oltraggiata, ma quella
stessa storia che coprì il suo nome d’infamia le ha oggi rivendi-
cato il posto che le spetta per la virtù, per la carità, per la reli-
gione di cui lasciò a Ferrara traccie incancellabili.
E ben a ragione il Cittadella * s'indignava contro Victor Hugo
che la descrive “ una deformità la più orrida, la più ributtante,
“la più iniqua, eccitando poscia interesse alla scena con V’arti-
“ ficioso contrapposto dell’amor materno. , E il Sabbatini” par-
lando del melodramma di Donizetti con nobile slancio di sdegno
‘esclamava: “Ma che fanno gl’italiani vedendo così profanate le
“ storie, calunniata la loro nazione? Gl’italiani vestono di ma-
! Nuova Antologia di Firenze, vol. II, pag. 628.
? Storia di Ferrara, vol. IV.
®Il nome di Valentino dato a Cesare Borgia perchè duca di Valenti-
nois gli veniva indubbiamente dato anche prima che ottenesse tale ducato
e si applicava a tutti i membri della sua famiglia perchè oriunda di Va-
lenza di Spagna e perchè in gioventù Cesare aveva avuto il vescovato di
Valenza.
4 Saggio di albero genealogico e di memorie su la famiglia Borgia, Torino,
1871, Bocca, in-8.
° Educatore storico di Modena 1845.
14 LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA
“ giche note musicali siffatte profanazioni e nelle sale, nei teatri
“e nelle piazze, le cantano giulivi quasi fossero gl’inni dei loro
“ trionfi. .,
Il Béthencourt è uno degli ammiratori di Gregorovius, senza
dubbio perchè sotto il miele di cui sono cosparse le pagine dello
scrittore tedesco e protestante, non scorge il veleno che le attossica.
Egli però cita con compiacenza parecchi autori ferraresi che
concordano nel lodare le virtù ed i talenti della duchessa di Ferrara
e fra essi Tito ed Ercole Strozzi, Antonio Tebaldeo, Celio Calca-
gnini, Jacobo Caviceo, Bernardino Zambotto e tanti altri ferra-
resi, non escluso l’Ariosto, che in una ottava ben nota dei suoi
sublimi carmi, la diceva superiore in virtù ed onestà alla sua con-
cittadina Lucrezia romana.
Lucrezia Borgia andò a Ferrara nel fior degli anni. Bonaven-
tura Pistofilo ! riferisce che introdusse l’uso delle gorgere per mo-
dificare la rilasciatezza nel vestire delle gentildonne ferraresi.
Il Quadrio ed il Crescimbeni la dissero protettrice dei letterati;
Aldo Manuzio, il cardinale Bembo, Latino Giovenale, Mario Equi-
cola, Giorgio Robuste, Luca Valenziano ed altri letterati di molta
fama la celebrarono nei loro scritti. Impegnò le gioie per ben
due volte per sovvenire alle spese della guerra che il marito so-
steneva contro i Veneziani; lasciò infine traccie talmente lumi-
nose di sè che le calunnie dei nemici della sua casa, gli stessi
che inventarono amori disonesti di lei con lo Strozzi e col Bembo
spuntarono le loro armi contro l’opinione di una intiera cittadi-
nanza, testimonio della sua vita senza macchia; contro il coro
unanime dei letterati e dei poeti che ne sublimarono i meriti
senza che possa per molti di essi sollevarsi il dubbio di vile e
prezzolata lode. Leggasi quanto di lei scrissero tutti gli storici
ferraresi nè si troveranno mai in contraddizione nell’elogiarla.
Ben a ragione scriveva il Cittadella che a Ferrara meno che
altrove si doveva permettere che venisse calunniata una donna
che fu nostra duchessa, che divenne mostra cittadina e che fra noi
lasciava orme non dubbie di virtà di carità di religione.*
1 Cronache ferraresi, mss. nella Biblioteca di Ferrara.
? Cittadella, op. cit.
a
LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA 15
Non mi estenderò qui nel riferire la biografia di Lucrezia
Borgia, perchè il compito che mi sono imposto è quello soltanto
di porre in vera luce lo spirito del tanto lodato libro del Grego-
rovius e di rilevarne le inesattezze e le omissioni, specie per quanto
riguarda la genealogia dei Borgia.
| Così egli disse che Girolamo Borgia, bastardo del duca di
Valentinois, nato a Ferrara da madre ignota e che fino dal 1537
era legittimato e portava il nome Borgia, morì fanciullo. Invece
risulta da un rogito del 31 gennaio 1537 (not. Giacomo Ferra-
rini) che sposò Isabella dei Pizzabeccari; e da altro rogito del
4 marzo 1545 (not. Giov. M.a Calzolari) si rileva che sposò in se-
conde nozze Isabella dei conti Carpi vedova del nob. Francesco
Tibertelli di Pisa, patrizio ferrarese. Questo Girolamo ebbe due
figlie, Ippolita monaca e Lucrezia che sposò Bartolomeo Oroboni
patrizio ferrarese (rogito 17 giugno 1562, not. Alessandro Fucci).
Ebbe anche una sorella, Camilla abadessa in San Bernardino col
nome di suor Lucrezia (1545). Altra sorella non ricordata dal
Gregorovius nè dal Béthencourt sposò Pietro Mattei!
Ma l’errore capitale del libro del Gregorovius è l'avere af-
fermato per testimonianza di altri scrittori che le tombe di Lu-
crezia ed Alfonso e di molti altri membri della casa d'Este in Fer-
rara sono scomparse, errore ripetuto dal Béthencourt il più re-
cente biografo di questa principessa il quale afferma che hanse
perdido posteriormente sus restos mortales, mentre invece riposano
tranquillamente nel modesto sepolcro che Alfonso II duca di
Ferrara eresse alla memoria dei suoi genitori, dell’ava, del fra-
tello Alessandro e della sorella Isabella d’ Este, nella chiesa in-
terna del Corpus Domini in Ferrara ai piedi dell’altar maggiore.
Siamo lieti che le nostre ricerche al riguardo abbiano avuto
favorevole risultato e pubblichiamo per la prima volta l'iscrizione
che sotto lo stemma Estense ancora si legge sulla corrosa lapide
che rinchiude gli avanzi mortali di Lucrezia Borgia.
1 Vita di Cesare Borgia, mss. anonimi hella Biblioteca di Ferrara, Cit-
tadella, op. cit.
"FEAR GRIDO,
ao Faete NA
16 LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA
Gradini dell’altare
M. 0,6 ovolo
D.
O. M.
ALPHONSO DUCI FERRARIZ MUTINA REGIJ &c0.
MARCHIONI ESTENSI &c.
GOMITI RODIGIJ &c.
PRINC. CARPI &c0.
DOMINO COMACLI PROVINCIARUM FRIGNANI &c0.
è
CARFAGNANAE IN ROMANDIOLA &c.
ELEONORA ARAGONA MATRI
LUCRETIZ BORGIA UXORI
ALEXANDRO &. ISABELLA FILIIS
LUCREZIA BORGIA, DUCHESSA DI FERRARA Le
Questa lapide di marmo bianco, semplicissima, misura m. 2.10
per 1.05. La cornice del medesimo marmo è rilevata come pure
lo stemma Estense e misura m. 0.06. Lo stemma è alto m. 0.40 e
largo m. 0.30.
Sfuggì al Gregorovius e ad altri, perchè forse si limitarono
a visitare la chiesa del Corpus Domini, mentre le tombe Estensi
si trovano nella chiesa interna dentro alla clausura.
Lo stemma dei Borgia y Oms da noi riportato è copiato esat-
tamente da vari modelli identici che ancora si scorgono in Va-
ticano.! Il medaglione col ritratto di Lucrezia è rilevato dalle
medaglie che pubblicò il Litta e che si trovano nel Museo. di
numismatica a Ferrara. I ritratti della collezione Antonelli, della
Galleria Doria Pamphyli, dell’album del Fidanza, della raccolta
Spence, del Museo di Dresda, delle opere dell’ Ercarte e del-
l’Uhagon né la testa di Santa Caterina delle sale Borgia in Va-
ticano offrono garanzia di autenticità nel riportare i tratti ve-
ridici di questa illustre principessa di cui Lo Loyal serviteur bio-
grafo di Baiardo nella sua Histoire du bon chevalier le seigneur
de Bayard? mette in bocca al cavaliere senza macchia e senza
paura questo elogio: “ J'ose dire que de son temps ni beaucoup
“avant il ne s'est trouvée de plus triomphante princesse, «car
DI
“ elle était belle, bonne, douce et courtoise à toutes gens. ,
FeERRUCCIO PasiNnI FRASSONI.
1 Nelle Sale Borgia in Vaticano il bue è rappresentato pascente come
nello stemma della Vannozza.
? Cap. XLV (vedi B£THENCOURT, op. cit.).
FAMILLE DISSARD-CAVARD
PUY-DE-DOME
le culte et la mémoire de ses morts; honorer les
- AuveRrGNnE (FRANCE)
“C'est un grand devoir que celui de garder
grands morts qui ont succombé pour les foyers
et
les autels des ancétres, est pour leurs descen-
dants un gage de grandeur et d’immortalité, car
rien ne plait tant à Dieu...,
‘ Berceau:
Avant 1789 Le Fayet, dernière localité è&
l’extrémité des monts
Velays, de la province du Languedoc (ancienne Aquitaine), aujour-
d’hui depuis le décret de la Convention de 1792 Fayet-Ronnayes, de
l’adjonction de deux anciennes bourgades, Le Fayet et Ronnayes, fon-
dues en une seule Commune, arrondissement Ambert, canton Saint Ger-
main l’Herm.
Signification étymologique du nom Dissard.
\Ì <>
__ | _——== mn
Ò;r- Apo, Gi Diss-Dieu pèr
— Dissard
PREÉCIS HISTORIQUE.
Cavard s'est écrit parfois dans.
| le méme acte public et se rap-
portant au méme individu avec
| un mépris souverain de l’ortogra-
== des noms propres, tantòt:
Dizard-D’yzard, Dysar-Déischard
(prononciation celtique de Dis-.
sard), Dischard, Dissart; mais le
nom séculaire invariable et an-
cien est: DISSARD.
Le Sens pu mot. — Dissard
est le composé celte de Dissard, di
e des Gaulois; ard chef supreinaa
FAMILLE DISSARD-CAVARD 19
à la lettre: Dissard se traduit par: chef supréme du Dieu père de
la nation, Diss. C'est la traduction fournie par l’Académie du
vieux celte de Dublin. D’après le père Vincent, cistercien (né
Guéguenn) vieux celtisant Gaél, Dissard méme chez les Gaéls,
dont la langue, les lois, tout d’après César différait des Celtes,
est néanmoins en gaélique le radical de Druide. Il est le supé-
rieur infini du mot Diviciac. En bas breton celte, Dissard veut
dire encore: supréme chef des Druides, prince de toute la science
sacrée, prince des devins, prince des prétres de la lumiere, divin,
Barde de l’aurore du grand jour, etc. Mais l’étymologie parfaite est
celle du vieux celte Oippd du Dieu Diss le chef supréme.
Diss mème Dieu que Teut-Teutatés — Ce qu’était Diss d’après Jules César.
Qui était d’aprés Jules Cesar ce chef supréme et ce Dieu? Diss.
“ De Bello Gallico, liber VI, cap. XVII et XVIII. Galli se
“omnes ab Dite Patre prognatos praedicant id que a Druidibus
“ proditum dicunt. ,,
Les Gaulois se disent tous engendrés de “ Diss ., leur père, et
ils affirment tenir cela de leurs Druides. Or Teutates-Teuta-Theut
veut dire en celte le Dieu père de son peuple; on voit donc que
c'est tout un avec Diss le pére générateur de tous les Gaulois;
“ab Dite Patre prognatos se omnes dicunt Galli, ,,
Cette variante du Dieu Diss se trouve chagne fois qu'il s'agit
d’exprimer les attributs divers du Dieu unique. Diss est le Dieu
national, il est Teuta, il est le Dieu du tonnerre de la guerre,
etc. Tous ces noms divers signifient le Dieu unique Diss. Il
est honoré à partir des heures de nuit, non comme le croit
César parce qu'il est le Dieu Pluton qui, à Rome, était le Dieu
de l’enfer et de la nuit, mais bien pour rappeler la nuit du chaos
d’où Diss fit surgir la lumiére, la vie, l’univers, les cieux, l'homme,
surtout les Gaulois. Comme les Hébreux les Celtes se croient le
peuple élu de Dieu; aussi bien que les Hébreux ils se savent issus
de Dieu. Non seulement ils connaissent le Dieu un, véritable,
éternel, qui a tout créé de la nuit du néant; mais leurs mys-
teres revelent la rédemption. Hésus n’est qu'une variante de Jésous
20 FAMILLE DISSARD-CAVARD
grec et hébreux, et comme, sous peine de sacrilège et de mort, ils
ne devaient rien écrire des secrets de la religion, ni des grands
événements nationaux, nous n’aurions rien d’écrit sur eux sans
César. Ils symbolisaient par des pierres sacrées leurs mystères.
C'est ainsi que par la permission de Dieu, le Menhir de Chartres
nous révéle qu’ils connaissaient le mystère de la naissance de
Jésus réparateur, et la grandeur de sa méère Vierge, la Sainte
Vierge Marie. Ce Menhir était muet comme tous les autres; un
romain venu avec César, instruit par Diviciac le traitre et anti-
“ è la Vierge qui doit en-
pape celte, inscrivit: Virgini Pariturae
fanter. Tout ce que César nous raconte de Mercure, Jupiter,
Pluton, Minerve, etc., n’est que le fruit de sa politique qui veut
à dessein noyer le Dieu celte Diss dans les Dieux de Rome. Comme
les Gaulois n’écrivent rien, sùr de lui, de ses proconsuls, il sait
qu’avant peu ce qui est écrit fera oublier ce qui n'est que ver-
balement transmis, surtout en détruisant les Druides, comme il
le fit et comme le continua Rome. Pour Diss, aux récits de Di-
viciac du culte nocturne qui lui était rendu, César dédaligneux
reconnut son Pluton de Rome défiguré par les barbares. Et il
commit son erreur de paien sur Diss qu'il ne sut pas, ou mieux
ne voulut pas comprendre autrement qu'à Rome. Il romanisa le
Dieu des Celtes sous ses divers noms exprimant ses attributs, en
lui donnant les noms des Dieux de Rome.
Ce qu’étaient d’après César les Druides — Leur chef supréme — Son élec-
tion au temps de César cause de toute la guerre des Gaules.
Chapitre XIII, livre VI.
“Les Druides s’occupent des choses divines, ils procurent les
“ sacrifices publics et privés, ils interprétent les choses religieu-
“ses... ils connaissent de tous les différends, procés, crimes,
meurtres, héritages, limites; ils décrétent des peines et des ré-
compenses, et si quelqu’un, qu'il soit prince, roi, peuple, ou
simple particulier ne s’en tient pas à leurs décrets 1ls l’interdi-
“ sent des sacrifices. Cette peine est chez eux la plus grave. Ceux
“qui sont ainsi interdits sont réputés les égaux des plus impies
et plus criminels, tous s'en détournent, on fuit leur abord et
“leur parole, de peur d’en encourir quelque malheur par simple
ul
e
Mina
FAMILLE DISSARD-CAVARD Ab
“ contact. A ces interdits il n’est plus rendu ni aucun honneur
“ ni aucune justice. , Au dessus de ces hommes revétus d’une
aussi souveraine, si absolue, si effroyable puissance, il en était
un qui avait sur tout et sur tous la supréme puissance absolue.
“ [César, id. id.], his autem omnibus Druidibus praest unus qui
“summam inter eos habet auctoritatem. Mais à tous ces Druides
“ preside un seul qui a parmi eux et sur eux la supréme puis-
“ sance. , Ici nous interrompons la citation de César, pour placer
la remarque des savants universitaires Bosson et Benoist, auteurs
de l’édition Hachette, Paris, 1897, des Commentaires de César:
“ César ne nomme pas un seul Druide, il ne dit pas s’ils étaient
“ pour la conquéte romaine ou contre, s'il les a combattus et
“ détruits, et noùs savons seulement par Tacite, Pline, Suétonne,
“les lois cruelles que Rome porta contre eux ...,, [Notes sur le
mot Druide].
César ne pouvait ignorer en effet ni les noms des Druides,
ni leurs lieux “de résidence, d’influence et de culte; il ignorait
“ encore moins ce grand Druide unique si redoutable, àme de la
“Gaule, vrai Pape des Gaulois, il connaissait trop leurs cou-
“tumes, leur organisation qu'il cite pour ignorer ce point ca-
Sspitali.,
Cependant il n’en dit mot.
A ce silence singulier de César, est un motif tout è la fois
profondément politique et profondément honteux. Nous l’expo-
serons tantòt.
Voyons seulement comment .se créalt et perpétualt d’apréès
César ce grand Druide supréme. Le grand prétre Druide était
héréditaire et électif parmi les descendants directs du grand
Druide; son nom était un nom de dignité et de charge supréme,
autant que de famille. Le malheur du dernier Druide suprème
en a fixé le nom Dissard (chef supréme du Dieu père du peuple).
Ce nom est démeuré à ses descendants, sauvés par les femmes
gauloises, et cachés en une caverne presque inaccessible qui se
voit encore à la Baffie, village de Fayet-Ronnayes, non loin du
Tumulus, solen que le rapporte de nos jours la tradition orale
des gens du pays, fort précise, fort nette, et conservée intacte
à travers vingt siècles; elle ne sépare pas Dissard du conseil
"TSI MERO RCS NO INNO
: ' fre
ie
3%, FAMILLE DISSARD-CAVARD
supréme des Druides formant la tribu sacrée des Teutozates que
César écrit: “ Cocosates. ,,
Quant à l’altération du mot Teutozates (Teutòs-Wates) dont
César fait Cocosates cela ne saurait surprendre. César, ignorant
du celte qu'il confond avec le grec, a lu: le Tote e fr
comme Cau CA ar = Il faut connaître le celte an-
tique pour voir la source de l’erreur. Le premier se lit. Théi-
thòzàtes. Le second Kaùkòzites et, à la vue de celui qui est
inexpérimenté, les deux mots se ressemblent. César du reste ne
s'embarrassait pas de si peu; de
Ue f Tse si Ù DI see” Kédo-
chef des cent rois, il a fait le nom qui seul est demeuré, Ver-
cingétorix; et c’était son adversaire méme, dans la guerre des
Gaules.
Mais revenons au mode d'’élection du grand Druide suprème,
d’après César. Quand le Druide suprème (le Diss-ard), cet homme
qui avait la supréme puissance sur les îimes, les corps, la vie,
l’honneur, les biens de cent millions d’hommes, depuis l'Espagne
(Ibèrie) jusqu’en Irlande (Erin) en passant par les Suisses, les
Belges, les Austriacs et les Germains, était mort, on le rempla-
Galt, par vole d’élection, parmi toutefois l’un de ses fils ou des-
cendants. (César, De Bello Gallico, id. id.): * Hoc mortuo aut si
“qui ex reliquis excellit dignitate succedit, aut, si sunt plures,
“ suftragio Druidum, nonnunquam etiam armis de Principatu con-
“ tendunt. ,, “ Celui-ci (le Druide supréme) étant mort, si l’un de
“ceux qu'il laisse après lui l’emporte en dignité, il lui succède,
“ou s'ils sont plusieurs ils se disputent le suprèéme pouvoir par.
“le suffrage des Druides, et quelquefois par les armes., Dans
cette dernière ligne de César, est la clef de toute la guerre des
Gaules. César est venu en Gaule appelé par le traitre Diviciac,
Druide compétiteur de l’élu. Diviciac est venu è Rome négocier
avec le Sénat la mort de sa patrie coupable de ne l’avoir pas
FAMILLE DISSARD-CAVARD 23
élu grand Pontife. Avec le Sénat la chose n’a pas été achevée,
mais il l'a achevée avec César. César trompé par Diviciac qui
se donne pour le représentant de toute la Gaule contre une fac-
tien des Arvernes, a contre lui toute cette Gaule, méme les
Eduens, mèéme Dumnorix son propre frère. Ce qui fait que César
venu contre les Helvétes, clients des Arvernes, ayant obtenu de
Dumnorix droit de passage sur ses propres terres pour chàtier
les schismatiques, partisans de Diviciac, se trouve battu dans
sa cavalerie par les Helvétes, et privé des approvisionnements
promis par les Eduens. Quand surpris, il s'informe, il apprend
que cela est dù è Dumnorix, le propre frére du Druide apostat
et traitre Diviciac, et aux Eduens eux-mémes, qui sont contre
César, et fidèles à la Gaule, ce que César nomme une fuction
opposée & lui. C'est une délicieuse facon de qualifier la partie
salne des Eduens, et la partie la plus importante qui demeure
fidéle è la patrie et au grand prétre (De Bello Gallico, livre I°,
chapitres IX, XI, XVI, XVII, XVIII). Comme le souverain Pon-
tificat entraînait une primauté de domination sur toutes les prin-
cipautés celtiques et gauloises pour le groupe celte dans lequel
etait l’élu, il s'étalit passé en Gaule ce qui se passa en Judée lors
de Jason et d’Onias, quand le grand prétre Onias fut élu contre
Jason et que ce dernier appela Antiochus à son aide. Les Ar-
vernes et toute l’Aquitaine possédaient depuis des siècles parmi
eux le souverain Pontificat et la suprématie sur la fédération
gauloise. Ils allaient depuis les limites des Eduens jusqu’au fond
de l’Aquitaine, ayant les Helvétes, les Séquanais parmi leurs
clients. Mais des troubles profonds avaient eu lieu: Celtil le père
du héros arverne Vercingétorix avait osé prétendre è la royauté
universelle sur toutes les Gaules, faisant au civil et militaire, ce
qui était au seul religieux, et au grand Druide opposant le grand
Roi sur tous les rois celtes, comme le Druide supréme était sur
tous les archi-druides et druides. Frappé par le grand Druide, il
fut jugé et brulé vif. De là des haines, des rivalités, des ambitions
qui dégénérèrent en schisme. Chez les Eduens rivaux et voisins
des Arvernes, un archi-druide, Diviciac, disputa aux Arvernes par
le suffrage des Druides le souverain Pontificat; battu par le vote
des Druides, il disputa la suprèéme puissance par les armes.
24 FAMILLE DISSARD-CAVARD
Il fut aussi malheureux par les armes que par le vote, battu
partout par les Arvernes, par les Teutons venus au secours des
. Arvernes, enfin les Helvétes et les Séquanais, il appelle César è
son aide ayant tout préparé par un voyage secret à Rome.
César nous le dit expressément au livre VI, chapitre XII.
Toute la noblesse des Eduens a été tuée ou mise en otage.
“ Praeliis vero compluribus factis (contre toutes les tribus clientes
“des Arvernes) secundis atque omni nobilitate Hoeduorum inter-
“ fecta. Toute la noblesse des Eduens ayant été tuée en de nom-
“ breux combats importants et moindres... pour ce motif Divi-
“ ciac fut amené è Rome pour demander secours au Sénat, il
“revint de Rome la chose non arrétée [re imperfecta]... Mais
“ César venu è son appel changea la face des choses, les otages
“ furent rendus aux Eduens ainsi que leurs anciens clients, etc. ,
César qui, en profond politique ne veut pas découvrir Diviciac,
embrouille è dessein tout en ce chapitre, court résumé de son
entreprise de la guerre des Gaules; au chapitre qui précéde, il
nous a parlé des druides et de leur organisation, de l’élection du.
grand Druide faite par des conflits armés, puis soudain il nous
parle de son irruption dans les Gaules pour secourir Diviciac
contre les Séquanais qui l’oppriment, et ayant eu le souverain
pouvoir l’ont passé aux Rémois; il est venu arréter les Helvétes
en train d’égorger les Eduens révoltés contre le grand prétre,
repousser les Germains d’Arioviste qui envahissent la Gaule des
partisans de Diviciac. Mais, pas un mot, ni du grand prétre qui
réside chez les Arvernes, dans les extrémes confins de l’Aquitaine
sur les monts Velays, pas un mot de Vercingétorix, des Arvernes,
au chapitre mèéme qui prépare l’entrée en scène contre ce Veri
cingétorix, ces Arvernes et Gergovie. Il a promis a Diviciac le
supréme Pontificat, le vrai Pontife ne doit pas exister méme de
nom en attendant qu'il soit tué. Il veut l’oubli de la tombe sur
les honteuses négociations entre lui et Diviciac et leur prix plus
honteux encore. Tout semble se passer entre César, les Helvétes,
Arioviste et les Germains; Gergovie, Vercingétorix, la guerre des
Arvernes sont simplement là comme des incidents venus se greffer
au milieu de la guerre des Gaules pour arréter la conquéte de
César. Tandisque en réalité, l’Auvergne, Gergovie, ont été le
DISSARD
FAMILLE DISSARD-CAVARD 25
but initial et final de toute la guerre. La haine de Diviciac qui
sert de guide è César contre Arioviste d’abord, contre Vercingé-
torix ensuite et qui lui vaut la supréme honte de partager sous
Gergovie la défaite et la fuite de César, suffiraient à éclairer les
commentaires de César. Mais nous avons mieux que tous ces
falts: au livre premier, César cite le discours de Diviciac aux
Eduens dans cette entrevue secrète, que Diviciac a ménagée avec
Cesar è tous les chefs des traitres de son parti criminel, sacri-
lèége, et parricide. L’aveu s’étale honteux, cynique, la cause de
toute la guerre des Gaules y est dite sans ambages, comme le
motif honteux de cette guerre: la querelle pour le souverain
Pontificat (potentatu dit César) entre Diviciac et les Arvernes,
et l’invasion d’Arioviste et des Germains est clairement désignée
comme motivée par cette sacrilège révolte de Diviciac contre le
grand Druide légitime. Nous citons ce morceau capital (livre I,
chapitre XXXI): “ Diviciac l’Eduen (en ce congrès secret obtenu
“ près de César) parla au nom des chefs réunis là. Il dit que la
“ Gaule entière n’était partagée qu’entre deux factions englobant
“ toutes les autres, qui tenaient le pouvoir sur toutes, l’une des
“ Eduens, l’autre des Arvernes. Que pour le Pontificat universel
“et supréme (potentatu, mot que César n’emploie que là), elles
“avaient lutté si àprement plusieurs années que les Germains
“ alléchés pas les promesses des récompenses étaient venus servir
“les intéréts des Arvernes et des Séquanais, et que se plaisant
“en les Gaules cent-vingt-mille s’y étaient campés, etc. Locutus
“est pro his Diviciacus Eduus, Galliae totius factione esse duas
“ harum principatum tenere alterius Hoeduos, alterius Arvernos.
“Hi cum tantopere de potentatu inter se multos annos conten-
“ derent factum esse uti ab Arvenis Sequanisque Germani mer-
“cede arcesserentur..., Il serait superflu d’insister. La cause
est jugée, entendue et éclairée, nous avons l’aveu du criminel.
Diviciac eut le sort de tous les traitres; quand César n’en n’eut
plus besoin, il le méprisa et le laissa dans l’oubli et la miséère
qui attend les traitres.
Il fit assassiner Dumnorix qu'il avait feint de pardonner au
début de la guerre et en guise de souverain Pontificat il ne
laissa è Diviciac que l’éternel opprobre qui s’attache à l'homme
26 FAMILLE DISSARD-CAVARD
qui a l’amitié de l’oppresseur et de l’assassin de sa patrie.
Grace è César, Diviciac demeure aussi éternellement illustre que
Judas!
Pour paraître tenir ses promesses à Diviciac et maintenir ce
misérable dans son ròle de traitre, César parait se presser de
détruire le grand Druide supréme que veut remplacer Diviciac.
Crassus, lieutenant de César, est détaché avec deux légions pour
aller en Aguitaine traquer le grand prétre, et quatre années avant
la prise de Vercingétorix, il tue Dissard, surpris au lieu où sont
ses cendres. Toute la Gaule en armes est tenue en échec devant
Bourges par César, Vercingétorix ne peut sauvegarder le grand
prétre, qui s'est replié derrière ses lignes, se croyant en sùreté,
avec les Druides les plus élevés qui formaient la garde et le
conseil du grand prétre et formaient une tribu sacrée nommée
Teutozates, de Theut Dieu national et Ovates; ils étaient dans
les extrèmes limites de l’Aquitaine et des monts Velays (Haute
Loire et Puy de Dòme aujourd’hui), près de la ville sainte, de
Teutniac (ville sacrée du Dieu Theut, aujourd’hui Saint Germain
l’Herm et Fayet-Ronnayes). Entre les Ambivarétes, les Brivates.
les Lindes, les Tarbelles, et Garumnes, et les Vélaves, aujour-
d’hui rappelés par les villes existantes: Ambert, Brioude, Lendes
près de Craponne, la Combelle, etc., Brivatum, Ambivaretum,
Lindés, Gabali, Tarbelli, Garumni, Vellavi.
César qui veut, dans sa pensée profonde de conquérant, dé-
truire les Druides et en effacer jusqu’'au nom, jusqu'au souvenir,
ne nomme pas le grand Druide ni le lieu exact où Crassus le
mit à mort.
A dessein il brouille la carte et cite ce grand événement comme
un petit fait divers, et en ce fait divers il confond péle-méle les
provinces, les peuples divers d’Aquitaine, mettant au dernier lieu
comme un rien la destruction des Teutozates, qui avec leur roi
militaire Teutomate formaient l'élite sacrée et guerrière de la
Gaule du Midi.
“ Ce combat ayant été connu, la plus grande partie de l’Aqui-
“ taine se soumit è Crassus; parmi eux furent: les Tarbelli (Tar-
“ bes), les Bigorrienses (Bigorre), les PrranII (le Puy en Velay, Haute
“ Loîre), les Vocates, les Tarusates, les Eleusates, les Gatés, les
FAMILLE DISSARD-CAVARD Da
“Ausci (aujourd’hui Auch), les Garuomni, les Sibusates (proche
“de la Sioule), les Cocosates (pour Teutozates). ,,
Voyons comme cela paraît peu, ces Teutozates soumis et dé-
truits, méles a mille autres tribus, entremélées comme un éche-
veau embrouillé, et pourtant c'est le point culminant de la con-
quéte gauloise par la mort du grand Druide et de son élite des
grands Druides, Ovates, Bardes; c'est le brisement de toute la
hiérarchie sacrée des Druides. Crassus a traversé la Provence et
suivant les vallées et cours d’eaux est venu jusqu’aux monta-
gnes boisées inabordables où est Teut-niac; le choc eut lieu en
la fin de la vallée du Doulon qui va è Saint Vert (Haute Loire)
et le champ de carnage a gardé son nom funèbre Poudretres en
provencal Poudreîras, du latin Putriere (ils pourrirent), et cela
au-dessous du Tumulus Dissard. Si l’on n'est pas né sur les lieux,
sì l'on n’a pas vu les monuments existants et encore ignorés, si
l’on n’a pas recueilli les traditions orales qui les précisent et
leur donnent leur vie historique, il est impossible de retrouver
le lieu exact de ce grand drame, et l’on comprend cette note
découragée des commentateurs de César, au mot Cocosates: peu-
plade d’Aquitaine dont la position demeure fort incertaine.
Mais, si è cette indication: Cocosates peuplade d’Aquitaine,
dont la position est fort incertaine, l'on joint cette indication
que l’ Auvergne formait l’un des groupes de l’Aquitaine, que César
dans l’Aquitaine mentionne comme un seul tout, les mèmes qu'il
mentionne plus haut avec les Cocosates que soumet Crassus, tout
se retrouve avec une précision mathematique, c'est notre cas è
nous. En effet, César nomme comme Aquitains: les Bituriges
(Bourges), les Lemovices (Limoges). les Arvernes (Gergovie), les
Ruténes (Rhòne), les Cadurces, les Pictons (le Puy, Haute Loire,
Ptium ou Pyctum), les Santons, les Tarbelliens (Tarbes), les Bi-
goriens (Bigorre), on comprend qu'il y a sur cetteimmense étendue
de terres et de peuplades de quoi chercher. Les Cocosates etaient
proches de Teutniac, leur cité sacrée: celle-ci était proche de
Brivatum (Brioude).
(Continua) Chanoine Dissarp.
UN VESCOVO MEDIEVALE, GERARDO TACOLI
A chi conosce la storia del Friuli ed
in ispecie quella della città di Belluno,
il nome di Gerardo Tacoli non è inco-
gnito. Numerosi sono gli storici, tanto
gli antichi quanto i moderni (fra quali
lo stesso Cantù) che menzionano quel
vescovo che oltre il pastorale adoperava
la spada, sicchè, infine morì l’anno 1197,
vittima del suo spirito guerriero nella
battaglia di Cesana contro i Trevigiani,
e ciò non senza conseguenze sul futuro
sviluppo della storia friulana e sulle vi-
al cende di sua propria famiglia nonchè di
sua patria Reggio Emilia. Colla data del 1° ottobre del 1900 il
signor Vittorio Fontana di Belluno pubblicava nell’ Italia centrale
di Reggio Emilia un interessante articolo sopra Gerardo de’ Ta-
coli, con la fiducia, come egli dice, di avere da Reggio più ampie
notizie su quest’antico concittadino. Dubitiamo che da parte di
Reggio fosse mai secondato questo desiderio. È quindi d’uopo
che dalla famiglia stessa di Gerardo si pubblichi ciò che rimane
-a dire, per terminare il ritratto storico di quell’ecclesiastico guer-
riero. Poco o nulla sanno narrare gli storici sopra gli ascendenti
di Gerardo e sopra l'epoca della sua gioventù che egli passò in
Reggio nel seno della sua famiglia.
I documenti che ponno recarci qualche luce su questo sog-
getto, sono gli stessi che ci portano piena chiarezza sulla fon-
dazione del priorato di San Giacomo di Reggio, giuspadronato di
casa Tacoli.
UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI 29
Achille de’ Tacoli, arcidiacono della cattedrale di Reggio, an-
ch’esso ecclesiastico e figura storica, il cui studio ci avvicina
molto all’intendimento della sua epoca, fondò il suddetto gius-
padronato l’anno 1170. Nell’atto della fondazione egli dice di
fare una donazione di terre e di una chiesa (che egli edificò
nel 1144 e che sussiste fino al giorno d’oggi in Reggio) a fin
di religione secondo il detto di Cristo, che colui che porterà alcun
vantaggio colle proprie sostanze alla Chiesa di Dio, ne ritrarrà
il frutto centuplo in questa terra e quel che è più, possederà il
regno dei cieli. Seguono le condizioni le quali se non fossero.
osservate, egli vuole che i suoi più prossimi parenti abbiano po-
destà di ritogliere e ritenere per sè detti beni finchè siano os-
servate e in fine che se alcuno di sua famiglia cadesse in povertà
vi sia ricevuto ed alimentato purchè serva a Dio e religiosamente
viva. Ordina poi, si celebri in quella chiesa ogni di una messa
in suffragio delle anime del fondatore e dei suoi, e che Gerardo
e Giosuè, suoi nepoti conseguano annualmente da siffatta chiesa
venti imperiali d’oro finchè frequentino le scuole. Achille (veri-
similmente figlio d’un altro Gerardo, detto il Lupo) mancò di vi-
vere l’anno 1171, il giorno di San Biagio.
Abbiamo dunque trovato un individuo della famiglia Tacoli
di nome Gerardo nella persona del nipote d'Achille. Prima di
affermare la sua identità con Gerardo vescovo, è d’uopo inda-
gare l'età dei due Gerardi. Le cronache bellunesi del Piloni, del
Zuccato, del Palladio e la cronaca Tarvisina del Bonifazi, parlando
della morte del vescovo lo dicono quarantenne nell’anno 1197;
quindi egli era tredicenne nel 1170, epoca della fondazione del
priorato, e nacque nel 1157. S'intende dunque che egli poteva
frequentare le scuole nel 1170 assieme, come dice Achille, al suo
fratello Giosuè. Abbiamo fatto un passo avanti nelle indagini
sull'identità dei due Gerardi. Lungi però di contentarci facciamo
rimarcare che il principale scopo di questa scuola era d’istruire
i giovani nell’antico programma ecclesiastico cioè nel trivio che
comprendeva grammatica, rettorica e dialettica, ove poi uscirono
candidati dello stato sacerdotale, chierici 0, come allor si chia-
mavano, presbiteri. Abbiamo inoltre un documento che tratta del
priorato e contiene la frase “ quibus praest Gerardus presbyter, ,
LETTERE A a Me AO
uo i pre Ù
30 UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI
Ora che sappiamo, per sicuro che il nipote d'Achille si dedicò
allo stato ecclesiastico, osiamo affermare l'identità sua col ve-
scovo di Belluno. E se leggiamo poi nell’atto della fondazione
del priorato fra i testi ed interessati dell’opera, che v’' interveniva
un “ Gerardus filius quondam Oliverii , ci sarà riuscito di costa-
tare anche il padre del nostro vescovo di nome Oliverio già morto
nell’anno 1170. Esso Oliverio appare la prima volta nel 1136.
Egli è il primo console di Reggio che si conosca, essendo eletto
tostochè i reggiani introdussero il consolato. Nell'anno predetto
egli assiste nella sua qualità di console in società di molti vas-
salli regî a due placiti di Richenza imperatrice, moglie di Lo-
tario II da Supplimburgo imperatore. Impariamo anche a co-
noscere la sorte di detto Oliverio dalle iscrizioni di un antico
pavimento a mosaico, scoperto l’anno 1844 sotto la nave prin-
cipale della cattedrale di Reggio. Non è lo scopo di queste righe
di parlare diffusamente di quest'opera che all’epoca del suo sco-
primento meritò l'ammirazione degli intelligenti. Per noi basta
menzionare che fra i vari motivi del mosaico vi. è l’immagine
d’un cavaliere armato di lancia e scudo in atto di morire, con :
disotto le parole: “ Oliverius miles bonus et generosus. ,, Poi in
altro luogo i due seguenti esametri:
Anmnis post mille Taculorum notus Achilles
Sex denis centum jubet hoc fieri pavimentum.
Impariamo dunque che quest'opera fu fatta per cura d'Achille
de’ Tacoli l’anno 1160 in memoria d’ Oliverio milite, morto eroi-
camente poco prima (ma non molto avanti il 1157, anno della
nascita del suo figlio) o in guerra contro Federico Barbarossa !
ovvero in una delle frequenti scorrerie equestri. Sapendo inoltre
che Oliverio era padre del nostro Gerardo, detto nepote d'Achille,
arriviamo alla semplice conclusione che il milite Oliverio era
fratello del noto e potente arcidiacono. E finalmente l’età infan-
tile di Gerardo privato del padre spiega vieppiù le cure che lo
zio prese per il nepote orfano.
1 Ciò è molto verosimile giacchè in questo stesso anno 1157 il comune
di Reggio inviò un contingente contro l’imperatore per aiutare le città se-
diziose allorquando si andava preparando la Lega lombarda.
UN VESCOVO MEDIEVALE GEKRARDO TACOLI Sl
Per dare maggiore chiarezza alla parte genealogica di questo
modesto lavoro aggiungiamo la seguente tavola compilata se-
condo gli strumenti recati dall’ab. Bacchini nelle sue “ Prove del
giuspadronato di San Giacomo ,
GERARDO DETTO Il. LUPO
teste 1128 Bos I
I 1170
; 56h È Sicuro
Anonimo Oliviero Achille capostipite
Milite console 1136 Arcidiacono del ranio
era morto 1160 fondatore tuttora fiorente
| del priorato dei Marchesi
) I STE 1171 Tacoli
Gifredo Achille Gerardo Giosuè di cui
Console 1212 Vescovo la figliazione
tratta la pace di Belluno è documentata
fra i Tacoli Do ndo di grado
e i Trevigiani 1218 FRLLIT in grado
teste 1258
Giliolo Ugolino
uxor: Francesca
Guido Mabilia Gerardino Leonardello
Podestà che si dice
di Piacenza de proximioribus
Achilli fundatori
+ 1315
NB. — Questo ramo si estinse circa l’anno 1370, epoca della peste in Reggio.
Abbiamo riportato ciò che era possibile di rilevare dal mate-
riale esistente sulla genealogia e storia di Gerardo avanti la sua
elezione a vescovo di Belluno. Ma come si spiega la parte mo-
rale del fatto che i canonici bellunesi adunati l’anno 1183 per
l’elezione d’un loro vescovo arrivino a conferire pastorale e spada
ad un nobile reggiano, giovane di 26 anni, lontano e, come si
crederebbe, ben poco conosciuto? Per spiegare codeste difficoltà
conviene illustrare la potentissima posizione dell’ arcidiacono
Achille, zio e protettore di Gerardo.
Achille contava fra i sacerdoti dell’epoca della famosa Jito
fra Chiesa e Impero intorno l’investitura delle cariche eclesia-
stiche. Assal provisto di sostanze egli si manifestava anche più
ricco d'ambizione e superbia. È all'anno 1140 che noi troviamo
il suo nome la prima volta in un atto col quale egli vendica i
suoi diritti su degli estesissimi possedimenti i quali credeva poter
pretendere nella sua qualità d’arcidiacono del capitolo della cat-
tedrale di Reggio. E difatti Gualtiero, arcivescovo di Ravenna,
gli conferma in un atto dell’anno seguente i diritti di possesso
sulla chiesa di San Pietro nei borghi di Reggio, sulle offerte
32 UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI
delle consacrazioni di tutte le chiese della città e diocesi, la chiesa
e pieve di Quarantoli, una quantità di decime e il mansi di
terre in 13 paesi del contado di Reggio, nonchè il villaggio di
Rivalta, le corti di Coriolo e Modolena, di Siliaco e la torre di
Gora, ecc.! Riuscitogli di mettersi in possesso di questi beni tem-
porali che in quei tempi formavano una sostanza considerevole,
egli cercò vieppiù di sottrarsi all’ubbidienza e soggezione del
vescovo e d’erigersi in capo indipendente della chiesa di San
Giacomo Zebedeo che egli, come dicemmo, aveva edificato a
proprie spese. Egli viveva con tale lusso e manteneva un tal
numero di servi e di cavalli nelle canoniche della cattedrale, che
il vescovo Gualterio si sentì in dovere di ordinargli con ultima
decisione, si decimasse tanto il numero dei servi quanto quello
dei cavalli con minaccia di togliergli la dignità. Con tutto ciò
la potenza e l'influenza d'Achille aveva raggiunto un grado tale
che in quasi tutte le diocesi dell'Alta Italia il nome suo era ben
noto, sicchè l’anno 1147 lo ritroviamo a Ravenna nel palazzo
dell'arcivescovo Moisè, presente l'abate Amizzone, ad una con-
sulta su di una visita che questo vescovo aveva a fare al mo-
nastero di San Prospero di Reggio per venerare le ossa di detto
santo. Era infine il merito d'Achille l’aver offerto i suoi servigi
d’arbitro nella questione d’una lite fra l’abate del monastero di
San Prospero ed Alberio vescovo di Reggio, ciascuno dei quali
pretendeva le sacre reliquie. L’anno 1161 Achille aveva riunito
in sè la dignità d’arcidiacono della cattedrale e di prevosto di
San Prospero di Castello in Reggio, e in quest'anno fece dona-
zione ai templari della chiesa ed ospedale di San Stefano in
Mozzadella, che diventò la prima colonia che quest'ordine eque-
stre possedeva in Lombardia. È facile a intendere che Achille
arrivò ad avere relazioni con moltissimi ecclesiastici d’altre dio-
cesi, e seppe farsi valere in tal modo che anche dopo la sua
morte una parte della sua gloria poteva venire sul conto del
nepote, il quale, come dicemmo, era tanto conosciuto e pregiato,
che i bellunesi gli conferirono la dignità vescovile l’anno 1183.
Appena giunto a Belluno egli fu confermato con Bolla pontificia
1 Circa 500 ettari in tutto.
Pei CO, = ha tei 7
ile o tì
UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI 33
di Paolo III, e di nuovo il 18 ottobre 1185 ecco lo stesso pon-
tefice prendere in ispeciale protezione la città e chiesa di Belluno,
vietando, secondo che riferisce il Bonifazi, a ciascun laico di
“ riscuotere alcune decime degli averi della chiesa, concedendogli
facoltà di conseguire le.decime dai novali della sua diocesi nonchè
della corte d’ Oderzo e proibendo in fine, che alcuno contro la
volontà del vescovo ritenesse i servi della sua chiesa. ,
Rileviamo da un documento portato dal cancelliere di Bel-
luno Giulio Dojoni che Gerardo cercò d’abbellire ed aumentare
la città in quanto potè, sicchè egli edificò, l’anno 1150, il pa-
lazzo vescovile con torre in buono stile lombardo (fu distrutto
in parte da un terremoto nel xix secolo). Poscia egli fece acqui-
sizione d’estesi giardini intorno a questo palazzo per erigervi il
foro. cittadino; fortificò la città, cingendola con belle mura mer-
late, adorne di magnifiche porte e torri, e coprì di viti le colline
che circondano Belluno. Molte delle chiese bellunesi, fors’anche
in parte sussistenti ai nostri di, devono la loro fondazione alla
liberalità di Gerardo. Nel mentre ch’egli s'adoprò per il bene di
Belluno, la fazione ghibellina che gli era nemica s'impadroniva
nell’anno 1188 dei villaggi d’Àgordo e di Zoldo appartenenti al
Vescovo, e rifiutavasi di pagare le varie imposte a Belluno guelfa.
Oltreciò nacquero altre discordie fra il nostro Gerardo e i trevi-
giani ghibellini che avevano comprato il castello di Zumelle
dalla famiglia da Camino che ne era infeudata dal vescovo di
Belluno. Dopo varî tentativi da parte di Gerardo e dopo essersi
rivolto a Gottifredo patriarca d’Aquileja che indarno mandò de-
creti ai trevigiani, questi occuparono quasi tutte le castella della
giurisdizione di Gerardo e perfino la città di Conegliano, soggetta
al vescovo di Belluno.
Ecco il tenore della cronaca del Piloni che parla diffusamente
dei fatti di Gerardo: “ L’episcopo Gerardo, vedendo non potere
con simili parole ricuperare le sue terre e castelli, nè valere de-
creti, nè autorità patriarcale, nè sentenze di vescovi, nè dell’ im-
peratore, nè del papa, pensò con l’armi e con le virtù e forza
delle sue braccia recuperarle. E perchè Gabriele e Guecello da
Camino nel maggior Consiglio di Trevigi avevano, l’anno 1145,
ratificato le vendite fatte dai suoi commissari promettendo che
3
METTI An
34 UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI
il simile faciano Alberto e Biachino suoi fratelli, si come poi
fecero l’anno 1190 alla presenza d’ Ezzelino da Romano, pensò
Gerardo di collegarsi con altri potentati, con l’ajuto dei quali
potesse resistere al trevigiani e per questo andò egli, accompa-
gnato da molti bellunesi a ritrovare Megnardo, quale era conte
di Gorizia e signore di molte terre nella Carinzia e nel Tirolo
(Mainardo II), da cui furono graziosamente ricevuti e spesati
per tutti i luoghi del suo dominio. Trattarono insieme e fecero
lega, promettendo aiutarsi in ogni occasione. Ritornato poi Ge-
rardo a Cividale, convocò tutti i suoi feudatari, conferendo con
quelli il suo disegno e ammonendoli di stare all'ordine d’armi e
di cavalli che ad un suo mandato fossero in campagna. Messe
in ordine li mangani, trabucchi, petriere, scale e ballestre, con
altri bellici istrumenti, fece venire al suo servigio Abadello et
Masetto, ingenieri di gran nome e fama. Avevano i bellunesi
fatto porre sotto l'alto campanile del duomo una grossa cam-
pana perchè al suono di questa s’'armasse tutto il popolo, e perchè
quello era il segno che si doveva contro i trevigiani andare, fu
detta la trevisana. Posta questi giorni all’ordine la milizia bel-
lunese sotto la condotta di Gueccello da Soligo suo capitano, fe-
cero molte scorrerie lungo il Piave e presero il castello di Coste
appresso Àsolo, andando Gueccelloto da Prata a porre l’assedio
a Oderzo con molti friulani. Intanto i padovani a favore dei
bellunesi andarono e corsero nel trevigiano e fecero molte prede.
L’anno 1193 Arrigo imperatore scrisse a Trusardo, suo luogo-
tenente in Italia che con ogni diligenza vedesse a sopire questi
rumori. Ubbiditte Trusardo e scrisse ai trevigiani e bellunesi a_
tempo che li soldati bellunesi erano andati all’imprese di Zu-
melle, e li trevigiani con la sua milizia passando i monti di
Dobbiadene, s'erano fatti padroni di Cesana. Erano li campi vi-
cini l'uno all’altro ed ogni dì si scaramucciava con danno da
ambe le parti. Era dei bellunesi generale Guecelloto da Prata,
che aveva oltre li bellunesi molti soldati di Conegliano e del
conte di Collalto con una squadra di cavalli del conte di Go-
rizia. Ma sopravenendo il nunzio dell’imperatore, fu conchiuso
di stare al giudizio dei consoli e rettori della città di Mantova e di
quelli di Verona, promettendo tutte due le parti di laudare quanto
UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI 359
sarà da quelli giudici terminato. Furono le parti amonite a com-
parire in Mantova e ivi usare ognuno le sue ragioni per Pasqua
prossima del mese di maggio. V'andò Gerardo coi consoli e sin-
daci bellunesi, vandò Drudo, vescovo di Feltre, Matteo vescovo
di Ceneda, Federico da Curiago, procuratore del patriarca, Gue-
celloto da Soligo, Gabriele da Camino con Ottonello de Coro
suo curatore. L’anno 1195 furono al Borgo San Donnino con-
vocati gli oratori delle città confederate delle Marche (cioè della
marca trevigiana e friulana) e di Lombardia, dove fu dato il
giuramento a tutti d’osservare i patti, capitolazioni e sentenze
fatte tra esse città. Ma non volsero i trevigiani giurare la sen-
tenza pubblicata tra loro e il vescovo e popolo bellunese. Per il
che Gerardo vescovo, il quale era uomo molto risentito, consi-
derando non poter sperare di ricuperare le cose sue per via giu-
diziaria, poichè non avevano giovato tante sentenze conformi in
favore delle sue ragioni e che l’imperatore più tosto nutriva i
dispareri e le discordie loro, che non procurava d’assettarle, giunto
alla città, convocò i principali-di Belluno, e fatto un lungo ra-
gionamento, al fine scoperse l'intenzione sua, accendendo gli
animi dei bellunesi pigliare per forza quello che di ragione gli
perveniva. Fomentarono grandemente quest’opinione Zanettino
da Castello, e Melio d’ Ussolo, giovani arditi e alle milizie ‘as-
suefatti, concludendo non doversi porre alcun’indugio, acciò non
avessero li nemici tempo di prepararsi meglio. Di comune con-
senso costituirono capi e diffensori della città e delle giurisdi-
zioni di quella Dinello di Cisterno, Deparate di Castello, Pilone
di Nosada e Paganino da Corte, consoli di quel tempo, insieme
con Bonincontro de’ Nosadami, Martino della Torre, Vecellone
Broca da Castello, Bernardo di Dollone, Ermanno Crosdecale e
Riccivido de’ Specciaroni, tutti bellunesi e uomini di molta pru-
denza e di gran reputazione, li quali unitamente dovessero dare
ordine alle cose necessarie per questa impresa. Fu ricercato Druso .
vescovo di Feltre, il quale prontamente s’offerse a favorire la
causa dei bellunesi. Promisero il patriarca d’Aquileja (Pelegrino),
quelli di Ceneda, di Conegliano e li padovani di travagliare dal
suo canto li trevigiani, comuni nemici loro per maggiormente
36 UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI
indebolire il molto suo potere; se bene era con la città di Trevigi
. collegata Vicenza, Verona e li marchesi d’ Este.
“ Il sesto giorno del mese d’aprile dell’anno seguente (1196)
dopo aversi sentito un pezzo alla longa battere il campanone
(la Trevisana), uscì dalla città la milizia bellunese e accompa-.
gnatasi con feltrini sotto la condotta del vescovo Gerardo de’ Ta-
coli che volle personalmente intervenire e pigliò il carico di
generale. Era uomo alto di statura, di bella e maestevole pre-
senza, con la quale allettava molto gli uomini ad amarlo e ri-
verirlo, ed era di tanta eloquenza, che con quella mirabilmente
moveva gli animi d’ognuno a porsi a qualunque rischiata im-
presa. Passarono con impeto grande sotto il castello di Mirabello;
e datogli ferocissimi assalti lo presero ed espugnarono l’ottavo
giorno che fu cominciato a battagliare, e postogli il fuoco, lo
distrussero con tutti gli edifizi che erano attorno, crudelmente
ammazzando quanti furono in esso ritrovati. Indi scorrendo e
saccheggiando, andarono sotto il castello di Landredo, e con
mortalità d’ambe le parti lo presero e lo gettarono a terra, con-
ducendo prigioni quaranta soldati tra cavalieri, pedoni e sagit-
tari. Da quelle vittorie inanimiti, senza perder tempo condusse
Gerardo i suoi soldati sotto il castello di Casteldardo, passando
la notte con silenzio il Piave, senza che quelli del castello ne
avessero alcun sentore, ne prima lo seppero, che quando appog-
giate le scale alle mura, videro li bellunesi che sopra quelle
ascendevano: onde dato subito all’armi, svegliati quelli che dor-
mivano, corsero tutti alla difesa, che per un pezzo fu gagliar-
dissima, ma poi cominciando ad avilirsi presero quelli di fuora
maggior ardire, e con alte voci e gridori spaventevoli entrarono
nel castello, essendone però molti uccisi, e facendo prigioni sei
cavalieri delli principali di Trevigi, e acciocchè ivi non s'ani-
dasse più trevigiano alcuno, distrussero il castello, e lo gettarono
nel fiume Ardo, sopra il quale era in luogo altissimo fabbricato.
Questi tre sopradetti castelli erano nel territorio bellunese e li
possedevano li trevigiani, avendoli dai Caminesi comprati, li quali
avevano quelli avuti in feudo dal vescovo di Belluno. Il sesto
giorno del mese di maggio presero e distrussero la Chiusa di
Quero, restando molti morti e feriti e in essa fecero preda del
vietati eater
UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI Sr,
valsente di più di mille lire, conducendo seco prigioni sessanta
sei soldati e poi ritornarono con trionfo e allegrezza alla città,
avendo prima distrutto una torre che era nel canale di Banca
fabbricata, pigliando 18 ladri che andavano rubando quel paese.
Avendo i trevisani inteso tutti questi successi, si dolsero non
avere potuto a tempo provvedergli, e piansero la morte di molti
buoni cittadini suoi, che erano stati morti in queste espugnazioni,
onde per risentirsene, e fare vendetta di tanti danni, posero al-
l'ordine i suoi soldati, facendo generale di quelli Gualperto di
Onigo, che di Cavasio si diceva, uomo dell’armi peritissimo, tol-
lendo in campagna sua una grossa squadra di soldati vicentini.
Ma il vescovo Gerardo con bellunesi, feltrini, friulani e padovani
anticipando la sua venuta, partirono dalla città, e voltando verso
Zumelle, empirono subito le fosse del castello, e datili molti as-
salti, il decimo settimo giorno lo presero e abbruggiarono con
totale sua destruzione il dì 24 del mese di giugno dell’anno 1196,
e con molta sua gloria recuperarono con l’armi quello che per
giustizia gli era stato adjudicato dai giudici.
“ L'anno seguente (1197) Gualperto con li suoi trevigiani uscì
per tempo in campagna, e passando li passi di Valmareno, giunse
a Cesana, e posti all'ordine i soldati deliberò d’aspettare i bel-
lunesi, li quali avendo da le lor spie inteso, come erano per quei
montuosi balzi passati, affrettarono per assaltarli così stracchi
del lungo e faticoso viaggio, prima che nelli alloggiamenti si
fortificassero. ,,
“ Giunto il vescovo Gerardo se bene vide l’inimico pronto a
combattere, e che considerasse gli suoi affaticati per la fretta
che avevano usata nel caminare, non volle però restare di far
giornata, molto inanimito per le continue vittorie, quali aveva
l’una dietro l’altra riportate. Onde salito in luogo eminente, con
grave ragionamento discorrendo, così bene infiammò gli animi
dei soldati a combattere, che gridava ognuno che si principiasse.
l'assalto e egli fattosi avanti, presentò corragiosamente la bat-
taglia, che fu dal capitano dei travigiani allegramente accettata,
sperando che la fortuna stanca d’aver tante volte favorito i bel.
lunesi, dovesse ormai voltargli le spalle e dimostrarsegli con-
traria, e poter egli con gloria sua ricuperare tutto quello che
SI LOIRA IA
l «ME
“
38 UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI
finora aveva perduto. Dando adunque le trombe di qua e di là,
segno di dare dentro, s’attaccò una mirabile battaglia, la quale
durò con dubbiosa fortuna per 6 ore senza mai posare con tanto
rumore e grida, che assordiva l’aria d’ogni intorno. Scorreva il
vescovo, di lucide armi armato, soccorrendo dove conosceva il
maggior bisogno, inanimando i suoi a ben ferire, finchè da Gual-
perto con una lancia ferito fu dal cavallo gettato, e fatto dalli
nemici prigione. Fu negli alloggiamenti condotto, il che pubbli-
catosi per il campo, pose tanto terrore negli uomini suoi, che
disordinati si ritirarono per la strada d’onde erano venuti, con
morte di molti, che in quella veloce ritirata restarono uccisi.
Maggiore saria stato il danno, se non che Gualperto fu da un
soldato ferito per fianco e morto, dal che cessarono gli altri di
più seguitare, e ritornati nelle sue tende, presero tanto dolore
della morte di Gualperto, che senza alcuna pietà strascinando il
vescovo Gerardo per li boschi con grande grido gli accelerarono
la morte dalla quale non era egli per la sua mortal ferita molto
lontano. Questa fine miserabile ebbe Gerardo Tacoli vescovo di
Belluno, uomo nell’armi egregio, il quale per benefizio dei bel-
lunesi e per onore della Chiesa espose la propria vita ad una
morte quasi manifesta. Ciò che avvenne la sera del 20 aprile 1197.,,
Fin qui riferisce il Piloni nella sua storia di Belluno. Altre
cronache aggiungono che il vescovo ferito fosse coi piedi legato
alla coda d’un gagliardo cavallo che spaventato lo trascinò a
morte.
Codesto sacrilegio non poteva rimanere impune e quasi due
anni dopo (1199) ecco il grande Innocenzo III scagliare l’ana-
tema contro i trevigiani con bolla, che comincia colle parole:
“ Potentati et populo tarvisino sine salutatione. Non merita ve-
Stra. ,,
dell’ Ughelli, tom. V, pag. 167.
I trevisani udito della scomunica inviarono subito a Roma
un loro console che non ebbe alcuna udienza dal pontefice, ma
ottenne la sospensione della scomunica.
Intanto s’accese un’altra guerra fra il patriarca d’Aquileja
che cercò di vendicare la morte delvescovo nonchè di punire i
trevigiani. Anche il doge di Venezia Enrico Dandolo mandò un
Il tenore di questa bolla si trova nella “ Italia Sacra ,.
v
ITA E tai
se fi ai
UN VESCOVO MEDIEVALE GERARDO TACOLI 39
contingente contro Treviso. Soltanto il 2 febbraio 1201 i trevi-
giani conchiusero la pace con Druso vescovo di Belluno rinun-
ciando alle loro pretese, mentre che Druso investi di nuovo i
Caminesi delle loro castella, in cambio di ciò i Caminesi paga-
rono il debito di 12,000 lire veneziane che Gerardo aveva con-
tratto a scopo di guerra.
In fine abbiamo da menzionare un fatto che specialmente
tocca la famiglia del vescovo.
Il Zuccato, che nella sua qualità di cancelliere poteva pren-
dere piena conoscenza degli archivi trevigiani, ci narra quanto
segue: “ Nacque per la morte di Gerardo vescovo di Belluno che
fu morto dalle genti trevisane, odio ed inimicizia grande con la
famiglia dei Tacoli di Reggio di Lombardia, dalla quale era
uscito esso Gerardo. I Tacoli potentissimi s'erano armati contro
i trevigiani. Desiderosi di quiete, i trevigiani tolsero il mezzo di
Guglielmo da Piazza a trattare la pace, la quale dopo lungo
maneggio fu conclusa l’anno 1218. Il ventesimo. sesto giorno di
maggio fu firmato da Gifredo de’ Tacoli (allora console) nel pa-
lazzo della comunità di Reggio e suoi aderenti alla presenza di
Gerardo Vicedomini potestà di Reggio, in Modena da Guglielmo
de’ Tacoli col conte Ridolfo, podestà di Treviso e Tommasino e
Guidone procuratori di questa città, a questo effetto mandati. E
fu rimessa dai trevigiani ogni ingiuria e danno che avessero
patito quelli di essa famiglia per la morte del vescovo; e li pro-
| curatori del comune di Treviso sborsarono a Gifredo (vedi tavola
geneologica) e a Federico de’ Tacoli lire mille veneziane e al
mezzano della pace lire cento. ,,
Così ebbe termine la storia di Gerardo, che è sempre vivo
nella memoria del popolo bellunese anche ‘ai nostri dì, ciò che
dimostrano le varie poesie composte in onore suo. !
Marchese AntonIO TACOLI.
1 Il poema Vincentiades di NicoLò CANTILENA, Venezia, 1618, presso Evan-
gelista Deuchino; Gerardo Tacoli, vescovo di Belluno, vincitor dei trevigiani e
tradito dai medesimi nel territorio di Zumelle, versi di G. TrigoLLa, Belluno,
Deliberali, 1842; La battaglia di Cesana ossia la morte di Gerardo, vescovo di
Belluno, Feltre, Marsura, 1848, poesia anonima; Il sepolcro del vescovo Gerardo
de’ Tacoli, ottave di don A. VecELLIO (dal canto XXVII del poema l’Asone).
IL B.°° MATTEO CONFESSORE
E LA VENER. CATERINA CARRERI MANTOVANI
E LA LORO FAMIGLIA
In Goito risiedevano fin dal 1177! al-
cuni nobili arimanni mantova proba-
forte sul Mincio da qualche pubblico po-
tere. Nel 1187 * li vediamo difensori feu-
dali del ponte pel monastero brescellese
di San Genesio, che possedeva il passo
del Mincio a Goito e sono appellati mt-
- lites. Già cominciano a chiamarsi Clochi
o Cokila o "Cochin e nel 1220* un d’essi è fra i primati di
Mantova. Questi domini de Godio, che appartenevano certo a un
consorzio più ampio di milites locali, fra i quali è la famiglia
di Sordello, sia o non sia un Visconti, si spogliano nel 1302 4
dell’ampia campagna che possedevano nella corte godense, tut-
tavia nel 1318° tenevano ancora in Goito i dazi, il pontatico
e lo stradatico per sè e il comune di Mantova. Pare che a questo
punto spariscano da Goito; ma. dei Clochi noi troviamo vassalli
del Vescovo.° E come i signori della corte godense stavano in
*Atch. Gonz.; D; IV; 2.
TATO GONZ,EET ALIL
® Doc. presso CAPPELLETTI, Chiese d’ Italia, (Mantova).
* Arch. Gonz., B. IX, 4.
° Arch. Gonz., H. LXI.
° Investitura in Registri membr., Arch. Episcop., Mantova.
IL BEATO MATTEO CONFESSORE, ECC. 41
città presso San Giacomo, così fin dal 1881 troviamo ivi una
famiglia Clochi investita di feudi episcopali siti in Revere, la
quale pare dell’agnazione dei Clochi antichi, perchè altrimenti
non si spiegherebbe la sua provata nobiltà. ! Precisamente l’ in-
vestito del 1381 è denominato Delaito fu Giacomo già de Clo-
chis ed ora de Carrertis. Una gran quantità di investiture vesco-
vili seguono nel 1400 a favor di Giovanni fu Giacomino Carreri
ossia Clochi, e poscia dal 1400 in avanti a favore di Giacomino
f. g. D. Iohannis de Carrertis anche pei fratelli Bonzanino, Tomeo,
Antonio, Nicolò, Delaito. Da Bonzanino, per ininterrotta serie
d’investiture fino all’avo mio, si prova la discendenza nostra;
da Antonio, pel figlio Francesco notaro, apparisce in terra, mag-
gior nostra gloria, insiem co’ fratelli Girolamo, Domenico e Ni-
codemo, quel Giovanni Francesco che diventò il Beato Fra° Matteo
da Mantova, comprotettore della sua patria e di Vigevano.
Sbrighiamoci in poche parole de’ suoi prossimi parenti. An-
tonto, lavo che si prova vivente in tempo che il nipote doveva
esser inoltrato nelle vie della santità, servi il sovrano Gonzaga
nelle rocche di Fossombrone, d’Ostiglia e di Marcaria e a Brescia
e gli prestò frumento e denaro. Francesco, notaro, il padre, so-
stenne gloriosi e delicati uffici in Sermide e a Mantova di mar-
chionale amministrazione ed affrontò guerra, peste, difficoltà di
1 Annali di M. di S. AGnELLI MAFFEI. AMADEI, Cronica univ., ms. Archi-
vio Gonz., che cita il perduto cronico del Janelli. D'Arco, Famiglie. Carreri,
a proposito dei Castelli e de’ Castelbarco trattando di Girolamo (ms. Arch. Gonz.).
DonESMONDI, St. Ecel. di Mantova, Mantova, Osanna, 1612-16, vol. II, pag. 32
e altrove. Atti not. Cesare Carreri. Arch. not. Mant. dal 1584 al 1627. E il
ms. inedito Mant. hist., della Bibliot. di Mant. di Paolo Fiorentino (Atta-
vanti) a. 1482 (A. IV, 18, 112), lib. II, f. 54 t., e la copia con aggiunte
(A. (V, 27, 121) nelle lodi della città: “ Posset non inmerito addi, quamvis
eius corpus apud .Viglievannenses iaceat, quia civis mantuanus extitit et
nobilis de Careriis, missus a Deo predicator magnus Beatus Matheus sancti
Dominici qui instanter pro Christo pati petiit et Christi clavo transfixus
adeo predicavit ignitus ut Christi clavum incutere visus sit audientibus. ,,
[Agg.: nec poterant ad eius sermones peccatores stare et non penitere]. E il
ms. del frate Dom. da Tabia presso il TAnTUccI, Vita del B. M. C., e l’im-
magine del Beato impressa sulla seta col titolo di patritius mantuanus. Noto
che spesso i Carreri son detti Carrieri e Carrari.
42 IL BEATO MATTEO CONFESSORE, ECC.
tempi, abbandonando la famiglia per servire il sovrano.! Da
una signora Nicolosa, che poi, rimasta vedova, si fece terziaria
domenicana, ebbe gli accennati figli. Girolamo, ch’ebbe due figlie,
una delle quali accasatasi in Castelbarco, fu cospicua persona:
degli altri due nulla si sa; di Giovanni Francesco o P. Matteo,
predicano i contemporanei e i posteri l’eroica virtù. °
Umile, devoto, mortificato, caritatevolissimo fanciullo nella
casa paterna, ben presto vestì le lane dei Predicatori e fu mae-
stro a novizi, di grande esempio; fieramente esercitò la peni-
tenza essendo immacolato; cercò la oscurità e il comune disprezzo ;
ma così risplendeva, che fu mandato a predicare in molte parti
d’Italia e a riformare il convento di Soncino; operò miracoli
grandi e conversioni; offerse schiavo sè stesso a un pirata per
liberare altrui; ebbe il dono della trafissione del cuore di cui
istituì erede, tremenda e sacrosanta eredità!, la beata Stefana
Quinzani e prenunziò la propria morte, che avvenne in Vige-
vano nel 1471, accompagnata da strepitosi prodigi, ed ivi ebbe
ed ha glorioso sepolcro all’incorrotta salma e magnifico culto.
sanzionato anche per Mantova e per l'Ordine dalla Pontificia
autorità. * Oggi è segnacolo della lotta impegnata in Vigevano
contro il socialismo e ogni anno più cresce il fervore verso del
Grande. Molti, oltre il confratello Fra’ Dom. da Tabia, suo coe-
taneo, ne scrissero la vita; la più completa e autorevole è quella.
dettata dal P. Tantucci domenicano (Roma, presso Mainardi, 1743).
Ivi pur si ricorda ed altrove (Donesm., Volta, ecc.) la terziaria
domenicana Catterina, che ha titolo di Venerabile, deposito e
culto nella cattedrale mantovana; presso la quale, muratasi con
una pia compagna, volle vivere trent’otto anni in austerissima
penitenza fino alla morte, dopo aver largito i suoi averi co-
spicui ai poveri. F. C. CARRERI.
! Arch. Gonz., lettere di Girol. al march. di Mantova (paesi dello Stato).
? D’ARco, ms. DoneEsmonpI cit. passim. MoRrsELLI, TANTUCOI ed infiniti
altri. Si hanno del Beato immagini sincrone e recenti e medaglie, pitture
e sculture che ne rappresentano gli atti eroici, specie a Soncino, ii
Galantino, e a Vigevano, S. P. Martire.
° Decreto di Papa Benedetto XIV 23 sett. 1742 e quello del card. Gua-
dagni, presso il Tantucci. La festa è il 7 ottobre.
LES BOYER D’'ALBERTY
La famille Boyer d’Alberty, d’origine italienne, qui portait
comme armes: de gueules à quatre A d’or, appointés en coeur et
entrelacés d’une macle aussi d’or, chargée d’un cinquième A de
.méme; lA du chef chargée d’un P ausside méme, descendait
de la famille des Alberti de Florence qui joua un grand role dans
l'histoire de cette ancienne ville avec deux de ses principales
maisons les de Médicis et Albizzi; le premier qui est venu sétablir
en France, è Marseille vers l'année 1689 fut Michel Boyer, maitre
chirurgien des armées du roi, qui épousa demoiselle Marguerite
Moffrate. De ce mariage nàquit: Jean-Baptiste Boyer d’Alberty,
docteur en médecine de la Faculté de Rennes, inventeur de l’Eau
Lunaire qui porte son nom, ! lequel épousa à Chàtel Censoir le
25 octobre 1722 demoiselle Marie-Frangoise Berthier de Grandry
qui portait comme armes: d’azur au chevron d’argent chargé d’un
lion passant de méme accompagné de trois étoiles de méme,
deux en chef, une en pointe; fille de noble messire Georges Berthier
de Grandry, ancien gendarme de la garde du roi, controlleur élu
pour le roi en l’élection de Clamecy, vallet de chambre de Monsieur
frèere unique du roi, argentier de monseigneur Philippe-Jules-
Francois Mazarini Mancini, duc de Mantoiie, de Nevers et de
Donzy, capitaine et gouverneur de son chàteau et chàtellenie de
Chatel-Censoir, etc., etc., et de dame Toussine Galliard du Fauchot,
lequel Jean-Baptiste Boyer d’Alberty ° fut nommé le 18 juin:1735
premier médecin des hòpitaux militaires de l’armée d’Italie en
garnison a Vérone. De ce mariage nàquit: Jean-Baptiste Boyer
! Dont je possède le brévet ainsi que son contract de mariage faisant
partie de mes archives privées, fait sur parchemin.
? Par brévet que je possède signé Pangervilliers ministre de la Guerre
sous sa majesté le roi de France Louis XV à Versailles, soussigné de Fon-
tanieu, intendant de la dite armée, et. Flobert commissaire et inspecteur
général de hòpitaux militaires de sa dite. Majesté.
44 LES BOYER D'ALBERTY
d’Alberty qui épousa à Chàtel-Censoir le 9 juillet I776 ! demoiselle
Marie Badin soeur du comte Edme-Thomas Badin de Montjoye,
qui portait comme armes: d’azur è trois tétes de daims d'or,
deux et une; grand père de mon père, qui avait épousé lui méme
à Chàtel-Censoir ? le 23 février 1778 demoiselle Pétronille Bardet,
fille de monsieur Edme-Bazille Bardet, lieutenant assesseur de la
chàtellenie de Chàtel-Censoir, et de dame Marguerite Gandotiard,
descendante d’une ancienne maison originaire d’Ecosse, qui portait
comme armes: d’azur à deux bandes d’argent, chargées chacune de
deux lionceaux passant du champ; de ce mariage nàquit Pierre
Boyer d’Alberty qui épousa à Lucy sur Yonne le 24 mai 1307
demoiselle Julie-Edmée Tenaille de la Motte, née au dit Lucy sur
Yonne le 21 avril 1788, qui portait comme armes: d’azur, au
chevron d’or, accompagné en pointe d’une tenaille d’argent, au
chef cousu de gueules, chargé d’une étoile de méme; fille de Fran-
gois Tenaille de la Motte, écuyer, capitaine des gardes du corps
de Sa Majesté le roi de France Louis XVI, chevalier de l’ordre
royal et militaire de Saint-Louis, puis nommé * commandant du
régiment de son cousin Charles-Just de Beauveau, prince du
Saint-Empire, grand d’Espagne de la 1° classe, chevalier de ses
ordres et capitaine de la 1"° compagnie francaise de ses gardes
du corps, le quel avait épousé * en la ville de Lormes (Nièvre)
le 27 novembre 1774 demoiselle Marie-Geneviève Jourdan de la
Garenne, fille de monsieur Nicolas Jourdan de la Garenne et de
dame Marguerite de Rocheandré; le dit Pierre Boyer d’Alberty °
sons Louis-Philippe, fut nommé Maire de Lucy-sur-Yonne, arron-
dissement d’ Auxerre (Yonne) le 17 novembre 1834; la dite Julie
Tenaille de la Motte avait une soeur nommée Francoise Tenaille
de la Motte, née a Lucy-sur-Yonne le 81 janvier 1786 qui épousa
! Par contract de mariage que je posséde.
® Par contract de mariage que je posséde.
° Par brévet sur parchemin que je posséde en date du 6 juillet 1772
signé du méme roi à Versailles et soussigné de son Conseiller d’Btat et
chancellier de France Phélippeaux de Pontchartrain.
* Par contract de mariage sur parchemin que je possède.
° Par brévet que je possède signé vicomte de Bondy préfet de l’Yonne
au nom du roi des Frangais.
;
:
4
}
LES BOYER D’ALBERTY 45
le 8 février 1807 le comte Jean-Baptiste Badin de Montjoye ré-
sidant è Chàtel-Censoir, père de mon père le comte Edme-Jean-
Baptiste Badin de Montjoye, né è Chàtel-Censoir le 2 juillet 1822,
qui épousa le 15 juin 1852 demoiselle Antoinette-Hesseline de la
Celle qui portait comme armes: d’argent è l’aigle éployée de
sable, becquée et membrée d’or; couronne: de Marquis, supports
deux lions; née a Saulcet près de Saint-Pourcain Bourbonnais,
fille de Louis-Sylvain de la Celle, vicomte de la Celle, ancien
lieutenant des gardes du corps du roi sous Sa Majesté Charles X
dans la compagnie de Noailles,! marquis de la Tour-Maubourg
avec grand sceau représentant 3 fieurs de lys aux armoiries de
France, lequel épousa le 27 mai 1827? demoiselle Marie de Tro-
chereau, qui portait comme armes: d’azur au chevron d'or, ac-
compagne en chef de deux étoiles d’argent et en pointe d’une
croix ancrée de méme, fille de messire Gilbert-Bon de Troche-
reau de la Grange, ancien officier résidant au chàteau de Vaux,
commune de Verneuil, canton de Saint-Pourgain, arrondissement;
de Moulins (Allier) et de dame Marie-Barbe de Trochereau; de
ce mariage nàquirent 4 fils: 10 Aymard-Jean Baptiste, comte
Badin de Montjoye; 2° René-Louis, vicomte Badin de Montjoye;
3° Raoul-Jean Baptiste, vicomte Badin de Montjoye; 4° Louis-
Aymand, vicomte Badin de Montjoye, tous les quatre actuelle-
ment vivants.
Du mariage de Pierre Ds d’Alberty, cité plus haut avec
demoiselle Julie Tenaille de la Motte, soeur de ma grand mére
paternelle, Francoise Tenaille de la Motte, nàquit: Elisa Boyer
d’Alberty, née à Chatel-Censoir en 1809, qui épousa en l’an 1829
Francois Varenne de Jeux percepteur de la ville de Semur-en-
Auxois (Cote d'Or), petit fils de Jaques Varenne le célèbre con-
seiller du roi; de ce mariage nàquit une fille, Odile Varenne de
Jeux, née a Semuren-Auxois au mois de janvier 1883 qui épousa
en l'année 1855 Paul Demanche, actuellement existant sans
postérité.
È Vicomre Renk DE MontJoyE.
! Daprès un brévet sur parchemin que je posséde en date du 16 juillet 1821
signé par ordre du roi, le ministre secrétaire d’Etat de la Guerre.
? Par contract de mariage original que je possède.
ASSIOGRA FIA
CAMAREROS SECRETOS, PARTICIPANTES Y DE HONOR
DE SU SANTIDAD
Entre los documentos existentes en el Departamento de Ma-
nuscritos de la Biblioteca Nacional de esta Corte, he hallado el
siguiente documento n. 14.730* que es una hoja en folio, letra
del siglo xvII y que me ha parecido curioso copiar con su misma:
ortografia y dice asi:
Memoria de la kacion gajes y preminenzias que gocan los Cama-
reros secretos, de participantes y de honor de su Sd. en la forma
siguiente :
CAMAREROS SECRETOS.
Tienen primeramente al principio del Pontificado, trecientos .
escudos de aiuda de costa para aiuda è& vestirsse y componer
su cassa, aunque esto nose suele azer con forasteros sino con .
criados 6 dependientes del Papa.
yten vn quarto en Palacio al adbitrio del Apossentador.
yten diez paniotas cada dia quatro blancas y seis ordinarias
con su bigcocho y dos chanbelas.
yten treinta escudos al mes antecipados de conpanatico que
llaman.
yten vna carga de agua cada dia.
yten cada semana dos libras de vellas, dos folletas de Acgeite,
dos escobas y dos libras de sal blancas.
yten vn passo de lefia cada mes con vna espuerta de carbon
cada dia.
yten vn escorgo 6 zelemin de sal negra cada mes.
yten para el sustento de los cauallos de la Carroza treinta
escorcos 60 Gelemines de orgio al mes.
yten. 1200 libras de heno al mes.
Î
J
A
PI J
È.
:
CAMAREROS SECRETOS, ETO. 47
Adulertesse que meramente el exercicio de Camarero secreto
es de seruir ala Persona del Papa la semana que le cupiere con
los demas. y en el officio que le fuere sefialado y por esse Respeto
ade estar vijilantissimo ano faltar de acompafiar al Papa todas
las veces que saliere de Cassa, y le serà facil acerlo pues tiene
puerta franca en Palacio, donde teniendo vn lacaio Amigo le
auissara todo lo que se ordenàre; los frutos que se sacan en el
tiempo que alli estàn, son grandes ansi en pretensiones como
en obtener gracias del Papa y Nepote con la facilidad que tienen
en negogiar.
CAMAREROS PARTICIPANTES.
Estos mui de ordinarios suelen ser parientes 6 fauorecidos
del Papa, tienen la mesma Ragion y preminencias y gajes sobre-
dichos que los Camareros secretos y demas è mas gocan entre
ellos las manchas ò albrigias que dan los Cardenales al que les
lleua la virreta, con otras diuerssas manchas y gracias particu-
lares que se les acen aellos mas que aotros, pero estos ni los
dhos, no pueden ser sino criados, 6, confidentes del Papa y no
forasteros, porque temen sirvan de espias.
CAMAREROS DE HONOR.
Son aquellos que se sustentan con la honra y traje de Criados
del Papa, en sefial de lo qual se les da cada dia de Ragion dos
paniotas blancas, dos chamlas, dos folletas de bino y no mas.
Todos los sobredichos Camareros visten de vna misma ma-
nera combiene asauer, sotana de tercianela morada y una Ropa
de saieta morada, bonete v sombrero ; por ragon de estado, estan
obligados atener tres criados y quatro con el Cochero, es asauer
dos lacaios y vn Camarero que aga officio de Maiordomo y de
todo y quando esto no pueda ser alo menos, menos vn lacaio
y un Camarero por lo ordinario suelen dar librea quien puede,
por ser cossa ya de racon puesta, en lo demas dejo aduertido
al discreto letor lo que mejor le paregiere &à.
Por la copia
FéLIX DE RUuJULA.
L'ORDRE DE MALTE RT L'ORDRE DU SAINT-SEPULORE'
Chacun interprète è sa facon les faits historiques et leurs
conséquences; à propos du titre de Maîètre du Saint-Sépulcre que
prend le Grand-Maître de Malte, M. le chev. Bertini a, dans le pre-
mier numéro de la revue, produit des arguments qui, selon lui,
dénialent ce droit. Il m’a paru qu'il était intéressant d’étudier
la question, et J’al apporté des arguments contradictoires. M.
A. Sala est intervenu dans la polémique, et a corroboré mes
assertions. Enfin, M. le comte Boselli, dans le dernier numéro,
a manifesté une opinion opposée.
Je n’eusse pas repris une discussion qui peut devenir fasti-
dieuse pour les lecteurs de la revue, si l’auteur de cet article ne
m’avait mis en cause, et fait dire — inconsciemment je n’en doute
pas — des choses que je n’ai ni dites ni voulu dire. Je me vois
donc obligé de remettre les choses au point; je le ferai le plus
! Per dovere d’imparzialità pubblicheremo tutti gli articoli pro e contro
sulla questione controversa della antichità del S. M. Ord. Geros. del S. Se-
polcro, poichè trattandosi di discussione sopra un argomento interessante per
la storia di quest'ordine illustre, questa polemica non leva affatto il prestigio
di cui meritamente gode attualmente | LA DIREZIONE.
">
Ù
h
"@
a
3
e.
1
ORDINI CAVALLERESCHI 49
brièvement possible, ne m'’attachant qu@aux passages qui m’ont
le plus frappé.
Je n’ai jamais dit ni voulu dire ‘
‘qu'il y avait actuellement
deux ordres du Saint-Sépulcre, , et encore moins que l’Ordre
conféré par le patriarche de Jerusalem “n’était qu'une décora-
tion toute récente crée par le pape Pie IX, , ce qui serait une absur-
dité, tout le monde sachant, et moi comme tout le monde, que
ce Pontife n'a fait que transporter au patriarche de Jérusalem
le pouvoir qu’avait le Père gardien du Saint-Sépulcre de conférer
cette décoration.
J'ai dit seulement que le Grand-Maître de Malte avait le droit
de prendre le titre de Maître de l’Ordre religieux et militaire du
Saint-Sépulcre, et cela de par la bulle d’Innocent VIII qui in-
corpora cet Ordre, hommes et biens, è celui de Saint-Jean de Jé-
rusalem.
Et en effet, M. A. Sala nous apprend qu’en 1491 le Maître
général du Saint-Sépulcre, Baptiste Marini, fut lui-méme incor-
poré à l’Ordre de Saint-Jean. C'est assez concluant.
Voilà le premier point éclairci. Maintenant J'ai dit en effet
textuellement: “ L’Ordre du Saint-Sépulcre, tel qu'il existe actuel-
lement, n'a de commun avec l’ordre religieux et canonial du
Saint-Sépulcre que le nom. , Cela, je le maintiens.
Mon contradicteur m’oppose un passage de la bulle de Pie IX
Cum multa: “ Les expressions employeés en 1868 par le Pape
dans sa bulle, dit-il, sont aussi précises et aussi clalres que pos-
sible, hic namque Ordo, originis antiquitate commendatus, cet Ordre
remarquable par l’antiquité de son origine, c'est donc bien de
l’ancien Ordre qu'il parle. , Le Pape dit que l’Ordre est recom-
mandable par son ancienneté, c'est incontestable, mais il précise
cette ancienneté en ces termes: “ Nous savons par des monu-
ments dignes de foi que dés le quinzième siècle, jam inde a sae-
culo Christiani XV, le Gardien des frères de Saint-Frangois rece-
vait dans l’Ordre équestre du Saint-Sépulcre, par concession
apostolique, des hommes qui avaient bien mérité de la religion. ,,
Ainsi donc, le Pape ne fait pas remonter au delà du quinzième
1 Commentario degli Ordini equestri.
50 ORDINI CAVALLERESCHI
siècle (ce qui est déjà une ancienneté respectable) l’Ordre dont.
il transmet la Grande-Maîtrise au patriarche de Jérusalem. Aussi.
Giaccheri,! après avoir énuméré les versions des divers auteurs
qui font remonter l’Ordre du Saint-Sépulere, les uns à Saint
Simon apòtre, les autres è Constantin-le-Grand, d’autres è Gode-.
froy de Bouillon, d'autres enfin è Alexandre VI, dit très Juste-
.ment: “ En parlant de cet Ordre, nous avons cru devoir rap-
porter les diverses versions des auteurs, mais l’opinion la moins
controversée est celle qui veut que l’Ordre soit sorti de l’aboli-
tion des chanoines qui pendant quatre siècles portèrent le méme.
nom, et dont les biens furent réunis è ceux des chevaliers de
Saint-Jean. Vers la fin du quinzième siècle, le pape Alexandre VI,
voulant exciter les nobles et les riches è visiter les Saints Lieux,
institua un Ordre qui, avec le mèéme nom, devait faire désirer
aux chevaliers d’en obtenir les insignes respecteés. ,,
Revenons maintenant au fait qui a motivé toute cette dis-
cussion, au titre de Maître du Saint-Sépulcre, que prend le Grand-
Maître de Malte. Le principal argument qu'on m’oppose est
celui-ci: “ Lorsque le Pape veut modifier les grades des chevaliers
du Saint-Sépulcre et les diviser en trois classes, le Pape adresse son
bref en 1868 au patriarche de Jérusalem seul, et nullement au Lieu-
tenant du Magistère de Malte dont il ne fait mèéme pas mention,
preuve qu'il le regardait comme en dehors de la question. ,,
Le Grand-Maître de Malte est en effet absolument en dehors
de la question par la très bonne raison qu'il ne nomme pas de.
chevaliers du Saint-Sépulcre, et prend le titre de Maître de l’Ordre
militaire du Saint-Sépulcre ad honorem, comme le roi de Naples
prenait le titre de roi de Jerusalem, et le roi de Sardaigne celui
de roi de Chypre. |
A propos de grades, je m’étonnais de celui de dailli du Saint-
Sépulcre; M. le comte Boselli explique que c'est une appellation
de courtoisie. “ Les baillis du Saint-Sépulcre, dit-il, sont des baillis.
ad honorem qui n’ont point de bailliages, de méme qu'on est com-
mandeur de Saint-Grégoire-le-Grand sans avoir de commanderie. ,,
Il y a toutefois cette différence essentielle que les commandeurs.
de Saint-Grégoire-le-Grand existent, et que les baillis du Saint-
Sépulcre n’existent pas. Le
i
ORDINI CAVALLERESCHI 5I
Puisqu'il ne s’agit là que d’une “ appellation de courtoisie, ,
il n'y a pas lieu d’en parler davantage, mais il est un grade que
Je rencontre fréquemment et qui ne figure pas dans la bulle de
réorganisation de 1868, c'est celui de commandeur avec plaque,
qui correspond à celui de Grand-Officier des Ordres de France,
de Belgique et autres pays. | |
La bulle Cum multa institue trois classes de chevaliers: les
Grand’Croix, qui seuls portent la plaque, les commandeurs qui
portent la croix en sautoir et les simples chevaliers qui la por-
tent è la boutonnière. Y a-t-il donc un bref pontifical qui crée
ce nouveau grade de commandeur avec plaque? Je n’en trouve
mention nulle part.
M. le comte Boselli veut que l’Ordre du Saint- Sedicre solt
militaire; et se base sur ce que dans la bulle de 1868 le Pape
l’appelle Ordo equestris; or, c'est précisément parce qu'il l’appelle
Ordo equestris, et non Ordo militaris, qu'il n’est pas militaire. En
effet, quand le méme Pontife, dans son bref du 28 juillet 1854,
rèéglemente les voeux que doivent prononcer les*chevaliers de
Saint-Jean de Jérusalem, il dit militarem ordinem, et non eques-
trem. Tous les ordres de chevalerie, méme ceux qui sont destinés
exclusivement è récompenser le mérite civil, sont des ordres
équestres, ce ne sont pas des ordres militaires.
M. le comte Boselli prend ensuite è partie l’Ordre de Malte,
qu'il anéantit: “ L'Ordre de Malte lui-méme, dit-il, qui s'appelle
le Souverain Militaire Ordre de Malte, n’est plus depuis plus d’un
siècle, ni souverain, ni militaire, ni de Malte. On peut le cons-
tater sans offenser personne. , Je suis persuadé, en effet, que
personne ne se sentira offensé par cette appréciation. Pour moi,
elle me rappelle la jolie anecdote de l’émigré rentrant eh France
sous le Directoire et qui, sommé par un greffier de décliner son
nom, déclare:
— Comte de Saint-Cyr.
— Il n’y a plus de comtes, dit le greffier.
— Alors, Saint-Cyr.
— Il n’y a plus de saints.
— Mettez donc seulement Cyr.
— Il n'y plus de sires...
52 ORDINI CAVALLERESCHI
“Tordre de Malte, continue M. le comte Boselli, est une as-
sociation de gentilshommes qui possèdent des quartiers, et d’au-
tres ordres sont dans le méme cas. ,, Sans doute, et les quartiers
donnent bien, ce semble, quelque relief è ces Ordres là.
Enfin, M. le comte Boselli dit que l’Ordre de Malte est “ un
Ordre pontifical. , Cette appellation a de quoi surprendre. Il est
certain que le Pape est le chef supréme de tous les anciens Or-
dres de chevalerie, autorisés et confirmés par lui: je ne sache
pas pourtant que l’Ordre Teutonique, les Ordres de Calatrava,
d’Alcantara, de Saint-Jacques-de-l'Épée, etc., aient jamais passé
pour des Ordres pontificaux.
L’Ordre de Malte est, au premier chef, un Ordre souverain
de jure. Dépossédé en 1798, il a vu en 1803 les puissances re-
connaître sa souveraineté en lui rendant Malte par le traité
d’Amiens; la force a primé le droit, mais qui sait ce que réserve
l’avenir? Le Pape le traite en Ordre souverain, en lui donnant une
tribune spéciale dans les cérémonies de Saint-Pierre et de la
Sixtine, dans les Consistoires, etc.
L’Ordre du Saint-Sépulcre, bien qu'il ne soit pas conféré di-
rectement par le Saint-Père, est un Ordre pontifical, et comme
tel éminemment respectable, mais pourquoi veut-on l’identifier
a un Ordre religieux militaire, possédant des biens propres, et
dont il ne reste que le souvenir?
Comte DE TouLGOÈT TRÉANNA.
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ORDINE DI SANTA BRIGIDA, BRIGIANO 0 BRICCIANO
Alcuni scrittori registrano quest’Ordine fra i già esistenti
e reali, e lo attribuiscono ad una regina di Svezia per nome
Brigida. Gli scrittori che sostengono tale opinione asseriscono
essere stato istituito con approvazione di Papa Urbano V nel 1333
e che dal nome di Brigida fu detto Brigiano o, secondo altri,
Bricciano. Dicono che i cavalieri avevano per missione speciale
l'obbligo di combattere gl’infedeli e difendere la religione catto-
lica: avevano altresì quello di dar sepoltura ai morti, di difendere
le vedove, i pupilli, gli orfani, 1 deboli e prestare 1 loro servizi
agl’ infermi negli ospedali. La bandiera del cavalieri aveva da
un lato l’insegna dell'Ordine e dall’altro tre corone reali rap-
presentanti l’arme del regno Goto, cui in quel tempo apparteneva
la Svezia.
Gl'insigniti portavano sul petto una croce ottagona di colore
azzurro, dalla quale pendeva una lingua di fuoco, simbolo della
fede, 0, secondo altri, della carità verso il prossimo.
Quest’ordine per noi è immaginario; infatti niuno degli scrit-
tori della Svezia ne fa menzione, anzi chi lo ricorda, lo nega.
La ragione adunque per non affermare la esistenza dell'Ordine
non deve riporsi nel non averne Urbano V fatta menzione nella
bolla della beatificazione di Santa Brigida, perchè se avesse avuta
esistenza, il Papa ne avrebbe fatto ricordo, come parlò dell’Or-
dine del Salvatore, ma nell’asserzione degli scrittori della Svezia,
che negano la istituzione di esso.
Il Papa non poteva parlarne, nel far cenno dell'Ordine del
Salvatore, perchè quest’ultimo era d’ indole totalmente religiosa;
e però non può accogliersi l’assertiva di coloro i quali, per uscir
d’imbarazzo, affermano che l'Ordine di Santa Brigida fosse il
medesimo del Salvatore, cui attribuiscono perfino uno statuto,
che dicono composto di trentuno articoli.
Del resto ove qualcuno volesse sostenerne l’esistenza, Santa
Brigida fu principessa della casa di Svezia, non mai regina.
CarLo PADIGLIONE.
EX=LIBRIS
EX-LIBRIS DEL CAV. DE LAURÉTAN
E DEL DOGE FRANCESCO LOREDANO
Dobbiamo alla squisita genti-
lezza del ch. dott. Bouland, pre-
sidente della Società francese di
ex-libris al quale presentiamo i
nostri. vivissimi ringraziamenti,
questa riproduzione di un inte-
ressante ex-libris di cui si conosce
un solo esemplare, posseduto dal
signor Pagart d’Hermansart. Non è la prima volta che nell’im-
portante Revue de la Societé francaise de Collectionneurs d'ex-libris
vediamo modelli di ex-libris italiani riprodotti con quella finezza
che è particolare di quella bellissima pubblicazione.
Questo ex-libris consiste nello stemma della famiglia de Lau-
rétan che, come si vede, è identico a quello dei Loredano di
Venezia. Il suo proprietario Pietro de Laurétan era cavaliere
del Monte Carmelo e di San Lazzaro, la cui croce è pendente
sotto lo scudo. Egli fu maggiore di cavalleria nel 1787 e sin-
daco di Saint-Omer e fu vittima della rivoluzione francese per
il suo attaccamento alla causa della monarchia.
Alcuni autori attribuiscono alla casa de Laurétan uno stemma
diverso, ma quello che usava il cav. Pietro fu registrato nel-
l’Armorial général de France (1696) e si trova inciso fra quelli
degli antichi scabini di Bruxelles. La tradizione vuole appunto
che nel 1453 un Loredano, patrizio veneto, abbia emigrato nei
Paesi Bassi. Come questo cognome in latino si scrive Laureta-
nus, sì crede che ciò abbia dato origine alla sua corruzione nella
versione francese.
i Pai EX-LIBRIS 55
Il signor Pagart d’Hermansart citato, ne scrisse la genealogia
che tende a dimostrarne l'origine veneta. I Loredano apparte-
nevano alla più antica nobiltà di Venezia, e in un codice mss.
del 1512! li dice discesi dai Mainardi che signoreggiarono Ber-
tinoro, passati poi a Ferrara, dove furono potenti. Uno di essi
andò in pellegrinaggio a Loreto, poi si stabili a Rialto e mutò
lo stemma che portava le tre mani sinistre appalmate in campo
rosso, con l'arma delle sei rose. Così la cronaca, che soggiunge
che “ se trovarono ess. ascripti nel n° de queli del magior con-
seglio l’ano de Xpo 1020. ,,
A questo proposito ci piace
far conoscere ai nostri lettori
l’inedito ferro che servi per le
legature dei libri del Doge Fran-
cesco Loredano. L’esemplare che
qui riproduciamo è tolto da un
volume del conte Giambattista
Suardi. Nuori istromenti per la
descrizione di diverse curve antiche
e moderne ecc.® (Brescia 1752 Riz-
zardi in f.) e rappresenta .lo
stemma di casa Loredan in una
vaga cornice di stile barocco, tim-
brato dal corno ducale sostenuto
‘da due angioletti ed accostato da due stemmi piccoli parimenti
timbrati dal corno ducale ed alludenti forse ai Dogi di questa
‘antica e storica famiglia. Sl
varca CAMILLO BRUNETTI.
1 Ragguaglio delle famiglie venete, nella biblioteca del Collegio araldico.
_ ® Gentilmente favoritoci dal sig. Antonio Gheno, noto libraio antiquario,
bibliofilo e numismatico di Roma.
LIBRO D’ORO PONTIFICIO
APPUNTI STORICI INTORNO ALLA FAMIGLIA CAJANI
DI GUALDO-TADINO (UMBRIA)
Le tradizioni e le memorie storiche della
famiglia Cajani fanno risalire la sua origine
cer rt a Cajano, antico vocabolo di una porzione
E ARA del territorio di Gualdo-Tadino, da tempo
immemorabile proprietà della famiglia Ca-
Jani, a sinistra della via Flaminia; che un
tempo dovette essere abitato dai profughi
dell’antico Tadinum, municipio romano, di-
strutto nel 998, dall’ Imperatore Ottone III,
in pena di aver seguito il partito del tribuno Crescenzio.
I profughi Tadinati si dispersero parte a destra della Flaminia
nel wald (selva) di Tadino, ove sorge l’attuale Gualdo, e parte a
sinistra nelle sovrastanti colline, una delle quali si distingue
appunto col vocabolo di Ca)ano, e questa è la culla della famiglia
Cajani.
La traccia più remota dei Cajani si ha nell'antico Statuto
comunale di Gualdo del 1413, ove si iegge il nome di Pietro di
Cajano, priore o consigliere comunale del rione e porta San Mar-
tino. In seguito nei pochi libri battesimali che sono rimasti, e
‘che sono conservati nell'archivio comunale, si leggono moltissimi
nomi di Cajani dal 1533 in poi. Ma la continuata genealogia di
questa famiglia come da autentico albero genealogico che abbiamo
sott'occhi comincia con Vincenzo nel 1583. pad
La famiglia Cajani ascritta al patriziato di Assisi, a quello
di Cagli, alla nobiltà di Gualdo Tadino e a quella di Nocera Umbra,
gode a Gualdo Tadino di molta reputazione. Durante il governo
APPUNTI STORICI INTORNO ALLA FAMIGLIA CAJANI 57
Pontificio molti de’ suoi si distinsero per dottrina, per meriti sin-
golari, e per le elevate cariche occupate.
Dal matrimonio di Bernardino (1735) con Rambotti Maria,
nacquero due figli: Domenico (1769) e Lorenzo (1774), i quali com-
pierono gli studi alla Sapienza di Roma, riportando il primo la
laurea in filosofia e lettere, il secondo in giurisprudenza.
Domenico volle abbracciare il sacerdozio e coprì con onore
varie cariche ecclesiastiche. Fu professore emerito di filosofia per
lungo tempo nel venerabile Seminario di Assisi, e quivi tanto si
distinse che quella civica rappresentanza volle iscriver lui, il fra-
tello Lorenzo e discendenti, nell'Albo dei patrizi assisiani. Un
busto in marmo del prof. D. Domenico Cajani sta a perpetuarne
la memoria nella Chiesa parrocchiale di San Donato in Gualdo-
Tadino, di cui egli fu abbate commendatario.
Lorenzo Cajani, ebbe in isposa Clementina Fontana di Assisi,
stretta congiunta dal celebre barnabita cardinale Francesco Luigi
Fontana, e prese molta parte nelle vicende politiche, che accom-
pagnarono la travagliata esistenza del Pontefice Pio VII. Dei
figli di Lorenzo Cajani meritano particolare menzione mons. Boni-
facio (1800) primogenito, vescovo di Cagli e Pergola, che fu mo-
dello raro di virtù e carità cristiana, quanto di sapienza. Egli
rinunziò alla promozione di arcivescovo a Macerata, per non
lasciare la sua diocesi, e prese parte al Concilio, in cui fu defi-
nito il dogma della Immacolata Concezione. Onde il suo nome,
insieme a quelli di altri vescovi e cardinali si legge inciso nel
«marmo nelle basiliche di San Pietro e di San Paolo in Roma.
Cagli volle decorarlo conferendogli la nobiltà, con estensione ai
suoi fratelli e discendenti, e gli diede onorata sepoltura. Altro
personaggio insigne e dottissimo in specie nelle discipline giu-
ridiche fu l'avvocato mons. Antonio Cajani, uditore della Sacra
rota romana. Le decisioni coram Cajani sono reputatissime. Mori
in sul punto di ricevere la porpora cardinalizia da Pio IX.
Attualmente la famiglia Cajani è rappresentata dai fratelli
cav. Francesco sposo di Elvira Fioravanti e padre di Raffaele
e di Carlo; avv. Vincenzo sposo di Argia Fioravanti e padre di
Odda e Guglielmina; e capitano Bonifazio, i quali mantengono
alto ed onorato il nome che portano. UGo ORLANDINI.
{ delsecolo x1v, perchè nelle storie di Pavia
| si trova cenno di un Pippus de Gandulphis
i compreso nella lista di alcuni primari cit-
| tadini pavesi di parte guelfa, che coi Lan-
i gosco alleati del re Roberto ‘di Napoli,
] contro Arrigo VII e Matteo Visconti di
sy lui vicario, furono d’ordine di Arrigo con-
e gt dannati al Hagio capitale ed alla confisca
de’ loro iii 14 Vs 1313. Più tardi Andrea de Gandulphis
‘q.® Michele (rogito del notaio Giovanni Clerici, 4 febbraio 1406)
abitava sotto la parrocchia di San Marino nella cui giurisdizione
fece acquisti di molte case “cum vari edifici adnexi. , Da un Ruf-
fino vivente anch'esso nel xv secolo discende la famiglia attuale.
Da costui un Gandulpho (1479) padre di Francesco, dal quale un
Ruffenino, quindi il mag.°"5 eques Joes Antonius, nob.!®Us 1). Fran-
ciscus et nob.®us Luchinus fratelli indicati in atti dei notai Ago-
stino de Pregalis et Zanino da Caverzate. Costoro ediloro discen-
denti si imparentarono con le più cospicue famiglie di Pavia e
dintorni, quali i Torresani, imarchesi Berzio, i Marchesi Pecorara,
i conti Crivelli, i marchesi Beccaria, i conti d’Albonese, i conti
Priora, gli Albonico e molte altre.
Istituirono diverse opere pie e l’Orfanotrofio femminile Gan-
dolfi in Dorno, per atto 8 marzo 1882.
È rappresentata dai nobili fratelli Ermanno e Ferruccio Ales-
sandro figli delcav. Francesco consigliere di Corte d'appello ({ 1899)
‘e della nobil donna Erminia de Albonico.
Ottennero dal Pontefice Pio VI il privilegio di far IO
la Santa Messa negli oratori privati in città e in villa. Ebbero
il giuspatronato della cappella di San Gioacchino in San Pietro
in Vincoli nella quale erano le loro tombe; e nella chiesa di Santa
Maria Assunta di Pietra. Pietro Torri.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
HENRY DE LAGUERENNE, Les Hugueteau. Saint-Amand, 1904, Pivoteau, in-8°,
Breve ma documentata ed esattissima genealogia di una antica fami-
glia oriunda da Saint-Jean-d’Angely la cui filiazione risale al 1329. Pos-
sedette vari feudi e s'imparentò con famiglie di buona nobiltà. Si divise
nei seguenti rami: i signori di Maurepas estinti nel xvi: secolo; i signori
di Brizaud e di Challier da cui l'ammiraglio Huguetot de Challier morto
nel 1881; i signori di Gaultret e di Saint-Gouard estinti nel 1891 e i signori
della Pivardière anch’essi estinti nel 1735. Gli Huguetot si distinsero spe-
cialmente a Nyort dove Giovanni sire di Maurepas nel 1558 era sindaco
e capitano della città. Parecchi membri di questa famiglia furono avvo-
cati al Parlamento di Parigi, scabini, consiglieri del re, ecc. Il lavoro è
condotto con precisione e le frequenti citazioni di documenti lo rendono
pregevole.
Henri Tausin, Notice historique sur Bardo dei Bardi Magalotti, lieutenant gé-
néral des armées du Roi. Paris, 1903, Lechevallier, in-40.
Studio intorno ad un valoroso ufficiale italiano che si distinse sotto
Luigi XIV re di Francia, nelle guerre dei suoi tempi, prendendo parte a
3 battaglie e a 24 assedi e divenne luogotenente generale delle armate del
re e governatore di Valenciennes, colonnello del reggimento reale italiano
‘ da lui organizzato. Bardo de’ Bardi era figlio di Vincenzo nobile fiorentino
e di Paola Magalotti e fu chiamato in Francia da suo zio materno Pietro
Magalotti mastro di campo nella cavalleria francese.
Assunse il-cognome dello zio, già reso illustre da questi, e fu cono-
sciuto in Francia quasi esclusivamente col cognome Magalotti. Egli usava
anche lo stemma inquartato dei Bardi e dei Magalotti come si vede in
uno scudo di pietra che fu trovato a Thénells e che era situato certamente
sopra la porta del castello di Villers-le-Vert, signoria che appartenne a
Bardo. —
Il volume non è soltanto interessante per le notizie e per i documenti
importanti per la storia di quell'epoca, ma anche per le memorie genealo-
giche che contiene ed è assai ricco di fac-simili, ritratti, vignette, stemmi, ecc.
È corredato anche da una riproduzione di un’antica tavola genealogica di
16 quarti che dimostra la derivazione di Bardo de’ Bardi dai Paganelli,
DATI RIE EA AO I
Mii
%
60 NOTE BIBLIOGRAFICHE
Serristori, Antinori, Acciaiuoli, Aldobrandini, Altoviti, Landi, ecc., tutti di
primaria nobiltà. °
L’A., noto per altre pubblicazioni storiche e genealogiche, ha, reso un
servizio alla storia biografica di Firenze raccogliendo notizie e documenti
tratti da pubblici archivi riguardanti un illustre fiorentino che acquistò
rinomanza all’estero.
PauL PELLOT, La descendance des familles Piercot d’ Atancourt et Billain. Paris,
1903 (Revue des questions héraldiques).
Raccolta di rogiti notarili riguardanti tre antiche famiglie del Baliaggio
di Fismes innestate fra loro per successione. I Piercot si estinsero negli
Abancourt. Da queste famiglie uscirono vari consiglieri del re, avvocati al
Parlamento, ecc. Il lavoro è fatto con l’accuratezza che distingue gli scritti
del chiaro A.
PauL PeLLOT, Bail des droits de Saint-Julien des ménétriers sur les musiciens
du bailliage de Vermandois. Sédan, 1903, Laroche, in-8°.
Dotta illustrazione di un documento del 1620 riguardante l’ospedale e
confraternita di Saint-Julien e le prerogative di questo sulla corporazione
dei musicisti del baliaggio di Vermandois.
Conte GiusePPE NasaLLi Rocca, Il Biondo da Forlì in Piacenza. Piacenza,
1904, Solari, in-32°.
L’A. prende argomento da un passaggio dell’Italia illustrata di Flavio
Biondi per provare quello che molti avevano messo in dubbio, che, cioè per
circa un anno rimasero a Piacenza soltanto 3 persone perchè il duca Fi-
lippo M. Visconti fece vuotare in due giorni la città (anno 1417). Questo
fatto tanto straordinario aveva lasciato perplessi gli storici e la moderna
critica sempre dubbiosa pretendeva distruggere tale tradizione per insuffi-
cienza di testimonianze. Ma il Biondi riferisce appunto che dopo gli otto
saccheggi a cui fu soggetta Piacenza rimase in tale abbandono che io (il
Biondi) camminandola tutta non vi trovai altro huomo habitatore che un solo
che vi faceva hosteria.
L’A., infaticabile illustratore delle cose piacentine, ha pubblicato in-
sieme a queste anche altre memorie su le chiese di Santa Chiara e dei
Santi Faustino e Giovita, inserite nell’Indicatore ecclesiastico piacentino e
che recano un interessante contributo alla storia di quell’antica città.
F. TrIsoLatI E G. pi CroLLaLanza, Grammatica araldica. — 4% ed. Manuale
Hoepli, Milano 1904. In-82.
La prima edizione di questo lavoro del compianto cav. Tribolati ebbe
grande diffusione perchè utile a chi all’oscuro affatto di araldica, può sfo-
gliandone le brevi pagine, acquistare una superficiale cognizione di questa
scienza. Lodiamo quindi il pensiero dell’editore comm. Hoepli che ha voluto
farne la ristampa per la quarta volta, con dotta introduzione del chiaris-
"rr. er Nur eee
RA I) Ven
NOTE BIBLIOGRAFICHE 61
simo cav. Goffredo di Crollalanza. Soltanto avremmo desiderato che fosse
stato messo in disparte tutto quanto non ha attinenza col blasone italiano
perchè trattandosi di una grammatica ad uso degli italiani gli esempi presi
da stemmi esteri con figure esotiche e mai usate negli stemmi italiani, le
divise ed i gridi di guerra di famiglie francesi e tedesche potrebbero dare
agli stranieri una magra idea del blasone italiano, che non trova esempi
in casa propria e li cerca in quella degli altri. Così troviamo ripetute certe
deficienze che pur notammo nelle precedenti edizioni come quanto riguarda
i cappelli prelatizi che sono rimasti nella penna, poichè l’A. attribuisce il
cappello soltanto ai cardinali ed agli arcivescovi.
In quanto alle corone sono completamente dimenticate quelle che sono
usate dalla maggioranza della nobiltà, mettendo solo quelle modificate a
capriccio degli araldisti ufficiali di quest’ultimo ventennio. Il volume è illu-
strato da molte incisioni che lasciano a desiderare per le forme non troppo
araldiche. Con questo però non neghiamo l’utilità del lavoro poichè non
essendovi altro prontuario più esatto e corretto di questo, è monoculum in
terra coeeorum.
FoscARINI AMILCARE, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feu-
datarie di Terra d'Otranto Lecce, 1903, in-8° con tav. geneal.
È da augurare ad ogni regione d’Italia un cultore delle cose patrie
che come il Foscarini, raccolga con amore le memorie e gli stemmi delle
famiglie illustri, estinte e fiorenti, così finalmente si avrebbe la storia com-
pleta ed esatta del patriziato italiano.
Il lavoro del Foscarini abbraccia una vasta regione. È redatto con
sana critica, contiene tavole genealogiche delle più illustri famiglie e no-
tizie di altre che non figurano affatto negli armoriali alle stampe.
Un indice dei feudi completa questo lavoro dotto ed interessante per
il quale va data meritata lode al suo nobile autore.
Abbé ALrrED CHEvALLIER, Notes sur le village de Montbré (nell’Annuaire de
la Marne, de lAisne et des Ardennes. Reims, 1904, Maton, in-8°).
Cronaca dal 1657 al 1900 dei fatti più rimarchevoli del villaggio di
Montbré. Contiene un albero genealogico della famiglia Coquebert signori
di Montbré.
H. ViIncENT, Auteville et ses derniers possesseurs (nello stesso Annuaire de la
Marne, ecc.).
Passa in rivista i diversi proprietari della terra di Auteville che fu pos-
seduta dapprima dalla famiglia de Singly poi dalla famiglia Liégeois. Inte-
ressante il sigillo M. de Singly avvocato al Parlamento (1776) consistente
in 83 cinghiali d’oro in campo rosso, capo d’azzurro a tre stelle d’argento.
Tenenti: due donne, una di essa con elmo in testa. Corona a 5 perle. Sotto
lo scudo 8 teste di profilo, una barbuta, una di donna e una di giovane
guerriero con elmo in testa. Ci sfugge la simbolica di questa impresa.
ì
62 NOTE BIBLIOGRAFICHE
PorrieR JuLES, Procès et execution de la municipalité de Sédan sous la terreur
nello stesso Annuaire de la Marne, etc.).
Interessantissima memoria delle diverse fasi della rivoluzione francese
nel municipio di Sédan e del processo fatto agli ufficiali municipali ed agli
amministratori del dipartimento delle Ardenne tradotti alla barra dell’as-
semblea nazionale, che ebbe fine con l’esecuzione capitale di 27 cittadini
e lasciò nel lutto 76 orfani. Il signor Poirier con nobile e patriottico pensiero
propone di perpetuare sul marmo il ricordo di queste vittime di tristi giorni.
LAURENT Gustave, Reims dà la veille de la révolution (nello stesso Annuaire
de la Marne, ecc.).
Studio sulle istituzioni e sugli uomini di Reims nel momento in cui
la rivoluzione francese venne a turbare la pace di quella tranquilla re-
gione con una pioggia di sangue. L'articolo è illustrato da bei ritratti ri-
cavati da stampe dell’epoca.
P. G., Nobiliaire de l’election d’Epernay (nello stesso Annuaire de la Marne, ecc.).
Elenco di 111 famiglie nobili d’Epernay estratto dalla raccolta mano-
scritta di Bertin du Rocheret conservata nella biblioteca pubblica d’Epernay.
Ci duole che l'A. non abbia descritto gli stemmi di queste famiglie.
AL. BauDon et PauL PELLOT, La vallée de la Retourne (Ardennes) nello stesso
Annuaire de la Marne, ecc.).
Gli A. descrivono i due villaggi di Juniville e di Alincourt che offrono,
specialmente il primo, molto interesse per gli archeologi, per gli scavi che
misero in luce diversi oggetti dell’epoca dei Galli. Riportano vari antichi
documenti nei quali sono ricordati questi due villaggi che fecero parte del
dominio degli antichi conti di Rethel.
H. R. Hrort-LORENZEN og A. Thiset. Dansmarks Adels Aaberg. Kjobenhavn, 1904,
Vilk. Tryder, in 32° (XXI annata).
Con crescente interesse vede la luce questo dotto annuario che dirige
il chiar. H. R. Hiort-Lorenzen consigliere di stato di S. M. il Re di Dani-
marca con la erudita collaborazione del sig. A. Thiset. Contiene nuove fa-
miglie della nobiltà Danese alcune delle quali di origine estera.
Le tavole di stemmi delle famiglie von Lente, Mormand, Meinstorf,
Van Mehlen, Marsvin, Mund, Mule, Movat, Urne etc. sono riuscitissime come
pure le splendide fototipie dei ritratti di parecchi membri delle illustri fa
miglie Urne, Selby, Meltke, Lente, etc.; i sepolcri di Poulhuitfeldt Til Sned-
strup e di Margrethe Breide; di ia Grubbe Til PI REEAD e di Mette UI-
feld etc., sono eseguiti con rara maestria.
Questo annuario contiene lo stato personale di molte famiglie della no-
biltà di Danimarca la quale per antichità, privilegi feudali, illustri alleanza
e copia di uomini di merito distinto non cede a quella delle altre nazioni
di Europa.
Il volume è rilegato elegantemente in tela rossa con vaghi ornamenti
dorati.
i ed e e —
QUESITI ARALDICI
RISPOSTE.
(Vedi numeri antecedenti anno 1908).
24° (Barone Livio Carranza). Nel prossimo fascicolo pubblicheremo un
interessante articolo dell’illustre marchese di Valle Ameno, cattedratico della
Università di Zaragoza, sopra i cavalieri spagnuoli che presero parte alla
celebre battaglia di Baeza.
26° (George Ferris). L'ordine del Tempio venne soppresso il 22 maggio 1812
ma un certo numero di cavalieri si sottrasse agli effetti della soppressione.
Il gran Maestro prima del suo arresto designò a succedergli Giovanni Marco
di Larmeny il quale poco dopo il supplizio dei cavalieri si occupò della
ricostituzione dell’Ordine il 13 febbraio 1824 e gli diede nuovi statuti con-
servati fino a questi ultimi tempi. Nel 1811 il gran maestro Fabri Palaprat
fu soggetto ad un processo. Nel 1841 esistevano ancora cavalieri templari
in Francia ed in Inghilterra, e nel 1863 se ne hanno traccie nel Belgio ed
in Spagna. Si crede che si perpetui ancora in Inghilterra ma unito alle sètte
segrete. E. MARCHETTI.
30° Il marchesato di San Lauro in Calabria appartenne alla famiglia
Ardias che ne fu investita nel 1668.
DOMANDE.
34° Dans une note concernant l’ordre des Quatre Empereurs et du Lion
d’Bolstein-Limburg on affirme que cet ordre en 1873 existait encore mais
que ses membres dispersés en Allemagne en en France cherchaient è le
reconstituer. Existe-t-il encore des chevaliers de cet ordre? Bien entendu des
chevaliers qui n’ayent pas été crées par le soi-disant Grande maître Alexandre
de Gonzague-Mantone?
35° Come furono fatte osservazioni al mio articolo sui Cappelletti e Mon-
tecchi ( Rivista del collegio araldico, maggio 1903) desidero sapere quali docu-
menti provino che non esisteva a Verona la famiglia Cappelletti di cui diede
l’albero il canonico Carlo Carinelli. Cav. G. LEONI.
CRONACA
Nomine. — Sua Eccellenza Revma mons. Gennaro Granito Pignatelli
dei principi di Belmonte, arcivescovo di Nicodemia, già Nunzio apostolico
a Bruxelles, è stato promosso alla Nunziatura di Vienna.
— S E. Rev.ma Mons. Giuseppe Macchi arcivescovo di Tessalonica già
internunzio nel Brasile è passato alla nunziatura di Lisbona.
— S. E. Rev.ma Mons. Carlo Caputo arcivescovo di Nicomedia è stato
nominato Nunzio apostolico a Monaco di Baviera.
Onorificenze. — Il presidente del nostro Collegio Araldico, per vene-
rato incarico del Santo Padre Pio X, rimetteva al nostro chiar. collega
do SAR
J
64 CRONACA Li
prof. Francesco Franceschetti di Este un prezioso autografo motu proprio
in data 24 dicembre 1903 col quale la Santità di N. S. si è degnata fregiare
della nobiltà trasmissibile il detto prof. Franceschetti, concedendogli di aggiun-
gere all’antico stemma di sua famiglia, la stella dello stemma: pontificio
come cimiero sopra la corona nobiliare. Vivissime congratulazioni.
— Il nob. cav. Adriano Aloisi Masella nipote del defunto Em. Cardi-
nale, è stato insignito dal Santo Padre del titolo ereditario di conte, mentre -
i suoi fratelli e zii paterni vennero autorizzati a intitolarsi dei conti Aloisi
Masella.
— Il conte cav. Lorenzo Salazar de Sarsfield distinto cultore dei nostri
studi, è stato nominato Maestro di cerimonie della Reale Arciconfraternita dei
nobili spagnuoli in San Giacomo di Napoli nell’atto in cui venivano eletti.
governatori della medesima, il principe di Migliano Vargas Macciucca, il
conte Piromallo e il principe di Caposele. % |
— Ordine Piano: Sua Santità si è degnato conferire la Gran Croce del-
l'Ordine Piano al sig. Principe di Palestrina D. Luigi Barberini Colonna
(già Sacchetti). Si è degnato inoltre di conferire la croce di cavaliere del
medesimo ordine al sig. capitano Pagliari.
— Ordine di San Gregorio Magno (classe militare): Il sig. Antonio Gine-
stretti, già ufficiale pontificio, è stato insignito della croce di cavaliere.
— Ordine aurato di San Silvestro: I sigg. Francesco Schroeder e Scipione
Cortini sono stati decorati della croce di cavaliere.
— Ordine del Santo Sepolcro: L'Eccmo conte de Castellano di Zaragoza
è stato nominato cavaliere. Il 21 corrente ebbe luogo la vestizione del nuovo
cavaliere della Chiesa dei cavalieri del Santo Sepolcro in Madrid; il 23 cor-
rente ha assistito con gli altri cavalieri ai baciamani in occasione dell’ono-
mastico di S. M. il re D. Alfonso XIII
Il sig. Barone Paolo de Mathies Cameriere segreto di spada e cappa
di Sua Santità. è stato nominato commendatore con placca. Rallegramenti.
Della nobile famiglia Mathies abbiamo già parlato nel fascicolo di
dicembre 1903. Il barone Paolo è cugino del capo attuale della famiglia
Carlo II, figlio di Carlo e nipote del Barone Luigi Federico Mathies. Con
data 11 corrente mese, Carlo II Mathies venne eletto senacore a vita della
repubblica di Hamburgo.
: — Croce pro Ecclesia et Pontifice: Concessa al sig. Michele Guidobaldi.
Necrologio. — Il nostro Collegio Araldico ha perduto uno dei suoi più
zelanti membri nella persona del conte Gastone de Maigret Cameriere segreto
di spada e cappa di Sua Santità Leone XIII, nell’ancor fresca età di 53 anni.
Alla nobile vedova nata Chandon de Briailles, ai figli conti Giuseppe, Ghi-
slain, Guglielmo, Bruno e Ivan, e alla figlia duchessa di Abrantés le nostre
più vive condoglianze. |
— Il 16 corrente si spegneva a Roma una nobilissima esistenza, il duca
di San Martino di Montalbo D. Stefano San Martino Ramondetto. Con lui
sparisce uno di quei gentiluomini di vecchio stampo fedeli al principe nella
prospera e nell’avversa sorte. Nessuno infatti più del duca di San Martino
è stato esempio di costante ed inalterato attaccamento alla Persona del
suo sovrano, alla cui causa dedicò tutta la sua vita meritando la stima
degli stessi avversari. La Real Casa di Napoli, perde un servitore devoto,
affezionato e fedele a tutta prova; il patriziato cattolico uno dei suoi Membri
più distinti rappresentante di una delle storiche famiglie della Sicilia. Anche
il nostro Collegio Araldico deplorala perdita di un suo benemerito Membro
onorario. Il duca di San Martino era nato a Palermo nel 1827; fu ministro
plenipotenziario del re Ferdinando II, quindi del re Francesco II a Madrid
e a Roma dove anche attualmente rappresentava l’Augusto Signore il conte
di Caserta. Era cavaliere del supremo Ordine di San Gennaro e gran croce
di molti altri ordini.
Cai
Roma — Tin. dell’Unione Cooperativa Fditrica. Via di Porta Salaria, 23-4.
DEL GOVERNI DI DIRITTO B DI PATTO B DEL PATRIOTTISMO
Soglionsi dire legittimi i governi che riconoscono la loro ori-
gine da vicende storiche non lesive di precedenti diritti che
sieno veramente tali. Se un governo di solo fatto può essere
legàle, non ne viene che sia legittimo, ma può divenirlo con .
l’usucapione o con la rinunzia aperta del signore legittimo o dei
suoi eredi; le proteste tacite od espresse dei quali mantengon
vivo il diritto e finchè queste non cessano, il governo legale
resta di puro fatto. I legittimi sovrani non ebbero da Dio sol-
tanto un diritto sui popoli, ma hanno il dovere soprattutto di
procurare ai soggetti loro affidati la terrena felicità e più ancora
di agevolare ad essi la via della virtù che è scala alla eterna
beatitudine. È su ciò che si fonda la giusta pretesa dei principi.
Le forme politiche di reggimento per sè possono esser tutte
buone, quando sieno confacenti al vantaggio d’un dato popolo,
ma quelle che sono state introdotte dalla rivoluzione e dal li
beralismo e sono impregnate del loro spirito, oltre che più dif-
ficilmente possono raggiungere una condizione di pacifico pos-
sesso sanatorio della radicale ingiustizia e creatore di una quasi
legittimità, molto facilmente rimangono istrumento di politica
‘e morale corruzione. Si devono rispettare i governi di fatto
finchè quegli che ha il diritto e il dovere di procacciare il bene
morale e materiale de’ sudditi si presenti accinto di quella forza
e di quelle circostanze che valgano a render utile, fecondo e
non temerario un sagrifizio da parte dei fedeli. Il primo impero
napoleonico fu governo di fatto; e poi, a tempo debito, piacque
a Dio che la giustizia trionfasse. La Chiesa, ancorchè conculcata
dal Cesare corso, non bandì la crociata contro di lui; e chi
ne teneva il governo dovette accostarglisi pel bene delle anime,
ma la dottrina della Chiesa rimase e rimarrà sempre quella che
5
66 DEI GOVERNI DI DIRITTO E DI FATTO E DEL PATRIOTTISMO
insegna essere da darsi a ciascuno il suo ed essere peccato l’u-
surpazione.
L'indifferenza di fronte al giusto diritto non è ammissibile.
La giustizia politica è un’applicazione della morale ne’ fatti
pubblici ed è assoluta così che non si può essere duoni politici
se non si è onesti uomini e la ingiustizia non cangia nome se
applicata alle cose di Stato.
Lo Stato, nel concetto cristiano, non ha soltanto un fine ter-
reno, ma ha soprattutto il fine celeste; pertanto peccare per
ottenere politici vantaggi è contrario agl’ insegnamenti di Cristo
che vuole puri i cuori dei singoli membri di un consorzio qual-
siasi. Il pagano dava alla polis quell’importanza fittizia che non
ha, mentre Iddio domanda conto prima di tutto alle singole
coscienze dell'adempimento de’ suoi precetti e poi, pel principio
della riversibilità del bene e del male, giudica anche le nazioni.
Però ogni podestà vien da Dio; e anche i governi di puro fatto,
solo perchè salvano da mali peggiori, si hanno da rispettare.
Lecito è resistere all’usurpatore più a lungo che si possa,
anzi è eroico; ma quando il tiranno è stabilito conviene obbe-
dirgli; però nel caso di conflitto fra il giusto pretendente e il
malo possessore, vuolsi aiutare il primo, potendosi, con l’armi,
e sempre con le preghiere. Amare l'ingiustizia politica per fini
specialmente terreni, è abbominevole. La conquista può essere
fonte di legittimo dominio se procedente da guerra combattuta
con giustizia da parte del vincitore, e se questa anche fosse
stata ingiusta, un trattato può sanare la conquista illecita, salvo
ciò che poi può nascere nelle vicende politiche, giacchè a tale
punto si ricordi che la ragione e il torto fra le nazioni non si
distinguono sempre nettamente per la complicazione de’ rapporti
e la mancanza di giudici.
L'’arbitrio e la politica volpina sono riprovevoli nella forma-
zione degli Stati, ma molto peggio è il principio rivoluzionario
perchè dissolvente e condannevole è la formazione di Stati in
forza del pregiudizio anticristiano della sovranità popolare con-
dannato dal Sillabo, al quale devono piegarsi tutte le coscienze
che non sieno infette del liberalismo, eresia moderna. Se un so-
vrano però rinunzia alla signoria d’un paese, forzato dalla guerra,
DEI GOVERNI DI DIRITTO E DI FATTO E DEL PATRIOTTISMO 67
potrà rimpiangersi il suo giusto governo, ma si dovrà obbedire
al nuovo signore finchè non comandi il peccato. Mostrarsi grati
e pronti e veramente affettuosi verso l’altro se torna.
Omogeneità nazionale, che spesso è solo identità di lingua
letteraria, non coinvolge punto l'obbligo di mutare le basi della
politica per fare un solo Stato di molti, o di staccare porzioni
di territorio da un paese polidiomatico.
Base dei governi e delle patrie è la legittima signoria.
Così è falsa la teoria che rigetta in ogni caso il governo
straniero. Se è un'occupazione accompagnata da balzelli arbi-
trari e da mali trattamenti è un governo cattivo perchè ordi-
nato al vantaggio unico dei dominanti, con divieto ai nazionali
delle patrie magistrature, ma quando un governo è voluto, seb-
bene straniero, dall’ Europa, è paterno e protettore dell’ordine,
esso è benefico e legittimo e spiegabile con le vicende storiche.
Non è mai straniero poi un governo per essere il principe stra-
niero; ed è sempre nazionale un principe (suzerain) superior
signore dei dominanti locali o loro protettore in forza di trat-
tati. Chi ama la giustizia e il vero ordine e lo vuole conservato
coi mezzi designati dall’ Europa e dai trattati, e soprattutto
pensa alla salvaguardia della religione e delle tradizioni è il vero
patriota.
Per patria s'intende la terra nativa e la gente che in essa
vive. Dalle tombe degli avi, dagli altari davanti ai quali pre-
ghiamo, dalle tradizioni di famiglia parla la voce della patria.
I più vicini per sangue, linguaggio e consuetudini sono i nostri
compatrioti. Le dolci memorie, la somma dei benefizi che un
paese largisce ai suoi figli, la somma dei sagrifici che il paese
esige per mantenere la propria funzione benefica e il proprio
mandato storico, la legge come prodotto organico d’un popolo,
la comune sudditanza a un governo legittimo sono gli elementi
costitutivi dell'idea di patria, gli uni essenziali, gli altri meno.
Diverso alquanto e invece simile a quello dei liberali era il con-
cetto che della patria avevano i pagani, i quali immolavano al
Moloch della statulatria non curanti dell'individuo e della sua
coscienza.
Così, non parricidi, ma eroi e martiri della religione e della
68 DEI GOVERNI DI DIRITTO E DI FATTO E DEL PATRIOTTISMO
patria furono gli emigrati gentiluomini di Francia che presero
le armi contro la rivoluzione e quindi contro i ribelli loro con-
cittadini. Del pari Rahab nel capo II e nel VI del libro di Giosuè
è lodata dallo Spirito Santo; e così quell'uomo che insegnò agli
israeliti la strada per prendere Luza Bethel (vol. 24 e 25, cap. I,
Giudici) fu degno d’encomio. Infatti questi volevano il vero bene
del loro paese e che servisse al Signore, il servigio del quale
deve andare innanzi a tutti gli umani riguardi, ora come un
tempo.
Gesù ha eziandio insegnato che la patria può essere d’ele-
zione col prediligere Cafarnaro.
Il vero concetto e sano della patria nulla ha di contrario
pertanto al principio di legittimità, anzi è la cosa stessa; gli
altri che si dicono patriotti e son contrari alla giustizia politica, .
hanno della patria il concetto pagano e materialista di chi non
si cura della vera patria, di quella cioè de’ cieli.
Dal fin qui detto chiaro emerge che la legittimità in UTI
è la cosa stessa che il cristianesimo applicato alla giustizia po-
litica; ma, come l’amor di patria è cosa naturale a tutti, ma
siffatto che ognuno avendo una propria patria può riconoscere
che le varie patrie hanno talora interessi disparati ed opposti,
così la legittimità dinastica può presentare opposte tendenze,
nei vari paesi e presso le varie case sovrane. Pertanto, per aver
la giustizia assoluta e serena, la giustizia non contingente, bi-
sogna far capo a quella che emana direttamente da Dio, cioè
a quella del Pontificato che dopo la devoluzione in esso del
5. R. Impero, è l'amministratore supremo delle giustizie tempo-
rali al pari che delle eterne. Non è pertanto concepibile una
intiera ed assoluta legittimità che col beneplacito espresso e tacito
della Santa Sede, da non confondersi con l’acquiescenza richiesta
dalla necessità, con gli ordinamenti di solo fatto, come nel caso.
dei Papi e dei napoleonidi, ove si venne a un accordo per amor
della salute delle anime. Voglio dire pertanto che assoluta e non
contingente giustizia è quella di Pietro, le altre son contingenti,
non in astratto, ma in concreto e talora non facili a determi-
narsi senza l’arbitrato della Santa Sede, la quale tuttavia non
suole ai dì nostri pronunziarsi sulle differenze dinastiche, per
DEI GOVERNI DI DIRITTO E DI FATTO E DEL PATRIOTTISMO 69
ragioni facili ad intendersi, ma è custode dei generali principî. Di
modo che se uno non può esser veramente cattolico, se non è
legittimista in astratto, può in concreto esser cattolico del pari
un carlista e un alfonsista, uno che riconosce gli hannoveresi
in Inghilterra ed uno che è fido all’eredità degli Stuardi; ma
un liberale, mai.
Ma in alcuni paesi la cosa è d’una chiarezza tagliente: uno
non può essere cosciente cattolico se non riconosce che le vec-
chie dinastie d’Italia erano nel loro pieno diritto e ingiustamente
ne furono spogliate, se non ammette che il loro diritto viva,
tanto più che vede ch’esse furono tutte spogliate per addivenire
poi alla spogliazione del Papa nel temporale e, pare impossi-
bile, nello spirituale.
Non gli eventi delle guerre, ma il semplice principio della
condannata sovranità popolare e del liberalismo estrinsecato nei
plebisciti fu il movente e il mezzo dell’eversione; onde è natu-
rale che le ragioni contingenti de’ principî qui s’accordino con
la ragione imprescrittibile di Pietro, perchè solo i principati
formavano, secondo la natura del paese e la varietà delle genti
e delle tendenze, il più solido baluardo allo Stato papale pel
quale sarà sempre pericoloso un troppo forte vicino. Quindi bor-
bonici a Napoli e a Parma, sabaudi, non sabaudisti, a Torino,
lorenesi in Toscana, austro-estensi a Modena devono essere quelli
che vogliono seriamente esser papali a Roma, a Ferrara, a Bo-
logna, nelle Marche, nell'Umbria. Ma v'è chi dice che così si
distraggano le forze in cause non assolutamente necessarie a
scapito di quell’una che è necessaria assolutamente. Questa accusa
è infondata! Sarebbe fondata se i principi spodestati pretendessero
un’agitazione continua. No, basta credere alla sopravvivenza del
loro diritto: quanto ai principi che non sono spodestati, questi
si convertano e vivano con leggi cristiane al paese che la storia
e i trattati loro hanno assegnato. Tutti i principi hanno dal
1815 imparato che solo nella piena libertà della Chiesa all’in-
terno e all’esterno è da porre fidanza e che, in caso di restau-
razione, fin l’ombra del regalismo e del febronianismo deve spa-
rire; anzi da questi mali unicamente devono aver riconosciuta
la propria rovina e federatisi devono pensare a salvaguardare
(0 DEI GOVERNI DI DIRITTO E DI FATTO E DEL PATRIOTTISMO
il dominio pontificio e all’interno promuovere ogni virtù pub-
blica e privata.
Ma ogni restaurazione politica sarebbe vana senza la restau-
razione morale, intellettuale, cristiana insomma e senza la resti-
tuzione della società sulle sue assise naturali. Ora, ad ottenere
questo, è soprattutto necessario ed eminentemente patriottico,
oltre che religiosamente doveroso, obbedire al Papa che ci vieta
le urne politiche, perchè è solo con questo mezzo che si paralizza
la vita dell'organismo purulento attuale che è come interdetto,
e si preparano le forze integre per l'avvenire; inoltre, sempre
legalmente, conviene riorganizzare le classi e l’intiera società con
sapienza e attività cristiana, restaurando in Cristo ogni cosa:
famiglia, proprietà, vita. Bisogna non essere unitari per esser
veri patriotti e legittimisti per esser papali efficacemente, e ri-
cordare che al restauro del dominio pontificio prima condizione
è non dare neppure un'ondata di vivo sangue al carcame che
va sfasciandosi, e neppure con lodi d’uomini ormai antichi che,
pur buoni di fondo, aiutarono la rivoluzione, turbare la serena;
coscienza che noi farà signori dell'avvenire, con l’aiuto del Cielo,
perchè il Papa vinca tutti i suoi nemici.
ALBERTO DI MoNnTENUOVO.
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEALOGICHE
LA NOBLESSE POLONAISE
Tous les gentilhommes en Pologne étaient égaux en droits;
sans exceptions chaque noble riche ou pauvre, pouvait devenir
castellan, palatin, connétable ou roi, comme Sobieski, Wisznio-
wiecki, Leszezynski et Poniatowski. Les titres honorifiques de
prince et de comte étaient non seulement considérés comme
n'ayant aucune valeur politique (constitutions de 1564-1569-1638-
1641 et 1673), mais méme anti-nationaux, et comme tels n’étaient
employés ni dans les actes officiels, ni dans les assemblées pu-
bliques, ce qui n’empéchait nullement les palatins et les castellans
de prendre hors des frontières de la République les qualifications
de Dux Palatinus et de Comes Castellanus; ce ne fut qu’après la
chute de la Pologne que quelques familles firent valoir d’an-
ciennes prétentions aux titres honorifiques, et que d’autres en
acceptèrent méme de nouveaux, que les Cours étrangéères leur
conféraient. Plusieurs historiens et beaucoup d’auteurs de mé-
moires qui ont parus sur l’ancienne Pologne ont fait croire è
l’étranger, qu'il existait dans ce pays une aristocratie possédant
des privilèges héréditaires exceptionnels, comme dans d'autres
états de l'Europe.
La noblesse en Pologne formait seulement la nation active,
mais chacun de ses membres avait des droits égaux devant la lo1,
et pouvait prétendre aux plus hautes dignités, et aux premiers
emplois civils et militaires, les plus importants de la République,
La noblesse dite cramoisie de la coleur de la tunique (Kontusz,
des sénateurs) n’était appelée ainsi qu’'è cause des souvenirs histo-
riques qui rappelaient que telle ou telle famille avait eu jadis
des dignitaires du pays. Dans l’ancienne République de Pologne,
il n'y avait donc pas d’aristocratie héreditaire, mais seulement
| personnelle.
72 LA NOBLESSE POLONAISE
Le fils d’un gentilhomme devenait castellan ou palatin dès:
lors il représentait l’élément aristocratique de son pays. Son fils:
qui n’obtenait plus cette charge, cessait de compter dans l’aris-
tocratie.
Cet éléement mobile ressemblait beaucoup plus en Pologne aux
vagues de la mer qu'à une roche cristallisée comme c’était le:
cas en France, en Angleterre et surtout en Allemagne.
La souveraineté pleine et entière n ‘appartenait qu’'à la no-
blesse, qui déleguait ses attributs:
1. à leurs rois au moment de leurs éléctions;
2. è leurs députés que l’on nommait nonces, mais jamais:
cette délegation n’était pleine et entièére, mais seulement limitée.
Limitée pour leurs rois par les Pacta Conventa qui étaient une
véritable instruction. Limitée pour leurs nonces par le mandat
impératif Kredens, et le devoir pour chaque nonce de se pré-
senter devant la noblesse de son district, pour rendre compte
de ses actes et du mobile de ses votes, cela s'appelait Sejmiki
Relacyjne. Diètines de relations.
En outre la noblesse se conservait le droit dans les cas:
1. Où elle voyait péril pour la République;
2. Faiblesse dans le gouvernement;
3. Ou empiètement par le roi sur les droits qui lui avaient
été conférés par les Pacta Conventa d’arréter le cours de l’auto-
rité royale ainsi que celle de la Diète (parlement) en formant
une confédéeration dans un but défini.
Cette confédération prenait en main toute l’autorité depuis
le moment où la majorité de la noblesse y avait acquiecé jusqu’à.
ce qu'elle avait rempli le but qu'elle s’était Imposé. Chaque district,
formait un véritable self-Gouvernement. La noblesse se réunissait.
tous les 3 ans en diétine électorale et choissisait (sous la pré-
sidence de son maréchal) ses employés civils et militaires ainsi
que ses juges “ Neminem captivabimus nisi jure victum , étant,
loi fondamentale.
Le nouvel annobli ainsi que son fils portaient le nom de.
Skartabell, son petit-fils seulement pouvait s'appeler “ noble ,, et
devenait seulement électeur et éligible.
L’armée etait commandée par les deux hetman (connétables).
LA NOBLESSE POLONAISE (òd
qui avaient en outre le devoir de veiller que la plénitude de la .
souveralneté de la noblesse ne recut aucun préjudice Pour. décrire
plus amplement l’organisation de la République de Pologne il
faudrait transcrire un gros volume; nous nous contenterons de ce
petit résumé pour donner une idée de ce qu’était la noblesse en
Pologne avant la chute de cette République, qui grande et pro-
spère pendant tant de siècles, disparaissait avec ses saurs de
Gènes et de Venise au méme moment où naissait sur les débris
de l’ancien ordre de choses en Europe une nouvelle République,
la République francaise!
Comte DE K.
SULL'ORIGINE PIACENTINA DI CRISTOFORO COLOMBO
Il conte Guglielmo Anguissola di San Da-
ij miano nel fasc. 4° (1903) di questa Rivista scri-
: veva di avere trovato nell'archivio della propria
“I famiglia un rogito del notaro cremonese Fran-
cesco Baldacchini Bonghi, il quale potrebbe
avere qualche indiretta relazione nella questione
dell'origine piacentina di Cristoforo Colombo.
Nel castello piacentino degli Anguissola (quale?) il 5 .feb-
braio 1505 celebravasi un atto per composizione di domestici
dissidi fra que’ signori di Travo e di Bobbio. Fra gl'intervenuti
trovavasi un Cristoforo Colombo.
Il lettore non sospetti neanche per un momento che l’An-
guissola abbia creduto che quel Cristoforo Colombo potesse essere
il famoso.
Nel 1505 la scoperta era avvenuta da tredici anni, e lo sco-
pritore, morto poi nel 1506, viveva allora in Siviglia. Notevole
74 SULL'ORIGINE PIACENTINA DI CRISTOFORO COLOMBO
nondimeno è la ripetizione, già notata dal Campi (III, 255), di
quel nome Cristoforo nei Colombo piacentini.
La identità dei nomi significava, in passato più che al pre-
sente, identità di parentela. Certamente, da per sè, questo non
potrà mai considerarsi un argomento di molta importanza. Con-
giunto però ad altri non pochi, come fu addimostrato in molte-
plici scritti, concorre ad avvalorare l'affermazione che il Colombo
traesse le origini (qui non si tratta della nascita) dai paesi nostri.
Di ben altra importanza è un’altra considerazione. Coloro che
asseriscono il Colombo essere figlio di un povero, cardatore di
lana come si danno ragione del fatto seguente? Egli, non ancora
noto se non per arditi intendimenti reputati fin allora utopistici,
giunge in Lisbona. Una gentildonna portoghese, vedova del
piacentino Pallastrelli, illustre per nascita, per studi cosmografici,
per essere stato governatore dell’isola di Portosanto, tiene in
collegio una sua figlia e l’accorda in moglie al nuovo venuto!
Come, nelle condizioni supposte dagli avversari, sarebbe stato
possibile in tempi di esagerata boria aristocratica ciò che non
riuscirebbe possibile neanche ora in tempi di ostentata demo-
crazia? |
Ed allora (ciò è provato) dimoravano testimoni in Lisbona
per ragioni di mercatanzia parecchi delle più nobili casate pia-
centine!
Tale inverosimiglianza cessa invece con l’ammettere la pia-
centinità di origine del grande navigatore.
E tanto più se veramente esistettero anteriormente, come
fu asserito, relazioni fra le famiglie dei Pallastrelli e dei Co-
lombo!
Infatti anche in un rogito del 13 aprile 1362 dei notai Pietro
Tucola e Utarco a Cochu si fa menzione di un legato fatto da
Guglielmo Colombo ai figli di un Leone Pallastrelli. !
Giuseppe NasaLLI-Rocca.
! Archivii degli ospizi civili di Piacenza.
RETTA St 0 |
108 IIBROES ESPANOLES DE LA BATALLA DE BABZA
El baròn D. Livio de Carranza en el nimero de octubre de
esta Revista manifestò el deseo de conocer los nombres de los
500 caballeros espaîioles que tomaron parte en la batalla de
Baeza. Voy à contestarle brevemente:
En 30 de noviembre de 1227 al amanecer D. Lope Diaz de
Haro conde y seîior de Vizcaya enviado por S. Fernando so-
‘corriò à Baeza y al maestre D. Gonzalo Ibafiez de Novoa, dado
en rehenes è S. Fernando por Aben-Mahomed. 500 caballeros
acompafiaban al conde. Fué tomada la ciudad y la batalla fué
confirmada por un milagro. De los 500 caballeros, se ausenta-
ron 200 quedaron 300 en guarnicion. Fueron pobladores de Baeza,
y auxiliaron las iconquistas de Ubeda, Jaén, Cordoba y Sevilla.
El reparto original de tierras està en el archivo de la catedral
de Sevilla.
Los escudos y nombres de los 300 fueron puestos en un arco
del alcazar. Fueron transladados y se conservan 65 en el arco
de Santa Ana de la parroquia de S. Andrés, con nombre 45 y
sin nombre los restantes. Los 45 con nombre son:
Narvaez - Palomino - Chico de Ilaro - Martinez - Estebanez -
Fornos - Diaz de Mendoza - Romano - Gimena - Ochoa - Anto-
linez - Gonzalez de Mendoza - Padilla - Garrido Dios Ayuda -
Jordàn - Gallego - Vera - Vilches - Ortiz - Barrionuevo - Ri-
villa - Duque - Pino - Gamez - Ibafîies - Medina - Titos - Diaz
Acedo - Moreno - Jurado - Lechuga - Gotor - Lorite - Navarrete
- Maza - Mezcua - Vela - Salazar - Càrdenas - Clavijo - Cervan-
tes - Alférez - Chacon - Vico - Lopez de Torres.
Los demàs constan por documentos y nobiliarios — entre
otros Gonzalo Argote de Molina, en su obra Nobleza del Anda-
lucia; Sevilla, 1588, enumera apellidos en cuyas armas van las
| aspas de S. Andrés, è causa de haberse hallado antepasados en
la batalla de Baeza.
Los apellidos de que trata Argote son: Alférez - Horozco -
200 RSU ORO V SENCEO
#- oc li
76 LOS HEROES ESPANOLES DE LA BATALIA DE BAEZA
Carreîio - Magdaleno - Santayana - Salto - Vallejo - Fuencirio -
Atienza - Gormaz - Dota -Palla - Quiròs - Xerez - Palomino -
Mesa - Argiiello - Valdivielso - Criado - Gallo - Agreda - Mirez —
Morillo - Carrizosa - Contreras - Tapia - Barrientos - Caîizares —
Villacis - Chaves - Juara - Pollino - Cala - Ledesma - Negrillo —
Valera — Garcés - Durango - Montemar - Guzman - Gaona - Es-
camilla - Barrientos —- Gormaz - Vallejo - Prieto - Cala - Bazan -
Lizarraga - Beasqui - Arrastia - Mazarizqueta - Cerdan - Arrue
Oriz - Aricia - Lecea - Larrazon - Chasarri - Orobiztelu - Arleta -
Vidaurreta - Camon - Olloqui - Sarroguren - Soxo - Mendivil —
Ozcariz - Navarro - Munarrizqueta - Arrieta - Astuni - Berri -
Navas - Esperun - Undiano - Ustarroz - Aramburu - Peralta —
Zaldierna — Mariaga - Monte - Ayala - Calderon - Haro - S. An-
drés - Xodar - Antolinez - Ximena - Leòn - Molina Cifuentes -
Palomeque - Cueva - Lando - Diez - Mercado - Salido - Zam-
brana - Camara.
El marqués de VaLLe AmeENO.
LOS ANTEPASADOS DE D. FRANCISCO DE QUEVEDO
Sacamos los datos siguientes de la vida del celebre poeta
escrita por el abad D. Pablo Antonio de Tarsia en 1663, ! obrita
bastante curiosa y hoy sumamente escasa.
D. Francisco de Quevedo y Villegas, caballero de la Orden
de Santiago, secretario de S. M. C., sefior de la Villa de la
Torre de Juan Abad, naciò en Madrid en 1580. Fueron sus padres
D. Pedro Gomez de Quevedo, secretario de la Emperatriz Dotia
Maria y de la Reyna Doîa Ana (como consta por una carta que
dirijiò la primera desde Praga al Rey su yerno a 29 de agosto
de 1578); y Da Maria de Santibaîiez, camarera de la Reyna
Da Ana.
D. Pedro era hijo de D. Pedro Gomez de Quevedo y de
Da Maria de Villegas el uno natural de Vexoris y la otra de
Villa Sevil en el Valle de Toranzo donde los Quevedo y los Vi-
! Vida de D. Francisco de Quevedo. Madrid, Pablo del Val, 1663.
sa “SI AE ;
& SG si )
TI Ra FREIRE, E E "i
LOS ANTEPASADOS DE D. FRANCISCO DE QUEVEDO CATA
llegas tienen sus antiguos y nobles solares. Juan Gomez de Que-
vedo, tio de D. Francisco, deJò è la iglesia parroquial de Vexoris
gran cantidad de plata labrada.
Pedro Ruiz de Villegas, ascendiente directo de D. Francisco,
fué adelantado mayor de Castilla y seîìor de Mufion y Caracena
y caso con Da Teresa de la Vega hija unica de Gonzalo Ruiz
de la Vega; Sancho Ruiz de Villegas fué comendador de San-
tiago, capitan de la guardia del Rey D. Felipe II, corregidor
de la ciudad de Alcaraz y casò con Da Maria Andino.
De D. Alonso Ortiz de Villegas descendieron los marqueses
del Villar; casò con Da Maria de Silva y tuvo por hiJos è Don
Diego Ortiz de Villegas que paso & Portugal como confesor de
la princesa Dè Juana y fué obispo de Centa y despues de Visco;
y a Da Mencia de Villegas casada con D. Pedro Fernandez de
Villanueva.
La familia de Santibaîiez no fué menos ilustre porqué este
apellido és muy antiguo en el valle de Toranzo. Doîia Maria
naciò en Madrid y fueron sus padres Juan Gomez de Santibafiez
Zevallos asentador de palacio de la Emperatriz y contino de la Real
Casa (1566) y Doîia Felipa de Espinosa y Rueda, azafata de
la Reyna.
D.Francisco de Quevedo tuvo tres hermanas; la mayor se
llamò Doîia Margarita de Quevedo que casò con D. Juan Aldrete
y San Pedro caballero de Santiago, de cuyo matrimonio nacie-
ron D. Juan Carrillo y Aldrete caballero de Santiago capitan
de corazas; y D. Pedro Aldrete Carrillo Quevedo y Villegas
colegial del Mayor del Arzobispo y segundo seîîor de la Torre
de Juan Abad por su virtud y letras muy digno de sus mayores.
La segunda hermana de D. Francisco fué la Revda Madre
Sor Felipa de Jesùs, carmelita descalza en el convento de Santa
Ana de Madrid, religiosa ejemplar y de santa vida.
La tercera tuvo por nombre Doîia Maria y muriò soltera.
Segun Ocariz el màs antiguo solar del linage Quevedo radicò
en la villa de Pié de Concha.
Son sus armas: Escudo partido de dos: el 1° de azur y tres
flores de lis de oro; el 2° de plata y un caldero de sable; el 3°
de plata con un pendon blanco y rojo.
F. DE CASTELLANOS.
FAMILLE DISSARD-CAVARD
PUY-DE-DOME - Auverene (FRANCE)
(Continuazione, vedi fase. 1
Pour nous, la situation est aussi nette que celle de Paris ou
de Rome. Nous sommes nés sur les lieux mémes; mais pour les
géographes qui n’ont pas eu nos données locales, c'est un laby-
rinthe qui leur fait commettre les plus monstrueuses erreurs. Ainsi
les uns mettent les Teutozates dans le Tarn et Garonne, è cause
du mot Lindéès, dont ils font les Landes, au lieu de Lendes,
chef-lieu de canton du Velay près d’Issengeaux. Ils étaient entre
les Ambivaretos et les Gaballos; ces géographes égarés mettent,
Ambivaretum près de Chatillon sur Seine (Cote d’or). Erreur
monstrueuse; Ambivaretum est tout simplement Ambert (Puy de
Dome); les Gaballi sont les cantaloups actuels, et le nom de leur
ancien opidum est conservé, c'est Gaball ou la Combelle (Haute
Loire). Comme nous donnons la carte exacte a la fin de ce travail,
pour ne pas nous répéter nous ne la mettons pas présentement.
Monument colossal, (ignoré totalement), de l’art celtique qui perpétue ce
grand drame de la mort du grand Druide, qui est le Galgal ou tumulus
Dissard, placé aux confins du Velay et du Puy de Dòme (ancienne
Aquitaine de César).
Les Pyramides redisent l’Egypte et ses rois disparus. Aussi
un événement aussi considérable que celui de la mort du grand
prétre, sous les coups du lieutenant de César, doit étre attesté
par un monument de l’archéologie celtique, propre au souvenir
des grands morts, par le tumulus. Aux Celtes, défense d’écrire
les faits nationaux, pas méme le désastre qui ruina Teutniac la
ville sainte, donna la mort au chef des druides ou au Dissard.
Mais les Romains ont le culte de ce qui est dà aux morts, aussi
ils lalssent après le combat toute facilité aux vaincus d’enterrer
leurs morts, selon leurs coutumes et rites religieux; et les mo-
numents élevés è ces morts demeurent sacrés pour le Romain.
FAMILLE DISSARD-CAVARD do
Donc, au dernier grand prétre, au dernier Dissard, un tumulus
devait étre érigé grandiose, colossal, suffisant è garder les cen-
dres et à brùler les corps de vingt-mille teutosates ou thozates,
tombés aux cotés de Dissard, et ce tombeau immense, quelque
ignoré qu'il soit en raison des lieux sauvages où il est, doit
avoir sur ces lieux sa tradition unique et qui lui est propre: ce
tombeau existe, sa tradition aussi. Nous l’avons nous méme pho-
tographié en ces lieux, ayant fait pour cela plusieurs voyages
à deux cents lieux de distance. Nous faisons hommage au Col-
lège Romain héraldique de ce précieux document historique pour
étre gravé et reproduit en le corps de cette notice. C'est un do-
cument plus authentique que tous les écrits qui ont pu étre fal-
sifiés ou fabriqués, mais on ne peut inventer ni l’arc de Titus,
ni les Pyramides, ni le tumulus Dissard. Nous offrons cette pré-
cieuse pièce historique au Collegio Araldico Romano, qui, par
sa gravure, perpétuera et sauvera de l’oubli le souvenir du mo-
nument celte où, il y a deux mille ans, furent inhumés une
époque, un peuple, une civilisation, une religion. Tout y est: le
grandiose titanesque et la tradition du peuple illettré qui, ne sa-
chant ni lire ni écrire, vous narre Jjusqu’aux moindres details le
nom des Teutozates et leur désastre. Voici les deux vues, l’une
prise du nord au sud, donne la masse du monument, qui couvre
au moins 600 métres de superficie, l’autre prise du sud au nord,
donne tout l'ensemble du dòme avac ses fossés, et au-dessus le
cimetière contenant plus de 200 tombes celtiques isolées, toutes
orientées vers le tumulus; du nord au sud, ce sont celles des des-
cendants qui se firent inhumer là jusqu'è leur conversion sur-
venue assez tard vers le x° siècle.
Tout proche de l’humble village qui è travers vingt siècles
a gardé le berceau et la souche des Dissard, la tradition glo-
rieuse qui les concerne, et le respect touchant qui leur est dù, è
Fayet-Ronnayes, moins de mille, métres de la demeure ances-
trale des Dissard; et de leurs tombes chrétiennes, moins de 500 mé-
tres; fermant la vallée de Poudréires et la Baffie, comme la
fermèrent jadis les corps des Teutozates aux deux légions de
Crassus, dominant le ruisseau le Doulon, qui va à Saint Vert, se
dresse émergeant du vert émeraude de la prairie en un dòme
LI
80 FAMILLE DISSARD-CAVARD
immense, imposant, de couleur brune, rougeàtre, le tumulus
sacré, la Tombelle ou Galgal Dissard. En voici la gravure.
Lou-Schou Dissard (aspect nord)
Ce tombeau se nomme en propres termes provencaux: “ Loù
schou Dissard, , avec prononciation “ Déisch-ard, ,, prononcigtion
celtique et patoise.
Le tumulus Dissard est un des monuments de l'archéologie
celtique le mieux conservé. Il est en tout semblable, mais avec
une plus vaste étendue et plus grande hauteur, au tumulus gau-
lois qui se voit encore è Rome, è droite de la voie Appia, lors-
qu'on la parcourt en partant du tombeau de Cecilia Metella
pendant 3 ou 4 kilomètres, avec en moins sur le tumulus Dis-
sard l’horrible tour qu’un. barbare a édifiée au sommet du tu-
mulus celte de la voie Appia, tour qui ‘CONSEE une vraie hérésie
archéologique. a)
Celui de Fayet-Ronnayes est absolument demeuré tel qu’en
l'an 56 avant le Christ. Du nord au: sud, trois vigoureux fossés
de trois mètres de largeur sur deux de profondeur, avec trois
contre escarpes pareilles, protégent le monument contre les eaux
venant du nord au sud.
FAMILLE DISSARD-CAVARD 81
Au sud, au contraire, des murs de soutenement, très con-
servés et très visibles, soutiennent la masse de l’immense dòme
@
E porté par trois terrasses successives, étayées par des contreforts
i de rochers immenses, harmonieusement taillés selon la forme
È ronde du tombeau comme par des géants. Au dessus du deuxième
$ fossé, entre le troisiéme et le deuxième, regardant du nord au
a sud, è l’ouest du tombeau, est un cimetière où marquent plus
«de 200 tombes couvertes de pierres; toutes les tombes orientées
È SE dir vers le grand tombeau, du nord
bi. OI i au sud ainsi que le marque ce
; ì > croquis. Ce sont les Dissard de-
‘ scendants de nom et de sang du
È | DE SIOE grand Druide qui se sont fait in-
—_—umer là durant les siécles avant leur conversion ‘au christia-
nisme et méme après.
Le tumulus Dissard (aspect d’ensemble, sud)
Voici du reste la gravure du tombeau vu du sud au nord,
avec tous ses details.
(Continua) Chanoine DIssarp.
6
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ASSIOGRA FIA
CORONE E INSEGNE DI DIGNITÀ
NELL'IMPERO BIZANTINO 1261-1435
Presso tutti i popoli, la corona, è stata sempre uno dei più
antichi distintivi della dignità regia; ma in processo di tempo
e fino da quando Carlo I il Calvo ne concesse l’uso al duca.
Bosone suo cognato, anche gli altri duchi man mano ottennero
egual privilegio, e verso la fine del secolo x i marchesi, i conti,
i visconti, i baroni e i visdomini, facendola da sovrani nelle loro
terre, si arrogarono una corona, che foggiarono ad arbitrio, come
ad arbitrio se n'erano ornati. |
Indi, e poichè ormai la consuetudine tenne loro luogo di
. buon diritto, si vide la necessità di regolarne almeno la forma,
‘e re Filippo III di Spagna, per il primo nell’ Europa occidentale,
ne prescrisse la specifica simbolica.
Ma nell’ Europa orientale, già fin dal secolo xrm, i Bizantini
avevano preceduto il monarca spagnuolo. I despoti, i duchi, i
dinasti, gli alti funzionari, gli ufficiali del seguito ecc., sosti-
tuirono i marchesi, i conti, i baroni e gli altri dignitari ch’erano
nella corte latina di Costantinopoli. I sovrani del rinnovellato
impero bizantino vi portarono la magnificenza orientale in tutto
il suo splendore, e coperti di oro e di gemme rifulgevano in
mezzo a una corte, nella quale la gerarchia era minutamente
regolamentata e le dignità distinte dalla ricchezza dei costumi,
confezionati con gli splendidi damaschi e broccati che sino allora
avevano servito soltanto a vestire i potenti dell'Asia. |
La corona o tiara imperiale consisteva in un diadema d’oro.
alto circa 5 centimetri, ornato di 4 grossi topazi contornati di
perle e diamanti, e chiuso da due mezzi cerchi parimenti d’oro
ed egualmente ornati che cingeva la base di un berrettone serico di
«color porpora. Questo berrettone alto circa un palmo era ricca-
mente guarnito: sul fronte, nel mezzo dello spazio lasciato libero
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ASSIOGRAFIA 83
dai due mezzi cerchi, un grosso diamante incastonato in una
placca d’oro; sulla sommità un grosso topazio contornato di
perle e di diamanti, e ai lati una rosa per parte ricamata d’ar-
gento, bottonata e circondata da un doppio giro di perle. Dal
margine inferiore del diadema scendevano a mo’ d’ infole, due pen-
denti di perle per ogni lato. Di siffatta tiara usò l’imperatore
Michele VIII, e l’usarono anche i suoi successori, che salvo
qualche lieve modificazione nell’ornato, vi conservarono del resto
le linee caratteristiche. Solo l’imperatore Manuele (1391) usò di
una corona foggiata a somiglianza di quella degl'imperatori di
Occidente, ma i successori di lui ripresero l’antica tiara, aggiun-
gendovi sulla sommità la croce di perle, centrata da un topazio.
Il despota usava un cerchio d’oro, ornato di 12 punte dello
stesso, a mo’ di corona radiata, moventi dal margine inferiore
del cerchio, e chiuso da un mezzo cerchio egualmente d’oro e
ornato di perle. Il berrettone serico così racchiuso, era poco più
basso di quello imperiale, di color cremesino, con due ricami d’ar-
gento a carreaux, uno per lato, e fermato da quattro perle.!
I duchi portavano una fascia o cerchio d’oro con quattro
grossi rubini, che cingeva la base del berrettone serico bianco,
ornato di quattro rose ricamate d’argento, bottonate d’una perla,
e cimato da un grosso rubino incastonato in una placca d’oro.?
! La dignità di despota (Despotes) presso i’ greci equivaleva dapprima
‘al padrone (Herus) dei latini, ma in appresso divenne sinonimo di Cesare.
Stauracio, figlio di Niceforo, coronato l’anno 802, per rispetto a suo padre,
cui lasciò il titolo di “ Basiley ,, (Augusto), volle prendere quello di despota.
Ma in seguito gl’imperatori Costantino, Michele Ducas, Niceforo Botoniate,
Romano Diogene e i Commeni preferirono chiamarsi “ Despotes ,, anzichè
“ Basiley,,, e l’imperatore Alessio o Angelo, ne fece di esso titolo una di-
gnità speciale, pari alla regia. Tale rimase anche sotto i Paleologo, e il
titolo di “ Despotes,, venne serbato ai membri dell’imperial famiglia, e a
seconda il beneplacito dell’imperatore ai capi di Stato che seco lui aves-
sero contratto affinità di sangue o alleanza politica. Il despota compariva
in pubblico con apparato e corteggio tale ch’era indetto a tutti gli altri
grandi; rivolgendogli la parola gli si usava un trattamento simile a quello
tenuto con l’imperatore.
® La dignità ducale era stata introdotta in Oriente dai Romani. I duchi,
annoverati tra i “dignitari rispettabili, ,, erano comandanti militari delle
84 ASSIOGRAFIA
I dinasti, alti feudatari, usavano una corona o cerchio d’oro
ornato di quattro grossi zaffiri, che cingeva la base del berret-
tone serico, color rosso, cimato da un grosso zaffiro, incastonato
in una placca d’oro, e guarnito ai lati da un ricamo d’argento
a piastra centrata da una croce vuota. I dinasti, vassalli minori,
portavano il berretto rosso con alto risvolto verde e cimato da
uno. smeraldo incastonato in oro.?
provincie imperiali. Con l’avvento degl’imperatori franchi a Costantinopoli
la dignità ducale, divenuta ereditaria, decorò i grandi feudatari. Sotto gli
imperatori Paleologi, raramente ereditaria, rimase sinonimo di capitano o
governatore imperiale e di ammiraglio.
® Dal fenicio “ Dunast,, (potenza) col qual nome le cronache egizie
chiamano i Dei che vogliono abbiano regnato sul loro popolo, tolsero i
Greci il vocabolo “ Dunazteiz ,, (dinasta) per indicare i signori che tene-
vano giurisdizione ereditaria su terre e castella.
Nel rinnovellato impero bizantino, i dinasti-alti feudatari, nelle terre
di loro giurisdizione godevano l’esercizio di tutte le regalie sovrane, salva
la fedeltà all'imperatore. A corte, tenevano rango immediatamente dopo i
duchi, e i membri di queste dinastie s’intitolavano principi. Questa qua-
lifica era stata introdotta in Oriente, nell'ordinamento politico, sin dai.
tempi del primo Costantino, ma teneva un’eccezione diversa da quella che
ha tolto nei secoli successivi. Il “ Princeps,, significava allora il luogote-
nente, e il primo ufficiale del “ Proefertus Proetorio Orienti,, dignitario.
“ illustre, ,, rappresentante l’autorità civile e politica delle diocesi, in nu-
mero di cinque, e nelle quali erano distribuite le 49 provincie imperiali.
Il “Princeps,, teneva presso di sè un “cancellarius ,, (segretario intimo) e
quattro funzionari principali detti “ primicerius, secundocerius, tertiocerius
e quatorcerius principis,,, che formavano, si direbbe oggi, il suo gabinetto,
e da lui dipendevano direttamente tutti gli ufficiali delle 11 categorie pre-
posti alle bisogna del governo. Sotto gl’imperatori franchi il titolo di prin-
cipe non costituì più una dignità speciale e rimase come in Francia sino-
nimo di barone e di sire. Poi, sotto l’impero dei Paleologo, distinse i dinasti,
alti feudatari, dai minori che si chiamarono Signori o Cavalieri imperiali.
Questi signori, investiti di un numero più o meno grande di carati, ossia.
frazioni nelle quali si dividevano le città e castella che l’imperatore soleva.
consentire in feudo, erano tenuti a servigio militare a cavallo, con due
uomini montati e armati, tenuti a loro spese in servizio e ad ogni richiesta.
dell’imperatore. A corte davano la precedenza agli alti funzionari, i quali
portavano il berretto rotondo, simile a quello dei signori, ma di color bianco,
con rivolto di zendado d’oro. Seguivano i funzionari minori; gli ufficiali
del seguito, gli ufficiali della guardia, ecc.
ASSIOGRAFIA 85
Tutte le dignità e uffici, e perfino i signori di condizione,
tenevano prescritto, oltre il copricapo, anche le vestimenta. Così
il minuto cerimoniale bizantino, contemplava gl’ indumenti, quali
la dalmatica, il sopra-omerale, la stola, ecc., che l’imperatore
doveva indossare sulla clamide; e le insegne che dovevano in-
dossare sulla clamide i despoti, i duchi e i dinasti. Prescriveva
1 loro mantelli, e il clavus che ornava anche i mantelli degli
alti funzionari; e financo gli stivaletti o calzature erano confor-
mate al grado e dignità. !
Ma di tutti questi indumenti sarebbe qui fuori luogo discorrerne
ancora, essendo stato mio proposito ricordare solo i copricapo, che
terrebbero oggi il posto delle odierne corone della nobiltà. Questi
| copricapo, ho voluto minutamente descrivere, perchè al presente
ancora, sono molte le nobili case del rinnovellato impero bizan-
tino, rappresentate da famiglie tutt'ora fiorenti in Europa e par-
ticolarmente in Grecia e in Italia. E sarebbe desiderabile che
1 titolari di quelle case vi conformassero il timbro dell’arme gen-
tilizia, senza togliere, ad arbitrio, i timbri conferiti dalle can-
cellerie di altri Stati, per dignità che sebbene nel titolo iden-
tiche, pure non sono tali in quanto alla loro essenza ed origine.
A. VienoLo DE’ Cos.
1 GreGorAs Niceroro, Storia di Costantinopoli, Venezia, 1568; Coria Du-
PRONI, Cronache Bizantine, Triviggi, 1600, libr. VI, fol. 42; De Regibus Pa-
leologì - Note alle storie del Cantacuzeno, Ingolstadi, 1603, col. 1096; PAGANO
CarLo, Orazione di Giov. Spinola al Filantropero, Genova; MARTIN PIERRE,
Les Byzantins - Moeurs, usages et costumes, Paris, 1804; IorRDANUS INDOLPHI,
Thesaurus Exoticorum, Francoforte, 1680; Raciner M. A., Le costume histo-
rique, Paris, 1880; Seguin G., Galerie du Moyen dge, (s. u. n.); NEUMAN, Ariens,
Francoforte, 1646; Suciarte MANUEL, Grandeza de la Grecia - Codice Cister-
ciense, sez. XIV, presso l’ab. Fiorace D. Nicardia M. C.
BIOGRAFIA
MONS. PIETRO BALAN
1'7 febbraio 1893
Sul mattino del 17 febbraio 1893, in un paesello della pro-
vincia di Bologna, moriva mons. comm. Pietro Balan, lo sto-
rico insigne che ha riempito della sua fama l’Italia e 1’ Europa.
Rievocare oggi dalla tomba la figura dell’illustre scienziato,
rendere modesto tributo di omaggio e di riconoscenza al grande
Estense, è un bisogno e insieme un dovere per me che, fin all’ul-
timo dei suoi giorni, ebbi da lui ripetuti tratti di gentilezza ed in-
sieme preziosi consigli.
Non scrivo la biografia di mons. Balan; ‘altri diranno di lui
diffusamente; a me basta rinnovare la memoria di questo grande
che ha tanto valorosamente combattuto per la Chiesa e per la
patria; lo farò accennando rapidamente ai punti più salienti della
sua Vita sempre operosa e pur sempre travagliata; completerò
le notizie con l'albero genealogico che fino dal 1892 mandai in
dono allo storico illustre.
Benchè umile, è antica la famiglia di mons. Balan, ed egli
stesso si compiaceva ricordarlo quando la prima volta accennai
al dono che gli volevo fare. Il 27 febbraio 1892 mi scriveva che
l'albero genealogico non dovrà essere splendido per grandi perso-
naggi; la mia famiglia di popolani e operai fu sempre umile; an-
tica sì perchè 0 ne ho memorie (notate, trovandole per caso) di verso
il 1500. Gradirò infinitamente i suo dono e come cosa che mi viene
da lei e come ricordo dei miei vecchi padri.
Queste umili origini della sua famiglia volle mons. Balan
ricordare nello stemma che assunse quando sali ad alti gradi
nella romana prelatura. Quale Referendario di Segnatura di Giu-
stizia volle inquartare al suo lo stemma pontificio, ed assunse
allora quest'arma: partito, a destra all'arma del Sonmo Pontefice
Leone XIII (Pecci), a sinistra, d'argento a tre ghiande al natu- |
rale disposte 2 e 1, le punte in alto; divisa: Fides amando sperat. a
MONS. PIETRO BALAN 87
Assumendo poi ad emblema la ghianda, volle anche comprendere
il significato del suo cognome, incluso nella parola greca dalanos,
che appunto significa ghianda.
La prima notizia sicura di questa famiglia l’abbiamo l’anno
1551 con Battista e Matteo Balan. Altra notizia ci porta che un
Pietro Balan, sacerdote, morì in Este il 20 gennaio 1490; ma
non ho potuto scoprire di chi fosse figliuolo.
Matteo figlio di Battista morì di anni 88 il 18 febbraio 1617;
era quindi nato circa l’anno 1534 e l’avolo suo, Matteo, dovrebbe
esser nato sul finire del secolo xv.
Tre figli ebbe Matteo q. Battista Balan; due di questi, Bar-
tolomeo Balam e Pietro Balam, sono descritti nel Censimento gene-
rale degli abitanti della città di Este, compilato l’anno 1628.! Abi-
tavano essi nel dorgo di Canevedo, ove rimasero sempre i loro
discendenti, fino al principiare del secolo xIx. Giacomo Balam,
figlio di Bartolomeo q. Matteo, è pure descritto nel Censimento
1628, ma diviso dal padre e con famiglia composta di quattro
persone. Bartolomeo figlio di Giacomo, esercitava, come i suoi
maggiori, l’arte del carradore e col suo mestiere era riuscito a
fave dei risparmi e acquistare tre case nel detto borgo di Ca-
nevedo.? Il nipote di lui, altro Bartolomeo, nato il 81 ottobre
1700, è ricordato da A. Angelieri nella descrizione delle scoperte
di antichità fattesi ai suoi giorni in Este.®
Da Vincenzo di Pietro, q. Girolamo, q. Giacomo, q. Girolamo
che fu fratello del Bartolomeo ricordato dall’Angelieri, discende
mons. Pietro Balan. Nacque Vincenzo in Este il 12 luglio 1808
e passato a nozze li 11 novembre 1839 con Teresa Bagattin ne
ebbe quattro figliuoli, dei quali non sopravvisse che Pietro.
! Archivio della Magnifica Comunità di Este. N. A. 89.
? Bartolomeo: Balan il 14 aprile 1684, con la polizza n. 1431, denun-
ciava ai compilatori del nuovo estimo di Este le dette tre casa; nella prima
diceva di abitare egli stesso, ed aveva contiguo un quartiero di terra vignado
d’intorno; la seconda era affittata e la terza serviva per suo uso per bottega
di carraro. Archivio cit. N. A. 87.
3 A mostri giorni un tal Bortolamio Balano, di professione carraro, lavo-
rando un suo poco terreno vicino alla sua casa nel Borgo di Canevedo, trovò un
manico di ola, 0 pentola, di finissimo oro. ANTONIO ANGELIERI: Saggio istorico
intorno alla condizione di Este, pag. 29, Venezia, 1745.
ri SEA spl. RL METTI I OT i to N n et ARA e. VT IT a.
E gr ATgE AI i ae ee TRL RECV onfggro VARE SIT CIR
88 MONS. PIETRO BALAN
Pietro Balan nato in Este il 3 settembre 1840, fu battezzato
il giorno 6 dello stesso mese nell'Abbazia di Santa Tecla.! Fino
dai più teneri anni egli mostrò ingegno precoce, memoria feli-
cissima ed amore straordinario allo studio. Poichè la povera
condizione del padre suo, che esercitava l’arte del fornitore, non
gli permetteva di continuare gli studi, trovò munifico mecenate
nell’illustre e celebre suo concittadino mons. Francesco dott. Pa-
nella, che con la famiglia, lo beneficò sempre, mantenendolo nel
celebre Seminario di Padova, ove emerse fra i più valenti, ripor-
tando anche sempre il primo premio.
Fin d’allora cominciò il Balan a coltivare gli studi storici;
leggeva con grande avidità le pubblicazioni di quei giorni e poi
raccolti intorno a sè nella sua stanza i suoi condiscepoli, li di-
vertiva narrando le notizie lette, infiorandole frequentemente di
curiosissimi aneddoti. A 80 anni, studente di terzo anno di teo-
logia, compilava il suo primo lavoro storico: Stud? sul Papato,
e dava, fin da questa sua prima fatica, un raggio luminoso di
quella fama di erudizione profonda, inarrivabile a cui sarebbe
salito ben presto. Il Vescovo mons. Federigo marchese Manfredini
ne accettò la dedica che gli venne fatta con lettera 28 gen-
nalio 1861, e l'illustre e munifico mecenate del Balan, mons.
Panella, fu felice del mandato, affidatogli dal Vescovo, di rivedere
il manoscritto del suo protetto e concedere il nulla osta per la
stampa.
Aggregato nel 1862 al corpo dei professori del Seminario di
Padova e ordinato sacerdote, l’anno seguente, col conte A. de
Besi e col cav. G. Sacchetti, fondò il periodico Letture cattoliche.
Stanco della vita troppo angusta che doveva condurre in Se-
minario, della monotonia degli studi di scuola ed amante della
! Trascrivo dai registri canonici della Basilica del Duomo l’atto di na-
scita di mons. Pietro Balan: Adj 6 settembre 1840. Pietro Giuseppe figlio di
Vincenzo Ballan fu Pietro e di Teresa Bagattin di Pietro, sua legittima con-
sorte, maritati sotto questa matrice li 11 novembre 1839, abitanti in contr. Porta
Vecchia, nacque li 3 corr. alle ore 3 pom. fu battezzato dal Rev. Don Bortolo
Cullegari economo spirituale, padrini al Sacro Fonte furono il sig. Giuseppe Pol-
lato di Angelo e la signora Carolina Conti-Vettorì fu Alessandro. Levatrice Te-
resa Pompeo.
no
*
Pu:
x
.
vii ae Sia
NEL,
F, Peo
MONS. PIETRO BALAN 89
lotta, dopo due anni passò a Venezia ove il Cardinale Patriarca
Trevisanato lo tenne in gran conto. Ivi fondò la Libertà cattolica
‘e su quelle pagine scrisse stupendi articoli in difesa dei diritti della
Santa Sede.
Nel 1866 il liberalismo, allora ultrapotente, lo accusò di austria-
cante, ed egli, abbandonata Venezia, venne in Este; ma accolto
a fischi e minacciato dalla setta liberale, acclamante, con bar-
bara ironia, alla libertà, dovette esulare anche dalla patria con
sommo rammarico dei buoni suoi concittadini, che allora non
potevano far altro che piangere amaramente per gli insulti fatti
all’illustre vittima.
Rifugiatosi a Torino, ivi scrisse nell Unità cattolica, ma per
pochi mesi e nel 1867 si stabili a Modena ove fondò e diresse
il giornale Il Diritto cattolico, col quale riportò incontestati, stre-
pitosi trionfi sui nemici più accaniti della Chiesa e della vera
civiltà.
I cattolici modenesi vollero testimoniare la loro riconoscenza
all’illustre Estense e fecero coniare in suo onore e gli presenta-
Tono, con nobile indirizzo, una grande medaglia d’oro, che oggi,
per legato dello stesso mons. Balan, unitamente alle decorazioni
degli ordini equestri dei quali fu insignito, si conserva nel mu-
nicipio della città di Este.!
Lo stesso anno 1873 il Balan andava di nuovo a Torino, di-
rettore dell’Emporio popolare; ma ritornò ben presto a Modena,
ove stette fino al 1878, sempre ospite graditissimo della illustre
famiglia del conte Claudio Boschetti. Ivi continuò la sua vita
battagliera, fece spesso tuonare formidabile la sua voce, ed è
memorando il suo discorso: I Papato e l’Italia pronunciato nel
1879 al V Congresso cattolico, e che ebbe l’onore di oltre trenta
edizioni italiane e parecchie straniere.
(Continua) Francesco FRANCESCHETTI.
! La medaglia misura millimetri 65 di diametro, e da un lato porta
questa iscrizione: PROFESSORI — PETRO BALAN — QVI ANNOS VI MO-
DERATVS EST — EPHEMERIDEM — CATHOLIC. MVTINA — IVXTA
VOTVM BONORVM — MVTINENSES. Dall'altro lato si legge: HONORIS
— VIRTVTISQVE CAUSA — MDCCCLXXIII.
TRADIZIONI POPOLARI
MARFISA D'ESTE
Marfisa! Chi dagli avi nostri
nelle sere invernali assisi attorno
al focolare, mentre più viva guiz-
zava la fiamma, non udiva fan-
ciullo proferir con terrore questo:
nome, che le storie più lugubri
evocava all’accesa fantasia?
Laggiù, in fondo alla Gio-
. vecca, dirimpetto a San Silvestro,
sl diceva, vedi ancora una: soli-
taria palazzina abitata un tempo
dalla famosa Marfisa. D’affascinante bellezza, su cui non poteva
arrestarsi lo sguardo senza periglio, sfrontatamente scostumata,
quali delitti non aveva ella commesso!
Guai, si aggiungeva sommessamente, guai all’incauto cava-
liere che passando di là raccolto avesse il guanto od il fazzoletto
da lei con arte lasciato a terra cadere dalla finestra! Se l’ infe-
lice accettava l'invito d’entrare in quella casa per restituirglielo,
era ricevuto con lieto viso, con dolci e lusinghiere parole, col-
mato d'ogni favore; a lui s'imbandivano squisite vivande e ge-
nerosìi liquori, ed era pago d’ogni piacere agognato. Ma a tarda
notte Marfisa lo conduceva in una stanza remota, e di repente
gli mancava sotto il terreno, precipitando in un orrendo traboc-
chetto, dove periva straziato da acute lame. La triste sua sorte
si divulgava bensì fra le genti; ma nessuno sapeva sottrarsi alle
arti dell’ammaliatrice Marfisa, che sfidava onnipotente l’umana
giustizia.
Impunita sino alla morte, l’ira divina la colpiva nell’ora di
estrema. Una notte tempestosa era l’anima sua col nefando corpo |
MARFISA D'ESTE 91
rapita tra il furor degli elementi da bruni destrieri su fiammeg-
giante cocchio e con rumore infernale trasportata per l’aere nel-
l’averno, esempio tremendo agli empi!
Esecrato così si tramandava questo. nome di generazione in
generazione. A. poco a poco l’eco si dileguava in questa cupa
tregenda ravvivata al nostri dì da ferrarese artista, di cui l’estro
s' ispirava alla visione notturna conforme la popolar tradizione.
Volgar credenza narra così. Ma dove, da chi si attinse?
Se l’avola sua Lucrezia Borgia fu chiamata una vittima della
Storia, per mille ragioni ben può dirsi Marfisa d’ Este una vit-
tima della leggenda.
Figlia di Francesco, marchese di Massalombarda, zio paterno
d’Alfonso II, erede d’un vistosissimo patrimonio, sposava nel 1578
il diciottenne congiunto Alfonsino, fratello di Cesare, ultimo
duca di Ferrara. Sul fiore degli anni, d’una beltà portentosa, di
acuto ingegno, d’una vivacità, d’uno spirito che le accattivarono
il cuore di tutti, accendeva l’estro poetico di Torquato Tasso,
. che in una leggiadra canzone inneggiava a queste nozze con
giovanile entusiasmo.
Cinque mesi però soltanto godeva lo sposo delle gioie d’ Imene,
chè di gracile salute qual era, lo rapiva la morte. Nel 1580 Mar-
fisa d’ Este diveniva consorte invidiata d’Alderano Cibo, mar-
chese di Carrara, il quale, sedotto dallo splendore della Corte
Estense, qui stabiliva sua dimora e moriva ventisei anni dopo,
vivo ancora il nonagenario genitore.
Questo nodo era allietato da sette figli, al primogenito dei
quali, Carlo, nato fra noi, rivolgeva il Tasso un sonetto preco-
nizzandone la virtù ed esaltando col valore paterno la castità
della madre. Lodi meritate davvero, perchè genitori e figlio rispo-
sero ai voti del poeta.
In una Corte così splendida come quella di Ferrara, la cui fama
echeggiava in tutta Europa, Marfisa colla sorella Bradamante,
sposa del conte Ercole Bevilacqua, teneva lo scettro della bellezza.
Anima di tutte le feste vi brillava col suo inesauribile brio.
Sempre allegra, sempre vivace, sempre buona con tutti e grandi
ed infimi, ella aveva fatto suo il precetto: Piangi con chi piange,
ridi con chi ride.
92 MARFISA D'ESTE
Allorchè il Tasso era rinchiuso in Sant'Anna, ella ne otteneva
dal cugino Alfonso II la temporanea liberazione appena sentivasi
meglio.
Lo conduceva seco a, diporto or in questa, or in quella villa
estiva, specialmente a Medelana, ove teneva una Corte, durante il
qual soggiorno il Tasso le dedicava un Dialogo sulla nobiltà del-
l’amore, tessendo di lei splendidi elogi ed in prosa ed in carmi.
Quivi un valente pittore ritraeva l’immagine di Marfisa, di
cui la sfolgoreggiante bellezza mal poteva essere trasfusa sulla
tela dal più abile pennello. E Torquato ne prendeva argomento
per dipingerne in quattro sonetti le angeliche sembianze, esal-
tando il biondo crine, le vermiglie rose delle guancie, la gra-
ziosa bocca, lo sfolgorìo dei begli occhi sereni, l’aria gentile,
fisici pregi superati soltanto dalle virtù dell'anima, primeggiando
fra tante, la castità di Marfisa.
La sua leggiadria, la sua giocondità elettrizzava la Corte.
Il duca nulla sapeva negare a lei, e si divertiva talvolta a farle
qualche burla.
Così recandosi Marfisa alla Delizia dell’ Isola, situata presso
l'odierna Chiesa di Pontelagoscuro, veniva assalita da cortigiani
travestiti da banditi, che la minacciarono della vita, con vivo
spavento di lei; ma avvedutasi dello scherzo ne faceva le più
gioconde risate.
Alla Mesola pure era scelta a regina delle feste ed il Romei,
gentiluomo di Corte, ne’ suoi celebri Dialoghi ne descrive la bel-
lezza, la grazia, la bontà. Popolare quanto Marfisa era il suo
sposo Alderano, fior di cavaliere, che era con lei l’anima d’ogni
gioconda brigata.
Quando gli Estensi nel 1598 perdettero la signoria di Fer-
rara, entrambi vollero rimanere fra noi, e, finchè vissero, i cit-
tadini sembrarono rimpiangere meno la perduta grandezza, dive-
nuta la Palazzina, eretta dal padre suo Francesco d'Este nel 1559
e da loro abitata, il ritrovo d'ogni gentile convegno.
Alderano moriva quivi nel 1606 e si faceva trasportare a.
Massa di Carrara, lasciando delle sue sostanze erede universale.
in segno d’affetto la consorte, la quale due anni dopo, nel dì
16 agosto 1608 alle ore 9, con vivo cordoglio di tutta la citta-.
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MARFISA D' ESTE 93
dinanza, finiva i suoi dì nella paterna palazzina, accompagnata
da tutti i figli accorsi dalla Lunigiana e dal fior della nobiltà,
dal clero e dal popolo immenso sino al tempio di Santa Maria
della Consolazione, dove fu sepolta appiedi dell’altar maggiore.
Un magnifico elogio funebre d’eminente sacro oratore ne tesseva
le virtù luminose, ultima Estense morta e sepolta in Ferrara, a
cui Marfisa era stata sempre legata di vivo affetto e nella pro-
spera e nell'avversa fortuna.
Tale ce la presenta la Storia. Ma come si formò la strana
leggenda? È un mistero.
Tutti i nostri scrittori non ne fanno il più lieve cenno od
allusione. Fu confusa forse con Margherita di Borgogna, regina
di Francia, o colle due Giovanne d'Angiò, regine di Napoli, di
cui le nequizie sono vere? Ma perchè attribuire a lei una con-
dotta sì diversa da quella che tenne? Il cugino suo Alfonso II
così inesorabile verso il Contrari, avrebbe permesso che disono-
rasse pubblicamente il nome di Casa d’ Este? L’avrebbe tollerato
il marito? O seco l'avrebbe condotta a Carrara, o lasciata a Fer-
rara, o da lei si sarebbe diviso. Partiti gli Estensi, avrebbe il
governo pontificio sopportato tante turpitudini? Anzi il Cardinal
Legato, nipote del papa Clemente VIII l’avrebbe invitata a
pranzo in Castello col fiore della nobiltà? Non più sotto l'egida
di sua famiglia, chi l'avrebbe difesa dall’odio popolare, dall’umana.
giustizia?
Non è da credersi poi che il popolino la confondesse con la
famosa Marfisa dell’Ariosto perchè questa eroina è una specie di
medioevale Diana valorosa e casta che solo per la vivacità, la
bizzarria, la beltà affascinante si assomiglia alla estense prin-
cipessa. |
Marfisa vive dieci anni ancora fra noi, intercede a favore
di Ferrara a che non si distrugga il quartiere di Castel Te-
daldo per costruire la fortezza. Quando nel 1651 il nipote di
lei Alderano Cibo venne fra noi come Cardinal Legato, la sua
nomina fu accolta con gioia perchè in lui scorreva il sangue
__ d’un’Estense. Egli fu che all’avola fece incidere su finissimo
marmo un elegante epitaffio, quale ora si legge nella nostra Cer-
tosa, ove pochi anni sono, chiuso il tempio della Consolazione
94 MARFISA D’ ESTE
al culto, furono per cura della Deputazione di Storia patria trasfe-
riti gli avanzi mortali di Marfisa.!
Che più? Lo storico mons. Marcantonio Guarini che per molti
anni ne frequentava la Corte, così sì esprime testualmente 13 anni
dopo la sua morte nel Compendio delle chiese di Ferrara. © Marfisa
Estense, come fu l’ultimo rampollo in Ferrara della detta Sere-
nissima famiglia, dopo l’uscita di essa dalla città, così anche in
lei sì videro raccolte tutte le nobilissime maniere e le magnifi-
cenze e grandezze e soprattutto quella naturale inclinazione ed
amorevolezza verso i cittadini, che fu sempre propria de’ suoi
generosissimi progenitori, essendo perciò stata da tutti univer-
salmente deplorata la perdita di lei ,,. Gli Estensi non regnavano
più; quindi nessun sospetto di postuma adulazione.
Ed il reputato Faustini, storico dello stesso secolo, aggiunge:
“Donna Marfisa, caduta inferma, aggravandosi sempre più l’in-
fermità, lasciò questa vita per andare alla celeste ed immortale.
Principessa di grandissima divozione e pietà cristiana, per la
perdita della quale la nostra città perdè infniti aiuti e favori
ed elemosine che ella soleva far vivendo a tutti quelli che se le
fossero raccomandati. ,, Così la Storia sfata la Leggenda. Della
bellezza, delle esimie virtù di Marfisa ben era interprete verace
Torquato Tasso, quando di lei cantava:
Ha gigli e rose ed ha rubini ed oro
E due serene stelle e mille raggi
Il bel vostro purpureo e bianco viso;
Ma il più bel pregio è la virtù dell’alma
Che è di sè stessa a Voi corona e palma.
Gustavo LANDI.
! Lo stemma di Marfisa era semi-partito: nel 1° d’Este, nel 2° di Cibo,
alla cui famiglia apparteneva Alderano. Carlo suo figlio divenne poi duca
di Massa e Carrara per, successione dell’avo.
ORDINI CAVALLERESCHI
an
sta fata
L’ORDRE DU SAINT-SEPULCRE
Je demande à M. le comte de Toulgoèt-Tréanna la permission
de lui répondre quelques lignes. !
Ce n’est pas moi qui ai attaqué M. le comte de Toulgoét-
Tréanna ni l’ordre de Malte. C’est lui qui prétend que l’ordre
qui m’a été conféré, ne fait pas de moi le successeur des anciens
chevaliers du Saint-Sépulcre. Je ne puis pas ne pas réclamer, et
Je lui réponds, pour défendre mon ordre.
Tout d’abord, dans son dernier article, je trouve un mot qui
pourrait me dispenser d’aller plus loin. Il reconnaît que le grand
maître de Malte n’a jamais délivré des diplòmes du Saint-Sé-
pulcre et qu'il n’est qu'un grand maître ad honorem.
La fonction d’un grand maître est de délivrer des diplòmes
de son ordre. Qu'’est-ce qu’un grand maître qui n’en délivre pas?
Et puis, qu'est-ce quun grand maître ad honorem, c'est-à-dire
honoraire? Entre M. le comte de Toulgoét-Tréanna, qui reconnaît
que le grand maître de Malte n’était qu'un grand maître honoraire
du Saint-Sépulcre, le baron de Montagnac qui recommande que
le grand maître de Malte parle le moins possible de l’ordre du
Saint-Sépulcre et le comte Pasini qui a écrit que l’ordre de Malte
ne possède plus l’Ordre du Saint-Sépulcre, il finit par n’y avoir
1 Vedi fascicolo di Gennaio 1904.
LT ie
96 ORDINI CAVALLERESCHI
qu'une nuance assez faible, et ce n’était peut-étre pas la peine:
de tant contester l’ordre du Saint-Sépulcre et l’autorité du Pape
Pie IX au nom d’un droit traditionnel qui me parait de plus.
en plus mal défini.
L’argumentation du comte de Toulgoét-Tréanna consiste tout.
entière è discuter sur la situation telle qu'elle existait entre le
quinzième siècle et l'année 1868. Mon argumentation è moi con-
siste à m'appuyer exclusivement sur la volonté souveraine du
Pape Pie IX, seul chef absolu de l’ordre du Saint-Sépulcre, au-
quel il a plu de conférer la nomination des chevaliers au Pa-
triarche de Jérusalem seul. Que le Pape ait été conduit è cela.
parce que le Patriarche de Jerusalem était le successeur du gar-
dien du Saint-Sépulcre, c'est possible, mais la question n'est pas
là. Elle est toute entière dans la souveraineté absolue du Pape,
qui peut retirer demain la grande maîtrise du Saint-Sépulcre au
Patriarche de Jerusalem pour la donner au premier venu, et les
chevaliers créés par ce nouveau grand maître seraient les succes-
seurs des anciens chevaliers du Saint-Sepulcre, de par la volontée
souveraine du Pape. Le grand maître seul aurait changé. Le Pape
seul est le vrai grand maître.
Après m'étre placé sur mon terrain, je vais me placer sur le
terrain choisi par M. le comte de Toulgoét-Tréanna.
On sait que le Pape Innocent VIII a donné è l’ordre de
Malte l’ordre du Saint-Sépulcre corps et biens. Seulement, cette
situation n'a pas duré, et cette réunion n'a .méme pas été com-
plète. Ce sont surtout les biens que l’on a tenu à réunir è l’ordre
de Malte et c'est là ce qui fait aujourd’hui le grand argument
de cet ordre. Il dit:
“ Puisque nous avons conservé les biens, nous avons conservé,
l’ordre du Saint-Sépulcre. ,,
Or, ce n'est BE une raison et Jen trouve i, preuve
dans la situation de l’ordre de Malte lui-méme aujourd’hui. Cet
ordre célèbre apparaît dans l’histoire comme un régiment de.
moines guerriers qui possédait l’île de Malte. Aujourd’hui le ré-
giment n’existe plus, l’îÎle de Malte est au roi d’Angleterre et
pourtant les chevaliers de Malte ne renoncent nullement è BERO
les successeurs des anciens chevaliers de Malte.
ORDINI CAVALLERESCHI 97
En méme temps que les Papes semblaient tenir à ce que les
biens du Saint-Sépulcre devinssent ceux de l’ordre de Malte, ils
semblaient tenir avec non moins de soin à ce que la croix et la
qualité de chevalier du Saint-Sépulere continuassent è étre con-
ferées et ils en avaient donné mission au gardien des lieux saints.
Dès 1496, huit ans après la bulle d’Innocent VIII, le Pape
Alexandre VI, se déclara chef suprèéme de l’ordre du Saint-Sé-
pulcre et donna au gardien du Saint Mont de Sion la faculté de
créer des chevaliers du Saint-Sépulcre.
Fn 1560 le Pape Pie IV réunit les biens des chevaliers du
Saint-Sépulcre espagnols è ceux de l’ordre de Malte, et l’année
suivante, en 1561, le méme Pape confirma le droit du gardien
du Mont de Sion è nommer des chevaliers du Saint-Sépulere.
Cette cérémonie se pratiquait avec un certain apparat.
L’argument de M. le comte de Toulgoét-Tréanna consiste è
dire que les chevaliers du Saint-Sépulcre ainsi créés n’avaient
pas le droit de se dire les successeurs des anciens chevaliers du
Saint-Sépulcre.
Pourquoi donc cela? Je n’en vois poindre aucune raison sé-
rieuse.
Bien au contraire, je puis affirmer qu'au dix-septième siècle
on considérait les chevaliers du Saint-Sépulere crées par le gar-
dien du Mont de Sion comme les successeurs des anciens che -
valiers. Jen ai une preuve sous les yeux dans un ouvrage im-
primé è Bergame en 1664, intitulé Scena letteraria par le P. Do-
nato Calvi vicaire général de la congrégation des Augustins de
Lombardie.
A la page 260 de cet ouvrage on voit le portrait du cheva-
lier Gio. Paolo Pesenti, portant au cou la croix du Saint-Sépulcre
et l’auteur ragonte qu'il la recut le vendredi saint de l’an.1613,
dans ces termes: “ Il venerdì santo insieme con Bonifacio Neri
“ Bolognese suo caro compagno, meritò essere al rollo de cava-
“ glieri del Santiss. Sepolcro, per mano del guardiano dei Min.
“ Oss., che ne tiene l’indulto apostolico con bellissime, et religiose
“ cerimonie descritto qui l’habito bianco ricevendo con le cinque
“ vermiglie croci in. memoria delle cinque principali piaghe di
“Christo, come già fu l'ordine instituito nei tempi di Goffredo
7
98 ORDINI CAVALLERESCHI
“Re di Gierusalemme che tenne co’ suoi successori di questi degni
“cavaglieri il posto di gran maestro.
Mais, Je le répète, un fait est survenu qui avait pour but et
qui a eu pour résultat de supprimer toutes les controverses, les
systèmes, les interprétations et les hypothèses. C'est la bulle de
1868 donnée par le Pape Pie IX, souverain supérieur de l’ordre
du Saint-Sepulcre, ayant le droit d'anéantir è son gré les actes
de ses prédécesseurs, qui, par un acte de son absolue puissance,
a conféré au patriarche de Jérusalem le droit de décerner cet;
ordre; et comme le Pape n’avait sans doute pas l’intention qu'il
existàt simultanément deux grands maîtres de l’ordre du Saint-
Sépulcre, il s'ensuit que le Pape a suffisamment démontré sa vo-
lonté qu'il n’en existat pas d’autre grand maître que le Patriarche
de Jérusalem. Du reste, je ne vais méme pas jusque là. J'ai dit
que, en ce qui me concerne, ]je ne m’opposais pas à ce que le mèéme
ordre du Saint-Sépulcre soit simultanément conféré par le grand
maître de Malte et par le Patriarche de Jerusalem. Mais ce que
Je veux dire c'est que ce soit bien l’ancien ordre que le Pape
Pie IX a fait revivre et a réorganisé.
Si l’ordre de Malte trouvait que la bulle de 1868 portait at-
teinte è ses droits, c'est à ce moment là qu'il aurait dî reclamer,
auprès du Pape Pie IX.
M. le comte de Toulgoét-Tréanna me demande pour quel motif
Jappelle l’ordre de Malte un ordre POnbHALe Pour les motifs
suivants: !
Les anciens chevaliers de Malte etalent des moines guerriers
possédant la noblesse. Comme moines catholiques, ils étaient né-
cessalrement dans la dépendance du Pape, qui aurait pu les
supprimer d’un trait de plume, comme il l'a fait pour les tem-
pliers. |
L’ordre de Malte actuel est une association de gentilshommes
des divers pays. C'est au Pape seul qu'il doit d’avoir aujourd’hui
un grand maître à sa téte. Si, en 1878, il avait plu au Pape de
supprimer l’ordre au lieu de lui donner une nouvelle vie, l’ordre
de Malte aurait été bel et bien supprimé. Assurément, il aurait
été possible de eréer un ordre laique composé de nobles de di-
vers pays, mais cet ordre, séparé du Pape, n’aurait plus eu ni
ORDINI CAVALLERESCHI 99
le méme caractéère, ni les souvenirs qui sont sa principale gloire.
L’ordre de Malte dépend donc du Pape.
M. le comte de Toulgoét-Tréanna dit que J'ai voulu anéantir
l’ordre de Malte en disant qu'il n'est plus réellement souverain,
ni militaire, ni de Malte. Je ne suis pour rien dans la prise de
Malte, la reddition du grand maître Hompesch et l’attribution de
Malte aux anglais. Mais on ne peut pourtant pas exiger que
jignore ces événements ou que je n’aie pas le droit de les citer.
Je ne l’ai fait qu'en réponse à cet argument que l’ordre du Saint-
Sepulcre n'est plus qu'un souvenir. Un personnage beaucoup plus
important que moi pour rendre l’île de Malte à l’ordre de Malte
serait sa majesté le Roi d’Angleterre, prince protestant et digni-
taire de l’ordre de Malte.
Mon contradicteur me demande pourquoi je ne range pas les
‘ordres Teutonique, de Saint-Georges, d’ Alcantara parmi les ordres
pontificaux. Parce que le premier est autrichien, le second est
bavarois, le troisiòme est espagnol, et chacun de ces ordres est
régi par les lois de son pays propre.
On me demande pour quel motif le Patriarche de Jérusalem
confère des dignités de commandeur avec plaque. Ceci est è voir
entre le Pape et lui, car il ne le fait pas è l’insu du Pape, qui
connaît également les termes qu'il emploie dans la rédaction de
ses diplòmes. On donne aussi la plaque de Saint-Grégoire et on
n’en fait pas mention dans les statuts de l’ordre.
D’autre part, je respecte trop l’Ordre de Malte pour me per-
mettre de rechercher s’ il observe toujours exactement ses statuts.
Ce n’est pas par ce que les diplòmes de l’Ordre de Malte portent
le mot mitaris que les chevaliers de Malte sont les successeurs
d’un ordre militaire. C'est par ce que pendant des siécles, leurs
prédécesseurs ont rempli une fonction guerrière.
En rèsumè, pour que le sistèéme de mon contradicteur soit
admissible, il faudrait dire: 1° que lorsq’ une prérogative a une
fois appartenue è l’Ordre de Malte, elle devient intangible, et
qu’aucun événement ultérieur, aucune volonté, méme celle du
. Pape, ne peut la lui enlever. On n’en donne ni preuve, ni appa-
rence de preuve. 2° que le bref du Pape Pie IX de 1868 n'a pas
tranché la question. On le preuve encore bien moins. Le Pape
ATE IRON RARE I
x v pia dae det
100 ORDINI CAVALLERESCHI
a pris soin de dire qu’ il parlait non d’ un nouvel ordre, mais
de l’ancien, et il ne fait aucune mention qu’ il ait esisté plusieurs
sortes de chevaliers du Saint Sépulcre. !
Donc, de deux choses l’une. Ou bien il y a eu dans Vl’ histoire
deux ordres du Saint Sépulcre différents; dans ce cas, il faudrait,
qu’en le démontre. On ne le fait pas, et le Pape dit le contraire. _
Ou bien, il n'y a jawais eu qu’ un seul ordre du Saint Sépulcre;
dan ce cas, les nouveaux chevaliers sont les successeurs des an-
ciens, avec la difference, bien entendu, des temps, des mours et,
des usages. Comte J. BosELti.
! Il Sommo Pontefice Pio IX non poteva considerare parecchi ordini
equestri del S. Sepolcro per la semplice ragione che non ne è mai esistito
che uno solo. Dopo l’unione dell’Ord. del S. Sepolcro a quello di S. Gio-
vanni i Cavalieri disseminati nelle varie regioni non tutti per certo si sot-
tomisero all'autorità del Gran Maestro di Malta. Ne troviamo in Polonia
e in Germania i quali ottengono una bolla di Alessandro VI che li dichiara
separati dall'ordine di S. Giovanni; ne troviamo in Spagna e in una bolla.
di Leone X (che nel suo testo originale sarà pubblicata nella Storia del-
l'Ordine del S. Sepolcro in lingua francese che per cura del Collegio Araldico
vedrà presto la luce) sono anch'essi tolti all’obbedienza del Gran Maestro
di Malta; ne troviamo nelle Fiandre e questi uniti agli spagnuoli eleggono
Gran Maestro il Re di Spagna Filippo II; ne troviamo in Francia i quali
eleggono Gran Maestro Carlo di Gonzaga Nevers e nel 1814 eleggono Gran
Maestro il Conte d’Artois. Finalmente abbiamo una lunga serie di perso-
naggi che per privilegio di vari Pontefici ricevettero la Cavalleria onoraria.
del S. Sepolcro dal custode di Terra Santa, e per ultimo restituita Geru-
salemme al Patriarca latino vediamo a lui esclusivamente devoluto il
Gran Magistero dell'Ordine e da lui solo confermati gli antichi e creati i
nuovi cavalieri. Vediamo dunque che non ha esistito mai che un unico e
vero Ordine del S. Sepolcro e che ad esso soltanto si è riferito il S. Padre
Pio IX nel suo memorabile Breve cum multa. NAST:
MEI e, VO E, o NC, da
LIBRO D'ORO PONTIFICIO
LA FAMIGLIA ALBINO DEI SASSINORO
PATRIZIA BENEVENTANA
Nei manoscritti di storia patria conser-
j vati nella Biblioteca del Seminario, nel-
4 l'Archivio Arcivescovile ed in quello del
| Patriziato di Benevento, è ricordata la
1 Famiglia Albino, nobile sin dall’x1 secolo.
Infatti, nell’Ambasceria recatasi nel 1102
{4 da papa Pasquale II, a propugnare dritti
4 nobiliari e comunali, vi fu un Albino, rap-
j presentante la propria, fra le cento Fa-
miglie nobili del Libro d’Oro beneventano.
Nella vita di Monsignor Filippo Albino, vescovo di Sant'A-
gata dei Goti!, si legge: Filippo Albino, patrizio beneventano,
della gente Albina, leomana, dell'ordine senatorio, ecc., secondo
antica tradizione che vorrebbe derivata questa casa da un duce
dell'esercito romano: Albino, che sconfitto alle Forche Caudine,
sl ritirò in Benevento. ; |
Di antichissima nobiltà quindi è insignita la Famiglia Albino,
ma le peripezie politiche e domestiche, la ignavia e la igno-
ranza dei tempi, non permisero tener conto storico preciso delle
famiglie in genere, e quindi lunghi periodi restano travolti nella
notte dei secoli. Ed è per tale motivo che di Albino, autore del
pregevole Codice sulle regalie della Camera apostolica di Benevento,
e che fiorì ai tempi di papa Lucio III (1181-1185), non si hanno
! Vedi Memorie storiche di detta città, scritte dal dott. F. Viparelli,
a pag. 93, vol. I. per i tipi di M. Avallone, Napoli, 1841.
102 LA FAMIGLIA ALBINO DEI SASSINORO
notizie che dagli storici beneventani, i quali lodevolmente ap-
prezzano e commentano il Codice predetto.
Durante la dominazione Sveva gli Albino ne sposarono le
parti, ne adottarono 1 principî, e furono fra i Baroni fedelissimi
che ne divisero e seguirono le sorti. Dopo la disfatta di re Man-
fredi, nella celebre battaglia di Benevento (26 febbraio 1266),
gli Albino furono dichiarati decaduti dagli ottenuti privilegi,
titoli e baronie; ebbero confiscati tutti i loro beni e dovettero
abbandonare la patria. |
Rimpatriato più tardi, Bartolomeo Albino, ecclesiastico illu-
stre per dottrina e sapere, occupò l’alto posto di abate di
Santa Sofia in Benevento: Abazia estesissima, con vasta giuri-
sdizione feudale, la sola emula e rivale della potentissima Abazia.
di Montecassino (1376).
Anche nei secoli successivi di Albino si distinsero per me-
rito ed alti uffici.
Nel 1618 Paolo Albino, )juniore, ottenne la reintegra nel Pa-
triziato beneventano, e papa Gregorio XV, con Breve del 1623,
confermava l'antica sua nobiltà. In ricompensa di speciali e
disinteressate benemerenze nel 1634 da Filippo III di Spagna,
re di Napoli, fu onorato del titolo di Marchese.
Ecco la continuata genealogia di questa illustre famiglia A:
Orazio Albino (1480 ; 1551). — SRO Girolama Arina, pa-
trizia beneventana.
Donato-Antonio (1516 { 1581) e Paolo, figli di Orazio (1520 {
1595). — Medici insigni.
Cesare di Donato Antonio. — Abate, dottore in legge, ca-
nonico mitrato del Capitolo metropolitano di Benevento. Il 9 di
agosto 1582 rifiutò un arcivescovado. Nel 1617 morì Primicerio
Primo, Protonotario apostolico e Vicario del cardinal D'Aquino,
1540 { 1617.
Scipione fratello del precedente. — Letterato insigne. Cano-
nico mitrato del Capitolo di Benevento. Morì a 27 anni, (1545
| 1572).
Orazio juniore altro fratello. — Celebre medico ed avvocato.
Lo rese noto agli scienziati il suo Trattato sulla cura dei veleni.
Coprì le più alte cariche cittadine. Fu spesso designato a pro-
puoe) Ù, r Ù n.
LA FAMIGLIA ALBINO DEI SASSINORO 103
pugnare le ragioni della città presso la Santa Sede. Per le sue
opere di benemerenza fu detto: il Coclide di Benevento. Sposò
Rosaura Matellica di nobile famiglia beneventana estinta, ma
non ebbe figli. Nel 1590, sposò in seconde nozze Virgilia Sel-
larolo dei Baroni di Vitulano e Sant'Agnese, (1548 j 1615).
Maria di Orazio Jjuniore. — Sposò Francesco Carella, genti-
luomo beneventano. |
Gio: Angelo di Paolo. — Come il padre fu chiarissimo me-
dico. Sposò Anna Cardona, nobile beneventana di famiglia pa-
trizia tuttora vivente.
Giulio, di lui fratello. — Fu anch’esso medico valente.
Antonio, fratello dei precedenti, in religione F. Vincenzo
Ferrero. -- Monaco dei Carmelitani scalzi. Oratore insigne,
chiaro letterato e scienziato. Fu autore di una Storta Greca, ap-
prezzata e lodevolmente commentata dagli storici beneventani.
Priore, definitore e poi provinciale del suo Ordine pelregno di Na-
poli e fondatore di diversi Monasteri (1567 | 1650).
Paolo juniore, di Angelo. — Dottore in medicina. Ottenne
jl patriziato beneventano nel 1618. Ebbe conferma di nobiltà
da papa Gregorio XV, con Breve del 1623. Sposò Filomena
Gizzio, di nobile famiglia beneventana estinta. Nel terremoto
del 1626, che durò tre mesi dal 27 dicembre, trovavasi in Napoli
© vi si distinse per abnegazione, generosità e coraggio, soccor-
rendo i danneggiati con la sua opera e con soccorsi materiali.
La sua benemerenza e il suo disinteresse furono da Filippo III
di Spagna, re di Napoli, rimunerati nel 1634 con la nomina di
Marchese, e Papa Urbano VIII, con Breve del 1642, confermava
il titolo perchè potesse insignirsene negli Stati pontifici.
Gio: Battista di Paolo. — Rimasto vedovo di Ottavia Mo-
scarelli, nobile beneventana, vesti l’abito talare. Dotto, pio, illi-
bato, fu presto elevato a canonico mitrato, e Primicerio Primo della
Metropolitana. Autorevole per la sua dottrina, fu due volte pre-
scelto come Vicario capitolare a reggere l’Archidiocesi di Ben-
evento, cioè: nel 1693 dopo la morte del cardinale G. B. Foppa,
e nel 1685 dopo il decesso del cardinale Girolamo Gastaldi.
Vincenzo di Giov. Battista. — Professore di leggi. Sposò
Angela Tavini di nobile famiglia beneventana, ora estinta.
104 LA FAMIGLIA ALBINO DEI SASSINORO
Filippo, fratello del precedente. — Fu abate, giureconsulto, filo-
sofo, letterato. Agente del Patriziato beneventano presso la Corte
pontificia dal 1684 al 1699, epoca in cui fu nominato vescovo
di Sant'Agata dei Goti, cattedra lasciata di recente da Sant'Al-
fonso dei Liguori e che era stata già coperta da Papa Sisto V. Ivi
ebbe largo campo la sua dottrina e la sua innata beneficenza.
Oltre al riordinamento del Vescovado, del Seminario e degli
Archivi, arricchì il tesoro vescovile, fondò il Monte dei pegni in
città, e moltissimi Monti frumentarii nella diocesi, affidandoli alle
Congregazioni di carità. Innumerevoli parrocchie rurali dotò, be-
neficò e corredò di paludamenti ed arredi ecclesiastici, fra cui
calici e pianete che tuttavia si vedono decorate dello Stemma
di Casa Albino. Nel 1695 riedificò nella Chiesa di Santa Maria
del Carmine, oggi di Sant'Anna in Benevento, col concorso di |
suo fratello Vincenzo, la Cappella gentilizia degli Albino, con
l’altare di fattura artistica ricco di marmi pregevoli e l'adiacente
sepoltura di famiglia, che prima trovavansi nella Chiesa di
Sant’ Eustacchio, allo storico Pontile, distrutta dal terremoto
del 1688. Con danaro proprio e del fratello Vincenzo, riedificò
la Chiesa di Santa Maria della Libera fuori Porta Rufina, sui
ruderi dell'antica innalzata dal popolo beneventano in ringra-
ziamento alla Santissima Vergine, per aver salvata la città dal-
l'assedio di Costante. Nel 1706 tenne nella sua Cattedrale un
Sinodo, per richiamare leggi ecclesiastiche in vigore. Rese esem-
plare il contegno *dei suoi ecclesiastici, che volle dotti e saggi,
disciplinò le Congreghe, vigilò i pil legati. Il suo Capitolo fu
un areopago di dotti, quasi tutti di laurea in Sacra teologia
e in ambe le leggi fregiati, e molti propote a vescovi. Nel conci-
storo di gennaio 1711 fu traslocato alla Chiesa di Parma, dan-
dogli per successore il nipote Monsignor Nicola Saverio Albino,
ma non volle accettare, rifiutando in tal modo la Sacra Por-
pora, imperocchè la cattedra di Parma era considerata sede.
cardinalizia. Nel 1717 elevò a Collegiata la Chiesa del Santis-
simo Corpo di Cristo di Frasso Telesino, e troppo sarebbe il par-
lare delle altre sue infinite opere preclari e benefiche, che resero
il suo nome glorioso, ed anche oggigiorno, in Sant'Agata dei
dei Goti, lo si rammenta come se fosse deceduto da pochi mesi.
LA FAMIGLIA ALBINO DEI SASSINORO 105
‘Carico di anni e di gloria morì il 26 ottobre 1722, e fu sepolto
nella propria Cattedrale, ove già nel 1699, si era fatto erigere
la tomba. Era nato nel 1652.
Girolama, sorella di Monsignor Filippo. — Fu abadessa nel
nobile Monastero di San Vittorino in Benevento, soppresso da
Napoleone I perchè fornito di larghissimo censo.
Gian Girolamo di Vincenzo. — Probo, coltissimo ed apprez-
zato cittadino. Coprì in Benevento tutte le più eminenti cariche
‘e fu il principale entusiasta fautore del monumento a papa Be-
nedetto XIII, che era stato 11 munificentissimo cardinale Orsini,
tanto benemerito della città e benefattore della famiglia Albino.
Il monumento sorge tuttavia nella piazza Orsini in Benevento.
‘Sposò Diana dei marchesi Mosti, patrizia beneventana di fami-
glia tuttora vivente. Dimorò lungamente a Roma, ove nacquero
i suol figli.
Nicola Saverio, fratello del precedente. — Fu eminente giu-
reconsulto, abate, consigliere di nunziatura. Vescovo di Sessa,
ma poscia rinunziò il vescovato per salute, ma nel Concistoro
del 1711 fu traslato a Sant'Agata dei Goti, in surrogazione del
vescovo Filippo Albino, suo zio, traslato alla chiesa di Parma,
ma nemmeno accettò per dedicarsi tutto alla diplomazia, e fu
mominato arcivescovo di Atene e canonico di San Pietro in Va-
ticano. Curò nel 1717, insieme a suo fratello Gian Girolamo una
nuova edizione dello Statuta C'vitatis Beneventi, completandola
-di tutti gli altri privilegi, editti e disposizioni emanati a pro di
Benevento dai Sovrani Pontefici, e non ancora inseriti in un
testo unico, ed arricchendola di una tavola: Beneventanae Urbis
Graphidem Terremotu A. 1688 solo aequatae, Nicolaus Saverius Abbas
Albinus, Patritius, et Nuntiaturae Apostolicae Neapolis Iudex et
Auditor Generalis luci restituens, Emo et Rmo Dno S. R. E. Car-
.dinalì Ursini, Epo Portuensi et Archiepiscopo eiusdem restaurari.
‘Così la iscrizione messa in fronte alla tavola, il cui fregio è de-
corato degli Stemmi di Casa Orsini ed Albino. Egli fu tenuto
in conto da papa Clemente XI, e dal cardinale Orsini, poscia
papa Benedetto XIII, che con breve del 15 dicembre 1724 lo
ammise fra i suoi famigliari, con le cariche di Elemosiniere se-
greto e Protonotario apostolico, concedendogli nel contempo i
ie i dir
| TE VA
106 LA FAMIGLIA ALBINO DEl SASSINORO
titoli di Conte palatino; Nobile romano, Cavaliere aurato, oltre
ad innumerevoli privilegi e franchigie. Vantò le private amicizie
dei cardinali Paulucci, Alessandro Albano, del dottissimo car-
dinale Lambertini che fu papa Benedetto XIV. Nel 1740 morì
cardinale riservato in pectore, e fu seppellito in Roma nel Cimi-
tero del Capitolo cattedrale dei Canonici di San Pietro in Va-
ticano.
Aurelia, sorella del precedente. — Sposò in prime nozze Do-
menico Moscarelli, nobile beneventano, la cui famiglia è estinta.
In seconde nozze si congiunse con Antonio Cardone, patrizio
beneventano, famiglia tuttora vivente.
Bartolomeo, fratello dei precedenti. — Munificentissimo Ca-
nonico-rettore della insigne Collegiata di Santa Maria in Via.
Lata in Roma. Vescovo titolare di Monastir. Con danaro pro-
prio decorò quella chiesa rendendola monumento artistico di stile:
corintio, quale ora si vede. Il Collegio canonicale di Santa Maria.
in Via Lata, volle, lui vivente, nel 1735, a memoria dei suoi
insigni beneficii, dedicargli la iscrizione laudatoria che tuttavia
leggesi in detta Chiesa, dove nel 1751 fu seppellito nel mezzo.
della sacrestia. Era nato nel 1678.
Carlo di Gian Girolamo. — Estese la sua proprietà acqui-
stando beni in San Giuliano, per crearne feudo di famiglia. .
Sposò Angelantonia Garzone, gentildonna di Ferrazzano.
Filippo di Carlo. — Sposò Carmina Zuccarelli, figlia unica.
di Donato e di Cristina, del marchese Anastasio Pellicano.
Arcangelo Maria di Filippo. — Dottore in legge. Sposò Ele-
nantonia Testa, gentildonna di San Giuliano.
Carlo Domenico di Arcangelo. — Giureconsulto e letterato.
Morì celibe.
. Anastasio, fratello del precedente. — Sposò la marchesa
Agnese Mondelli dei Sassinoro. Ebbe sei figli maschi e tre:
femmine: Rosa e Letizia maritate a Carlo e Camillo Zuccarelli,
gentiluomini di San Giuliano, ed Angelina, monaca. Da Camillo.
Zuccarelli e Letizia Albino, nacque Gaetano che sposò Emilia.
Brini di Luigi ed Agnese Albino. |
Nicola Orazio di Anastasio. — Nato nel 1815. Avvocato.
Professore di scienze naturali. Socio onorario e corrispondente:
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È Sali
LA FAMIGLIA ALBINO DEI SASSINORO 107
di moltissime Accademie e di sodalizi scientifici. . Membro dei
Georgofili di Firenze; cavaliere, ecc. Tenne lungamente ad ho-
norem il segretariato del Comizio agrario di Benevento, lascian-
dovi ricordi del suo sapere e della sua alacrità, per cui quel
sodalizio fu classificato il settimo in Italia, come da Atti a
stampa del Comizio stesso. Nel 1869, auspice il Municipio di
Benevento, sull'antico e monumentale Chiostro di Santa Sofia,
edificò l'Osservatorio meteorico che diresse e condusse per lunghi
anni. Mente di vasta e varia coltura, lasciò moltissimi opuscoli
e monografie su temi diversi. Sposò Alberinda Arietani fu Giu-
seppe, gentiluomo padovano, | il 10 gennaio 1902. Oltre ai maschi
ed altri otto figli che morirono bambini, ebbe anche tre fem-
mine: Maria, Filomena ed Agnese, maritata a Luigi Brini fu
Nicola, gentiluomo sepinese, da cui nacquero: Nicola, Giuseppe
e Tito, e due femmine: Elisa, maritata ad Enrico Martini, ed
Emilia, maritata a Gaetano Zuccarelli.. Passò la sua tarda età
nell’avito Castello marchionale di Sassinoro: con la non meno
ottuagenaria sua consorte, adorato dai figli, venerato da tutti,
‘ morì il 5 dicembre 1902.
Arcangeio di Anastasio. — Dottore chimico. Gentiluomo
colto e probo. Coprì le distinte cariche cittadine nel Comune di
San Giuliano nel Sannio, ove fu Sindaco per oltre un venten-
nio. Sposò la signora Fedele Varriano. Oltre ai figli maschi,
ebbe due femmine: Elena e Berenice.
Alfonso, fratello del precedente: — Dottore in legge e let-
terato. Latinista non comune, trattò la poesia italiana e latina.
Sposò la signora Giovannina Cianciulli ed oltre al figlio Gen-
naro, ebbe una femmina: Tullia, che sposò Benedetto Pedicini
di antica e cospicua famiglia.
Berardo, del dott. Arcangelo. — Sposò la nobile Cristina
Sarlo, ed oltre al maschio: Arcangelo ha cinque figlie femmine:
Ida, Delia, Vincenzina, Antonietta e Bianca.
Ettore, fratello del precedente, sposò la signora Erminia Bel-
lini, da cui ebbe una figlia: Maria.
Vincenzo Anastasio di Nicola Orazio. — Membro di varie
accademie. Sposò la contessa Clementina della Vipera, attual-
mente unica superstite dell’antichissima famiglia dei Conti del
108 LA FAMIGLIA ALBINO DEI SASSINORO
Castello della Vipera, patrizia beneventana, la cui nobiltà ri-
monta all’ vini secolo, e, storicamente da Nubilio o Nubilione e
Riccardo Conti della Vipera (a. d. 1052). L’ava paterna di detta
contessa Clementina della Vipera, fu la marchesa Beatrice Sel-
laroli, ultima discendente della famiglia di Virgilia Sellarolo,
juniore che nel 1590, sposò Orazio Albino. Il marchese Vincenzo è
attualmente capo di nome e d’armi della sua nobilissima famiglia. !
Ciro Orazio, fratello del precedente. — Valente nella mate-
matiche, si dedicò anche alla letteratura ed alla storia, e morì
compianto da tutti, nella ancor giovane età di 40 anni, nel
palazzo marchionale di Sassinoro il 17 febbraio 1899. Lasciò un
figlio: Nicola.
Giuseppe Anastasio, fratello del precedente. — Cavaliere
cadetto per la morte di suo fratello Ciro Orazio. Sposò la nobile
Rachele Toledo, discendente da Pietro di Toledo, generale
spagnuolo. Ha due figli: Roberto ed Albino.
Francesco Paolo, ultimo genito del marchese Nicola Giazio
— Sposò Maria Calabrese fu Albino, gentiluomo morconese.
Oltre al figlio Nicola Orazio, ha anche due femmine: Albe-
rinda e Albina. L'arma di questa illustre famiglia come si vede
negli antichi monumenti in Benevento; nella Chiesa di S. Maria
in Via Lata a Roma è d’azzurro * all’artiglio alato di nero accom-
pagnato in capo da un crescente d’argento posto in palo.
Divisa: Per nox Luna magnifica facere.
: Tronporo Branco.
1 Il marchese Vincenzo è benemerito Membro Onorario del nostro Col-
legio araldico.
? Il campo si vede anche d’oro come in uno stemma della nostra rac-
colta rilevato dai blasonari romani.
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FAMIGLIA BALESTRINO
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VOLPEDO (Tati)
Questa nobile famiglia genovese, la cui
genealogia rimonta al xrv secolo, si crede
originaria dalla terra di Balestrino (Al-
benga). Passata da remoti tempi in Sestri
ponente, si stabili più tardi in Fegino (Polcevera), in Sam-
pierdarena e da ultimo in Genova ove fu ascritta alla nobiltà
nel 1528, venendo aggregata all'albergo Promontorio in persona
di Giovan Battista e fratelli. I più antichi personaggi di cui si
ha memoria sono un Corrado Balestrino (1353), un Costantino
Balestrino (1355), ed un Lanfranco Balestrino (1364), dei quali .
fa menzione il Federici nei suoi manoscritti (Archivio di Stato).
Antonio Balestrino proprietario di navi si cimentò coi Fiorentini
perdendovi il proprio naviglio nel 1453 (Giscardi, Ganducci, F'e-
derici, etc.). Antonio Balestrino consigliere di mercanzia della Re-
pubblica di Genova (1455), nel 1460 aggregato alla fazione degli
artefici guelfi (Archivio di Stato).
110 FAMIGLIA BALESTRINO
Nel 1488 Iacopo, Antonio, Francesco, Agostino, Filippo e
Domenico Balestrino, vennero designati fra i rappresentan!i della
Repubblica a prestare giuramento di fedeltà a Gian Galeazzo
duca di Milano. Gio. Battista Balestrino prese parte all'assedio
di Rodi nel 1522 (vedi Storia di Malta del Vertol). Leonardo Ba-
lestrino, uomo di vita esemplare, dotto teologo ed elegante ora-
tore, arcivescovo di Rodi (1522); cavaliere dell’ordine gerosoli-
mitano, fu nominato commendatore dello stesso ordine pei lunghi
ed importanti servigi prestati in occasione dell'assedio di Rodi,
come risulta dalla Bolla 18 giugno 1529.
Da Gio. Battista Balestrino q. Gio. (1598) vengono gli attuali
rappresentanti di questa famiglia. Egli morì per mano assas-
sina il 13 marzo 1665 in località detta Baratera in Polcevera, e
venne sepolto nella chiesa di Sant’ AIIDISO di Fegino (Archivio
parrocchiale).
I Balestrino avevano anche sepolture nella chiesa di Sestri
Ponente ed in quella dell’Annunciata di Portoria in Genova.
Ecco la discendenza diretta da Gio. Batta:
Ambrogio di Gio. Batta Balestrino 1624; i
Stefano di Ambrogio Balestrino 1668; nto wi
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Ma Bio
SELVAGGI
BARONE GIOVANNI
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D. EMANUELE CONTE NICOLÒ
MARCHESE DI VILLAROSA PADOVA
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PRINCIPE E CONTE DI TYRONE
LISBONA
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CONTI
VARSAVIA
NOB.CAV. EDOARDO
ROMA
Cromolit.R.BULLA Roma
KOSSAKOWSKI
CAVALLI
FELICE
MALESCO
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NOB. GIACOMO
S.GIACOMO DELLE RONCOLE
FRANGESCHINO
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FAMIGLIA BALESTRINO 111
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Nicolò di Stefano Balestrino 1709;
Stefano di Nicolò Balestrino 1786;
Domenico di Stefano Balestrino 1777;
Giovanni di Domenico Balestrino 1814;
Carlo di Giovanni Balestrino (1840) marchese, patrizio geno-
vese, è l’attuale capo di questa nobile famiglia. Egli è console
generale a Genova di vari Stati. È presidente del Consiglio dei
Docks del Porto; Consigliere dell'acquedotto De-Ferrari Galliera
Censore della Banca d’Italia; è gran croce dell’ordine di Cristo,
commendatore di molti ordini equestri, cavaliere di San Gregorio
Magno, già cameriere segreto di spada e cappa di S.S. Pio IX,
gentiluomo colto e distinto che degnamente rappresenta la sua
antica prosapia. Ha avuto un figlio, Gio. Raffaele, morto a venti
anni nel 1896.
Domenico Balestrino, fratello di Carlo fu Colonnello di marina
‘e morì a cinquant’anni nel 1902 lasciando un figlio, Alberto,
nato nel 1898. Luigi altro fratello già comandante di marina,
nato nel 1846, ha un figlio Giovanni nato nel 1892. Monsignor
Gian Carlo Balestrino ultimo di questi nobili fratelli è nato
nel 1854. È protonotario apostolico, prelato domestico di S. S., ecc.
112 FAMIGLIA BALESTRINO
Diamo qui le inci-
sioni delle principali
ville di proprietà della.
famiglia Balestrino, e
del bellissimo monu-
mento, opera magi-
strale dello scultore
Fasce, che si ammira
nel Campo Santo di
Staglieno in Genova.
L’arma dei Balestrino:
è d’oro alleone di nero,
coronato delcampo, te-
nente fra le zampe una.
balestra al naturale.
Corona da patrizio di
Genova (la Marchio-
nale genovese)suppor-
ti due grifoni d’oro.
(Vedi tavola a colori).
Lurci FILIPPI.
I MIRAMARE - Ro Baterieino
QUARTO AL Mere
"ri [orbi da E SRLIAtiatetat SRL 3
z 6 L\ TY La famiglia Vitali di origine
petritolese oggi romana, è fra
le più antiche delle Marche, e
sempre si distinse in opere co-
spicue di beneficenza e di pietà,
tanto che Pio IX le conferi in per-
petuo con decreto 1° aprile 1859
il patriziato di NorciaUmbria;
e Leone XIII, con breve 8 ago-
sto 1893, nominò conti romani
1 fratelli Alessandro e Francesco Vitali con facoltà di trasmet-
tere il titolo a tutti i loro discendenti primogeniti.
Ha parentato con le primarie famiglie nobili delle Marche e
di altri luoghi. Ha vaste possidenze nei territori di Fermo, Pe-
tritoli, Lapedono, Ripatransone, Monte Giberto e Monte Vidon
Combatte. Possiede nella piazza di Fermo un palazzo fra i mi-
gliori, ove sì ammira un appartamento decorato di pitture del
celebre Cochetti, che dipinse pure il volto classico del teatro fer-
mano;comealtro appartamento venne nel 1883 abbellito di pittore
dal rinomato pennello del comm. Bruschi, che vi lavorò a lungo.
Sebbene possegga una sontuosa villa nei pressi di Ripatran-
sone, quello di Fermo è da tutti ammirato per comodità, ele-
ganza e sfoggio di piante e fiori. |
I discendenti della famiglia Vitali ricoprirono sempre pub-
bliche cariche onorifiche: seppero procacciarsi una splendida
posizione sociale col lavoro e con l'onestà.
A. questa famiglia appartenne l’arciprete Francesco Vitali
morto a Fermo il 15 dicembre 1867, uditore ed amico del car-
dinale Albani, legato a Bologna della Santa Sede e segretario
. di Stato di Pio VIII. Sacerdote dotto, piissimo, licenziò alle
stampe il suo classico Mese de’ morti che varcò i confini d’Italia
e fu tradotto in moltissime lingue.
UGo ORLANDINI.
8
Si ha per tradizione che la famiglia
Rosetti di antica origine veronese in tempo
di lotte fratricide emigrasse parte a Forlì
parte a San Benedetto del Tronto, ove
introdusse l’industria della pesca ora fio-
rente. In quest’ultima terra fece sempre
parte del patrio Consiglio, occupando
cariche pubbliche.
I Rosetti di Forlì diedero un Giuseppe
AN uditore di Rota (1563) e un Benedetto Vit-
torio monaco cassinese e vescovo di San Donnino nel 1725.
Dai Rosetti di San Benedetto discende il cav. Gaspare che fu
nella tenera età istruito ed educato dallo zio paterno, uomo dotto e
pio, pievano nella parrocchia di Sant'Andrea in quello di Cupra-
marittima. Compì poi i suoi studi nel seminario Ripano con molto
profitto, come ne fanno fede i premi conseguiti. Militare in gio-
ventù e decorato per atti di coraggio, si stabili a Fermo, ove
posto a capo dell'azienda dai conti Vitali sin dal 1368, fu fatto
segno a tanta stima ed affetto, che il compianto conte Alessandro
Vitali nel suo ultimo testamento lo nominò tutore de’ suoi figli
tutti minorenni, dei quali si occupò assiduamente con impegno
e coscienza.
Fondò a Fermo una Società operaia cattolica di mutuo soc-
corso, è consigliere comunale e della Banca cattolica, presidente
del Comitato diocesano, membro del Comitato regionale, ecc.
Leone XIII nel 30 dicembre 1888, riconoscendo le sue bene-
merenze, lo decorò della croce “ Pro Ecclesia et Pontifice , e con
breve 3 agosto 1894 lo fece cavaliere di San Gregorio Magno.
UGo ORLANDINI.
CENNI GENEALOGICI
LA FAMIGLIA ARDIAS
Di antica nobiltà spagnuola, la famiglia
de Ardias, detta in Italia Ardias e d’Ardia
si diramò nelle provincie meridionali, dove
D. Carlo de Ardias, sposo di una dama di
Casa Basurto, egualmente di nobiltà spa-
gnuola, fu presidente della R. Camera della
Sommaria nel 1663, e nel 1663 fu investito
del marchesato di San Lauro, in Calabria,
e morì il 26 aprile 1672 senza prole; ! sua
moglie passò a seconde nozze con D. Bal-
dassare del Campo, cavaliere spagnuolo, capitano di cavalleria
e preside della provincia di Cosenza. °
D. Giuseppe Ardia, fratello del marchese di San Lauro,
razionale della R. Camera, fu padre di D. Niccolò, che ereditò
Il marchesato, e morì il 25 ottobre 1679. Gli succedette il fra-
tello D. Francesco, che divenne presidente della R. Camera,
segretario del Regno e marchese di San Lauro, e morì il 14 ot-
tobre 1716, venendo tumulato alla Santissima Trinità, e succe-
dendogli il fratello D. Giovanni. Ebbe anche altri fratelli: D. Ema-
nuele, capitano al servizio del Re delle Due Sicilie, e D. Carlo, cap-
pellano d'onore di Palazzo, e due sorelle: Donna Giuseppa e
Donna Anna, quest’ultima moglie di D. Gaetano Pinto, patrizio
salernitano. Ad altro ramo di questa famiglia appartenne D. Carlo
1 Cedolario di Calabria Citra, 1696-1731, vol. 75, fol. 210, ecc., nel grande
archivio di Napoli.
° Nel Lumaca la famiglia è detta Ardias; nel Codice della Biblioteca
del Collegio araldico è detta parimenti Ardias. È certissimo che l’antica
ortografia spagnuola aveva una s dopo l’ultima a.
MI) PN PT INENE
NERA OTT SCIARE CN
116 LA FAMIGLIA ARDIAS
d’Ardia, maestro d’atti della Gran Corte della Vicaria. La sua
famiglia ereditò il principato di Cursi e il ducato di Grottaglie
dalla Casa Caracciolo Cicinelli di Martina per successione di Casa
Palomba, e s'imparentò con i duchi di San Demetrio e con i
principi di Casapesenna, con gli Spinelli marchesi di Fuscaldo,
e con altre famiglie cospicue. |
Donna Agnese d’Ardias, figlia del marchese Giovanni d’Ardias
y Torres e di Donna Eleonora Amendola, sposò D. Benedetto
Conte, discendente diretto di Giovanni Vincenzo Conte, fratello
di Torquato, che da Ferdinando II, Imperatore d’Austria, fu
creato conte palatino insieme ai fratelli e' discendenti. Giovanni
Vincenzo venne investito del feudo di Ginestra della Montagna.
Donna Agnese trasmise il suo nome e i suoi diritti nobiliari
alla famiglia del marito, oggi rappresentata dal Conte D. Eu-
genio Conte-Ardias di Napoli.
Il ramo degli Ardias o d’Ardia è oggi rappresentato da D. Lo-
renzo d’Ardia, principe di Cursi, duca di Grottaglie, e dal di lui
fratello monsignor d’Ardia Caracciolo, erede della prelatura Ca-
racciolo, dotto prelato, residente a Civitavecchia.
L’arma dei marchesi di San Lauro portava le panelle (foglie
d’olmo) di rosso in campo d’oro inquartate con lo stemma del
cane che porta in bocca la fiaccola accesa, come si vede anche
nei manoscritti della Nazionale di Napoli. Le pannelle erano nel
4° quarto nel 2° in campo d’argento un albero di verde con due
lupi attraversanti dinanzi al tronco dell’albero; nel 3° d’azzurro
all’elmo d’argento.
Quella che qui riportiamo, unita a quella del Conte, appar-
tiene al ramo degli Ardias y Torres. Il cane emblema princi-
pale dallo stemma e che i principi di Cursi portano accompa-
gnato da tre fiamme ordinate nel capo, venne soppresso in questo
stemma e vi si vedono soltanto il quarto dell’olmo e quello delle
pannelle. | FeLice DE MARTINO. |
MAISON CORVIN KOSSAKROWSKI
Anciennement Corvin altas Corvini en Pologne.
Chef actuel de la famille Stanislas comte Kossakowski, Cham-
bellan de S. M. l’Empereur de Russie.
. Cette maison est représentée dans les anciens ouvrages comme
ayant une origine extrémement ancienne.
Sans doute nous pourrions ne mentionner ici que les services
de la famille Kossakowski en Pologne, mais afin d’établir un
précis historique complet, nous devons rappeler comment d’autres
écrivains, entre autres Niesiecki, édition de 1732, se sont expri-
meés sur l'origine de cette famille avant qu'elle ne prit vers 1400
(de la terre de Kossaki en Mazovie), le nom de Kossakowski.
On prétend que de Valerius Corvus, cité par Tite-Live et
d’autres historiens, descendent les Corvini d’Italie. Un membre
de cette famille se transporta en Pannonie; ce fut, dit la tra-
dition, le bisaieul de Marcus Corvin qui eut deux fils. Du premier
. descend Jean Huniade, père de Mathias Corvin roi de Hongrie;
du second descend Laurent (Wawrzenta en polonais) qui s’étant -
transporté en Mazovie devint en 1224, hetman de Conrad prince
de Mazovie. Laurent eut deux fils: 1) Roman dont descendent
les Corvin Kossakowski, les Corvin Gosiewski, et les Corvin
Kamienski; 2) Vladimir, dont descendent les Corvin Krasinski
et les Corvin Puiewski, et quelques autres familles sui prirent
le nom de leurs terres.
La famille Kossakowski compta toujours depuis 1638 un
membre è la Chambre haute de la République de Pologne (Sé-
nat), ce furent: Nicolas, castellan de Czernichow, 1638; Jean-
Eustache, castellan de Mseislaw, 1649; Thomas, castellan de Par-
nawa, 1660; Nicolas, castellan de Kieff, 1706; Dominique, castellan
de Podlachie; Antoine, castellan de Livonie, 1789; Simon, castellan
118 MAISON CORVIN KOSSAKOWSKI
de Livonie, 1790, et Michel, palatin de Witebsk ainsi que Sta-
nislas, castellan de Kamiensk. Outre ces neuf sénateurs, on compte :
deux grands écrivains de la Lithuanie, Joseph, évéque de Livonie,
mort en 1794, et Michel en 1790; trois évéques: Joseph de Li-
vonie; Jean Nepomucéène de Vilna, mort en 1808; Adam de
Samogitie, mort en 1812; un grand hetman, Simon, 1792; deux
genéraux, Joseph, aide de camp de Napoléon I, et Adam; deux
charges de Cour, Dominique, sénéchal de Samogitie, 1730; Jo-
seph, grand veneur de Lithuanie, 1791; onze nonces et huit
starostes. Après ce compte rendu des charges de la famille Kossa-
kowski nous ne saurions omettre les noms de ceux qui jouèrent
un ròle politique dans les affaires de leur pays. Le premier qui
se présente à nos yeux, est Francois-Nicodème, Staroste de
Lomzà, qui en 1605, è la bataille de Kirchholm, contre les Suèdois,
commanda l’aile gauche des armées polonaises sous le comman-
dement du fameux Hetman Chodkiewicz. Nicolas Kossakowski,
castellan de Czernichow, se distingue sous ce méme Chodkiewiez
contre les Turcs, seize ans plus tard, 1621.
Pendant la célèebre Confédération de Tarnogrod, un autre
Nicolas Kossakowski, nonce de Lublin fut un des premiers qui
appelerènt aux armes le palatinat de Lublin pour la défense de
la patrie. Catherine Kossakowska, née Potocka, femme du ca-
stellan de Kaminsk, fut une des célébrités du règne de Sta-
nislas-Auguste. A sa mort ses terres furent confisquées par l’im-
pératrice Catherine de Russie, à cause de son patriotisme. Simon,
grand hetman lithuanien, s’illustra comme capitaine dans la
confédération de Bar contre les Russes, puis il acquiessa è la
confédération de Targowica en 1792 avec son frère Joseph évéque
de Livonie. Tous deux périrent pendant la révolution de 1794,
ainsi que quelques moteurs de cette confédération. Simon ne
laissa pas d’enfants; il avait épousé une comtesse Potocka. Adam
et Joseph furent tous deux généraux des armées polonaises contre
les Russes. Ce dernier fut aide de camp de Napoléon I et fit toutes
les guerres de l’Empire; il mourut en 1842 en Lithuanie, en
laissant è Vilna. un cabinet d’antiquités qui est très connu. Jean
Nepomucène, évéque de Vilna, fonda la Société de bienfaisance
de cette ville; il est mort en 1808.
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PORSI O SEE SIN PEER 1 LE IO HM
me. Pra dla ee da a ”
MAISON CORVIN KOSSAKOWSKI 119
Tout en continuant l’énumération des membres de cette fa-
mille qui prirent part aux événements politiques de la Pologne,
nous croyons de notre devoir de citer aussi ceux qui dotèrent
cette famille de titres et d’institutions héréditaires: Michel Kos-
sakowski, palatin de Witebsk, mort en 1799, fut nommé par
Marie Thérèse d’Autriche comte héréditaire de l’Empire romain
le 18 septembre 1781. Son fils, le comte Joseph Kossakowski,
grand veneur de Lithuanie, nonce è la Diète de 1791, forma,
à ses propres frais, en 1812 un régiment de chasseurs pour com-
battre les Russes; il fit, sous le commandement du général
Dombrowski avec le sénéral Chodkiewicz et d’autres généraux,
toutes le campagnes de KRussie, et avec ses chasseurs lithuaniens
protégea la retraite de Vilna è Kowno, puis défendit la forte-
resse de Spandau en Prusse et fut le fondateur d’une comman-
derie héréditaire de l’ordre de Malte en son nom, il mourut è
Varsovie en 1840. Marié à la comtesse Louise Potocka, sceur de
la comtesse Branicka mére de la princesse Sophie Odescalchi de
Rome et grand mère de la princesse Sophie Strozzi de Florence,
et laissa un fils, Stanislas Félix, qui suit et trois filles:
1. La comtesse Joséphine, née à Wojtkuszki le 3 janvier 1795,
mariée au comte Léon Potocki, fils du comte Stanislas, palatin
du royaume de Pologne, morte è Rudawa en 1860.
2. La comtesse Pélagie, née à Werki le 15 novembre 1795,
mariée à Alexandre Bower de St. Clair suJjet britannique, morte
à Lunéville en 1881.
8. La comtesse Adéle, née en 1801, mariée au comte Eugène
Poriatowski, morte è Ciecievowka en 1349 sans postérité.
Comte Stanislas (Georges-Félix-Fortuné) Kossakowski, né en
1795 è Hambourg, conseiller privé, sénateur; dernier président
de la ci-devant Chambre héraldique du royaume de Pologne
de 1858-1861, mort a Varsovie,en 1872. Commandeur de l’Ordre
de Malte. Savant auteur et publiciste. Il fut de 1824 a 1327
premier secrétaire de l’Ambassade de Russie près du St. Sièége
apostolique. Marié le 23 aoùt 1829 à la comtesse Alexandrine
de Laval de la Loubrerie, soeur de la comtesse Zeneide Lebzreltern,
ambassadrice d’Autriche è Naples.
Enfants:
120 MAISON CORVIN KOSSAKOWSKI
1. Comtesse Catherine, demoiselle d’honneur de l’impératrice.
Mariée le 13 octobre 1858 à Vienne è Mr. Stanislas Lempicki,
fils de Louis, sénateur et castellan du royaume de Pologne, et
de Constance, née Soltyki, fille du Wojewoda Stanislas et de la
princesse Sapiecha. È
2. Comtesse Alexandrine, née le 24 juin 1831. Mariée le
5 juin 1853 a Varsovie au comte Sigismond de Broél Plater,
morte le 21 décembre 1901. i
3. Comte Stanislas-Alexandre-Ladislas-Casimir Kossakowski,
né le 8 juillet 1837 è Wojtkuszki, chambellan de S. M. l’em-
pereur de Russie, commandeur de l’Ordre de Malte, vice-président
de la Société des beaux arts en Pologne, juge de paix du district
de Wilkomir, et ancien maire de cette commune.
Marié I° le 4 juillet 1858 à la comtesse Alexandrine Caroline
Chodkiewicz née è Mlynow en Volhynie, le 6 mai 1840 et morte
le 6 juin 1880 à Venise (fille du comte Mieczyslas Chodkiewicz,
sous-lieutenant au régiment des lanciers polonais, et de Louise
comtesse Olizar); 2° le 12 mai 1881 à Micheline Zaleska, née le
19 septembre 1855 à Vielona, morte è Varsovie en 1890 (sceeur
de monseigneur Ladislas Zaleski, nonce apostolique aux Indes
Orientales, fille de Zenon et de Gabrielle Dombrowiez); 3° le
18 avril 1893, (è Kraslaw gouvernement de Vitebsk), è Sophie
Bower de St. Clair (fille d’Alexandre, consul général d’Angle-
terre à Jassy, et de Francoise Klingert, et petite-fille de la com-
tesse Pelagie Kossakowska et d’Alexandre Bower de St. Ria
Enfants du premier mariage:
1. Comte Joseph-Stanislas-Michel- Ladislas, né le 24 aoùt 1866
à Varsovie. Marié le 20 septembre 1891 à Mlynow è la comtesse
Marie Chodkiewicz, née en 1868, fille du comte Charles et d’An-
toinette Falkowska.
A) Une fille: comtesse Louise-Marie-Alexandrine-Anne, née
le 6 aoîùt 1893 à Brzostowica.
b) Un fils: comte Stanislas, né è Brzostowica le 6 juillet 1901.
2. Comtesse Marie-Hedwige-Alexandrine, née le 11 novem-
bre 1861 à Dresde, mariée le 7 aoùt 1881 à Wojtkuszki, è Val-
demar Chrapowicki, général de l’état major russe.
3. Comtesse Alexandrine-Catherine-Stanislas-Sophie, née le
DE, a SET.)
MAISON CORVIN KOSSAKOWSKI 121
2 mai 1863, demoiselle d’honneur de S. M. l’impératrice. Mariée
le 9 septembre 1886 à Varsovie è M. Ladislas Lempicki, fils
d’Ignace et de Marie comtesse Tyszkiewicz.
4. Comtesse Sophie-Pelagie-Alexandrine-Stanislas-Thecla, née
le 23 septembre 1868 à Varsovie. Mariée le 30 aoùt 1892 è
Wojtkuszki è M. Alexandre Meysztowicz, président de la Société
agricole du gouvernement de Kowno.
Du second mariage:
5. Comtesse Gabrielle-Stanislas-Alexandrine-Sophie-Marie, née
le 15 septembre 1882 è Wojtkuszki, mariée è Varsovie en 1902
à M. Paul Gorski gentilhomme de la Chambre, fils de Constan-
tin et de Julie princesse Galitzin.
6. Comte Stanislas-Michel-Nicodèéme, né le 26 novembre 1883
à Varsovie.
Du troisiéme mariage:
7. Comtesse Hedwige, née àèà Wojtkunski le 9/21 mars 1894.
18. Comte Jean-Eustache, né à Varsovie le 6 mai 1900.
Armes: D'azur, au corbeau de sable tenant un anneau d’or dans son
bec posé sur une croix patée, placée sur un fer à cheval. Devise: “ Calceo,
cruce, corvo, salutem tibi servo.,, Supports des feuilles de chène. (Voir la
planche en couleurs).
O. BRETON.
ce
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Marquis d’OrnaNo, La Corse militaire. Paris, 1904, Champion, in-8°.
La mission dont fut chargé l’auteur, par le Ministère des affaires étran-
gères, en Italie, il y a trois ans, avait pour objet, en général, l’ histoire mili-
taire des Corses en Italie, et, en particulier, l’ étude du sanglant conflit qui
s’élèva en 1662, à Rome, entre le duc de Créqui, ambassadeur de France, et
la garde corse du Pape. M. le marquis d’Ornano s’empressa de se rendre
en Italie pour compléter les éléments de cette étude historique, et l’oeuvre
qu'il présente maintenant au public est le résultat d’un labeur des plus
consciencieux. Nous avons déjà donné la primeur de cette ceuvre impor-
tante dans le numéro de mars 1903. Huit chapitres composent la première
partie de ce travail scrupuleusement étudié et richement documenté. En
voici les titres: Rapport à M. le ministre des affaires étrangères; Coup d’eil
sur l’histoire de la Corse; Services militaires des Corses; Vl Ambassade du duc de
Créqui; la Journée du 20 aoùt 1662; Après l’affaire; Après le traité de Pise;
Conclusions. La seconde partie contient plus de 300 pages de pièces justifi-
catives (quatorzième, dix-septième siècle), dont la plupart, patiemment
recueillies, tant en Italie qu’en France, sont d’une réelle importance et
donnent à ce beau livre, illustré d’intéressantes gravures et reproductions
d’anciennes estampes, la valeur d’un trésor d’archives.
L'affaire de la garde corse du duc de Créqui, est présentée par M. d’Or-
nano sans passion, et avec une éloquence très persuasive, sous un jour
nouveau. Louis XIV et ses ministres, notamment Hugues de Lionne, “le bour-
reau de la patrie corse, et qui demeure son éternelle exécration, ,, sont jugés
avec une sévérité convaingante, et aussi le duc de Créqui, “ Moustafique, ,,
comme on l’appelait à la Cour, cet ambassadeur vraiment extraordinaire,
“négociateur improvisé, dénué de souplesse, de calme, de modération, de
tact, de tout esprit d’observation, guidé surtout par un orgueil sans bornes,
glorieux, arrogant, hautain, d’une intelligence peu ouverte et d’une mala-
dresse intransigeante. ,,
Le Temps et plusieurs autres journaux et Revues ont très justement
fait l’éloge de cette savante publication.
Cav. ABATE GiovaNnNI MINI, I nobili romagnoli nella “ Divina Commedia. ,, Forlì,
1904, Montanari, in-12°; I feudatari della Romagna nel canto XXVII
dell’ “ Inferno.,, Castrocaro, 1904, tip. Moderna, in-40.
Già nel fascicolo di settembre ci siamo occupati del commento storico
dei personaggi ricordati nella Divina Commedia per quanto riguarda il Libro
ee Ba
NOTE BIBLIOGRAFICHE 125
d’oro di Firenze. Ora lo stesso A. in queste due pubblicazioni tratta dei
nobili e dei feudatari romagnoli menzionati dal Sommo Poeta e prende
argomento per illustrarne le genealogie e per descriverne gli stemmi ricavati
da documenti e blasonari autorevoli con quella competenza propria del
chiar. A.
Mgr. DomENIco Taccone GaLLucoI, vescovo di Nicotera e Tropea, Cronotassi
dei metropolitani, arcivescovi e vescovi della Calabria. Tropea, 1903; Nico-
tera, in-8°,
Di grande utilità per la storia sono, senza dubbio, gli elenchi cro-
nologici dei personaggi che temporalmente o spiritualmente hanno retto
città o regioni. Questa utilità riesce poi grandissima quando tali elenchi
sono irrefutabilmente completi ed esatti perchè compilati in base a docu-
menti indiscutibili. Gli studiosi non possono che ritrarne granle giovamento
per i loro lavori. Perciò va data meritata lode all’illustre Mgr Domenico
dei baroni Taccone Gallucci, vescovo di Nicotera e di Tropea, che in forma
semplice e chiara ha esposto la serie cronologica dei vescovi ed arcivescovi
della Calabria. Questo lavoro si riferisce a ben 80 diocesi comprese le sop-
presse ed è il risultamento di lunghe e faticose ricerche che recano non
poco onore ai sentimenti patriottici che animarono il pio e zelante prelato
calabrese. |
Armoiries des Familles contenues dans VArmorial Général de J. B. Riestap pu-
blisés par F. BenpER et V. RoLLanp. Paris, 1904; (en cours de publi-
cation).
La critique historique par son développement continu a poussé les
savants et les chercheurs à fouiller minutieusement les archives publiques
et privées. Le Vatican possède des trésors inestimables en ce genre, et, en
1888 Léon XIII promulga un nouveau règlement pour en rendre l’accès plus
facile aux travailleurs. Ces documents anciens munis pour la plupart du
temps de cachets, sceaux, miniatures, armoiries, devises, demeurent souvent
inintelligibles pour qui ne possède pas les éléments de la science du blason,
de là dans ces dernières années une recrudescence de sollicitude pour les
études héraldiques. La noblesse, aussi bien que la haute finance, ont:suivi
ces efforts avec intérét: les premiers pour les parchemins se référant à leur
famille, les seconds pour leur amour des collections des objets antiques.
meubles, porcelainés, tapisseries, bronzes, marbres, tableaux, etc., pour les-
quels dans la majeure partie des cas on ne peut arriver à déterminer d’une
facon exacte le propriétaire primitif qu’en lisant les armoiries qui s’y trou-
vent indiquées. :
Déjà on avait pu constater tant en Allemagne qu’en Angleterre, en Bel-
gique, en France, en Hollande, en Italie, en Russie et dans tous les pays
slaves un mouvement marqué vers les études héraldiques, amenant la pu-
blication de nombreux traités, armoriaux, annuaires nobiliaires, etc. Leur
124 NOTE BIBLIOGRAFICHE
multiplicité méème créa un sérieux embarras pour les amateurs surtout,
obligés à des recherches longues, difficiles et très coùteuses. C’est afin de
remédier à cet inconvénient que J. B. Riestap condensa, dès 1861, dans un
Armorial Général (Gouda, 1884-1887) un grand nombre d’armoiries, et dans une
deuxième édition, en deux volumes publiés en 1881-87, il offrit un recueil de
cent cinq mille familles d’après des données officielles, chiffre énorme.et repré-
sentant un travail considérable. L’ouvrage de Riestap donne l’indication des
familles en suivant l’ordre alphabétique puis la description de leur blason.
Il faut se garder se confondre, comme on le fait généralement, les Armoi-
ries et le Blason. Les premières sont les figures et les devises dont est chargé
l’écu; le blason est la description qu'on en fait verbalement. En d’autres
termes, le blason est une science dont les armoiries sont l’objet.
Malheureusement l’ouvrage de Riestap ne pouvait suffire è donner rapi-.
dement le renseignement désiré, car si étant donné une famille il en indiquait
le blason, il laissait sans réponse le problème inverse: étant donnée une armoirie,
trouver la famille à laquelle elle appartient, c'est alors que l’illustre comte
Théodore de Renesse, membre du Conseil héraldique de Belgique, eut l’idée de
reprendre et classer toutes les descriptions de Riestap en un Dictionnaire des
figures héraldiques (7 vol.in-8°, Bruxelles 1894-1903), catalogue raisonné de
toutes les figures contenues dans les cent cinq mille descriptions de 1’ Armorial
Général, dressé dans un ordre spécial, figure par figure, permettant à tous ceux
que la chose intéresse comme: héraldistes, généalogistes, collectionneurs,
amateurs, marchands d’objets anciens, etc., de donner un nom, sinon è toutes
les armoiries (ce qui est impossible à réaliser jusqu’à ce jour) au moins à
toutes celles que Riestap a décrites. Nous pouvons affirmer que le but de
l’auteur a été complètement atteint. Ces deux ouvrages, d’une utilité incon-
testable, demeuraient malheureusement dans bien des cas lettre morte, sur-
tout pour les amateurs peu familiarisés avec les termes techniques du blason,
vu le manque d’illustrations!
Messieurs F. Binder et V. Rolland ont rendu tangible à tous ces recueils,
en entreprenant la publication des Armoiries des familles contenues dans lAr-
morial Geénéral de J. B. Riestap. Pour faciliter la lecture des armoiries, ils
donnent un vocabulaire abrégé des principaux meubles et pièces qui y sont
représentés, avec leurs noms en frangais, allemand, anglais, espagnol et
italien. |
Les trois premiers tascicules de cette publication que nous avons sous
les yeux, contiennent sept planches de figures expliquant le vocabulaire
abrégé et quarante planches d’armoiries. Chaque planche donne la repro- .
duction de 56 armoiries soit à ce jour 2240 armoiries publiéges.
L’exécution est très-soignée, les dessins finement éxécutés sont très-
nettement reproduits.
M. M. Bender et Rolland se proposent en outre de Re: le déjà
si vaste recueil de Riestap en publiant un SIE dans le mème genre
que l’ouvrage de cet auteur.
NOTE BIBLIOGRAFICHE 125
Ces deux ceuvres se complétant mutuellement formeront un tout con-
sidérable, dont l’utilité n’a pas besoin d’étre démontrée.!
Comte DE MonTALBO.
Prof. Dr. Em Aueust GònDI, Goldi-Goldli-Goldlin, Beitrag zur Renntnis der
Geschichte einer schweizerischen familie. Zirich, 1902, Polygraphisches
Institut, in-8°.
Il chiar. A., che è direttore del Museo di storia naturale e di etno-
grafia che porta il suo nome a Parà (Brasile) ha voluto raccogliere in un ele-
gante volume notizie, documenti e ritratti riguardanti la sua antica famiglia
patrizia di Zurigo. L’interessante lavoro molto ben condotto è illustrato
da bellissime fototipie, fac-simile di pergamene, ritratti di personaggi illu-
stri, monumenti sepolcrali, ecc.
G. B. pELL’AnGELO, In memoria di Giov. Antonio e di Francesco Saverio Adorno.
Pallanza, 1904, Vercellini, in-8°.
Il nostro egregio collega cav. dell'Angelo ha dedicato questo lavoro
all'attuale degnissimo arciprete di Craveggia D. Giov. Battista Adorno,
che rappresenta attualmente questo ramo degli antichi Adorno, patrizi geno-
vesi, stabilito nella valle di Vigezzo nel xvi secolo. L’A. illustra partico-
larmente un dipinto a fresco dell’oratorio di San Carlo in Orcesco, fatto
eseguire da Giov. Antonio Adorno, fondatore di detto oratorio (1620). Ri-
corda anche il cav. Francesco Saverio Adorno, fondatore del santuario di
Re, in Val Vigezzo.
Ephemerides, annuario della stampa cattolica italiana. Tipografia Vaticana,
1904, in-8°.
Annunziamo con piacere il primo volume di questo annuario utilis-
simo particolarmente ai pubblicisti cattolici, perchè serve ad affratellare
maggiormente coloro che combattono per gli stessi ideali, rendendoli noti
gli uni agli altri. È illustrato da belle vignette e da ritratti dei principali
giornalisti viventi e di alcuni, come il Veuillet e il Margotti, che possono
considerarsi i padri del giornalismo cattolico.
Conte LorENZo SALAZAR SARSFIELD, Mgr. arcivescovo D. Antonio De Lorenzo.
Napoli, 1904.
Omaggio alla memoria di uno dei più dotti prelati calabresi a cui deve
la repubblica letteraria molte ed importanti pubblicazioni. Noi che eravamo
uniti a Mgr. De Lorenzo da vincoli di devozione sincera, ben volentieri ci
associamo al dotto A. nelle sentite espressioni di compianto per la perdita
dell’illustre archeologo e dell’esimio storico di Reggio.
1 Pour plus amples renseignements s’adresser à la svista del Collegio Araldico,
Rome. |
QUESITI ARALDICI
RISPOSTE.
(Vedi numeri precedenti).
15° (Calcagno. Devono considerarsi visconti i discendenti delle antiche famiglie
viscontili genovesi ?) La questione interessa molte famiglie illustri da secoli
e legate alla Chiesa da vincoli di fedeltà, onori ricevuti e servigi resi, oggi
prive di qualifiche nobiliari che rammentino il loro onorevole passato.
Qualifica che, segnalando quelle nobili case, varrebbe anche a perpetuare
ed a rinvigorire sempre più, nei loro rappresentanti, l'antico attaccamento
alla loro sede vescovile. È fatto notorio, come nei secoli andati, e sia per
formale investitura, o in forza degli eventi, i vescovi di varie città d’Italia,
come Asti, Lodi, Milano, ecc., esercitavano sovra di esse la sovranità tem-
porale, e così l’esercitava il vescovo di Genova. Nel secolo xI scoppiata tre-
menda lotta tra i grandi feudatari e i militi, l’imperatore, geloso della
potenza di quelli, porse mano ai militi. Ma avvedutosi che questi anzichè
essere ligi all'impero, gli sarebbero stati avversi, furono abbandonati dal-
l’imperatore. I militi della Liguria si unirono allora al vescovo e da questa,
lega nacque la compagnia che diede origine al potente comune di Genova.
Il vescovo genovese allora regolava il temporale e lo spirituale; e ancora
sui primordi della repubblica aveva il primo luogo fra i magistrati, o con-
soli, che tenevano i loro consigli ed esaurivano le pratiche di governo
nella sede vescovile. Oltre i prodotti delle terre della loro diocesi e altri
diritti che per le costituzioni del tempo percepivano i vescovi, la curia
di Genova percepiva inoltre le rilevanti decime del mare e del sale. Le
donazioni dei fedeli e le accomandizie accrebbero oltremodo i beni della
curia nella campagna ligure. I militi e i signori d’allodio che accoman-
dandosi al vescovo gli donavano le loro terre per riaverle in feudo, quelli
che altre terre o decime o altri diritti ricevevano in feudo dalla curia —
anche questi di condizione elevata come attestano diversi autori — forma-
vano la corte del vescovo. Gli corrispondevano, oltre il giuramento di fe-
deltà e l’obbligo di difendere i beni della curia, una pensione annua sotto
il nome di terratico, laudemio, ecc., per nulla equiparata al valore del be-
neficio e cioè a solo titolo di riconoscenza. L’investito e i suoi eredi gode-
vano il beneficio per 29 anni e questo si dichiarava per salvaguardare i
diritti della curia, e affinchè trascorsi i 30 anni non vi si potesse opporre
il diritto di prescrizione. Ma trascorsi i 29 anni nulla ostava, ed era anzi
consuetudine, che il beneficio fosse rinnovato, oppure mutato in un altro.
Nei due più antichi registri della curia, che autentici, ma mancanti di qualche
QUESITI ARALDICI È 127
foglio, si conservano nell’archivio di stato ligure in Genova, si leggono gli
istromenti di quelle investiture. Le famiglie così investite di feudi o benefici
dalla curia furono chiamate famiglie viscontili, come a dire i supplementi, gli
immediati subordinati nell’autorità del conte-vescovo, nel dichiarare la qual cosa
si accordano tutti gli storici genovesi. E ben vero che nei documenti accen-
nati, come anche in altri atti pubblici, non è fatto cenno del titolo viscon-
tile, ma questo era di conformità con le leggi del comune genovese, le quali
per non generare disuguaglianza tra i cittadini, vietavano negli atti pub-
blici l’uso dei titoli feudali. Sull’autorità dunque degli annalisti e storici
genovesi e date le condizioni di fatto nelle quali erano i vassalli della curia,
parrebbe si competa il titolo di visconte ai discendenti delle antiche fami-
glie viscontili liguri. E anzi, quando dopo la caduta della repubblica, i
patrizi tolsero pubblicamente il loro titolo marchionale, non mancarono
altri cittadini che, per le suesposte ragioni, tolsero a lor volta titolo viscon-
tile, e so di qualche antica famiglia ligure che, stabilitasi all’estero, si fregia
tuttora di quel titolo. A. VienoLo DE’ Cos.
DOMANDE.
36° On desire avoir des renseignement plus precis sur l’Ordre du Temple
puisque on m’assure que cet ordre existe encore en Angleterre et que le
Prince de Galles (aujord’hui S. M. Edouard VIII) fut nommé Grand Maître
en 1883. GEORGE FERRIS.
37° Nell’Armoriale Bassanese del Rumor troviamo uno stemma di una
famiglia da Romano, tratta dal codice Baseggio. Si desidera sapere se si
riferisca alla famiglia degli Ezzelini. A. ZANON.
88° Si desidera sapere quali diritti dia ai discendenti il privilegio di
regio Milite in Sicilia e donde derivi l’uso di chiamare Cavalieri gli ultro-
geniti delle famiglie titolate e Signorini i secondogeniti mentre sembra che
ciò non abbia alcun riscontro nella legislazione nobiliare. L. Rosini.
CRONACA
Nomine. — S. E. Mons. Conte Raffaele Virili Vescovo di Troade è stato
nominato Abbreviatore del Parco Maggiore.
— Il Conte D. Francisco José H.de Ramirez de Arellano eil nob. cav. D. José
de Rijula sono stati nominati camerieri segreti di spada e cappa sopran-
numerari di S. S.
— Il prof. dott. Pietro de Santis e il nobile sig. Raffaele Valensise sono
stati nominati camerieri d'onore di spada e cappa soprannumerari di $. S.
Onorificenze. — Ordine Piano: Il conte L. di Montalbo, in ricompensa
dei suoi meriti letterari, con motu proprio del 5 corrente è stato insignito
del grado di commendatore. Sua Eminenza il sig. cardinale segretario di
stato gli rimetteva le insegne accompagnate da lusinghiera lettera.
128 CRONACA
— Ordine di San Gregorio Magno: Il prof. Antonio Rinaldini è stato
insignito della commenda (classe civile).
— Ordine del Santo Sepolcro: Il conte Folchino Dodici Schizzi Cesi di
Salizzole, cavaliere di Malta e cameriere segreto di spada e cappa di S. S.,
e il nob. Emanuele Portal di Palermo, già commendatori, sono stati pro-
mossi a commendatori con placca.
S. E. il conte di Ramiranes, presidente del Capitolo dei cava liti del
Santo Sepolcro e delegato del Gran Magistero a Madrid, per motivi di
salute ha presentato le sue dimissioni. Venne eletto a sostituirlo S. E. il
sig. generale Blanco, marchese di Pefiaplata.
S. E. Rev.ma Mons. Benlloch y Vivé, vescovo di ‘Hermopolis, ammini-
stratore apostolico di Solsona, è stato nominato gran croce.
D. José Diaz Molero y Salazar, di Sevilla, D. Pedro Gerardo Mari-
stany y Oliver di Barcelona; D. Félix Fages y Vilà di Barcelona e Mons.
Gaetano Catalanotto di Palermo sono stati creati commendatori.
D. José Salvador de Rocafull y Sancho di Valenza e il sig. Pietro
Presutti di Roma sono stati ammessi nell’ordine come cavalieri.
—- Croce pro Ecclesia et Pontifice: S. E. la signora duchessa Caffarelli è
stata insignita della croce di 12 classe in oro.
Il cav. D. José de Rujula è stato fregiato della croce d’argento.
— Ordine Teutonico (di Santa Maria di Gerusalemme): S. E. Rev.ma
Mons. marchese Bisleti, maestro di camera di S. S., è stato decorato della
commenda Mariana.
Necrologio. — Il nostro egregio collega conte Nicolò Foscarini, patrizio
veneto, il 2 corrente ha avuto il dolore di perdere la sua nobile suocera
donna Teresa Prato Cosma-Zurlo. Vivissime condoglianze.
Varie. — Il conte de Jametel e la contessa, nata principessa di Meck-
lembourg-Schwerin il 3 corrente sono stati rallegrati dalla nascita di un
figlio al quale vennero imposti i nomi di Giorgio, Luigi, Maria, Eulalio,
James. Rallegramenti.
— Il chiar. prof. Giuseppe nob. Agnelli di Ferrara, direttore di quella
pubblica biblioteca, è stato eletto presidente della Deputazione provinciale
di storia patria.
Per cura del nostro Collegio Araldico è in preparazione una gran-
diosa opera in francese l’Ordre du Saint-Sépulcre de Jérusalem,
con illustrazioni in nero ed a colori, ritratti, stemmi, figurini, inse-
gne, ecc. Ne sono autori il conte F. Pasini Frassoni, il cav. C. A. Ber-
tini e il comm. D. Carlo de Odriozola y Grimaud. S’ invitano i cavalieri —
dell’ordine a concorrere a quest’opera che dovrà essere un vero mo-
numento per la storia di quell’illustre milizia inviando all’amministra-
zione della nostra Rivista tutte le indicazioni che credono opportune
per rendere maggiormente completo ed esatto il lavoro. Per evitare
inesattezze non saranno ricordati nelle note biografiche genealogiche
i Cavalieri che non manderanno le notizie richieste.
Roma — Ti». dell’Unione Cooperativa Fditrice. Via di Porta Salaria, 23-A.
NOBILTÀ ED ANTISEMITISMO
Le classi sovra l'altre predominanti prima del cristianesimo
avevano la loro ragione di essere talvolta nella forza e nella for-
tuna, e spesso un fondamento più legittimo nella custodia dei
dogmi nazionali, ma tutto l'organismo sociale e politico era
viziato rappresentando la città del mondo. L’ unica signoria per
tanto radicalmente legittima, fu quella del popolo ebreo che
costituiva la naturale aristocrazia dell’ universo per diritto divino
come avente un mandato sacerdotale. Vera spada del Signore,
il popolo ebreo doveva colpire e dominare secondo i dettami
degli inspirati e non era obbligato aicanoni del gus delle genti.
Il cristianesimo, rispettando pure al suo sorgere le forme sociali
e politiche che trovò, pose il principio che i governanti son fatti
pei popoli e appunto perciò cinse d’ aureola d’augusta e divina
sovranità i potenti che per l’ addietro eran più temuti che amati
e venerati. Le vicende storiche sostituirono all’ universale predo-
minio de’ romani quello dei popoli del Nord; Iddio dimisit superbdos
et exaltavit humiles, come aveva chiamato alla sua eredità i gen-
till; ne sorsero le monarchie e le repubbliche cristiane, l'impero,
la feudalità, il comune, il tutto a gloria di Dio e vivo dello spi-
rito di Cristo. La Sinagoga, non più Tempio, rimase in adem-
pimento delle profezie, ma senza ufficio, traditrice del suo man-
dato, inabissata nelle tenebre e perciò essenzialmente ignobile
perchè nemica diretta di Cristo, e deicida come prima era statà
nobilissima. Ed essa congiurò ne’ secoli contro il mondo novello
e avendo ricusato la legge d'amore, s'addisse a quella dell’ odio,
e con l’alleato spirito de’ franchi-muratori animò la più satanica
delle rivoluzioni, quella francese, che affrancò intieramente gli
Ebrei e li sfrenò all’universale rovina compatti. La nobiltà non
meno del clero e della monarchia partecipe della sovranità cri-
stiana politica, fu in molte parti abbattuta. Il liberalismo con-
9
130 NOBILTÀ ED ANTISEMITISMO
tinuò l’opera nefasta: esso è la dottrina eminentemente giudaica
e massonica che vuole asservita la terra al conquistatori semiti.
Il semita, odiatore de’ vecchi ordinamenti, si fa forte de’ nuovi
e tende a spezzare le classi della società cristiana. Già la bor-
ghesia che parve trionfare annientò sè stessa diventando una
indigesta accozzaglia d’ elementi mutevoli, senza fede; i contadini
sono insidiati; gli artefici sono spesso gettati dall'opera degli
intellettuali al sozzo individualismo animalesco o al cieco col-
lettivismo e, se credenti, son perseguitati e affamati.
La nobiltà è in molti paesi affatto rovinata; le sue terre,
come pur troppo in Ungheria e in Italia, spesso son preda dei
nuovi magnati ebrei che così portano l'influenza della proprietà
territoriale nella politica e affettando modi ed arti aristocratiche
agognano persino a que’ titoli feudali contro i quali tanto pre-
dicarono, pur di vuotarli dell'alto loro contenuto sociale e cri-
stiano. E governi e gentiluomini si trovano così ciechi o schiavi
da aprir loro la via! I discendenti de’ crociati e di coloro che
imposero savie leggi contro lo spirito intrigante e fazioso degli
Ebrei, ora pur troppo qualche volta sedotti dallo splendore della
ricchezza, li aiutano a conquistare il mondo. Eppure gli Ebrei
non avranno mai dramma di nobiltà e virtù gentilizia, ma ere-
dità di abominio e di maledizione. Ora, siccome clero, nobiltà e
contadini son le classi più compatte e organizzate naturalmente,
essi soli possono più efficacemente resistere all'invasione semita
con esito buono, e intanto in questa resistenza sono coadiuvati
da’ propri nemici giurati, i socialisti, 1 quali minacciano però
un’ altra rovina. Noi dunque ci rivolgiamo colle più calorose pre-.
ghiere alla nobiltà acciò non s'immischi ai titolati per motivi
rivoluzionari che per lor colpa non possono esser nobili e tanto più
fugga e combatta gli Ebrei che sono esercito ordinato a fondare
un’ oligarchia anticristiana che è l'opposto dell’aristocrazia vera.
I nobili, fiore della razza ariana e magiara, son chiamati dalla
religione, dall’ onore, dall’interesse ad essere operosi antisemiti,
fermi e tremendi, pur non mancando alla fraterna carità.
ArBERTO DI MoNTENUOVO.
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEALOGICHE
LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTE-VENAISSIN *
de
L'histoire de la noblesse comtadine est fort peu connue, et
c'est è peline si quelques rares privilégiés out eu la bonne for-
tune de recueillir quelques épaves de ses parchemins dispersés,
alors que les autres provinces de France, malgré les ravages des
révolutions et du temps, possèdent encore d’innombrables docu-
ments qui peuvent nous permettre de faire revivre son passé et
de reconstituer ses générations disparues.
Les Etats pontificaux de France n’ont jamais eu de hérauts
d’armes, les vieilles et les nouvelles familles nobles n’y furent
Jamais soumises è des recherches et à des preuves de noblesse
toujours vexatoires et le Gouvernement paternel des papes pous-
sait très loin la bienveillance sur ce point, pour ne troubler en
rien la quiétude de ses heureux habitants.
Le comtadin, en général, ne payait pas d’impòts; et ne devait
aucun service militaire, il trouvait, au milieu de ses fertiles cam-
pagnes et sous l’azur étincelant de son ciel, toutes les richesses
agricoles qu'il pouvait désirer: la garde d’honneur qui veillait
la porte de ses vice-légats suffisait largement, avec la maré-
chaussée pontificale, ® è assurer la sécurité du pays, et lorsque
la fantaisie lui prenait de franchir les frontières du Roi de France,
il y jouissait de tous les privilèéges des régnicoles sans en avoir
les ennuis et les charges.
! Ce travail n’étant qu’un essai, je prends la liberté de solliciter, dans
l’intérét de la science héraldique, toutes les observations et toutes les recti-
fications que l’on vondra bien me faire. Voir l'article que j'ai déjà publié
sur le Sources du nobiliaire de l’Etat d’Avignon et du comté Vénaissins,
dans l’Annuaire du Conseil héraldique de France, de M. le vicomte Oscar
de Poli, de 1891.
? Etablie en 1761 par Mgr Salviati.
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132” LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTÉ-VENAISSIN
Avignon et le Comtat étaient douc le pays le plus hospitalier
que l'on put réver sous l’ancienne monarchie. Participant è la
fois de l’activité francaise et de l’insouciance italienne, le comtadin
vivait heureux et tranquille sous le sceptre pontifical, il aimait
a cultiver les arts, se laissait vivre dans son indépendance et il
était fier de rappeler les années glorieuses pendant lesquelles la
ville d’Avignon, — la Rome des Gaules, — et la ville de Car-
pentras, dans les temps troublés du x1v° siècle, abritèrent tour-a-
tour le tròne de Saint Pierre. |
Les Etats pontificaux de France, jusqu’en 1791, étaient formés
de l’Etat d’Avignon comprenart cette ville et le bourg de Morières,
et du comté Venaisin, dont Carpentras était la capitale.
Le vice-légat, représentant supréme du Gouvernement pon-
tifical, habitait è Avignon avec sa Cour et une garde militaire.
Le recteur résidait è Carpentras, où il représentait le Saint-
Siége pour le comté-Vénaissin, et d’ordinaire, il était choisi
comme le vice-legat lui méme, parmi les personnages les plus
éminents de la Cour romaine. Le vice-recteur, nommé lui aussi
directement par le Pape, occupait, sous l’autorité du recteur, la
charge la plus élevée qui fut confiée aux habitants du pays.
Au point de vue judiciaire, l’Etat d’Avignon et le comté-Vé-
naissin avalent chacun leurs tribunaux particuliers, dont les juge-
ments étalient portés en dernier appel au tribunal de la Rote do
Rome. Les pouvoirs administratifs étaient exercés par la chambre
Apostolique de Carpentras, qui avait, eu méme temps, la garde
des archives et qui recevait les actes d’hommage, d’inféodation
et, en général, tous les actes qui établissaient les droits du Saint-
Siege sur le comté-Vénaissin. C'est encore à la chambre Aposto-
lique qu’incombait le soin d’instruire et d’enrégistrer les actes de la
Juridiction gracieuse pour les concessions detitres, érections de fiefs,
anoblissements et autres faveurs intéressant les sujets pontificaux.
Dans les Etats Pontificaux de France, les représentants du
Clergé, de la noblesse et du tiers-état se réunissaient pour discuter
des affaires publiques et il faut lire ces anciennes délibérations
pour constater avec quel soin elles étaient conduites. Les Etats
de la province se tenaient toujours è Carpentras, en vertu d’une
bulle du Pape Pie II du 8 des calendes de septembre 1459.
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LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTÉ-VÉNAISSIN 133
L'’ordre de la noblesse n’était formé que des Seigneurs Vas-
saux de Sa Sainteté, c’est-à-dire des Nobles possédant un fief.
Tous ceux qui n’avaient pas de fief faisaient partie du Tiers et
votaient avec lui.
Les Seigneurs Vassaux se faisaient représenter, dans toutes
les circonstances où leurs intèréts étaient en cause, par un man-
dataire qui portait le titre d’élu de la Noblesse et qui était, en
realité, le chef de la noblesse du pays. La charge d’élu de la
noblesse, triennale dès l'année 1627, était done très-considérable
et la liste des gentilshommes qui l’ont occupée compte tout ce
que le pays avait d’hommes distingués. ! /
Jamais aucune recherche ne fut ordonnée contre la noblesse
comtadine, qui payait en fidélité ce que le Pape lui donnait en
bienveillance. Une fois seulement le gouvernement pontifical
manifesta le desir de la réglementer et de s’opposer aux usur-
pations. Le 4 février 1729, Mgr d’Elci, vice-légat, en conformité
des ordres qu'il avait recus du cardinal Coscia, du 15 Janvier
de la méme année, rendit une ordonnance? pour défendre à toute
personne de prendre le titre et la qualité de noble, si elle n'y
avait droit, è peine de 500 écus d’amende pour la premiére fois
et de 1000 écus en cas de récidive. Cette ordonnance resta à peu
prés lettre morte, et c'est à peine si nous avons pu trouver une
seule poursuite, dout nous ignorons au surplus la suite; mais elle
eut, du moins, ce résultat assez pratique, c'est que beaucoup de
familles profitérent de l’occasion pour solliciter et obtenir de la
bienveillance des papes des brefs de Noblesse, et regularisérent
ainsi leur situation nobiliaire sous forme de réhabilitation, de
confirmation ou méme sous forme d’anoblissement direct.
Les habitants du Comtat, nous le disions tantot, Jjouissaient
en France des priviléges des régnicoles: en somme, la noblesse
comtadine se trouvait ainsi assimilée è la noblesse francaise; elle
servait dans les armées de France, elle était admise aux écoles
‘1 Cette liste nous a été conservée par Fantoni, dans son histoire d’Avi-
gnen, jusq’en 1669. L’annuaire de la Noblesse de France, de Borel d’Haute-
rive, année 1861, page 234 en a donné la suite jusqu’ à la Révolution.
? Vovi le Repertorium Camerale à la bibliothéque de Carpentras, liv. 1,
page 608 et le livre des Vidimats, page 384.
134 LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTÉ-VENAISSIN
militaires, aux pages, et à toutes les charges et dignités du ro-
yaume, elle faisait ses preuves devant les Chérin et les d’Hozier,
saus distinction è raison de son origine. Néammoins la cour de
France ne reconnaissait par les titres de duc conférés par le
Saint-Siége dans ses Etats, par plus d’ailleurs qu'elle ne recon- ‘©
naissait ceux accordés par les souverains italiens étrangers è la
maison de Bourbon. Les titulaires de ces titres de duc n’étaient
reconnus en France que comme marquis. i
Louis XVI, par lettre royales des 30 avril 1784 enrégistrées
au parlement de Province le 18 juillet suivant, fit un réglement
au suJjet des preuves de noblesse exigées dans la ville d’ Avignon
et le Comtat.!
DI
La noblesse des Etats pontificaux de France pouvait se diviser
en deux catégories bien distinctes: la première comprenant les
familles venues autrefois des pays étrangers, de l’ Italie notam-
ment, et attirées par le séjour des Papes et plus tard de leurs
légats; et la seconde comprenant les familles aborigènes, ou ori-
ginaires du pays, et qui étalent le plus grand nombre. Pour les
familles étrangéères transplantées sur le sol comtadin, elles gar-
daient Jalousement le souvenir des illustrations acquises par elles
dans leur pays d’ origine, apportant ainsi è leur patrie d’ adop-
tion l’gclat de tout leur glorieux passé. Pour les familles du pays,
les unes soutenaient fiérement une situation d’ honneur qui repré-
sentait le travail des siècles, tandis que les autres, plus modestes,
arrivalent peu è peu à la considération et è la noblesse par les
charges anoblissantes ou par le doctorat.
Les charges anoblissantes étaient nombreuses dans le comtat:
1° C’était, en premier lieu, la charge de primicier de 1’ Univer-
sité d’Avignon. Le Pape Benoit XIII déclarait, par son bref du 17
décembre 1728, que le primicériat était tant pour le passé que
1 Ce réglement a été imprimé par ordre de l’assemblée des trois états
du pays, chez Quenin, imprimeur è Carpentras en 1784. On le trouve encore
dans le livre des Vidimats f. 313, 318 et 321.
per
LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTÉ-VÉNAISSIN 135
pour l’avenir un titre primordial de vraie noblesse. ! Le Pape
Clément XII adressa an Grand Maître de l’ Ordre de Malte un
nouveau bref, en date du 6 mai 1736, par lequel il accordait è
nouveau aux primiciers de l Université d’Avignon la noblesse
héréditaire, “ tandis que le Roi de France les décorait du titre
fort envié de gentilhomme de sa chambre. 2° C’ était ensuite les
charges de président et d’auditeurs du tribunal de la Rote è
Avignon, en vertu d’ un bref du 3 septembre 1748. 3 3° La charge
de vice-gérent. 4° Celle de vice-recteur, la plus haute fonetion
dont put étre investi un comtadin. Toutes les autres charges
étaient, en effet, réservées à des italiens. 5° La charge de président
de la Chambre Apostolique conférait également la noblesse héré-
ditaire, pour le passé et l’avenir, aux termes d’un bref de Clé-
ment XII du 16 octobre 1730. 6° L’ avocat général de la Légation
à Avignon et l’avocat général de la Chambre Apostolique è Car-
pentras, étaient eux-mémes investis de la noblesse -héréditaire. 4
7° Un bref du 9 octobre 1737 confère également la noblesse au
secrétaire des bulles de la Légation è Avignon. ° 8° La charge
de secrétaire d’ Etat et d’archivaire è Avignon. 9° Celle de tré-
sorier de la Chambre Apostolique è Carpentras, suivant bref
du 30 septembre 1785. Cette charge eut pendant longtemps la
prééminence sur celle de vice-recteur. 10° Le trésorier de la
Chambre Apostolique è Avignon. 11° La charge de greffier ou
chancelier de la Rectorie, suivant bref du 15 mars 1777. 12° La
charge de greffier ou secrétaire de la Chambre Apostolique, en
vertu de deux brefs des 20 juillet 1729 et 19 février 1788.
13° Enfin la charge d’intendant de la monnaie, aux termes d’un
bref du 24 Janvier 1729.”
1 Voir à la bibliothèque de Carpentras, la collection des manuscrits de
Tissot, recueil X.
? Voir le livre des Vidimats, à Carpentras, f. 486.
® Voir le livre des Vidimats, f. 487.
4 Voir le mème mns,, f. 487.
© La Légation d’Avignon comprenait le comté de Nice, la Provence et
une partie du Languedoc pour l’enregistrement des bulles apostoliques, ce
qui rendait la charge de légat fort importante et très enviée.
6 V. livre des Vidimats, f. 108. |
® V. livre des Vidimats, f. 491.
136 LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTE-VÉNAISSIN
Mais toutes ces fonctions étaient, en général, occupées de père
en fils, dans les mémes familles, pendant plusieurs générations?
de sorte que la plus grande partie des familles comtadines arri-
vaient è la noblesse par le grade de docteur de 1° Université
d’Avignon, soit en droit, soit en médecine. Si
Le doctorat pris è l’ Université d’Avignon n'a jamais été
regardé d’une manière positive comme titre primordial de no-
blesse, mais il a toujours été considéré, cependant, comme con-
féerant une sorte d’anoblissement. Une bulle du Pape Paul III
déclare nobles les avocats du comtat, et leur noblesse, simple-
ment personnelle sur la tète du premier docteur, devenait héré-
ditaire et transmissible, sans conteste, si le fils du docteur deve-
nait docteur lui-méme. Le petit-fils d’un docteur pouvait donc
se considérer comme gentilhomme, et dans les preuves faites en
France on ne demandait généralement pas d’ autre titre primor-
dial que celui de noble conféré par le doctorat.
La langue de Provence, pour la réception dans l’ Ordre de
Malte, souleva quelques difficultés à un moment donné, mais ces
difficultés furent applanies par l’intervention directe du Pape,
grand chef spirituel de l’ Ordre. ! R
Le Gouvernement pontifical était donc plus libéral que ne
l’étaient les autres monarchies de l'Europe: aussi les familles
nobles étaient-elles fort nombreuses, avant la Révolution, dans
les Etats pontificaux de France. *
(Continua) JuLes DE TERRIS.
! V. aux archives départementales de Vaucluse dans le carton còté
D. 45, fonds de l’ Université, un long mémoire latin sur la noblesse des doc-
teurs, et une ordonnance de l’intendant du Dauphiné, visant une attesta-
tion du vice-légat, du 21 aoùt 1698, reconnaissant è Michel de Silvestre la
noblesse qu’il tire de sa qualité de docteur de 1’ Université d’Avignon.
? Voir dans le Chartrier Francais, Masson, imprimeur à Orléans, 11° année,
1868, pages 31 et 32, un travail très documenté sur la noblesse des docteurs
d’Avignon.
LOS HÉROES ESPANOLES DE LA BATALLA DE BARZA
El docto catedratico de Literatura de la Universidad de
Madrid, Marqués de Valle Ameno, en su articulo publicado en
el nùmero de febrero de esta Revista contestando è la pregunta
en la misma,h echa por el Baron Livio de Carranza relativa
a los nombres de los caballeros espaîioles que tomaron parte en
la batalla de Baeza, manifiesta que dicha plaza fué auxiliada
por quinientos caballeros mandados por el seîior de Vizcaya,
D. Lope Diaz de Haro, y de cuyos quinientos caballeros, do-
cientos se ausentaron, quedando trecientos de guarniciòn que
tueron los pobladores de Baeza y auxiliaron las conquistas de
Ubeda, Jaen, Cordoba y Sevilla.
De esos trecientos solo cita en su articulo los nombros de
los cuarenta y cinco cuyos escudos, con su apellido al pié, se
conservan en el arco de Santa Ana, de la parroquia de San
Andrés y los apellidos de los noventa y ocho que segùn Argote
de Molina asistieron & la indicada batalla, en un total de ciento
cuarenta y tres caballeros y faltado por tanto los nombres de
muchos de ellos y suponiendo que el Baron de Carranza des-
eerà conocer los nombres y apellidos de los trecientos, tengo
el gusto de completar los datos que publica mi ilustre compa-
triota, con otros tomados del Archivo del Cronista del Capitulo
de la Orden del Santo Sepulcro en Madrid, Don Ernesto de
Vilches y con algunos sacados de documentos de familia que
obran en mi poder, por haber asistido & la célebre batalla mi
antepasado D. Sancho Brabo.
De ellos resulta que sabedor el Rey San Fernando de la vic-
toria de Baeza ordenò quedasen en la ciudad, Don Lope Diaz
de Haro y sus trecientos infanzones, distribuyendo entre ellos
las casas y heredamientos de las ciudades de Baeza y Ubeda.
138 LOS HÉROES ESPANOLES DE LA BATALLA DE BAEZA
Los nombres y appellidos de estos trecientos caballeros infan-
zones son: Gonzalo Diaz de Mendoza, Alfonso Téllez de Sahagun,
Lope Iîiguez de Horozco, Juan Ruiz de Finojosa, Suevo Perez
de Vigil, Ximeno Tafur, Juan Jiménez, Roy Ximénez Tafur,
Roy Meléndez Gallego, Rodrigo Fralez, Juan Fralez, Ferran
Coci, Garci Guttierrez de Sandoval, Suevo de Figueroa, Alfonso
Gonzalez de Biezma, Gomez Salvadores, Sancho Salvadores,
Pedro Gomez Salvadores, Pedro Ruiz de Gorgogi, Pedro Barra-
gàn, Martin Pérez Barragàn, Pardo Aznar, Gonzalo Rodriguez,
Martin Ruiz de Argote, Pedro Ruiz de Navarrete y Argote, Mi-
guél Ruiz de Argote, Martin Ruiz de Medina, Gutierre Lopez
de Padiella, Ferran Sanchez de Velasco, Lope Garcia de Sala-
zar, Diego Garcia de Salazar, Don Rubio, Sancho Ruiz de Nar-
vaez, Juan de Zuadro, Lope Pérez Lechuga, Pedro Pérez, Sancho
Pérez, Pedro Vela, Lope de Povres, Arias Gonzalez de Morales,
Alfonso de Vera, Pedro de Vera, Pedro Chacon, Pedro Gonzalez
de Molina, Gonzalo Pérez, Alvaro Pérez, Ramiro Sanchez San-
tisteban, Juan de Roda, Alvar Ximénez de Maza, Nuîio Pérez
de Avila, Lope Garcés de Lezcano, Martin de Linares, Gutierrez
de los Rios, Roy Fernandez de Piedrola, Diego Lopez de Herrera,
Ramon Jordan, Roy Sanchez de Cardenas, Martin Sanchez de
Xodar, Sancho Martinez, Domingo de Torres, Valderàn de Torres,
ITùigo de Mena, Esteban Movante, Romero de Aranda, Martin
Sanchez de Bedmar, Pedro Ortiz, Alfonso Godino, Nuîìo de Temez,
Pedro Muîiz de Temez, Ferràn Ruyz Vaca, Ximenez Diaz de
Rivera, Juan de Rivera, Payo Rodriguez de Torquemada, Ferràn
Ruyz de los Cobos, Ramon Corvera, Ferràn Aguayo, Pedro Her-
nàndez Dios ayuda, Garcés de Barrientos, Guival de Valdivia,
Sancho de Valenzuela, Gimeno de Olit, Gil de Olit, Fortùn Ortiz
Calderon, Bermudo de Robres, Alvar Nuîiez Jurado, Domingo
Pérez de Calanche, Llorente Zuirò, Domingo de Poblaciones,
Dia Sanchez de Mezcua, Martin Pérez de Vilches, Don Beltran,
Pelay Pérez, Martin Bermudez de Priego, Roy Sanchez Escu-
dero, Dalman del Pino, Pero Titos de Godoy, Pedro Martinez
Ceròn, Roy Ceròn, Iîigo de Villaseca, Payo de Rivera, Galban
de Clavijo, Martin de Hinestrosa, Mengo de Gamiz, Pedro Cer-
vato, Gil Cervato, Domingo Romano de Da Romana, Anton de
LOS HEROES ESPANOLES DE LA BATALLA DE BAEZA 139
los Diez, Ferràn Coronél, Vivien Bueno, Domingo de Barrio-
nuevo, Martin de Mari Ximénez de Barrionuevo, Payo Noguera,
Roy Pérez de Leon, Velasco Velazquez, Per Illau Barba, Martin,
Davalos, Ximeno Dàvalos, Alvaro Gallegos, Ferrin Duque, Pedro
Duque, Don Benito, Gil Pescador, Ordoîio del Castillo, Ramon
de Alfaro, Sancho Brabo, Andrés Alfonso de San Llorente, Pedro
Lamas, Pedro Pantoja, Sancho Diaz de Cabrera, Pedro Gil Za-
tieco, Juan Arias Mexia, Roy Zambrana, Don Valdovin, Roy
Gil de Villalobos, Gonzalo Gonzalez de Cos, Gonzalo de Mesa,
Alvar Sanchez de Rus, Esteban Rodriguez de Lovire, Romiro
Esteban su hijo, Domingo Muîioz, Roy Muîioz, Alfonso Ivafiez
Moreno, Lope Nicuesa, Alfonso Fernàndez de Mercado, Jaime
Reolit, Ximen Diaz de Gotor, Juan de Belchit, Suevo Gomez
de Pedraza, Isidoro Garcia de Segura, Juan Martinez de Cés-
pedes, Pedro de Ortega, Gonzalo Ruiz de Camera, Martin Malo,
Martin Pérez de Ron, Eximen de Raya, Juan Galeote, Periaîiez
de Nava, Gonzalo Pérez Palomino, Ordoîîo Santa Crùz, Alfonso
Santa Cruz, Sancho Gonzalez de Anaya, Millan de Fuenmayor,
Suevo de Benavides, Ramiro de Calataîazor, Miguél de Cala-
tanazor, Garci Velez de Guevara, Gomez Ximeno de Focas,
Ferran Alonso de Carvajal, Sancho Canciller, Ordoîio Canciller,
Sancho Palomeque, Diego y Juan Palomeque, Suevo Méndez de
Esquivel, Don Affalido, Don Alfonso Affalido, Don Arnalte, Roy
Rodriguez de San Martin, Anton de Argiiello, Nuîio Diaz de
Acevedo, Lope de Perea, Diego Ibafîiez de Zangas, Sancho Porcel,
Juan Alfonso Trillo, Roy Vicente Caro, Garcia de Rosales, Ferràn
Pefuela, Pelayo Canseco, Ordoîio Alvrez, Roy Sanchez de Agui-
lera, Roy Pérez de Marmolejo, Domingo Justo, Juan de Doîia
Dominga, Miguél Marafion, Diego Ibanez de Agreda, Juan Iba-
îîez de Agreda, Pedro Pelaez, Roy Rodriguez, Gallinato Alfonso
Lope de Vargas, Sancho Diaz de Terrazas, Martin Perez Chamiro,
Pascual Rubio, Pedro Gordiello, Don Bartolomé, Diego Sanchez
del Obispo, Pedro Almogavar, Sancho Coco, Cristobal Royz del
Rio Cerezo, Domingo Ramirez, Vicente Guadiana, Don Llanos,
Sancho Gonzalez Merino, Roy Pérez de Bayaza, Pedro Alfonso de
Albafiadez, Sancho Garcés de Luna, Alfonso Garcia Serrano, Don
Nicolas, Miguel de Escabias, Garcia de Per Ibaîez, Andrés Al-
+
140 LOS HEROES ESPANOLES DE .LA BATALLA DE BAEZA
fonso de Calatrava, Ferràn Pascual el Sordo, Domingo Sancho
de Santillén, Gutierre Pérez de Lisbona, Garcia de Iranzu, Roy
Silvester de Espadero, Pedro Iîiguez de Villacanez, Roy Fer-
n4ndez de Feix60, Pedro Fernandez el Vizcaino, Aparicio Zuivir,
Domingo Juan Vocero, Ibaîiez de Ubeda, Pedro Garcés de Al-
mendos, Pedro Diaz el Capellàn, Pedro Sanchez de Juan Fer-
nandez, Garcia de Peralta, Domingo de Gante, Pedro Moro.
Ramon Navarro, Cristobal Lazaro, Marcos Alvérez de Gorméz,
Juan Minguez Macias, Rodrigo Esteban Miago, Marcos Bruz,
Sancho Merlin, Don Tabernero, Pedro Martin de Martinez, Gui-
llén Pérez de Leyva, Gutierre Garcia, Pedro Negro, Alvar Sancho
de Isla, Nuîîo de Rojas, Pedro Juan de Maestra, Miguél Ibaîlez,
Juan Benitez, Alfonso Marato, Alfonso Gil, Domingo Almidez,
Pedro Carrillo, Alfonso Martinez de Ordas, Pedro Garcia de
Nuîo Alvarez, Martin Sancho del Rey, Antén de Arigona, Sancho
Perez de Martos, Dia Sanchez de Medinilla, Juan de Caso, Anton
Porjato, Dia Sanchez de Ubeda, Domingo Diaz de Vergara, Pe-
dralvarez de la Torre, Martin de Vallecillo, Payo Suarez de
Valcarcel, Roy Sancho Carrizo, Domingo de Aguedo, Bernardo
Rengifo, Alfonso Alvàrez de Villacorta, Diego Pérez de Saldana,
Aparicio Valderrame, Pedro Sanchez de Almeraz, Martin Falcon
y Rodrigo del Barco. |
.Sabedor Don Alfonso X el Sabio, hi]jo y sucesor de San Fer-
nando, que Baeza y su Alcazar habian quedado despoblados y
carecian de guarniciòon para su defensa, por haberse dividido sus
pobladores y conquistadores para tomar parte en las conquistas
de Jaén, Cordoba y Sevilla, dispuso en el afio de 1269, que
fueran treinta y tres caballeros infanzones è ocupar la ciudad
y el Alcazar y entre los cuales repartiò el término .de los cas-
tillos de Gildeolit y Xarafe, frente è Baeza, segùn consta en un
“ Privilegio Rodado , cuyo original se guardé en el Archivo de
la Iglesia Colegial.
El nombre de estos treinta y tres caballeros, consta en el
citado Privilegio y son: Sancho Martinez de Puellos, Diego Mar-
tin de. Puellos, Pedro Pardo, Gil Martinez el Freire, Don Gil el
Adalid, Juan Martinez, Alvar Yaîiez el Adalid, Juan Dominguez,
Pedro Sanchez, Juan Fernandez, Diego Pascual, Ibafiez Esteban,
de, di
° LOS HÉROES ESPANOLES DE LA BATALLA DE BAEZA 141
Sancho Martinez del Puerto, Per Ibaîîez, Martin Lépez, Juan
Pérez, Miguel de Fornos, Pedro Lépez de Baeza, Don Bartolomé
de Segura, Pedro Lopez de Torres, Gil Pérez, Juan Manrique,
Aparicio de Fornos. Juan Matheo, Lope Garcia, Pedro Royz,
Roy Garcia, Iîiigo Lopez, Domingo Meléndez, Per Ordofiez,
Martin Lopez de Ubeda, Julian Pérez y Martin Dominguez.
El existir en el arco los nombres de algunos caballeros que
no figuran en los trecientos que hemos citado, es debido & que
con posterioridad se han ido renovando algunos de los escudos
antiguos por otros mas modernos, que los descendientes de los
conquistadores fueron adquiriendo con posterioridad bien por
haber sido caudillos de algunas fortalezas ò bien por acciden-
tes de la guerra que los hicieron cambiar de nombres.
_ El Papa Inocencio IV por Bula de 80 de abril de 1249, ordenò
que no obstante la traslaciòon de la Iglesia catedràl de Baeza 4
la ciudad de Jaén. quedase la de Baeza con el titulo y honor de
Catedràl y se sirviese por una tercera parte de los Prebendados
con la obligacion de rogar perpetuamente por las almas de los
conquistadores.
En el afio de 1228 se eligio el primer Juez que tuvo Baeza
y que segun consta en el Calendario de Jueces que hay al fin
del Fuero de Baeza, lo fué D. Muîio de Priego.
ManuUuEL BraBo PORTILLO.
pe
I O O TO [er i
FAMILLE DISSARD-CAVARD
PUY-DE-DOME - AuveRreNE (FRANCE)
(Continuazione vedi fasc. 1 e 2)
La tradition orale conservée avec le culte du monument — En quoi con-
siste cette tradition transmise par des gens absolument illettrés et igno-
rants, incapables du supercherie.
Dans le pays; où seulement depuis dix ans, mène une route
encore inachevée due aux efforts du dernier maire, Dissard Ca-
vard, et qui jusques là était aussi inaccessible que les régions
de l’Afrique inconnue, aussi ignoré que les pays non explorés;
[au point que cette localité de près deux mille àmes ne figure
pas sur les cartes du Puy-de-Dòme, cartes copiées sur les an-
ciennes, os les anciennes n’avaient pas le Fayet, qui était sur
les anciennes cartes de la province de Languedoc et Aquitaine];
un culte religieux entoure les tumulus. C'est, disent naivement ces
bonnes gens, comme une chapelle de l’ancienne religion d’avant
le Christ où est le corps del’ancétre des Dissard de Fayet. (Textuel).
Les vieillards, qui ne sachant ni lire ni écrire, ne peuvent
connaître ni César ni ses Cocosates, absolument insoupgonnables
de fraudè, ont gardé comme un trésor sacré le secret du passé.
Ils ont eu de plus une coutume fort curieuse, à laquelle nous avons
été soumis nous mèéme comme l’aîné des héritiers du nom. Les trois
plus respectables et plus àgés vieillards du village prennent le fils
aîné des enfants de Dissard déès qu'il a l’àge de comprendre et
retenir, et le mènent au tombeau pour lui en dire l’histoire.
Nous méme y avons été conduit è l’àge de dix ‘ans par trois
venérables octogénaires, le père Mathieu Fiou, le père Blaise
Alzar Gauthier, le père Jean Bertrix. Voici leur récit danr sa
sàisissante grandeur et sa naive touchante simplicité. Nous avons
bien garde d’y changer quoique ce soit, en le traduisant du pa-
tois en francais. |
WR LIRA
FAMILLE DISSARD-CAVARD 143
“Mon petit, là, sous ce dòme de bruyères et de terres cal-
“ cinées, sous ce dòme brun comme un monceau de terre impré-
“ gnée de sang humain, dort ton grand ancétre Dissard, il est
“ton ancétre, le père de tes pères et tu en viens; il est l’aieul
“des aieux de tes archi aieux “ Quodéi lou Belao Deuix Bel-
“ laos, de teuix Bellaos , c'est un lieu sacré comme une église,
“ c'est tout ce qui reste de l’antique religion d’avant le Christ,
“c'est un lieu saint de la religion de tes pères d’avant le Christ,
“ saint comme une chapelle vouée è Dieu et aux morts. Ton aîeul
“ était le chef de cette religion; pour te faire comprendre ce
“que nous te disons: c’était comme le Pape et le roi des Gaules
“ d’alors; avec lui sont inhumés les Thozates, là aussi dorment
“les grands aieux des Dissard, chefs suprèémes de la religion des
“ Gaules avant le Christ; comme tout è l’heure est chef de la
“ religion, le Pape qui est è Rome. Le Pontife supréme, sorte de
“ pape et de roi, Dissard, chef des Druides, ton ancétre, fut tué
“là par Criecshousse (altération de Crassus) en voulant arrèter
“les Romains, et cela était du temps des Thozates, il fut tué
MOVeceux: 0...
Thozates est le prononcé abrégé comme tous les noms com-
posés du midi de Teutozates ou Cocosates de César. A ce der-
nier mot de Thozates et de Thotozates, j'avoue, avec l’ignorance
de mon àge, avoir souri d’abord des bons vieillards, J'ignorais le
celte et les Cocosates de César, n’ayant pas encore bùchéle De Bello
Gallico, et dans ma témérité d’enfant, je crus que ces bons vieux
illettrés confondaient les cosaques de 1815 avec les légions de
Rome. Mon intention sans doute manifestée par quelque parole
imprudente ne leur échappa point; courroucés, les trois vieillards
reprirent: “ Ce n’est pas des cosaques que nous parlons, enfant;
les cosaques, nous mémes les avons combattus; nous parlons
des Theuzates ou Teutozates; cela vient du nom du Dieu que
les Gaulois adoraient , (en effet ce mot dérive de Teut-Theus.
| Ceulà Leu vi Théos Dieu, Teut national) du Teutzates con-
Usatp Osp: sacrés au Dieu Teutates, interprétes du
144 FAMILLE DISSARD-CAVARD
Dieu national). “ Ces prétres de la religion d’alors, reprirent les
vieillards, vivaient avant Jésus-Christ; ils sont ensevelis là, de-
puis deux mille ans., Et, scandant chaque mot, comme pour
mieux en impressioner ma mémoire, les trois vieillards me di-
rent: “ Ils furent tes aieux, tu en descends, ce furent tes pre-
“ miers arrières grands parents; les petits enfants du grand Druide
“ suprème, d’où tu descends directement, furent emportés lors du
“ massacre et sauvés, cachés en la grotte de la Baffie; ils vécu-
“rent et tes pères en sont nés..., Cette tradition si précise
existe encore actuellement aussi vivace que lorsque nous l’en-
tendîmes pour la première fois il y a plus de trente années.
Les gens qui la rapportent ajoutent encore ceci et on nous
l’avait dit alors è nous méme: “D’immenses richesses sont en-
“ fouies avec le grand aieul des Dissard, mais malheur au sacri-
“lège audacieux qui violerait cette tombe sacrée... il périrait
“ aussitòt, et le pays serait couvert de grands malheurs en cha-
“ timent. ,, C'est cette crainte superstitieuse qui, avec le site sau-
vage et loin de toute communication, a sauvegardé intact le
tombeau. |
A ces données raisonnables de l’histoire, la légende a-joint
sa part, nous ne voudrions pas la passer sous silence, elle est
sous sa forme fabuleuse une confirmation de la tradition vraie.
“Une fois l'an, disent les gens du pays, le grand Druide
“ Dissard surgit de’son immense tombeau; c’est la nuit de Noél
“à minuit précis; il est vétu d’une tunique en laine blanche, il
“ est ceint d’une couronne en chéne et en gui d’or, il tient en
“sa main la réduction d’une cathédrale chrétienne, il la renverse,
“la brise, puis entendant sonner la messe de minuit il rentre
“dans son tombeau entraînant celui ou celle qui a eu le malheur
“de passer là en cet instant..., Comme c’était l'un des cen-
tres celtiques les plus importants, ceux que César a voulu dési-
gner par “ media Gallia , tout en rendant confuse son indication
par le “ finibus carnutum, ,, deuxième centre sacré (aux confins)
des carnutes. Les monuments celtiques couvrent littéralement le
sommet des monts qui entourent Saint Germain l’Herm et Fayet-
Ronnayes. Ainsi è soixante métres à peine du tumulus Dissard
est un splendide Dolmen. Mais au nord-est de Fayet, au lieu dit
FAMILLE DISSARD-CAVARD 145
le Pouyet de Frissonnet, se trouve un immense menhir renversé
en un seul bloc de granit d’Ecosse, sans une seule fissure, simu-
lant assez bien de loin un corps géant couché et couvert d’un
volle immense. Ce menhir recouvre la tombe d’un des rois celtes
de Tuniac (Teutniac), le roi est enseveli avec son char de guerre.
Or, dit la légende, chaque année, à minuit, 1a jour de Noél, Vim-
mense bloc de granit d’Ecosse, dit pierre noire (peirrao néirao)
s’ouvre, et pendant quelques minutes le roi apparaît sur son char
d’or. Autour de Pierre noire, derrière Frissonnet, village de Fayet-
Ronnayes, abondent les monuments mégalitiques. Un Dolmen
superbe en allant au village de Moranges, en parfait état. Au
village d’Ardennes, aux quatre versants de la montagne, répon-
dant aux quatre points cardinaux sont quatre autels celtiques.
“ Ardennes était méme un lieu de résidence des druides et de
“ sacrifices perpetuels, d’où les prétres chrétiens lui ont laissé le
“mot d’Ardennes, Arae Demonum. ,, Il en est ainsi de toute la
region élevée qui forme le plateau des monts Velays et le massif
au-dessus du Livradois depuis Issoire, Sauxillanges, Saint Eloy
la Glacière, Fournols, Saint Germain l’Herm, Fayet-Ronnayes,, etc.
On trouve partout les ruines assez conservées des monuments
meéegalitiques brisés pas la haine des Romains et des chrétiens,
ainsi un Dolmen au Suc Genestoux au bois de la Hue, derrière
le village de la Fessille, à Coussac, à Edmesse, à Vinfaux, è Ar-
demnes, è Faredonde, è Combeneyres, è la Roche Combault,
Frissonnet, etc. Cette région, cela se voit è première vue, pour
l’érudit, était le lieu consacré, situé au milieu de la Gaule, que
César désigne confusément, et où s’assemblaient chaque année
auprès du grand Druide les délégués celtiques de toute la Gaule.
Du reste une simple remarque: “ César a nécessairement fait
porter l’effort le plus constant et le plus vigoureux de la con-
quéte où se trouvait l’èàme de la résistance; or toute la guerre
des Gaules converge sur Gergovie et ses environs; et méme après
la prise d’Alésia et de Vercingétorix César redoute tellement les
Auvergnats, qu'il libère leurs prisonniers de guerre pour les
adoucir; et Ambivaretum, point extrème de l’Aquitaine arverne,
est tellement un centre druidique, que César y laisse une légion
en permanence méme après la conquéte. Ambivaretum c'est Am-
10
146 FAMILLE DISSARD-CAVARD
bert actuellement chef-lieu d’arrondissement, d’où dépend Fayet-
Ronnayes, et les traces du séjour de la légion romaine, voies
romaines, restes de campements romains, objets militaires ro-
mains, des pistrina en pierre, se retrouvent è chaque instant dans
les simples travaux de défrichage des champs. Cette légion laissée
après la soumission des Gaules è Ambert, était donc bien pour
dominer et contenir ces vallées des environs d’Ambert où étaient
réfugiés au sommet des monts boisés comme Teutniac, les Druides
repliés là, de toutes les parties de la Gaule vaincue.
Tradition écrite, mème récente:
Ces faits, si importants, n’ont pas passé inapercus. Le drui-
disme a survécu à Tuniac, près du tumulus Dissard, sur les monts
de Saint Germain l’Herm, jusqu’au x1° siècle, méme le xIn° siècle,
disent les historiographes qui ont étudié spécialement la ques-
tion. Un de nos compatriotes, le savant docteur Coste, de la
Montgie, dans son remarquable travail publié en 1894 (chez
Champion è Paris) sur Teutniac (Tuniac), Fayet-Ronnayes et
Saint Germain l’Herm, dit que les ruisseaux des deux vallées
qui font les deux versants du mont qui porte Tuniac se sont
nommés des noms qu'ils ont encore, l’un la Dolor (Douleur), l’autre
Doulon (Dolens gémissant) en raison des cris de douleur poussés
pendant des siècles par les Druides persécutés et traqués par les
Romains d’abord, les chrétiens et les Francais ensuite.
Tout a été detruit là avec. un acharnement sauvage, parce |
i
que la était le centre de la lutte. i
Si en Bretagne on a respecté les Menhirs, les Dolmens, c'est
que au fond de l’Armorique pour César, comme pour les Papes,
l’èàme gauloise n'y résidait pas comme en son centre principal.
En Auvergne, en Aquitaine au contraire, était le centre principal
de la vie druidique. TI
Nous voudrions citer notre savant compatriote, qui nous en
a donné toute permission en courtois hommage è l’héritier des
Dissard. Mais nous devons étre court dans cette notice et il y
auralt plus de cent pages à citer intégralement. Citons simple-
ment sur le point qui nous intéresse cette fin du chapitre III,
page 20 de son remarquable travail.
FAMILLE DISSARD-CAVARD 147
“ Après la défaite de Vercingétorix Tuniac, (Teutniac) devint
“un asile, un refuge pour tout arverne dont le patriotisme re-
“ fusait de se soumettre à ses usurpateurs. Ses vastes et im-
“ menses foréts de sapins sans chemins, sans issue, offraient un
“ asile assuré è tout ennemi de Rome et ami de la liberté et
“ de la religion des Gaules. Comme nous l’avons dit plus haut les
“ prètres gaulois chassés des grands autels de Fournols, se réfu-
“ gièérent dans Tuniac plus è l’abri des poursuites des soldats
(cca IG Re?
“ Au chapitre de la durée du druidisme è Tuniac nous avons
“ vu qu'on y suit sa trace jusqu’'au x® siècle; à l’appui de nos
“ assertions que le christianisme n’y avait fait que peu de pro-
“grés au Ix° siècle, se présente l’histoire des martyrs de Saint
“ Germain et de Ste Elidie, égorgés tous deux pour les croyances
“ è la religion du Christ par les sectateurs du druidisme; Saint
“ Germain vivait retiré en ermite et combattait les Druides, mais
“ traqué par ses adversaires religieux il finit par étre pris et
“ égorgé dans la forét de Tuniac sur un de ces Dolmens contre
“lesquels il avait tant crié.
“ Les chrétiens prirent sa défense et le proclamèrent martyr.
“En 1244 cu 1242, suivant Ambroise Tardieu, les moines de la
“ Chaise Dieu mirent Tuniac sous la protection du martyr mort
“en combattant le druidisme, et lui donnèrent son nom, depuis
“ cette époque Tuniac est appelé Saint Germain l’Herm.,, [No-
tice historique sur Saint Germain l’Herm, Fayet-Ronnayes, etc.|
[par Mr. le docteur Coste de la Montgie, pages 28 et 29, et pages
de 1 a 53.|] [Paris, Librairie Champion, 1897].
Aux données de rotre savant compatriote nous ajoutons que
les célèbres patriotes qui au xrv° siècle soulevèrent l’ Auvergne et
le Poitou, senommalent Tuniàchins ou Tuchins, de Tuniac centre
de résidence de leurs chefs les Dissard. Ce témoignage récent
d’un historien montre que méme en 1897 la tradition locale sur
l’importance druidique des lieux où est conservé le tombeau du
grand Druide et des Teutozates ne s'est nullement affaiblie.
Recherches dans le tombeau (en 1902):
Le cousin germain de M. Dissard Antoine, maire de Fayet,
au moment où l’on allait donner le monument è la société des
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I MINOTTO, PATRIZI VENETI
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3 Tig Wriosta fameglia vene da Roma ad Chioza et deli poi ve-
nero in rialto questi forono homeni bonissimi et sempre sono
2; statti pochi de fameglia questi dettero prin-
FR: cipio ad far edificar la giesia de San Cas- A
ì sano et questi per division de fradelli por-
tavano tre arme ma tutti sono uno istesso
collonnello et ditti alguni deloro se tro-
fyorono « ess. ascripti nel numero de quelli
d A serrar del dito Conseglio nel tempo de
| miss. piero gradenido dose de venesia. ,,
3 _ Così una importante cronaca delle fami-
s glie venete della prima metà del xvi secolo .!
- Gli stemmi a colori che vi figurano sono
| tre: il 1° di rosso a tre bande d’oro, il 2°
| d’argento a tre bande increspate d’azzurro,
. il 3° partito merlato inchiavato di oro e di verde.
Questi tre stemmi, uniti ad altri, che servirono a distinguere
|! Nella biblioteca del Collegio araldico.
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MINOTTO
I MINOTTI, PATRIZI VENETI 151
1 rami della famiglia Minotto, si trovano inseriti in un prezioso
«codice del xiv secolo del Museo Civico di Venezia che GEor
tiamo in facsimile.
L’origine romana è ricordata da tutti i cronisti veneti, i
quali affermano essere questa famiglia fra quelle ch’ebbero parte
nel governo di Venezia, nell'epoca della sua fondazione, e che
nel 727 concorse alla fabbrica della chiesa di Santa Cecilia. È
ricordata nell’anno 806 nella celebre Cronaca Adriana, fra le
famiglie tribunizie.
I molti documenti che ancora si conservano e che attestano
l’antichissima nobiltà di questa famiglia, sono stati con grande
cura raccolti dal N. H. conte Demetrio Minotto, patrizio veneto,
che ha già pubblicato due volumi di memorie interessantissime
con illustrazioni di monumenti, medaglie, pitture, ecc., in splen-
dida edizione, redatta in lingua tedesca! e che sarà completata
con altri sei volumi, non meno importanti, per la storia della
veneta repubblica.
Si ritiene appartenente a questa famiglia il glorioso San De-
metrio Minotto, martire (26 ottobre 305), proconsole di Tessa-
lonica, ed uno dei più antichi protettori celesti di Venezia. Di
lui sì venera l’effige nella chiesa di Santa Maria dell'Orto, (fatta ese-
guire dal patriarca Giovanni Tiepolo nel 1622) ed in altre Chiese.
Nel 1297 fu confermata fra le patrizie alla serrata del Mag-
gior Consiglio, in persona di Pietro Minotto figlio di Tomaso
e di Filippa Dandolo, e conta uomini valorosi e segnalati nelle
dignità civili, ecclesiastiche e militari.
Meritano di essere segnalati: Lorenzo, Natale e Marino Mi-
notto, che nel 1122 sottoscrissero il privilegio d’esenzione con-
cesso dal doge Domenico Michiel alla città di Bari e presero
parte alle crociate: Tomaso, che nel 1265 fu capitano del Golfo
contro i genovesi; Marco, che nel 1300 fu generale di 37 ga-
lere contro i greci; Pasqualino, che nel 1364 passò in Candia,
alla ricupera di quell’isola dalle mani dei Nobili coloni ribelli
e per il suo valore fu banderale del generale Lucchino dal
Verme. Per giubilo della conseguita vittoria, celebrandosi poscia
in Venezia un sontuoso torneo, egli giostrando colre Lusignano
di Cipro ne riportò l’onore ed il premio, che fu una catena di
1 Chronîk der Familie Mimotto Beitrige zur Stais und Kulturgeschichte
Venedigs. Berlin, 1901-1903. Edizione di 210 esemplari numerati.
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Pasqualino Minotto
Il Doge
Petrarca
Pasqualino Minotto vince
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154 I MINOTTI, PATRIZI VENETI
oro del valore di 350 ducati. Riproduciamo qui un'interessante
incisione in cui è rappresentato il Minotto nell’atto in cui vince
il re di Cipro; Tomaso, che nel 18369 fu uno dei sopracomiti
che col doge Andrea Contarini passarono al riacquisto di Chiog-
gia, occupata dai genovesi; Girolamo, capitano di Vicenza, nel
1448 poi bailo a Costantinopoli presso l'Imperatore greco nel 1453
e nella presa di quella città rimase prigioniero dei turchi, che
barbaramente lo trucidarono insieme con suo figlio Giorgio; Gio-
vanni, fu vescovo di Padova dal 1730 al 1742. La genealogia do-
cumentata, non interrotta comincia con Tomaso Minotto, della
linea di San Cassiano, nato verso il 1120 e sposo di Ota Celsi.
La famiglia Minotto, ebbe due dogaresse: Contessa, figlia
del predetto Tomaso nata verso il 1145 che sposò nel 1170 c. En-
rico Dandolo, e Saba, figlia di Marcantonio Minotto prima moglie
del doge Pietro Ziani. Fino alla caduta della Repubblica (1797).
la famiglia Minotto appartenne, divisa in quattro linee, al patri-
ziato sovrano iscritto al Libro d’oro.
Nel 1452 Tommaso Minotto, figlio primogenito di Pietro qm.
Tomà e della N. D. Maria Gradenigo, ottenne il titolo di conte
palatino del S. R. I. per sè e la sua discendenza legittima dal-
l’imperatore Federico III, che durante il suo soggiorno in Ve-
nezia abitò il palazzo Minotto a Santa Maria Formosa. Ottenne.
| anche il privilegio dell’aquila bicipite come cimiero, come si vede
in un sigillo del Museo civico di Venezia. Questa linea, confer-
mata nobile, 16 novembre 1817 e 24 giugno 1900, dimora ora a
Wannsee presso Berlino e a Venezia. Essa deriva da Andrea
qm. Michele Minotto, nato in Venezia 5 dicembre 1763 | 1845,
sposo nel 25 maggio 1787 della principessa Caterina Rhodokanakis
di Scio, che lo rese padre di Demetrio detto Mito (n. 27 novem-
bre 1788 | 11 aprile 1822), di Mgr. Michele e di Angelica spos.
nel 1812 a Pietro Moro. | i
Demetrio sposò il 22 luglio 1811 la principessa Margherita
Maurocordato, da cui ebbe Giacomo sposo di Elena Xantopulo-
Picipiò da cui il vivente N. H. Demetrio Minotto, patrizio
veneto e Co. pal. del S.. R. IL, nato a Vienna (Austria) il 29 lu-
glio 1856, cav. sped. dell’Ord. teutonico, esimio letterarto, che
sposò a Venezia il 12 aprile 1890 Agnese Martha Carolina Za-
remba, ed ha un figlio Giacomo Michele nato a Berlino il 17
febbraio 1891.
CARLO SCHWEIZER.
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ARALDICA
STEMMI DELLE VARIE FAMIGLIE PASINI
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(1) Questo è lo stemma primordiale dei Pasini di origine friulana ed
è comune alle diverse linee. E impresa particolare degli antichi Pasini di
Treviso da cui i Pasini nobili di Asolo e di Treviso viventi. Tale era pure
lo stemma antico dei Pasini di Ferrara prima che vi aggiungessero l’aquila
e così si vede in un sigillo in ferro del xvi secolo.
(2) Stemma dei Pasini di Cividale del Friuli come è riportato nel co-
dice del Manin nella biblioteca comunale di Udine. E ancora usato dai
nobili Pasini di Cividale ascritti al consiglio nobile di questa città nel 1675.
Nel blasonario del Pietramellara si attribuisce a questi Pasini la colomba
ma in campo rosso con l’aquila bicipite. i
(3) Arma non anteriore al xvi secolo usata dai Pasini di Ferrara delle
linee cadette. Contiene gli emblemi del 1° e del 2° stemma riuniti. Altri
del ramo ferrarese usarono questo stemma senza arcobaleno (vedi n. 1)
come dal sigillo di ferro citato. Consta anche da un certificato del sindaco
di Ferrara del 20 novembre 1894.
(4) Il Gataro nelle sue cronache di Padova edite dal Muratori. Rer. Ital.
Script. T. XVIII attribuisce questo stemma a Giovan Alberto Pasini pado-
| vano, capitano di 2800 balestrieri contro i veneziani nel 1412. Stelle por-
tarono pure i Pasini di Cesena, di Bologna e di Lombardia.
(5) Il Frizier, il Cappellari Vivaro, Emporio universale delle famiglie, Mss.
della Bertoliana di Vicenza, Forzadura: Cronaca e blasone padovano, Mss.
B. P. 1282 del Museo civico di Padova e nella Bibl. del Seminario di Padova
nel Cod. Insegne ed armi padovane, il Porfirio ed altri, ed i monumenti dei
Pasini patrizi padovani portano questo stemma particolare del ramo pado-
vano estinto, da cui derivano i Pasini di Ferrara. Si vede nella lapide sepol-
crale di Caterina moglie di Francesco Pasini nella chiesa del Santo, in
Santa Maria dei Servi ed altrove. E inserita anche nel codice Armi di famiglie
| padovane (n. 34 p. c. LXII) nella Bibl. com. di Verona.
(6) Altro stemma dei Pasini di Padova. Da un certificato del notaio
Marcon 31 maggio 1894. L’agnello è d’argento per testimonianza del Fri-
zier, ma si vede anche d’oro con o senza ramo in bocca.
ita,
Tia
(8) a (0) ===
(7) Stemma dei Pasini di Verona derivati da quelli di Padova estinti.
Così è riportato dal Corfini: Stemmi di famiglie nobili veronesi (Cod. del-
l’anno 1580, n. 967, Bibl. Com. di Verona, pag. 21, 42).
(8) Stemma moderno dei Pasini di Asolo, Treviso e Bassano. Si vede.
in un anello ed in sigilli di Bernardino presidente della Suprema Corte di
giustizia sotto Napoleone I. Questi Pasini preferiscono però di usare l’an-
tico stemma della colomba. Tale ramo ha comune origine coni Pasini di
Cividale, di Padova e di Ferrara.
(9) Stemma dei Pasini del Pozzo di Vicenza. Si vede in un sigillo di
Pietro Pasini vicentino ambasciatore all'imperatore Massimiliano nel 1509.
Questo sigillo si trova nel Museo civico di Padova (collez. Bottaccin, n. 143).
Sfuggì al diligente Rumor nel suo blasone vicentino. Il drago che sosti-
tuisce la colomba sui 8 monti allude all’antico stemma di casa del Pozzo.
I Pasini d’Este riteniamo usavano lo stemma della colomba.
(10) Stemma dei Pasini di Schio derivati da quelli di Vicenza. Si vede
scolpito nel sepolcro di Eleonoro Pasini 1728 nella chiesa di S. Francesco,
ma è a ritenersi capriccio dello scultore il modo come venne rappresentata la
colomba. Da questo ramo derivarono Lodovico e Valentino Pasini, celebri
uomini di Stato. Usano lo stemma della colomba sui tre monti (vedi il n. 1).
(11) Arma antica dei Pasini di Ferrara derivati da quelli di Padova.
L’aquila è concessione imperiale del 1452. Usarono poi questo stemma con
l’arcobaleno (vedi n. 12). I Pasini nobili di Parma usano questo medesimo
stemma quantunque s’ignora come siano derivati dai Pasini conti e cava-
lieri del S. R. I. conti di Zenzalino e di altre terre e nobili di Ferrara. Si
vede anche in un codice del xvi secolo, n. 1195 della Biblioteca Pal. di Parma.
(12) Arma dei Pasini di Ferrara usata dopo il precedente fino al giorno
d’oggi. Si vede così sul sepolcro dei Pasini in Santo Spirito e in San Carlo.
di Ferrara e nei blasonari del Mandolini (1835), del Bellini (1770); negli
antichi sigilli, ecc. Ora è unito allo stemma Frassoni ed ha nel eapo uno
scudetto col nome di Gesù per concessione di Leone XIII. Gli stemmi ed
i sepolcri dei Pasini nella cappella gentilizia in Sant'Andrea di Ferrara
sono spariti dopo che la chiesa venne chiusa al culto.
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STEMMI DELLE VARIE FAMIGLIE PASINI 157
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(13) È lo stemma precedente inquartato come in un antico dipinto
presso la famiglia e come fu usato indifferentemente a quello del capo
dell’aquila. Anche in una memoria genealogica dell'abate Porfirio lo stemma
è inquartato.
(14) Stemma di un’antica ed estinta famiglia bolognese Pasini di parte
guelfa o geremea e riportato anche nel blasone bolognese del Canetoli.
Alcune famiglie romagnole di questo cognome usarono la stessa arma e
segnatamente i Pasini di Lugo, quantunque talvolta usarono il capo del-
laquila.
(15) Altro stemma di famiglia Pasini bolognese tratto dalla Biblioteca
dell’archiginnasio, conserva la cometa dei Pasini di Cividale ed ha la fede
come simbolo di pace. (Vedi il Montefani Caprara, il Carrati, etc.).
(16) Anche questo stemma Pasini è tratto dalla ricca raccolta araldica
della Biblioteca dell’archiginnasio di Bologna. Le stelle ricordano il n. 4 e
il n. 20.
(17) 'l'erzo stemma Pasini della raccolta araldica dell’archiginnasio di
Bologna. Ha molta analogia con quello dei Pasini nob. di Zara quantunque
questi erano d’origine veneta.
(18) Stemma dei nobili Pasini di Zara STO del Veneto e come vor-
rebbe una tradizione da Cesena. È ricordato nel Rietstap dal Toderini. Miscel-
lanea Arch. di Stato di Venezia, cittadinanze veneziane ed in documenti
presso la famiglia Pasini e Pasini Marchi detti Pasinich di Zara. Andrea
Pasini da Zara nel 1609 studente di diritto nell'università di Padova, fece
dipingere il suo stemma nella gran sala dell’università stessa; questo stemma
si vede anche di rosso col lambello a 5 pendenti e 4 gigli d’oro.
158 STEMMI DELLE VARIE FAMIGLIE PASINI
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(19) I Pasini nobili di Rimini usavano questo stemma che si vede an-
cora sul sepolcro di mons. Francesco vescovo di Todi nella cattedrale di
Rimini. Simile stemma, ma senza monti usò la famiglia Pasini che ebbe
dimora in Ferrara ed a Portomaggiore.
Così lo usarono altre famiglie Pasini di Ravenna e di altre città della
Romagna. È inserito anche nel Blasonario ferrarese del Mandolini.
(20) Stemma della nob. famiglia Pasini di Cesena derivata da quella
di Ferrara. Nel xvi secolo ebbe la contea palatina. Esiste ancora a Cesena
famiglia di questo cognome. Dal manoscritto del Dott. Carl’Antonio Andreini:
Notizie delle famiglie illustri di Cesena Tomo V, nella Biblioteca di Cesena.
(21) Stemma dei Pasini di Faenza, rilevato da quella biblioteca comu-
nale. Tale famiglia non godette nobiltà in Faenza. Gli emblemi dimostrano
che seguì la parte guelfa.
(22) Questo stemma dei Pasini di Modena è riportato nella raccolta
del Fontana Bibl. Estense. E curiosissimo, ma lo ritengo fatto a capriccio
perchè i Pasini del Modenese si ritiene fossero oriundi di Ferrara.
(23) Stemma dei Pasini veneti dell'ordine dei segretari. Anche i Pasini
di Lombardia pare usassero quest'arma che si trova in varie raccolte aral-
diche. Certo che la colomba è l'emblema dei Pasini di Milano, Cremona, ecc.
E riportata nella raccolta Mercandetti ed in quella del Pasinati a Roma
ed altrove. Dai Pasini di Lombardia derivarono i Pasini di Sicilia estinti
nei Grassi, baroni e nob. siciliani. Dalla Lombardia passarono anche a
Camerino e da questa città a Forlì dove furono eredi dei conti Orselli. |
(24) Stemma particolare dei Pasini di Brescia. Così si vede in un sigillo
di proprietà del vivente cav. Francesco Pasini di Brescia.
Podio
RE TI e 1 LI
DIPLOMATICA
TITOLO COMITALE CONCESSO AI SIGNORI DI VALVASONE
1562, 14 gennaio, Norimberga. — I Signori di Valvasone son
fatti Conti del S. R. I. da Carlo IV. (Copia lacunosa da altra
copia moderna, non sempre sicura, presso di me. Due esemplari sono
all'Archivio di Stato a Venezia).
! Un ramo della stirpe di Cucagna, distinto, ma non separato da’ rami
fratelli, signoreggiò Valvasone, Castello e grossa Terra del Friuli occiden-
tale e v’ebbe giurisdizione alta e bassa sino a’ nostri tempi e residenza
nobilissima come ha tuttora. La chiesa patronale di V. ha miracoloso cor-
porale; molte ville obbedivano ai Conti.
La casa di Cucagna o Faedis, tedesca, era d’altissimi ministeriali de,
Patriarchi d’Aquileja ne teneva la Cameraria ereditaria e regolava poi fino
al 1798 il General Parlamento della Patria: è divisa da gran tempo nei rami
Freschi, di Zucco, di Partistagno (estinta) e di Valvasone e come ceppo
rimonta, provata da documenti e da storie, almeno al secolo xI in gran-
dissima potenza, sebbene la leggenda vada addietro fino al secolo x. Alla
fine del secolo xmI occupa con le armi Valvasone e poi ne è investita; e
il ramo di Valvasone discende tutto da Simone I,i cui figli Ulvino, Enrico
e Giovanni nel 1362 furono anche fatti Conti dell’Impero. Molti soggetti
importanti diede questa famiglia, i più celebri de’ quali sono senza dubbio
Simone I e II, Rizzardo II generale del Da Carrara e Giacomo nei secoli
XIV e xV; il gran poeta Erasmo nel xvi. Vari furono insigniti di alte cariche
civili, ecclesiastiche, militari e ebber gli abiti di Malta, S. Stefano, e Teutonico.
Da questa famiglia uscirono il P. Giulio Cesare di Valvasone prete
dell'Oratorio, morto il 17 settembre 1725 all'Aquila, in concetto di santità;
e la sorella di lui Vittoria, moglie del conte Beltrame di San Daniele del
Friuli che ancora è ricordata per le sue grandi virtù e di cui esiste la vita
alle stampe. Entrambi devotissimi al SS. Sacramento.
L’arma di questa famiglia è semipartito spaccato: nel 1° d’argento al
leone di rosso coronato d’oro (Cucagna); nel 2° d’argento al lupo di nero
(Valvasone per falsa etimologia da Wolveson); nel 8° tagliato d’argento e
di rosso al leone dell’uno nell’altro (Fratta). Sul tutto fasciato di argento
e di rosso (Haunberg). Ha tre elmi coronati. Cimieri: 1° il leone di rosso .
2° un angelo biancovestito tenente un ramo di palma; 3° un destrocherio di
carnagione tenente un serpe di verde ondeggiante in fascia.
160 TITOLO COMITALE CONCESSO AI SIGNORI LI VALVASONE
In nomine Sanctae et Individuae Trinitatis feliciter, Amen.
Carolus Quartus Divina favente Clementia Romanorum Impe-
rator semper Augustus et Boemiae Rex ad perpetuam rei me-
moriam. Nobilibus Vulvino, Enrico et Ioanne Militibus Fratribus
de Cuccanea et de Valvasono Nostris et Imperii Sacri fidelibus
et Familiaribus dilectis gratiam Nostram et omne bonum. De
vestrae Fidei [et] circumspectionis industria plenam fiduciam ha-
bentes et sane consideratis obsequiis Vestris studiosis (stud2082us)
Nobis re...is Vos et heredes vestrosin descensu lineae masculinae,
accedente Consilio Principum, Comitum et Procerum Sacri Im-
perii, animo deliberato de certa Nostra Scientia [et] Imperialis
Potestatis plenitudine ad Comitatus statum elevavimus, ereximus .
et sublimavimus, elevamus erigimus et sublimamus decernentes
et hoc Imperiali Edicto statuentes quod omnibus iuribus, Privi-
legiis, Honoribus, Gratiis, dignitatibus et libertatibus uti et gau-
dere possitis, quibus ceteri Sacri Imperii Comites fruiti sunt
hactenus, seu quomodolibet potiuntur, volentes et hoc nostro
Imperiali Edicto statuentes quod vos et heredes vestri praedicti
‘perpetuo Comites Sacri Imperil nominari et appellari ac ubique
ab omnibus honorari et reputari atque omni Iure, Privilegio,
Gratia, dignitate, immunitate perfrui possitis et debeatis quibus
alli Sacri Imperii Comites quomodolibet quotidie fruuntur non
obstantibus Legibus Imperialibus sive Constitutionibus quibus-
cumque, quibus sic et in quantum praesenti Nostrae largitioni
et... adversari censentur per omnia derogamus etiamsi de iis
iure vel consuetudine deberet in praesentibus fieri mentio spe-
cialis. Nulli ergo omnino Hominum liceat Nostrae Caesareae
concessionis et assumptionis Paginam infringere vel ei quovis
ausu temerario contraire. Si quis autem hoc attentare praesum-
pserit Nostrae Maiestatis indignationem gravissimam se noverit
incursurum.
Domini Domini Ca-
ROLI INVICTISSIMI
ET
Bormiae REGIS
SIGNUM SERENISSIMI WAR a
Qui é riprodotto grosso-
PRINCIPIS lanamente il monogramma
ET di Carlo ÎV che si vede pres-
(LORIOSISSIMI | so Du Cange, PI.1, N. 64.
Testes huius rei sunt Venerabiles Arnestus Pragensis Archie-
piscopus, Ioannes Lutomusclensis (di Leitomiscl) Nostrae Impe-
edili iaia
TITOLO COMITALE CONCESSO AI SIGNORI DI VALVASONE 161
rialis Aulae Cancellarius, Paulus Frisingensis, Bertholdus, Eyst-
densis, Marquardus Augustensis Ecclesiaruam Episcopi, nec non
Illustres Rupertus senior Comes Palatinus Rheni et Bavariae
Dux Sacri Imperii archidapifer, Otto Marchio Brandeburgensis,
Stephanus senior, Stephanus iunior, Fridericus Comites Palatini
Rheni et Bavariae Duces, Bobbo (leggi: Bolko) suordicensis (Swi-
dicensis? cioè: di Schweidnitz), Redobarus (leggi: Rudakarus 0
Ridakarus) Brau[n]vicensis, Henricus Brogensis (leggi: Brigensis,
cioè di Brieg Liegnitz) duces ac Spectabiles Fridericus Burgravius
Nurembergensis, Ioannes langravius luttembergensis (cioè: di
Leuchtenberg), Nobiles Sbinco de Hosemburg supremus Camerae
Nostrae magister, Pesco de Insolwitz (probabilmente: Ianowitz),
Botho de Gastoviz (?) et Ioannes de Vartemberg ac quamplures
alii Nostri et Sacri Imperii Nobiles et fideles. Praesentium sub
imperialis Nostrae Maiestatis Sigilli appensione et testimonio
litterarum. Datum Nuremberg anno domini millesimo trecente-
simo sexagesimo secundo, Indictione quinta decima XIX Kal.
Februarii. Regnorum Nostrorum anno sextodecimo, Imperii vero
septimo. Per dominum Cancellarium decanus Glogovicus (?).
Locus Imperialis sigilli ad cordulam pendentis. (Nota la grafia
del secolo XVIII).
Suprascriptum imperiale diploma ex alio exemplo meo extra-
eto (?) ab originali membranaceo Sigillo cereo in quadam lignea
Theca ad cordulam sericam et auream pendente decorato quod
usque sub die XV Maii 1751 extabat penes quondam Nobilem
Dominum Comitem Valentium ex nobilibus Dominis Cuccaneae,
Valvasoni et Frattae fideliter per manum fidam extraxi Ego
Antonius Nicoletti P. V. A. Terrae Valvasoni Notarius et Can-
cellarius in quorum fidem me TI sienoque Tabellionatus
solito roboravi.
(Altra copia a Venezia è datata XVIII Kal. Feb., cioè il 15 gen-
naîo, ma probabilmente fu per avere omessa l'ultima asta; nello
stesso giorno 15, altri de’ consorti di Cuccagna, Ulrico e Schinella,
eran fatti Conti Palatini. E qui notiamo l'errore cronico di quelli
che non osservarono trattarsi del gennaio per la men comune eta
di datazione).
FeRRUccIio CARLO CARRERI.
11
ORDINI CAVALLERESCHI
LES CHEVALIERS HOSPITPALIERS DE ST, JEAN D'ESPAGNE
Après la prise de Malte les chevaliers espagnols de l’Ordre
hospitalier de St. Jean reconnurent comme grand Maître leur
roi Ferdinand VII. — Isabelle II et Alphonse XIII continuèrent
donc à donner la croix de St. Jean, jusqu’à ce que le Pape
Léon XIII en 1878 eut renouvelé la dignîté de grand maître
en designant à cette haute charge le Bailly Ceschi è Santa
Croce. ari
L’Ordre a conservé cependant son autonomie en Prusse en
Angleterre et en Russie. Il y a aussi des chevaliers de St. Jean
nommés par les sectes secrètes.
Les chevaliers espagnols, après que le roi déclara de recon-
naître le grand maître Ceschi, présentèrent leurs documents au
grand magistère de Rome et furent admis dans les rangs de l’Or-
dre Souverain.
Cependants quelques-uns des Sanjuaninos, comme on les appe-
lait en Espagne, ne voulurent pas se soumettre è l’autorité du
«grand maître de Rome et formèrent une Association de bienfai-
sance pour exercer la charité chrétienne sous la protection de la
bienheurense Vierge Immaculée et de St. Jean Baptiste, en
admettant dans leurs rangs des chevaliers effectivs et des che-
valiers honoraires. ;
Pour étre admis dans l’Association il faut présenter une de-
mande documentée qui prouve la condition honorable du can-
didat ses titres, sa foi catholique et qui doit ètre appuyée par
cingq chevaliers hospitaliers. Cette Association est dirigée par un
Conseil Suprème nommé par le chapitre général des chevaliers
et se compose d'un président grand capitulaire, de quatre vice
présidents capitulaires, d’un secrétaire, de trois vice secrétaires,
d’un administrateur, d’un trésorier, d'un visitateur général, etc:
DES: O e IRE TI RS PI QNT
LES CHEVALIERS HOSPITALIERS DE ST. JEAN D'ESPAGNE 163
Le sièége de l’Association est près l’hòpital de l’Ordre, qui s’ap-
pelle l’hòpital de la Purisima concepciòn, è Madrid. Sa Majesté
Catholique le roi Alphonse XII avec ordonnance du 3 mai 1876
approuva l’institution et le 31 aoùt 1881 approuva les insignes:
croix a 8 pointes emaillée de blanc cantonnée de quattre fleurs-
de-lis d’or dans un médaillon de gueules avec couronne royale.
Ruban noir bordé de blanc.
‘ Le St. Père Léon XIII le 9 avril, le 27 avril et le 21 juin 1880
concéda plusieurs gràces spirituelles et designa l’église des Des-
calzas Reales de Madrid pour la célébration des offices et des
cerémonies religieuses.
Le reglément etablit les différentes costumes des employés de
l’hòpital qui portent une dalmatique rouge avec la croix blanche
a huit pointes sur la poitrine.
Le président du Chapitre de Madrid est actuellement Son
Exc. D. Edouard Palou y Flores Senateur du Royaume, Grand
Croix d’Isabelle la Catholique etc. Cette noble institution n'è rien
a voir avec la Société des hospitaliers fondée è Madrid et que
comme la Croix Rouge espagnole n’est qu’une société d’assistence
publique.
PIERRE Ponce.
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BIOGRAFIA
MONS. PIETRO BALAN
(Cont. e fine vedi num. precedente)
In Modena il Balan si dedicò completamente ai suoi studi.
prediletti, ed ivi imprese a scrivere il capolavoro che doveva im-
mortalare il suo nome, la Storia d’Italia, chiamata giustamente
la regina delle nostre storie, una delle opere più poderose che
siano uscite in Italia da più che un secolo, ed una terribile sfida
al traditori della verità, ai denigratori della Chiesa e del Papato.
È troppo nota questa colossale opera del Balan perchè io mi
diffonda a narrarne i pregi, nè il consentirebbe d’altra parte la
brevità dello spazio gentilmente concessomi. Ripeterò solamente
quanto intorno alla stessa ebbe a scrivere, nel 1893, il Sommo
Pontefice Pio X gloriosamente regnante, allora Cardinale Pa-
triarca di Venezia, in una sua lettera al prof. Majocchi che curò
la seconda edizione della celebre storia: Tra le molte opere, che
ci ha donate l'illustre istoriografo, con questa, che si può dire mel
suo genere perfetta, ha riempito un gran vuoto, che si lamentava
in Italia, giacchè ha esposta la verità dei fatti, da altri scrittori 0
per ignoranza o per mala fede alterati, ed ha trionfalmente confu-
tati numerosi giudizi, non sempre a filo di logica e con animo im-
parziale proferiti.'
Il Sommo Pontefice Pio IX onorò il Balan di preziosi Brevi,
e il duca di Modena, Francesco V d’Este, lo creò cavaliere
dell'ordine dell'Aquila Estense. Nel 1878 il Sommo Pontefice
Leone XIII, che altamente apprezzava il dotto scrittore, gli apri
la via alla gloria chiamandolo a Roma ed affidandogli il deli-
cato ed alto ufficio di Sottoarchivista della Santa Sede. A Roma
! Storia d’Italia di mons. Pietro Balan, seconda edizione, vol. I, Mo-
dena, 1894,
E E O AI E TE SI TIE TI
MONS. PIETRO BALAN. 165
nel 1880 mons. Balan volle con se il suo vecchio padre, che ivi
morì due anni dopo.
Dal 1878 gli onori ed i trionfi dell’illustre Estense non si
contano più. In Roma fondò e diresse il giornale L'Aurora, che
dopo il 1880 abbandonava per dedicarsi tutto agli studi storici.
Beneficiato e poi Canonico della Basilica Vaticana, Cameriere
Segreto e Prelato domestico di Sua Santità, nel marzo 1883, dopo
compiuto, per incarico del Sommo Pontefice, importante e delicato
ufficio all’estero, fu nominato a vita Referendario di Segnatura e
creato Conte romano. Il 4 aprile dello stesso anno l'ambasciatore
d'Austria presso la: Santa Sede presentava a monsignor Balan,
a nome dell’ Imperatore, la Commenda dell'Ordine imperiale di
Francesco Giuseppe, in premio del suo studio sugli Slavi.
A ben più alti onori sarebbe salito mons. Balan se sul finire
del 1383, sentendosi sommo bisogno di vita quieta e ritirata,
non avesse rinunciato all’ ufficio di Sottoarchivista della Santa
Sede.
Nel 1881 dovette abbandonare anche Roma, causa l’aria non
‘troppo propizia, ed abitò alcun tempo a Rocca di Papa; final-
mente si stabili nelle amene colline di Pragatto, in provincia di
Bologna, dedicandosi completamente ai suoi studi prediletti. Non
dimenticando in pari tempo il giornalismo cattolico, dettò magi-
strali articoli per alcuni dei principali giornali cattolici d’Italia,
per sbugiardare l’empia congrega liberale massonica.
E dove era un congresso cattolico, una solenne adunanza, ivi
pure era mons. Balan; ed i suoi smaglianti discorsi erano accolti
e coronati da un subbisso di applausi.
L'ultima sua comparsa in pubblico fa al Congresso cattolico
di Genova nel 1892, quarto centenario dalla scoperta dell’ America.
Affranto già dalle fatiche, dagli studi, dalle lotte e più che tutto
dal male che doveva condurlo al sepolcro, salì in quel Congresso
la tribuna, e raccolto sulle labbra tutto l’ardore e la vigoria gio-
! Lo ricordo ancora mons. Balan al Congresso di Vicenza e ricordo in
modo particolare una calorosa discussione impegnatasi fra lui e due illustri
suoi amici sacerdoti, valorosi campioni del movimento cattolico, in una
delle adunanze preparatorie della Sezione Stampa tenutesi nel Seminario
di quella città.
166 MONS. PIETRO BALAN
vanile d’un tempo, tessè magnifico discorso su Colombo, para-
frasando in modo sublime la grande frase di Leone XIII, Columbus
noster est. Fu questo discorso il suo testamento pubblico, come
così lo definirono i suoi amici; che, sapendo quanto era oppresso
dal male temevano che la foga del dire non gli permettesse neanche
di compiere la sublime difesa dell’ illustre genovese.
Il male si aggravò appunto sul finire del 1892. Egli stesso
prevedeva prossima la sua fine, e non si può non essere profon-
damente commossi leggendo l'introduzione alla seconda edizione
della Storia d’Italia, scritta appena un mese prima della sua
morte, il 10 gennaio 1893, e sentirlo dichiarare, che forse la
Storia stessa, nella mia troppo affranta salute, sarà l'estremo vale
alla patria mia che ho tanto amato.
La sua pinguedine era divenuta floscia e affannosa e sul finire
del gennaio 1893 dovette rimanere a letto. Non per questo in-
tendeva troncare i suol studi, e là nel suo letto, era sempre in
mezzo ai suoi libri, alle sue carte; sempre con la mente luci-
dissima e con l'animo più che mai vigoroso. Era la mattina del
17 febbraio 1893 quando, col sorriso del giusto sul labbro, mon-
signor Pietro Balan esalava l’estremo respiro e la sua grande
anima volava agli eterni riposi.
Este, città cattolica e sempre gentile, si commosse al ferale an-
nunzio e volle che la venerata salma del suo figlio illustre avesse
onorata sepoltura in patria; e quantunque i tempi corressero ca-
lamitosissimi, pure una cospicua rappresentanza di cittadini si
recò ai solenni funerali a Pragatto, da dove la salma, a spese
del Municipio di Este, fu qui trasferita nelle ore pomeridiane del
21 febbraio. I funerali riuscirono imponenti e veramente degni del
grande cittadino Estense.
E ora, prima di chiudere, vorrei passare in i rivista le più che
sessanta pubblicazioni lasciateci da mons. Balan durante la sua
breve, ma operosissima vita; ma mi sono prefisso, scrivendo per
una Rivista, certi confini, e non voglio oltrepassarli. Basterà solo
che io ricordi la sua Storia di San Tommaso di Cantorbery, quella
dei Precursori del razionalismo moderno fino a Lutero, quelle di
Pio IX, di Gregorio IX, di Giovanni VIII, di Clemente VII, della
Lega Lombarda, quella del Processo di Bonifacio VIZI, delle Re-
ite ar VER
st Aa r f
a? ser +0 } È
MONS. PIETRO BALAN 167
lazioni fra la Chiesa cattolica e gli Slavi, della Politica italiana dal
1863 al 1870, i tre reputatissimi volumi di continuazione del
Rohrbacher e il volume di documenti, pubblicato nell'occasione
delle feste per l'anniversario di Lutero, col titolo: Monumenta
reformationis Luteranae.
L’idea di perpetuare la memoria dello storico illustre con un
monumento, da erigere nel Duomo di Este, non si è potuta an-
cora attuare. Si spera che in un non lontano avvenire un mo-
numento condegno ricordi l'illustre e forte Prelato, decoro e
vanto della Chiesa e della patria.
Este, 17 febbraio 1904.
Francesco FRANCESCHETTI.
FAMIGLIA BALAN
Matteo Balan
DI ESTE. Battista
12 luglio 1551
notaio Agostino da Vò
|
M. Matteo
* 18 febbraio 1617; sp. Caterina
[|]
Pietro Bartolomeo
Censimento n. 29 dicembre 1577
della città di Este sp. 1° voto
del 1628 Caterina | 1615
| 1632 2° voto
sp. Gasparina Maddalena
9 gennaio 1617
i
| I È i
Caterina Vincenzo Sante Pietro Giacomo Giov. Matteo Giustina
n. n. Mesia n. n. Battista . gemelli
17 luglio 11 febbraio 1624 1° febbraio 18 novembre n. n. 22 febbraio 1586
1615 1618 1632 1599 15 maggio
sp. 1619
Camilla
|
Bartolomeo
n. 15 marzo 1632
sp. Caterina
L. .
Camiila Giacomo I Francesco
n. 14 settembre 1659 n. 16 agosto 1662 n. 24 dicembre 1665
sp. Maria Prata sp. Bartolomea Prata
i ER age
Bartolomeo Domenico Girolamo Giacomo Giov. Maria
n. n. n. n. n.
31 ottobre 9 gennaio 11 maggio 27 novembre 1° novembre
1700 169% 1695 1701 1702
sp. Francesca
Menin
ici [|
Giacomo Francesco
n. 9 maggio 1717
sp. Angela Allegri
I
Francesco
n. 23 maggio 1746
Girolamo i
n. 30 dicembre 1748
sp. Elisabetta
Srarello
| |
Giacomo Bartolomeo Pietro
n. 9 maggio 1772 n. 24 settembre 1774 n. 29 giugno 1764
Sp. sp. 1° voto
13 febbraio 1803 Lucia Begotto
Teresa Guariento $ 1787
2° voto
Anna Carretto
Tecla
n. 8 aprile 1784
N)
I
Ant. Girolamo Giacomo
n. 12 dieembre 1791 n. 24 novembre 1793
* 20 luglio 1857
E
Luigi
Vincenzo | g
n. 22 aprile 1804
n. 12 luglio 1808
{ 1882 in Roma
8p. Maria Teresa
Bagattin
n. 9 aprile 1810
: Sp. sp. 12 febbraio 1820
27 aprile 1818 Teresa Zuolo
Giustina Ferro
|
PIETRO
Sacerdote
Sotto-Archivista
della S. Sede
n. 3 settembre 1840
* 17 febbraio 1893
I
Elisabetta
n. il 10
$ 1’11 febbraio 1844
Angela
n. 17 ottobre 1842
$ 25 ottobre 1842
n. 11 agosto 1845
$ 15 marzo 1847
i Battista
sp. Giacomina
n. 25 luglio 1723
Gaet. Francesco
n. 23 novembre 1785 .
sp. 1° voto
Caterina Luisetto
< 1818
2° voto
9 settembre 1821
Giov. Lolato
Giuseppe
n. 14 febbraio 1796
Sp.
20 giugno 1816
Maria Tosi
[|
Tecla
VARIETÀ
CARTE DA GIUOCO DEI SECOLI XV-XVI
Le antiche carte da giuoco per la loro estrema rarità furono
sempre tenute in gran conto dai collettori di stampe, ma richia-
marono anche l’attenzione degli eruditi, che compresero doversi
ricercare in esse lo svolgimento di tutti quei processi grafici che
doveano condurre dalla miniatura alla xilografia; e quindi, coi
caratteri mobili, alla sovrana delle arti, alla Tipografia.
Infatti, se è ancora ignota l'origine del giuoco delle carte, è
però accertato che l’uso di esse dovea essere comune in Italia
non solo nel secolo xIv, ma bensì ancora nel secolo x1r. In mol-
tissimi statuti italiani di quel tempo sono comminate pene a
coloro che sì azzardassero giuocare a dadi ed a naidi! nei dintorni
delle chiese e dei conventi. È mia opinione che il giuoco delle
carte in Europa si debba agli Arabi, che lo devono avere intro-
dotto in Sicilia e nella Spagna. Il Covelluzzo, nella sua cronaca di
Viterbo che giunge sino al 1480 dice che nell’anno 1379 fu
recato in Viterbo il giuoco delle carte che venne da Saraceni e
chiamasi fra loro Na.
Naipes nella Spagna e Naypes in Portogallo sono ancora
oggidi chiamate le carte da giuoco. Ma lo sviluppo di esse in
occidente si deve indubbiamente ai Veneziani, che ne fecero ben
1 Negli statuti di Padova leggesi: intelligendi ludum mayne, narretam et
omnem ludum eum taxillis, eccepto ludo tabulorum et scaccorum; ed in quello
di Vicenza dell’anno 1264 pubblicato dal Lampertico: Item quod aliquis non
teneat ludum biscatie, seu mayne, net tenere debeat, nec ludere ad ludum biscatie,
seu mayne, nec mutuare ad ludum mayne seu biseatie de die vel de nocte in
aliquo loeo. Evidentemente la voce MAYNE usata in questi due statuti non
è che una corruzione dell’arabo mnaybi ciò proverebbe, come mi propongo
dimostrare in altra occasione, che i giuochi di carte furono introdotti in
Italia nel sec. xni. Mayne e narreta (trovasi anche nello statuto inedito di
Bassano del 1259) non sono registrate dal Du Cange.
170 CARTE DA GIUOCO DEI SECOLI XV-XVI
presto un ramo del loro commercio. Introdottasi l’arte in altri-
paesi e specialmente in Germania, Venezia sentì il bisogno
di tutelare la produzione locale con disposizioni proibitive, come
‘appare da un brano dell’antica Matricola dell’arte dei pittori,
addotta da Tommaso Temanza nel tomo V delle Nuove Memorie
per servire alla storia letteraria, che qui ripeto:
MCCCCXLI, addì XI octubrio. — Conciosia ché carte e mestier
delle carte, e figure stampide che se fanno in Venezia, é venudo a
total deffection, e questo sia per la gran quantità de Carte da zugar, |
e figure depente stampide!, le qual vien fatte defuora de Venezia, alla
qual cosa è da metter remedio, che i diti maestri è quali sono assat
in famegia abbiano più presto utilitade che + forestieri. Sia orde-
nado e statuido come anchora i diti maestri ne ha suplicado, che
da mò în avanti non possa vegnir, over esser condutto in questa
terra alcun lavorerio dela predicta arte, sia stampido, o depento în
tela, 0 în carta come sono Anchone, e carte da zugar e cadaun altro
lavorerio dela so arte fato a penelo e stampido sotto pena di per-
dere i lavori condutti e liv. XXX e sol. XII p. b. della qual pena
pecuniaria un terzo sia del Comun, un terzo de signori giustizieri
vecchi, ai quali questo sia comesso, e un terzo sia dell’accusador.
Cum questa tamen condition, che è maestri, è quali fanno dei predatti
lavori fuori delle sue boteghe non li possano vendere sotto la pena
predita, salvo che de merchore a S. Polo, e de sabato a S. Marco,
sotto la pena predita, ecc.
Le carte Veneziane furono in origine, e si conservano ancora
oggidi, in numero di 52 distribuite in quattro semi, spade, danari
coppe e bastoni, che devono avere avuto un recondito signifi-
cato. Alcuno intravide la giustizia nelle spade, la carità nei
denari, la fede nelle coppe e la forza nei bastoni. Marzio Galeotti
da Narni ravvisa nel giuoco delle carte un simbolo della sag-
gezza umana, mentre S. Bernardino da Siena ne attribuisce al
diavolo l'invenzione, ed in una sua predica vede raffigurate l’ava-
! Dallo stampire Veneziano (fare con uno stampo) ebbero origine le voci
italiane, stampare, stamperia, arte della stampa, ecc., mentre che l’imprimerie.
dei Francesi allude indubbiamente all’uso del torchio, e la voce comparsa
piu tardi di Tipografia all’uso dei caratteri mobili.
MP O
CARTE DA GIUOCO DEI SECOLI XV-XVI Non:
rizia nei denari, l’intemperanza nelle coppe, l'odio e la brutalità
nelle spade e nei bastoni. Io vi ravviso la società medioevale:
nelle spade la nobiltà, nei denari i mercanti, nelle coppe il clero,
e nei bastoni il popolo. Difatti in uno dei giuochi più antichi di
Venezia, la scopa, il seme più nobile sono ancora le spade; e,
poscia, la carta che più conta è il dieci di danari, vale a dire
il più ricco commerciante.
Le carte più antiche si usarono dipinte e riccamente miniate:
resosi comune l’uso, si ricorse a mezzi meno costosi e tra questi
la stampigliatura e la coloritura mediante cartoni a traforo. La
più antica carta incisa in legno a me nota esiste nel Museo di Bas-
sano:! appartenne già alla nobile famiglia Tiepolo di Venezia
rappresenta il cavallo di spade. Di stile identico alle carte del
Durazzo descritte dal Cicognara, essa può dirsi precisamente
l'anello di transizione tra la miniatura e la xilografia *. I ‘contorni
‘ xilografici sono impressi a mano senza far uso di torchio: nel-
l’oro si fece uso di ferri da doratore: i colori vivaci ricordano
invece gli alluminatori degli antichi codici: e l'eccessiva dimen-
sione, 19 X 9, che ne dovea rendere incomodo l’uso, mi fa cre-
dere che possa essere stata impressa alla fine del xrv secolo o
nei primi anni del seguente. Nè questa ipotesi deve ritenersi
azzardata, se nel 1441 si poteva dire in Venezia, come abbiamo
veduto, che il mestiere delle carte e figure STAMPIDE era già
venuto in totale deffection.
Nel R. Archivio di Stato in Roma si conservano alcune carte
da giuoco xilografate*, rinvenute nell'interno di una legatura che
1 Nel 1901 il Museo di Bassano ebbe la sua ora di celebrità per un
saccheggio di tesori, che si pretendeva ivi avvenuto. Ciò diede origine ad
un processo che dura tuttora (1904), grazie alla tradizionale lentezza della
giustizia in italia; sebbene sia rimasto assodato, che i pretesi furti non fu-
rono clie parti di fantasie malate. o per dir meglio spiritose invenzioni di
qualche maligno. Ragioni personali m’imposero il più completo riserbo in
un affare, che ebbe a destare tanti clamori; ma non ho rinunciato al di-
ritto, che mi compete di rendere pubblica a suo tempo una storia impar-
ziale dei fatti. . |
? Si noti come questa carta risponda precisamente a quelle figure de-
pente stampide, accennate nella mariegola sopra riportata.
® Furono scoperte ed illustrate dal chiarissimo D. Paul Kristeller di
12 CARTE DA GIUOCO DEI SECOLI XV-XVI
risaliva al 1465. Assai più piccole di quella di Bassano, sono
egualmente impresse senza torchio; e direi anche che dovessero
essere poste in uso senza miniarle. I gotici caratteri usati nelle
leggende, il disegno, e soprattutto i tipi di monete usati per
rappresentare i danari le farebbero giudicare del secolo xIv.
Ma si possono fare due diverse supposizioni. Le carte in que-
stione furono impresse verso il 1465 con tavole intagliate molto
tempo prima, accidente non. insolito nelle vecchie xilografie;
oppure l’ intagliatore non fece che ripetere disegni più antichi
ben cogniti a giuocatori.
È notorio quanto lente sieno le modificazioni iconografiche
nelle carte da giuoco destinate ad una clientela contraria alle
più lievi alterazioni dei tipi convenzionali in uso.
La qual cosa obbliga a procedere con molta cautela nel giu-
dicare dell’età dei singoli giuochi di carte. Mi piace anzi a questo
proposito avvertire un madornale equivoco preso da uno sto-
rico delle carte da giuoco, k&. Merlin. i
In un’ opera del resto molto importante: Origine des cartes
a jouer, recherches nouvelle sur les Natibis, les Tarots et sur les
autres espèces de càrtes. Paris, 1869, in 4°, egli produsse alla tav. 29,
il facsimile di una dozzina di carte appartenenti ad un Jew d
deux tétes de Vicenze dell'anno 1602. Infatti, nel centro del due .
di spade leggesi: FABBRICA | DI GAETANO | SALVOTTI
DI VICENZA | SUL CORSO | 1602; ma il nostro Autore con-
fuse il numero della casa, ove esisteva la fabbrica, con l’anno
della stampa. Errore non scusabile, poichè nel centro del re a
bastoni parimente riprodotto vedesi l’Aquila Austriaca con scu-
detto sul quale leggesi C. 10 (centesimi 10); prova evidente che
quel mazzo di carte non poteva essere anteriore al 1815 in cui
pel trattato di Parigi il Lombardo-Veneto venne in possesso di
quell’ Impero.
Non è mio intendimento ammannire ai lettori della Rivista
una monografia sulle carte da giuoco, ma soltanto presentare un
Berlino benemerito non solo per i suoi importanti lavori sui primordii della
xilografia in Italia; ma anche pel riordinamento da lui iniziato con tanta
competenza della celebre collezione Corsiniana, la più importante raccolta
di stampe che esista in Italia.
CARTE DA GIUOCO DEI SECOLI XV-XVI 14/55
frammento rinvenuto con altri tra i risguardi ‘di una vecchia
legatura, ed ora da me posseduto.
Il pezzo qui riprodotto rappresenta nel re a danari, il re di
Francia seduto di fronte, sostenente uno scudo coi Gigli di
Francia rovesciati
uno due, in altri
due frammenti fi-
gurano nel re di
spada | Impera-
tore di Germania,
ed il Re di Spagna
in quello di cop-
pe. Questi fram-
menti apparten-
gono ad un giuoco
xilografico inedito
di Venezia, pub-
blicato nel secolo
XVI, non più tardi
del 1520. Difatti
le teste sono af:
fatto sbarbate, co-
me comportava la moda di quel tempo, e l'arma reale di Spagna
è quale fu usata da Ferdinando il Cattolico, cioè inquartata di
Castiglia e di Aragona e modificata poco dopo da Carlo V. Il
giuoco intagliato con una finitezza insolita nelle carte usuali da
giuoco, non sembra destinato alla colorazione.
Come più sopra ho accennato, il seme più nobile, le spade, è
assegnato all'impero; il secondo alla Francia, il terzo alla Spagna.
La cura con cui sono delineati gli stemmi mi fa intravedere nel
presente il prototipo di quei giuochi d’armi tanto in uso nel
secolo XVII.
AxtoNIO Gaeno.
LIBRO D’ORO PONTIFICIO
LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI
(MILETO IN CALABRIA)
da
La prima memoria storica ed autentica
della famiglia Taccone risale al secolo xIv,
in Pavia, dove Rinaldo, Isnardo ed Odoacre
Taccone o Tacconi si distinguevano per no-
biltà, come si rileva da sincroni diplomi
fl pontifici e dalla storia ecclesiastica. Infatti
Rinaldo è appellato Vir nobilis, Miles et
Custos Conclavis, in un Breve che si degnava
dirigergli il Pontefice Clemente V nel 1313
(Regest. Vatic., ann. oct.); e ch'egli fosse d’illustri natali si con-
ferma dal secondo titolo, poichè il grado di MWite allora corri.
spondeva a quello di cavaliere.! L'ufficio di Custode del Conclave
si accordava a’ nobili, sotto la direzione del Maresciallo. *
Isnardo poi è più famoso nella storia; e di lui descrissero le
gesta una Cronaca edita dal Muratori, ? il Rainaldi * e fra i mo-
derni il Magani.® Fu amico e protettore di Bertrando de Gouth,
Arcivescovo di Bordeaux, allorchè venne in Piemonte e Lom-
bardia; e questo prelato, eletto Sommo Pontefice nel 1305, pro-
mosse Isnardo a confessore di Corte in Avignone, ad Ammini-
stratore apostolico della Chiesa di Pavia, ad Arcivescovo titolare
di Tebe, a Patriarca di Antiochia ed anche a Vicario di Roma.®
Esercitò rettamente quest’ ultima importante carica, che soltanto
IN
{È
1 Sansovino, Storia degli Ordini equestri, pag. 13.
? LunaDpoRro, Relaz. della Curia Rom., pag. ‘1.
3 Rer. Italic. Scriptores, tom. IX.
* Continuazione degli Annali ecclesiastici del Baronio (ad ann. 1305-1319).
° Cronotassi dei vescovi di Pavia pubblicata nel 1894, pag. 10 e seg.
© Diplomi nell'Archivio Vaticano.
7
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LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI 175
dopo il Pontificato di Paolo IV si suole assegnare ad un Cardi-
nale. Imperversando i partiti guelfi e ghibellini, Isnardo fu ac-
cusato di favorire in Lombardia la fazione dei Visconti. Quindi
dal Pontefice Giovanni XXII ne fu punito, con sentenza del 30 lu-
glio 1319, d’Avignone.! Consta del resto, che al 1° agosto 1325
egli venne prosciolto dalle censure, e reintegrato; anzi nel 1329
lo stesso Papa lo elesse collettore dei sussidi per la crociata che
dovea intraprendersi contro i Saraceni, e gli scrisse contro l’An-
tipapa Pietro di Corbaria. °
Durante l’ufficio di Vicario pontificio, il suddetto Isnardo, già
Priore del convento dei Predicatori in Asti, fece andare da Pavia
a Roma il suo fratello Odoacre Taccone; e questi e Rinaldo sta-
bilirono domicilio in Piperno, antica città dei Volsci, presso
Roma. Odoacre fondò quel monastero di Clarisse; e Rinaldo,
nel 1321, ebbe dalla novella sua patria di elezione l’onorifica
delegazione di trattare la pace con Goffredo Caetani, conte di
Fondi. Tale concordia rinnovava nel 1340 Francesco suo figlio.
Giovanni, sindaco della vicina città di Sezze, fu delegato altresì
a promettere la debita fedeltà di quel popolo al Papa.*
Rinaldo Taccone, in altro diploma di Clemente V, ebbe il
titolo di nobile e di Maestro ostiario.* Gli altri suoi figli erano
Sassone ed Andrea. Il primo fu nominato Canonico in Napoli; ed
il secondo conseguì, con bolla pontificia, un canonicato della
cattedrale di Todi nell'’Umbria. Esercitò anche con plauso l’ufficio
di Scrittore nella Cancelleria Apostolica. Leonardo, loro fratello,
fu Vescovo di Fondi dal 1348 al 1362, nel pontificato di Cle-
mente VI; ed in quella Cattedrale tenne massima cura e vene-
razione delle sacre ossa di S. Tommaso d'Aquino, finchè non
furono traslate a Tolosa.° Nella Italza Sacra dell Ughelli, trovasi
riprodotta l'effigie del pio vescovo (tom. I, pag. 35), che fu se-
polto nella chiesa di S. Cristoforo in Piperno, nella cappella di
S. Caterina di patronato della sua famiglia.®
1 RAYNALDI, n. 8.
Viggo |
® MoronI, Dizion. di erudizione, tom. LXV, pag. 62 e TI.
(4 Regest., ann. nono, Archivio Vaticano.
° Conte-CoLino, Storia di Fondi, Napoli, 1902, pag. 187.
© RiccHI, Degli uomini illustri volsci, Roma, 1696.
176 LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI
Un ramo dei Tacconi, rimasto a Pavia, si stabili nel 1454
nella città di Spalato, in Dalmazia, e propriamente Angelo Mi.
chele. Quivi la famiglia ancor si mantiene con lustro. L'avvocato
Eduardo ebbe il titolo di cavaliere della Corona di Ferro, col
cavalierato trasmissibile ai suoi discendenti, con decreto di Fran-
cesco Giuseppe, imperatore d’Austria-Ungheria, in aprile 1894.
Morì in febbraio 1900; e fu deposto a Trau, nel sepolero di fa-.
miglia.
Se il casato Taccone in Bologna, Gino Genova, Conver-
versano e Patti abbia avuto origine da Pavia e Piperno, non è
finora comprovato. I Tacconi di Bologna godono titolo di conte;
in Cremona si distinse Francesco Taccone, nel secolo xIv, per
alcuni pregiati dipinti nella basilica di S. Marco di Venezia;
Marcello Sebastiano Taccone da Genova fu ascritto da Sigi-
smondo Augusto di Polonia alla nobiltà del suo Regno, con
diploma da Varsavia nel 1568; e Pietro Cirino-Taccone da Patti
venne eletto Senatore di Messina nel 1725. Al Sedile dei nobili
di Tropea fu ascritta una famiglia Taccone nel 1624; ed un’altra
in Monteleone e Napoli ha il titolo di marchesi di Sitizano.
Nella città di Piperno or rappresentano la casa il signor av-
vocato Pietro Taccone fu Giovanni ed il signor Ludovico fu
Tommaso.
Un atto legale del 1675, che si conserva in Mileto e che fu
confermato con altro atto del notaio Luigi d’ Inzillo in Monte-
leone al 27 marzo 1847, dichiara quanto appresso:
“ Noi infrascripti Christophoro Tacconio, D. Thomaso e D. Lio-
nardo suoi figliuoli, Sacerdoti e Canonici della città di Piperno,
facemo plena et indubitata fede come gli Tacconi della provincia
di Calabria Ultra provengono da questa fîira città di Piperno, et
in specie il Sig. D. Antonio Tacconi di Ionardi nel ristretto della
città di Mileto, per essere passato due volte di quà l’anno 1550
e 1575, per aver visto alcune scripture antique di Signore sudetto,
per traditione de’ nostri maggiori, e per essersi trovato al ser-
vizio di D. Ioanne de Austria nell’anno 1571 nella guerra contro
li nimici della Cattolica fede; e sappiamo averlo inteso dalli nri.
antiqui quali provengono dalla stirpe et arbore di nra famiglia.
Et in fede della presente, l’ habbiùmo sottoscritta di nra propria
4 F
i rami ai ie ee ea
e aim Ret
lll'fi hit nale ui * |
LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI 107
mano questo di 26 ottobre 1675, e signato col nro sigillo —
Christophoro Tacconi, Thomaso Tacconi, Lionardo Tacconi. ,
Il nome del primo venuto da Piperno a Mileto (della cui uni-
versità Ionadi era frazione) e dei suni immediati discendenti fino
al suddetto Antonio, non si conosce, per mancanza di documenti.
Il prode Antonio Taccone fu uno dei crociati calabresi alla me-
moranda battaglia di Lepanto; e tornato in famiglia, ebbe nu-
merosa prole. Però i libri parrocchiali, mancanti fino al 1657,
non cominciano la genealogia dei Taccone di Ionadi o Mileto
_ che da Francesco, marito di Maria Carlizzi, e nipote del padre
Andrea Taccone, già Correttore provinciale dell'Ordine dei Mi-
nimi nel 1621! e fondatore di un convento presso Ionadi, donde
era passato il taumaturgo S. Francesco di Paola.”
Da Francesco Taccone nacque Sebastiano, marito di Tolla
Burgos, nata in Mileto, ma di famiglia nobile spagnuola alla quale
appartenne il prelato Antonio Burgos, ch’ eresse una cappella
nella chiesa di Santa Maria in Augusta a Roma, come leggesi
in una iscrizione. Furono fratelli suoi Cesare, marito di Claudia
Macedonio da Grotteria (Gerace), appartenente ad un ramo dei
duchi di Grottolella e dei marchesi di Ruggiano ; Ludovico, Ca-
nonico della chiesa cattedrale di Mileto nel 1681; Filippo, Arci-
diacono della stessa chiesa nel 1698; Giacomo, Canonico peni-
tenziere e Vicario capitolare nel 1723; Emanuele, Vicario della
Badia della Santissima Trinità, anche di Mileto, nel 1705; Tom
maso poi Francesco Antonio da Ionadi, Ministro provinciale le-
Minori Conventuali nel 1724;* Andreana, sposata a Gaetano
Lacquaniti; ed Antonia, moglie di Giovanni Battista del Campo.
Il suddetto Sebastiano fu padre di Domenico, il quale dalla
moglie Gialia Recanati ebbe un Girolamo, in cui si estinse un
ramo di famiglia. | i
Cesare inoltre conseguì molti privilegi dal principe D. Pietro
Hurtado de Mendoza, conte di Mileto, con diploma spedito da
Madrid nel 1699; ed al 19 ottobre 1703, con istromento del no-
taio Diego Cristadoro, acquistò il latifondo denominato Torre da
1 Fiore, Calabria illustrata, Napoli, 1746, tom. II, pag. 425.
2 Monografia della città e diocesi di Mileto, Reggio, 1901, pag. 123.
® FIORE, op. cit., pag. 402.
12
178 LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI
Campo nel territorio di San Calogero presso Mileto, da Eleonora
del Campo, moglie di Domenico Lacquaniti. Il fidecommesso sopra
quel podere, costituito nel 1578 da Ettore Caracciolo, patrizio Co-
sentino, era passato a lei come unica figlia di Giovanni Alfonso
del Campo e di Fulvia Caracciolo; e da primogenito a primogenito
sì continua a possedere dalla famiglia Taccone-Gallucci, ampliato
con altri fondi limitrofi. Quivi lo stesso Cesare Taccone nel 1734
eresse per decreto di monsignor Ercole Michele Aierbi d’Ara-
gona, vescovo di Mileto, una cappella sotto il titolo di S. Fran-
cesco Saverio, con legato di Messe, conforme a disposizione te-
stamentaria della suddetta sua sorella Antonia. Nella chiesa
parrocchiale di Ionadi in pari tempo fu dalla famiglia fondato
un Beneficio semplice di patronato col titolo del Santissimo Sa-
cramento, ed altro in Mileto nella chiesetta di Sant’ Egidio,
anche con diritto di patronato ceduto canonicamente dalla fa-
miglia Cerasia. Nella chiesa parrocchiale dello Spirito Santo in
Monteleone il canonico penitenziere Giacomo, fratello di Cesare,
costituì l’altra cappellania di S. Carlo Borromeo, col diritto di
sepolcro riservato per i suol.
Notiamo che la famiglia del Campo, d’onde il nome del so-
praccennato latifondo, era di origine spagnuola, venuta prima
in Sicilia per Antonio del Campo, che nel 1516 compì una ono-
rifica legazione presso Carlo V imperatore. '! Dopo che Baldas-
sarre del Campo compì l’ufficio di Preside della Provincia di
Cosenza nel 1689,° si stabili in Mileto.?
Da Cesare Taccone nacquero Francesco Antonio, marito ii
Grazia Chitti, della cui illustre famiglia fu Luigi Chitti, diplo-
matico in Napoli e Parigi, nipote di Domenico Chitti Protono-
tario apostolico e Vicario generale di Nicotera nel 1708; Fran-
cesca, moglie di Domenico Comerci; Antonia, moglie di Antonio
Bisogni; Nicola, dottore della Sapienza di Roma, Arcidiacono e
Vicario capitolare di Mileto nel 1784; Giulia; Ludovico, sindaco
dei nobili di Mileto; ed Anna Maria, moglie di Domenico Mele- |
Crinis da Pizzo.
(Continua) ; | Da Tae
1 GaLLo, Annali di Messina, tom. II, pag. 455.
? FIORE, op. cit., tom. I, pag. 48.
® Amato, Panthopologia Calabra, Neapoli, 1720, pag. 243.
Gente Ligur patria. Ambrosii sum fertile nomen
Est mihi stirpsque Ceres. Spica mea est apocopota !
In un poema latino che fu assai caro
al Petrarca, ? così designava sè e la sua
stirpe Ambrogio Granello nella prima
metà del secolo xiv, e vedesi che della
sua origine ligure ® andava superbo, poi-
chè non isdegnava accennarvi in quella
che poeticamente vantava la discendenza
della sua schiatta da Cerere.
Di vero, la parola ligure richiama su- ©
bito alla mente il concetto di una grande antichità, essendo stati
i liguri forse il primo popolo che abbia abitato 1’ Italia, * e d’una
antichità non comune” si pregia la famiglia Granello o de’ Gra-
nelli.
Dice il Pongini® che “il casato de’ Granelli è uno dei più
antichi , ed in altra parte precisando meglio questa idea scrive
che “ già nei tempi della ligure indipendenza prima della romana
dominazione nel Ceno, secondo l'opinione di taluno prevalevano
1 «Liber Marchianae ruinae qui continet bella anni MCCOXXXIIX quo,
Serenissimae Reipubblicae Venetae accessit Urbs Tarvisium,,, ms. nella
Biblioteca di San Marco in Venezia.
? SoPRANI, Scrittori della Liguria - Fr. Angelico Aprosio.
° Anticamente la Liguria si estendeva, come è noto, dal Varo alla Magra
e dal Mediterraneo al Po. Piacenza è detta città ligure da Stefano Bisanzio.
* DioNIGI D’ALICARNASSO, Ant. rom., lib., I e IL
° “ Nobilitas igitur gentis et civitatis est indigenos et vetustissimos esse
et primos.,, ARISTOTILE.
® Pongini, Notizie storiche circa Bardi il Ceno e suoi dintorni.
180 LA FAMIGLIA GRANELLO O DE’ GRANELLI
nel Ceno i Granelli. , Questa opinione, alla quale il Pongini accede
riferendola da altri, trova conforto nel fatto che il castello di
Pietra Cervara in Val di Ceno, nelle rovine del quale come attesta
il Picinelli, furono rinvenute monete dell’epoca consolare romana,
apparteneva alla famiglia de’ Granelli insieme a quelli di Casa-
leggio, di Montarsiccio e di Pietrapiana. !
Questa antica e nobile famiglia dominava nella valle del
Ceno, ? nell’Apennino Piacentino, e la sua potenza, per l’alleanza
stretta in tempi antichissimi e conservata per secoli con altra
famiglia potente i Luscardi, © signoreggiante nella limitrofa Valle
del Toro, crebbe a tale, da potersi opporre, in una, ora coi Pal-
lavicini, ora coi Landi, durante i secoli xII e xIv, spesso vitto-
riosamente, ai conti Fieschi di Lavagna ed allo stesso Comune
di Piacenza.
Le antiche cronache Piacentine * hanno frequenti accenni alle
lotte della parte Ghibellina contro il Comune di Piacenza, lotte
nelle quali i Granelli ed i Luscardi appariscono sempre come
magna pars. Poichè i Granelli furono sempre devoti alla causa
imperiale, e di questa fedeltà costantemente serbata, si rammentò
l’imperatore Rodolfo nel diploma spedito a Polidoro Rugarli
“ alias e Granellis , il 23 agosto 1578, nel quale ripetutamente.
accenna alle benemerenze dei maggiori dell’encomiato verso Vl’ Im-
pero romano. °
Questa stessa fedeltà fu però cagione di molti danni alla fami-
glia ed infine dell’estrema iattura, mentre come asserisce il Cre-
1 Chronicon Placentinum, nel MuRaTORI, R. I. sj CRESCENZI, Corona della
nobiltà d’Italia. i
? Documento del 3 novembre 1343 che si conserva nell’archivio di Stato
di Parma, nel quale il podestà di Compiano per l’arcivescovo Giovanni
Visconti s'intitola: “ Potestas Complani et terrarum Luxiardorum et Gra-
nellorum Vallium. Tori et Ceni.,,
° Il Crescenzi (op. cit) leva a cielo la grande nobiltà di questa famiglia
che fa discendere dai Platoni; un documento del 4 ottobre 1022, che si con-
serva nell’archivio di Stato di Parma, conferma questa sua opinione.
* CODAGNELLO, ANONIMO, GuERINO in Monumenta historica ad provincias Par-
mensen et Placentinam pertinentia. Mussi in MURATORI, È. /.. S.
° PONGINI citato.
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LA FAMIGLIA GRANELLO O DE’ GRANELLI 181
scenzi,! essi Granelli nel 1385 “ seguendo gli stendardi del prin-
cipe Galeazzo Visconti vicario imperiale di Piacenza abbattuti
dai soldati del Romano Pontefice Giovanni X.XII perdettero gli
Stati coi Pallavicini, Landi, Zanardi, Anguissoli, Salimbeni, Leotli
di Castelbosco conti dal Verme...ed altra nobiltà piacentina. ,
Costretti da questi rovesci e dalla terribile pestilenza che ne
segui? ad esulare dalle antiche sedi, si sparsero i Granelli in
diverse città d’Italia, a Parma, a Cremona, a Mantova, a Pisa,
a Genova.
A Cremona, dove per vero appariscono già nel secolo xII—I,
coprirono le più alte cariche, ebbero 13 decurioni, furono nel 1400
con Benedino Granello creati Conti Palatini dall’ Imperatore Sigi-
smondo.* A Genova, sul finire del secolo xIv, si fa menzione di
Giovanni e Bartolomeo anziani della repubblica. A membri di
questa famiglia vengono affidate onorevoli ambascerie e militari
imprese per terra e per mare, e quando nel 1528 il governo di
democratico si fa aristocratico, sono ascritti al libro d’oro con
Bernardo Granello, e poi nel 1648 con Gio. Francesco, e nel 1693
con Bartolomeo.* Ebbero, nell’ora distrutta chiesa di San Dome-
nico fin dal 1400, tomba gentilizia sormontata dallo stemma di
famiglia.?
Non rimasero però sempre ed al tutto deserti i luoghi ai quali
interessi e tradizioni richiamavano i fuorusciti. Vi fu un ritorno
di una parte di questi, specialmente dal genovesato, ed il ritorno
segnò il principio di aspre contese ® dei Granelli coi Landi poten-
tissima famiglia che nel frattempo aveva allargato smisurata-
mente sulle valli del Ceno e del Toro quel dominio, del quale
Ubertino Landi, suo capostipite, aveva fin dal secolo xt posto
il germe con numerosi acquisti dal Comune di Piacenza, dai conti.
1 CRESCENZI, op. cit.
? Mussi, op. cit.
® LANCETTI, Biografia cremonese, ms. Biblioteca civica di Cremona; BRrE-
sciano, Libro delle famiglie nobili.
4 FepERIcI, GiscarDI, Ganpuccio, Mss. nelle biblioteche civica ed urbana di
Genova.
° ProGGio, Monumenta genuentium.
6 CRESCENZI, op. cit.
182 LA FAMIGLIA GRANELLO O DE’ GRANELLI «Dil
di Bardi, dai Platoni e dai Granelli stessi. A queste contese fu
posto fine con le convenzioni che nel 1451, mediatore lo stesso
duca di Milano Francesco Sforza, si conchiusero fra il conte Man-
fredo Landi da una parte e i nobili Granelli e Luscardi dall’altra.!
Queste convenzioni, che il Crescenzi chiama di somma utilità ed i
onorevolezza per le due antiche e nobili famiglie, furono poi sempre |.
e frequentemente confermate. f
Appartiene a questa illustre e generosa stirpe, ed altamente
la onora, S. E. monsignor Tommaso Maria Granello arcivescovo
titolare di Selencia il quale da parecchi anni ricopre l'alta e dif-
ficile carica di commissario del Sant’ Ufficio. È dell'Ordine dei
Padri Predicatori; ed in ciò seguì quasi una tradizione famigliare,
poichè non pochi di questa famiglia vestirono le lane di San Dome-
nico. Basti accennare a Fr. Innocenzo, maestro inquisitore di
Milano, più volte eletto procuratore generale del suo Ordine; ed
a Fr. Bernardo, al quale fu dal governo della Repubblica di Genova,
affidata la pubblica lettura di filosofia e teologia nel 1496.
F. pr Brotto.
! Documento che si trova nell’archivio di Stato di Parma, ed una copia
del quale è a Genova nell’archivio della famiglia.
q 8
NOTICE SUR LA FAMILLE DES WARESQUIBL
Anciens seigneurs de Le Gillion, de Libersart d’Inielle, de Metzgaland,
de Saint Obin, comtes de Waresquiel, marquis de Pas-de-loup, etc.
Une ancienne tradition fait de-
scendre la famille de Waresquiel
de Pologne:
Elle devint espagnole quand la
| Flandre était une colonie de l’Espa-
i ene et le Roi Philippe II donna
a Francois Waresquiel, écuyer, un
service de couteaux à dessert r:sté
encore dans la famille. Elle devint
francaise lorsque la Flandre fut
annexée à la couronne sous Louis XIV par le traité d’Aix-
la-Chapelle en 1668.
Les Waresquiel descendent de Pierre I Waresquiel, natif de
la Flandre flamingante, marié è noble DIle Simonne Libert, en
1495, ayant comme petit fils Hugues Waresquiel qui épouse très
noble DIle Jeanne de Chastillon de l’illustre famille de Chastillon-
sur-Marne qui s’allia 13 fois è celle de France et ayant au nombre
de ses membres le bienheureux Urbain II Pape en 1088 ainsi que
Renaud de Chastillon, prince d’Antioche en 1154, dont la fille
épousa le Roi de Hongrie. Francois Waresquiel, écuyer, seigneur
de Metzgaland, conseiller secrétaire du Roi, Maison, couronne de
France, audiencier de la Chatellenie de Tournay, grand maître
des eaux et foréts de Flandre, recu bourgeois de Lille en 1685,
marié a noble Dlle Vaulear fils de Vaulear seigneur de Ber-
gendal et de la vicomté de Saint Obin, d’une des plus illustres
familles de Flandre, eut pour fils Pierre Francois de Wares-
184 NOTICE SUR LA FAMILLE DES WARESQUIEL
.quiel, écuyer, seigneur de Saint Obin, né en 1704, époux de
noble Dlle Julie Moumonier, dame du Molinel, fille de Pierre
Liévin, écuyer, seigneur du Puis, nièéce de Francois A. Moumo-.
nier, écuyer, capitaine grand bailly pour le Roi de son chàteau
de La Motte au Bois. On trouve dans le xvi* siècle deux Wa-
resquiel dans les ordres, l’un Ferdinand Waresquiel chanoine du
chapitre noble de Tournay, l’autre Mathias Waresquiel, archi-
diacre de l’église de Saint-Omer en Artois.
En 1793 sous la Terreur, Messire Francois de Waresquiel,
écuyer, ayant été emprisonné comme noble et condamné à l’écha-
faud, ses fiefs furent confisqués. Il ne fut sauvé que par la mort
de Robespierre. Il avait épousé Mlle de Franqueville d’Inielle,
fille de Messire Adrien Joseph de Franqueville, chevalier seigneur
d’Inielle, président du Parlement de Flandre et de dame Angelique
Reine de Bussy. Elle était la nièce de Franqueville d’Abencourt,
ministre de la guerre sous Louis XVI et du comte de Calonne,
autre ministre de Louis XVI.
Francois de Varesquiel eut de ce mariage: 1° Charles de Wa-
resquiel, chevalier de la Légion d’honneur, directeur général des
postes è Lille; 2° Louis de Waresquiel; 3° Marie-Francoise-Thé-
rése, comtesse de Waresquiel; 4° Auguste de Waresquiel; 5° Henry
de Waresquiel. chevalier de la Légion d’honneur et décoré de
l’ordre du Lys, garde du corps du Roi Louis XVIII, qu'il
suivit en exil et fut toujours extrémement dévoué aux Bourbons.
Il épousa Mlle de Rouvroy, fille du comte de Rouvroy, baron
de Fournes, des ducs Rouvroy. de Saint Simon.!
De ce mariage ils eurent: Albert vicomte de Waresquiel, marié
a Mlle Louise de Girardin fille d’Ernest Stanislas marquis de Gi-
rardin, comte de l’Empire, officier de la Légion d’honneur, dé-
puté, sénateur de l’Empire, et de Mlle de Gaéte fille de Gaudin
duc de Gaete,?
! L’illustre famille de Rouvroy porte au premier et quatrième de sable
à la croix d'argent chargée de 5 coquilles de gueules. La branche des mar-
quis de Rouvroy de Sandricourt blasonne écartelé au premier de Verman-
dois, au deuxième de La Trémoille, au troisième de Montmorency, au qua-
trième de Créquy et sur le tout de Rouvroy.
? On dit les Girardin originaires des Gherardini de Florence, etablis
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NOTICE SUR LA FAMILLE DES WARESQUIEL 185
Auguste de Waresquiel, chevalier de la Légion d’honneur, né
è Lille en 1782, donna noblement sa démission de sous-préfet
de Chinon aussitòt le Roi Charles X exilé; il fit ses preuves de
noblesse nécessaire pour. entrer dans l’ordre de Malte; il épousa
le 4 février 1807 Mlle Pauline Hyacinthe Le -Noir de Pas-de-
Loup, fille du haut et puissant seigneur Paul-Marie-Pierre-Mau-
rice Le Noir, chevalier, marquis de Pas-de-Loup et de Mlle Hya-
cinthe Parigot de Santenay.!
Pauline de Waresquiel était fille da marquis de Pas-de-Loup,
intendant d’armée, chevalier de Saint Louis et petite fille de
Foulon de Doué, première victime de la Reévolution francaise.
Auguste de Waresquiel eut de ce mariage: 1° Adalbert de Wa-
resquiel; 2° Paul-Maurice de Waresquiel; 3° Emilie, comtesse de
Waresquiel, chanoinesse de Bavière; 5° Charles de Waresquiel,
marié è Mlle Marie Marin de Montmarin des marquis de Mont-
marin, descendant de Denis Marin secrétaire de la Chambre de
Sa Majesté, commissaire de la marine, secrétaire ordinaire de la
Reine, secrétaire du Roi, Maison couronne de France, surinten-
dant des finances, conseiller d’État, conseiller ordinaire du Roi
puis intendant de l’armée francaise qui épousa en premières noces
Mlle J acqueline d’Aurat, d’où: Armand Marin premier président
du Parlement de Provence et en secondes noces, en 1657, très
noble Dlle Charlotte Colbert, soeur de Messire Charles Colbert
en Irlande sous le nom de Fitz-Gérald (duc de Seinster en 1747) et en
France sous le nom de Girardin.
La vicomtesse de Waresquiel était la petite fille de Stanislas marquis
de Girardin, premier écuyer de l’Empereur, général de brigade et comte
de l’Empire, préfet de la Seine, chevalier de Saint-Louis, officier de la Lé-
gion d’honneur, commandeur de Sainte Anne de Russie, etc., né en 1764,
dont le père, René-Louis marquis de Girardin et de Vaubray vicomte d’Er-
menonville avait plus de onze cent mille livres de rente.
! Cette maison qui descend, selon une tradition de famille des ducs de
Bretagne compte parmi ses membres Paul le Noir I, chevalier, seigneur de
Pas-de-Loup, des Coudreaux et de Lavau qui était parent de Condé par le
mariage de sa cousine issue de germains, Claire-Clémence de Maillé du-
chesse de Fronsac et de Caumont, marquise de Brezé avec Louis de Bour-
bon II prince de Condé, fils de S. A. R. le duc d’Enghien et de la comtesse
Marguerite de Montmorency.
186 NOTICE SUR LA FAMILLE DES WARESQUIEL
du Terron, ambassadeur de France en Angleterre, qui lui donna È
| Marie-Charlotte Marin mariée è J ean-Baptiste de Forbin-Castel-
lane-Pontèves, chevalier, marquis d’Oppéède ambassadeur de France 3
en Portugal; 5° Henriette de Waresquiel qui é6pousa le comte Gaston
de Cumont, fils du comte de Cumont et de Mlle de Maillé de
La Tour Sandry et frère du vicomte Arthur de Cumont, mi-
nistre de l’instruction publique sous Mac Mahon; 6° Alberic de
Waresquiel de Metzgaland, inspecteur en chef de la marine, offi- A
cier de la Légion d’honneur. Paul Maurice comte de Waresquiel,
né au chàteau de Pas-de-Loup en 1809, avocat, épouse MIle Lu- È
cile Rohault de Fleury, fille de Charles Rohault de Fleury, ar-
chitecte en chef è Paris, membre de l’Académie de Londres,
officier de la Légion d’honneur de Hubert Rohault de Fleury, È
grand prix de Rome de l’année 1803 et neveu du baron Rohault
de Fleury, général de division, grand croix de la Legion d’honneur
et pair de France, qui épousa Mlle de Sèze.
De cette alliance, Paul-Maurice de Waresquiel eut: 1° Mau-
rice-Paul de Varesquiel; 2° Loîde de Waresquiel mariée è Ana-
tole de Bengy de Puyvallée des vicomtes de Porches, neveu du
Père de Bengy; 3° Marie-Thérèse de Waresquiel; 4° Marguerite, È
comtesse de Waresquiel, chanoinesse de Bavière décorée de la 3
croix Pro Ecclesia et Pontifice par notre Saint-Père Léon XIII en J
avril 1903.
Le chef actuel de la maison de Waresquiel est Maurice-Paul
comte de Waresquiel, né è Paris en 1848, qui releva le titre de mar-
quis de Pas-de-Loup éteint en 1828 par la mort de son arriére-
grand-père qui n’eut qu’une fille unique mariée è Auguste de I
Waresquiel; le dernier comte de Pas-de-Loup étant décédé en
1900. Le comte de Waresquiel épousa en premiéres noces Mlle
Mathilde Dugon fille du marquis Dugon et de la marquise née
de Grossolles-Flamarens.!
1 L’illustre famille de Grossolles compte parmi ses membres Raymond
de Grossolles croisé en 1248, Armand de Grossolles marié à Catherine de ‘ai
La Tour de Murat des princes-ducs de la Tour d’Auvergne, fille d’Antoine
Raymond de La Tour, dixiéme du nom, dit le Jeune, seigneur et baron de È
‘Murat, de Quaires et de Saint Exupery, né en 1471, frère cadet d’Antoine 3
dit le Vieux, vicornte de Turenne qui avait épousé Marie de La Fayette,
NOTICE SUR LA FAMILLE DES WARESQUIEL 187
Le comte de Waresquiel épousa en secondes noces le 25 juil_
let 1353 Mlle Berthe de La Villaudray de Saint Cyr, fille de
Charles Gaultier de la Villaudray de Saint Cyr et de Berthe de
Vigneau. °
Le comte de Waresquiel eut de ce mariage un fils unique, le
vicomte Marie-Charles Berckmans de Waresquiel, le seul rejeton
de la famille.
Le fief vicomté de Metzgaland qui appartenait aux Wares-
quiel était sur la terre et marquisat de Bouvignies dépendant
du chapitre de Tournay; le fief vicomté de Saint Obin relevait
de la baronie de Cysaing. Les terres de Bouvignies et de Cysaing
en Flandre comprenaient Chàteaux, Abbayes et une très grande
étendue.
La seigneurie de Pas-de-Loup était un ancien fief relevant de
l’abbaye de Poitiers; en 1485 il y avait aussi un Moulin de Pas-
de-Loup. Le Pape Pie IX accorda au vicomte-Paul-Maurice de
Waresquiel en 1866 le titre de comte romain héréditaire.
Les Waresquiel portent: d’argent è un chevron de sable (Bi-
bliothèque nationale, vol. Flandre, pag. 314, d’Hozier, an 1680,
armorial de France.
Vicomte B. DE WARESQUIEL.
ainsi que Jan III de Grossolles, baron de Flammarens, marié en 1609 è
trés illustre Dlle Frangoise d’Albret cousine de Henry IV. La comtesse de
Waresquiel était la niéce du maréchal de Mac Mahon, duc de Magenta»
ancien Président de la République francaise, dont le fils Patrice de Mac
Mahon fut marié à Chantilly le 23 avril 1896 à la princesse Marguerite
d'Orléans fille de S. A. R. le duc de Chartres. Plusieurs parents de la com-
tesse de Waresquiel se marièrent en Italie entre autres: la princesse de
Viggiano, née de Bauffremont, la princesse Borghèse née Caraman-Chimay
(par son arrièére grand mère la marquise de Flamarens née de Biquet de
Caraman sceur du prince de Chimay), la marquise Pallavicini, etc.
1 La famille Doublard du Vigneau descend par tradition d’une famille
noble de Venise portant le nom d’Obelerio. La famille de Saint Cyr, une
des plus anciennes de Laval, eut au nombre de ses membres Daniel Gaultier
de La Villaudray, né le 6 tévrier 1688, avocat, président de la Chambre des
comptes, juge civil et maire de Laval en 1740, ainsi que Joseph-Marie-Anne
Gaultier de La Villaudray, chevalier, seigneur de Saint Cyr, de Cranne, de
Beaumont et autres lieux, appelé de Saint Cyr, officier au régiment d'’A ge-
nois, capitaine au régiment de Béarn, chevalier de Saint-Louis, marié è
Mille Duclemis du Bois-du-Pin.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Anprés Lamas, E! escudo de armas de la ciudad de Montevideo. Montevideo,
1903, in-8.
Este trabajo prolijo y concienciudo debido a la pluma de ùuno de los
màs eruditos escritores de la America Espafiola, merece ser sefialado no
solo 4 los que cultivan nuestros estudios sino & todos los aficionados & los
estudios historicos porque contiene indicaciones interesantes para las historia
de los ùltimos afîios de la dominaciòn espaîiola en las provincias del Rio
de la Plata.
Contiene la descripciòn exacta y documentada de los varios emblemas
que en distintas épocas se atribuyeron 4 la ciudad des los Santos Felipe
y Santiago de Montevideo. è
Solo notamos algun pequetia inexactitud heraàldica como la de llamar
corona ducal 4 la corona nobiliaria, y la de confundir la corona mueble
del escudo con la corona timbre.
La Municipalidad de Montevideo ha por fin decretado la definitiva
forma del escudo de armas que conserva los emblemas del antiguo escudo,
pero con corona mural. Este escudo se blasona: de plata al cerro al na-
tural que sostiene un castillo tambien al natural; el todo moviente de un
mar de azur; orla de azur con el mote en letras de plata: con LIBERTAD NI
OFENDO NI TEMO; el escudo acolado & una palma y & una espada puestos
en sotuer y rodeado de una corona de laurel. Corona mural, la que debe ser
de oro y no de plata como se vé pintada en una de las hermosas planchas
del libro.
Lurei Rizzoni, jun., I sigilli nel Museo Bottacin di Padova (secoli XII-X VD.
Coop. tipografica, Padova 1903. In-4.
Splendida pubblicazione, fuori commercio, edita per cura del Museo
Civico di Padova, illustrata da molte tavole di sigilli riprodotti in foto-
tipia. Questi sigilli sono classificati per ordine di regioni ed illustrati dot-
tamente da note interessantissime intorno alle famiglie dei personaggi
ricordati, nella maggior parte veneti. Offre interesse anche per gli stemmi,
molti dei quali ignorati dagli araldisti. I sigilli del Museo Bottacin sono 666.
L'A. però si è limitato ad illustrarne 175 fra i più antichi. Importantissimi
sono quelli di parecchi membri delle famiglie Carrara e d’Este e di altri
personaggi cospicui.
NOTE BIBLIOGRAFICHE 189
*
Rangsliste und Personalstatus des Deutschen Ritterordens fiir das Jahr 1904
samt dem Geschiiftsbericht fiir das Jahr 1903 sowie dem Verzeichnisse der
dem Verzeichnisse der dem freiwilligen Sanititsdienste des Deutschen Rit-
terordens beigetretenen Forderer (Marianer). Wien, 1904. In-8..
Eienco dei cavalieri viventi dell’ illustre ordine gerosolimitano di Santa.
Maria, detto dei cavalieri tedeschi o teutonici, che ha per Gran Maestro
S. A.I. R_l’arciduca Eugenio d’Austria, principe reale d’ Ungheria. Segue
l'elenco dei cavalieri affiliati, fra i quali troviamo vari gentiluomini italiani
come il marchese di Liveri di Valdausa, il barone de Marchi della Costa,
il conte Mastiani Brunacci, il conte Cavagna Sangiuliani di Gualdana, ecc.
Comte Henry DE GÉRIN RicHarp, Gerin Gran Maître de St. Jean de Jéru-
salem (1236-1231). Valence, 1904. In-31, ed. di 50 esemplari.
Interessante studio sopra uno dei più antichi Maestri dell’ordine di
San Giovanni, di cui fino ad oggi era sconosciuta l’origine. Il suo governo
durò soltanto 4 anni e lo stemma che gli viene attribuito consiste in una
aquila bicipite d’azzurro in campo d’argento. L’A. con buone argomenta-
zioni e fondandosi sopra una genealogia della famiglia Guérin, scritta nel
xyIi secolo dal P. Revest tende a dimostrare che Gérin era cognome e non
nome e che la famiglia Gerini di Firenze non è che un ramo dei Gérin di
Provenza i quali prima di adottare nello stemma le tre catene usavano
anch'essi l’aquila bicipite. Riporta a continuazione uno studio bene elabo-
rato sopra i Gérin d’Arras e passa in rassegna molti personaggi illustri di
questo casato.
A. De Faria. Consul de S. M. le Roi de Portugal à Livourne. Livorno,'1903,
Giusti. In-4.
È difficile trovare riunite in un solo uomo tante e così svariate distin -
zioni onorifiche ed aggregazioni ad Accademie e Società letterarie che ven-
gono tutte enumerate in questo volume con le indicazioni delle infinite
biografie pubblicate in molti giornali e riviste e con l’aggiunta delle mol-
tissime pubblicazioni fatte dal medesimo egr. marchese de Faria.
Il volume è ornato d’un ritratto e d’uno stemma della Casa de Faria.
L’Araldo, almanacco nobiliare del napoletano 1904. Detken e Rochel, Napoli,
in-12°. |
Questa pubblicazione nobiliare che ha il merito di essere rigorosamente
esatta e che non accoglie nelle sue pagine se non le famiglie di autentica
nobiltà ricusando le compiacenti concessioni che si deplorano sovente negli
scritti genealogici, è giunta al 27° anno di vita per la sapiente cura del suo
illustre direttore conte Gr. Cr. D. Francesco Bonazzi, di Sannicandro. Allo
stato personale delle famiglie nobili del regno napoletano con accurate indi-
cazioni dei titoli, stemmi, ecc, segue un utilissimo elenco dei titoli di ex-feudi
e predicati nobiliari terminando con l'elenco delle famiglie che godono del
solo titolo di nobile.
190 NOTE BIBLIOGRAFICHE
n
Orden militar del Santo SUPE, RE de Espaîia. Escalafon, Madrid, 1904.
Ortigosa, in-8°.
Il capitolo dell'Ordine che ha sede a Madrid pubblica ogni anno l’elenco
dei cavalieri spagnuoli con le date di ammissione, ecc. Seguono le dame
nobili, le cariche dei capitoli di Madrid (lingua di Castiglia) e di Barcel-
lona (lingua di Aragona) e le nobili commendatrici canonichesse dell'ordine
in Zaragoza. Quindi le norme per essere ammesso, che in Ispagna sono, oltre
quelle comuni a tutti i cavalieri, le prove di nobiltà del padre e della madre.
Can. Capp. Vincenzo CarvanA dei conti Gatto. Malta nobile illustrata. Malta,
1903. Abela, in-8°.
Quantunque vincolata all'Italia, per lingua e costumi, l'isola di Malta
è poco nota fra di noi specie dopo che l’usurpazione francese fu causa che
quella nobile regione passasse sotto estraneo dominio. Molte famiglie illu-
stri di origine italiana fioriscono ancora a Malta come i Barbaro patrizi
veneti, i Bonici, i T'estaferrata, i Caruana-Gatto, i Messina, i De Piro, i Nava,
i Bologna, i Mallia-Tabone, i Piscopo, i Preziosi, gli Alessi, ecc. Così l'A.
ha fatto ottima cosa in conservarcene le memorie in questo suo pregevole
lavoro. Già il marchese Cassar-Dessain e il marchese Giorgio Barbaro
avevano pubblicato alcuni studi sulla nobiltà maltese, ma i loro lavori
erano troppo convisi per soddisfare gli studiosi di questa materia. L'A. invece
ha fatto uno studio completo dividendo la nobiltà in tre epoche: antica,
media e moderna. Nella prima tratta delle origini dei primi popoli di Malta
e degli illustri personaggi che vi fiorirono; nella seconda si parla delle
famiglie che ottennero privilegi sotto il governo degli aragonesi fino alla
dominazione dei cavalieri gerosolimitani e finalmente la terza epoca va dalla.
presa dell’isola dai francesi fino ai nostri giorni. Anche la parte storica è
accuratissima e contiene documenti interessanti.
Di prossima pubblicazione:
L’Ordre du Saint-Sépulcre de Jérusaiem par MM. le Comte Pasi Fras-
soni, le Chev. BerTINI et le Comm. de OprIozoLa. Edition de grand luxe
avec illustration dans le texte et planches en couleurs.
Si ricorda ai Cavalieri dell'Ordine che non manderanno le no- È
tizie che li riguardano, che per evitare inesattezze il loro nome
non figurerà nel volume.
e a TE Re e a ee MT
Ò "AN SL 6 ae * Po.
QUESITI ARALDICI
e RISPOSTE.
(Vedi numeri precedenti).
«57° (A. Zanon). Lo stemma della famiglia da Romano, pubblicato dal
. Rumor nel 1893, non si riferisce agli Ezzelini, ma a una famiglia del nu-
pi mero di quelle ascritte al Consiglio di Bassano, dichiarata nobile con Ducale
| 27 dicembre 1760. Lo stesso Rumor, nel suo Dizionario Blasonico Vicentino
| (Vicenza, tip. San Giuseppe, 1892) aveva già descritta l’arma degli Ezzelini
id = da Romano che si blasona: Partito; a destra fasciato di verde e d’oro di nove
| pezzi; a sinistra d’argento seminato di gigli. Cimiero: uno struzzo d’argento,
i alato e crestato, sorgente da una corona e tenente nel becco un ferro da cavallo.
di Ma neppure questo è veramente lo stemma degli Erzelini da Romano, e
i Bui mob. signor F. Franceschetti, nel 1896, in una dotta sua dissertazione ha
“ dimostrato con esuberanza di prove, coi documenti e coi monumenti, che
lo stemma, per oltre tre secoli dagli scrittori tutti attribuito agli Ezzelini,
î do che trovavasi murato nel castello di Padova ed ora si conserva in quel
E | civico Museo, è stato scolpito più di un secolo dopo l’eccidio della famiglia
| da Romano, ed appartiene invece al re Lodovico d’ Ungheria. Lo fece ese-
È guire, intorno all'anno 1878, Francesco il Vecchio da Carrara, che volle in
quel modo onorare il suo augusto e munifico alleato. Gli Ezzelini usavano
per stemma l’aquila nera, forse in campo d’oro, ricordataci da Rolandino,
| autore sincrono, nel libro IV, cap. XII, della sua Cronaca: de factis in
_ marchia. G. DE IsoLa.
88° (L. Rosini). Non tutte le famiglie titolate siciliane usano chiamare
È cavalieri gli ultrogeniti, ma soltanto alcune i cui avi godevano del privi-
do legio di regio milite e del cingolo militare. Nei diplomi di regio milite è fatto
«cenno della concessione dello stemma gentilizio e tale privilegio si estende
‘a tuìs filiis et descendentibus. Ciò proverebbe che si trattava di un titolo pri-
__—mordiale di nobiltà. Non in tutti i diplomi però si accenna a questa tras-
_ missibilità specie se erano conferiti a persone già nobili, nel qual caso si
fi spiega appunto il perchè nelle famiglie titolate che ebbero tale privilegio
"0 il primogenito porta il titolo feudale e gli ultrogeniti usano quello di ca-
| valiere. Riguardo poi all’uso di chiamare signorino i secondogeniti di famiglie
| titolate, conviene ricordare che il titolo di signore (Dynasta) in Sicilia, per
_ le leggi feudali era inerente ai feudi non titolati e spettava al feudatario.
Hi Da ciò deriva l’uso anzidetto, perchè generalmente i feudi non titolati si
davano ai secondogeniti e dopo l’abolizione del sistema feudale (1812) è
rimasto come titolo di cortesia. Barone MELFI DI SAN GIOVANNI.
192 QUESITI ARALDICI
DOMANDE.
39° On desire savoir à quels Marechaux de France appartiennent les
deux ex libris suivants:
ler De gueules à la fasce d’or chargée de 3 étoiles d’azur et accom-
pagnée de 3 croissants d’or. Deux en chef et un en pointe. L’écu entouré
du collier des ordres du Roi et accollé aux bàtons de marechal. Couronne
de comte.
2° Ecartelé au ler d’or à quatre pals de gueules, au 2 de gueules à la
croix de Toulouse d’or, au 3 d’argent à trois losanges de gueules accolées
en fasce; au 4 de gueules au lion d’argent couronné d’or; sur le tout d’azur
au lion d’or couronné. Couronne de duc. Collier des ordres du Roi. Bàtons
de marechal. O. BRETON.
CRONACA
Nomine. —- Il cav. avv. Domenico Ardia di Napoli è stato nominato
Cameriere d’Onore di spada e cappa di S. S.
— Ordine di San Gregorio Magno: La Santità di N. S. motu proprio ha con-
fermato il titolo di Gran Croce già concesso da S. S. Leone XIII all’illustre
visconte Oscar de Poli di Parigi, presidente del Consiglio araldico di Francia,
e gli ha inviato il breve libero di tasse. Congratulazioni vivissime.
— Ordine del Santo Sepolcro: S. E. il Gran Maestro ha conferito il grado
di commendatore al signor Battaglia Ramos, di Lisbona.
Varie. — In Venezia, ove tanto vivo è l’affetto verso S. S. Pio X, si è
costituito un Comitato sotto la presidenza di S. E. Mons. vescovo Aristide
Cavallari per raccogliere offerte anche minime allo scopo di tradurie in
marmo un busto del Sommo Pontetice modellato dal valente scultore signor
Guido Giusti. Il busto di dimensioni maggiori del vero, verrà collocato su
degna base in Riese davanti alla casa ove nacque Pio ni
— On annonce la publication prochaine de Montlucon au bon vieux
temps, par notre excellent contrère M. H. de Laguérenne (tirage à 150. exem-
plaires seulement). Retracer l’histoire locale de Montlugon au vieux temps
en un rapide croquis; rappeler les coutumes, les moeurs, les usages du
Moyen-Age; faire revivre en quelques pages les vieux Montlugonnais d’au-
tretois; tel a été le but que s'est proposé l’auteur. M. H. de Laguérenne,
dont la tamille a occupé différents emplois à Montlugon dans le cours du
xvi siècle, a soigneusement compulsé les documents conservés aux Archi-
ves Nationales, qu'il a complétés par des recherches laborieuses aux Archives
de l’Allier, aux Archives du Cher et à celles de l’Indre. C’est une ceuvre
qui s'impose à ceux qui s’occupent d’histoire locale et aux Montlugonnais
surtout à qui elle retracera le passé et l'origine de leur ville, origine “ qui
se perd dans la nuit des temps et dont Montlugon peut à bon droit s’enor-
gueillir. ,,
Necrologia. — Il 20 corr. è morto a Roma il Marchese Giacomo Pietra-
mellara che coltivò con passione i nostri studi e pubblicò vari lavori araldici.
Roma — Tip. dell’Unione Canperativa Editrice. Via Federico Cesi, 45.
NOBILTÀ E DEMOCRAZIA "CRISTIANA
Nobiltà è, secondo le varie accezioni della parola, un fatto
storico od una qualità. Essa è comunicazione altissima di splen-
.dore divino, specie se procede da virtù ereditaria; ma in molti
casi è augustissima, personale e d’ufficio. Tuttavia anche in questi
casi tende a irradiarsi e a perpetuarsi come l’onore nella gente.
Ogni nobiltà pertanto è, era o sarà un’aristocrazia. — Tal signoria
ebbe vita legittima in tutto, solo in virtù del cristianesimo; e
fuor di esso, nobiltà vera non c'è. Infatti la Provvidenza pose
a capo della società il Papa, sotto di esso, qual vicario nelle
temporali giustizie, l Imperatore; poscia i particolari sovrani, i
signori e gli uffiziali gentilizî o personali. Questo semplice e
grandioso organismo par cessato di fatto, ma è sempre vivo in
diritto come vive universale il diritto del cattolicismo. E la no-
biltà, partecipe della sovranità e custode delle auguste tradi-
zioni, non solo vive, ma delle non poche e deplorevoli defezioni, si
compensa con quegli elementi che vengono innalzandosi e creando
sè stessi nobili pei grandi servizî pubblici e in ordine special-
mente alla difesa del cristianesimo, così che si rendano capaci
di ricevere dai sovrani la sanzione dell’ acquistata nobiltà. Nei
tempi attuali, particolarmente, i Sommi Pontefici i quali nessuna
istituzione accolsero dalla Rivoluzione, hanno fra gli altri uffici,
quello di conservare la nobiltà e di riconfortarla, con titoli o
ereditari o personali insignendo coloro che si rendono benemeriti
nelle lotte contro la rivoluzione ed il liberalismo di qualunque
sorte. Quanto agli altri Sovrani, se, dimentichi del loro dovere,
fregiano di distinzioni chi non renda i grandi ed utili servigi; se per
avventura non riconoscano l’attitudine di una persona o di una
famiglia a compierli e prescindano dall'idea cristiana, conferi-
scono titoli e non nobiltà. La nobiltà fu abattuta dalle rivolu-
zioni perchè palladio. delle antiche istituzioni; se in parte fu
Rivista del Collegio Araldico (aprile 1904). MIGELO
194 NOBILTÀ E DEMOCRAZIA CRISTIANA
corrotta, la corruzione è degli individui, non della nobiltà
come ufficio, come corpo; onde lo spirito gentiluomo sofferse
passione con la Chiesa stessa; e persino nel sangue della perse-
cuzione si cementò l'unione loro. Da ciò deriva che, se neces-
sario elemento costitutivo di nobiltà, è la fedeltà alla religione
e alla giustizia, l'assoluta contrarietà al liberalismo individua-
lista, distruggitore e negatore come, al collettivismo, la nobiltà
cattolica in suo particolare ha programma e doveri ancor” più
precisi ed è lasciata in vita perchè la storia ne ha fatto una
classe destinata a ritemprarsi e ad essere ancora come e dove
può crociata difenditrice della Chiesa e del giusto. Or non sono
molti anni i nobili morirono in folla crociati di S. Pietro. Egli
è perciò che alla sua ricostituzione come classe, problema econo-
mico di cui ci occuperemo ed alla riassunzione di sua sociale
magistratura, la nobiltà ha trovato nelle sante e sapientissime
disposizioni pontificie di carattere sociale un largo campo alla
sua attività secondo la sua stessa provvidenziale destinazione.
Le moderne lotte, fino ad ora quasi incruente, attendono o sen-
tono già i cavalieri di Cristo che combattono pel capo di tutti
i nobili, il Vicario di Cristo, specie nei suoi intendimenti politici
e sociali.
Il nobile tien sua qualità direttamente o indirettamente da
lui, come un feudo, infatti il Papa è investito di tutte le giu-
stizie divine ed umane; di queste anche direttamente da che è
sospesa la vita del S. R. Impero. i
Il nobile dunque non solo deve esercitar la carità e rifuggire
dalla così detta filantropia ma ancor militare nell'azione popo-
lare cristiana per salvare la plebe dalla eretica pravità del socia-
lismo, ricostituire le classi tutte nell’uffizio loro e restaurare ogni
cosa in Cristo, render le giustizie a grandi e a piccoli, e questi
redimere dalla schiavitù del capitalismo, del ghetto e delle
loggie. Tale opera si chiama anche Democrazia Cristiana; e contro
l'equivoco che può generare nei male intenzionati o ciechi que-
st’espressione, già ci hanno munito di sapientissimi documenti
Leone XIII e Pio X. Essi han dichiarato che la D. C. è antica
come la Chiesa, non ammette lotta di classe, distruzione di
ceti, oblio di giustizia, accettazione d’ingiustizia, ma vuole che
DE. ATRIA SR RE N.
PI i ù
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TRS RARE EER LA
PART, "PPS
NOBILTÀ E DEMOCRAZIA CRISTIANA 195
i signori sieno a vantaggio dei soggetti e tutto il popolo in
Cristo sia restaurato.
Se non che, vi è chi, cieco od empio, si serve di questa espres-
sione e proclama la D. C. cosa nuova, interpretazione più vera
del Vangelo, e avente finalità proprie che si risolvono, nel
campo religioso, con la pretesa a nuovi orientamenti di disci-
plina, di scienza teologica ed esegetica, a un traditore o un paz-
zesco rinnovamento del cattolicismo, e nel campo sociale ad
accettare i fatti compiuti e la democrazia politica figlia della
rivoluzione spruzzandola, di cristianesimo senza una goccia di
cattolicismo vero; poichè il cattolicismo, come verità assoluta,
non può essere in nulla transigente.
Ora c'è dunque una D. C. secondo il Papa, e una D. O. secondo
altri, quindi contro « Papa. Forse l’abusata parola sarà un dì
levata di mezzo poichè anche altre nobili parole prima segnarono
un moto santo, poi un’eresia; ma ora non facciam question di
parola. Noi esercitiamo l’azione popolare o d. c. col Papa e
pel Papa; e, conservatorf in religione, in morale, e affatto intran-
sigenti cattolici, abborriamo dal conservatorismo liberalismo e
conciliatorista non meno che dall'altra forma di liberalesco collet-
tivista di cui si compiacciono certi falsi d. c. Sopra tutto siamo
figli devoti alla Chiesa e alle sue imprescrittibili giustizie nel
campo religioso e politico.
Perirà con la sua superbia chi fa diversamente.
ALBERTO DI MoNTENUOVO.
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ASSTOGRAFIA
GLI AVVOCATI CONCISTORIALI
FONDATI DA SAN GREGORIO MAGNO
Il chiar. comm. Conti avvocato del Sacro Concistoro ha rac-
colto in un volume! le memorie storiche degli avvocati con-
cistoriali ed ha dimostrato in una maniera indiscutibile che la.
loro istituzione risale al glorioso San Gregorio Magno. Abbiamo
voluto ricordare questo antichissimo ceto in occasione del cen-
tenario che di quel santo Pontefice si celebra ora in Roma per
iniziativa e sotto gli auspici del Santo Padre Pio X.
Gli avvocati concistoriali ripetono infatti la loro origine da
quei sette difensori delle sette regioni ecclesiastiche di Roma esi-
stenti nell’anno 598 e di cui parla l’epistola di San Gregorio
stesso a Bonifacio primo primicerio di quei difensori regionali.
Il Conti attribuisce a San Gregorio l'intenzione di provvedere
non solo alla difesa della chiesa dei poveri ma anche di opporre
con questa istituzione un argine alla barbarie longobarda, per
conservare cioè le nobili tradizioni del diritto romano che minac-
ciava di essere sopraffatto dalle leggi straniere. La frequenza dei
Concistori anteriormente al Pontificato di Sisto V e l’opera che
in essi prestavano questi difensori regionari come scrive il car-
dinal Rasponi ? fece loro attribuire il nome di avvocati del Con-
cistoro, nè vi è oggi chi possa impugnare l’ identità del collegio
dei difensori regionari con quello degli avvocati concistoriali.
Nel 1702 sorse una questione di precedenza fra gli avvocati
| concistoriali ed i camerieri segreti di spada e cappa. Questi ultimi
cercarono di dimostrare che gli avvocati non erano i successori
1 Origine, fasti e privilegi degli avvocati concistoriali, Roma, 1898; tipo-
grafia Vaticana, in-8°, pag.
? De Basilica Lateranensi, fol. 278.
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GLI AVVOCATI CONCISTORIALI 197
dei defensores regionum. La luminosa allegazione dell'avvocato
concistoriale Sardini decise della volontà del Sommo Pontefice
Clemente X a favore del proprio ceto. A questo appartennero
parecchi uomini illustri fra i quali 6 sommi Pontefici, 40 cardinali
e molti arcivescovi, prelati, ecc. !
Fra i privilegi concessi dai Sommi Pontefici notiamo quello
di essere considerati sempre familiari e commensali del Papa,
cosa che importava la qualifica di cavalieri aurati e conti pala-
tini. Innocenzo VIII nel 1485 confermò questi privilegi e Bene-
detto XIV loro aggiunse il diritto di ricevere ogni giorno il
pane dai Sacri Palazzi Apostolici. Pio IX stabili che gli avvocati
concistoriali nelle visite dette di calore ai nuovi cardinali potes-
sero vestire l'abito prelatizio e nelle funzioni della incoronazione
del nuovo Pontefice e del possesso di San Giovanni Laterano
Imdossassero il piviale. Inoltre godono del privilegio dell'oratorio
privato. Possono poi vestire o no l’abito ecclesiastico anche usual-
mente. Anticamente conferivano il dottorato, mentre il Collegio
dei protonotari apostolici poteva conferire solo sei lauree all’anno.
Sisto V affidò agli avvocati concistoriali l’amministrazione e il
rettorato dell’ Università romana (1587) e fondò il monte detto
degli avvocati concistoriali come pure Urbano VIII nel 1626 fondò
altro monte a beneficio di questo ceto. Nella costituzione dello
Stato pontificio largita da Pio IX. nel 1848 è prescrittto che gli
avvocati concistoriali dopo sei anni di carica facessero parte del- .
l'alto Consiglio o Senato.
Gli avvocati concistoriali, fino da tempi remotissimi ebbero
il diritto d’intervenire con i prelati a tutte le Cappelle pontificie
ed altre funzioni sedendo in un banco innanzi a quello dei came-
rieri d'onore. Sono riservate a questo ceto le cariche di avvocato
della R. Fabbrica di San Pietro, di avvocato del Senato Romano,
di promotore della fede e quindi la perorazione delle cause dei
Santi nei Concistori.
GriuLIo ANTONELLI.
! Gli avvocati concistoriali viventi sono: il conte comm. Baldassare Capo-
grossi-Guarna (decano); mons. G. B. Lugari; comm. Filippo Pacelli; Ottavio
Pio Conti; comm. Colino Kambo; mons. Alessandro Verde; comm. Domenico
Pucci-Sisti; comm. Edoardo Marchetti; comm. Virginio Iacoucci.
RAMI SITL er, e!
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E; 2%) 152 LI RE
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEA LOGICHE
CAMBIAMENTI DI COGNOME DEI NOBILE GENOVESI
Nel 1528 liberata Genova dal giogo straniero pubblicaronsi
nuove costituzioni e per stabilire una vera uguaglianza fra i cit-
tadini, assopire le discordie esistenti e togliere i partiti, si di-
stribuirono in 28 alberghi tutte quelle persone che per natali,
talenti e facoltà erano giudicate meritevoli del governo. A questi
alberghi o famiglie principali vennero quindi aggregate le altre
famiglie distinte, con l’obbligo di assumerne il nome e lo stemma.
Esse furono le seguenti:
Spinola — Fornari — Doria — Di Negro — Usodimare —
Vivaldi — Cicala — Marini — Grillo — Grimaldi — Negrone
— Lercari — Lomellini — Calvi — Fieschi — Pallavicino —
Cibo — Promontorio — Franchi — Pinelli — Salvago — Cat-
taneo — Imperiale — Gentile — Interiano — Sauli — Giusti-
niani — Centurione.
Queste erano le famiglie che avevano sei case aperte, cioè
sei capi di casa in Genova epperciò vennero prescelte. I citta-
dini aggregati furono 861. I discendenti di questi conservarono
talvolta l’antico cognome. Alcuni lo abbandonarono completa-
mente come i Tartari, i Pignatari, i Passù, i Delle Vigne, i Man-
giavacche che non ebbero in seguito altra appellazione se non
quella d’Imperiali. E così parte dei Giustiniani, dei Cattanei, dei
Centurioni, dei Pinelli, dei Grimaldi, dei Salvago, dei Franchi, ecc.,
sono derivati da famiglie aggregate agli alberghi omonimi.
Invece non poche famiglie ripresero in seguito gli antichi
cognomi. Altre che li avevano assunti anteriormente al 1528 li
conservarono.
Fino dal 1414 nel Cartolarium Possessionum sono descritti
74 alberghi. Alcuni di questi formarono parte dei 28 alberghi
del 1528. A provare però che l’uso di aggregare famiglie poco
numerose e meno importanti piuttosto che altre più numerose e
considerevoli era anteriore al 1528, riportiamo qui i cambiamenti di
cognomi che si trovano nei cartolari di San Giorgio del xv secolo.
Anno 1458. In Cart. impositionis avariarum al foglio 105 si
legge Cosmo Salvago olim Stregini — al fog. 107 Bartolommeo
CAMBIAMENTI DI COGNOME DEI NOBILI GENOVESI 199
Giustiniani olim Longhi e figli; Simone Giustiniani olim Longhi
e figli; Giovanni Giustiniani olim de’ Campi e figli — al fog. 108
Leonardo Giustiniani olim de Garibaldo; Visconte Giustiniani
olim de Pagana; Tommaso Giustiniani olim Forneto e figlio —
al fog. 109 Lorenzo Giustiniani olim di Negro e figlio; Raffaele
Giustiniani olim Arangi e fratello; Giovanni Giustiniani olim de
Banca e figli — al fog. 113 Giovanni Giustiniani olim de Rocca
— al fog. 114 Francesco Giustiniani olim Recanelli; Gabriele
Giustiniani olim Recanelli — al fog. 115 Battista Giustiniani
olim de Oliverio e fratelli — al fog. 117 Simone Giustiniani olim
de Rocca — al fog. 150 Gio. Andrea e Giacomo Promontorio
olim Campo; — 1459, al foglio 5 Percivale Cattaneo olim Stan-
cone — al fog. 97 Damiano de’ Franchi olim Bolgaro — al fog. 98
Antonio de’ Franchi olim Lussardo; Antonio de’ Franchi olim
Tortorino; Pietro ed Ambrogio de’ Franchi olim della Torre —
al fog. 103 Lorenzo e Giacomo de’ Franchi olim de Viale — al
fog. 104 Nicolò de’ Franchi olim de Guano; Pietro de’ Franchi
olim Julla e figli — al fog. 106 Antonio Grimaldi olim de Castro
— al fog. 107 Luigi de’ Franchi olim de Paolo — al fog. 110
Filippo de’ Franchi olim Magnerri — al fog. 111 Simone dei
Franchi olim Boccanegra — al fog. 216 Gabriele e Conrado Cat-
taneo olim Bustarino; Antoniotto Cattaneo olim Bufferio — al
fog. 217 Filippo de’ Franchi olim Figone e figli — al fog. 263
Cristoforo de’ Franchi olim de Levanto — al fog. 271 Luca Uso-
dimare olim Zurli; — 1464, al fog. 82 Domenico Salvago olim
Scotti — al fog. 129 Giovanni de’ Marini olim Pessagno — al
fog. 254 Luca e Paolo de’ Franchi olim Sacco — al fog. 336
Domenico Gentile olim Ricci; Deserino Gentile olim Pillavicino;
— 1886, al fog. 165 Leonello Gentile olim Avogarii — al fog. 169
Rosso Gentile olim de Thurca; — 1475, Bartolommeo Salvago
olim Cibo; — 1467, al fog. 10 Silvestro Pinelli olim Ardimenti
— al fog. 519 Giovanni Pinelli olim Luciani; — 1393, al fog. 42
Giovanni Centurione olim Oltramarino — al fog. 52 Adamo Cen-
turione olim Becchignone — al fog. 54 Nicolò Spinola olim
Zignani; — 1471, Cristoforo de’ Franchi olim Toso; Bartolommeo
Salvago olim Cibo; 1414, al fog. 209 Andrea e fratello Gentili
olim Avogazxii (sic).
C. DALL’ANCUDINE.
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LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTE-VENAISSIN
(Continuazione vedi fasc. 3)
CEL
Les familles titrées étaient également nombreuses dans les
Htats du Saint-Siége, gràce à la bienveillance du gouvernement
pontifical. Nous allons essayer de compléter la liste des titres
régulièrement conférés par le souverain avant l’annexion fran-
calse. |
Duchés.
Il y avait sept ducs ou duchés dans le comté Vénaissin:
1° La ville de Caderousse fut érigée en duché, par bref du 18 sep-
tembre 1665, en faveur de Joseph Just Francois de Cadart d’Ancezune.
Le duché passa par succession dans la famille de Gramont.
2° Le fief de Chateauneuf fut érigé en duché, sous le titre de Ga-
dagne, suivant bref du 30 novembre 1669, en faveur de Charles Félix
de Galléan. Ì
8° Crillon fut érigé, à son tour, en duché, le 21 septembre 1725, en
faveur de Louis de Berton des Balbes.
4° Le comte Louis Charles Henri de Galléan des Issarts, prince du
Saint-Empire, fut lui.mème créé duc, mais sans inféodation, par bref du
13 janvier 1757.
5° La ville de Baumes fut, è son tour érigée en duché, en faveur de
‘Toussaint Alphonse de Fortia des Pilles, suivant bref du 14 juin 1775.
6° Caumont fut érigé en duché par bref de Pie VI, du 28 avril 1789,
en faveur d’Amable Victor Joseph Frangois de Seytres.
7° Le titre de duc fut enfin conféré à Jean Joseph Paul Antoine de
Tremolet de Montpézat, à une date que je n’ai pu établir.
Marquisats.
Jai trouvé treize titres de marquis conférés par brefs pon-
tificaux:
1° Aubignan fut érigé en marquisat par le pape Clément IX, le
24 septembre 1667, en faveur de la famille de Panisse-Passis. Le titre
passa plus tard, par succession, dans une branche de la famille de Seguins.
LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTÉ-VENAISSIN 201
2° Frangois de Cambis obtint l’érection en marquisat de sa terre de
Velleron, du Pape Clément IX, en 1668.
| 3° Brantes fut érigé aussi en marquisat par bref pontifical du 13 juil-
let 1674, en faveur de Georges Dominique des Laurents, et passa plus
tard è la famille de Blanc, cu mieux Del Bianco.
4° Charles Francois des Alrics de Cornillan, conseiller au Parlement
de Grenoble, obtint lui-mème l’érection en marquisat de ses terres de
Rousset et de Saint-Pantaléon, suivant bref de l’année 1690.
5° Charles de Donodei, d’une famille originaire du comté de Sault et
établie plus tard è l’Isle, obtint l’érection en marquisat de son fief de
Campredon, suivant bref du 22 janvier 1752.
6° Benoît XIV confèra le titre de marquis sans inféodation à M. d’An-
glesy, suivant bref du 6 avril 1754.
7° Le marquisat d’Olonne fut érigé, le 24 novembre 1754, en faveur
de la famille de Tillia.
8° L’année suivante, le 9 mai 1755, Antoine Joseph Félix Augustin
de Gaudemaris de Coppola, de la ville de Baumes-de-Venisse, fut créé
marquis sans inféodation.
9° Le fief de Saint-Urbain, au terroir de Valréas, fut érigé en mar-
quisat par Louis XV, pendant l’occupation francaise, en octobre 1770, en
faveur de Francois Joseph Marie de Daruty de Grandpré, maréchal de
camp.
10° Pie VI, par bref du 4 mars 1782, érigea, sous le titre du mar-
quisat d’Entrevon, la terre appelée Labande que Jean Joseph Xavier
Antoine Gens, comte de Robin, possedait sur le territoire de Villedieu.
11° Pierre Jean-Baptiste Dominique de Vernety, d’Avignon, après
avoir obtenu un bref de réhabilitation de noblesse, le 27 novembre 1750,
| fit ériger en marquisat son domaine de Saint-Hubert, à Sorgues, suivant
un second bref du 13 novembre 1787. |
12° L’abbé Joseph de Favier, ovocat général de la légation, recut le
titre de Marquis, suivant bref de 1788.
13° Enfin Amédée Jean Francois Prosper de Ripert d’Alauzier obtint
l’érection en marquisat de son fief de Barri, suivant bref de Pie VI du
9 juin 1789. Déjà Jean Joseph de Ripert d’Alauzier, son grand père,
avait recu le titre de marquis, suivant bref du 10 mai 1741.
Comtés.
Les titres de comte conférés par les Papes à leurs sujets fran-
gais sont les suivants:
1° Le fief de la Canorgue, è Bonnieux, fut érigé en comté par Be-
K
mer =
ES
SA:
202 LA NOBLESSE D’AVIGNON ET DU COMTE-VENAISSIN
noît XIV, suivant bref du 24 avril 1747 en faveur de Joseph de Méri,
conseiller au Parlement de Provence. i
2° Le fief de la Foulquette, è l’Isle, fut également érigé en comté,
en 1755, en faveur de Paul Denis d’Anselme.
3° Jean-Baptiste Joseph Giberti, de Pernes, fut créé comte de Cor-
reggio, suivant bref de Clément XIII du 9 juin 1764.
4° La terre de Matteville, à Visan, fut érigée en comté par bref du
24 septembre 1775, en faveur de M. d’Anglesy déjà créé marquis le
6 avril 1754.
5° Elzéar Joseph de Cousin, de Cavaillon, fut créé comte sans inféo-
dation, suivant bref du 7 avril 1789, àè V’occasion de son mariage avec
Mile de Sade.
6° Guillaume Francois d’Athénosy, d’Avignon, recut le titre de comte
palatin héréditaire.
7° César Elzéar Joseph de Blanchetti fut créé comte par bref de
Benoît XIV du 7 septembre 1742.!.
8° Dominique Marie de Piellat, suivant bref du 10 avril 1739.?
9° Joseph Julien de Guilhermier, de Bollène, docteur ès-droit, recut
un titre de comte palatin. Dès l’année 1785, Jean Pierre de Guilhermier,
son fils prend le titre de comte dans les actes qui l’intéressent.
Le titre de comte palatin fut très recherché anciennement,
puis il tomba dans le discrédit è cause de l’abus que l’on en fit,
bien qu'il fut conféré généralement è titre personnel.*
Parmi les familles qui obtinrent ce titre, nous trouvons:
1° Philippe de Tulle, décédé en 1739. *
2° Sébastien de Seguins (mars 1574).
! Voir Annuaire de la noblesse de France, de BoreL D’HAUTERIVE, 1862,
p. 412 et Lettre de M. Fabry de Chateaubrun sur la mnoblesse avignonaise et
comtadine (imprimée d’abord sans nom d’imprimeur en 1720 et réimprimée
par les soins de M. Edmond de Piellat). Avignon, imprimerie Bonnet, 1862,
p. 68. i
? Lettre de M. Fabry de Chateaubrun, p. 49.
® Le titre de comte palatin, souvent donné avec celui de chevalier de
l’éperon d’or, n’avait pas le sens que l’on attribue généralement au titre de
comte dans la hiérarchie nobiliaire. L’intermédiaire des chercheurs a donné,
il y a quelques années, des articles très documentés è ce sujet. Voir éga-
lement l’article de M. le docteur Laval dans le Bulletin historique de Vau-
cluse, 1879, au sujet des membres de l’Académie des émulateurs è Avignon,
que Mgr Conti, en 1065, créa en bloc comtes palatins, sauf les ecclésiasti-
ques qui regurent des lettres de protonotaires.
4 Voir l’Armorial des comtes romains, par L. pe MAGNY.
LA NOBLESSE DAVIGNON ET DU COMTE-VENAISSIN 203
3° Jean d’Astier (5 janvier1577).'
4° Frangois de Sobirats (18 mars 1579).
5° Louis de Gautier.
6° N. de Payen de la Garde, 25 février 1612.
7° N. de Blégiers, vers 1612.
8° N. de Rolery, vers 1685.
9° N. Mercier, de Sarrians, 1629.
10° Joseph des Armands, vers 1693.
11° Dominique de Blanqui, de Bonnieux, 1° octobre 1692.
12° Paul de Cadecombe, de Bonnieux, 1690.
13° Jean Baptiste de Centenier, vers 1550.
14° Barthélemy Crivelli, vers 1615.
15° Jean Francois de Faucher, capitaine de cavalerie au service de
Louis XIV, quatrièéme aieul de M. Paul de Faucher, le très érudit his-
torien comtadin, bref du 15 septembre 1688.
16° Charles d’Inguimbert, 25 mars 1618.
17° Joseph Martin, de l’Isle, vers 1690.
18° Antoine de Piellat, vers 1650.
19° Dominique Marie de Piellat, 10 avril 1739.
20° Pierre de Siffredy, vers 1640.
21° Frangois Tache, d’Avignon, vers 1667.
22° Pierre Frangois de Touduty, vers 1650.
23° Francois de Rocher, de Bollène, avant 1690.
24° Claude Gaillard, de Bollène.
25° Joseph Serre, 1720.
26° Jean-Baptiste Pelissier, vers 1730.
27° Claude Bernard Pélissier, en 1760.
28° Jean Pierre Ours de Saint-Ciergues, en 1750.
29° Raymond de Palys, d’Avignon, en 1612.
30° Barnabè Boyer de Cavaillon, 1766. *
Baronnies.
Les quatre anciennes baronnies qui tenaient le premier rang
La . .
dans les Etats des seigneurs feudataires du Saint-Siège dans le
_ comtat, jusqu’à leur réunion è la France, étalent:
! Voir livre des Vidimats, fasc. 398.
® Voir livre des Vidimats, fasc. 404.
® Voir sur les comtes palatins, leurs privilèges à la bibliothèque d’Avi-
gnon, Catalogue des manuscrits, t. I, p. 558, t. II, pages 692, 724, 743.
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204 LA NOBLESSE DAVIGNON ET DU COMTÈÉ-VÉNAISSIN
1° Sérignan, qui appartenait, au moment de la révolution, aux Pigna-
telli d’Egmont, originaires de Naples.
2° Baumes, qui appartenait en dernier lieu aux Fortia, en faveur de
qui la baronnie fut érigée en duché en 1775.
8° Le Thor, aux Gramont-Caderousse.
4° Et enfin Oppède, aux Forbin-Maynier.
Le Saint-Siège a conféré encore le titre de baron è:
5° Laurent de Serre, de Piolene, suivant le bref du 6 février 1779.
6° Gabriel de Niel, de Bollènc, le 6 février 1759.
7° Laurent Alphonse Antoine de Salamon, le 9 décembre 1776.
8° Enfin le Saint-Père érigea en baronnie le fief de Chabrières, près
Bollène, en faveur d’Alexandre Amant de Granet de Lacroix, en juin 1789.
Indépendamment des titres que nous venons d’énumérer et
qui avaient été régulièrement conférés par le Saint-Siège, aux
sujets de ses Htats de France, il y avait encore les titres con-
férés aux comtadins par les souverains étrangers et dont il serait
fort difficile d’établir une liste complète.
Enfin, il existait encore è Avignon et dans le comtat un grand
nombre de familles anciennes et distinguées portant des titres
qui leur avaient été donnés dans les brevets et les lettres des
souverains et que l’usage a fini par consacrer. L’ Annuaire de la
noblesse, de M. Borel d’Hauterive,! a donné une liste de familles
ayant porté ou portant encore ces titres de courtoisie et dont
la plupart remontent è une très honorable ancienneté.
Pour completer notre modeste travail, il nous reste è donner
la liste des familles qui ont obtenu de la munificence pontificale
des brefs de noblesse ou qui, du moins, ont fait enregistrer, soit
à la Chambre apostolique, soit à la Rectorie, des actes et pièces
etablissant leur noblesse.
(Continua) JuLES DE TERRIS.
1 Années 1860 p. 348 et 1861 p. 231.
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I°
LAS DINASTIAS INDIGENAS DE AMÉRICA
LOS INCAS DEL PERU.
Esa lengua de tierra que se extiende à lo largo de la costa
occidental de la América del Sur, entre los gigantescos Andes
y el Océano Pacifico y que se halla hoy dividida en las cuatro
Republicas de Perù, Bolivia, Ecuador y Chile, no constituia anti-
guamente sino un sòlo vastisimo imperio: él de los Incas. Su
capital era el Cuzco, situado en un valle rodeado de montafias
casi inaccesibles y en uno de los puntos màs elevados del Perù.
La tradicion' atribuye la fundacion de esta ciudad y de la
monarquia peruana 4 Manco Capac, jefe de los Incas 6 Quitchuas
(hijos del sol), que pretendian descender de la divinidad, pero
cuyo origen no es conocido (aîios de J. C. 1040).
El célebre historiador Inca Garcilaso de la Vega, en sus Co-
mentarios reales de los Incas, dice que Manco Capac, fué legislador
sabio, porque dicto las leyes que se observaron hasta la caida
del Imperio. Estas leyes eran consideradas por el pueblo como
expresiones de la volundad divina y de consiguiente el Empe-
‘rador tenia autoridad absoluta sobre sus subditos y gozaba de
su ciega obediencia.
El Perù era, indudablemente, el estado mas civilizado de la
América del Sud, no sélo por su organizacion social sino por sus
adelantos en la agricultura y en las artes. Los edificios puùblicos,
cuyas majestuosas ruinas aùn se admiran, estaban construidos
de una manera notable. El Palacio de los Incas, en Huanuco, y
el Templo del Sol, en el Cuzco, todavia excitan la admiracion
de los arquedlogos. |
Pero este estado de civilizaciòn no propasaba el limite de la
la barbarie antes que la luz del Catolicismo resplandeciese en
aquellas regiones hasta entonces separadas de la ley de Cristo.
206 LAS DINASTIAS INDIGENAS DE AMÉRICA
El Inca Garcilaso de la Vega, refiere que en el aîio de 1589,
los Cacea Coscos Anahuargues y Sahuarahura, descendientes de
los antiguos: Emperadores del Peri, mandaron pintar, sobre vara
y media de tafetàn blanco de la China, un àrbol genealogico de
la dinastia Imperial, pero es indudable que en 10 de Marzo de
dicho aîio, el Excmo sefior Conde de Alba, Virrey, Gobernador
y Capitan General del Perù, y mas tarde, el Excmo sefior Conde
de Vilar reconocieron la autenticidad de esta. ascendencia.
La dinastia de Manco Capac diò 16 emperadores al Perù, y
entre ellos descuellan los siguientes: Pachacutec Inca, IX empe-
rador que fué muy querido por las sabias instituciones con que
mejorò las condiciones de sus sùubditos. Casò con la princesa
Mama Anahuargue, Seîora de Apucancha, y tuvo.à Inca Ju-
panqui, X emperador, que diò principio 4 la fortaleza de Sacsa-
huaman y extendiò sus conquistas mas de quinientas leguas de
largo en el mediodia del Imperio, desde Atacama hasta el rio
Maulle; y por el norte, ciento cinquenta leguas desde Chincha
hasta Chimo. Su esposa se llamò Mama Chimpu Oclo, y tuvo,
entre otros hijos, al Emperador Tupac Inca Jupanqui y al va-
liente caudillo Quise Jupanqui.
Tupac Inca Jupanqui, XI Emperador, apellidado el grande,
continuò la obra de la fortaleza de Sacsahuaman y llevò à cabo
la conquista del Reino de Quito. Entre sus hijos notaremos a
Huayna Capac, que le sucediò en el Imperio, y à Apu Sahuaraura
Inca, de quien volveremos à ocuparnos. Huayna Capac tuvo tres
mujeres. La segunda, Mama Rahua Oclo, lo hizo padre de Huascar
Inca, Emperador; de Manco Inca, asimismo Emperador, y de
Huac-Tupac.
Huayua Capac quiso que sus hijos llevasen el apellido de Aylo
Tnmipampa, como recuerdo de una fiesta celebrada en los campos
de ese nombre. |
Celebre ha quedado el nombre de Atahualpa, hijo ilegitimo
de Huayna Capac. Los espafioles encontraron el Perù convulsio-
nado por violentas disensiones, porque Atahualpa, Rey de Quito,
habia hecho degollar à& su hermano el Emperador Huascar Inca
para usurpar su.corona (1530). |
Después de la muerte de Atalualpa, empezò esa larga serie
LAS DINASTIAS INDIGENAS DE AMÉRICA 207
de guerras que no debia terminar sino en 1541 con el asesinato
de Pizarro. Manco Inca, hermano de Huascar Inca, ciîìò por
muy poco tiempo la diadema imperial porque fué alevosamente
muerto por los conquistadores. Su hijo, Sayri Tupac, recibiò con
las aguas del bautismo el nombre de Diego y fué coronado en
Villcapampa. A instancias del Virrey don Andrés Hurtado de
Mendoza, pasò & Lima, donde le hicieron una grande recepciòn,
pero muriò & los pocos meses en el Cuzco, con sospechas de
envenenamiento, porque habia rehusado de renunciar la corona
imperial a favor del monarca ibérico. No dejò sino una sola hija,
dofîia Beatriz, que casò con don Martin de Loyola, Gobernador de
Chile y sobrino del glorioso San Ignacio.
Don Felipe Tupac Amaro, hermano de don Diego, fué el ùl-
timo emperador del Perù. El también se coronò en Villcapampa.
El Virrey, don Francisco de Toledo, lo llamò al Cuzco, pero el
principe destronado se negò à sus falsas promesas. El ejército
formidable capitaneado por don Martin de Loyola, sobrino poli-
tico del Emperador, lo redujo prisionero al Cuzco, donde el Virrey
firmò su sentencia de muerte y la de destierro para los demàs
miembros de la familia imperial en numero de 36.
Los dos hijos varones de Felipe Tupac Amaro sucumbieron
en el camino del destierro y solo la infanta doîia Beatriz llegò
4 Lima, donde fué acogida por el piadoso Arzobispo don Gerò-
nimo de Loaysa y falleciò poco después. Quedò asi extinguida
la linea de Manco Inca, pero no feneciò la de Huac Tupac, bau-
tizado con el nombre de don Cristobal Paulo, y al cual tocaba,
por derecho, la Corona Imperial. Su ultimo descendiente fué doîia
Maria Ramos Tito Atauchi, mujer de don Nicolàs Apu Sahuaravra.
Apu Sahuaraura Inca, hijo legitimo del Emperador Tupac
Inca Jupanqui, fué Jefe de los ejércitos de su padre y se sefialò
en la conquista de Quito.
Don Juan Sahuaraura, hijo del anterior, vivia en tiempos de
la conquista y adorò la Cruz. Fueren sus hijos don Diego Sahua-
raura y don José Ximénez de Sahuaraura, capitàn de patricios
Incas, que casò con dofia Maria Sisa, descendiente también de
la Dinastia Imperial. Don Nicolas Sahuaraura, hijo de don José,
fué Cacique Principal y Gobernador de los paises de Ayllos, Ca-
208 . LAS DINASTIAS INDIGENAS DE AMERICA
chona y Cocho, Comisario General de los 24 electores caciques
y gobernadores del Perù. Casò en primeras nupcias con dofia
Andrea Anahuargue, descendiente del Emperador Pachacutec
Inca, y en segundas, don doîia Maria Ramos Tito Atauchi, des-
cendiente del Principe Huac Tupac.
De la primera no tuvo hijos. De la segunda tuvo à don Pedro
Sahuaraura, Sargento Mayor de los nobles patricios Inca, Sefior
de Casa de Cadena, Cacique de Cocho y de Cachona, elector
cacique y Gobernador de Oropesa, casado con dofîia Sebastiana
Bustinsa, descendiente del Emperador Huayna Capac.
El doctor don Justo Apu Sahuaraura Inca, Sefior de Casa
de Cadena, Canònigo Dignidad de Tesorero de la Santa Iglesia
Catedral del Cuzco y autor de una obra curiosa, titulada: e-
cuerdos de la Monarquia Peruana, y que nos ha servido para com-
pilar esta noticia històrica, naciò 4 fines del siglo pasado y fué.
hijo del mencionado don Pedro. Ocupò sucesivamente los cargos
de Cura Parroco y de Vicario de Soraya, donde hizo edificar.
tres iglesias, contribuyendo con su propio peculio.
En 1814-15 sirviò a la patria, mereciendo que su nombre figure
entre los proceres de la Independencia Americana, y distinguién-
dose particularmente en la célebre jornada de Ayacucho. Cuando
la patria ya no necesitò de su brazo, don Justo Sahuaraura,
nombrado por el Libertador, Oficial de la Orden Nacional Pe-
ruana de la Legion de Honor, regresò al Cuzco y se dedicò exclu-
sivamente à obras de religion y de caridad, siendo nombrado
Tesorero del Cabildo Eclesiàstico y luego Arcediano de la Cate-
dral, en cuya dignidad falleciò en 1854.
El Emperador Carlos V concediò è la familia Sahuaraura la
nobleza hereditaria y el Seîiorio de Casa de Cadena, segun consta
por real cédula del 1° de Octubre de 1554, en la cual también
se hace menciòn del escudo de armas de esta familia, cuyos em-
blemas eran los siguientes: En campo de oro faja de plata, acom-
pafiada en jefe por un Aguila Imperial negra y dos serpientes
y dos perros vueltos hacia el àguila; en la parte inferior del
escudo, un castillo con banderas y estandarte de varios colores.
El escudo timbrado por un casco de acero vuelto hacia la de-
Pr)
recha, con plumajes de colores, etc.
LAS DINASTIAS INDIGENAS DE AMÉRICA 209
À este escudo se podria afladir la Corona Imperial de los
Incas. Esta se componia antiguamente de cuatro gruesas argollas
de oro, sobrepuestas unas & las otras y formando una especie
de gorro adornado con plumas de avestruz. Usaron luego una
simple diadema de oro que, después de la conquista, ostentaba en
su centro un castillo del mismo metal. El cetro ò baston de mando,
tenia la forma de una hacha, con adornos y geroglificos. La insi-
gnia de la Monarquia Peruana, consistla en una especie de estan-
darte de tafetàn verde con cinco luceros y un sol dorado en su
centro, por alusion al culto principal de sus subditos.
Los peruanos superaban también en esto a las demas tribus
de la América barbara, que no tenian ninguna idea de la Divi-
nidad ni del culto religioso. jCòmo necesitaban esos pueblos de
la civilizaciòn cristiana! j Cuantos beneficios no recibieron de ella!
LOS AZTEC DE MÉXICO.
“ Por los aîios de 1325, Acamapitzin, Principe Aztec de la di-
nastia Sacerdotal de Ilbuicatl, electo Rey de los Mexicanos, que
hasta entonces habian vivido en tribus independientes, regidas.
por Caciques, quiso fundar la capital de su nuevo Reino.
“En uno de los parajes màs pintorescos del valle de México,
vio un àguila real de colosales dimensiones, que sobre una rama
de nopal, estrechaba entre sus garras una culebra, y conside-
rando esta apariciòn como feliz presagio, determinò fundar en
ese paraje la nueva ciudad, llamada después Tenochtitlan. El Mo-
narca, adoptò de consiguiente, como insignia de su Imperio, el
àguila explayada, que los conquistadores encontraron esculpidas
en los monumentos mexicanos y que hoy figura en el escudo de
esa naciòn. ,
Asi lo refieren las Cronicas indigenas; Mendoza en sus Anti-
giedades de México; Prescott, Clavigero y otros autores que se ocu-
paron de arqueologia mexicana. Tuvo el México, como el Perù,
sus cronistas, pero las memorias que nos dejaron no son ante-
riores al Siglo xmi. Ilbuicatl, tronco de la dinastia Imperial y
abuelo de Acamapitzin, figura en un documento original, que se
encontrò entre los papeles del historiador Muîioz, y por el cual
Rivista del Collegio Araldico (aprile 1904). 14
910 LAS DINASTIAS INDIGENAS DE AMÉRICA
consta de una manera auténtica la ascendencia del Emperador
Montezuma IL.
La Monarquia Mexicana era absoluta y electiva en la familia
Imperial. A la muerte de un monarca, se elegia generalmente
su sucesor entre sus propios hermanos, ò entre sus sobrinos. Es
asi que vemos sucederse en el Trono de México los tres hijos
de Acamapitzin y luego Mocteuczuma I, hijo de Hustzelichuti,
segundo Emperador. Tezomoctli, cuartogénito de Acamapitzin, casò
con su propia sobrina Matlatzin, unica hija del Emperador /t2-
coatl, pero no reinò porque precediò à sus hermanos en la tumba.
La corona pasò a sus hijos Axajacatl, Tizoc y Ahuitzotl. Después
de la muerte de este ultimo, fué electo su sobrino Mocteuczuma II,*
. el desgraciado Principe que vivia cuando los espafioles conquis-
taron el México (1519).
Hernan Cortés y sus compafieros quedaron asombrados por
el lujo y el esplendor de la Corte Imperial, pero sobre todo por
el estado de civilizacion de aquellos indigenas.
En efecto, ningin pais de la América bàrbara ofrece mayor “A
interés é importancia que el Imperio Mexicano, por sus monu-
mentos, cuyas imponentes ruinas aun se admiran, por la inteligen-
cia de sus habitantes y por la maravillosa fertilidad de su suelo.
Los mexicanos reconocian la existencia de un solo Dios de
‘perfecta perfeccion,® pero admitian otras deidades inferiores. Es-
taban bastante adelantados en la escultura, en el dibujo y astro-
nomia.
Elindigena Ixtlbrochitl,* Prescott,* y Clavigero,® se ocuparon
detenidamente de sus instituciones religiosas, politicas y admi-
nistrativas.
Ellas demuestran con toda evidencia que, por mis elevado
que sea el grado de civilizacion de un pueblo, ne ‘propasa el
limite de la barbarie sin el benéfico influjo del cristianismo.
1 El nombre del Monarca Aztec se halla escrito de diferentes modos.
Los autores modernos lo llaman Montezuma 6 Motezuma.
? PrEScOTT, Historia de la conquista de México.
° Cronica Mexicana. Historia Chich.
* Obra citada. i
5 Storia antiîca del Messico.
th
A
PRE MOI, PRI NOE EDT
LAS DINASTIAS INDIGENAS DE AMÉRICA SISI
El Obispo Las Casas,! relatando el desgraciado fin del Empe-
rador Montezuma II, el mas noble, el mas generoso, el mejor
de los soberanos de México, muerto alevosamente por obra de
los conquistadores, nos ha trazado un cuadro desgarrador de las
crueldades de que fueron victimas los indigenas.
Cutttahuatzin, hermano de Montezuma, le sucediò en el Trono
y lo transmitiò poco después & su sobrino Cuauhtemotzin, ùltimo
Emperador de esa dinastia mexicana, que habia comenzado dos
siglos antes bajo felices auspicios, y terminaba presenciando el
triste espectaculo de un pueblo civilizado que, para someter un
pueblo barbaro, le superò en barbarie y en crueldad!
Tuvo el Emperador Montezuma de sus dos mujeres, los hijos
siguientes: |
lo Tlacahepan, llamado en la fuente regeneradora Pedro de
Montezuma. 2° Guatemotzin, que sucumbiò peleando contra los
espafîioles. 3° Azauhalpilli, cuya descendencia parece conservarse en
Lisboa. 4° y 5° Tezalco y Tecuiohpotzen, bautizadas con los nombres
. de Eleonor y de Isabel. Casò la primera con don Cristobal de
Valderrama, cuyos descendientes son los Sotelos de Montezuma;
la segunda casò sucesivamente con don Pedro Callejo y con don
Juan Cano de quienes provienen los Duques de Montezuma de
Tultengo.
Don Pedro de Montezuma fué padre de don Diego Luis que
casò con doîia Francisca de la Cueva y Bocanegra y tuvo 4 don
Pedro de Montezuma, Caballero de la Orden de Santiago, Viz-
conde de Iluca, Seîior de Tula y de Peza y primer Conde de
Montezuma.
Don Diego de Montezuma y Porras, segundo Conde de Mon-
tezuma, casò con doîa Luisa Jofré de Loaysa y Carrillo y no
tuvo sino una sola hija, doîa Maria Jerònima, que casò con don
José Sarmiento de Valladares, Duque de Arisco y Virrey de
México, cuyos herederos fueron los Marqueses de Tenebròn.
Don Diego de Montezuma, hermano del primier Conde, fué
Seîlor de Arriate y Caballero de Santiago. Su nieto, don Pedro
de Montezuma, Capitàn de los nobles montados de Arriate y
! Historia de las Indias.
212 LAS DINASTIAS INDIGENAS DE AMÉRICA
fundador de la Real Maestranza de Granada, se distinguio. en el
sitio de Ceuta (1695).
Su descendencia se extinguiò a fines del siglo pasado en don
José de Montezuma y Rojas, brigadier de los reales ejércitos y
uno de los héroes del Rosellon (1790), me manera, pues, que los
que llevan hoy el apellido Montezuma, descienden del Emperador
por linea de mujeres, si se exceptua la rama DUE: Portugal, cuya
legitimidad es dudosa.
Terminaremos estos apuntes con la descripcion de las armas
de la casa de Montezuma, sacada del testamento que otorgò don
Pedro, primer Conde de Montezuma, ante el escribano Benito de
Tapia, el 5 de Noviembre de 1630, y cuya cliusula es la si-
guiente :
“Item: mando al dicho Vizconde mi hijo y è sus sucesores en
“el titulo de Condes de Montezuma, que lleven por Armas dos
“ cuarteles; en el primero una àguila real sobre un tigre y una
“corona azul con lazos rojos, que son las armas que llevaba el
“Emperador Montezuma cuando los Espafioles conquistaron el
“ México y que son las mismas que se hallaron sobre las puertas
“de sus palacios y en las -banderas imperiales.
“En el otro cuartel, las Armas que el Emperador Carlos V_
“concediò al Principe don Pedro de Montezuma, mi abuelo, es
“ decir: un àguila negra con corona de oro y un casco con una
“ mano y el mote: Zn te domine confido. Sobre el pecho del Aguila
“se pondràn dos banderas rojas con una rosa en la primera y
“dos en la segunda, y las letras O. F. J. que significan Carlos,
“ Felipe y Juana, y como orla de estas armas el mote Ave Marta. ,,
La Corona Imperial Mexicana, tenia la forma de una Mitra
episcopal con geroglificos azules y cintas rojas.
Europa trajo è América la civilizaciòn cristiana.
Los indigenas sumergidos en la barbarie la reclamaban.
El estandarte del cristianismo flamea hoy de un polo al
otro polo.
Pero los indigenas son casi un mito.
Su raza fuerte y virgen ha desaparecido casi por COMBI
en la safia de la conquista.
F. pE CASTELLANOS.
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FAMILLE DISSARD-CAVARD
PUY-DE-DOME - AuveRENE (FRANCE)
(Continuazione vedi fasc. 1, 2 e 3)
Rien de touchant comme la vue qu’offre ainsi le monument
sacré dont le sein a été ouvert, et les mystères célés pendant
deux mille ans, sottement mis a nu.
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Tumulus Dissard après son ouverture (1903)
Le dòme sur l’épaisseur d’un métre forme un amas de pierres
| noircies, calcinées, de terres, de sables, le tout brùlé et formant une
| sorte de voùte de bitume imperméable; ce sont è première vue,
les matériaux que péle-méle les légionnaires jetèrent sur le bra-
sier pour l’étouffer alors qu'il était en pleine ardeur. N. 1 de la
. figure ci-dessus. |
Cette couche se révèle plus particulièrement dans la couche
n. 2. Là, les matériaux en contact plus direct avec les bois ré-
914 FAMILLE DISSARD-CAVARD
sineux et les cadavres en feu ont formé une couche spéciale très
distincte, les pierres et les terres sont brùlées, noircies, calci-
nées, cuites, la terre n’existe plus è l’état terreux. elle forme un
amas de grumeaux solidifiés, mélange horrible de graisses, de
chairs, de terre bràlés ensemble et formant ‘une sorte de pèùte
spéciale. Les morceaux de granit jetés là, sont tellement brùlés
qu'ils tombent en poussière au simple toucher, le gras de cadavre
les a imbibés profondément, ils sont noircis par un gras épais,
huileux au toucher et d’une vivacité de teinte de pierre brùlée
qu'on les croirait mis d’hier dans la fournaise.
Un résidu gras rend les pierres et les terres grumelées plus
imperméables à l'eau que la première couche, c'est la fumée
graisseuse des résines des arbres et des chairs humaines brùlées
dans l’immense bùcher qui a été plus dense que dans la couche
supérieure et qui révéle son action. i
N. 3. Une couche profonde, tenant toute l’immense surface
du tumulus de charbons ‘de ‘pins, de sapins, de chénes, de hétres
conservés admirablement malgré les deux mille ans écoulés et.
les radicelles de bruyère et d’herbe qui les ont compénétrés et
en un état de conservation si naturel que les trones d’arbres
carbonisés demeurent en leur forme tordus sous le poids des
matériaux qui ont étouffé le feu, on dirait les charbons d'un
brasier éteint il y a quelques années.
Cette surface de charbons a au moins une étendue de cing
cents méètres de superficie, presque tout le tumulus.
N. 4. Une couche grisàtre de cendres humaines, de gras
de cadavre saponifié (selon l’expression scientifique du docteur
Coste), on dirait de la cire blanche très vieille, devenue d’un gris
sale, l’analyse chimique le révèle avec des iodes, des carbures et
des acides sulphydriques; cette couche de résidu humain a coulé
sous le brasier a imbu le sol inférieur devenu brùlant, et lente-
ment è travers les siècles est remontée è la surface en une couche
irréguliére aussi étendue que celle des charbons, d’une épaisseur |.
d’à peine quatre à cinq centimétres, et parfois un seul centi-
métre et méème moins, elle est irréguliére, selon que l’amoncel-
lement des cadavres était plus ou moins grand. Elle est friable
FAMILLE DISSARD-CAVARD 915
au toucher et grasse comme du vieux suif de chandelle en pous-
siéere; mouillée et déposée sur les métaux, elle oxyde profondé-
ment l’or et l’argent et les autres métaux è l’égal de l’acide
carbonique et sulphydrique. Nous avons expérimenté nous méme.
Comme l’iode, elle brùle les mains au toucher et les corrode pro-
fondément comme de la potasse vive, et ceci, malgré les deux
mille ans écoulés, tant la voute tumulaire en résidu gras, rési-
neux et bitumeux, avait conservé, a l’abri de l’air et de l'eau,
son dépòt sacré. Enfin, sous la couche immédiate de charbons,
une couche uniforme, de l’épaisseur d’une feuille de papier soie
sans colle, de poussière d’or couvrant aussi l’immense étendue
du tombeau, ce qui prouve qu'elle a été semée volontairement
là avant que de recevoir les arbres et le corps du Pontife supréme
des Druides; elle se semait aussi sous les bîchers des rois su-
prémes celtes.
N. 5. Du croquis que nous donnons, une épaisse couche de
sol cuit comme brique, tant était intense la chaleur dégagée
par l’immense bicher funéraire; cette couche cuite comme brique
a l’incroyable épaisseur de 20 centimétres.
N. 6. Le terrain meuble emprunté sur les sols voisins pour
le tumulus, les congéries tumulaires, que les légions apportèrent
d’accord avec les malheureux Gaulois vaincus et soumis.
N. 7. Les débris Jetés péle-méle du tumulus ouvert et violé
par des mains impies, cupides et brutales, quoique par notre pa-
rent très proche; jJetés sans respect dans le premier fossé par
des terrassiers mercenaires.
Dans ces débris nous avons recueilli, ainsi que dans la tran-
chée, en compagnie d’un jeune professeur d’avenir, M. Eugène
Communal, professeur d’histoire au lycée de Thiers, fils du secre-
taire de la mairie et instituteur communal de Fayet, de M. Com-
munal notre ami dévoué, homme estimé et remarquable dans son
honorable et modeste fonction: 1° des fragments très conservés
de l’urne en crusolythe rose où furent enfermés et recueillis les
os carbonisés et non entièrement consumés du grand prétre
druide Dissard. Nons en avons recueilli d’énormes fragments
déposés è la mairie et propriété de la famille Communal; nous
216 FAMILLE DISSARD-CAVARD
en avons nous-méme emporté un fragment du fond, reproduit
par la gravure ci dessous: |
, Nous avons pieusement recueilli la poussière des os calcinés
du grand Druide avec les charbons de son bficher qui s'y trou-
valent mélés, ainsi que les débris de l’urne et des objets précieux
or et argent fusés par le feu et mélangés è ces
débris, et cela sur les lieux mémes, è l’endroit
précis où gisaient les morceaux de l’urne, et nous
7 avons pieusement mis le tout dans une riche
? urne de cristal de Baccarat, décorée sobrement
de filets d’or et de branches d’églantier en fleur.
Le tout recouvert d’un premier couvercle en étain
scellé de nos armes avec un parchemin relatant
les.falts et sur le tout, le scellant, un couvercle
en argent avec une inscription et nos armes.
Cette urne précieuse sera enfermée dans la riche
chasse qu’'au-dessous de la reproduction faite par
un peintre de grande école nous avons fait faire
du tumulus, nous placerons pour conserver les précieuses reliques
historiques trouvées dans ce tombeau. L’urne funéraire en cruso-
lythe rose dont nous donnons la gravure, se mettait au centre
du brasier après l’incinération du chef, lorsque l’on brilait les
| FAMILLE DISSARD-CAVARD PAT
autres morts tombés près de lui; l’urne en question était revètue
au dedans comme au dehors d'un enduit de terre rouge servant
aux poteries romaines. Elle a été calcinée par le feu comme
tout le reste et ses débris demeurent friables et
tombent en poussière au toucher un peu brutal.
Les mains des terrassiers ignorants et bru-
taux employés malheureusement aux fouilles, la
brisèérent en plusieurs fragments.
Voici reconstituée en son ensemble cette
urne dont par le rapprochement des mor-
ceaux il a été facile de reconstituer le tout.
Nous en donnons ci-contre l’exacte figure.
Dans ces débris et au milieu de la cendre
o de gras de cadavre ont été recuell-
lies par nous en majeure partie;
par M. Eugène Communal, puis
par diverses personnes qui nous les
ont remis les objet ci-contre. Par-
nous méme un fragment de brace-
let de fer. Ce bracelet que les Gau-
lois qui combattaient le torse nu,
mettaient sur le muscle saillant du
bras, pour le protéger contre .les
coups d’épée.
Ce fragment de bracelet
a été trouvé avec sa forme,
malgré les vingt siècles écoulés
et le feu, on y voit mélé è&
l’oxyde de fer, de la chair
brilée et de l’étoffe précieuse
qui a dù étre un lin trés fin.
Le fragment a cette forme
et cette grosseur.
(Continua) Chanoine Dissarp.
ARALDICA
LO STEMMA DI TORQUATO TASSO
Quando Torquato Tasso nel
1564 per la prima volta si recò
a Ferrara presentato dal conte
Fulvio Rangoni e sotto gli
auspici del cardinale Luigi
d'Este, regnava sulla città, su
Modena, Reggio e terre adia-
centi il duca Alfonso II d’ Este
in età allora di anni trenta e
d} 2
ATITIN
SSN
già vedovo di donna Lucrezia
de Medici che per pochi mesi
gli era stata compagna. In quel-
l’anno appunto si erano condotte a buon termine le trattative
per un nuovo imeneo tra il principe e donna Barbara d'Austria
figlia dell’imperatore Ferdinando; e il cardinale d’ Este aveva
favorito la venuta del Tasso a Ferrara, perchè in simili casi i
poeti erano di prammatica.
Il cardinale era il più giovane dei figli di Ercole II duca di
Ferrara e di Renata di Valois, e profuse le sue immense ric-
chezze in opere di beneficenza e nel favorire i letterati e gli
artisti, talchè meritò che il Ciacconio lo qualificasse pauperum
thesaurarius. In quell'epoca, Lucrezia d’ Este duchessa di Urbino,
e donna Eleonora d’Este sua sorella nubile, avevano, con altre
gentildonne ferraresi e ad esempio delle antiche corti di amore,
formato una specie di accademia alla quale concorrevano molti
letterati distinti. Il cardinale, loro fratello, le incoraggiava, ma
non così il duca Alfonso; e la duchessa Barbara, tutta dedita
ad opere di pietà e di beneficenza, indusse il marito a reprimere
tali adunanze, che, col pretesto di conferenze sull'amore, minac-
ciavano di nuocere ai buoni costumi.
Il duca, zelantissimo per la fede cattolica influiva sull’animo
dei letterati perchè s’inspirassero nelle cose della religione anzi-
LO STEMMA DI TORQUATO TASSO 219
chè applicare la mente a soggetti profani. Lo scandalo pro-
mosso dalla duchessa Renata aveva seminato il dubbio. Le adu-
nanze sull'amore allontamnavano gli animi dalle severe pratiche
religiose; al Tasso venne commesso il non facile compito di
distogliere le menti dalle tentazioni dell’errore, allettandole con
un poema destinato alla glorificazione di una epopea eminente-
mente cattolica. E il cardinale Luigi d’ Este, conoscitore degli
ingegni privilegiati, comprese il Tasso e lo giudicò degno di
trattare un così grandioso argomento. Il Rinaldo era un saggio
pieno di grandi promesse.
I gesuiti, recentemente introdotti in Ferrara dove avevano
estirpato l'eresia, esercitavano una non mediocre influenza, e il
duca sì mostrava desideroso di contestare loro la propria gratitudine
per i servigi che avevano prestato alla Religione ed allo Stato.
_ Essi dimostrarono al principe la necessità di ravvivare lo
spirito religioso affievolito, valendosi appunto di quelle compo-
sizioni poetiche che erano tanto in voga e che formavano la
delizia dei cortigiani. Non si cerchi altrove l'ispirazione del sog-
getto della Gerusalemme liberata!
Il poeta visse tranquillo ed onorato alla corte di Ferrara,
occupandosi del suo capolavoro fintanto che lo sforzo dello studio
non perturbò la sua mente privilegiata.
I recenti biografi del Tasso supplirono alla mancanza di nuovi
documenti con nuove ipotesi, le quali non recano luce alcuna sulla
vita del poeta sorrentino, però svisano molti fatti e soprattutto
il carattere dei personaggi di quell'epoca, allo scopo di formare
intorno al protagonista un atmosfera conforme all'idea precon-
cetta di negare quello che gli storici per tanto tempo credettero
ed affermarono.
I modernisti, per riuscire ad attirare intorno alle proprie opere
quell’aureola di celebrità che è l’appannaggio degl ingegni pri-
vilegiati, cercano di occupare la pubblica attenzione con stra-
nezze ed originalità, ma l’effimera rinomanza non vale a salvare
un nome dall'oblio ed i posteri non dissiperanno mai la densa
nebbia che lo ricopre. Questa tendenza purtroppo generale in
Italia, specie per chi coltiva gli studi storici e letterari si è mani-
festata su vasta scala per quanto riguarda il Tasso. Non sì pos-
sono infatti cangiare le condizioni del protagonista senza alte-
220 LO STEMMA DI TORQUATO TASSO
rare le circostanze in cui si svilupparono i principali avvenimenti
della sua vita. Ed è perciò che volendo ad ogni costo fare di
Torquato Tasso una vittima, s'idearono carnefici nei principi
d’ Este, nei loro cortigiani, nei letterati e poeti che fiorivano a
quella tanto celebrata corte Estense, che, pari alle più splendide
d’Italia, con la medicea divise il primato, superandola in gran-
dezza e munificenza.
Quella nera cella che oggi si mostra ai forestieri come la
prigione del Poeta, era ritenuta tale anche prima che il governo
napoleonico vi facesse apporre l'iscrizione che oggi vi si legge.
Essa è considerata monumento della tirannia degli Estensi, e a
sfatare la leggenda furono i primi i ferraresi stessi, perchè rite-
nevano obbrobrioso per Ferrara che uno dei quattro sommi poeti
italiani fosse stato rinchiuso in così orrido luogo. La marchesa
Ginevra Canonici Fachini, che per la prima ne pubblicò la descri-
zione, dimostrò come in tre secoli quel luogo abbia potuto assu-
mere il triste aspetto che presenta attualmente e come ai tempi
del Poeta le sue condizioni igieniche fossero assai migliori e così
nella costruzione non era dissimile dalle celle che occupavano
gli altri infermi. Se non abbiamo documenti certi che ci provino
che il Tasso fu ospitato in quel luogo, le semplici induzioni non
varranno a distruggere questa nè l’altra tradizione che lega il
nome di Torquato a quello di Eleonora d’ Este, che oggi per
spirito di novità si vorrebbe sostituito dal nome di Eleonora da
. Urbino. I documenti non ci rivelano in Eleonora se non una
affettuosa protettrice di un poeta sfortunato, ma non escludono
sentimenti più intimi e perciò preferiamo dar credito alla tradi-
zione che attribuisce all'amore per quella principessa le più su-
blimi ispirazioni del Poeta. E così, come nel ricordare Dante,
Ariosto e Petrarca ci appare la soave figura di Bice o di Cas-
sandra o di Laura, la gentile immagine di Eleonora si disegna
dolcemente dietro la gigantesca ombra del Tasso e la rende più
nobile e più pura.
Nelle lettere autografe del grande Poeta, senza tener conto
di quella pubblicata dall’Alberti, si vede un sigillo con un sem-
plice tasso passante; lo scudo timbrato da un elmo. Il Libanori!
! Ferrara d’oro, p. III
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LO STEMMA DI TORQUATO TASSO DO
non sappiamo perchè vi aggiunge il capo dell’ Impero, ma non
v'ha dubbio che questo capo fu concesso soltanto da Carlo V
a Giovan Battista dei Tassi da Bergamo, suo corriere maggiore,
padre di Don Giovanni cavaliere di San Giacomo, creato conte
da Filippo III il 12 ottobre 1605.'
Lo stesso re accordò a Don Antonio de Tassis il marchesato
di Paul nell’anno 1617. Lo spagnuolo Julio de Veiga nel 1645
pubblicò in Anversa un grosso volume in folio con la storia
genealogica della famiglia Tassi e particolarmente del ramo
spagnuolo ricordato da Lopez de Haro nel suo Nobiliario ? e dal
Rivarola nella sua Monarquia Espatiola* ed estinto nella Casa
de Guzman conti di Ofiate. Questo Don Antonio de Tassis, Correo
Mayor de S. M. C., nel 1592 si trovava a Roma, vi menava vita
splendida ed era in grande credito presso la Corte pontificia e
presso l'ambasciatore di Spagna duca di Feria. L’Amaiden,* che
innestò inesattamente questo ramo spagnuolo dei Tassi nella
famiglia omonima, che fino dal xvi secolo fioriva a Roma, dice
che Don Simone, figlio di Don Antonio, fu il primo marchese
di Paul, mentre questo titolo venne, come attesta il Berni, con-
cesso al di lui padre.
Un Antonio Tassi, milanese, godeva della cittadinanza romana
sino dal 19 agosto 1584, ma errano coloro che affermano essere
egli lo stesso D. Antonio spagnuolo e secondogenito del marchese
di Villamediana.? Un altro Antonio Tassi, e questi bergamasco,
veniva ascritto alla cittadinanza romana fino dal 1551. Un Pro-
spero Tassi nel 1581 era consigliere del rione di Ponte ed un
Simone Tassi maresciallo dello stesso rione nel 1623 andò amba-
sciatore del Senato Romano al duca di Parma. Anche questo
Simone parmi non abbia nulla di comune col Don Simone mar-
chese di Paul.
Lo stemma dei Tassi di Roma differiva essenzialmente da
quello dei Tassi di Bergamo, e se stiamo a Crollalanza che lo
riporta, era d’oro al toro passante di rosso; capo d'Angiò. Nel
1 BERNI, Creacion, etc., de los titulos de Castilla.
? Libro I, pag. 68.
° Parte I, pag. 244.
4 Famiglie nobili romane. Mss. Bibl. Casanatense, Roma.
> PRINZIVALLI, Torquato Tasso a Roma. Roma, 1895.
29 LO STEMMA DI TORQUATO TASSO
manoscritto vaticano, Stemmi di famiglie nobili romane, lo stemma
dei Tassi è d’azzurro al tasso d’argento sopra un terreno di
verde; capo dell'impero. Lo stemma dato dal Prinzivalli! è lungi
dall'essere esatto. Stando all’incisione consisterebbe in un par-
tito d’azzurro alla torre d’argento e spaccato d’argento all'aquila
bicipite di nero e d’azzurro al tasso passante d’argento; nella
descrizione poi viene modificato e si dice rossa la torre con il
campo azzurro seminato di gigli d’oro; d’oro il campo dell'aquila
e per cimiero un cornetto d'oro fra cinque penne di pavone.
E madornale errore l’attribuire questo stemma a Torquato Tasso,
?
perchè il quarto della torre che deve essere rossa in campo di
argento e accollata a due scettri gigliati di rosso, posti in croce
di Sant'Andrea, è lo stemma dei Torriani o della Torre poten-
tissimi conti di Valsassina già temuti rivali dei Visconti nella
signoria di Milano. Si vede unito a quello dei Tassi perchè i
Torriani furono eredi del ramo principale di questa famiglia e
ancora fioriscono in Germania col titolo di principe, con la di-
gnità di Gran Maestri ereditari delle poste e col nome di Thurn
und Taxis. Le penne di pavone e l'aquila sono concessioni im-
periali.
Lo stemma proprio dei Tassi di Bergamo raffigurava sem-
plicemente il tasso d’argento passante sopra un terreno di verde
col capo d’argento col cornetto d’oro. Così lo riporta Paolo
Bonetti, nobile bergamasco, in un manoscritto della biblioteca
di Bergamo con l'iscrizione: De antiquissima familiae Taxae nobi-
litate et de egregus Taxorum Bergomentium. Qui giova osservare
che il cornetto non figura nello stemma dei Tassi, perchè Amedeo
dei Tassi da Bergamo fosse il primo ad ordinare il servizio delle
poste in Germania e in Italia, ma bensì perchè i Tassi erano
signori di Cornello. Furono dunque i signori di Cornello a dare
l'emblema del cornetto alle poste e non queste a darlo ai Tassi.
Torquato poteva accollare il suo stemma alla croce dell’or-
dine di Santo Stefano al quale, come è notorio, venne ascritto
lo sfortunato cantore di Goffredo. \
FeRRUCCIO PASINI FRASSONI.
2 Op.ci
ORDINI CAVALLERESCHI
ORDINE DEL TEMPIO"
L'ordine del Tempio fu fondato nel 1118
a Gerusalemme da Hugues de Payens ? e da
3 altri cavalieri francesi: Geoffroy de Saint-
Omer, N. Roral, Godefroy Bisol, Pagan de Mont-
didier, Archambault de Saint-Agnan, André de
Montbard o Montbarry zio materno di San Ber-
nardo, N. Gondemar e Hugues de Champagne
principe della casa comitale di Champagne, il
quale fu più tardi fondatore dell'ordine dei
Cistercensi. Il re di Gerusalemme, Baldoino II,
lo riconobbe nel 1118 e gli permise di stabi-
lirsi nel tempio di N. S. Gesù Cristo, da cui
prese il nome. Il patriarca Onorio l’ammise sotto la sua giurisdi-
zione e gli dette uno statuto provvisorio nel 1119.
Lo scopo dell'ordine era di soccorrere, aiutare e difendere i
pellegrini. Hugues de Payens, elevato per il primo alla dignità
di gran maestro dell’ordine, volle dargli un ordinamento sancito
dal potere pontificio, e perciò andò in Francia a chiedere al con-
cilio di Troyes nel 1128 una bolla apostolica di fondazione la
quale gli fu accordata e che riportò in Palestina con la regola
approvata dal concilio e redatta da San Bernardo. Questo con-
' Questo articolo serve di risposta alla domanda n. 26 (Efeorge cada)
a cui fu data una ‘risposta troppo evasiva.
? Alcune famiglie nobili italiane del cognome Pagani hanno innestato
nei loro alberi genealogici questo Ugo, perchè nei documenti latini è detto
Paganus; apparteneva invece alla casa di Borgogna ed era signore di Craon
e d’Anjou. Credo inutile trattenermi sopra uSsie pretese spPonari ata volo
varie famiglie Pagani. DeL
924 ORDINI CAVALLERESCHI
cilio determinò anche l'uniforme di questa milizia e il papa
Eugenio III volle più tardi che il mantello bianco dei cavalieri
del tempio fosse caricato di una larga croce rossa.
L'ordine del Tempio, sempre sottomesso alla Chiesa romana,
diventò potente e ricco. Possedette più di 9000 commende in
Europa ed ebbe Zngue in tutti gli stati civili. Si segnalò sui
campi di battaglia di Egitto e di Siria prima e dopo le crociate.
La lunga serie dei suoi gran maestri non. è terminata, come
alcuni credono, con Giacomo de Molay il 18 marzo 1314. Troppo
noto è il processo dei Templari che provocò la loro sentenza ca-
pitale, l’abolizione dell'ordine e l’incorporazione di tutti i beni
a diversi altri ordini. Giacomo de Molay prima di morire trasmise
il gran magistero al commendatore di Gerusalemme, primate del-
l’ordine, Giovanni Marco de Larmény che riunì le sparse membra
dell’ordine e nel mistero perpetuò questa istituzione fino ai giorni
nostri.
È opinione che la sede principale dei Templari fosse nel se-
colo xvit a Parigi dove si riunivano nelle catacombe. Il suo scopo
sarebbe divenuto essenzialmente politico pur non tralasciando le
opere umanitarie. Divenne insomma, una setta segreta che alcuni
vollero confondere con l'ordine, massonico, forse perchè nella
framassoneria vi sono dignitari detti cavalieri del Tempio; ma
potremo rispondere che ve ne sono altri che si dicono cavalieri
di San Giovanni e che certamente non hanno nulla a vedere con
l'ordine sovrano di Malta.
I Templari, quantunque viventi nell'ombra, non furono mole-
stati in Francia, così troviamo fra i gran maestri dell'ordine nei
secoli successivi: il celebre Bertrando du Guesclin (1870), conte-
stabile di Francia; i conti Giovanni I (1373), Bernardo (1380) e
Giovanni II (1390) d’Armagnac; il cardinale Roberto di Lenon-
court, arcivescovo di Reims (1588); Enrico di Montmorency, con-
testabile di Francia (1595); Filippo duca d’Orleans, reggente di
Francia; Luigi Augusto di Borbone, duca di Maine, ecc. Nel 1792
era gran maestro il duca di Brissac, assassinato a Versailles sui
gradini del trono; nel periodo rivoluzionario Claudio de Che-
villon, già tesoriere di Francia, resse l'ordine; nel 1811 troviamo
gran maestro Fabré de Palaprat, ma la restaurazione perseguitò
aac, esi SIA a
ORDINI CAVALLERESCHI 225
questa istituzione quantunque più tardi il duca di Choiseul, pari
di Francia, ne divenisse reggente.
Dopo il 1830 l’abate Chàtel fu eletto primate delle Gallie.
Nel 1840 vennero eletti luogotenenti generali il conte Giulio di
Chabrillan; il conte Luigi Le Pelletier d’Aunay, già senatore
dell'impero; il conte de Lanjuinais, pari di Francia, e il conte
Saint-Ceyran, prefetto. i
I loro sforzi costanti furono quelli d’indurre un principe re-
gnante ad accettare il gran magistero e di ottenere dal papa la.
revoca dell’interdetto che li colpiva fino dal 1812. Anche coloro
che succedettero nella reggenza dell’ordine, fecero vane pratiche
a questo riguardo, così perduta la speranza di ottenere l’appro-
vazione pontificia rivolsero le loro mire ad un principe prote-
stante.
Già in Inghilterra questa istituzione aveva preso molto piede
ed esisteva un commendatore di Westminster, Balì di Cipro,
Legato in Inghilterra del Magistero del Tempio, il quale aggre-
gava cavalieri, assistito dai grandi precettori e luogotenenti in-
glesi, con documenti che, come tutto ciò che riguarda l'ordine,
incominciano con le lettere A. M. D. G. (ad majorem Dei gloriam),
quando nel 1873 venne eletto gran maestro il principe di Galles,
oggi Re Edoardo VII. Nell’atto di assumere il gran magistero
egli pronunciò queste parole: “Io sono pronto ad accettare il
“ governo dell’ordine in Inghilterra, in Irlanda ed in tutti gli stati
‘ dipendenti dalla corona brittannica. Farò tutto quello che può
“essere utile al suo benessere ed alla sua dignità; lo proteggerò
“e lo sosterrò per quanto mi sarà possibile; non riconoscerò al-
“cuna giurisdizione a lui superiore, uguale o inferiore; non per-
“ metterò che siano lese le sue prerogative e la sua autorità; man-
“ terrò la supremazia della regina; giudicherò ognuno ugualmente:
“ senza considerazione del suo rango. ,,
L’ordine esiste ancora in Inghilterra e se non ha una mis-
sione reale e non vi esercita una influenza politica o religiosa,
almeno si mantiene come reliquia storica, e vi appartengono:
altissimi personaggi.
In Francia si crede si conservi ancora misteriosamente e che
la sua influenza, quantunque occulta, non sia meno temibile.
Rivista del Collegio Araldico, (aprile 1904). 15.
226 ORDINI CAVALLERESCHI
Le insegne antiche di quest'ordine consistevano in una croce
patente di rosso. La decorazione, oggi ancora usata, consiste in
una croce a 8 punte smaltata di bianco, avente nel centro l’an-
tica croce dell'ordine di rosso. Ogni braccio della croce rossa è
sormontato da filetti triangolari d’oro, come si vede dall’inci-
sione riportata in principio di quest'articolo. Questa croce si usa
sospesa al collo con un nastro rosso bordato di bianco. Il collare
consiste in un grosso rosario d’oro. La placca dei gran croce è in
argento e senza corona. L’abito conventuale si compone di una
tunica e di un mantello bianco con la croce rossa; berretto bianco
con piuma rossa; spada di ferro con elsa in forma di croce; spe-
roni d’oro. Ogni cavaliere porta nell'indice della mano dritta un .
anello d’oro con la croce dell'ordine. Lo stemma dell’ordine è d’ar-
gento alla croce patente di rosso. Lo stendardo di guerra è palato
di nero e di bianco. La divisa è Non nobis Domine; non nobis da
gloriam, sed nomini tuo in misericordia tua et veritate tua. Il grido
di guerra è Aù bancéan! au bancéan! Grido mistico V. D. S. A.
UGo ORLANDINI.
att ie iraniani
- CURIOSITÀ GENEALOGICHE
LA PRETESA ORIGINE ITALIANA DI GIOVANNA D'ARCO
L'autore di una cronaca del xvi se-
colo ebbe la curiosa idea di attribuire
una origine italiana alla celebre eroina
d’Orleans. Fù il primo a scoprir questa
cronaca l'illustre e compianto com-
mendator G. B. di Crollalanza che la
ebbe da un marchese Rinaldi di Bo-
logna erede dei marchesi Ghisilieri, la
celebre famiglia di Onorio II e di San Pio V. Il manoscritto
anonimo in folio di pagine 326 porta il titolo: Vite di 226 uomini
insigni della famiglia Ghisilieri famosi in santità, în dottrina o în
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armi. In esso vien detto che un Ferrante dei Ghisilieri emigrò
da Bologna, sua patria, insieme alla moglie Bartolomea de Ludo-
visi e si ricoverò a Domremy dove nacquero Giovanna e i di
lei fratelli Giuseppe e Stefano. Dai moltissimi documenti pubbli-
cati in questi ultimi tempi risulta in una maniera incontestabile che
1 genitori di Giovanna furono Giacomo D’Arc o Darc e Isabella
Romée e che non ebbe fratelli Giuseppe e Stefano, ma bensi
Giovanni e Pietro, che perpetuarono il glorioso casato col titolo di
du Lys. Anche la famiglia Ghisilieri di Jesi conservava la tra-
dizione dell’origine italiana di Giovanna D'Arco, ed in un albero
genealogico comunicato al Crollalanza dal marchese Vincenzo
Ghisilieri Vallemani di Jesi, figura Gianna insigne guerriera in
Francia figlia di Ferrante. A spiegare il cambiamento di cognome
il cronista pretende che per le persecuzioni sofferte da Ferrante
nelle lotte politiche, emigrando in Francia, si facesse chiamare
Giacomo D'Arco da una terra che acquistò presso Domremy.
Sua moglie poi si dice fosse soprannominata Romea per il pelle-
TE TA e E UIL ARN Pa A RE SOT
4 a e ne
298 LA PRETESA ORIGINE ITALIANA DI GIOVANNA D'ARCO.
grinaggio fatto. Cose tutte che non reggono alla critica. Nella
cronaca citata vi sono due epitaffi in versi, uno dei quali scritto
in lingua francese da Claudina Brunaud.
La famiglia Ghisilieri infatuata di questa agnazione nel 1845
eresse nel proprio palazzo a Jesi una statua alla celebre pul-
zella con l'iscrizione: NE TANTAE MULIERIS DE SUA FAMILIA GHI-
SLERIA FAMA ET GLORIA DEESSENT STATUAM HANC POS. ANG. COMM.
HYER. ANNO MDCCCXLV. È
In conclusione abbiamo una cronaca d’ignoto autore fatta.
in epoca famosa per le alterazioni genealogiche; un’albero non
autentico, ma fatto a capriccio; due cattive poesie senza data
e. poco concludenti e una statua innalzata dalla vanità di una
famiglia, la quale poteva con ragione vantare glorie vere senza
attribuirsene di false. "
Questa pretesa origine italiana, non ha bisogno di confu-
tazione. Il Crollalanza per amor di patria la sostenne con molto
calore, ma certamente non è che un’ingegnosa invenzione di
un bello spirito del 1600, che non può esser presa sul serio.
L'Italia, custode gelosa delle proprie glorie, non pretende per
certo di carpire alla Francia una gloria che è tutta sua. —.
Lurei FILIPPI.
EX=LIBRIS
| EX-LIBRIS DEL CONTE IGNAZIO ZANARDI DI VIRGILIANA
Questo ex-libris rappresenta
lo stemma della famiglia Za-
nardi di Brescia; unramo della
quale allignò in Venezia. Il
conte Ignazio era figlio di Maf-
feo Zanardi che l’imperatore
Giuseppe I di Germania con
diploma del 29 agosto 1708
creò conte di Virgiliana. I Za-
nardi non erano di antica no-
biltà ma nel 1653 avendo An-
drea Zanardi del ramo Berga-
masco, vecchio e senza figli, of-
ferto 100,000 ducati al pub-
blico erario, venne ascritto al patriziato veneto. Un ramo di questa
famiglia, fiori a Bologna da dove passò a Ferrara ma non go-
dette nobiltà. |
Il conte Ignazio nacque nel 1695 a Vienna; educato in patria
fu Decurione e Conservatore di Sanità (1750) e morì nel 1763.
Lodovico Andreasi scrisse di lui: Ad una figura assai grave: ed
imponente unisce una grande erudizione dei migliori libri, di cui
ne ha una scelta ed elegante raccolta. L’ex-libris da lui scelto non fa
molto onore al suo buon gusto artistico perchè rozzamente inciso
in rame e non molto araldicamente esatto, quantunque preso
dallo stemma dipinto nel diploma imperiale. Nell’angolo infe-
riore destro dell’ex-libris è stampato la cifra 17; nel nostro esem-
plare è aggiunto a penna la cifra 51, perchè il proprietario aggiun-
geva la data ogni qualvolta veniva in possesso di un nuovo libro.
CamiLLo BRUNETTI.
Bella per com-
posizione e per fi-
nezza d’incisione
la carta da visita
del. xviti secolo
chequiriproducia-
mo e che ci ha fa-
vorito l’egregio si-.
n
gnorAntonio Ghe-
LUI DI
)
fieteetsee
Di bali
HI
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\
|
di st; Ln Mt i Witt VSSZ= E gr PLESSPEEZE a n 0, di B ass ano, di-
morante a Roma,
ben noto libraio antiquario, numismatico e bibliofilo. Apparteneva
al principe Ginnetti Lancellotti, di quella nobile famiglia napo-
litana proveniente da Rinaldo di Durazzo principe di Capua,
figlio naturale del re Ladislao. Era soprannominato Lancellotto
e diede il nome ai suoi discendenti. Nel 1442 un Federico si
stabili a Roma. Questa famiglia ebbe nel 1726 il principato di
Lauro e diede due cardinali: Orazio nel 1583 e Filippo nel 1798.
I Ginnetti sono antichi in Velletri ed ancora vi si conservano con
titolo principesco. Altro ramo dei Lancellotti si estinse nei Mas-
simo ed è rappreseritato dal principe D. Filippo Lancellotti, già
Massimo, figlio dei furono principe D. Camillo Massimo, principe
d’Arsoli, ecc., e della di lui seconda moglie Maria Giacinta nata
contessa della Porta Rodiani, dama dell'Ordine di Malta.
Lo stemma raffigurato nel vaso che si vede nella carta da
visita è appunto quello dei Lancellotti, cioè d’azzurro a cinque
stelle d’oro poste in croce, accompagnate in capo dal lambello
di quattro pendenti di rosso. i I
Di questa carta da visita esiste una variante con lievi diffe-
renze di incisione.
CamiLLo BRUNETTI.
LIBRO D’ORO PONTIFICIO
FAMIGLIA BELLI
La famiglia dei conti Belli ha per stipite
‘nella terra di Farnese nel ducato di Castro,
il capitano Piero, che fece parte nel 1649,
delle milizie guidate dal conte Davidde
Widman ! e dal marchese Girolamo Ga-
i brielli per la distruzione di Castro.? I di-
Forme ra È
DI
“i scendenti di Piero, per circa un secolo,
| dimorarono in Farnese e quivi ebbero vaste
possessioni e fecero costruire un grandioso
i palazzo isolato, e la piazza dove trovasi
$ questo edificio è ancora denominata piazza
tei Bolli. Il 17 aprile 1719 Pietro Giuseppe
| Belli fu ammesso alla nobiltà di Orvieto,* e così il 23 febbraio 1752
il capitano Gio. Antonio Belli fu ascritto a quella di Montefia-
scone.' Nel 1759 il capitano Giacomo Belli, di Gio. Antonio dal
| Senato Romano ebbe diploma di cittadinanza romana.’ Final-
i mente nel 1766, detto Gio. Giacomo, dal Pontefice Clemente XIII,
ebbe il titolo di conte per sè e per i suoi successori sul fondo
di Chiusa della Rota.® Il 19 ottobre 1777 il conte Gio. Giacomo
Belli avendo presentato al Consiglio dei 40 nobili della città di
Viterbo in forma originale il titolo di conte, il diploma di cit-
pg ati
1 Leggi: Vidman.
Riformanze, Vol. II, pag. 42, Archivio municipale di Farnese.
® Dalle Riformanze orvietane dell'anno 1719.
Riforme, Vol. XXXIX, pag. 173, Archivio municipale di Montefiascone.
5 Vol. XXXXVIII, pag. 177, Archivio storico comunale di Roma.
6 Libri delle riforme, Vol. CKXXXVIII, pag. 203 e 204, Archivio diplo-
matico di Viterbo.
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Pa Peo
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232 FAMIGLIA BELLI
tadinanza romana col grado di capo rione di Roma, di nobile
delle città di Orvieto e di Montefiascone, a pieni voti fu am-
messo alla nobiltà di Viterbo.' Il conte Gio. Giacomo coprì pub-
bliche cariche per luughi anni, e come conservatore della città
di Viterbo ricevette il 7 dicembre 1785, nel Palazzo comunale,
il re d'Inghilterra ed il 2 novembre 1804 il pontefice Pio VII.
In tale circostanza, a proprie spese il conte Belli fece dipin-
gere ed addobbare con ricche tappezzerie di damasco rosso la
sala detta del trono, che tuttora s'ammira nello storico Palazzo
del Comune
Giovanni, uno dei figli di Gio. Giacomo, fu segretario par-
ticolare di quel Werren Hastings, che fondò l’impero britan-
nico nelle Indie. Sua madre era una Vivar della famiglia spa-
gnuola, che si crede discendente dal Cid.
. «Il conte Giovanni fece una fortunata carriera nelle Indie,
dove sposò una sorella di signor Charles Cockerell. La più gio-
vane delle ‘sue ;figlie, Paolina, sposò sir Edmund Carrington. Di
questa e di due altre sue figlie furono delineate le sembianze
dal pennello del celebre pittore sir Thomas Lawrence; il ritratto
di lady, Carrington, nata Paolina Belli, è del 1300; l’anno che
andava sposa. Si ricorda che Lawrence teneva tanto a questo
ritratto che tardò molto a finirlo, perchè gli dispiaceva di la-
sciarlo portare via dal suo studio. Più tardi fu regalato dalla
famiglia Carrington al museo di Kensington.
Di recente la casa editrice Goupil a Londra ne ha pubblicata
una magnifica incisione a grandezza naturale.?
I conti Belli si stabilirono a Viterbo e vennero riconosciuti
nei loro titoli l’ 11 giugno 190L.
Conte OpoarDpo BELLI.
1 Riforme, Vol. CL, Archivio diplomatico di Viterbo.
? Vedi: IMustrazione italiana, n. 18, 4 maggio 1902, pag. 355 (scrittrice
contessa Evelina Martinengo).
ABEILLE
La famille Abeille est originaire de la ville de Génes. A la
suite de luttes qui eurent lieu dans cette ville au xIn° siècle,
entre la noblesse et le peuple, elle vint se fixer en France.
Comtes romains en 1852, elle compte parmi ses membres des
Juges, vigniers, consuls et un grand nombre d’officiers de la marine.
Le seul représentant actuel de cette famille si ancienne est
le comte Adolphe Abeille qui fut pendant vingt ans officier de
cavalerie. Il fit la campagne de 1870 comme porte-fanion du
prince Murat. Sa belle conduite è la charge de Gravelotte lui
valut d’étre décoré de la médaille militaire. Après la guerre, on
le retrouve officier d’ordonnance du maréchal de Mac-Mahon,
président de la République, puis des généraux Halna du Fretay,
Thornton et marquis d’Espenilles. En outre de la médaille mi-
litaire, M. Adolphe Abeille est chevalier de l’ordre de Léopold
(Belgique), du Lion et du Soleil (Perse), officier de l’ordre de
Hollande, de l’ordre du Danebrog (Danemark), etc. Armes : d’azur
à une ruche d’argent, accompagnée de trois abeilles d’or, deux
en chef et une en pointe. Couronne de comte. (voir la planche
en couleurs).
O. BRETON.
DELL'ANGELO
Ci siamo già parecchie volte occupati della famiglia bizan-
tina degli Angeli e particolarmente del ramo napoletano da cui
derivò quello di Craveggia. Lo stemma che riportiamo (vedi ta-
vola a colori) era già stampato, quando il Presidente del Col-
legio Araldico rimetteva al cav. Giambattista dell'Angelo il pre-
zioso autografo col quale l’11 aprile Sua Santità, motu propreo,
nel riconoscere l’antica nobiltà di questa famiglia che per tra-
dizione costante deriva dai Flavi Comneni si degnava ampliarle
lo stemma gentilizio con l'aggiunta della croce costantiniana in
cimiero uscente dalla corona di nobile antico e col motto In
hoc signo vinces. a
LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI
| (MILETO IN CALABRIA) 7
(Continuazione vedi numero precedente)
Il suddetto Francesco ebbe a figli Antonia e Filippo; e la
Chitti, dopo la morte di lui contrasse secondo matrimonio con
Antonio Sacco da Monteleone.
Da Ludovico e dalla moglie Francesca Cafaro nacquero Fran-
cesco Saverio; Emanuele, marito di Marianna Fabiani da Mon-
teleone; Saveria; Olimpia, che sposò Francesco Gagliardo barone
di Casalicchio da Cava dei Tirreni; Vincenzo, sacerdote; Anna
Rosa, e Giuseppe Antonio.
Francesco Saverio Taccone ebbe in moglie Diana Morrone
da Palmi, e generò Domenico e Cesare, sacerdoti; Claudia, spo-
sata a Gaetano Suriano da Palmi; Antonia, unita in matrimonio
con Concetto Satriani da Briatico; Filippo, Nicola, Carlo, Giu-
seppe; Concetta, moglie di Filippo Ignazio Melecrinis; Francesca,
moglie di Francesco Longo da Seminara; Ludovico, Alfonso e
Tommaso. E passato in seconde nozze con Isabella De Marco,
ebbe Grazia sposata a Francesco Carlizzi, Pasqualina moglie
‘ d’Isidoro Vinci, Vincenzo, Emanuele, Pietro, e Teresa sposata
a Francesco Protopapa e poscia a: Nicola Sigillò.
Filippo, uno dei primi figli di Francesco Saverio, fu scelto
erede universale dal prozio, Arcidiacono Nicola Taccone; e nel 1780
sposò in Mileto la patrizia Eleonora Lacquaniti, generando Ni-
cola; Nicolina, moglie di Domenico Migliorini da Palmi; Francesca,
moglie di Pasquale Prestia da Mileto; Girolamo, canonico di
quella cattedrale; Fortunata, moglie di Giov. Battista Ierace da
Polistena; Raffaela e Carmela, entrambe monache Cisterciensi del
nobile monastero di Montalto in Messina, dove Carmela fu ba-
dessa nel 1859! | FORA
1 Annali di Messina cit., tom. VI, pag. 293.
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LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI 235
Filippo suddetto vide la rovina dell’antica Mileto pel famoso
terremoto del febbraio 1783 e la distruzione del suo palazzo de-
scritto da Sarconi.! Col suo vecchio e benemerito prozio Arci-
diacono e la famiglia eresse un palazzo nella nuova Mileto; e
quivi per voto fece edificare la chiesa di Santa Maria della Cat-
tolica, con sepolcro gentilizio, ampliata ed abbellita in questi
ultimi anni dal nipote Filippo e dal pronipote Nicola. Ai primi
suoi figliuoli appose sempre il secondo nome di Fortunato, per
devozione verso l’inclito martire San Fortunato, il cui sacro
corpo era stato nel 1777 traslato dalle catacombe di Roma alla
cattedrale distrutta di Mileto. Nicola, canonico tesoriere, fratello
minore di Filippo morto il 23 maggio 1833, fu delegato dal-
l’insigne monsignor Enrico Minutolo dei principi di Canosa,
Vescovo di Mileto, a presiedere la erezione della nuova chiesa
cattedrale, che fu inaugurata in novembre 1823.*
La famiglia Taccone da Mileto ebbe il diritto di suffeudo sul
fondo Vena, presso Monteleone, concesso prima alla famiglia
Grassi da Palmi, e passato ai Taccone con altra investitura del
duca Pignatelli d'Aragona y de Mendoza, fino alla soppressione del
feudalismo sotto il governo di Giuseppe Napoleone Bonaparte,
nel 1807.
Nicola Taccone, figlio di Filippo, nato prima che fosse intra-
presa la fondazione della nuova Mileto, nel 1784, fu dottore nel-
l’uno e nell’altro diritto: ebbe affidati in epoca difficile, tra il 1810
ed il 1825, importanti uffici civili; e da sindaco di Mileto meritò
amicizia e plauso anche dal barone Niccolò Duvernois, coman-
dante territoriale della Calabria sotto Gioacchino Murat, come
si rileva dalle Mémoires postume di quel prode guerriero, edite
a Parigi. Morì il 6 ottobre 1828.
Da Elena Falletti da Grotteria (nipote di Giuseppe Falletti-
Lamberti, Senatore di Messina nel 1813), ebbe un Filippo, morto
bambino nel 1810; Eleonora, sposata a Giuseppe Meligrana da
Parghelia; e Nicolina, moglie di Antonio Fulci da Santa Lucia
1 Istoria dei fenomeni del tremuoto avvenuto nelle Calabrie e nel Valdemone
Napoli, 1784, pag. x.
? Monografia, cit., pag. 98.
® Monografia, cit., pag. 245.
236 LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI
del Mela e madre dell’avv. Niccolò Fulci, notissimo uomo di
Stato. Contraendo seconde nozze nel 1821 con Carolina Gallucci-
Protopapa,ha generato Filippo, Concetta morta in Tropea nel 1392,
ed Elena defunta in Mileto nel 1846, oltre Giulia premorta al
padre.
Filippo seniore, attuale rappresentante della Casa Taccone,
nato nel 1822, dottore nella R. Università di Napoli, sposò
nel 1846 Rosaria Cordopatri, di nobilissima famiglia di Monte-
leone, morta nel 1862. Gli fu concesso dal Sommo Pontefice
Pio IX, nel 1865, il titolo di Cameriere d’onore sopranumerario
di spada e cappa: esercitò con lode onorevoli cariche, e coltivò .
gli studi letterari e religiosi. È padre di Nicola, Pasquale, Do-
menico, Elena, Francesco Saverio, Carolina e Caterina. Il secondo
e quarto tra i figli maschi e la seconda tra le femmine son morti.
Questa meritò l'alto onore, nel 1875, di un elogio funebre del-
l’insigne oratore Gaetano Alimonda, poi Cardinale di S. R. C.
Nicola, nato il 13 ottobre 1847, chiarissimo letterato ed apo-
logista cattolico, ha pubblicato applauditi lavori; è in corrispon-
denza letteraria coi più. celebri scienziati cattolici d’ Europa:
ebbe nel 1870 11 titolo di cavaliere dell’ Ordine Piano e molti
Brevi di plauso ed incoraggiamento da Pio IX e da Leone XIII.
Dal suo matrimonio nel 1871 con Antonietta dei marchesi Aiossa
(nepote di Luigi Ajossa, già Ministro dei lavori pubblici sotto
il governo del Re Francesco II di Borbone) nacquero Filippo,
Domenico, Annunziata, Giovanni, Carolina, Adolfo ed Alfonso,
oltre Rosaria e due di nome Francesco già defunti. Filippo
luniore; ha sposato Angelina Califano-Marzano nel 1895 e ne
son nati Nicola, Francesco e Domenico. La sua sorella Annun-
ziata è moglie dell'avv. Pasquale Arena-Galati.
Domenico, figlio di Filippo seniore, nato il 26 aprile 1852,
da Canonico penitenziere della cattedrale di Mileto e dottore in
sacra teologia, fu promosso nel concistoro del 1° giugno 1888
dal Sommo Pontefice Leone XIII a Vescovo titolare di Amata,
e per coadiutoria con successione è Vescovo di Nicotera e Tropea
dal 14 dicembre 1889, Prelato domestico di Sua Santità, Assi-
stente al Soglio Pontificio, e scrittore di alcune opere di storia
ecclesiastica e calabra. È
LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI 237
Da Carlo Taccone, figlio di Francesco Saverio e Claudia Ma-
cedonio e marito di Lucrezia Falduti, nacque Gaetano sposato
a Nicolina Falduti e padre di Carlo sacerdote, Pasquale, Angelo,
Lucrezia, Antonia, Raimondo ed Antonio. Pasquale, fratello di
Francesca, moglie di Giuseppe Falduti, da Canonico arciprete di
Mileto fu promosso meritamente Vescovo di Bova nel 1849; e
nell’anno seguente traslato a Teramo, quivi moriva a cinquan-
t'anni il 20 ottobre 1856.' Era Presidente d’onore dell’ Istituto
di Affrica in Parigi, per diploma del Duca di Valentinois Pre-
sidente effettivo, in gennaio 1851; ed intorno alla rigenerazione
degli Affricani e l’abolizione della schiavitù scrisse un grave di-
scorso, che profferi nella società economica dell’Abbruzzo Ulte-
riore primo (Teramo 1853). Il suo nipote Pasquale, contraendo
matrimonio nel 1357 con Teresina Morelli da Monteleone, generò
Antonia, sposata a Giovanni Braghò e morta in Tropea, e Raf-
faela, moglie di Felice Toraldo della stessa città. Lucrezia sposò
Federico Sarlo; Raimondo, dalla moglie Prudenzina Marzano,
anche da Monteleone, ebbe Gaetano, Carlo, Francesco, Pasquale,
Nicola, Nicoletta, Lucrezia e Maria Anna; ed Antonio, fratello
si è sposato a Romilda Rigolino da Trieste.
Il ramo di Vincenzo Taccone, marito di Vittoria Bruzzese,
si estingue in Nicola, promosso Canonico penitenziere della cat-
tedrale di Mileto nel 1903 e tratello di Francesco, sacerdote; di
Grazia sposata a Francesco De Marco; e di Pasqualina, moglie
di Francesco De Angelis.
Da Emanuele, sposato a Maria Angela Carlizzi, nacquero
Francesco Saverio marito di Teresa Falduti, nonchè Isabella,
Francesca, Luisa e Concetta; e da Francesco un altro Emanuele
marito di Angiolina Lacquaniti, e Ricciotti.
Per l'origine e gli onorevoli e nobili parentadi, che sempre
contrasse la famiglia Taccone di Mileto, essa è designata fra le
più illustri della Calabria. Il suo stemma è d’azzurro alla fascia
d’oro, accompagnata da cinque stelle, tre in capo e due in punta.
(Continua) I9PM EA
1 Savini, Il Duomo di Teramo, storia e descrizione, Teramo, 1900, pag. 41,
47 e 87.
CENNI GENEALOGICI
FAMILLE PERRIN DE BELLUNE
ARrMOIRIES: Parti: au premier d'azur au dex-
trochère armé d'argent, le brassard cloué d'or, tenant
une épée d’argent garnie d'or et mouvant du flane
dextre; au deuxième d’or au lion de sable à la face
de gueules brochant sur le lion: au chef de gueules
vise: VICTORIA VICTOR.
CLAUDE cu NICOLAS CHAR-
LES PERRIN,' fermier des Domaines
. du Roi en la ville de Lamarche, huissier
royal au Bailliage du Bassigny, séant è
La Marche (Vosges), (fils de Charles Perrin” et de Gabrielle Guérim),
né à Lamarche (Vosges) le 18 avril 1720, marié le 12 janvier 1756
à Marie Anne Floriot (fille de Jean Floriot et de Francoise Michel),
née è Lamarche (Vosges) le 19 juin 1736. Dont:
X 1. CHARLES FRANCOIS PERRIN, né è Lamarche le 29 dé-
cembre 1760. Directeur des Contributions Indirectes è Moulins,
à Montauban, et à Bourges, décedé à Lamarche le 14 aoùìt 1881.
Il épousa le 21 septembre 1784 Frangoise Charpentier, fille de.
Joseph Charpentier et de Marie L' Espérance. Dont: Ù
#1. VICTOIRE, mariée à M. Didier, ancien dircarei des
1 Il eùt les frères et sceurs suivants: Claude né le 6 Juin 1722; Anne.
neé le 15 septembre 1724; Francoise née en 1730, veuve de Malingre, décédèe
en 1805; Nicolas né le 31 Juillet 1727; Antoine né le 81 Juillet 1727; Antoine
nè le 1°" avril 1734, décédé le 13 du méme mois et année; Marguerite, née
en 1737, veuve de Jean Sermart, décédée le 28 septembre 1811.
? Charles Perrin (fils de Pierre Perrin et de Anne Louvier) décédé en 1784,
èpousa le 24 janvier 1719 Gabrielle Guérin, décédée le 3 Janvier 1776. .
semé d'étoiles d’argent; ‘ supports deux griffons. De-
Sei k ie: > unita |” N A
FERRANTE ABEILLE
D. STANISLAO CONTE ADOLFO
PARIS
MARCHESE DI RUFFANO
NAPOLI
CENCELLI NASI
CONTE ALBERTO 6: ; DI COSSOMBRATO
dira MUSCO GASAMARTE-TRECCIA SALATI _ Ponte Antonio
; TORINO
BARONE DOMENICO DEI BARONI DI CAMPOTINO RACHELE
ERESSANICA NOB.COMM. ANTONIO
LORETO APRUTINO
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DON DE CEPIAN
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PATRIZIO VENETO CRAVEGGIA MARCHESE D. FEDERICO
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FAMILLE PERRIN DE BELLUNE 239
Contributions indirectes è Lyon, chevalier de la Légion
d’Honneur, mort octogénaire è Grenoble, vers 1860. Dont:
*#*1. Sophie Didier, mariée è Florent Sestier, ins-
pecteur des Contributions indirectes, et décédée le 2 avril
1900, è l’àge de 89 ans è Montélimar (Dròme). Dont:
#**1. Une fille, qui épousa M. Olibo, ancien directeur
des Contributions Indirectes, chevalier de la Légion
d'Honneur. Agé de 76 ans il habite Toulouse.
###2. Léon Sestier, ancien administrateur des Con-
tributions Indirectes, décédé è l’àge de 55 ans è Dijon,
dans les fonctions de trésorier payeur général, officier
de la Légion d’Honneur. Il épousa Mlle Gueymard, qui
habite actuellement a Paris avec sa mère (Rue de Rennes,
n. 92). Dont:
#*#£1, MARTHE, qui épousa le 19 novembre 1901
M. Louis Martin, directeur au Ministère des Finances.
pia E IRI z00 10/2) "I
##92. Une fille, \qui épousa M. Lachau inspecteur des
Contributions Indirectes. Dont:
##**Un fils, mort en 1884 à l’àge de 21 ans.
. #*8. Hippolyte Didier, docteur en droit, propriétaire,
décéde. Il se maria. Sa veuve habite actuellement l’Isère.
De ce mariage naquirent:
##*1. Un fils.
#*#92. Une fille.
***5. Une fille.
#2. SOPHIE qui épousa, en secondes noces, le marquùis
de Faudoas, qui a.été directeur des Contributions Indirectes
à Moulins, puis è Cahors. Dont:
**1. Henri de Faudoas, ancien militaire, mort céli-
bataire a Moulins vers 1875.
##9., Eugène de Faudoas, né en 1826, ancien di-
recteur des Contributions Indirectes è Chàteauroux, che-
‘ valier de la Légion d’Honneur, retraité en 1893, décédé
en 1894. S'est marié è Moulins è Mlle de Champfeux
(morte bien avant son mari). Dont:
##*1. Une fille, décédée célibataire.
400 FAMILLE PERRIN DE BELLUNE
###2. Une fille, qui épousa M. Daudier, lieutenant
d’infanterie. :
*#*#3. Une fille, qui épousa M. Mortureux. Dont: I
###1. Léon Mortureux, ancien magistrat, habite Dijon.
##£2. Un fils, marié. Capitaine d’artillerie à Poitiers. |
*3.CHARLES LOUIS PERRIN, né à Lamarche en 1798,
décédé le 7 mars 1850 à Grenoble, chef d’escadron de gen-
darmerie, chevalier de la Légion d’Honneur. Marié le 21 jan-
vier 1828 è Henrichemont (Cher), alors qu'il était lieutenant,
de gendarmerie è Sancerre (méme département). Sa veuve,
née Marie Suzanne Angéèle Barrierre, est décédée le 22 mars
1877 à l’àge de 71 ans. Dont:
#*#1. Charles Victor Perrin, né le 23 octobre 1828;
élève de l’École de St-Cyr (1847-49), lieutenant au 10° ré-
giment de ligne, tué devant Sebastopol è l’assaut de la tour
Malakoff, le 8 septembre 1855. Quelques semaines aupa-
ravant il avait été décoré de la Légion d’Honneur pour
fait d’armes accompli dans un combat de nuit. Il était.
célibataire. iù È
**2. Marie Frédéric Adolphe Perrin, né le 16 juil-
let 1831 è Henrichemont (Cher), marié è Vence (Alpes-
Maritimes) le 10 novembre 1868. Ancien directeur des
Contributions Indirectes è La Rochelle. Retraité en 1898,
chevalier de la Légion d’Honneur. Domicilié è la Rochelle,
rue de la Pepinière, 16. Dont:
###1. Marie Louise Angéèle, née en 1870, mariée le
30 aoùt 1897 è M. Fernand Bouscasse, directeur du
Crédit Foncier et Agricole d’Algérie è Constantine.
Dont:
###*1. MaurIce né à Alger le 8 juillet 1898;
####9, CamiLLe né à Bòne le 22 octobre 1900;
###£3, SuzanNE née à Constantine le décenbre 1901.
###2. Marie Jeanne Adèle, née en 1871, mariée le
9 avril 1894 à M. Lucien David, sous-préfet è Oloron
###£LucIENNE, née en 1896.
**3. Camille Perrin, né en 1842 è Poitiers, mort è
l’èàge de 20 mois.
FAMILLE PERRIN DE BELLUNE 941}
*4. UNE FILLE, qui épousa M. Tierce, ancien directeur
des Contributions Indirectes è Beauvais, chevalier de la Lé-
gion d’Honneur, décédé è Dijon en 1865, à l’àge de 80 ans.
Veuf depuis 1888. Dont:
**1. Marie Tierce, née en 1836, décédée le 4 mai 1897,
mariée è M. Albert Rodier, directeur de l’Enregistrement,
retraité è Dijon, domicilié è Morey, près de Dijon. Dont:
##*1. Etienne Rodier, à Nuits (Còte d’Or). Il s'est
marié et edt:
##8*1. CAMILLE.
#*#*02, ALBERT.
*#€92. Angèle, qui a épousé en octobre 1882 M. Ca-
mille Lepage, ancien avoué à Dijon, où ils habitent.
Sans enfants.
\**2. Angéle, née en 1838, morte en 1898, supérieure
des Sceurs de l’Ordre de Saint-Vincent-de-Paul à Cas-
tres (Tarn).
*b5. MARIANNE née le 12 avril 1785, décédée le 21 Juin
1307, veuve de Baptiste Pierre.
*6. PIERRE CHARLES né le 8 septembre 1789 décédé
le 2 février 1790.
#7 NICOLAS mort enfant en 1795.
* 2. CLAUDE VICTOR PERRIN, dit VICTOR, né è Lamarche
(Vosges) le 7 décembre 1764; soldat au Régiment de Grenoble
Artillerie, 16 octobre 1781. Volontaire au 3"° Bataillon de la
Dròme, 12 octobre 1791; chef de bataillon, 15 septembre 1792.
Chef de brigade, 2 octobre 1793; général de brigade, 20 dé-
cembre 1793; général de division le 10 mars 1797; Gouverneur
des Provinces Bataves, 25 juillet 1800; Ministre en Danemark,
19 février 1805; Grand-Aigle de la Légion d’Honneur, 6 mars
1805; Maréchal de l’Empire le 13 juillet 1807; Duc de Bel-
lune; 1808; Major Geénéral de la Garde Royale, 8 septembre
1815; Pair de France, 1815; Grand Croix de Saint-Louis, 1820;
Chevalier de l’Ordre du Saint-Esprit, 1820; Ministre de la
Guerre, 14 décembre 1821; mort è Paris le 1° mars 1841.
Marié en premières noces è Valence (Dròme) le 16 mai 1791
Rivista del Collegio Araldico, (aprile 1904). 16
949 FAMILLE PERRIN DE BELLUNE
à Jeanne Marie Joséphine Muguet (fille de Pierre Appolinaire
Muguet, secrétaire greffier de la Municipalité de Valence, et de
Louise Antoinette Lafond), née en 1772à Valence (Dròme),
décédée à Paris le 30 avril 1826, et en secondes noces, è La Haye,
le 26 juin 1803, avec Wilhelmine Julie Von Avesaet, décédée
à Paris le 5 décembre 1831. sen
Du premier mariage naquirent:
*1. VICTOR FRANCOIS PERRIN, DUC DE BEL-
LUNE, né à Milan le 24 octobre 1796, capitaine dans la
Garde Royale en 1820, attaché militaire è l’Ambassade de
France en Portugal en 1823-1830, sénateur de l’ Empire
Francais, mort è Paris le 2 décembre 1853; marié è Lis-
bonne le 18 février 1827 è Dona Maria da Penha de Lemod
e Lacerda (fille de Antoine de Lemos Pereira de Lacerda
Delgado, premier Vicomte de Juromenha et de Dona Maria
da Luz Whilloughby da Silveira), née è Lisbonne le 14 oc-
tobre 1804, décédée à Tours le 24 aoùt 1879. Dont:
**1. Victor Francois Marie Perrin, Duc de Bel-
lune, né è Lisbonne le 5 mai 1828, secrétaire de la Lé-
gation de France è Lisbonne, chargé d’affaires è lAm-
bassade de France è Rome en 1862. Epousa le 4 novem-
bre 1863, è St-Germain-en-Laye, Louise Marie Jenny de
Cossart d’Espiés,! née è Paris le 23 juin 1888. Dont:
##€1. Jeanne Edmunde Marie Victorine Perrin de Bel-
lune, née è St-Germain-en-Laye le 20 octobre 1864, Vi-
1 La famille de Cossart d’Espiès, originaire du pays de Liège, est venue
en France en l’an 1192 pour prendre part à la troisième Croisade en la per-
sonne de Nicolas de Cossart (sous Philippe-Auguste). — Elle a fourni plu-
sieurs maréchaux de camp et lieutenants généraux sous Louis XIII, Henri IV,
Louis XIV et Louis XV. -- Charles de Cossart, en 1645, fut nommé Marquis
d’Espiès. Lieutenant général, il fut nommé au Commandement général de
l’armée avec le Prince de Condé. Il fut tué au siège de Valenciennes è
81 ans. Le Prince de Condé, par ordre du Roi, envoya son coeur, par un
trompette, à sa veuve la marquise d’Espiès au chàteau d’Omécourt. (Il est
inscrit sur les tables de marbre à Versailles parmi les guerriers célèbres).
— La ligne directe non interrompue de la famille de Cossart d’Espiès date
depuis 1192, son arrivée en France, sans compter les papiers précédents au
pays de Liège. ° i 3
FAMILLE PERRIN DE BELLUNE 2943
comtesse de Juromenha par collation de S. M. le Roi de
Portugal en date du 12 avril 1888.
###2. Berthe Marie Antonide Julie Perrin de Bellune,
née è Tours le 15 décembre 1867, épousa è Paris, à l’Église
Saint-Pierre-de-Chaillot, le 11 mai 1891, Désiré Marie
Fernand Werry de Hults, comte romain, né è Hinges (Pas
de Calais) le 6 juin 1854. Dont:
| *#*£1. Vicror Gustave Marie FerNAND WERRY DE
HuLrs, né è Paris le 5 février 1892.
#**£2. RoBerTt AnTOINE JEAN MarIE JosePH WERRY
DE HuLrs, né a Paris le 14 juin 1893.
###*3. Opette MarIiE GrorcETTE JEANNE WERRY
DE Hutrs, née à Paris le 18 avril 1895, morte è Hinges
le 14 décembre de la méme année.
###*4, ELIiaNE JEANNE HENRIETTE MARIE WERRY DE
HuLrs, née à Paris le 15 mai 1897.
###*5., Simone BertHE MarIE VicrorinE WERRY DE
HuLrs, née è Paris le 25 février 1901.
#*92. Marie Louise Joséphine Perrin de Bellune,
née à Lisbonne le 30 avril 1829, décédée en la méme ville
le 24 mars 1833.
**3. Antoine Perrin de Bellune, né à Lisbonne le
13 décembre 1830, decedé è Versailles le 7 mai 1857.
#£4. Victorine Marie Perrin de Bellune, née à Lis-
‘ bonne le 11 avril 1882, mariée è Versailles le 22 juin 1859
à Gedéon René Cesar Anot de Maizière, commandant
d’Etat Major, décédé è Paris le 28 novembre 1891. Dont:
#**Gaston Anot de Maizière, né è Versailles le 10 juil-
let 1862, marié è Londres avec Mlle Caroline de Saint
Hilaire dont plusieurs enfants.
*#*5. Henriette Fernande Perrin de Bellune, née
à Cintra (RICER) le 26 juin 1833. Demeurant Place St-
Grégoire, n. 1%, à Tours.
**6. Eugène Perrin de Bellune, né i Panele 19 fé-
vrier 1835, décédé au camp de Saigon (Cochinchine) le
2 mai 1861, après l’assaut de la ville.
#*7. Louise Perrin de Bellune, née à Paris le 2 dé-
cembre 1836, décédée è Versailles le 21 septembre 1856.
244
FAMILLE PERRIN DE BELLUNE
*#*8. Jules Auguste Marie Perrin de Bellune, Mar-
quis de Bellune, chanoine de l’Eglise métropolitaine de
Tours, né à Paris le 8 octobre 1838. Demeurant Place
St-Grégoire, n. 1°, a Tours.
*#*9. Marie Théréèse Perrin de Bellune, née è Paris
le 19 mars 1840, décédée le 20 septembre 1902 è Dinard.
**#10. Gabrielle Perrin de Bellune, née à Versailles
le 7 février 1844, décédée a Bruxelles en février 1852.
#2. LOUISE PIERRETTE VICTORINE PERRIN DE
BELLUNE, née en 1798, mariée le 7 mai 1811 au général
Huguet de Chataux, mort è Paris le 8 mai 1814, des suites
de ses blessures recues au pont de Montereau, décédée è
St-Germain-en-Laye le 22 janvier 1822. Dont:
**1. Louis Huguet, Baron de Chataux, né è Paris
le 23 mars 1812, marié le 11 aoùt 1842 à Paris è Made-
moiselle Emilie Peignier, décédé è Paris le 8 aofit 1895.
Dont:
###1, Ernest Huguet de Chataux, né è Paris, marié.
Dont:
###€ ANDRE DE CHATAUX.
##€2. Gabrielle Huguet de Chataux, née è Paris en 18483,
décédée è Paris le 2 février 1894.
#*2. Gustave Huguet de Chataux, né en 1813, mort
à Larrey (Còte d’Or) le 26 septembre 1873, marié a Mlle
Eugénie Madrolle, décédée è Paris le 17 avril 1882. Dont:
###1, Arthur Huguet de Chataux, né è Paris le 20 sep-
tembre 1840, marié à Amiens le 4 aoîìt 1873 à Made-
moiselle Marie Desjardins. Dont:
###£1, MarIE THERÈSE, née à Arras le 12 octo-
bre 1874.
###*9. PrprRE, né è Arras le 14 octobre 1876.
###*3. JEANNE, née à Arras le 28 janvier 1879.
###92. Ambroise Huguet de Chataux, né à Dinan le
18 décembre 1847, marié è Angers le 15 mai 1877 è
Mlle Marguerite Andrée Joséphine Appert née è Angers
le 2 aoùt 1857. Dont:
FAMILLE PERRIN DE BELLUNE 245
##**1. MARIE ANTOINETTE EUGENIE, née à Angers le
50 mai 1878.
#*##92. Suzanne Viororine MARIE, née è Angers le
3 aoùt 1879, morte le 17 novembre 1881.
###*3., Eugénie Marie SuzanNE ALice, née è Di-
nard le 19 aoùt 1882, morte è Paris le 8 février 1896. |
##**4., Marc Vioror, né è Angers le 6 mai 1887,
mort le 10 mai 1888.
* Du second mariage de CLAUDE VICTOR PERRIN, dit
VICTOR, DUC DE BELLUNE avec Wilhelmine Julie Von Ave-
saet, naquirent:
*1. CHARLES VICTOR PERRIN DE BELLUNE, né
à Bruxelles le 14 avril 1804, mort è l’Ile Bourbon le 15 mars
1827, sans postéritée.
#9, STEPHANIE JOSEPHINE PERRIN DE BELLUNE,
née è Copenhague le 31 mars 1806, décédée à Paris le
17 décembre 1832, mariée le 4 mars 1828 au Vicomte Hector
d’Onsenbray, mort le 238 octobre 1867. Dont:
**1. Paul d’Onsenbray, né à Paris le 29 décembre
1829, marié è Paris en mars 1856 à Madame veuve d’Et-
chegoyen, née Avenant, décédé au Plessis Bouret (Maine
et Loire) le 1°" janvier 1891. Dont:
##£1, Antoinette d’Onsenbray, née à Angers en no-
vembre 1862, mariée à Paris le 6 février 1882, au comte
de Saint Gilles. Dont:
##**1. ALLIRTTE DE Saint GiLLes, née à Frétay
(Ille et. Vilaine) le 16 décembre 1882.
####2., BeRTRAND DE Saint GruLes, né è Paris le
23 février 1889.
###*92, Marc d’Onsenbray, né au Plessis Bouret (Anjou)
au mois de septembre 1863.
**2. Henry d’Onsenbray, né à Paris le 23 octobre
1832, mort è Fleury-sur-Andelle en décembre 1893, marié
le 5 décembre 1887 à Marie Eugénie Boutrin Constance
Gerard de Rayneval. Dont:
Mea Leo cre | NA
2946 FAMILLE PERRIN DE BELLUNE
##*Marie Anne Olga Louise, née le 5 octobre 1888 è
Fleury-sur-Andelle.
#8. VICTOR EUGENE NAPOLEON PERRIN DE BEL-
LUNE, né è Paris le 5 janvier 1813 décédé sans postérité
le 23 mars 1852 è Villa Savary (Aude). Marié è Mademoi-
selle de Portes.
* 3. NICOLAS PERRIN, né è Lamarche le 16 juin 1767,
Inspecteur des Foréts, marié en 1789 è Marie- i Maillard.
Dont:
*1. FRANCOISE née le 8 février 1786, Mariée le 26 octo-
bre 1808 à Gabriel Petit Mengin (de Remiremont) employé
de la Régie.
#2. CECILE née le 2 février 1790, morte célibataire;
était en 1847 receveuse des Postes à Cette (Hérault) .
*3. CHARLES FRANCOIS né le 21 février 1792, décédé
en 1800. |
*4. DOMINIQUE né le 24 mai 1793, décédé en 1894.
*B. NICOLAS ARMAND né en 1794; sous inspecteur
des foréts, décédé celibataire le 4 avril 1825.
*6 MARIE ANNE née le 16 mai 1802.
A. DE FARIA.
Le Maréchal CLivoe Victor PERRIN
Duc de Bellune (n. 1764 | 1841).
pi
po enel ; La famiglia Pasca si ritiene di anti-
z chissima origine francese, e derivata da
un Boemondo Pasca, conte, cavaliere e
signore di vastissimi feudi, e si dice tra-
sferita nel regno di Napoli da un Rug-
giero Normanno, che possedè nobili feudi.
Detta famiglia, illustre per distinti pa-
‘fg rentati contratti per molti onorifici uffici
sostenuti, per dignità occupate e per pri-
vilegi elargiti da sovrani, mantenendo
sempre il lustro e dignità della sua ori-
gine, si trova notata con R. rescrito 24 settembre 1855 nel registro
delle famiglie feudatarie di due secoli; vale a dire tra quelle
famiglie che con un giudicato del Tribunale araldico sono rico-
nosciute appartenere a quella prima classe di nobiltà detta gene-
rosa, ex genere, che si tramanda dal primo investito nei discen-
denti e nei collaterali dall’uno all’altro sesso.
Nel 1536 l’imperatore Carlo V investi Domizio Pasca, dot-
tore in leggi, del titolo di conte palatino, mediante ‘apposito
diploma. E nel 1642 Giovambattista Pasca figlio di Pomponio,
fratello di Domizio, fu compreso nella dichiarazione fatta da
42 patrizi napoletani, attestante l'antica nobiltà della famiglia,
il che fu provato innanzi alla Commissione incaricata di esami-
nare i titoli, ritenuti validi. La casa Pasca nel secolo xvI si divise
in due rami: quello di Napoli e quello di Gallipoli. Il primo per
l'acquisto della baronia di Magliano avvenuta nel 1862, conservò
e conserva tuttora il titolo di barone di Magliano, sotto il qual
nome è comunemente conosciuta. Il secondo si trasferi in Gal-
AI
lipoli, ove i discendenti, l’ultimo dei quali è rappresentato dal
248 FAMIGLIA PASCA
sottoscritto, coprirono altissime cariche pubbliche. La famiglia
Pasca di Gallipoli per la successione della non meno nobile fa-
miglia Raymondo pure di Gallipoli, estintasi con la signora Isa-
bella Raymondo mia compianta madre, aggiunse al suo il co-
gnome della medesima, con decreto 17 aprile 1890.'
MicHeLE Pasca-RaAyMmonDo.
LA FAMIGLIA RAPOLLA
Questa famiglia Venosina trasse il
nome di Rapolla dall'omonima terra.
Fu illustrata da insigni personaggi, pre-
clari nelle lettere, nella scienza del di-
ritto, e per alte cariche civili ed eccle-
siastiche sostenute.
Tenne varie volte l’uffizio di Go-
vernatore, e in tempi recenti i più alti posti nella azienda del
Comune. i
Ad essa appartennero Venanzio senzore, che governò per di
versi anni da arcidiacono la vasta diocesi venosina, e fu lui che
acquistò cappella gentilizia in quel duomo, cappella che ancora pos-
seggono i viventi Rapolla ed in cui leggesi la seguente epigrafe:
Sacell. hoc. mense. Epli. Devolutu. Aehutau, Epo. Veno-Fuit. Concesso.
Venantio. Rapolla. U. I. D. Primicerto. Vicario. Genli. Suisque.
Heredib. T. — Successo. Et. Patroni. Consensus. Accessit. Anno. —
! Il cav. Michele Pasca-Raymondo, console di Germania a riposo, già
consigliere ed assessore comunale, è cavaliere dell’ Ordine dell'Aquila Rossa
di Prussia. LA DIREZIONE.
LA FAMIGLIA RAPOLLA 949
MDCLXXVII; Diego I illustre giureconsulto, elogiato dal Corsi-
| gnani e che all’epigrafe di sopra volle aggiunta l’altra seguente:
Sacellum. Hoc. — Nobilis Familiae. Rapolla Venusinae — In. venu-
stiorem. quae Cernitur, forma — Redigit. U. 1. D. Didacus. Rapolla —
Nicola Protonotario apostolico, distinto per l'alto suo sapere;
Luigi I, che eresse un’abitazione per uso esclusivo e privilegiato
delle monache educande della sua famiglia; il qual fatto volle ri-
cordare ai posteri con un'epigrafe, apposta insieme allo stemma
sull’arco della porta del giardino e che è la seguente: — Cubi-
culum. hoc. proprio. suo. aere. — U. I. D. Aloysius. Rapolla. Pa-
tritius. venusinus. — Eregi. Curavit. in gratiam: D. Mariae. An-
dreae. — Rapolla. Moncalis. Professae. Suae. ex. Fratre. — Nepo-
tes. Omniumque. Successorum. De. Familiae. — Utriusque. Sexus.
Quandocumque. Casus. Occiderit. — Anno. Domini. MDCCXXII.
Francesco, che giunse all’eminente grado di Presidente della
Sommaria e di Consigliere del S. R. C. e venne sepolto in Na-
poli nella Chiesa di Santa Teresa, e lasciò pregevoli opere giu-
ridiche. Giustino, sindaco di Venosa chiaro per virtù e sapere,
come dice il Lupoli; Venanzio, capitano, che nel 1807 ospitò
con magnificenza re Giuseppe Bonaparte in sua casa; Domenico
insignito del cappello prelatizio; Luigi II, dotto numismatico,
valente archeologo, decurione della sua Venosa, scoperse, da
ispettore degli scavi, l’anfiteatro romano in Venosa per il che
venne fatto segno ad immense considerazioni dai dotti del suo
tempo; Nicola che fu sindaco della sua città e decorato di vari
Ordini Cavallereschi, lasciò fama di severo amministratore; altro
Venanzio elogiato dal De Gubernatis e da Marco Monnier per
. le sue opere letterarie.
Oggi la famiglia è rappresentata dal cav. Diego Rapolla,
cittadino onorario di Portici e dotto autore della Vita del car-
dinale G. B. De Luca e di altre opere. È padre di Domenico, Ve-
«nanzio, Francesco e Rosa, la quale è sposa del principe di Conca,
marchese di Prato e duca di Roccavecchia, D. Cesare Invitti.
La Casa Rapolla imparentò con moltissime famiglie nobili
. come i Costanzo, i Santanna, i Perrelli di Monastarace, i Sozzi,
gl’ Invitti, i Susanna di Sant'Eligio, gli Altruda, i Fortunato.
CARLO PADIGLIONE.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Ap. LANNE, Louis XVII et le secret de la révolution. Paris, 1904, Dujarric, in-12°.
Dopo cento anni dalla morte di Luigi XVII nella prigione del tempio,
la fede nella sua sopravvivenza non è ancora svanita in Francia. La storia
inflessibile, austera, vuole morto il Delfino nelle carceri del Tempio. La cri-
tica non ostante ha potuto insinuare il dubbio intorno a questa morte. Gli
studi fatti in questi ultimi tempi sulla questione Luigi XVII dal Provins,
dal Friederick, dal Renard e da altri valenti scrittori ai quali si unisce oggi
il Lanne, hanvo resi perplessi gli studiosi e in verità non si potrebbe oggi
recisamente affermare la morte del Delfino, senza il timore d’incorrere in
un errore storico. L’esito negativo degli scavi fatti ultimamente nel vecchio
cimitero di Santa Margherita è un possente corollario all’opinione di coloro,
che vogliono il Delfino sia tuggito dal Tempio nascosto in una bara e che
Napoleone I durante i cento giorni abbia anch’esso fatto eseguire scavi
nel medesimo luogo e con non dissimile risultamento. Ma, il fanciullo sal-
vato così miracolosamente era poi egli Nauendorff? È quello appunto che
tende a dimostrare l’A. nel suo veramente interessante volume. Notiamo
in esso uno spirito di sana critica, che sa accogliere con somma avvedu-
tezza le diverse opinioni per trarne un risultamento favorevole alla iden-
tità di Nauendorff con Luigi XVII.
Molti argomenti di non poco valore militano infatti per questa iden-
tità, senonchè vi sono punti assai scabrosi, che i partigiani della soprav-
vivenza non hanno mai potuto chiaramento spiegare se non con ipotesi, che
lasciano dubbiosi coloro stessi che si sentirebbero inclinati a sostenerla e
a difenderla. Così mentre il riconoscimento di vecchi servitori della casa
reale, certi segni del corpo di Nauendorff, il non essersi mai potuto provare
la sua origine non ostante le accurate ricerche dei singoli governi e mol-
tissime altre circostanze sono favorevoli alla sua causa, rimangono ancora
a spiegarsi le grandi contraddizioni e le lacune esistenti nei due racconti che —
egli fece della sua avventurosa vita; i due processi come falso monetario e
come incendiario ; il tentativo da lui fatto di erigersi profeta di un nuovo credo
religioso; le probabili simulazioni di attentati contro la sua vita e parecchi
altri fatti dei quali i suoi difensori non sono riesciti a dare spiegazioni
esaurienti. Otto Friederick che con serietà d’intendimenti si è consacrato
alla rivendicazione della personalità di Nauendorff e l’A. che sulle sue tracce
ha raccolto in questo volume il maggior numero di documenti, argomen-
tazioni, testimonianze favorevoli, sorvolano quasi i punti deboli della que-
stione che non progredisce gran fatto non ostante tutta la buona volontà
del Lanne a cui dobbiamo però dare meritata lode per i suoi sforzi nobi-
lissimi a vantaggio di una causa che risolta riempirebbe di confusione e
vergogna molte Corti di Europa, ma che senza un documento decisivo rimarrà
sempre un problema storico.
NOTE BIBLIOGRAFICHE 251
A. DE FARIA, Reésumé généalogique de quelquesunes des très nobles ascendances
portugaises (de Lemos, de Lacerda, de Araujo) de Monsieur le duc de Bellune.
Livourne, 1904, Giusti, in-4°.
Questo lavoro genealogico redatto su documenti si riferisce a tre nobi-
lissime famiglie portoghesi tra le quali primeggia la casa de la Cerda alla
quale appartenne Giovanni Alfonso duca d’Angoulème contestabile di Francia
(1351). La discendenza della casa Perrin de Bellune da queste tre illustri
famiglie è perfettamente dimostrata. Essa proviene da Donna Maria da
Penha de Franga de Lemos Pereira de Lacerda sorella del visconte di Juro-
menha, madre dell’attuale duca di Belluno, la quale discendeva in linea
retta anche da una sorella del contestabile di Portogallo D. Nuno Alves
Pereira. La casa de Lacerda discende da D. Alfonso il saggio re di Casti-
glia sposo di Blanche di Francia figlia del re San Luigi.
M. A. NicoLeETTI, Patriarcato d’Aquileja sotto Pietro Géra. Udine, 1903, Del
Bianco, in-8°.
Amantissimo della patria storia, il nobile dott. Enrico del Torso esu-
mava questo lavoro di uno scrittore friulano del xvi secolo in occasione
delle nozze del conte Cesare di Colloredo Mels con la nobile Angela Vin-
tani. Il Nicoletti, notaio e cancelliere del comune di Cividale, scrisse la vita
di 12 patriarchi di Aquileja fondandosi sopra cronache oggi smarrite e perciò
ottima cosa ha fatto il Del Torso nel far conoscere questo lavoro che ricorda
molti feudatari dipendenti da quel patriarcato nel xmI secolo.
Revue des questions héraldiques. Mars 1904, Paris.
Interessantissimo lo studio non ancora compiuto dal visconte de Poli
intorno a Claudio de Guenegaud. Il sig. du Boscq de Beaumont continua
il suo lavoro sulla guardia vallona al servizio della Spagna; segue una
nota genealogica con documenti riguardante la Casa di Moy; la fine di un
interessante armoriale di Nimes di Prospero Falgairolle; una memoria sui
signori di Albin; un questionario; una bibliografia e una breve cronaca
chiudono questa dotta, seria ed importante pubblicazione.
Der Deutsche Herold. Mirz 1904, Berlin.
Interessa particolarmente i nostri studi un articolo riguardante alcune
famiglie italiane che si trovano in un codice del xv secolo nella libreria
Rosenthals di Monaco. Queste famiglie sono le seguenti: duchi di Ferrara,
duchi di Milano, del Pozzo, Alioni, Fusoli, Torti, Cossi, Saraceno, Colle de
Stilla, Montefalcone, ecc. Notiamo però che lo stemma dei duchi di Ferrara
dimostra per la sua inquartatura che il codice non è anteriore alla fine
del xv secolo.
Archives de la Société des collectionneurs d’ “ ex-iibris. ,, Mars 1904, Paris.
Contiene due magnifiche riproduzioni d’ex-libris fuori testo del conte
Antonio de Mahuet ed altre incisioni descritte accuratamente da Léon
Quantin, da Henri de la Perriere, da Edmond des Roberts, ecc. Una parola
d’encomio ai dotti collaboratori e alla sempre attraente pubblicazione.
2952 NOTE BIBLIOGRAFICHE
Archivio historico portuguez. Fevereiro 1904, Lisboa.
Il sig. A Braamcamp Freire pubblica vari documenti interessanti che
riguardano i re Joào II e D. Manuel; seguono altri studi di particolare
interesse per la storia del Portogallo che rivela nei suoi autori Souza Viterbo
e Pedro B. de Azevedo, non scarse cognizioni paleografiche e sana critica.
La revue héraldique, historique et nobiliaire. Mars 1904, Paris.
Per cura del sig. visconte Henri de Mazières-Mauléon vede la luce questa
rivista che continua la Revue historique et nobiliare e ben di cuore diamo
il benvenuto alla consorella francese. In questo fascicolo notiamo un arti-
colo di H. de la Perriere sopra i tenenti, supporti e sostegni. Il visconte
di Blosseville-Bethune ci da una lista dei nobili emigrati nel 1793. Seguono
notizie genealogiche ben redatte dal visconte de Mazières e una cronaca
degli ordini cavallereschi, dove vediamo ricordata la Milizia di Cristo estinta
da parecchi secoli e ripristinata in Francia in questi ultimi anni. Oggi però
non è che un'associazione privata di beneficenza, e come tale è considerata
dalla Santa Sede che non potrebbe ammetterla con altro carattere.
Repertoire des livres ek manuscrits anciens et modernes généalogiques, héraldiques.
et nobiliaires de la librairie Honoré Champion. Paris, 9 quai Voltaire.
Raccomandiamo ai nostri lettori il ricchissimo repertorio di opere aral-
diche della libreria di M. Honoré Champion di cui abbiamo sott’occhi un
catalogo molto ben fatto ed interessante anche per i cultori di bibliografia.
Contiene la descrizione di 2402 volumi dei quali non pochi manoscritti
antichi e di gran valore.
Ordre du Saint Sépulcre.
Son Excellence Mgr. Piavi Patriarche de Jérusalem,
Grand-Maitre de l’Ordre du Saint Sépulcre, a daigné pren-
dre sous son haut patronage l’ouvrage en préparation,
que nous avons annoncé.
Nous invitons tous les Chevaliers de l’Ordre à nous
envoyer les notices qui peuvent les intéresser et quelques
indications, documents, anciennes gravures, etc., pour ren-
dre plus complète cette publication importante.
QUESITI ARALDICI
RISPOSTE.
(Vedi numeri precedenti).
30° (A. Zanon. Confutazione a G. de Isola). Il sig. G. de Isola corre un po’
troppo affermando che dal nobile sig. F. Franceschetti sia stato provato che
lo stemma da tre secoli attribuito agli Ezzelini appartenga al re Lodovico
di Ungheria. La questione non è affatto risolta, quantunque lo stemma già
murato nella loggia del castello di Padova ed ora esistente in quel civico
museo sia non uguale, ma simile a quello di re Lodovico. Differenza sostan-
ziale il colore delle fascie argento e rosso nell’arma ungherese e verdi ‘ed
oro nell’ezzeliniana, come dice il Verci sulla fede del pseudo Cortelerio. Si noti
anzi, che esisteva in Ferrara una famiglia da Onara o Donara che portava
ugualmente le fascie di verde ed oro, e non è impossibile che quella fami-
glia abbia potuto discendere dagli antichi signori da Romano, poichè di un
Giovanni figlio di Ezzelino il Balbo fu impossibile al Verci trovare notizie.
In quanto ai gigli è da avvertire che Ezzelino il Balbo militò in Ter-
rasanta sotto le insegne di Arrigo VII re di Francia e avrebbe quindi potuto
ottenere il privilegio di aggiungere i gigli al suo stemma. Occorre poi pro-
vare che lo struzzo sia stato assolutamente speciale agli antichi re d’ Un-
gheria. Nè assolutamente certe sono le ragioni artistiche, poichè monumenti
di quello stile non sono difficili rinvenirsi nel Veneto eziandio del sec. xII.
Ammetto che sia ingegnosa e di un certo peso l’ipotesi che Francesco il
vecchio abbia fatto porre, a titolo d’onore, nella loggia del castello l’arma
del suo alleato, ma il chiarissimo sig. Franceschetti sorvola su di una cir-
costanza gravissima, cioè che la medesima arma trovasi ripetuta, come
dice il Verci, nella sommità della torre costruita da Ezzelino III.
Pare a me che una memoria onoraria piuttosto che nell’interno di un
castello avrebbe trovato posto più conveniente nelle loggie del salone o nella
reggia carrarese.
Rolandino nel luogo citato (libro IV, cap. XII) non dice che gli Ezze-
lini usassero per stemma l’aquila nera, ma bensi, che in un incontro di
Ezzelino III col marchese d’Este, nelle bandiere d’ambedue vedevasi dipinta
l’aquila. Ora è da notare che a quel tempo le divise, più che di famiglia,
erano affatto personali, quindi può darsi benissimo che taluno degli Ezze-
lini abbia usato le fascie, e l’ultimo, che assunse le pretese di vicario im-
periale, l’aquila. Osserverò a questo proposito che nel Duomo di Bassano,
nella sommità di un altare dedicato a Santo Stefano, havvi uno stemma
254 QUESITI ARALDICI
con l’aquila nera in campo d’oro che non appartiene a nessuna delle fami-
glie cittadine, figurando, anzi come d’ignoto negli armoriali del Chiuppani
e del Baseggio. Veramente questo stemma, scolpito in pietra, non è ante-
riore al secolo xvi, ma si può supporre benissimo che nella rifabbrica di
quella chiesa siasi rinnovato stemma ed altare su cui qualche famiglia
aveva antica giurisdizione, della quale attualmente si è perduta ogni me-
moria. Non dispero in altro momento di poter provare, per via diversa a
quella del nobile sig. Franceschetti, che l’arma di Ezzelino III sia stata
propriamente l’aquila imperiale, quantunque allo stato delle cose creda che
l’arma della famiglia sia quella delle fasce.
Per finire, a titolo di curiosità, noterò lo strafalcione blasonico, che chi
soprassiede alle cose araldiche assegnò al comune di Romano degli Ezze-
lini. Questo comune, assumendo il nome degli Ezzelini, chiese di poter
innalzare lo stemma della celebre famiglia. Per quello spirito barocco che
domina, l’arma fu divisa in tre pezzi, si invertirono i quarti, le tradizio-
nali piume di struzzo vennero mutate in due ali che sembrano d’oca e si
seminò il tutto in un campo azzurro, compiendo così una vera eresia araldica.
A. GHENO.
39° (O. Breton). a) Les armoiries: de gueules à la fasce d’or chargée
de 3 étoiles d’azur et accompagnées de 8 croissants d’or, sont les armoiries
du maréchal de Coigny. Il avait été nommé commandeur des ordres du roi
pur la promotion du 3 juin 1724.
b) Les armoiries écartelées au 1er d'or àè quatre pals de gueules, au 2
de gueules à la croix de Toulouse d’or, au 3° d’argent è trois losanges de
gueules accolées en fasce, au 4° de gueules au lion d’argent, sur le tout
d’azur au lion d’or, ces armoiries sont celles de Daniel-Frangois de Gélas,
. vicomte de Lautrec, né en 1686, décédé en 1762, maréchal de France. Il
était chevalier des ordres du Roi, nommé en 1743. Il portait: au ler palé
d’or et de gueules, qui est d’Amboîse; au 2° de gueules à la croix de Tou-
louse d’or, qui est Lautrec; au 3° d’argent à 3 losanges de gueules, qui est
de Voisins; au 4° de gueules au lion d’argent, qui est...; sur le tout, d’azur
au lion d'or, qui est Gélas. Comte JuLES BOSELLI.
DOMANDE.
40°. On désire savoir s’il est possible de trouver à Florence des ren-
seignements sur une famille Matagrini ayant autrefois existé dans cette
ville et possédant la noblesse. Comte JuLES BosELLI.
41° Se desean conocer las armas de las familias espafiolas y portu-. î
guesas del apellido Mufiz, Muniz y Moniz.. D; Ea Ros
CRONACA
Nomine. — La Santità di Nostro Signore, con motu proprio del 7 cor-
rente, si degnava confermare il titolo marchionale al comm. Francesco Giu-
stiniani di Subiaco, tenente delle guardie nobili a riposo, al di lui fratello
Paolo ed alle sorelle Maria nei principi Giustiniani, Giuseppina nei Rossi
de Gasperis, Chiara e Adele.
— Il Santo Padre, il giorno 11 corrente, motu proprio, si degnava pre-
miare i meriti del nobile cav. Giovanni Battista Dell’Angelo e la sua costante
cooperazione alle opere pie della sua terra nativa, concedendogli di aggiun-
gere al suo stemma gentilizio, intorno alla croce costantiniana uscente dalla
corona nobiliare, il motto In hoc signo vinces. Sincere congratulazioni allo
egregio gentiluomo.
— Il conte Jean du Pontavice è stato nominato cameriere segreto di
spada e cappa di Sua Santità.
— Il nostro egregio collega barone Paolo de Mathies, cameriere se-
greto di spada e cappa di Sua Santità, è stato nominato cittadino onorario
della Repubblica di San Marino.
Onorificenze. — Ordine di San Gregorio : Il signor Goubastow, ministro
di Russia presso la Santa Sede trasferito a Belgrado, è stato nominato
Gran Croce.
| Il signor Daniele Garcia Mansilla, incaricato d’affari della Repubblica
Argentina presso la Santa Sede trasferito a Parigi, è stato nominato com-
mendatore.
Il signor Enrico Scifoni, pittore, è stato nominato cavaliere.
Ordine di San Silvestro: Il signor Francesco Laurini è stato nominato
cavaliere.
Ordine del Santo Sepolcro: Il signor D. Gregorio Legarra di Montevideo
è stato nominato cavaliere.
Croce pro-ecclesia et pontifice: Il signor Agostino Diorèo è stato fregiato
«della croce d’argento.
Necrologie. — Sua Maestà cattolica D. Alfonso XIII, re di Spagna,
‘ha avuto il dolore di perdere la sua amata nonna, S. M. la Regina Donna
Isabella II, morta il 9 corrente a Parigi dove si era ritirata dopo la sua
abdicazione a favore del figlio D. Alfonso XII. Era vedova del re D. Fran-
256 CRONACA
cesco d’Assisi, suo cugino, ed era succeduta al trono al re Ferdinando VII,
suo padre, il 29 settembre 1833, in virtù dell'abolizione della legge salica
per la quale venne legittimamente restituita al ramo spagnuolo della Casa
di Borbone una prerogativa tutta propria della nazione spagnuola.
— Il 14 corrente ha cessato di vivere nella tarda età di 90 anni S. Em.
il signor cardinale Celesia, arcivescovo di Palermo. Splendidi funerali si
celebrarono a Palermo col concorso di tutte le autorità e dei cavalieri sici-
liani del S. M. Ordine Ger. del Santo Sepolcro, aventi alla testa il loro
illustre Bali barone di Ramione. L’ Em. defunto era cavaliere Gran Croce
da moltissimi anni.
— L’11 corrente moriva a Nicastro la nobil donna Margherita Marini
Volta, suocera del nostro egregio collega nob. cav. Giovanni de Marco.
Condoglianze vivissime.
Varie. — Quasi contemporaneamente alla notizia della morte di S. M.
la Regina Donna Isabella II, l’augusto sovrano di Spagna veniva amareg-
giato dal vile attentato che contro la persona del primo ministro Maura
venne commesso da un incosciente seguace di quella banda internazionale
di malfattori sorta dall’idra rivoluzionaria e che si chiama anarchia. Non
si comprende in verità come la pretesa libertà di pensiero, induca i go-
verni a tollerare una setta sanguinaria che vorrebbe essere politica e non
è che criminale, mentre si fa una caccia senza tregua ai briganti che attentano
alla proprietà ma spesso rispettano la vita.
— S. A. R. Don Carlo di Borbone, duca di Madrid, cugino di S. M. il
re di Spagna, come capo di nome e d’armi della Real Casa di Borbone è
non con altro carattere che ora più non saprebbe nè potrebbe attribuirsi,
ha inviato al suo agente in Francia la seguente nobilissima lettera:
“ Venezia, 14 aprile. — La soppressione del Cristo nei tribunali di Francia .
non è soltanto un sacrilegio empio, è un oltraggio sanguinoso per una na-
zione cattolica. Come discendente di San Luigi e di Luigi XIV, come figlio
primogenito della Chiesa, protesto indignato contro questa infame misura, che
non ha altro scopo che fare conoscere al mondo l'odio diabolico di una ..
setta contro il crocifisso del Calvario e contro la religione divina; eome
cristiano e come spagnuolo ne sono profondamente afflitto. ,,
— Si ricorda ai cavalieri dell'Ordine del Santo Sepolcro di man=
dare le notizie che li riguardano all’amministrazione della nostra Ri=
vista, se desiderano che i loro nomi siano ricordati nella grandiosa
opera che si sta preparando. Sua Eccellenza il gran maestro dell’Or=
dine, patriarca di Gerusalemme, con venerato foglio del 21 marzo corr.
anno si degnava spontaneamente di concedere il suo patronato a
quest’opera, che con l’aiuto dei membri dell’Ordine, riescirà certa=
mente un vero monumento per la storia di questa illustre milizia.
Roma. — Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice. Via Federieo Cesi, 45.
ri sail se dn
ed,
LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II'
ED I CONTI RANIERI DI PERUGIA
RE? È
SES Non intendiamo di fare la storia
dell’antichissima famiglia Ramieri,
discesa secondo molti documenti e
scrittori, e come è tradizione co-
stante, da Raniero marchese, fra-
tello di Guglielmo II duca del Mon-
ferrato nel x secolo, e che ha quindi
remotissima origine Sassone.® Tale
famiglia nel corso dei secoli posse-
dette un numero rilevante di feudi.
Ci limiteremo a rispondere alle
più
affermazioni di alcuni autori, ripe-
! Lo stemma di Pasquale II è tratto dal Ciacconio, Tomo I, carte 899.
? Moltissimi autori fanno discendere questa famiglia dai marchesi del
Monferrato. Il marchese Rainerio, trasferitosi nell’ Umbria al x secolo, si
vuole derivato da Witckindo il grande, duca di Sassonia e Vestfallia nel-
l’anno 785, discendente dai re sassoni. I Ranieri tutti dell'Umbria, tanto
quelli originari da Gubbio, che quelli derivati da questi, cioè i Ranieri di
Perugia ed Orvieto, come il ramo trasferitosi da Gubbio a Ragusi di Dal-
mazia, da dove passò poi a Venezia noto col nome di Renier (come da
antichi documenti di archivi, da antichi alberi genealogici esistenti a Ci-
vitella Ranieri ed a Perugia, nonchè da un infinito numero di monumenti)
ebbero sempre l’appellativo Rainerius o de Raineriis. Per corruzione dialet-
tale si dissero Ranieri a Perugia ed Orvieto, Renier a Venezia. Si vuole
da alcune memorie che i Rinierì, trasferitisi da Firenze in Corsica, deri-
vassero dai Ranieri di Perugia nel secolo xv. Infatti alcuni Ranieri di Pe-
rugia trovansi a Firenze in quel tempo come Potestà, o Capitani del popolo
(V. Cod. Strozziano, c. 68 e 111, Archivio di Stato a Firenze). V. il nostro
opuscolo Italia e Francia (Un episodio della battaglia di Montebello). Perugia,
Tip. Umbra, 1899. Per l'origine Sassone dei Ranieri vedi anche le tavole
i genealogiche del Sibners di Amburgo. (Lipsia, 1712, tav. 146, 147 e 296).
Rivista del Collegio Araldico (maggio 1904). 17
sali "9
at]
b
«LU
258 LE PATRIA LEL PONTEFICE PASQUALE II
tute anche ultimamente in questa stessa Rivista! a proposito
della patria e della famiglia del pontefice Pasquale II. Egli sì vor-
rebbe disceso da Crescenzio appartenente alla famiglia romagnola
dei conti di Bleda, stabilita a Salto e da cui derivarono i Raineri
eredi Biscia di Dovadola ora a Bologna. Ma, come si vedrà fa-
cilmente, solo l’omonomia di paese può aver fatto ritenere Pa-
squale II nativo di Bleda nella valle Acereta presso Forlì, anziché
di Bieda presso Viterbo, ove con ragione deve ritenersi sortisse
1 natali.
Il primo autore che volle Pasquale II romagnolo fu il Pla-
tina, che nelle vite dei Romani Pontefici così scrisse di lui:
Paschalis II, Reynerius ante Pontificatum vocatus, natione Italus
ex Flaminia, patre Crescentio, matre Algaria. Segue Giorgio Mar-
chesi, ° che parlando degli uomini illustri di Forlì, dice Pa-
squale II nativo di Bieda presso quella città. Sulle traccie di
‘questi due scrittori si è affermato essere Pasquale II disceso
dagli antichi signori del castello di Bleda da essi medesimi di-
strutto anzichè cederlo a potenti vicini. Se consideriamo però
solo la genealogia dei Raineri di Dovadola, oggi Raineri-Biscia,
dobbiamo convincerci che dall'epoca remotissima in cui vissero
i feudatari di Bleda fino al xvir secolo, in cui. Matteo Raineri
fu creato conte palatino, vi è una lacuna che senza documenta
zione quella genealogia non saprebbe riempire.
Per tradizione soltanto si arguisce adunque discesa la fammi:
glia Raineri-Biscia dagli antichi signori di Bleda e il Pontefice
Pasquale II, derivato da questi castellani per la sola autorità
del Platina, del Marchesi e dei loro seguaci; noi possiamo invece
provare con l’autorità di molti storici di maggiore importanza
che Pasquale II fu nativo di Bieda nel viterbese e che la sua
famiglia è quella dei conti Ranieri di Perugia.
1 Anno I, n. 12, dicembre 1903, pag. 759.
® La Galleria dell’Onore, ecc., ossia Storia dei Cavalieri di San Stefano.
Virorum illustrium Foroliviensium. Lib. I, cap. IV. Sotto il nome di Platina
la moderna critica ha accertato, non è molto, nascondersi il vero nome di
Bartolomeo Sacchi, scrittore del secolo xv, il quale (come è risaputo omai
comunemente) errò sovente nei suoi scritti. Fu detto Platina dal luogo di
sua nascita nell’Alta Italia, nél Cremonese: esso non merita molta fede
in genere, perchè seguì ciecamente fonti spesso sospette.
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LÀ ‘PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II 2959
- La famiglia romagnola mantenne costantemente in volgare
il cognome kaîneri. Gli autori che attinsero alle fonti più sicure
ci danno le prove più irrefragabili che Pasquale II nascesse a
Bieda in Tuscia, cioè presso Viterbo.
Infatti il Muratori L. A. (R. I. S., tomo 8, pag. 360, Medio-
lani 1723) scrive: in Vita Paschalis 1I, ex card. Aragonio (serit-
tore del secolo xmm) “ Paschalis LI, natione Tuscus, ex Comitatu G'al-
— “liace (Cod. Ambros. Galliate), oppido Bleda, ex patre Crescentio. ,
La vita è tratta dai tre codici: 1° Biblioteca Ambrosiana;
20 Estense; 3° Capitolo della Metropolitana di Milano.
Il Migne (Patrologia Lat., tomus unic., pag. 1, 1854, Notitia
uex Bullario) scrive: “ Paschalis II, natione Tuscus, patria Ble-
donus. ,,
Su Lo stesso Migne Notitia ex conciliis (Mansi, Concilia, tomo XX,
| pag. 977) scrive pure: “ Paschalis in Tuscia... antea Rainerius
| appellatus.,
Inoltre Baronius (An. Eccl., tomo 18, pag. 113, Lucae, Ven-
È turini, 1746): “ Anonymus habet fuisse Paschalem natione Tu-
“ scum, patria Bledanum, patre Crescentio et matre Alfatia natum,
_ “*eumque amore vitae religiosae celebre sanctitate Cluniacense
“ monasterium petiisse, ibique sub Sancto Ugone Abbate mona-
«| “sticam vitam excoluisse. , E il Pagi così annota il riferito passo
del Baronio: “ In vita Paschalis II, a Pandulpho Pisano auctore
coaetaneo scripta, qui tantum ex hac littera P eidem praefixa inno-
tescit, et a Baronio sub Anonymi nomine citatur, ac a Papebrocio
n Conatu Chron. Hist. perperam Petrus Pisanus creditur. , Da
cui si vede chiaro che Pandolfo e Pietro Pisano sono l’istessa per-
sona. Ma più interessante ed infallibile di tutti i documenti è per
noi la stessa cronaca del monastero di Monte Cassino, essendo
stato Pasquale Monaco Benedettino Cluniacense. Infatti 1’ Hart-
mann Joh. Adolph in Vita Pascalis Rom. Pont. eius nominis secundi
(pag. 9, Marburgi Cattorum, 1718) “ Cronicon Monast. Cassin.,
L. IV, C. 18, ait: “ Raynerius Abbas Sanctorum Laurentii et Ste-
phani in Apostolicam Sedem Pontifex subrogatur, idque ut not. K.
explicat: 18 Col. Sept. Crescentii filius, Tuscus, ex oppido Blera,
Reginerius altis dictus., E consultando pure l’accurato Atlante
geografico: (Spruner-Mencke-Hand-Atlas; Gotha: Justus Perthes
260 LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II
1880 al n. 28, cioè l’Italia ai tempi di Pasquale II, troviamo in
Tuscia, fra Vetralla (non lungi da Viterbium) e fra Sutrium e
Cornetum la città: Bledae.
L’Oldoino nel suo Atheneum Augustum parlando di Pasquale IT
dice patria ex aliquibus Perusinus; e Cesare Alessi nei suoi Elogia.
Civium Perusinorum (Elogio I) lo fa senz’altro della famiglia Ra-
nieri di Perugia: anche il Belforti nel Liceum Augustum pag. 118
lo annovera fra gl'individui di questa famiglia. Il Moroni lo
ritiene nativo di Bieda della nobilissima famiglia Ranieri. Tutti
questi autori lo credono dunque nato a Bieda luogo di Toscana
non lungi da Orvieto, dove i Ranieri, distaccatisi da quelli di
Perugia, avevano casa e beni e furono assai potenti; anzi un
ramo vi si fermò conservando lo stemma medesimo. Inciden-
talmente il Vermiglioli, celebre erudito e critico perugino, ! così
parla di Raniero e di Pietro Martire Ranieri: se lOldoino dimen-
ticò questi due bravi giureconsulti, onorò questa famiglia splendidis-
sima col darle @ Pontefice Pasquale II ecc., soggiungendo però
che la sua autorità non era sufficiente. Il Vincioli nelle sue Me-
morie Historico-critiche ne parla a lungo e luminosamente con-
valida ciò che aveva scritto l'illustre e diligentissimo storico
Vincenzo Armanni di Gubbio: essere cioè i Ranieri di Perugia
e di Orvieto una stessa famiglia, specialmente per le prove recate
dal Ciaconio nelle notizie del cardinale Teodorico Ranieri e dal
Monaldeschi nella sua Storia di Orvieto. ? Anzi quest’ultimo dice
che è Ranieri in Orvieto si trovano, furono grandi e facevano per
arme un rastello solo come li Monaldeschi ne fanno tre, e soggiunge
che i Ranieri di Perugia e quelli di Orvieto fossero di una me-
desima generazione. Il Vincioli dimostra a pagina 94 op. cit. che
il rastello qual si descrive dal Monaldeschi è qual si fa da’ Ranseri
che ancora sono in Perugia e de’ quali si parla melle motizie. del
cardinal Vincenzo Ranieri e più nelle memorie del guerriero Rug-
gero Cane Ranieri. Circa la patria di Pasquale II il Vincioli
rimane in dubbio e consiglia a farne ricerca a Perugia, o altrove;
però propende a ritenerlo della famiglia Ranieri di Perugia per
1 Scrittori perugini, pag. 250, nota 2. i
? Libro IX, pag. 83; vedi pure il MANENTE, altro illustre storico or-
vietano, f. 167.0
LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II 261
ila stima che Papa Pasquale faceva di questa città, dove infatti
creò più di un cardinale e fra essi Rodolfo degli Armanni, oggi
t detti della Staffa. !
bali
In un ms. della Biblioteca Vaticana dal titolo Cronichon Pon-
Bo tificum et Cardinalium Jacopi Corellii Coloniensis * (Fondo Urbinate,
«n. 480) si dice Paschalis II Pont. Max. natione Tuscus patria Ble-
densîs sedit annos XVIII menses V et dies VII. Finalmente nei
«primi del secolo x1x venne a togliere ogni dubbio a questo riguardo
. l’abate Giuseppe de Novaes, portoghese, quindi più imparziale
b di altri autori italiani, il quale nei suoi Elementi della storia det
— Sommi Pontefici da San Pietro a Pio papa VII, dimostrando di
‘9 avere studiato accuratamente le varie opinioni riguardo alla patria
bai Pasquale II, scrive: “ An. 1099 Pasquale II chiamato prima
È Raniero nacque da Crescenzio e da Alfatra in Bieda nella contea
| Galliata nella diocesi di Viterbo, nella Toscana Pontificia (Pape-
Lo
DI
brochio in propylaeo, pag. 202, n. 1) non già romano come altri
A dicono (coll’abate Uspergense in Chronicon ad an. 1099, pag. 249),
s né della Romagna (come scrisse il Platina) , °
ua
n
ù
d creato 1099 + 1118; governò anni 18, mesi 5, giorni 7.
Vi
= RI
Anche nella cronotassi dei Sommi Pontefici posta nella basi-
lica di San Paolo in Roma è detto: Pasquale LI di Bieda, Ranieri,
Che poi appartenesse alla famiglia perugina dei Ranieri lo
dimostra l’asserto degli scrittori che lo dicono di famiglia nobi-
. lissima; così Pietro Pisano, suo coetaneo, che ne scrisse la vita.‘
1 V. VixcioLI, op. cit. a carte 75 parlando del cardinale Vincenzo
Ranieri (an. 1202). Il Ciatti (Perugia pont., 1. VI, 209) dice che il detto car-
i.
dinale perugino, col titolo dei SS. 4 Coronati, fu fatto da questo papa. Il
Ciaconio ed il Vittorelli non lo nominano, ma vi sono 20 cardinali riferiti
È ‘dal primo senza nome, cognome, patria e titolo. Ed il suddetto Vincioli
# (Memorie istorico-critiche di Perugia, c. 20) ci assicura di ciò per ms. vati-
| cano, che lo fa perugino e con altri 77 lo fa creato da Pasquale II.
È
? Il dotto gesuita P. Gamberti, nato nel 1627, parla di questo libro come
i copiato nella Libreria d’ Urbino dal cardinale Cibo, prima ancora che lo
fosse dal Ceccarelli da Bevagna. Il Corellio sarebbe vissuto verso il 1400.
Ciò basti a confutare coloro che lo vorrebbero inventato dal Ceccarelli da
Bevagna, che visse invece posteriormente al Cibo.
® V. tomo II, carte 302.
4 Tale vita fu inserita dal PaPEBROCHIO nel Propylaeo a carte 202 e seg.
È Vedi O. Werner S. I. nella sua opera Orbis Terrarum Catholicus (Friburgi
262 LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II
Poi Bieda era presso Orvieto dove vivevano i Ranieri dello stesso
sangue di quelli che già anteriormente avevano incominciato
ad emergere in Perugia.
Fra gli autori notiamo oltre Pietro Pisano, mgr Gian Battista
Lauri, (libro III) Carlo Sigonio presso la Scorta sagra del Lancellotti
sotto li 25 marzo, il Ciatti nella Perugia Pontificia (a c. 209), il
Fantoni nell’Istoria del S. Anello (c. 98) e così Cesare Alessi già.
citato, Belforti, Moroni, ecc.: e fra i recenti il cardinale Hergen-
ròther nella sua Storia dei Papi, il prof. Fedele Savio nel suo
Sunto cronologico di Storia medioevale ed il Brancaccio di Carpino
nella sua Cronologia dei Papi, (Roma, ed. Bocca, 1895, pag. 63
e segg. ), che dicono Pasquale II di Bieda nel Viterbese.
È da notare che il Ciaconio, pur rimanendo in dubbio sulla,
sua patria, lo disse della contea di Galliata e abate di monastero.
Potrebbe quindi essere lo stesso laniero Priore nominato in una
pergamena del 1097, riferentesi ai Ranieri di Perugia, riportata
dallo storico Armanni.!
Brisgoviae, 1890) a pag. 6 scrive, a proposito delle varie diocesi, che in
Tuscia vi era: “ Blera (Bieda), Sutrium, etc.,, Gaetano Moroni Romano nel
suo Dizionario di erudizione storica-eccles. (Vol. V, 243, Venezia, 1840) scrive
infatti alla parola Bieda: “ antica città vescovile di Tuscia, nel vicariato
“romano, sul fiume Bieda, chiamata anche Bleda, Blera e Blerae. Era sog-
“ vetta a Vetralla, delegazione di Viterbo, nello Stato Pontificio. ,, Dice che
Papa Celestino III la uni alla sede di Viterbo, cui rimase poi unita. Anche
egli col Papebrochio dice che in essa, nella contea galliata, nella Toscana
Pontificia nacque Pasquale II. |
! Lettere (tomo II, pag. 319). Del Craconio ved. Vitae et res gestae Pon-
tificum Romanorum, ete., tomo I a carte 899. Il P. Agostino Oldoino S. J. lo
dice ex nobilissima Rayneorum familia ortus, etc. (V. Craconio a carte 906).
Vedi pure Chronologia Romanorum Pontificum del canonico Gio. MARANGONI,
fatta per ordine di Papa Benedetto XIV, pubblicata nel 1751 (Romae, ex
Typ. A_ de Rubeis a c. 82). Quivi leggesi: “ Paschalis II, natione Tuscus, patria
“ Bledanus, ut habet Baronius ex Anonymo Vaticano, patre Crescentio & matre
“ Alfatia, ante Raynerius vocatus, ex Monacho Cluniacensi a S. Gregorio VII
“ creatus Cardinalis Tit. S. Clementis, etc. ,, Infatti ciò leggesi puntualmente,
come noi abbiamo verificato, negli Annales Ecclesiastici Baronii, tomus XVIII,
a carte 113, Lucae, 1746. Il Mabillon Joan. (Annales Ordinis Sti Benedicti,
tomo V, pag. 406, Lutetiae Parisiorum, Robustel, 1716) scrive: “ Paschalis IT
“ antea Rainerius vel Raingerius vocatus. Hic origine Tuscus, natus Bledae (in
“margine Bieda), quae urbs olim episcopalis, nunc dioecesis Viturbiensis, patre
i
a
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;
|
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MARRPTRE SIRE EE ORO ST
RI TO E I E TE NO OTT VOI TR, ni e
OE RA SI OO.
LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II 263
Ù Non reca meraviglia che l’abate Uspergense ed altri lo abbiano
detto romano, perchè questo conferma che apparteneva allo Stato
Pontificio, e, quando egli fu eletto pontefice, Bleda di Forlì era
fuori dello Stato, non essendo ancora avvenuta la morte, quindi
la famosa donazione della celebre contessa Matilde.
È In conclusione, se escludiamo il Platina ed il Marchesi che lo
| seguì, ci rimane un vero plebiscito dei più accreditati storici
antichi e moderni, che .dicono Pasquale II nativo veramente di
Bieda presso Viterbo e derivato dal ceppo comune ai Ranseri di
Perugia e di Orvieto, i quali nei documenti vengono sempre deno-
minati de Raynerts, e Raynerius, e Raineri} in latino, e Ramieri
in volgare. I
Lo stemma gentilizio di Pasquale II consisteva, secondo il
Ciaconio, in due caprioli d’argento in campo rosso. Nell’incisione
che egli ne dà, e che noi riportiamo, tale stemma è unito alla
sigla dello stesso pontefice, con la nota: insignia pietatis et
gentilitia quibus usus est Paschalis II Papa extant in abside
Sanctae Praxedis opere vermiculato vulgo mosaico. !
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Ar
“ Crescentio, matre Alfatia.,, Segue col dire che le notizie le ha attinte da
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un codice dell’opera di Pandolfo Pisano esistente nella Vallicelliana di Roma.
Così DE MontoR (ArtAUD), Histoire des souverains
A
3 pontifes romains (tomo II, pag. 239, Paris, 1847)
2 scrive: “ Pascal Il naquit a Bieda près de Viterbe. ,,
È Il vivente autore poi Duchesne (Le liber pontificalis,
A tomo II, pag. 369, Paris-Thorin, 1892), primo oggi
È per autorità, universalmente riconosciutagli, fon-
È dandosi egli solo alle fonti più sicure della Biblioteca
È Vaticana, così scrive: “ Paschalis II natione Tuscus
i “ex comitatu Galliace, oppido Bleda, et patre Cre-
: L scentio, sedit annìs XVIII, mensibus V, diebus VI. ,,
; 1 Questo stemma aveva molta analogia con
t, quello dei Ranier o Renier di Venezia, che qui ri-
portiamo, e dove con altri smalti si vede il ca-
priolo. Per altro da documenti, che si conservano
nell’antico archivio di casa Ranieri in Perugia,
< risulta che questa famiglia diramata a Ragusa
verso il 1000, si stabili poi a Venezia, dove ebbe il patriziato e con molti
uomini insigni pure diede Paolo, eletto doge della repubblica verso la fine
del xvmi secolo. Nell’abside di Santa Prassede a Roma ancora si ammi-
264 LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II
Questa fu l'impresa personale del Sommo Pontefice Pasquale II;
nè reca meraviglia se in seguito i Ranieri di Perugia e di Orvieto
adottarono, con l’istallamento in Italia del feudalismo, la banda
contro doppio merlata in campo azzurro (vedi tavola a colori) a
distintivo di antica giurisdizione feudale ; inoltre è noto che le
imprese gentilizie non divennero ereditarie se non nel xiv secolo.
In antiche scritture! si accenna inoltre che i Renier di Venezia
assumessero per metà il color nero per denotare la veste che
talora usavano portare di tal colore i patrizi della repubblica.
I Raineri di Dovadola usarono invece lo stemma del braccio
che afferra un albero posto sopra tre monti, il quale non ha alcuna
analogia con lo stemma dei Ranieri perugini e per la sua com-
posizione mostra di essere stato fatto in un’epoca recente non
avendo alcuno degli emblemi chiamati cavallereschi. Anzi il capo
d'Angiò fa credere che questo stemma non sia anteriore al par-
teggiare che fecero i Bolognesi per gli Angioini. Infine l’ana-
logia grandissima esistente fra lo stemma di Pasquale II e quello
dei Renier di Venezia ci dimostra l’unità di questa famiglia con
quella di Perugia, una volta che è provato da documenti che
tale famiglia si divise nei tre rami di Gubbio, Perugia ed Orvieto,
sedi antichissime di essa; e verso il 1000 un ramo si stabilì pure
a Ragusiin Dalmazia, cioè a Ragusa, passando più tardi a Venezia
col nome Renier, da cui venne Niccolò che nel 1122 fu ascritto.
nel Libro d'Oro della Repubblica Veneta, e, dopo lunga serie di
nobili patrizi, quel Paolo, che fu il penultimo doge di essa, che
si disse Paulus Rainerius dux Venetiarum.®
rano i rari mosaici del secolo Ix, ma molti sono stati rimossi, ed alcuni con
le iscrizioni, come si vede, rimessi promiscuamente; quindi non è più dato
scorgere (come ai tempi del Ciacconio) lo stemma di Papa Pasquale II, che
fu cardinale titolare di detta chiesa, eretta nell’817 da Papa Pasquale I
titolare esso pure, che vi depose le ceneri di più di 2000 martiri. Che i due
Pontefici Pasquale I e Pasquale II fossero cardinali titolari di detta chiesa
risulta pur oggi dall'archivio stesso di Santa Prassede. Pasquale I fu sep-
pellito nella basilica di San Pietro e Pasquale II nella basilica di San Gio-
vanni in Laterano, detta Costantiniana, in Roma. |
1 V. Archivio Ranieri in Perugia (Tit. VI, tomo I, n. 10).
? Il doge Paolo Renier, sapendosi discendere dai Ranieri di Perugia,
volle tenere a battesimo il figlio del conte Gio. Antonio Ranieri di Perugia,
Ate REA RE, SEE I SE o Ra NI MITA SI PT RA 1 Ma IN PET LI TI
ali Sitia
ee — Di
RE SITI
LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II 265
Se questo stemma è altresì documento non spregevole per
$ la nostra tesi, la prova però più irrefragabile che detto ponte-
fice nascesse a Bieda presso Viterbo ci è data, ripeto, dai suoi storici
| contemporanei; ciò solo basterebbe a confutare con ragione l’as-
serzione mal fondata poi sul Platina e su quanto scrisse il Mar-
chesi, intorno agli uomini illustri di Forlì, scrittori che vissero
in tempo assai posteriore a Pasquale II, e che non furono se-
guiti da alcuno dei più autorevoli storici successivi.
Infine ci piace avvalorare quanto si è scritto con accenno
di altre notizie, che possono avere un certo interesse per l’epoca
| che riguardano e per il nostro tema. |
| S. Pier Damiani (De Vita S. Romualdi, cap. XXXIX e XL)
— scrive: “.... non longe a Castro Predij* (Bleda) in virtute Ranertì,
qui postmodum Tusciae Marchio factus est. , Secondo il Pigna, il
di Sigonio, il Berni, questo Ranieri di Bleda, eletto a Marchese di
Toscana, fu figlio di un VUguccione. Ora giova qui ricordare
| pure che a Raniero Marchese di Toscana scrisse varie lettere
S. Pier Damiani (vedi fra le altre l’epistola XVII del libro VII:
Domno Rainerio clarissimo Marchioni).
E questo santo fu fondatore dell'abbazia di Camporeggiano
sulla valle dell’Assino, non lungi da Gubbio, e fu abbate pure
dell’abbadia di S. Salvatore, nel confine perugino, sul Tevere,
a piè dell’eremo dei Camaldolesi di Monte Corona, che fu fon-
delegando a rappresentarlo in Perugia, con bolla autentica il suo figlio
N. U. cav. Andrea, ed inviando in dono un suo grande ritratto ad olio. Tanto
il suo diploma originale che il ritratto ancora conservansi gelosamente nel
palazzo Ranieri a Perugia, insieme a varie antiche carte ed alberi genea-
logici, ove pure si vede lo stemma dei Renier, nobili veneti (V. Archivio
. Ranieri, Perugia, tit. VI, tomo I, n. 10).
Non sarà inutile qui aggiungere, come notizia storica, che nell’antico
ms. originale intitolato: Origine di tutte le famiglie di Genova, ecc. di FRAN-
cesco MARIA AccineLLi, MDCCXL, a carte 255 leggesi: “ Raineri venuti
“ alla città del 1151-1202 Guglielmo Rainero et Oberto suo Fratello figli del
“ D. Guidone Marchese di Gavi rinonciano d.° luogo al Communi di Genoua, e
“sono fatti ambi nobili. ,, Dai nomi, simili a quelli stessi dei primi Ranieri
dell'Umbria e del Veneto, potrebbe pensarsi che avessero anche questi geno-
vesi avuto la medesima origine. Il ms. trovasi nella Biblioteca del Collegio
Araldico in Roma.
! Predij si ritiene derivato per corruzione da Bledij,
266 LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II.
data da S. Romualdo: le quali due abbazie distano due miglia
circa ciascuna per parte diversa dalla contea di Civitella Ranieri:
tali ricordi poi delle due abbazie furono con certezza estratti
dagli archivi degli Olivetani di Gubbio. Inoltre è nota per me-
morie antiche, come pure per testimonianza degli storici peru-
gini, l’amicizia che S. Pier Damiani ebbe sempre con la casata,
dei Ranieri. Così 4 giudice Raniero Ranieri, che fu certo della
famiglia Ranieri di Perugia e che fiori verso il 1050, fu molto
commendato dal Cardinale Damiani nel sesto libro delle sue
Epistole, * all’ Epistola XXV,dove da lui viene chiamato: * Raine-
rius Judex, vir videlicet insignis, et facundiae lepore conspicuus. ,
S. Pier Damiano racconta ancora che il padre del sopradetto
Raniero, benchè ‘vecchio, si fece monaco del Monastero di
S. Pietro nei sobborghi di Perugia, e che fu uomo di santa vita,
perchè rinunziò per umiltà alla carica di abbate di monastero
e così meritò la visione di Cristo sotto forma di agnello, come
lo stesso Raniero Giudice, figlio di tale venerabile Raniero,
testificò allo stesso cardinale Damiani, che lo ricorda nella suddetta
Epist. ove pure rammenta il monastero di Camporeggiano. Il
Vermiglioli, storico critico perugino, non sa se tale Raniero
Giudice sia perugino, non volendo, dice, stare all'autorità del
Ciatti (Per. Pont., lib. V, c. 181-186), che riferisce pure di lui,
e che coll’ Oldoino chiama qiurisprudente e giudice perugino,
essendo coevo e familiare di S. Pier Damiano; e soggiunge però
il V. che in un diploma dell'Archivio della perugina cattedrale
dell’anno 1033 è nominato un Raniero Giudice della nostra città. *
L’Oldoino, seguito poi dal Fabricio (5:00. Ins. Latin., VI, 47)
a questo Raniero Giudice attribuisce la Historia visionis habitae
in Ecclesia S. Petri Perusiae mss. Il Bonazzi, il più recente sto-
rico perugino (tom. I, pag. 189 e 219 della sua Storia di Perugia),
scrive: “ Raniero Ranieri seniore Iurecons. et Iudex. Fu intimo
del cardinale S. Pier Damiani (Oldoino). ,,
L'argomento però che più c’'interessa per ritenere questo
Raniero Giudice della famiglia Ranieri di Perugia è dato dallo
1 Opera Omnia, Tom. I, Parisiis, 1664, in fol.
? Infatti negli antichi Codici della Biblioteca Comunale di Perugia
oggi ancora leggesi che il Rainerius iudex sottoscrisse nel 1038 un atto
davanti ai missì dominici dell’imperatore Corrado.
ORE RE DT I to
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Li
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i,
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Pe ur d'atto ite
iene si:
LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II 267
| istromento rogato in Gubbio da Guido Notaro nel 1097, riportato
. quasi per intero dallo storico eugubino Vincenzo Armanni (Let
à tere, tom. II, 310. Macerata, 1674), da lui letto in una pergamena;
conservata nell’archivio della cattedrale di Gubbio, ove, trattan-
dosi di atto contrattuale circa al poggio e castello di Colognola,
fatto tra individui della stessa famiglia, prima è nominato un.
Rainerius Kamerij Marchionis olim filius, poi è nominato un
Rainerio Priori, e vi sì nomina quindi un Rasnerius Amadoris
— vocati Ensis alio nomine (cioè Spada), ed infine viene questo Ruai-
nerius Raineri) judex; *
stesso (che non nomina S. Pier Damiani), per verifiche esattis-
ora per quanto ci riferisce l’Armanni
sime da lui fatte a mezzo di carte di archivi, di cui solo suoleva,
tener conto, tutti tali nomi erano propri d’individui di questa
famiglia dei Ranieri di Perugia, rintracciandone egli numerose
generazioni di padre in figlio, coi nomi stessi ripetuti, i mede-
simi feudi da essi posseduti ed il medesimo stemma eguale in
tutti. Erano questi Ranieri tutti discendenti dai figlia da Uberto,
che furono gli edificatori ed i primi signori del castello della
Fratta, oggi Umbertide, di cui lArmanni ci porta altro rilevante
documento contrattuale, del 970, terminando il territorio di Civi-
tella R. con la Fratta. Tale opinione riguardo a Raniero Giudice è
pure espressa nelle inedite Memorie istoriche su Civitella Ranieri
da Anton Francesco Cassini, arciprete di essa (1711, mss. arch.
Ranieri, I, VI, 35), trascritte dallo storico perugino Annibale
Mariotti nelle sue Memorie della Fratta, e che sono pure mano-
scritte nella biblioteca di Perugia. A Civitella Ranieri conservasi
ancora un finissimo antico ritratto del ven. Raniero Ramieri, ve-
stito da monaco cassinese coll’ Agnello e croce sulla mano, sim-
bolo della sua visione avuta in Perugia.
Opina il Cassini essere questo appunto il Marchese Raniero,
il venerabile vecchio che finì monaco santamente i suoi giorni
in S. Pietro di Perugia, quello da cui avrebbe preso il nome
Civitella, da lui già posseduta, ed il cui figlio fu Raniero Giu-
dice, certamente amico del card. Damiani, che abitando in quegli
! L’Armanni fa tale Marchese Raniero figlio di Ugo, figlio di Uberto;
cfr. pure gli sfessi nomi in S. Pier Dam. Epist. XVIII, lib. 7. Amadore qui
nominato, poco dopo il 1000, si stabili a Ragusi e fu stipite della famiglia
Renier di Venezia (v. arch. della cattedr. di Gubbio).
268 LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II
stessi luoghi ebbe agio di ben conoscerlo ed apprezzarlo. Certa-
mente essi sono quelli nominati nell’istromento. di donazione
dell’anno 1097. Può essere altresì che il Marchese Raniero, che
fu venerabile e padre di Raniero Giudice, fosse quello stesso.
Raniero possessore di Castro Predij (Bleda), che fu poi Marchese
di Toscana e che ebbe con la meglie Guilla Contessa le sante
esortazioni dal Damiano, quali si leggono alle Ep. XVII e XVIII
del Lib. 7. Inoltre da antichi documenti di Gubbio (v. Storia di
S. Ubaldo con documenti pel canon. Lorenzo Giampaoli) si ha
pure che un Marchese Raniero venne spogliato dei suoi beni
di Toscana, come accenna pure il Muratori. Nè qui tralascie-
remo di accennare come un anonimo napolitano, di cui ci sfugge
ora il nome, sulle'norme del Damiani, narra nella Vita di S. Lo-
mualdo che tal santo, perseguitato nell’eremo del Monte Amiata
(ch’è in Toscana, nè molto lungi dalla diocesi viterbese), dovè
riparare nel territorio del Conte KRanieri, di cui scrive a lungo.
Ma, per tornare a Pasquale II, può darsi che esso discendesse
veramente da quel Ranieri di Bleda, che poi fu T'usci@ Marchio,
secondo il Damiani; e che anche fosse proprio esso, come alcuno
ha voluto, quel Eaniero monaco Priore, ricordato nel suddetto
istromento di donazione dell’anno 1097, due anni prima cioè
che egli salisse al pontificato. !
! L’Armanni accenna che il detto Marchese Raniero (ricordato nello
istromento surriferito) ebbe, oltre Vgo Conte (da cui prova tutta la discen-
denza dei Ranieri), una figlia chiamata Attilde Contessa, che, maritata ad
Alerano di gran condizione, generò tre figli, da cui provennero in Gubbio
famiglie illustri, cioè Azone, Asolina, del Re Spada e Spadalunga, fiorenti
in Gubbio con prerogative di conti, ma estinte da molto quando egli scri-
veva (V. Arm., II, 810). Ora noi troviamo riportato nella recente Sforia di
S. Ubaldo, edita in Gubbio con documenti del can. L. Giampaoli, che San
Francesco d’Assisi, quando andò a Gubbio, secondo cronache accertate, fu
ospite di uno della famiglia Spadalunga, col quale era il santo legato da
vera amicizia, e da cui gli fu donata in Gubbio l’area della chiesa, detta
da lui di S. Francesco.
L’istromento del 1097 porta l’indicazione: mensis novembris, inditione
sexta Eugubio.
Ciò però che interessa notare si è che tutti i parenti più stretti del
Marchese Raniero, ricordati dal card. Damiani nell’ Epist. XVIII del lib. VII,
LA PATRIA DEL PONTEFICE PASQUALE II 269
_ Quanto alla patria di Pasquale II, vedasi pure quel che scrive
Îa celebre storico ed archeologo veronese Panvinio, del sec. xvI,
. che è contro il Platina. E quanto alla vita di detto pontefice
basti qui ricordare che egli scomunicò l’imperatore Enrico V
lil M 116), ed approvò nel 1100 l'ordine Cisterciense, istituito nel 1098
i da S. Roberto Abate Benedettino di Molesna nella diocesi di Chalon
. della Borgogna, aiutato dal B. Alberico, da S. Stefano Harding
Po da altri, che vollero l'osservanza letterale della regola di San
Micosi: al quale ordine si unì poi S. Bernardo, fondatore del
È secondo monastero in Chiaravalle, di cui fu primo Abate (No-
| vaes op. cit... Fu questo Papa il primo ad approvare con bolla
| e con privilegi (1113) gli statuti della Milizia Gerosolimitana.
— (Moroni, vol. XXIX, 220).
a Perugia, 5 maggio 1904.
G | | EmanuELE RANIERI.
E diretto a Guilla Contessa, virtuosa moglie di detto Marchese, si chiamano
_ Vberto Conte, Vguccione Marchese, ecc. nomi tutti uguali a quelli ritrovati
vd dall’Armanni negli archivi di Gubbio dei parenti antenati e discendenti di
È quel Rainerius Raineriù Marchionis olim filius (ricordato nell’istr.° del 1097),
| che fu pronipote diretto, come si è visto di quel Vberto, i di cui figli fon-
_ darono la Fratta, da essi sempre appellata nelle pubbliche scritture: Fracta
Filiorum Vberti, oggi detta Umbertide.
MARGHERITA FONTANA DETTA LA BEATA, E LA SUA PAMIGLIA
Margherita Fontana nacque il 3 maggio 1440 in Modena dal
nob. Alessandro e dalla nob. Francesca Morano, morì il 3 set-
tembre 1513 e fu sepolta in San Domenico nella prima cappella
a sinistra entrando dalla porta laterale.
Fin da giovinetta mostrò pietà somma e grande ui di
carità e penitenza. Tanto amava la preghiera, che quando vedeva
addormentata la madre, presso la quale coricavasi, soleva levarsi
e lungamente e con disagio pregava.
Vestito l’abito del terz’ordine di San Domenico; ne osservò
con somma devozione le regole, digiunando e austerissimamente
trattandosi.
In anno di fiera carestia prodigava limosine così, che il fra-
tello la riprendeva temendo che la casa rimanesse sprovvista di
vettovaglie; ed essendo presso il Natale, in tempo freddissimo,
un giorno l’incontrò che scendeva le scale col lembo delle vesti
pieno di pane pei poverelli. Le chiese egli che portasse; ed ella,
fatta breve orazione mentale, rispose che portava rose, e sciolto
il lembo, mostrò che conteneva quantità di questi bellissimi e
odorosi fiori. Onde il fratello, persuasosi che, se alle preghiere
di lei il pane mutavasi in rose, mai non sarebbe per venir meno
il vitto alla famiglia, le consentì ogni larghezza di limosine.
Con le sue orazioni, Margherita liberò da travaglioso parto
la cognata; col segno della croce risanò una fanciullina Mari-
scotti che giocando davanti a casa Fontana con altre giovinette,
s'era orribilmente leso un occhio.
Dispensò altra volta tutto il più delicato vino di casa ai poveri
e ne nacquero disgusti; ma ella disse opera del demonio tale
tentativo di discordia famigliare; e pregando fe’ sì che la botte
sl trovasse tosto novellamente piena.
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MARGHERITA FONTANA DETTA LA BEATA, E LA SUA FAMIGLIA 271
Spesso, travagliata dal demonio, lo vinse; soleva portare
addosso un cilicio e una catena e dormiva su dure tavole.
Questa e non altra, o signori modernisti, è l’arte della suprema
perfezione cristiana! |
Morta che fu, le turbe disputavansi reliquie delle ‘sue vesti;
e 1 domenicani dovettero difendere il sacro deposito. Al suo
sepolcro si ebbero prodigi e liberazioni di ossessi; onde andò
adorno di tavolette votive. Aperto una volta, emanò profumo
soave; altra, volendosi riporre in esso un putto morto della fa-
miglia, il muratore che s’era accinto ad aprirlo, desistè sorpreso
da invincibile tremore. Si lavorava un giorno in quella sua se-
polcrale cappella e un operaio cadde dall'alto della volta sopra
un compagno; ma rimasti illesi entrambi, seguitarono il lavoro
a onore di lei che li aveva aiutati. In tale cappella ebbe monu-
mento ad opera del cav. mauriziano Ercole Fontana nel 1620 e
ritratto che la mostra in età avanzata col grembo pieno di rose.
È salutata dal consenso universale con titolo di Beata e ne scris-
sero la vita i domenicani. Due redazioni se ne hanno nella col-
lezione Campori (app. cass. 87, Fontana, M.). Noi riferiamo tali
cose su fede umana, protestando di non voler prevenire meno-
mamente 1 giudizi della Chiesa. La famiglia Fontana, come dai
registri de’ priv. di nobiltà dell’Arch. Com. di Modena, è antica;
vuolsi provenga da Aldighiero della Fontana ferrarese del se-
colo xI1; essa si divise almeno in tre rami. Il primo ch’ebbe titolo
comitale da poi, si estinse nel 1791 col conte prevosto Francesco
e fu chiamato a succedere il secondo separatosi e proveniente da
Camillo fu G. A. rappresentato a tempi recenti dai nobili signori
colonnello cav. Guglielmo e generale cav. Ludovico fu G. Andrea.
Il terzo ramo era rappresentato testè dal consultore avv. Luigi,
avv. Francesco fu Tommaso, prof. Giuseppe fu avv. Carlo Ca-
millo. Altri Fontana non furono iscritti nel libro d’oro modenese.
Risplendettero i Fontana per illustri soggetti, quali Giovanni
Filippo, professore a Modena nel secolo xvi, poi podestà di
Lucca e di Modena; Alessandro contemporaneamente medico
insigne; Giovanni (n. 1537) segretario del vescovo di Ferrara,
poi egli stesso Antistite ferrarese; il conte Roberto segretario
del cardinale Alessandro d’ Este, ambasciatore, poi nel 1654 ve-
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202 MARGHERITA FONTANA DETTA LA BEATA, E LA SUA FAMIGLIA
scovo di Modena che ricostrusse l’ Episcopio e convocò il Sinodo
diocesano; il conte Francesco celebrato dal Testi e padre di Gae-
tano preposito de’ Teatini in Modena, chiaro astronomo, geo-
grafo e fisico morto nel 1719; il conte Galeazzo poeta del se-
colo xviri; il consigliere e prof. Carlo, dotto non meno che pio,
morto nel 1853; il maggiore Tommaso già aiutante di S. A. R. el.
Francesco V ed ora al servizio della duchessa di Modena vedova
Adelgonda d'Austria d’ Este principessa reale di Baviera.!
Arme: d’azzurro alla fontana di pietra a due bacini zampil-
lante di più getti d’argento sostenuta da una terrazza pur di
pietra (libro d’oro), oppure: d’azzurro alla fontana d’oro zampil-
lante d’argento. In una tomba del museo lapidario la fontana,
non ha terrazza. |
F. C. CARRERI.
! Fra i nobili di Modena che prestarono giuramento nel 1202 pel Co-
mune, ai marchesi Alberto e Guglielmo di star con essi in lega a ricupe-
rare Carpineto e il patrimonio di Gherardo da Carpineto è Petrus de Funtana
che figura in altro giuramento del 1204. Nel 1213 Salinguerra e Alber-
tino promettono approvare tutto ciò che i modenesi han determinato ri-
guardo a Pontedure e all’atto oltre il marchese Aldobrandino d’ Este, c’è
D.Jac..de Fontana ed altri nobilissimi. Nel 1220 D. Bernardino de la Fontana
con altri nobilissimi modenesi è teste all’ approvazione del Podestà di dar
certa somma a Salinguerra, Albertino e Tommaso. Nel 1847 a 9 di aprile,
muore Obizo marchese; Aldobrandino già acclamato Signore di Ferrara viene
dal Consiglio modenese eletto Signore di Modena. Fra i consiglieri eleggenti
gli appositi giudici è Matteo Fontana. Tutto ciò dall'opera del Tiraboschi
Memorie storiche modenesi. Ciò che si dice del probabilissimo, forse certis-
simo nesso coi Fontanesi di Ferrara lo tolsi dal De Volo, storia di Fran-
cesco V e da attestazione dell’Archivista comunale che è nelle carte Fon-
tana della collezione Campori col manoscritto sulla Beata. Del resto mi
son portato all'Archivio comunale dove nel volume Registro dei Privi-
legiati dal 1584 al 1640 trova un attestato di nobiltà e antichità di fami-
glie, fra le quali la Fontana, a pag. 61. A pag. 68 vi è altro certificato
del 1306 che accenna ai Fontana modenesi e dice allegando il Registro della.
Città esemplato da Delaito fu Guidone Guarnerii. Vi si trova menzione a
carta 267 anno 1282 (?) del signor Guglielmo de la Fontana che apparrebbe
già cittadino modenese. Nobilis vir D. Guglielmus q. D. Aldegnerii della
Fontana costituisce un procuratore in persona di Peregrino Guiduberti Fer-
rarese a esigere 2798 lire e 18 soldi e 5 dinari veneti più residuo di prezzo
di 4000 lire di cui il rog. Munarii Guidon Giovanni.
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IL PATRIZIATO DI LUCCA
Carlo Lodovico di Borbone, duca di Lucca, con decreti del
13 maggio, 19 e 27 agosto 1826 istituiva il Libro d'Oro della
nobiltà di Lucca. Nell'archivio comunale di questa città esiste
ancora tale Libro d’Oro nel quale vennero in seguito inscritte
le seguenti nobili famiglie patrizie di prim'ordine: Altogradi;
Andreozzi; Arnolfini; Bartolommei-Sandonnini; Bernardi; conti
1
Bernardini;! marchesi Boccella;*® marchesi Bottini;* Brancoli;
marchesi Buonvisi-Montecatini;* Burlamacchi; Busdraghi; Can-
. tarini; Cenami; marchesi Cittadella ,° Compagni; Fatinelli-Luc-
chesi; Forteguerra; Gabrielli; Gambarini; marchesi Garzoni;*
marchesi Guidiccioni;“ conti Guinigi-Magrini; Guinigi-Rustici;
Ghivizzani; marchesi Lucchesini;?
9
Landucci; Lippi; marchesi
Mansi;° conti Martini;!° Marchiò; conti Massei ;!! Massoni; mar-
chesi Massarosa;!? Micheli-Minutoli; Mmutoli-Tegrini; Nieri; conti
De Nobili; Orsucci; Ottolini; Parensi; Pagnini-Pauletti; di Pog-
gio; marchesi Provenzali;!* Raffaelli; Rinaldi; Saladini; San-
1 Creati da Carlo V.
? Creati da Filippo V.
® Creati dal duca Carlo Lodovico il 10 giugno 1835.
4 Creati da Filippo, duca di Parma, il 18 ottobre 1763.
5 Creati dal duca Carlo Lodovico il 20 agosto 1887.
© Patrizi fiorentini.
" Creati dal duca di Modena.
8 Creati dall'imperatore Carlo IV nel 1355.
° Creati da Rinaldo d’Este, duca di Modena.
‘© Creati dal duca Carlo Lodovico nel 1822.
| H Titolo pontificio concesso da Pio VIII.
12 Creati dal duca Carlo Lodovico il 27 gennaio 1826.
18 Creati dal duca Carlo Lodovico il 6 giugno 1637.
Rivista del Collegio Araldico, (maggio 1904). 18
974 IL PATRIZIATO DI LUCCA
tini; Serantoni; Sergiusti; Sesti; Spada; Torre; Trenta; mar-
chesi Tucci.! i
Vennero parimenti ascritte le seguenti nobili famiglie di se-
condo grado: Baroni; Bernieri; Biancaluna; Buonamici; Bossi;
Binda; Biavati; Calandrini; Cerù; Chelli; Controni; Diversi;
Dohler; Donati; Flori; Fondora; Frediani; Florioli Ognibene;
Giorgini; Gigliotti; di Grazia; Guidotti; Giannini; Giannardi;
Hansshalter; de Liwemberg; Matteucci; Meuron; Minarelli-Fitz-
Gerald; Moscheni; conti de Navasquez;? Neeker; conti Orsetti;
Ostini; Pacini; Paoli; Pellegrini; Poliera; Pieracchi; Ricci; conti
Sardi;* Saladini; Sinibaldi; Sforza; Schmucker; Schmid: conti
Talenti;* baroni Tossizza;° Toti; conti Trebialiani;' Vincenti;
Vollero; Ward. 5
RoBERTO SISMONDI.
1 Conf. il 22 luglio 1829.
? Riconosce. e cfr. il 26 novembre 1833.
Creati dall'imperatore Carlo Vl il 12 agosto 1715.
* Priv. del re di Polonia del
Creati da Giorgio III, re di Polonia, il 18 luglio 1588.
Creati dal duca Carlo Lodovico il 13 gennaio 1834.
“ Baroni il 28 luglio 1842.
Baroni il 21 giugno 1847.
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(a)
(er)
°— FAMILLE DISSARD-CAVARD
PUY-DE-DOME - AuveRGNE (FRANCE)
+
? (Continuazione vedi fasc. 1,2 3, € 4)
«_‘—’—Aprés de nouvelles fouilles dans les déblais et dans la tranchée
| ouverte du nord au sud, sur une longueur de dix métres et deux
. de largeur:
«Nous avons recueilli nous méme le superbe couteau de sacri-
. ficateur dont la gravure, il est en pierre de yadite verte, ayant
| une patine vert bronze antique superbe; elle servait è percer le
coeur des victimes; on l’enfongati dans la poitrine au moyen d’un
| marteau en pierre, à main, que nous avons.
également trouvé ayant cette forme; de la
grosseur d’une forte orange;
la cime du couteau sacré,
comme le révéle la gravure, {{
a éclaté sous le choc du Di
marteau de pierre rouge
trés dure. Une particularité est l’entaille
faite è arrétes vives dans le sommet du
couteau au milieu et verticalement è la
pointe. Par là le couteau une fois planté
dans le coeur, laissait échapper le sang
A en un jet mince et très vigoureux, filet
e que les ovates laissaient retomber sur le peuple, où les eaux de-
| stinées aux purifications.
d- Puis une superbe faucille en très viel or, très pur. Elle était
È: absolument enveloppée de radicelles de bruyères et oxydée par
le gras de cadavre è tel point que le jeune Commnnal, le pro-
. fesseur d’histoire dont nous parlons et qui aidait è nos fouilles
SE.
276 FAMILLE DISSARD-CAVARD
lorsque sous le coup de pique en acier par lequel je la jetais sur
le sol libre, l’apercue il prit pour un ossement blanchi; elle avait
un patine brînatre, tirant sur un blanc d’argent. Elle avait rendu
sous le choc un son meéetallique. Je la relevais et la lourdeur de
son poids, vu sa forme non très grande, me frappa.
Nous la frottames légèrement et subitement elle parut d’un
or très pur, mais saturée de salpetres, de carbures, d’acides sul-
phydriques et d’iodes, sitòt desséchée, peu à peu elle reprit son
premier voile d’oxyde qui est du reste fort épais. Nous l’avons
soumise à l’épreuve de la pierre de touche, qui a révélé un or.
vierge, sans mélange connu, d’un bel or vieux et rougeàtre. Ce-
pendant elle est tranchante dans sa face intérieure et fort dure;
à l’or doit s' ajouter un métal durcissant.! Le son est celui de l’or
atténué par le patine du temps, fort épais. Elle servait aux sa-
crifices non ‘sanglants de Guy sacré que
seul offrait le grand prétre en emblème de
l’immortalité de l’àème humaine s’immo-
lant au Dieu unique seul immortel, par la
dure acceptation de la mort du corps. Mort
seulement apparente de l'homme, et non
réelle, figurée par le Guy de chéne, qui sur
le chèéne mort d’apparence en hiver, vit,
fleurit, fructifie en pleins frimas. Nous don-
nons ci-contre une gravure des deux pré-
cieux attributs du grand Druide supréme.
Nous ajoutons à cela le détail des autres
1. Faucille d'or. - 2. Couteau
objets de la gravure ci-contre, débris d’urne, en jadite verte pour etre plongé
au coeur des victimes.
débris d’un glaive gaulois incrusté dans le
granit par le feu et l’humidité des deux mille ans; débris de
! La Pierre de touche a donné devant le Délégué de M. Reinach et_
Champion M. Pagés Affary le mème résultat qu’ un Louis d’or francais de
10 frs. On voit par loi l’alliage. Voici maintenant la grave lettre de M. le ——
Conservateur des Musées Celtiques, membre de l’ Institut - M. Reinach Salo-
mon - M. le Chanoine Dissard - Laval — Paris, 11 mars 1904 — M. le Cha-
‘noine — Je viens de recevoir la visite de M. Pagés qui m’a montré la pho- —
tographie de la faucille (d’or), et celle du Tumulus. Je vous remercie de
bl
l’avoir autorisé à me communiquer ces documents d’un grand intérét. Vai
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2 O
FAMILLE DISSARD-CAVARD Zali
| pierres noircies par le feu du bucher et maculées très fortement
de chairs brîilées adhérentes. (N. 1, 2, 3, 4, 5, 5-bis).
1. Morceau de l’urne (fond). - 2 et 3. Hache ou couteau en pierre. - 4. Faucille d’or. - 5. Hache
| «e bronze. - 6. 6. Balles de fronde en jadite. - 7, 8, 9, 10, 11, 12. Couteaux en pierre. - 13. Masse
en pierre servant a enfoncer les couteaux au nombre de huit de grandeur diverse correspondant aux
huit phases de croissance lunaire. - 14 et 15. Débris d'urne. - 16. Débris de gilaive.
î Ces derniers objets, soustraits à nous, fort indélicatement, au
moment où nous désespérions de les retrouver jamais, providen-
tlellement. par permission de Dieu nous sont venus sous la main,
seul le fragment de glaive, ne nous est pas revenu.
Peut étre sera-t-on surpris de nous voir attacher une impor-
tance non seulement archéologique et historique, mais presque
it Atri ri ai
religieuse è ces reliques d’un grand passé payen, par nous pré-
de
tres du Christ. C'est que pour nous, le Druide qui, au témoi-
foLegli, e _ 2
# pia
gnage de César, avait sur tous les autres la supréme autorité,
était ici-bas la plus haute expression de Dieu tel qu'il était connu
PESO a A
de cent millions de celtes et de gaulois nos pères. C'est ‘avec
une émotion religieuse que nous avons recueilli les cendres de
celui qui, tout è la fois martyr de l’idée de patrie et de l’idée
du Dieu national, succomba sous les coups de Crassus, il y @
Mie 9 I MEN E I:
| publié autrefois l’article FALX dans le “Dictionnaire des antiquités de
. Sylio,, et j'y-ai signalé la découverte d’ une faucille d’or faite en Vendée;
malheureusement, cet objet a été fondu et il n’en reste à ma connaissance
aucun dessin. Veuillez agreer, etc.: Signè: Salomon Reinach, Membre de
l’ Institut; Conservateur du Musée national de Saint-Germain.
Riti.
2978 FAMILLE DISSARD-CAVARD
deux mille ans! Puis, plaisante qui voudra ou qui osera, nous
sommes troublé par cette coincidence que ce soit è nous le pre-
mier prétre catholique romain de la descendance ininterrompue
pendant vingt siècles du dernier Pontife supréme druide et sur
les lieux mémes qui le virent succomber, que Dieu ait réservé le
bonheur de retrouver ses cendres et ses attributs sacrés... comme
à nous Dieu a réservé la conversion de la dernière sectatrice en
Irlande des traditions celtiques, la grande irlandaise Miss Maud
Gonne, baptisée par nous le 17 février chez Mme Suzanne Foc-
card, au Carmel de Laval, qui doit son existence à Madame Foc-
cart et au dévoùment de laquelle nous méme devons tant.
Nous tenons précisément en cette notice destinée à notre fa-
mille, àè léguer è nos neveux l’impérissable gage de notre pro-.
fonde reconnaissance et filiale affection è celle qui ici bas nous
est véritablement Mère. Deux noms ne doivent jamais périr dans
l’éternel souvenir des nòtres aux siècles à venir, lorsqu'il s’agira
de nous et du Carmel de Laval: celui de Mme Suzanne Foccart,
et celui de M. Edmond Guyot Dessaigne, notre compatriote et.
ami, ce grand républicain deux fois ancien ministre qui nous
fut un bienfaiteur incomparable dans ces luttes terribles; ni les
filles de Sainte Thérèse è Laval, ni nos neveux ne doivent ou-
blier sa mémoire et celle de Mme Foccard. Ce fut pour marquer
ses sentiments envers Mme Foccard qui avait achevé près de
Maud Gonne l’ouvre commencée par nous è Royat en 1891, que
celle-ci voulut que le berceau de sa vie chrétienne fut la cha-
pelle de Mme Foccard à Laval. 'T'oute la presse européenne parla
de ce grand événement, en son temps. |
Nous rappelons que c’est en cette chapelle qu’un Bref
de Léon XIII érige à perpétuité pour la France, le culte si
gracieux de la Sanctissima Bambina la Vierge Enfant. C'est è
son tròne gracieux que Maud Gonne a attaché les insignes en
or de son ancienne puissance. Pour nous, nous croyons è la chaîne
ininterrompue des àmes, è la communion des saints de l’ancienne
comme de la nouvelle loi. Pour nous, l’Eglise existait depuis Adam
jusqu’à la consommation des siècles, formée de tous les justes qui.
ont connu Dieu, son réparateur futur, et ont espéré en lui, l’ho-
norant de leur mieux.
FAMILLE DISSARD-CAVARD 2979
Fo Puis, ce Druide, a été pour nous, aux peuples de l'Europe
destinés àè étre le centre de l’empire du Christ (surtout pour la
I France) l'image prophétique, l’ombre, le précurseur du Pape vi-
caire du Christ. Il en avait le pouvoir, l’excommunication, les
| vétements blancs; et les insignes portées devant lui, étaient deux
clefs croisées: l’une d’or, l’autre d’argent, sur un fond bleu azur;
È: au dessous sur sinople, un serpent en bronze se mordant la queue
et formant un cercle autour d’un ceuf, l’emblème de la chite au-
| tour de l'origine première. L’ombre, comme on le voit, était
| l'exacto copie de la figure à venir, c'est ce qui explique comme
le dit Saint Thomas d’Aquin au traité des Princes: “Que la
“ France tout naturellement alla è l’Eglise romaine, comme è la
“ religion prédite, attendue, Dieu ayant, par les druides et leur
È ‘ pouvoir immense sur la nation, préparé le ròle des évéques et
“du Pape chrétien. ,
pi . Puis ce grand Druide incarnait Dieu et la nation gauloise,
hi patrie terrestre et la patrie céleste, et nous adorons Dieu par-
è, ed
tout où nous le trouvons, soit qu'il se révèéle dans sa pure vé-
rité, comme chez les juifs et les chrétiens, soit qu'il se voile
: d ombres comme chez les celtes nos pères.
(Continua) Chanoine DissaRD.
LA NOBLASSE DAVIGNON BT DU COMTE-VENAISSIN
(Continuazione vedi num. precedenti).
IV.
Ainsi que je le disais plus haut, l’ordonnance de Mgr d’Elci
sur les usurpations de noblesse eut pour résultat d’obliger les
familles intéressées è régulariser leur situation nobiliaire. Dès
l'année 1729, le gonvernement pontifical fut souvent appelé è
sanctionner des situations irrégulièrement acquises sous forme de
confirmation, réintegration et réhabilitation de noblesse. Je vais
essayer de donner une liste aussi complète que possible des
familles qui obtinrent ainsi des lettres de noblesse du Saint-Siège,
ainsi que de celles, nombreuses aussi, qui régularisèrent leur situa-
tion dans le comtat en sollicitant l’enrégistrement de leurs an-
ciens titres è la Chambre apostolique ou à la KRectorie et en
obtenant des certificats de noblesse de l’élu de la noblesse com-
tadine.
Cette liste est le résumé des notes recueillies jusqu'ici, et de
listes diverses, toujours incomplètes, comme aussi des enregistre-
ments faits par les autorités de l’époque.!
Voici donc cette liste, déjà bien longue et cependant incom-
plète, que je soumets è la critique des historiens comtadins:
1° Jean Joseph d’Andrée de Ripert, de Vaison, bref de noblesse du
24 octobre 1754.
2° Paul Joseph d’Andrée de Renoard, de Carpentras, bref de no-
blesse du 4 avril 1732 (14 aoùt 1731, selon le Repertorium Camerale).
3° Jean Pierre d’Aurel, de Monteux.
4° Pierre Elzéar d’Anselme, de Bonnieux, bref de noblesse du 21 fé-
vrier 1756.
5° Jean Antoine d’Artaud, de Bonnieux, bref de noblesse de Benoît XIV
du 5 mars 1755.
! Voir le Reperlorium camerale, le livre des Vidimats à la Bibliothèque
de Carpentras, les notes de M. le marquis de Seguins-Vassieux faisant actuel-
lement partie de la riche collection provencale de M. Arbaud, à Aix.
LA NOBLESSE DAVIGNON ET DU COMTÈ-VÉNAISSIN 281
6° Joseph Gabriel de Brassier de Jocas, certificat de noblesse du
BSO iars 1785..
7° Charles Joseph Marie Duclaux de Bésignan, certificat de noblesse
du 16 décembre 1785.
8° Jean Joseph Francois Bugnier de Raimond, de Cavaillon, certificat
de noblesse du 22 février 1786.
9° Claude Pompée Barthelier, de l’Isle, déclaration de noblesse du
9 décembre 1749 cu 1759.
10° N. de Baculard de Saint-Hilaire, de Pernes.
11° Joseph Frangois Hermentaire de Benoît de la Paillone, de Séri-
gnan, bref de noblesse de Pie VI du 23 aoùt 1780.
12° Charles Siffrein Etienne Honoré de Chargé de la Brachetière, de
Carpentras, enregistrement de l’arràt de maintenue du Conseil d’État de
France du 15 juillet 1785.
13° Philippe Guillaume de Barbier, vérification de noblesse.
14° De Barthoquin de Chalas, certificat de noblesse.
15° Charles Joseph, comte de Barruel-Beauverd, vérification de titres,
du 4 avril 1788.
16° Jean-Baptiste de Bernus-Venasque, certificat de noblesse du 15 no-
vembre 1787.
17° Esprit de Biolès, de Cabrières, enregistrement de confirmation de
noblesse accordée par le duc de Lorraine, le 3 juin 1601.
18° Charles Joseph Barcilon, certificat de noblesse du 6 janvier 1:89
et vidimé d’anciens titres de noblesse.
19° Francois Antoine de Bertet, certificat de noblesse de Clément XII,
du 27 juin 1737.
20° Louis Bernard de Fontbonneau, bref de noblesse de Clément XII,
du 9 octobre 1735.
21° Charles Henri de Bonadona de la Buire, de Malemort.
22° Pierre Francois de Boneti, de Malaucène, bref de noblesse du
22 mai 1778.
23° Joseph Joachim Marie Jean-Baptiste de Bignan, vérification de
noblesse du 16 mars 1789.
24° N.... Brémond, de Malaucéène.
; 25° Joseph Frangois Marie de Bressy, du Thor, bref de noblesse du
11 juillet 1781.
i 26° Xavier Antoine Buisson d’Armandy, bref de noblesse de Pie VI,
du 15 octobre 1780. x
27° Joseph de Calvet de la Palun, d’Avignon, bref de noblesse du
25 février 1749.
282 LA NOBLESSE DAVIGNON ET DU COMTE-VEÉNAISSIN
28° Dominique Antoine de Chappuis de Saint-Romain, enregistrement
de certificat du 14 février 1778.
29° Esprit de Chansiergues du Bord, vérification de titres du 27 fé-
vrier 1788.
380° Guillaume Ignace de Cazes de Fresquière, d’Avignon, bref de no-
blesse, du 9 juillet 1748.
31° Jean-Baptiste, marquis de Charrier-Moissard, vérification de titres
du 4 avril 1788.
32° N.... de Cheysolme de Crombis.
353° Le baron Toussaint de Cohorn, de Carpentras, enregistrement
des lettres de noblesse accordées par Guillaume, prince d’Orange, le
27 avril 1616.
34° Joseph Elzéar, comte des Isnards, vidimé de titres de noblesse
et illustrations, du 3 juin 1774.
85° Joseph des Armands d’Alencon, vidimé de titres des 2 décem-
bre 1737 et 1738.
36° Antoine de Gonet, de Bollène, vérification de titres du 25 janvier 1788.
37° Jean Pierre Desmarets-Modène, comte de Montclar, vérification
de titres du 19 décembre 1789.
38° Esprit Ballhazard Alexis de Fléchier, vérification d’anciens titres
du 12 février 1789.
39° N.... de Florans, bref de noblesse du 26 avril 1731.
40° Jean Antoine de Gaillard, de Bollène, vérification d’anciens titres,
du 4 mars 1786.
41° Joseph de Guibert de Vaubonne, preuves de noblesse.
42° Ignace Xavier de Gualteri du Baucet, bref de noblesse du 16 oc-
tobre 1730.
43° Francois Siffrein de Georges de Guillaumont, bref de noblesse
du 19 février 1788. |
44° Joseph Gastaldi, d’Avignon.
45° Pierre Henri de Granet, de Bollène, bref de noblesse du 20 dé-
cembre 1748.
46° N.... Gibert, de l’Isle.
47° Louis Gourjon de Cassillac, de Vairéas, bref de noblesse du
26 juin 1776. a
48° Pierre Antoine Blaise de Gautier de Saint-Paulet, enregistrement
d’un certificat de noblesse de d’Hozier du 17 avril 1779.
49° Jean Joseph de Garcin, de Séguret, bref de noblesse du 11 dé-
cembre 1765.
50° Pierre de Cavet, enregistrement d’un certificat de noblesse du
10 décembre 1635.
(Continua) JULES DE TERRIS.
i
|
ARALDICA
= 10 STEMMA DI BENEDETTO XIV
(LAMBERTINI)
In tutte le stampe sincrone
lo stemma di questo sapientis-
simo Pontefice è rappresentato
da tre pali di rosso in campo
d’oro — così si vede in diversi
monumenti — e bellamente
scolpito sì ammira sopra un
fregio della parte laterale della
fontana di Trevi verso la via
della Stamperia, mentre sul
sepolcro di Benedetto, in San
Pietro, 1 tre pali vennero per
errore rappresentati di oro in
® campo rosso. L’accuratissimo Dolfi, ! il Canetoli * ed altri autori
. bolognesi, assegnano però e con ragione alla Casa Lambertini
3 alla quale appartenne il detto Pontefice, quattro pali di rosso in
«campo d’oro e questo non già perchè i Lambertini provenissero
. dai Re d’Aragona come alcuni hanno creduto, poichè anzi si
vogliono derivati dai Conti antichi della Sassonia.?
| Narra invece il Dolfi che i Lambertini portavano un leone di
colore berettino e mutarono lo stemma per regio indulto dei re
aragonesi.
4 1 Famiglie nob. di Bologna, pag. 432.
È ° Blasone boloynese, vol. I, Bologna, 1792, in fol.
° GAMBERTI, Trattato apologetico, ecc., pag. 91, Venezia, 1719.
984 LO STEMMA DI BENEDETTO XIV
Infatti è notorio che un ramo dei Lambertini fiori a Napoli
in tempi in cui la Casa d'Aragona ne teneva lo scettro e un
Cesare Lambertini fu vescovo d’ Isola, canonico di Trani mentre
Giovan Giacomo ultimo di questo ramo fu barone di Castellano
e lasciò i suoi feudi ed i suoi titoli alla famiglia Caracciolo.
Sono però tutte presunzioni che non sapremmo documentare.
Certo è che lo stemma dei Lambertini è d’oro a quattro e non
a tre, pali di rosso e che per errore vennero attribuiti questi tre
pali al Sommo Pontefice Benedetto XIV. Ciò non reca mera-
viglia perchè in Vaticano stesso gli stemmi pontifici sono pieni
zeppi di errori. Non parleremo dell'arma del regnante Sommo
Pontefice che quantunque sia stata riprodotta dal Collegio Aral-
dico secondo la volontà del Santo Padre Pio X, continua ad essere
rappresentata in mille foggie diverse. Ci basti accennare ai soffitti
delle loggie del Mantovani, fatti vivente Pio IX, dove lo stemma
dei Mastai Ferretti porta le bande d’oro in campo d’argento,
invece delle bande di rosso, e così si trova mille volte ripetuto
lo stemma di Leone XIII con i gigli e la cometa d’argento che
devono essere d’oro. Taccio degli antichi stemmi come quello
dei Borgia dipinto nel loggiato del cortile di San Damaso in cui
i covoni sono sostituiti da... foglie di fico!
Tutto questo è dovuto certamente alla mancanza, fin qui, di
una istituzione araldica pontificia che sopraintendesse alla esecu-
zione di questi emblemi araldici, nei monumenti e nelle pitture
ufficiali.
RucGieRo BORELLI.
alt eta ibiza. di scien è
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È
_ CRONOLOGIA E STEMMI DEL PRIMI DOGI DI VENEZIA
La cronologia dei dogi di Venezia, come quella dei Papi ha
dato luogo a discussioni, ma oggi è accettata generalmente la
serie posta nel palazzo ducale di Venezia. Se non che, esiste molta
disparità nell’assegnare ai primi dogi della gloriosa repubblica
lo stemma gentilizio. I libri a stampa sono quasi tutti copiati
gli uni dagli altri e gli stemmi sono posti a capriccio come
nell'opera del Nani ed in altri libri che corrono alla mano. Dopo
| avere consultato i codici mss. della Biblioteca Marciana, che
a spesse volte si contraddicono nei colori e nelle figure ci siamo
| persuasi della esattezza di un codice della prima metà del xvi se-
colo, che porta il titolo: Ragguaglio delle famiglie venete. Possiamo
1 Nella Biblioteca del Collegio araldico. — Volume cartaceo in folio di
carte 197, delle quali solo le prime numerate anticamente, altre due più
recenti contenenti l’indice, legati modernamente in cartone. La scrittura
del volume ne fu cominciata verso il 1510 e fù continuata circa sino al 1530
alcune famiglie furono aggiunte nel secolo xvi. Gli stemmi posti sui mar-
gini sono miniati con molta esattezza e salvo pochissimi, son tutti contem-
°
286 CRONOLOGIA E STEMMI DEI PRIMI DOGI DI VENEZIA
quindi stabilire esattamente quali furono le insegne gentilizie
di quei tribuni, che si trasmisero il supremo magistrato della re-
pubblica nei primi secoli della sua fondazione.
x
Questo codice è autorevole per la precisione delle date, per
fatti storici che concordano pienamente con documenti da noi
esaminati e per la esattezza araldica degli stemmi, che abbiamo
avuto campo di confrontare con antichi monumenti e pitture,
senza che abbiamo potuto trovarlo in errore. Ecco dunque la
serie dei primi dogi di Venezia secondo questo codice.
Paolo Luzio Anafesto. (1° doge) (690 c.) — Fu
detto erroneamente Paoluccio mentre dal codice
rileviamo che i Lutit prima erano diti Amnafesti e
furono fra i primi consoli di Rialto “et anchor
nel ano de Xpo 697 el fo fatto dose mis paulo
lutioditto anafesto nela città heracliana qual era
posta dove al pîite se dice li sette chassoni...,..el
quale dose dogò felicemente ani xx et mesi vi et
Lurir
DIGITI VICE e questi portavano larma la mitta
de sopra biava (azzurro) con una corona biancha et la mittà de
sotto bianca con un zilio biavo (azzurro) et mancha la dita fa-
meglia et per antiquità non si scia el tempo.,
Marcello Tengallia (2° doge) (724 c.) — Detto
da alcuni Tegalliano mentre dal codice citato si
rileva che “i tengallia forono tribuni antiqui..... 4
et per la sapientia et suffitientia de miss marcelo
tengallia el populo de heraclia ditta poi citta nova
lo fece dose nela dita citta et fo el secondo dose
in ditto locho lano de Xpo 724, (altre dicono
x. mel 717). Lo stemma che si attribuisce general.
Tengall ‘ mente a questo doge consiste in una nave, mentre
nel codice è trinciato ondato di due pezzi d’argento e d’azzurro.
poranei all’antica scrittura. Nell’interno del cartone leggesi la seguente nota
che sembra del Cicogna: Fra le cronache che risguardano le famiglie nobili
di Venezia, questa è sovra ogni altra interessante e per la precisione delle date
e pei fatti storici importantissimi che mancano alla storia la cronaca della Mar-
ciana în vol. in folio è di molto scadente alla presente. C....
pe ‘ra VR AA : ‘ Sr a fa
E E PM E LAI PIE RS E Rn MIO yertto,:
dini atti
iredeci
i %
UVE ET - I NORTE.
Ipano
CRONOLOGIA E STEMMI DEI PRIMI DOGI DI VENEZIA 987
Orso Ipato e Teodato Ipato. (3° e 4° doge)
(726-755). — “Questa fameglia vene da padova,
questi furono tribuni antiqui........ n Così la
cronaca che li dice appartenenti alla casta dei
maestri dei cavalieri. Questa famiglia si estinse
nel 1187. Generalmente si attribuisce loro uno
stemma spaccato d’oro e d’azzurro alla croce d’ar-
gento attraversante. Gl’ Ipato invece secondo il
nostro codice, portavano: spaccato d’oro e di az-
— zurro al palo di rosso sinistrato da una fascia dello stesso at-
| traversante sulla partizione.
Galla Gaulo (5° doge) (760 c.) — Gli si attri-
buisce uno stemma di argento a tre besanti d’oro
e besanti portavano infatti gli Andreardi derivati
dai Gauli il cui stemma era d’argento al palo d’oro
accostato da 6 besanti dello stesso. I Gauli secondo
la cronaca “ forono tribuni antiqui...... et de lano
de Xpo 760 per la sufficentia de miss galla gaulo
el fo eletto dose in nela città de mallamocho. ...,
L’arma era spaccata nel primo d'azzurro, nel se-
condo d’argento al capriolo d’oro. Questa famiglia si estinse nel
È. 1346 in ser Zuan Francesco Gaulo. Gli Andreardi erano già
estinti dal 1226 in ser Nicolò Andreardi.
Monazaro
Domenico Monegario (6° doge) (764). — “Per
la suffitientia de miss dmgo monegaro el populo
de la cità de malamocho lo ellesse dose el qual
durò in dita cità anni v et per soi demeritti poi
over rixe che alhora regnava el dito miss dîiego
monegaro dose fo privatto del dogado et anchor
deli ochi]. , Gli attribuiscono uno stemma spaccato
nel primo di...albarile di...nel secondo di...
a quattro sbarre di... ma lo stemma dei Mone-
gari era trinciato d’argento e di rosso a due rose dell’uno all’altro.
. Questa famiglia si estinse secondo la cronaca nell’ 881 in ser Do-
| menico Monegaro. Essa non ha nulla di comune con la famiglia
dei Menegari estinta nel 1314.
288 CRONOLOGIA E STEMMI DEI PRIMI DOGI DI VENEZIA
Maurizio Calbaio e Giovanni Calbaio (7° e 8° 4
doge). (766-782). — Chiamati da alcuni Galbaio
ILS --*de ditta fameglia in mallamocho vecchio de
lanno 766 fo miss mauritio calbaio dose in ditto
loco el cual duco anni xvi et de lanno de Xpo 782
fo in ditta città anchor un miss zuane calbaio dose
fiolo delintedito dose el qual duco anni xvim. , Si
attribuisce a questi dogi come arma un. gallo,
C .f for ma si tratta certamente di uno stemma parlante
ed inventato. L’arma dei Calbaio era spaccata d’oro alla corona
d’azzurro e d’azzurro al giglio d’oro.
Obelliero Obellieri e Beado Obellieri (9° e 10°
doge). (801-805). — Le cronologie venete dicono
NINIÙOY, doge, soltanto Obellerio e Beado associato da lui
al dogato. Il primo è chiamato generalmente An-
tenoreo forse perchè la sua famiglia detta degli
Ancieri era della consorteria degli Antenorei si-
gnori di Padova. La cronaca dice, che “ de questa
fameglia forono doi fradelli dosi in mallamocho
O 5 elliezo vechio lano de xpo 801 uno dei qualli nomeà Obel-
liero et laltro Beado ... el dito miss Beado fo el primo dose che
occupasse la sedia ducalin rialto et fo lano de xpo 805. ,, L'arma
degli Obellieri estinti nel 986 era d’azzurro al monte di 3 cime
d’oro accompagnato in capo da una corona dello stesso.
Angelo Partecipazio (810), Giustiniano Parte-
cipazio (827), Giovanni Partecipazio (329). (11°, .
12° e 13° doge). — Viene attribuito a questi dogi
l'arma bandata di rosso e d’argento al leone d’oro
attraversante dei Badoer poichè è noto che Pietro
Partecipazio figlio del doge Orso Partecipazio
(939) fu il primo che prese il cognome di Ba-
*.___*_doer e cambiò lo stemma che prima era fasciato
ns paro , ) ’
1 d’oro e d’azzurro al leone d’argento attraversante.
La cronaca così spiega questo cambiamento : “ fo de questa fameglia
elletti li primi dosi in venesia et fo un miss piero participazio es-
sendo lui dose lasso el cognome de participazio et se fece chiamar
da cha badoer et similmente mutò larma dove prima la era con
CRONOLOGIA E STEMMI DEI PRIMI DOGI DI VENEZIA 289
tre tresse zalle et tre biave con el lion biancho in piè raspante
E”, quella et leva larma dale tre sbarre rosse et tre bianche con
el lion zallo in piè raspante si co al prente loro portano, de questa
Paga £ fo miss anzelo participatio secondo dose in venesia .
Ì Pietro Tradonico, (14° doge) (844). — IE e
l’assomiglianza del cognome Tradonico con Gra-
donico ossia Gradenigo si attribuisce a questo
doge lo stemma di tale famiglia; invece la cronaca
| parla di Tradonico over tradomenego da cui uscì
“uno dose noiado miss piero tradonico lano de
xpo 844., Altri dicono che fu doge nell’ 837.
Arma: partito d’oro e d’azzurro al capriolo del-
T2 adorc9) no nell’altro.
Orso Partecipazio (864), Giovanni Partecipazio (881) (15°
e 16° doge). — (Vedi Angelo Partecipazio più sopra).
Pietro Candiano (887). (17° doge). — Questa
famiglia venne detta poi dei Sanudi e perciò a
“3
Pietro Candiano viene attribuito lo stemma dei
Sanudi cioè la banda d’azzurro in campo d’ar-
gento. Invece dalla cronaca si rileva che i Candiani
portavano uno spaccato d’argento e d’oro al leone
attraversante di rosso sull’argento e d’azzurro sul-
| l’oro. La cronaca riferisce che i Candiani “ forono
ag ? » . . i) . . ‘0 .
Cadian tribuni antiqui ma superbissimi et de questa fa-
| meglia ne sono stati V dosi nela città de venesia. ,
Pietro Tribuno (18° doge) (896). — “de lano
de xpo 896 se trova ess dose in rialto miss Piero
tribun.,, Vennero detti Tribuni per antonomasia
dalla carica che occuparono per. varie generazioni
PETRI E
nei primi secoli della veneta repubblica. Arma:
inquartato in croce di S. Andrea d’ azzurro e d’ oro.
Alcuni storici vogliono l’ elezione di Pietro Tribuno
a anteriore di otto anni alla data stabilita dal
3° T2i burii cronista.
| —’—Orso Partecipazio (19° doge) (912). — (vedi Angelo Parteci-
3 pazio più sopra).
|_‘’Pietro Candiano (20° doge) (932). — (Vedi Pietro Candiano
È più sopra).
È Rivista del Collegio Araldico, (maggio 1904). | 19
290 CRONOLOGIA E STEMMI DEI PRIMI DOGI DI VENEZIA
Pietro Partecipazio Badoer o Badoario (21° doge) (939). — —
(V. più sopra). i
Pietro Candiano (942), Pietro Candiano (22° e 25° AGLA)
(959). — (V. più sopra).
Pietro Orseolo (24° doge) (976). — “ De questa
fameglia orsiolla ne forono dosi V in venesia uno
dei quali nomeà miss piero ursiollo el qual lassa
el dogado et se fece monaco. ,, Arma: d’azzurro a. 1
due orsi d’oro controrampanti.
Vitale Candiano (25° doge) (978). — (Vedi più
sopra).
Va. Il. ‘Tribuno Memmo (26° doge) (979).
vafiolli — “de ditta fameglia de lano 976
neso un dose in venesia ditto miss tribun memo.,,
Arma: spaccato d’oro e d’azzurro a 6 pere, tre
d’azzurro ordinate nel 1°; e tre d’oro poste 2 e 1
nel 2°.
Pietro Orseolo (27° doge) (991) (Vedi più sopra).
Della famiglia Orseolo abbiamo già parlato. x
Questo è l’ultimo doge veneto anteriore al 1000. Memi
Gli stemmi dei dogi susseguenti non sono controversi, quindi
abbiamo limitato questo studio a quell’epoca remotissima da cui
ci separano tanti secoli. Venezia è una delle poche città che abbia
conservato memorie dei suoi primi secoli perchè poche come essa
hanno avuto tanti cronisti, nè per la saggezza del suo governo fu
turbata da quelle discordie che in altri luoghi non solo distrtus-
sero gli archivi ma cancellarono anche il ricordo stesso di fatti
memorandi. !
| CarLo Avucusro BERTINI.
1 Il Zabarella nel suo Galba (Padova 1681 Cadorin in 8°) vuole asso-
lutamente che Maurizio e Giovanni Calbaio appartenessero alla famiglia —
Quirini e dice che Maurizio 2° Calbaio, che egli chiama Galbanio figlio di —
Giovanni fosse da questi associato al Dogato. Egli inoltre attribuisce una
origine comune agli Anafesti ed ai Faletri (poi Falier); associa a Obelliero —
«non solo Beado ma anche Valentino suo fratello.
"a,
,.
PIA CRE CE
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
RE ed
I
Insigne “ Orden del Toison de Oro. ,!
Diferentes y variadas
versiones se han escrito
y corren por abi, por
muy veridicas y validas,
y se ha fantaseado tanto sobre
el motivo de la fundaciòn de esta
orden; que no sabria nadie cual
era el verdadero, ò cada cual
elegiria el que mas adecuado le
pareciese. Unos cuentan tuvo su
origen en un lazo de pelo rubio
y de ahi el calificativo de oro,
por el parecido del color, otros
! En nuestro constante deseo de
dar la mayor amenidad, al par que
variedad posible à la Rivista del Collegio
Araldico, insertamos muy gustosos, una
sucinta historia de todas las Reales
Ordenes de caballeria que se conceden
i por el Gobierno de nuestra Naciòn
è hermane, la noble y heroica Espafia, que tantostitùlos y timbres ostenta,
| por su preclara historia, sus conquistas y hechos de armas gloriosos que
la hicieron acreedora, pocos siglos ha, 4 figurar como la primera entre las
. Naciones de la culta Europa. Revélalo, siquiera sea como un pequefio dato,
el nimero de las diferentes Ordenes de caballeria tanto civiles como mi-
litares de que trata el distinguido autor que nos ha favorecido con este
| interesante articulo.
pi LA REDACCION.
992 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
en hechos que rayan 4 nuestro modo de ver en lo inverosimil y__
otros como consagracion al limite del libertinage y enmienda è él;
pero nosotros, sin que afirmemos sea la verdadera nos atenemos
a la version màs general y la consignamos como buena.
Se fundò la “ Insigne Orden del Toison de Oro , en 10 de
Enero del aîio 1429, por Felipe el Bueno, 2° Duque de Borgoîla,
con ocasion de sus bodas, con su tercera muger Isabel de Por-
tugal de Lancaster, siendo este suceso el mayor y de mas nota
entre los muchos que, con motivo 6 pretesto de festeJjar è esta
dama tuvieron 4 la sazon en Brujas. Estaba preparada de an-
temano la instituciòn; pero fué guardada para uno de los pri-
meros dias de la tornaboda, su creaciòn. |
El fundador diò de su principio, como ahora acontece, el
collar è los condecorados con la Orden, que es de oro, y con-
siste, 0 està compuesto de pedernales, del cual pende el vellocino
de oro.
El 27 de Noviembre de 14831 estàn fechadas (à estilo antiguo
de Flandes), las constituciones dadas por Felipe el Bueno, para
regular los deberes y los derechos de los Caballeros y de los
Ministros del Toison de Oro. Apenas dictados los Estatutos, |
fueron confirmados por Bula de S. S. el Papa Eugenio IV expe- |
dida en Roma è 7 de Septiembre de 1433.
Constan las Constituciones de 66 àrticulos, los cuales esta- |
blecen que los caballeros han de ser 31 (aumentando el numero
fijado en la proclamacion de 10 de Enero de 1429); que ninguno |
de estos podrà ingresar en la Orden si no renuncia & cualquiera
otra que hubiese recibido, à no ser que (como soberano) fuese
Jefe de Estado; que todos habran de llevar diariamente el collar,
salvo en caso de ir & campaîia 6 de viage (en el cual serà su- |
ficiente el vellocino), sin ser potestativo enriquecer las insignias
con piedras preciosas ù otro cualquier ornato, etc.
En el cap. 19 se establece que: ademàs de los 31 caballeros
que se nombraron al fundar la Orden, haya cuatro oficiales que
han de ser Canciller, Tesorero, Grefier y el Rey de Armas que
se llamarà Toison de cuentas del Tesorero, qne este funcionario —
custodie el Archivo, los ornamentos y los trages de la Orden_
(salvo los de los Ministros, quienes han de conservar en su poder
sd
| ORDERNES ESPANOLAS DE CABALLERIA 293
los suyos); cuide de quitar del coro de la Iglesia de la fundaciòn
el escudo de Armas del Hermano que muriere, tenga ejemplares
. de los Estatutos, etc. Se fijò el dia de San Andrés, patrono
de la Orden para celebracién de Juntas y Capitulo, y despues
. (capitulo 22 adicion 28) que tuvieran lugar de 3 en 3 afios el
| 2 de Mayo por ser muy cortos los dias en invierno y tener
« muchos asuntos de que tratar, y que el 1° de Mayo fuesen todos
. los Caballeros è Palacio è presentarse al Soberano y desde alli
. acudir con él a la Iglesia vestidos todos uniformemente con
ù ropas talares (art. 25), mantos 6 capas de grana (y describe el
| uniforme).
| Cuando fallece un Caballero sus herederos y sucesores en el
— término de los 8 meses siguientes a su fallecimiento deben en-
| tregar 6 remitir al Tesorero de la Orden el collar que recibiò
el Caballero al tiempo de ser admitido.
P Felipe el Bueno en 1482, creò doce prebendas pensiones 6
È plazas perpetuas de 150 libras tornesas y habitaciones cerca de
la Capilla real de Dijon para otros tantos Caballeros del Toison
È de oro, que viniesen à pobreza por causa de guerra ù otros in-
| fortunios: (las 150 libras tornesas equivalen 4 600 reales 6 150
| pesetas). i
| El Archivo y Tesoro del Toison, que estaban en Dijon pa-
| saron & Flandes, con varias alhajas, que unas fueron donadas
à otras Iglesias, varias vinieron &4 Espaîa, y quedaron entre las
- joyas de la Real Capilla, y otras fueron à parar con el Archivo
. y Tesoro del Toison, despues, a Viena.
| Entre estas merecen especial mencion una Paz, del tiempo
. de Felipe el Bueno, y una flor de lis de colosal tamaîio y de
| gran valor que se ignora ex4ctamente por mandado de quien
è fué construida.
i La Paz que se daba à& besar en la Misa & Felipe el Valeroso,
. 6 Intrépido, Duque de Borgoîia, y 4 Margarita su muger, abuelos
3 de Felipe el Bueno, se conserva hoy entre los Tesoros de la Co-
È rona de Espaîia, en su guardajoyas. Su figura y formaciòn es
una flor de lis 6 azucena, su altura un palmo y mantenida por
| el reverso de un pequefio pié con esculpidas las armas de los
i ascendientes del Duque Felipe.
5 SSR Ve
4 ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA
Al venir à reinar à Espaîia la Casa de Austria se concediò
el derecho 4 esta rama y la facultad de nombrar 60 caballeros
y 60 se nombraron en Alemania.
Por bulas pontificias gozan los individuos del Toison de ora-
torio portatil, de indulto cuadragesimal, en la mayor estensiòn
y de exenciones extraordinarias en casos reservados y en época
de interdicto.
El trage, tùnica, birrete y calzado son negrs para las fun-
ciones de honras è difuntos, blancos en las festividades de la
Virgen y encarnados en las demas asistencias.
El Rey es el jefe y soberano de la Orden, que constituyen
en la de Espaîia, varios Emperadores, Reyes, Principes, Jefes de
Estados, Principes de la sangre, de la milicia y del clero, asì
como infantes y altos dignatarios de Consejos de ministros, mi-
nistros y titulos del Reino, en numero de 50 y tantos y ademas
los ministros y consejeros de la Orden, que lo son el Canciller,
Grefier, Tesorer y Rey de Armas. La Junta para tratar asuntos
de la Orden la constituyen el Canciller, el Grefier habilitado y
el Rey de Armas.!
1 Distribucion de la cantidad que satisfacian los caballeros por razon
r
de su investidura, segun fuesen extrangeros ò espafioles.
Sì eran extrangeros Si eran esparioles
AL Onsticilleni ia 0 4 #0 ARE ZA doblones. . . 100
A su oficial 0. LL, ni e e e AT
A.su estribiotite” RUaGe. LAOS e Ar ETC a TS DO
Al Grefier cv. 0 LL ee e I O TR
A su oficial. .. 08 è 0. O ORRRRRRRNINSNSÉNSNIÉÉÉOÒàa
A:' strresteribitate. e 4 eee 4 a 4
Al Rey de Armas . . . < 1006 ic
A los ayuda de camara del Rot por Fi
marco de oro que corresponde è S. M.
cuyo derecho tiene cedido 4 su Real
CUSLLO ii tà si e e I A E
Al guarda joyas da (IR) MP
A los ayuda de guarda joyas . . . . . AL e 4
Totales . . . 998 ‘doblonées, °° 244V38
ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA 295
La Orden espaîiola cuenta con 58 caballeros.
Por bula de S. S. el Papa Leon X deben ser 51 caballeros
efectivos y los ministros de la Orden.
(Continuarà) PapLo VALLES Y CARRILLO.
Los 3898 doblones de oro valen 31,846 reales y los 254 y !/, doblones de oro
valen 27,364 reales de vellon.
Actualmente se distribuye asi:
Si son estrangeros Si son espanoles
mal Cana. 0.0... . + 4,920 reales de vellon. . 4,920
meg ira Ordeno. . . ... . 8,920... . . . 0.04 0, 8,820
ME :tor de la misma. |. . .. . 16,000... . .. . . 5,000
mortal del'Grofierato. ©. . . . . . 2,100, +... + 1,620
Al escribiente de la Orden . . . . . DOC ARIEL DIO
Totales . . . 81,840 reales de vellon. . 20,360
Da
mt
ZA UM. (
EGR
garan
DIPLOMATICA
Ùi
LETTRES DE REMISSION ACCORDEES A PRLERIN GROSYEUA
PAR LE ROI PHILIPPE VI DE VALOIS, EN 1350!
Confirmacio deliberacionis et absolucionis Pelerini Gros Yeux.
Philippe, par la gràce de Dieu, Roys de France, savoir fai-
sons atous presens et avenir nous avoir veuez les lettres conte-
nant la forme qui s’ensuit. A tous ceulz que ces présentes lettres
verront, Soyer li Jumeaux, chevalier du Roy nostre sire et bailly
de Bourges, salut. Sachent tuit que, comme le promoteur des
causes du Roy nostre sire en la prevosté de Dun le Roy eust
approché pardevant le prevost dudit lieu Péèlerin Gros Yeux,
bourgeois de Dun le Roy, et dit et proposé contre le dit Pèlerin
que il avoit batu et feru feu Guillaume Raymon si et par telle
manière que, par les bateures; fereures et cos qu'il lui avoit
donné, le dit Guillaume Raymon en estoit mors. Si queroit le
dit procureur et concluet contre le dit Pèlerin a painne de corps
et que, par le fait dessus dit, il fust punis comme murdrier et
que tuit ses biens fussent confisqué et appliqué au Roy nostre
sire ou è telle painne comme drois et coustume donroit, se ledic
Pélerin le cognoissoit et, s'il le nioit, ledit promoteur en offroit
aprouver pour le Roy nostre sire ce que li souffiroit condamna-
1 Dans le cours des recherches historiques et généalogiques que nous
avons entreprises sur la famille Grozieux de Laguérenne, il nous a été
donné de constater aux Archives Nationales la présence de plusieurs docu-
ments inédits intéressant divers personnages de ce nom. Nous avons déjt
signalé celui dont il est ici question dans notre notice sur la famille Gro-
zieux de Laguérenne, parue dans le numéro d’octobre 1903 de la Rivista
del Collegio Araldico. Nous en avons mème donné une analyse très succintet
Il nous a semblé que ce document pouvait paraître intéressant, au poinà
de vue des coutumes et des moeurs de l’époque, à quelques-uns de nos éru-
dits collèégues du Collège héraldique de Rome. Nous nous permettons don.
de le transcrire à leur intention. |
LETTRES DE REMISSION ACCORDEES À PELERIN GROSYEUx 297
tion et sentencion, les quiex fais ainsi proposés du dit. promo-
teur li dis Pèlerins nya et proposa pardevant ledit prevost fais
et ingnocences tendans afin d’estre.absolz: et de estre et demourer
quictes et absolz du fait et des. demandes proposées contre lui
de par le dit promoteur, et sur ce eussent et aront esté bailles
fais d’une partie et. d’autre, c'est assavoir dudit promoteur ten-
danz è condampnacion du corps et. de biens dudit Pèlerin ou
telle amende comme drois et coustume de.pais douroit et par
ledit Pèlerin tendanz afin de ‘absolucion et de estre et demourer
quictes et absolz du dit fait et sur ce aient esté, pour une partie
et pour l’autre, tesmoins produis, jurés. et examinez par certains
commissalres. a ce commis dudit prevost et enquestes faites et
parfaites et tesmoins publiés et journée assignée à oîr droit et
baillié la cause. et enqueste par le dit prevost de Dun le Roy è
Jjugier aus bourgois de Dun le Roy ès quiex le jugement de
ladite ville appartient, si comme l’en dit, les quielz enquestes
mises par devers les dis bourgois pour juger comme di test, les
dis bourgois, les enquestes ouvertes, publiées, leues, veunez, les
tesmoins d’une partie et d’autre et tout le propos d’une partie
et d’autre et les choses qui sur ce mouvoir les povoient et de-
volient, pour ce que le dit promoteur ne prouvoit ne avoit prouvé
son fait et le dit Pèlerin prouvoit et avoit prouvé bien et deue-
ment ses deffenses et ingnocences et sur ce eue grant delibéra-
cion et conseil avec les sages, les dis bourgois ès quiex les Jjuge-
mens appartiennent, si comme dessus est dit, tuit d’un accort et
sanz destort et contredit, absolurent par droit et par jugement
et par sentence diffinitive le dit Péèlerin des fais et. demandes
dudit promoteur, si. comme ces choses et. pluseurs. autres. tou-
chans ce fait et cause et les dépendances d’icelles sont. plus
aplain contenuez et apparoissans par les procès et sentence dif-
finitive sur ce faite et donnée. par les dis bourgois et scellée du
scel dudit prevost. Et depuis toutes ces choses nous euissions. et
arons entendu que les procès qui sur ce avoient esté fait: contre
le dit Pèlerin avoient esté faiz molement et moins diligament
et è grant faveur dudit Pèlerin, tant pour l’affinité qu'il avoit
et a avec le prevost dudit lieu et auxi avec les bourgois de la
dite ville, des quiex ou de la plus grant partie d’iceulz ‘sont de
uni
998 LETTRES DE REÉEMISSION ACCORDEES À PELERIN GROSYEUX
son lignage, si comme l’en dit, nous désiranz et convotans vraie
et loyal accomplissement de justice estre fait et savoir la vérité
du fait dessus dit et que les causes soient terminées sanz faveur,.
souspecon, ne autre manière indene, feimez, de nostre office, faire
informacion sur ce et prendre et saisir le corps et les biens dudit
Pèlerin et faire informacion bonne et diligente sur le fait dessus
dit et les dépendances d’icellui par Jehan de Saint-Ligier, du
baillage de Meaulx, et Milet Beguin, de Bourges, nostre clerc,
à ce commis et députés depar nous, li quel se transportèrent au
lieu de Dun et au lieu que l’en disoit que le dit feu Guillaume
Raymon avoit esté batuz et mors, et enquirent et s'enformerent
avec grant diligence tant de la bature et mort du dit Guillaume
Raymon comme des innocences dudit Pèlerin, et des autres de-
pendances et choses touchanz la dite cause et meffait, les quelles
choses ainsi faites par nos dis commissaires et & nous rappor-
tées, nous demandames audit Pèlerin se il vouloit que les infor-
macions et procès fais par nos dis commissaires vausissent *
enqueste et que par nous fussent Jugiées afin d’en et sur ycelles
prendre et atendre droit et jugement par nous, ledit Pèlerin,
après moult de jJournées, paroles et altercacions euez entre nous
et le dit Pèlerin, a voulu et se est consentis que les dites infor-
macions faites par nos dis commissaires vaulsissent enqueste et
par icelles prendre droit et jugement par nous; les quelles choses
ainsi vouluez et consenties dudit Péèlerin, nous, ycelles informa-
cions veuez et leuez avec grant diligence et sur ces choses en
conseil et déliberacion avec pluseurs sages conseilliers des bour-
gois d’Issoldun et de Saint-Pere-le-Moustier et de ailleurs, avons
dit, pronuncié, sentencié, disons, pronuncons et sentencions et
par droit que la dite sentence donnée sur ce par les dis bour-
gois et habitans de Dun le Roy fu bien et justement donnée
et tendra et, en tant comme nous povons et devons et à nous
puet et doit appartenir, ycelle confermons, loons, rattifions et
approuvons, et le corps et les biens dudit Pèlerin, pour ce prins.
et arrestés, délivrons et mectons è délivre du tout, et comman-
dons à tous sergens du Roy nostre sire et autres mis en gar-
1 Valussent.
in | Sett ali Py fatt;
ONT ROSE
sia a te MA n
Me il I v-
ei STAMI
En»
[Ar du
DAFT
LETTRES DE RÉMISSION ACCORDÉES À PELERIN GROSYEUX 999
> mison chiés ledit Péèlerin, en tenant prins ses biens et arrestés
ou saisis pour ceste cause, qu'il li baillent et rendent, leissent
et delivrent, et se ostient de garnison de mangier et de gaster
ses biens tantost et sans deloy et de j'è nous les en ostons par
la teneur de ces lettres. En tesmoing de ce nous avons seellé
ces lettres du seel des causes de la dite baillie de Bourges.
Donné le lundi avant la feste de la nativité de Saint Jehan Bap-
tiste l'an de grace mil CCC quarante et neuf. Et, pour ce que
le seel de la dite baillie se porroit déperir, nous avons com-
mandé et commandons è honorable homme et sage Guerin Rol-
lant, garde du seel du Roy de la prévosté de Dun le Roy, que
il, è confirmacion et perpetuel mémoire des choses dessus dites,
mecte le seel de ladite prevosté à la couronne de France per-
petuelement ramenée, du commandement dudit Mons" le bailly
de Bourges, avons mis le seel de la dite prevosté avec celui des
causes de la dite baillie en ces presentes lettres. Donné le jour
et an dessus dis. Laquelle sentence, en tant qu'elle est justement
donnée et passée en chose jugiée et toutes les autres choses con-
tenues en icelles, nous ayans aggreables, ycelles voulons, loons,
aggréons, ratiffions et, de nostre auctorité Royal, de gràce espe-
cial, par la teneur de ces présentes lettres, confermons.
Si donnons en mandement audit bailli de Bourges et prevost
de Dun qui apresent sont et qui pour le temps avenir seront et
à tous nos autres Jjusticiers et à chascun d’eulz qui d’orez en
avant le dit Pellerin, ses hoirs ou ayans cause de lui ne moles-
tent ou sueffrent estre molesté pour les choses dessus dites, en
corps ne en biens, contre la teneur des dessus dites lettres et de
nostre presente confirmacion. Et pour que ce soit chose ferme
et estable è tous jours nous avons fait mectre nostre seel a ces
presentes.
Sauf en autres choses nostre droit et en toutes l’autrui.
Donné à Paris, l'an de grace mil trois cens cinquante, au
mois d’avril.
Par le Roy è vostre relacion
J. LECLERC.
Collation est faite par moy
J. LecLERO.
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N PSI, CT +
300 LETTRES DE RÉMISSION ACCORDEES À PELERIN GROSYEUY
Ce document est conservé aux Archives Nationales J. J., 78,
n. 193, folio 101. Le personnage dont il fait mention nous semble
étre l’auteur: 1° des Grozieux, al. Grosyeux (de la province de
Berry) dont parlent La Thaumassière, Catherinot et M. P. Mo-
reau; 2° des Grozieux de Pontcharrault qu'on trouve cités dans
les Archives du Cher, dom Bethencourt, La Chesnaye-des-Bois
(article des Escures), Aubert de la Faige, etc.... et qui résidaient
en Bourbonnais aux xIv° et xv° siècles; 3° des Grozieux de La-
guérenne, al. de La Guérenne qu’on retrouve mentionnés aux
Archives de l’Allier, dans l’armorial du Bourbonnais de MM. de
Soultrait, puis de Quirielle; dans de Mailhol, Bachelin-Deflorenne,
Beauchet-Filleau, Moreau de Néris, la comtesse de St Mars, etc.
Cette branche est la seule qui soit représentée actuellement.'
HenRY G. DE LAGUERENNE.
! Voir la Rivista del Collegio Araldico, 1903, pag, 649.
TRADIZIONI POPOLARI
UNA LEYENDA NAVARRA
En la cumbre mas alta del monte Avalar, cuyas vertientes
| pertececen a las tres provincias espaîiolas de Navarra, Guipùzcoa
y Alava, se alza un Santuario de arquitectura romanica, que bajo
la advocacion de San Miguél Excelsis, recuerda una de las mas
hermosas leyendas historico-caballerescas de la Espaîia antigua.
Cuenta una vieJja tradicion que allà por los aîios de 707 y
rigiendo los destinos de mi patria el tan celebrado Witiza,
penultimo rey de la monarquia visigoda, vivia en Navarra un
noble caballero llamado Don Teodosio, casado con la linajuda
seîora Dofia Constanza de Viendra, el cual caballero habia hecho
construir un hermoso palacio en el pueblo de Goîi, cerca de
Pamplona, y del que han tomado el apellido sus descendientes.
Tres aîlos mas tarde, muerto Witiza, Don Rodrigo, su sucesor,
se vio obligado è llamar à las armas & todos los caballeros de
su reino para oponerse a la formidable invasion agarena, que
con Tavik-ben-Zaid a la cabeza, amenazaba destrozar el ya caduco
reino visigodo, y nuestro Don Teodosio fué de los primeros, que
à fuer de bueno, acudiò al llamamiento de su monarca.
Destrozado el ejército visigodo en Barbate y muerto é desa-
parecido su rey, pués sobre este punto aùn no estan de acuerdo
los historiadores y cronistas, regresaba Don Teodosio, triste y
maltrecho è su casa solariega, cuando una noche, tempestuosa
por cierto, apareciosele en el camino un Ermitafio, que no era
otro si no el propio demonio disfrazado, y deseando dar un mal
rato à Don Teodosio, le anunciò que mientras él se batia contra
los enemigos de la crùz, su esposa se hallaba en brazos de un
escudero.
Ciego de ira el noble Caballero y deseoso de vengar tal
ultraje, penetra misteriosamente en su Palacio, llega a la alcoba,
302 UNA LEYENDA NAVARRA
acércase al lecho, palpa en la oscuridad y convenciéndose en
efecto que sobre la cama reposan juntos dos cuerpos, sin dudar
un instante, hunde su puîal repetidas veces en los adulteros.
Hecho esto da voces llamando & sus servidores parà que vengan
4a presenciar lo que él considera un acto de Justicia; è sus gritos
acude la primera de todos su propia esposa y a la luz de las
antorchas de los asombrados escuderos, el desgraciado caballero
reconoce con horror que ha apuîalado è sus padres, à quienes
su esposa habia cedido su propio lecho en aquellos dias.
Horrorizado de su crimen, corre è Roma donde se arroja è
los piés del Pontifice Juan VII, quien convencido de su inocencia
le absuelve, imponiéndole de penitencia llevar una argolla de
hierro al cuello y dos cadenas & la cintura y caminar en tal forma,
sin poder entrar en poblado, hasta que bien por virtud divina,
bien por el trascurso del tiempo las cadenas se rompieran, dejan-
dole libre.
Siete aîîos iban trascurridos desde que el Romano Pontifice
le impusiera tan severa penitencia, cuando pasando una noche
por el monte Avalar, sorprendiole terrible tempestad, parecida
a aquella en medio de la cual se le apareciò el demonio, en noche
para él nefanda; algo extraordinario presentia Don Teodosio
cuando un rayo partiò las cadenas, sin tocar al penitente y cuando
éste terriblemente emocionado cayò al suelo, apareciosele el Ar-
cangel San Miguél ordenaàndole fundara un Santuario en aquél
mismo sitio. Hizolo asi el caballero y encerrado en dicho San-
tuario continuò una vita de acerba penitencia hasta su muerte,
sin màs incidente que el de haber tratado de devorarle un dia
en la cueva de la Iglesia el diablo, bajo figura de Dragon, de
lo que le salvò un angel.
El Santuario, que aun hoy se conserva, ha sido visitado por
varios de nuestros monarcas, entre ellos por los Reyes Don Al-
fonso XII, en 1884, y Don Alfonso XIII en Agosto de 1902.
Cuando este ultimo Rey visitò el Santuario le fueron mostradas
las cadenas que durante su penitencia llevò Don Teodosio de Goîi
y que se hallan pendientes de la pared, con una inscripciòn que
dice: “ Estas son las cadenas que mantuvo por algunos afios en
este monte Avalar el cumplido y benemérito caballero Don Teo-
UNA LEYENDA NAVARRA 303
dosio Goîi, y al convencerse de su peso no pudo menos de
exclamar el Augusto Monarca; Debiò ser un hombre bien vigoroso!
El retablo del altar mayor del Santuario fué regalado al
mismo, por el Rey D. Sancho el Mayor de Navarra y és de
madera forrada de chapas de metàl dorado è fuego y esmaltado,
suponiéndose su construcciòn debida & artifices griegos delsiglo xt,
no existiendo otro de tal estilo mas que en Sta. Sofia de Con-
stantinopla.
Los descendientes de Don Teodosio de Goîi fundaron varias
casas solares en el reino de Navarra, entre atros puntos en Dalinas
de Murillo, valle de Yerri y villa de Arellano.
Usan los de esta casa escudo partido y medio cortado. En
el primer cuartél tres ruedas de oro sobre gules (rojo) y bordura
de oro con once aspas rojas; en el segundo sobre gules un dragon
de sinople (verde), en recuerdo del que tratò de devorar al fun-
dador, atado con una cadena de acero que sale del canton diestro
superior y en el gefe una Cruz de oro; en el tercer cuartél sobre
gules una banda de oro y en el triangulo superior que resulta,
un castillo de plata y è uno y otro lado del castillo un ovalo
de oro y en el triangulo inferior un puente levadizo de plata y
encima de él dos lunas de oro en cuarto creciente.
ManuUEL BraBo vY PORTILLO.
|
|
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SFRAGISTICA
I SIGILLI DEGLI ANTICHI SIGNORI E. DUCHI DI BOURBON
Vi furono in Francia, negli antichi tempi, tre Case di Borbone
che presero il nome dalla terra e signoria di Bourbon-l'Archam-
bauld.e dal Bourbonnais che formavano il loro dominio. Si suc-
cedettero l’una alle altre per le femmine che trasmisero ai loro
mariti e figli il feudo ed il nome. La prima Casa di Bourbon
ha per stipite Adhémar, sire di quella terra nel 913, e si vuole
disceso da Childebrando, fratello cadetto di Carlo Martello.
Questa Casa si estinse nel 1218 in Archambauld VIII, sire di
Bourbon, la cui unica figlia Mahaut sposò nel 1197 Guy sire
di Dampierre e ne ebbe Archambauld IX. Questo Guy de Dam-
pierre fu investito da Filippo Augusto della baronia di Montlucon
“ in augmentum feudi sui. ,
La baronia di Montlucon venne recentemente illustrata dal
1
ch. e nobile Henry de Laguérenne ' che ha pubblicato uno di
quei libri che per la loro genialità sono avidamente ricercati.
Infatti, oltre contenere una storia documentata di Montlucon
e di tutte le sue istituzioni, il volume è illustrato da vaghe
incisioni e comprende anche gli stemmi dei principali capitoli,
corporazioni, confraternite, ordini religiosi, ecc. Tratta questo
libro appunto degli antichi signori di Bourbon-Montlucon e dob-
biamo alla squisita gentilezza del ch. A. il fac-simile dei sigilli
veramente preziosi di quegli antichi signori. |
Primo fra essi il sigillo di Archambauld IX, il figlio di
Guy de Dampierre e di Mahaut o Matilde ? di Bourbon, ultima.
1 Simple croquis de Montlucon au bon vieua temps. Paris 1904, Schemit,
in-8° con illustrazioni.
? Mahaud o Mahaut che in latino suona Mahalda, nome della bassa
latinità e che in volgare si traduce Matelda o Matilda. In lingua porto-
ghese fu tradotto Mafalda e così venne chiamata in Portogallo Mahaud.
di Savoia (1146), mentre questo nome nella nostra lingua deve tradursi
Matilde.
I SIGILLI DEGLI ANTICHI SIGNORI E DUCHI DI BOURBON 305
del suo ramo. Questo Archambauld sposò verso il 1215 Beatrice
di Montlucon e formò la Casa di Bourbon-Montlucon. Il suo
sigillo (fig. 12), estratto dalla
Collezione degli Archivi Na-
zionali, N. 445, rappresenta un
guerriero a cavallo; nel fram-
mento che ci rimané si leg-
gono le parole: (S)IGIL HAR-
CHEMB. Il controsigillo rap-
; Fig. I
| Brresenta, lo stemma degli antichi signori di Bourbon d’oro al leone
di rosso accompagnato da 8 conchiglie d’azzurro poste in orlo.
«Il sig.de Lagnérenne condivide l'opinione di Chazaut! che vuole
Fig. 4
Archambaud IX sa
to alla battaglia di
Taillebourg, nel 1242.
Gli succedette Ar-
chambaud X detto
il giovane sposo di
Jolanda de Chàtil-
Fig. 3
® Etudes sur la chronologie des sires de Bourbon.
Rivista del Collegio Araldico (maggio 1904). 20
306 I SIGILLI DEGLI ANTICHI SIGNORI E DUCHI DI BOURBON
lon (1242). Anche il sigillo di questo sire di Bourbon porta un
cavaliere volto a sinistra, con la spada in pugno e col petto
difeso da uno scudo con lo stemma già descritto (fig. 32) e ri-
sn petuto nel controsi-
gillo (fig. 48). Anche
la gualdrappa del ca-
vallo è seminata di
conchiglie. Questo si-
citata collezione
baud X_ mori nell’ iso-
la di Cipro nel 1249
lasciando due figlie.
La prima fu Mahaut
di Borbone, sposa di
Eudes dei duchi di
Borgogna, morta
nel 1268. Per pochi
anni Eudes fu sire di
Bourbon e di Montlucon. Era figlio di Ugo IV, duca di Bor-
gogna, conte di Chàlon e di Auxonne crociato in Terra Santa
nel 1239 ({ 1272). Eudes, di cui riportiamo il sigillo (fig. 482)!
perchè il suo nome figura fra quelli dei signori di Bourbon,
morì nel 1269.
Il Laguérenne sull’autorità del Soultrait ? dice che Mahaut
Fig. 4 dis
ed Eudes morirono senza prole, e perciò la signoria di Bourbon
gillo appartiene alla |
N. 446. Archam- i
passò a Beatrice, figlia di Agnese, sorella di Mahaut, moglie di “
Roberto di Clermont, 6° figlio di San Luigi. Invece altri genea-
logisti attribuiscono a Mahaut ed a Eudes tre figlie. Fatto sta.
che Bourbon passò al figlio di Beatrice, Luigi I, duca di Bor-
bone, conte di Clermont, il cui sigillo semplicissimo (fig. 52) ®
rappresenta un rosone avente nel mezzo l'arma dei duchi di
! Archivi Nazionali, Coll. dei sigilli, N. 449.
? Armorial du Bourbonnais.
® Archivi Nazionali, N. 448.
si Ca te AI a
Na % î
I SIGILLI DEGLI ANTICHI SIGNORI E DUCHI DI BOURBON 307
Bourbon della Casa di Francia. Luigi, primo duca di Bourbon,
morì nel 1341 lasciando la successione a suo figlio Pietro I.
Il sigillo di questo principe (fig. 52%) lo rappresenta a cavallo
in atto di brandire la spada! come viene rappresentato in un
mss. del xv secolo della Biblioteca Nazionale
di Parigi, di cui ci ha favorito un disegno
esatto lo stesso M. de Laguérenne (fig 62). Pietro
I duca di Borbone, conte di Clermont e della
Marche, governatore del Languedoc e di Gua-
i scogna, luogotenente generale del re, ecc.,
a aveva sposato nel 1337 Isabella di Valois,
figlia di Carlo di Francia, conte di Valois.
Da questa unione nacque nel 1337 il duca Luigi II, una
delle figure più simpatiche della storia del Bourbonnais, come
osserva giustamente il Laguérenne, talchè venne soprannominato
le bon Duc. Fu l’amico e il com-
pagno del celebre du Guesclin ed
uno dei consiglieri della reggenza
durante la follia del re Carlo VI.
Il suo sigillo ? (fig. 72) lo rappre-
senta seduto sopra un trono avente Y fSk
alla destra il suo stemma che era {#
d’azzurro seminato di gigli d’oro |
(Francia antica) e la banda di rosso
attraversante. Infatti questi duchi
di Bourbon, derivati dal sangue
reale di Francia, usarono lo stemma
reale con la brisura della banda abbandonando lo stemma degli
antichi signori di Bourbon.
Lo stesso duca adottò più avanti un sigillo segreto * (fig. 82)
dove si vede lo stemma di Francia ridotto a tre soli gigli attra-
versati dalla cotissa. Lo scudo timbrato da un elmo avente per
cimiero un giglio.
! Archivi Nazionali, Coll. Bouet d’Arcq.
di ib., N; 452:
delgttib.. N. 453.
308 I SIGILLI DEGLI ANTICHI SIGNORI E DUCHI DI BOURBON
Da quest'epoca i duchi di Bourbon, ad esempio dei re di
Francia, continuarono ad usare tre gigli soltanto, invece del
seminato di gigli, così Carlo I duca di Borbone nipote di
Luigi II (n. 1401 { 1456), aveva nel suo sigillo (fig. 9°) la targa
VA
LR
d, Mel
Wi AURA
} U
7/)/ / "pia
Fig. 6
inclinata con i tre gigli e la cotissa sostenuta da due angeli e
timbrata da un elmo di torneo con corona gigliata e cimiero di
piume di pavone ?. Il di lui figlio Giovanni II, che fu conte-
stabile di Francia e morì nel 1488 senza prole, usava nel sigillo
(fig. 102) un guerriero armato di tutto punto, simile a quello di
Pietro I, ma con lo scudo caricato di tre soli gigli con la cotissa.
! Archivi Nazionali, Coll. Bouet d’Arcq. N. 457.
I SIGILLI DEGLI ANTICHI SIGNORI E DUCHI: DI BOURBRON 309
. Questi sono i sigilli dei più antichi signori e duchi di Bourbon
che ebbero signoria sopra Montlucon. Il Laguérenne che ha illu-
strato le gesta di quei valorosi principi, non ha limitato a questo
l’opera sua perchè in essa descrive bellamente tutto quanto
| interessa Montlucon ed il Bourbonnais cominciando dall’etimo-
logia del nome, dalle origini del luogo, dai suoi primi abitanti
CRC
e venendo poi alla sua giurisdizione civile ed ecclesiastica, al
Rivista del Collegio Araldico, (maggio 1904). 20*
» 2 E o e I i i” SVI CE AAT ATA
xs (2 E e
310 I SIGILLI DEGLI ANTICHI SIGNORI E DUCHI DI BOURBON
suo commercio, all’amministrazione della giustizia, ai suoi prin-
cipali prodotti e ad altre particolarità molto interessanti. Quello
però che offre maggiore interesse è lo studio sull’amministra-
zione interna dal x1v al xvi secolo, sulle corporazioni delle arti,
comunità religiose, usi civici, opere pie, industria, commercio,
fiere e finalmente un elenco degli uomini illustri e dei principali
uomini d'arme e di toga nati a Montlucon o che vi ebbero
dimora. Il volume è corredato da belle vignette che rappresen-
tano i punti più pittoreschi di quella antica terra, i costumi
popolari, ecc.; e oltre agli stemmi ed ai sigilli di cui parlammo
più sopra, vi sono belle riproduzioni di antiche carte geografiche
e topografiche. ;
Ora Montlucon è divenuto un centro di stabilimenti indu-
striali; la rivoluzione francese ha distrutto laggiù come altrove
i ricordi del don vieux temps; nonostante l’opera sua empia
e corruttrice non ha potuto cancellare dal cuore degli abitanti
i ricordi gloriosi e le nobili tradizioni di onore, di religione e
di fedeltà al legittimo principe che formano ancora il vanto
maggiore di quella nobile terra.
F. pi Brotto.
a
EX-LIBRIS
EX-LIBRIS' DEI CONTI PALMA DI URBINO
Questo ex-libris inedito, assai
vago nella sua forma rococò, appar-
teneva alla biblioteca della cospicua
famiglia dei conti Palma di Urbino,
che va ad estinguersi nella nobile
Casa dei conti Nardini Giovannini
della medesima città, oggi rappre-
sentata dal conte Antonio Nardini
Da questa famiglia uscirono due
illustri prelati che nel xvitr secolo si trasmisero il vescovato di
| Fossombrone, cioè Silvestro ed Eustachio Palma. Essi contribui-
rono all'ingrandimento della biblioteca della loro nobile famiglia.
Questa non ha nulla di comune con quella illustre dei conti
Palma di Cesnola ? e di Borgofranco, quantunque vi sia molta
assomiglianza nello stemma. Infatti vari autori descrivono lo
stemma dei conti Palma di Urbino d’argento, all'albero di Palma
di verde terrazzato dello stesso. Invece dall’ex-lbris rileviamo
che il campo è d’oro come quello dei conti di Cesnola. Qui
però vi è aggiunto un capo di azzurro caricato di una stella di
otto raggi d’oro. ]noltre vi è il cimiero dell'aquila, che gli altri
non portano e il motto è: Si quid boni maximo bono, mentre i
Palma piemontesi usano la divisa: Oppressa resurgo.
CamiLLo BRUNETTI.
! L'originale è presso il ch. sig. Antonio Gheno che gentilmente ce
lo ha favorito.
? La famiglia Palma di Cesnola è oggi rappresentata dall’ illustre conte
generale Luigi, direttore del Museo delle Arti di New York da lui fondato.
Fra gl’Italiani residenti all’estero il conte Palma di Cesnola è uno di quelli
che fanno più onore alla patria lontana.
LIBRO D’ORO PONTIFICIO
I CONTI CHIARELLI-PANNINI DI CENTO
La famiglia dei conti Chiarelli-Pannini
i © una delle più antiche e nobili della città
di Cento, cospicua per alleanze e per uomini
distinti nelle lettere. Secondo antiche tradi-
zioni discenderebbe da Lucio Chiarelli che
nel vi secolo fu dalla città di Ferrara in-
| viato ambasciatore al Pontefice Giovanni III.
:
I
|
|
a
| SSA
/
La discendenza però segue regolarmente
da Paolo Andrea Ghiberti detto Chiarello,
che nell’anno 1275 fabbricò la torre nel territorio di Cento,
poi denominata dei Chiarelli, e che appartiene appunto a questa
famiglia. Paolo Andrea ebbe un figlio, Paolo, notaio: padre di
Giacomo 1 (1352) e Pietro (1360), che diedero origine a due rami
della famiglia. La discendenza di Pietro si estinse nel xvI secolo.
Giacomo |, primogenito, ebbe tra i più illustri personaggi
della sua discendenza, che tuttora prosegue, e particolarmente
tra 1 più benemeriti di Santa Chiesa, Pompeo, nato nel 1467,
che abbracciò lo stato ecclesiastico e fu notaro apostolico in
Roma. Cesare, fratello di Pompeo, nato nel 1475, che fu nel 1483
creato insieme col fratello Pompeo cittadino e nobile bolognese,
cavaliere e conte palatino. Nel tempo in cui il Papa e gli Estensi
contrastavano il dominio di Cento, Cesare Chiarelli governava |
da solo questa città, essendo stato ucciso proditoriamente il suo |
collega nel consolato Girolamo Bianchi, nella congiura ordita in
Cento nel 1511 da alcuni spagnuoli che tentarono di far prigio-
niero papa Giulio II. «dl
I CONTI GHIARELLI-PANNINI DI CENTO ;> 133
Cesare ebbe un figlio di nome Giambattista nato nel 1506,
. il quale fu vicario foraneo di Cento e Pieve. Il 2 settembre 1566
in sua casa alloggio il card. Gabriele Paleotti, arcivescovo di
Bologna, dal quale poi ricevette onorevoli delegazioni, e fu altresì
visitatore apostolico.
Una nipote di Cesare, Lucrezia, nata nel 1537, lasciò un
pingue legato a favore dei gesuiti di Bologna. Marcantonio, pri-
mogenito di Cesare, nel 1599 ebbe dal pontefice Clemente VIII il
titolo di cavaliere e di conte del Sacro Palazzo. Caterina, figlia
di Marcantonio, Polissena e Giulia, sue nipoti, furono religiose di
santa vita nel convento di Santa Caterina di Cento.
Nicolò Maria, fratello di Giulia, sposò Margherita Pannini
ed ereditò il nome ed i titoli di questa famiglia. Egli fu creato
conte palatino dal card. Acciajoli, legato di Ferrara, con di-
| ploma in data 26 febbraio 1681; sedette console di Cento per
ben dodici volte, dal 1698 al 1720.
Antonio, figlio di Nicolò Maria, fu distintissimo letterato e
valente poeta. Tradusse dal francese in versi italiani le tragedie
di Racine. Di queste traduzioni diede alla stampa l’ Alessandro
il Grande, dedicato al card. Prospero Lambertini, arcivescovo di
Bologna, poscia Benedetto XIV.
Giuseppe, canonico di San Biagio, rinunziò il canonicato
ed entrò nella congregazione dell'Oratorio in Cento. Ne divenne
preposto e morì santamente il 4 dicembre 1765. Ebbe fama di
grande teologo e storico. Giambattista fu religioso benedettino.
Bartolomeo Filippo ebbe il titolo di conte ereditario da
don Filippo, duca di Parma e di Piacenza. Fu per la Santa Sede
capitano di corazze a Cento, Pieve e Bondeno. Sedette più volte
console e fu ambasciatore del comune al cardinale legato di
. Ferrara quando Cento venne eretta a città.
Margherita, figlia di Bartolomeo Filippo, fu monaca agosti-
niana ed abbadessa del monastero di Santa Maria Maddalena
in Cento. Nicolò Maria, di lei fratello, fu canonico della metro-
politana di Bologna (1771). La sorella Giulia Maria entrò nel-
. l’ordine di San Domenico in Ferrara.
sf nr n Le Loi
Benedetto, nato il 17 giugno 1745, andò nel 1767 al servizio
del re di Francia nel reggimento italiano d’infanteria e con de-
314 I CONTI CHIARELLI-PANNINI DI CENTO
creto del 25 agosto 1771 fu nominato sotto-aliutante maggiore.
Da altro decreto del 24 novembre 1780 si rileva che prese parte
a tutte le campagne del 1768 in poi. Da Luigi XVI fu con chi-
rografo 19 giugno 1791 creato cavaliere dell'ordine equestre di
San Luigi. Scoppiata la rivoluzione rimpatriò e servi nell’eser-
cito pontificio e morì il 2 dicembre 1793.
Marcantonio, fratello di Benedetto, più volte console di Cento.
Dal suo matrimonio con la marchesa di Concadirame Marghe-
rita Manfredini .di Rovigo, ebbe Isabella, sposa nel 1796 del
marchese Domenico Rusconi, fratello del cardinale Antonio Lam-
berto Legato di Ravenna.
Bartolomeo, fratello d’Isabella, fu più volte gonfaloniere di
Cento. Rimasto vedovo della contessa Cornelia Dolfin di Venezia,
abbracciò lo stato ecclesiastico, e nel 1833 fu fatto canonico
dell’insigne collegiata di San Biagio. Morì il 23. maggio 1851.
Fu insigne benefattore di tutte le chiese della città di Cento
lasciando a ciascheduna mezzi pel culto e splendidi arredi sacri.
Egli fu il mecenate del Battaglini (di poi cardinale di S. R. Chiesa)
ed amico di altri illustri cardinali.
Lucia, nata il 10 agosto 1810, figlia di Bartolomeo, nel 1832
sposò il conte Francesco Angeli di Rovigo, che ricevette per ben
due volte, nel proprio palazzo, l’imperatore Francesco I d’Austria,
una imperatrice di Russia, un re di Spagna e ai nostridi S. M.
Apostolica Francesco Giuseppe I. |
Dal conte Marcantonio, figlio di Bartolomeo, e da Luisa Gui-
dotti di Bologna nacquero: Benedetto, nato il 30 luglio 1842,
canonico onorario dell’insigne collegiata di San Biagio in Cento,
valente compositore di musica e membro dell’Accademia di Santa
Cecilia di Roma; il conte Biagio, nato il 22 dicembre del 1845,
padre di undici figli; il conte Ernesto, nato il 81 dicembre 1847,
con due figli, e il conte Bartolomeo, nato il 6 settembre 1852,
parimenti con due figli, che rappresentano degnamente questa
nobile famiglia.
UGo ORLANDINI.
LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI
(MILETO IN CALABRIA)
(Continuazione e fine vedi numero precedente)
pRr
Alla fine del secolo xv Ercole Gallucci, di famiglia d’origine
longobarda ed ascritta al Sedile di Nilo in Napoli (come da un
epitaffio nella cappella della Pentecoste in quella Metropolitana),
sì trasferì in Calabria; ed in Cotrone contrasse matrimonio con
la nobile Caterina Lucifero. Invitato però dal marchese di Arena,
suo congiunto, poco dopo passò a Soreto nella diocesi di Mileto;
e nel 1945 nella chiesa parrocchiale di quel distrutto paese fece
| erigere a sue spese una cappella in onore di S. Antonio di Padova,
apponendovi una iscrizione commemorativa ed il suo nome Her-
cules Galluccius Cotronensis.
Espulsa dal reame di Napoli la dinastia aragonese nel 1501,
il nostro Ercole seguì in volontario esilio il vinto Sovrano, insieme
ad altri magnati. Uno dei suoi figli stabili in Francia la fami-
glia Gallucci de l’Hòpital; e di un Vincenzo Gallucci duca di
Tora e cavaliere gerosolimitano, di Paolo e delle loro nobilis-
sime spose, nella prima metà del secolo xvi, trovansi le tombe
nella sopraccennata cappella del duomo di Napoli, restaurata da
quei superstiti della famiglia in Galliae Regnum translatae.! Luigi
Gallucci nel 1572 e Giulio nel 1704 furono Canonici del sud-
detto Duomo *
Bernardino, figlio di Ercole, rimasto in Soreto, ebbe un figlio
con lo stesso suo nome, il quale generò Giacomo, Stefano e Gi-
rolamo.
Onore preclaro del suo casato fu questo Girolamo, per san-
tità e dottrina, poichè ascritto fra i Cappuccini col nome di fra
Girolamo da Dinami, scrisse una storia inedita dell'Ordine di
recente fondato ed una dotta opera: De praedestinatione divina,
1 ALOE, Tesoro lapidario, ecc., Napoli, 1885, pag. 10 e seg.
? SANTAMARIA, Historia Metr. Eccl. Neapolitanae, 1900, p. 413 e 537.
_ 316 LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI
edita prima in Venezia nel 1565 e poi in Taranto ed in Padova.!
Morì?nel convento di Rombiolo, presso Mileto.
Il suo germano Stefano fu padre di Carlo, il quale da Fran-
cesca d’ Afflitto ebbe Lorenzo; e dalla seconda moglie Rosaria
Protopapa gli altri figli Domenico e Giuseppe Antonio. Questi
assunsero il secondo cognome Protopapa, in memoria della madre
superstite del primo ramo di quella nobile famiglia. Il suddetto
Giuseppe Antonio, teologo, conseguì la laurea di dottore in diritto
canonico e civile nell’Archiginnasio romano nel 1689. Fondò anche
la cappella del Santissimo Rosario nella chiesa di Dinami.
Domenico, avendo avuta la investitura di un suffeudo detto
Talaia nel territorio di Borello da quel conte Diego Aragona Pi-
gnatelli duca di Monteleone, per essere più vicino stabili il suo
domicilio in Caridà; ed eresse una chiesetta col titolo di S. Maria
dell’ Itria nel feudo suddetto. Il suo fratello Domenico Gennaro
conseguì altra laurea dottorale in Roma nel 1725.
Francesco Saverio, figlio di Domenico, ebbe altra investitura
dal duca Ettore Pignatelli nel 1769. Fu padre di un altro Do-
menico, di Paolo e di Giovanni Battista. Domenico sposò An-
tonia Santacroce di Barletta; Paolo morì celibe nel 1722; e Gio-
vanni Battista si ascrisse in Roma alla carriera ecclesiastica, e
quivi cessava di vivere nel 1786, in fama di esimia bontà e di
perizia nei sacri canoni.
Da Domenico nacquero Rosaria, sposata ad Antonio Suriano
da Monteleone; Eleonora, moglie di Giovanni Battista Merigliano,
Marianna, Matilde, Ernesta, Diana e Francesco Saverio.
Francesco Saverio generò con Sebastiana Valensise da Poli-
stena, Domenico, Matilde, sposata a Domenico Falletti da Grot-
teria, e Carolina, moglie di Carlo Marasco da S. Vito di Squil-
lace. Morì in Palmi per l’orrendo terremoto del 5 febbraio 1783.
È monumento della sua devozione la cappella sotto il titolo di
S. Sebastiano martire, nella chiesa parrocchiale di Carida, eretta
nel 1780.
Domenico conseguì l’ultima investitura del feudo Talaia dal
duca Pignatelli, con patente spedita in Napoli al 16 ottobre 1784,
ad istanza della sua genitrice Valensise essendo ancora pupillo.
1 Monografia cit., pag. 119 e 269.
OT VT, CIPE TA ESE TT |
LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI She
Contrasse matrimonio nel 1796 con Concetta Lacquaniti-Argirò,
. sorella di Francesco Saverio Lacquaniti, patrizio miletese e regio
tesoriere generale della Calabria nel 1796;! ed ebbe Francesco
Saverio, Carolina sposata a Nicola Taccone da Mileto nel 1821,
Giulia morta nel 1880, Nicola defunto nel 1833, e Filippo infante.
Da seconde nozze con Maddalena Sodero da Dinami nel 1886,
procreava Concetta sposata a Luigi Lombardi-Satriani da Bria-
tico, Carmela ad Antonino Candida da Gerace, Filomena a
Vincenzo Suriano da Palmi, Raffaela a Giuseppe Prestia da
Rombiolo, e Nicolina a Giovanni Battista Marzano da Monteleone.
In aprile 1833 S. M. Ferdinando II re delle Due Sicilie, passando
da Laureana, nel suo primo viaggio in Calabria, fu accolto dalla
famiglia Gallucci, che onorò col titolo di barone. Il medesimo
eresse anche a sue spese la chiesa della B. Vergine del Carmelo
in Caridà, il culto della quale è sostenuto dalla devozione del
suo nipote Filippo Taccone-Gallucci.
Il suo primogenito Francesco Saverio, marito di Luigia Bi-
sogni da Briatico, premorì senza prole nel 1857; e di Nicola, già
morto celibe, è ricordo la chiesa di S. Pietro apostolo con con-
grega laicale in Laureana, dove la famiglia si era trasferita.
Presso il palazzo Gallucci e la chiesa Matrice, secondo la tra-
dizione locale, si avea in epoca molto remota un cenobio Basi-
liano o Laura, che diede probabilmente il nome di Laureana al
paese che intorno ad essa si è formato.? Parecchi beneficîì sem-
| plici furono di patronato della sua nobile famiglia, la quale con
. Domenico, nonagenario, si è estinta al 22 maggio 1859.
Egli scriveva il 24 gennaio 1858 alla sua primogenita Caro-
lina Taccone in Mileto: “ Andandosi a spegnere per mancanza
di figli maschi il cognome della nostra famiglia, sarebbe mio
desiderio che il mio caro nipote vostro figlio D. Filippo, nonchè
1 suoi figli e discendenti, al proprio loro cognome aggiungessero
anche il nostro di Gallucci; e per darvi poi un tenero pegno
della mia affezione, cedo a Voi come primogenita figliuola il
mio titolo di barone, da poterne fare uso altresì il vostro figlio
D. Filippo ed i suoi figli e discendenti legittimi da primogenito
1 Monografia cit., pag. 239.
® G. B. MarzANO, L'arma di Laureana di Borrello, Monteleone, 1903, pag. 23.
318 LA FAMIGLIA TACCONE-GALLUCCI
a primogenito. Spero che gradirete un tale attestato del mio:
parziale affetto verso di Voi, etc. , Tale dichiarazione fu con-
fermata con atto del notaio Luigi Inzitari-Cannella, in Mileto,
il 22 febbraio 1862.
Il ramo derivante da Lorenzo Gallucci, figlio di Carlo e di
Francesca d’Afflitto prima sua moglie, e fratello di Domenico:
Gallucci Protopapa al principio del secolo decimosettimo, come
si è cennato, si svolse per Carlo, Tommaso baccelliere dell’or-
dine Agostiniano, Antonio e Francesco. Anna sposata a Pro-
spero Protopapa, Felice a Domenico Rocca, Rosa, Massenzia,
Nicolina ed Elenora, figli di Lorenzo ed Elisabetta Catambron.
» Francesco con Rosa Melchi procreò Carlo ed Antonio, am-
bedue giureconsulti, Elisabetta sposata a Giov. Battista Alemanni,
Francesca ad Antonino Garuffi, e le suore Teresa, Felicia, Cate-
rina e Lucrezia. Carlo fu marito d’Ippolita Mauro da Palmi, e
padre di Vincenzo che si stabili a Foggia, Francesco, Antonio,
Rosaria, Antonia e Francesca. Tra questi Francesco sposò Ma-
rianna Bisogni, vedova ed erede del Barone Carmì (famiglia estinta.
da Dinami); e poichè il suo fratello Vincenzo morì senza prole,
ebbe il titolo di Barone anche pel suo feudo di Abruzzo, Saele e
Fornelli, che già si aveva avuto dai Gallucci per diploma del
Marchese Caracciolo di Arena. Sposato in seconde nozze Gio-
vanna Magisano, ebbe Raffaele ed Ippolita.
Raffaele con Maria Aurora Zerbi da Radicena procreava in
Laureana Maria Angela, Carmela, Francesco, Domenico, Antonio,
Vincenzo, Mariano e Giuseppe; e morì nel 1854.
Francesco, primogenito di Raffaele, è padre di Raffaele, Giulia,
Girolamo, Vincenzo e Giuseppe. Il fratello Domenico Antonio
generò Raffaele; e Vincenzo sposato in prime nozze con Filo-
mena Corso d’Istria ed in seconde con Girolama anche Corso
ebbe Ercole e Concetta morti in età giovanile.
Lo stemma Gallucci è d’azzurro, al monte di tre cime di verde,
sostenente quella di mezzo un gallo ardito al naturale, accompa-
gnato in capo da una cometa d’oro ondeggiante in banda, ed a
destra un ramo di palma verde.
DITE
atti p ì
ettari Ce eni e nm ce dio
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Marco SARTORI BorotTo, Sulle origini della Casa d'Este. Este, 1904. Longo, in-80.
L’A. con accurato esame riporta le varie opinioni sull’origine di questa
celebre famiglia e come il parere oggi accettato generalmente dagli scrit-
tori è quello del Muratori che vuole derivata la Casa d’ Este dai Bonifaci
ed Adalberti marchesi di Toscana, tende a dimostrare inesatte queste con-
clusioni. Albertazzo stipite certo degli Estensi professava la legge longobarda
e Adalberto di Toscana era secondo Cosimo della Rena di nazione salica e
nello strumento di fondazione del monastero di San Caprasio dell'Aula
figurano 5 testimoni ex genere Bavarico, e così Adalberto di Toscana, secondo
leleggi longobardiche dell’imperatore Lodovico il Pio doveva essere anch’esso
di quella nazione. i
Ciò però non è affatto provato; di maggior peso è l’autorità di Liut-
prando da Pavia che nelle sue MHistorie dice, che Adalberto, figlio di Oberto
da cui provenne Albertazzo non è Adalberto di Toscana. A favore però
dell'opinione del Muratori non è a disprezzarsi l’argomento da lui addotto
che i principi d’ Este conservarono il gius patronato nella badia di San Ca-
prasio dell'Aula. Per altro l’A. non dà come risolta la questione che solo
nuovi documenti potrebbero pienamente delucidare.
PHILIPPE TIERSONNIER, Remarques sur la sigillographie figurant au catologae
du Musée départemental de Moulins. Moulins, 1903, Auclaire, in-8°.
Critica molto ben fatta e molto giusta di un catalogo di sfragistica
del Museo di Moulins seguita da una dotta illustrazione dei principali sigilli
che si trovano in quel Museo, alcuni dei quali apparteneuti a sovrani, a
vescovi ed a personaggi cospicui. Questo lavoro è il risultamento di osser-
vazioni coscienziose ed è informato ai più giusti criteri. Le note poste in
appendice sono molto interessanti per la storia di Francia e fra esse impor-
tantissima quella che si riferisce a Guy de Dampierre sire di Bourbon che
eontiene uno studio sullo stemma degli antichi signori di Borbone.
— Les gardes du corps à Beauvais. Beauvais, 1903, Avonde et Bachelier,
in 8°.
Le guardie del corpo erano quei soldati scelti fra le famiglie più distinte
che accompagnavano il re come scorta d’onore. Queste guardie però non si
320 NOTE BIBLIOGRAFICHE
limitavano a fare un servizio di semplice rappresentanza ma presero parte
a molti e gloriosi fatti d’arme. Sotto Luigi XV alle quattro compagnie delle
guardie del corpo furono assegnate le guarnigioui più prossime alla Corte.
Una di queste, detta di Noailles, prese stanza a Beauvais. L’A. vrende
appunto argomento dalla permanenza delle guardie in questa città per
pubblicare vari documenti e notizie che ad esse si riferiscono e narra di-
versi incidenti avvenuti durante il loro soggiorno a Beauvais che durò
fino al 1789 iu cui vennero richiamate a Parigi per sedare la nascente rivo-
luzioue.
Aspé Epmonp ALBE, Autour de Jean XXII - Les familles du Quercy. Troi-
sième Partie. Les Quercynois en Italie. Rome, 1904, Cuggiani, in 8°.
Ci siamo altra volta occupati della prima parte di questo importante
lavoro. Quella testè pubblicata interessa maggiormente l’Italia perchè con-
tiene una lunga serie di prelati originari dal Quercy che occuparono impor- .
tanti cariche in Italia nel xIv secolo. Questo volume è il frutto di lunghe e
laboriose ricerche negli archivi della Santa Sede ed è interessante anche
perchè stabilisce la vera ortografia di molti cognomi che fra noi vennero
italianizzati. Così molti ignorano, per esempio, che il celebre legato Ber-
trando del Poggetto fosse un du Pouget e il patriarca di Grado che il
Ciaconio chiama Vasellus e dice inglese, l'A. dimostra che apparteneva
all’illustre famiglia de Vassal del Quercy. Di molti altri potremmo parlare,
dimostrando così sempre più l’importanza di questo lavoro che delucida
varie questioni riguardanti quegli antichi personaggi.
JosePH JOÙBERT, Victor-Emmanuel III numismate. Venezia, 1994, Pellizzato,
in-8°.
Preceduto da una breve prefazione dell’ illustre conte Filippo Nani
Mocenigo, questo lavoro, nel quale la politica è affatto, bandita, pre-
senta uno studio interessante intorno ad un principe che può considerarsi
uno dei più dotti numismatici della nostra epoca. L’A. narra come inco-
minciò la passione di Vittorio Emanuele III per la numismatica e con
quanto amore egli abbia raccolto una importantissima collezione di monete
e medaglie ed una speciale biblioteca sulla materia. Prende poi argomento
per parlare delle opere di numismatica edite in Italia e del grande contri-
buto che gl’ Italiani hanno portato alla scienza delle monete.
Giustino CoLANERI, Saggio di bibliografia araldica e genealogica d’ Italia.
Roma, 1904, Loescher, in-8°.
Tutte le nazioni hanno una bibliografia araldica e genealogica eccetto
l’Italia. Era dunque necessario che anche fra noi vi fosse un’opera di
simil genere dove gli studiosi potessero attingere notizie e una guida sicura
per le loro ricerche. L’A. ci presenta un saggio di bibliografia araldica,
genealogica che sarà accolto certamente con molto favore. Questo non con-
NOTE BIBLIOGRAFICHE 321
tiene soltanto l'indicazione delle opere che trattano esclusivamente di ma-
teria araldica genealogica ma anche quelle in cui incidentalmente sono
riportate notizie in tale materia. Inoltre il volume contiene un faticoso
spoglio delle monografie inserite in varie Riviste e pubblicazioni araldiche
fino al 1902. Finalmente un indice alfabetico dei nomi delle famiglie guida
alla ricerca. Questo lavoro non può dirsi completo ma certamente è un
ntile saggio per il quale va data meritata lode al suo A. e al marchese
Attilio Vignolo che lo coadiuvò nella faticosa impresa.
Cardinale Tommaso AREZZO, Mia fuga în Corsica. Memoria inedita. Palermo,
1904, tip. Pontificia in-8°. In vendita presso le librerie Reber e Sandron
di Palermo e Pustet di Roma a L. 2.50.
Questa Memoria pur non riflettendo che un fatto d’ordine particolare,
presenta nondimeno non poco interesse dal punto di vista storico, perchè
essa vale a farci conoscere esattamente la condotta seguita dal governo
napoleonico nei rapporti con la Chiesa. Semplice e schietta è la narrazione,
non mancando la piacevole maniera del porgere. Il cardinale Tommaso
Arezzo nacque in Orbetello di Toscana nel 1756 dalla nobile famiglia sici-
liana dei marchesi Arezzo, mentre il padre suo marchese Orazio era colà.
Comandante generale dello Stato dei presidî per il Re delle due Sicilie. Fu
Governatore generale delle Marche al tempo della prima invasione trancese,
e soffri qui il primo esilio. Indi restauratosi il Pontefice in Roma, sostenne
rilevantissimi uffici diplomatici per la causa della Chiesa specialmente al
tempo del consolato e dell’ impero, presso le Corti di Russia, e di Sassonia
e presso Napoleone. Soffri il secondo esilio dal 1808 al 1813 relegato in
Corsica, e si mantenne fermo, malgrado ogni minaccia, a negar obbedienza.
a Napoleone. Fu Governatore di Roma, Cardinale Legato di Ferrara, e
infine Vicecancelliere della Chiesa romana. Ebbe offerta nel 1823 dal Re
Ferdinando I la Luogotenenza del Regno di Sicilia, ma la ricusò per non
allontanarsi dalle sue incombenze quale Legato pontificio in Ferrara. Mori
in Roma nel 1833 istituendo erede la S. C. di Propaganda Fide del vasto
suo patrimonio.
Mons. Domenico Taccone GaLLUCcI, vescovo — Monografia delle diocesi di
Nicotera e Tropea. Reggio Calabria 1904. Morello in 8°.
Instancabile illustratore della storia e dei monumenti della sua di-
letta Calabria l'illustre A., che è gloria dell’episcopato cattolico. ci presenta
questo nuovo studio sulle diocesi di Nicotera e Tropea soggette alla sua.
giurisdizione. Contiene interessanti memorie circa l’origine di quei vesco-
vati, sullo sviluppo delle utili istituzioni dovute in gran parte agli illustri
predecessori dell'A. il quale ebbe appunto in animo di commemorare le
| glorie di quelle chiese, i meriti preclari dell’antico clero e la generosa
religiosità dei fedeli nei trascorsi secoli ad esempio dei posteri. Segue una.
eronotassi dei vescovi delle due diocesi, nel qual genere di studi si è già
322 NOTE BIBLIOGRAFICHE
distinto l’A. che meritò anche uno speciale breve di lode dal Pontefice
Leone XIII di s. m.
Comm. CarLo DeLL’Acqua, San Pio V, Papa insigne fautore degli studi
e degli studiosi Note e ricordi per il di lui IV centenario genetliaco. Milano,
1904, Cogliati in-8° con 15 tavole.
Ogni ora, ogni parola, ogni pensiero — Sacro sia sempre alla mia patria
e al vero (Giuria).
Faire revivre la gloire des grandes hommes c'est s’associer à leurs ac-
tions... c'est un tribut de gratitude à ceux qui furent les bienfacteur et
l’ornement du pays (Ducros).
Con queste sublimi massime l'Autore ci presenta i cenni biografici e
l’opera del grande Pontefice, di cui espone la santità della vita e la potenza
dell'intelletto, segnalandolo al lettore per una di quelle personalità così
eminenti che la storia sincera ricorda ai popoli, quale esempio di rara virtù,
checchè ne dicano gli avversari alla Chiesa abili a svisare od a negare i
fatti che la verità sola ed inflessibile ci presenta. “ Faremo in modo che
ai Romani spiaccia più la nostra morte che la nostra elezione ,, disse Mi-
chele Ghislieri, salendo la cattedra di San Pietro; e così fu, ed il popolo
per la modestia della sua vita e della sua carità l’amò vivo, lo venerò
morto. Il suo secolo, il posto suo esigevano in lui una fibra gagliarda,
austera, di indispensabile rigore per assicurare l'integrità della Chiesa,
quell’unità gloriosa che i predecessori gli avevano tramandata, e Pio Vla
mantenne con le più memorande vittorie. Fautore degli studi e degli stu-
diosi dal libro dell’illustre comm. Dell'Acqua bene si apprende come Pavia
fu e deve essere riconoscente, devota al munifico Pontefice per l'erezione
dell’insigne Collegio Ghislieri una delle più salde colonne di quell’Ateneo.
Giusta e ben dovuta lode vada pertanto al comm. Dell'Acqua che sebbene
settantenne, trova ancora lena a proseguire nei suoi studi, richiamando
ognora e sempre alla memoria con patriottico sentimento le glorie cittadine.
F. GANDOLFI
Répertoire général des Collectionneurs de la France et de l’etranger, par E. RE.
NAUT, 80, rue Jacob, Paris, onzième année.
Nous signalons à l’attention de ceux de nos lecteurs qu’intéressent les
objets d’art et de curiosité, la modification apportée à partir d’avril 1904,
dans le mode de publication de son répertoire, beaucoup de souscripteurs ayant
demandé à l’auteur de publier ses précieuses listes d’amateurs par bulletin
périodique, au lieu de les faire paraître en volume, à plusieurs années
d’intervalle. Se rangeant à cet avis, M. Renart a décidé de faire paraître
quatre brochures chaque année. Tous les trimestres un fascicule donnera
les noms et adresse de plus de 4000 amateurs de toutes nationalités. Ré-
digé le plus souvent sur les renseignements fournis par les collectionneurs,
NOTE BIBLIOGRAFICHE 323
cet ouvrage, dans lequel les insertions sont gratuites, est des plus utiles
aux personnes désireuses de vendre ou acheter des objets d’art et de curio-
ssité. En voyage il peut servir aux amateurs pour la visite des collections
privées. S’agit-il d'exposition à préparer, par les renseignements qu’ils pro-
cure, il sert de guide aux organisateurs. Les collectionneurs désirant étre
informés sur le mouvement des curiosités doivent figurer sur cette publi-
«cation consultée par MM. les Experts et Officiers ministeriels, pour l’envoi
de leurs catalogues. L’intérèt en est encore augmenté par les adresses de
marchands les offres et demandes qu'elle contient. Devenus périodiques les
renseignements adressés a M. Renart, 30, rue Jacob, seront insérés aussitòt
leur réception. Les prix et conditions des livraisons sont envoyés gratui-
tement.
QUESITI ARALDICI
RISPOSTE.
(Vedi numeri precedenti).
32° (0. Breton). Una delle più belle, complete e critiche pubblicazioni
recenti sulla famosa maschera di ferro è quella di Guido Fortebracci, pseu-
donimo di Pietro Bracci, giovane letterato romano di molto valore, morto
nell’ottobre del 1902. (Tipografia del Senato, Roma 1903, in-8°). Il lavoro è
preceduto da una bella prefazione del conte Paolo Campello della Spina.
Conte EMANUELE RANIERI.
ST° (A. Zanon, G. de Isola, A. Gheno). Il chiar. e nobile prof. Francesco
Franceschetti di Este ci ha mandato una risposta allo scritto del sig. Antonio
‘Gheno pubblicato nel fascicolo di aprile corrente anno. La mancanza di
spazio ci obbliga rimandarla al prossimo fascicolo.
41° (B. E. R.). Estos apellidos toman su origen del nombre latino
Munius que como casi todos los patronimicos se formò del genitivo Munici
‘que se conserva en muchos apellidos italianos. En Espaîa se suprimiò
la è final, quedando Muniz, sin embargo, la tendencia & dulcificar los soni-
dos, convirtiò la terminacion iz en ez en casi todos los patronimicos, cuya
desinencia se conserva & escepcion de Ferrandiz, Ruiz y Muniz, Muniz ò Moniz
que todos tienen la misma procedencia aunque hoy constituyan distintas
324 QUESITI ARALDICI
ramas que reconocen diferentes ascendientes. La rama que se extendiò en
Portugal, reconoce por tronco 4 Egao Mofiz hijo del rey D. Alfonso Enri-
quez del que procediò un famoso capitan llamado Martin Moniz 6 Muniz
que muriò en la conquista de Lisboa al interponerse en una de las puertas
de la ciudad para evitar la salida de los moros, por lo que desde aquella :
época tomò el nombre de Puerta de Martin Moniiz. Algunos genealogistas
pretenden que el Progenitor de esta familia llegò à Portugal procedente de
las Galias y hasta aseguran que hizo su asiento en la ribera del Duero en
tiempo de D. Ramiro III; pero otros lo desmienten, afirmando que fué
D. Gonzalo Mufiz, Gobernador y Conde en la provincia de Entre Duero
y Miflo y que falleciò el afio 1060, segun consta por un epitafio grabado en
una sepultura de su hijo D. Mofino, que yace en la Iglesia mayor de
Villaboa Sea de esto lo que fuere, es lo cierto, que estos ramos è pesar de
las diferencias de dicciòn entre Moniz, Muniz 6 Moniz constituyen una sola
familia y un mismo origen, como se comprueba por el escudo de armas
comun & los tres patronimicos de Munius, Munio y Monio que fueron nom-
bres individuales en la edad media segun escrituras 6 contratos de aquella
época, y consiste en escudo de azur con cinco estrellas de oro en sotuer
orlado de una franja estrecha de plata; pués aunque otros del mismo linage
usan escudo cuartelado con piezas diferentes en cada cuartel, és por entron-
ques 6 alianzas con otrasfamilias, conservando las cinco estrellas de oro
en campo azul en su primer cuartel. En Asturias existiò una rama del
apellido Muniz cuyos blasones son iruales 4 los de las de Portugal, dife-
renciandose tan solo en que en la orla de plata pintan cuatro aspas de
gules y cuatro agnilas volantes negras interpoladas. Finalmente en Aragon
exitiò otra rama, tambien correspondiente al apellido Muniz que trae escudo:
de plata con tres veneras de oro y una flor de lis del mismo metal.
Los datos que he tenido el gusto en facilitar en contestacion è la.
pregunta 41° formulada por D. E. R. en el n.° 4 de esta Revista, y alguuos..
otros deballes que omito en obsequio à la brevedad, estan tomados de un
Archivo particnlar con referencia à respetables genealogistas y antiguos.
reyes de armas. Ernesto DE ViLcHES y MARIN.
DOMANDE.
42° Se desea saber à que familia espafiola partenecen las armas si-
guientes: Campo de oro, banda de azur; jefe de gules; 6 màs bien SUPRA
al 1° de gules lleno; el segundo de oro con banda de azur.
F. DE CASTELLANOS.
48° On désire avoir quelques renseignements sur les Rose-Croix qui
pretendaient etre un veritable ordre de chevalerie issu des templiers. Ont-ils.
des rapports directes avec l’actuelle francmagonnerie ? O. Deb.
nni rn Eh dii i
PR PR I Rn,
RETE i
i
:
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CRONACA
Nomine. — Sua Em. Rev.ma il signor cardinale Serafino Vannutelli è
stato nominato protettore dell’Ordine di Malta.
— Sua Santità si è degnata concedere al nobile signor Giuseppe Romano
ed ai suoi discendenti il titolo di conte.
— Il conte Giacomo Rossi-Caracciolo di Napoli e il Conte Lorenzo Bot-
tini di Lucca sono stati nominati camerieri segreti di spada e cappa di
Sua Santità.
Onorificenze. — Ordine di San Gregorio: Il barone Rodolfo Kanzler,
segretario della commissione di archeologia sacra, è stato nominato com-
mendatore.
I signori Giulio dall’Hallun G. Colombier e D. Colapietro sono stati no-
minati cavalieri.
Ordine del Santo Sepolcro: Le LL. AA. RR. il duca e la duchessa di
Calabria vennero insigniti: il primo del grado di Gran Croce; la seconda
di quello di dama di 1° classe.
_S. E. Mons. Foschi, vescovo di Cervia, è stato nominato commen-
datore.
Mons. Mario De Marta e il conte Henri Prevost sono stati decorati
della croce di cavaliere. |
— Il Consiglio Supremo dei Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni di
Spagna ha nominato Dama, la signora Contessa di Bobbio Donna Gio-
vanna dal Verme.
Necrologie. — Il giorno 11 corrente moriva a Fabriano la nobil donna
signora Rosa Fornari, nata Doncecchi Beri, sposa al comm. Carlo Fornari
e madre al cav. Gustavo, ai quali presentiamo le nostre più vive condo-
glianze.
— A Urbino si è spenta la contessina Beatrice Nardini. Condoglianze
alle nobili famiglie Nardini, Palma e Reggiani.
Varie. — Conl’animo ancora contristato per il clamoroso e basso insulto
che da coloro che pretendono rappresentare la primogenita della Chiesa, si
è fatto al Santo Padre, siamo indotti a far qualche considerazione malin-
conica di mezzo a cui tuttavia brilla la speranza. I simboli che inventò la
rivoluzione hanno sventolato assieme in una assoluta concordia in fac-
cia al Vaticano; e questo è certamente un gran male che si uniscano
forze a San Pietro infeste. »
Il carattere della visita presidenziale a Roma, anche se tale non era
nella mente del personaggio, è il riconoscimento e l'approvazione della
326 CRONACA
missione e delle finalità dell’Italia ufficiale in Roma eretta contro il Papato
temporale come stato e anche contro quello spirituale, poichè è creazione
e ministra di quella setta massonica che pretende alla perennità e all’uni-
versalità della città del mondo, di cui, nuova torre di Babele, sarà mani-
festazione plastica il monumento della III Italia che sta per sorgere. Ma
questo finirà col produrre confusione negli avversari, in noi porrà luminosa
certezza d’indirizzi. La visita fu fatta a una Corte e ai partiti liberali, non
alla nazione vera, la quale, vogliamo ben crederlo, o guai ad essa, respinge
con isdegno l’ufficio di carceriera del Vicario di Cristo, e ciò viene a dimo-
strare l'impossibilità d’un accordo fra l’assetto statuale presente d’Italia
e la Santa Sede, sfatando i sogni stolti o interessati dei tante volte per-
vicaci concordisti. Non si dica che il viaggio non possa ad alcuno spiacere,
perocchè il Papa lo qualificò offesa a sè gravissima; non si dica che in
queste circostanze ci potè esser lotta fra la coscienza di cattolici e quella
d’italiani, perocchè non ama la patria chi la vuol serva a una setta per-
vertitrice. Francesi e Italiani cattolici, e perciò patrioti, non possono amare
nè l’assetto statuale de’ loro paesi, nè gli emblemi che ne esprimono le idealità
anticristiane. Trattasi di istituzioni massoniche e liberalesche che si tol-
lerano, ma si abborrono poichè non sono effetto di mutazione di fatti, di
tempi, di condizioni, di dinastie, ma vero altare di Belial. Agli amanti delle
mezze misure e delle restituzioni restrittive, condizionate, già da molti anni
aveva risposto un liberale non potere la coscienza dello stato italiano cedere
di nuovo in signoria teocratica e tradizionale anche minima parte di anime
moderne che voglionsi orgogliose e liberali e piene dello spirito di Lucifero.
Dunque, acchè ostinarvi a conciliar l’inconciliabile? Cristo e Satana non
staranno mai assieme; è tempo che vi persuadiate che l’assidua cura dei
liberali è quella di falsare il concetto della patria e dell'amore ad essa; e
questa menzogna convenzionale cominciò nelle vendite carboniche per esser
ripetuta tuttora in cantilena sui banchi delle scuole elementari. Patria,
per gli ammodernati, vuol dire nazione e governo laicizzato; unità nel
combattere fede, morale, diritto vero e, viceversa, selvaggio odio per fratelli
cristiani e per potenze conservatrici o restauratrici dell’ordine; vuol dire
anche un certo forcajolismo verso i diseredati dalla fortuna se vogliono
anch'essi assidersi al borghese banchetto della vita a cui s'è tolta la spe-
ranza cristiana. Sotto un punto di vista, è una fortuna che a questi sistemi
borghesi si sottraggano e si ribellino le anime ch’essi hanno preteso pla-
smare a lor posta e che hanno preparate invece al socialismo. È un altro
male e più grave, ma avvicina la crisi tremenda senza la quale non c’è
salute. Sanabile invero più presto parrebbe la Francia poichè, abbia questa
od altra forma di governo, è sempre la Francia; ma anche colà, finchè
leggi e istituzioni non siano tornate cristiane, finchè non sia bruciato il
codice napoleonico socialmente anticristiano, ogni restaurazione sarebbe
caduca come quella del 1815, che quando Carlo X volle far davvero qualche
passo verso il bene, tutto precipitò. Da noi fu ben più efficace e santa la
ME o AR LO e et
CRONACA 327
restaurazione; ma invero saremmo male accorti credendo che solo dalla
rivoluzione cominci il male; già prima s’era cominciato a corrompere la
grand’opera della cristiana società e di questo acciecamento pagammo
il fio. È forse inevitabile un gran lavacro di sangue e un eccesso d’ob-
brobrio, ma noi intanto organizziamoci e la grande catastrofe ci troverà
preparati. Per dirne una, la classe de’ proprietari del suolo e degli agri-
tori cristiani, cioè a dire nobiltà specialmente e contadini, restaurino al-
l’infuori delle costituzioni, la famiglia-ceppo, il bene di famiglia, il dominium
con patti d’onore se le leggi non concedono di più; gli operai rinnovino
le fraterne. Si grida che questo è feudalità e privilegio; oh, si pensi una
volta che l’idea sociale della feudalità appartiene all’avvenire e che il con-
servatorismo borghese è del presente che agonizza meritamente; anzi è
ventura che gli studi promossi dal socialismo ci abbiano riavvicinati a
questi veri economici. Si erano dimenticati tanto che le restaurazioni solo
politiche lasciarono in massima parte le sociali conseguenze del giacobi-
nismo; e fu in gran parte cecità necessaria e inevitabile. In Francia queste
considerazioni non avranno peso finchè la Francia non venga in mano dei
de Charette, dei Cadondals; ci vuol chi riassuma con sacra autorità il
| programma del conte di Chambord. Tutti i buoni si uniscano ad affrontare
gli attentati legalitari contro la religione, la famiglia e la patria. Dove
andarono Nerone e Giuliano? chi oramai ricorda l’impero mostruosamente
forte di Roma? Eppure la Chiesa è sempre giovane ne’ millenni e, com-
battuta, promette la vittoria. Se si affratellano gli empi, peggio per essi;
le nazioni sono sanabili; che se, per disavventura, i sentimenti delle nazioni
fossero consoni a quelli, i più orrendi flagelli e le desolazioni nazionali
son già su di esse. Comunque sia, è da salutarsi con pianto e speranza la
mossa verso l’abisso delle malvagie cose. Lo sgretolarsi della triplice per-
metterà all'Austria di riprendere liberamente la sua secolare missione
d’ordine, di religione e di giustizia chè le virtù del sovrano e del suo suc-
cessore e la viva tradizione ce ne affidano. Vero è che anche colà, per
opera d’ipocriti maestri, lupi vestiti da agnelli, e di travisati massoni, si
deludono le sante leggi che pur vigono; ma che le leggi vi siano e che
in parte siano efficaci è pur sempre, fra tanti odierni mali, di qualche
conforto.
Rivolgendoci pertanto alla classe de’ nostri lettori, non ci stanchiamo
d’inculcar loro il principio che la nobiltà è ancora un organismo che molto
può e deve fare; ch’essa per natura e destinazione è e dev'essere col Papa
e non deve lasciarsi trascinare alle consuetudini e ai sogni patriottardi dei
borghesi liberali, evitando qualsiasi tentazione di lodare personaggi che
alle rivoluzioni abbian contribuito in qualsia modo. Meditino sul semplice
disegno di restaurazione dell’ufficio della proprietà terriera, che osammo
presentare e che altri svilupperà in questa Rivista. Intanto, come dall»,
democrazia rivoluzionaria che esalta l'individuo e vuol che tutto debba a
sè stesso, nasce l’oligarchia settaria di coloro che per tale orgoglio pazzo
328 « CRONACA
si persuadono esser discesi da una razza di rivoluzionari intellettuali, pre-
parata dalla cieca natura, e perciò pretendono diventar capostipiti di talî
dinastie borghesi di superuomini; invece l’aristocrazia storica, sorta per
impulso della provvidenza, sa ch’essa dev’esser prima a servire ai vantaggi
della società cristiana, e perciò ne deve aver il mezzo e il potere attin-
gendo sue forze alla coscienza d’una missione impostale da Dio, chè se:
progresso cristiano è l’elevarsi degli umili, non vuol dire questo che sia
vero progresso l’elevarsi degli inferiori. Agire a lor.pro, ecco la vera demo-
crazia cristiana, non già dare il predominio alle plebi, giacchè, ecco che
si cadrebbe nella superbia la più pericolosa e nulla ci distinguerebbe più
dai liberali. L’ideale cristiano richiede la sudditanza affettuosa de’ piccioli
e nuovi, ai grandi ed antichi, dov’essi sono, come i figliuoli son sotto il
padre e la madre, i quali più o meno sapienti di essi, tuttavia hanno il
regno di Dio.
ALBERTO DI MoNTENUOVO.
— Il 18 corrente in occasione del genetliaco di S. M. il Re di Spagna
alla R. Chiesa di Spagna in via Monserrato, riccamente addobbata, ebbe:
luogo l’annua solenne funzione.
Alle 10.80 mons. Giovanni Perez, rettore di detta Chiesa, celebrò la messa.
solenne e dopo questa il card. Merry del Val cantò il Te Deum ed imparti
la benedizione. |
Venne eseguita scelta musica sotto la direzione del m. cav. F. Capocci,
Alla cerimonia, diretta da mons. Domenico Lazzeri, assistevano 1’ am-
basciatore di Spagna accreditato presso la S. S., S. E. Josè Gutierrez de
Aguera, i segretari D: Manuel Multedo e D. Vincenzo Gutierrez de Aguera.
e l’addetto Manuel Gomez, tutti in uniforme, i cardinali Vives y Tuto,
S. Vannutelli, V. Vannutelli, Segna, Rampolla, il vescovo di Cevù ed altri
prelati e superiori degli ordini delle case spagnuole, nonchè tutti i rappre-
sentanti della Colonia spagnuola in Roma.
— A proposito degli scandali che con vertiginosa rapidità si succedono:
e ci mostrano dal loro vero punto di vista uomini e cose sorti dalla rivo-
luzione osserviamo che l’ex ministro ed ex candidato al gran Magistero.
dell’ Ordino framassonico Nunzio Nasi si chiama di suo vero nome Naso, e
la sua famiglia siciliama nulla ha di comune con quella nobilissima dei
Nasi di Saluzzo Baroni di Cossombrato.
Roma. — Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice. Via Federico Cesi, 45.
DELLA EDUCAZIONE DEI GIOVANI PATRIZI
La scuola che pur dovrebbe essere il tempio della verità è
ora divenuta la sede della bugia convenzionale In essa da ven-
ditori spudorati della penna si spacciano infami menzogne e si
diffondono libri perniciosi, a corrompere gli innocenti. Nelle
scuole elementari dove si prepara il terreno, sono d'obbligo testi
bugiardi di rettorica patriottica, e di falsi concetti di libertà,
d'indipendenza e di militarismo che conducono al socialismo,
giacchè è naturale che il liberalismo produca questo germoglio
se non vi sono cause estrinseche che ne impediscano lo sviluppo.
Perfino dico lo spirito militare, nobile, conservativo, negli altri
paesi, conduce in Italia naturalmente all’irreligione, e all’anar-
chia. Le scuole tecniche e gli istituti che le compiono sono
essenzialmente semenzai di rivoluzionari e tutto dì vediamo che
n’esce ignoranza accompagnata da presunzione e da saccenteria
il tutto condito da sistematica embpietà.
I più degli scolari uscenti da queste scuole non appartenendo
a famiglie ricche, si gettano al socialismo. I ginnasi-licei sareb-
bero destinati in genere a classi superiori della società; ed è
perciò che dai licei escono giovani ancor più corruttori che cor-
rotti; i quali si dispongono a compiere la loro educazione alle
università per esercitare poi in tutte le funzioni della vita pub-
blica la più detestabile influenza. Le università sono general-
mente impresse oramai dallo stigma della empietà e a coordi-
nare l’universale ribellione dello spirito rivoluzionario mondiale
degli studenti ecco le associazioni che applaudono al nome del-
l’Ardigò del Tolstoi e del Renan. E che dire degli istituti pri-
vati? Molti di questi sono una trappola sotto specie di supremo
rispetto alla cattolica religione e coltivandosi assai talvolta le
pratiche, pure si ha cura di mandare gli alunni a funzioni,
processioni e parate di carattere politico liberale e ben anco
settario. ,
Le ingiurie onde i testi di scuola gratificano i Pontefici e i
Monarchi legittimi sono tanto grosse quanto ridicole.
Rivista del Collegio Araldico, (giugno 1904). 21
330 DELLA EDUCAZIONE DEI GIOVANI PATRIZI
Noi invero crediamo che l'organismo sociale sia affatto pu-
trido e che un lavacro di sangue, per sè abbominevole, sia l’unico
mezzo che la Provvidenza sia per consentire a purgare la so-
cietà stessa. o
Sì grande fu tuttavia il lavorio per confondere gl’interessi
delle due classi abbienti: l’antica nobiltà e la nuova borghesia,
(la vecchia ed onorevole essendo scomparsa od occultandosi) che
molto dobbiamo essere guardinghi acciò i discendenti delle vec-
chie razze serbino intatto il germe delle avite tendenze gene-
rose per sè e per l’avvenire.
La paura del socialismo dà a certi pusilli le traveggole e
permettono che i loro figli s'imbranchino con i liberali, langui-
scano piuttosto nell'oscurità, non siano mai funzionari, abban-
donino l’esercizio di professioni ai rappresentanti della classe
immedicabilmente bacata piuttosto che corrompersi con l’impuro
contatto dei germogli oltracotanti della mala pianta dei parvenus
che sono necessariamente liberali. Piuttosto stiano coi popolani
che non siano corrotti; si mandino i figli della nobiltà alle scuole
che abbiano carattere strettamente confessionale; evitino ogni co-
munella coi liberali che son destinati a perire gli uni per opera
degli altri. La nobiltà sia atta a riassumere l'egemonia pel giorno
in cui dopo l'immensa catastrofe, le classi sornuotanti al nau-
fragio si ricomporranno. La nobiltà ha una costituzione orga-
nica gagliarda e l'interesse di conservarla le vieta di accomu-
narsi coll’ ibrida miscela che della rivoluzione fino ai dì nostri
spadroneggia; la nobiltà è opera della natura, della storia, cioè
della Provvidenza, dunque la compagine vera l’ha e le. basta
rafforzarsi nel nome di Cristo, restaurarsi in lui, per avere forza
a combattere e a vincere, le sue battaglie poichè è naturale che
nulla può essere più antipatico alla nobiltà che lo spirito delle
rivoluzioni. Fra irivoluzionari ci possono essere dei titolati; dei
nobili giammai, perocchè nè agli infedeli, specie ai semiti può
appiccicarsi dignità nobiliare avendo essi conseguito il lor titolo
per opere contrarie a Dio e alla giustizia e solo da Dio emana
la nobiltà, splendore di opere grandi che adorna chi opera gone-
rosamente e la sua discendenza.
I liberali passeranno; essi sono una forza dissolvente: l’av-
venire è di coloro che attendono, l'avvenire è in Cristo, sotto
la presente amarezza si ritemprano.
BATTISTA COCCAPANI TuPERIALIE
int e ai tn È inibire
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEALOGICHE
LA PATRIA DI PASQUALE II
E I CONTI RAINERI DI SALTO
I moderni storici dei Papi
ed i compilatori delle volumi-
nose opere biografiche non
sono d’accordo sulla patria e
A; sulla famiglia del pontefice
a Pasquale II.
Molti lo vogliono toscano o
romagnolo, altri romano, ed
alcuni infine di Bieda nel Vi-
terbese. Chi discendente dagli
antichi signori di Bieda da
cui ebbero origine i Raineri
Biscia di Forlì; qualche scrittore perugino lo volle invece della
nobile famiglia dei conti Ranieri di Perugia.
Ultimamente il conte Emanuele Ranieri in questa Rivista,
pubblicava una dissertazione, corredata da infinite citazioni di
| gravissimi autori, per provare false le asserzioni del Platina e
del Marchesi che vollero Pasquale II romagnolo. Egli conchiude
| dicendo che un vero plebiscito dei più accreditati storici antichi
| e moderni lo dicono veramente nativo di Bieda presso Viterbo
e derivato dal ceppo comune ai Ranieri di Perugia e di Orvieto,
1 quali nei documenti vengono sempre denominati de Rayneriis
in latino e Ranieri in italiano.
Accade spesso, che in consimili lavori destinati ad aumentare
| con argomenti più o meno attendibili il lustro di qualche fami-
. glia, il lettore non possa acconsentire alle deduzioni più o meno
| Speciose di chi scrive. Ma avverrà di rado che le stesse prove
. addotte, debbano condurre per inevitabile necessità storica ad
È una conclusione diametralmente opposta. Questo è il caso del
bra Fi
‘=
a ei
SAPTANOT
932 #10 LA PATRIA DI PASQUALE II
sig. conte Ranieri, al quale però dobbiamo essere grati, per averci |
fornito l'occasione di far luce sopra un punto sinora oscuro della .
nostra storia medievale. Valendoci dei dati da lui pazientemente
raccolti, possiamo non solo impugnare l’asserzione degli storici È
perugini, ma provare irrefragabilmente che Pasquale II fu di Bleda_ i
in Romagna.
Afferma il conte, nel principio della sua dissertazione che l’anti-
chissima famiglia dei Ranieri discese come è tradizione costante |
da un marchese Raniero fratello di Guglielmo II duca del Mon-
ferrato. “... alzi ajunt familiam Raineriis descendisse a Rainerio 4
fratre Gulelmi de Monteferrato qui habebat uxorem sororem Regi d
Balduini an Dni 1178. Così una cronaca inedita del secolo xvi È
intitolata Tractatus de familiis illustribus Italiae (Codice Pallavicino |
ora nella Bibl. del Collegio Arald.). Non è nostro scopo impugnare .
questa asserzione suffragata, secondo il conte Ranieri, dall’assen-
timento di numerosi scrittori, e soprattutto da molti documenti. !
Ci contenteremo soltanto di rettificare le date, che con grosso-
lano errore anticipano di oltre due secoli questa pretesa origine. 3
Nella illustre stirpe degli Alerami marchesi di Monferrato il
più antico che si chiamasse Rainerio viveva nel secolo xIIr e
nel 1126 fondava con un Ardicio figlio di Ardicione ed un Ber-
nardo di Enrico il celebre monastero di Santa Maria di Locedio.
Egli sposò Gisla o Gisella di Borgogna, vedova di Umberto ID
conte di Savoia ed ebbe un solo figlio, Guglielmo, che fu padre
di Guglielmo detto Lungaspada * Bonifazio, Corrado e Ranieri ILO
Bonifacio successe al padre negli aviti domini, Ranieri passò in.
Oriente ed ivi sposò Maria figlia dell’imperatore Emanuele
Comneno della reale reale stirpe dei Paleologi. Da questo Raniero
soltanto potrebbero quindi discendere i Ranieri di Perugia. Ma
! In una monografia della famiglia Ranieri di Perugia, inserita nel È
Teatro Araldico, Milano 1841-1848, non si fa il più piccolo cenno di Pa
squale II, ne’ dei Marchesi di Monferrato, si pretende anzi, che l'origine.
di detta famiglia risalga al sec. VIII e presisamente all’anno 750. "È
2 IrIcI, De tempore quo Sanctus abbas Oglerius socediensi monasterio. praefuit È
dissertatio. 4
? Questi sposò Sibilla primogenita del re Balduino IV ma non ebbe
prole; la stirpe Aleramica si estinse in Giovanni nel 18303, il quale lasciò.
ji
erede Teodoro Comneno Paleologo figlio di sua sorella Iolanda. | °°
A
N
LA PATRIA DI PASQUALE II 333
da un documento prodotto dall’ Irico! e del quale riporto un
. brano, appare che nel :1177 egli era ancora minore di età.
“ Anno enim 1177 ejus hortatu pax inter partes inita est, invice
sibi fidelitatem qurantibus Marchione Guilielmo et Vercellensibus,
i e Die non
Guillielmus et Conradus ejus filius pro Bonifacio atque Rainerio
mimoribus ipsius Guillielmi Marchionis filiis promisere. , Ciò con-
corda con la cronaca manoscritta sopra citata.
Ammesso che i Ranieri di Perugia discendano da un Rainerio
marchese di Monferrato, evidentemente l’origine di questa fa-
miglia è posteriore di oltre un secolo a Pasquale II e cadono
| tutte le affermazioni dell’Alessi, del Belforti, dell’Oldoino e del-
l’Armanni, le quali benchè poste in dubbio dall’eruditissimo
Vincioli, non prese sul serio dal Vermiglioli, furono però accet-
È tate dal Moroni? e da altri compilatori moderni, che raramente
hanno il ‘tempo di vagliare minuziosamente tutti i dettagli delle
loro opere.
Tolti di mezzo quindi i Ranieri di Perugia, la questione della
3 patria di Pasquale II rimane limitata tra Bieda di Viterbo e
. Bleda nell’Appennino forlivese. Era la prima un’antica città ve-
scovile a sud-ovest di Viterbo e Vetralla posta sulla cima di un
| monte, alle cui radici scorre il fiumicello Bieda, ma decaduta nei
| tempi di mezzo, non è attualmente che un piccolo villaggio. Bleda
di Forlì fù uno dei tanti castelli che col nascere del feudalismo
| coronarono le vette dell’appennino di Romagna.
Sorgeva Bieda nella valle del Bidente ad otto miglia da
. Bagno di Romagna. Fu signoria di alcuni nobili di Valbona,
1 IrIci, Rerum Patriae libri III. Mediolani, mpccxLvmi infol.
? Il Moroni veramente non afferma come gli fa dire il conte, che Pasquale
fosse della nobilissima famiglia Ranieri di Perugia, ma riferisce le diverse
| opinioni in questa maniera: Pasquale II, Raniero, della nobilissima fami-
| glia di Bieda o Romano come vuole l’abate Uspergense, o Forlivese al modo
detto nel vol. 25, pag. 215, ed in quel volume dopo aver riportato che gli
storici forlivesi lo dicono nativo del distretto o giurisdizione di Forlì dalla
parte montuosa che mira verso Toscana (sic) nel castello di Bieda non lungi
da Galeata, aggiunge in perfetta contraddizione col conte, ma con eguale
confusione: Altri storici fanno Pasquale II di Bieda nella contea Galliata
(sic) diocesi di Viterbo nella Toscana pontificia, e perciò non di Romagna
come affermano Panvinio, Papebrochio, Novaes ed altri, contro il Platina.
334 » LA PATRIA DI PASQUALE II
uno dei quali Ugo di Bleda donò nel 1091 alcuni beni alla badia
di Santa Maria di Cosmedin, da lui posseduti in Spezia, Biserno
e Bleda. Ugo di Bleda discese probabilmente da un Raniero figlio :
di Uguccione (e secondo altri di un certo Guido) che fu Marchese
di Toscana tra il 1012 ed il 1033 il quale anteriormente al 1012
come accerta San Pier Damiani, e lo vedremo più sotto, posse-
deva di già il castello di' Bleda. Questo stesso Marchese Raniero
è ricordato dalla Cronaca Farfense; egli interviene ad un placito
ed è appellato Rainerius marchio et dux in turri de Corgmito.! Il |
Berni nelle sue Memorie degli eroì estensi, suppose falsamente |
fosse figlio di Bonifazio, antenato della grande contessa Matilde,
ma, come osserva il Dal Pozzo (Memorie) ciò è negato da Do-
nizzone che poteva testificare il contrario. Un secondo Raniero
figlio di Uguccione e nipote di Raniero Duca di Toscana è ri- |
cordato parimenti da San Pier Damiani in una sua epistola |
(1. VII, 18) diretta a Guilla sua moglie. Ne riportiamo un brano —
che ci fa conoscere un altro personaggio di questa famiglia, —
cioè Uberto fratello di Uguccione già morto a questo tempo: * Ut ;
autem hanc Domini sententia non ex longinquo, sed ex domestico
potius astruamus exemplo soceri tui Uguzonis scilicet Marchionis |
uterinus frate olim fuit comes Ubertus cujus Uxor dum in castro
quod Sciffena dicitur, abitaret..., E qui San Pier Mamiani rac- |.
conta come fosse distrutto da una frana il castello di Sciffena, È
giusta punizione per avere la moglie del Conte Uberto rubato 1
un porco, unica sostanza di una povera vedova. i
Dopo l’accidente narrato da San Pier Damiani in Sciffena
sorse un Abbazia (S. Maria in Cosmedin) ed i signori di Sciffena |
si ritirarono in Faella. Infatti una carta del 1168 ci ricorda in
1 DANTE nel canto XII dell'Inferno ricorda un Ranieri da Corneto, che' À
fu grandissimo rubatore di strada, disceso molto probabilmente dallo stesso 4
Ranieri e padre di Uguccione della Faggiola: 3
Le lagrime che col bollor disserra
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo
che fecero alle strade tanta guerra.
Su questo Corneto sono discordi i commentatori, chi vi ravvisa Corneto Tar-
quinia, altri un castello della Maremma Massetana; il Mini ultiinbaion ali
Cornate nella comunità di Verghereto nella Valle del Savio.
LA PATRIA DI PASQUALE II 335
Faella, un Rinuccino figlio di Ranieri. Da questo ramo ebbe origine
la famiglia Ubertini. Dei marchesi Rainerii hanno notizie discordi
tutti gli storici, compreso il grande Muratori.
Attesta San Pier Damiani nella Vita dî San Romualdo, che
questo santo si ritirò ad locum qui BALNEUM dicitur in un ter-
reno di ragione del marchese Uguccione. S. Romualdo dopo aver
peregrinato per più luoghi, finalmente da Orvieto torna “non
longe a Castro Predii in virtute Rainerii, qui post modum Tusciae
Marchio factus est. , Evidentemente questo ritorno è avvenuto
anteriormente al 1012 e fu precisamente allora che ebbe origine
il celebre eremo di Camaldoli che realmente non è molto di-
scosto dal luogo ove sorgeva il castello di Bleda.!
! Presentiamo al lettore uno schizzo dell'Appennino tra Camaldoli e
Bleda, aggiungendo alcune necessarie dilucidazioni. A. S. Romualdo la leg-
genda attribuisce l’origine di
gran numero di cenobî eremi-
tici, e San Pier Damiani gli
assegna 120 anni di vita. Il
é yy,
7, )},
Z))})j
P. Grandi si sforza nella sua
cronologia di S. Romualdo di
accordare la leggenda con la ve-
rità storica e la pretesa lunga
vita del santo. Ma la moderna
critica ammette coi Bollandisti,
che si debba leggere LXX in-
vece di CXX ela vita di San Ro-
mualdo quindi trovasi ridotta al più ragionevole limite di anni 70, dei quali
47 passati nella vita cenobitica. Tra i cenobî, che il P. Grandi vorrebbe
fondati da S. Romualdo, avvi quello del monte Pregio sul Perugino, ed a
questo fine crede ravvisare un castello di Pregio vicino a Fratta, l’attuale
Umbertide, nel Castro Predii ricordato dal Damiano. Ma attesta Giovanni
Monaco, contemporaneo e biografo di San Pier Damiani, che il cenobio di
Pregio fu eretto dal detto Santo: Pervenit (San Petrus) ad montem Pregium
in territorio Perusino, ibique alia fundavit Eremitarum abitacula. (Vitae,
cap. VII).
Noi insistiamo nel credere che il Castrum Predii del Damiano, sia il
Pleda del Pandolfo Pisano ed il Blera del Cronic. Cass. che citeremo in altro
luogo. Sia perchè ciò concorda con la vera origine di Camaldoli, sia perchè
dai documenti esaminati, e che per brevità non ricordiamo, i possessi dei
diversi Ugoni e Ranieri li troviamo sempre sul Casentino od a cavaliere
r_rrr____s
dell'Appennino che divide la Romagna dalla Toscana.
336 LA PATRIA DI PASQUALE II
Del castello di Bleda si trova memoria in tre carte camal-
dolesi del 1264, 1267, 1287 e fu certamente poco dopo distrutto.
Gli avanzi del castello erano ancora visibili nel secolo xvIIIt e
gli abitanti additavano il luogo ove ebbe la culla Pasquale II
ed il monastero di Fiumara, ove fu per breve tempo cenobita,
prima di passare a Clunj.
Ma veniamo a Pasquale II. Il primo autore che volle Pa-
squale II romagnolo fu il Platina, che nelle vite dei Romani
Pontefici così scrisse di lui. “ Paschalis II Reynerius ante Ponti-
ficatum vocatu, natione Italus ex Flaminia, patre Crescentio madre
Algaria. , Così il Conte Ranieri, il quale aggiunge in nota, che il
Platina non merita molta fede, perchè seguì ciecamente fonti so-
spette. Ma il Platina, e forse il Conte è il solo a non saperlo, è il
più antico scrittore che abbia dato alle stampe una serie di vite
dei Papi. Egli fu il primo che fosse investito della carica di bi-
bliotecario della Santa Chiesa Romana e scrisse la sua opera
per comando del Pontefice Sisto IV. Io non dirò che la sua opera
sia scevra di mende, ma per la sincerità fu certamente da mol-
tissimi lodata. “ E)us ingenuo labore, ad ecoptatam obscuri seculi,
nec ideò perituram lucem, pontifici principatus' actionum incordata
veritas nunciatur. y Così l’Eybenio, ed identico è il giudizio ge-
neralmente dato dell’opera del Platina.
Ma è forse in contraddizione il Platina cogli scrittori a lui
anteriori? No, che tutti concordano a chiamarlo ed a ragione
Tusco di nazione, nato a Bleda. Infatti Pandolfo Pisano contem-
poraneo, di Pasquale II, citato ma non riportato dal Conte,
scrive: Paschalis qui et Rainerius ante vocabatur Provinciae
Pledae, patre vero Crescentio matre Alfatia. Scrive il Merula
che Flaminia chiamavano gli antichi quella regione in oggi detta
Romandiola vale a dire l’attuale Romagna!.... Ed il card. Ara-
gonio: “ Pascalis II natione Tuscus, ex Comitatu Galliace, (var.
! Augusto divise l’Italia in undici regioni, l’ Emilia era la VIII e com-
prendeva il territorio attraversato dalla via Emilia da Piacenza a Rimini ;
Costantino invece divise l’Italia in 18 regioni, e l’antica Emilia fu spartita
in due parti, l’una la X regione da Piacenza ad Imola, continuò a chia-
marsi Flaminia, l’altra, regione XI, si chiamò Flaminia e comprendeva il
territorio fra Imola e Rimini, cioè tutta l’attuale Romagna.
3h
e 0 ig 7
CES LANCI PA, AGE
LA PATRIA DI PASQUALE II 337
Galliate) oppido Bleda ac. Patre Crescentio., Il Card. Bosone
. nelle sue vite dei Papi inserite nel Liber Censuum di Cencio Ca-
| merario (Cod. Vat. 8486) dice: Paschalis II natione Thuscus ex
comitatu galliace oppido bleda. — Ugone Imolense nelle sue vite
,
dei Papi ancora inedite (Cod. Vat. Urb. 1026, cc. 49) Paschalis II
natione Tuscus ce Comitatus Galliate oppido Bleda ex patre Cre-
— scentio. Lo stesso è confermato dal Cod. Vat. 3762: Paschalis,
qui et Rainerius, antea vocabatur natione Flaminiae provintiae, Blede
patriae. L' Anonimo riportato dal Baronio: “ Paschalem natione
Tuscum, patria Bledanum patre Crescentio et matre Alfatia natum, ,,
_ ed il Cronicon Monast. Cassin: Tuscus ex oppido Blera Regine-
rius als dictus, e finalmente in una Vita di Gelasio II, tratta
. dal Cod. Vat. 1904 e inserita dal cardinal Borgia nella sua Storia
del Dominio temporale della Sede Apostolica nelle due Sicilie, leg-
| gesi: “ Paschalis nationis ravenne de oppido quod vocatur galliata. ,
Quasi la stessa lezione ripetuta in un Cod. Vatic. del sec. xII.
| (1984) intitolato: Annales romani: Paschalis natione Ravenne de
| oppido quod vocatur Galliate. Potrei continuare nelle citazioni, ma
| mi sembrano sufficienti. Trovi il conte Ranieri un solo scrittore
. anteriore al Platina che sia in contradizione con lui?
E posteriormente al Platina il Volaterano: Pascalis II ex
Flamina oriundus, ed il Ciacconio: “ Rainerius Bleranus, Tuscus
_ ex Comitatus Galliatae ex Canonico regulari Lateranense, Monachus
Cluniacensis, Abbas Sancti Laurentiis extra muros Urbis presb.
Card. S. Clementis, denum Papa et Pasch. II vocatur. ,, Ne è
contraddetto dal Corellio, dal Marangoni, dal Silos che scrive nei
_ suoi Mausolea kom. Pontificum
IRE Superbis lapis hic,
Vbi Paschalis Secundo Pont. Max, quies.
ZAmiliam is natalibus, Romam Infula nobilitavit.
. Duchesne recentemente nel “ Liber Pontificalis conferma: “ Pa-
schalis II natione Tuscus ex comitatu Galliace, oppido Bleda et
patre Crescentio, , e finalmente l’abate Mini scrive: “ Passato di
d
| Vita nell’anno 1099, Urbano II, venne eletto a Pontefice Rinierio
— o come altri dicono — Regionerio, che assunse il nome di
Pasquale II. E siccome egli era di Bleda, castello non molto
lunge da Galeata la sua elezione tornò non solo gradita alla
UT, a
338 LA PATRIA DI PASQUALE' II
città di Forlì — che lo aveva per più anni avuto cenobita nel
convento di San Mercuriale — ma anche all'intera Romagna
Toscana, che il riguardava come proprio territoriale. ,
Dopo tante autorevoli testimonianze, troviamo inutile oc-
cuparci più oltre delle gratuite e spesso discordi affermazioni del-
l’Alessi, del Belforti e dell’Oldoino, alle quali lasciamo rispondere
il Ciatti parimenti perugino: Per havere egli hauto avanti il Pon-
tificato Il nome di Ranieri, alcuni CON NON MOLTA EFFICACE
RAGIONE lo stimano della famiglia Raniera, assai nota anche în
questi tempi in Perugia ed Orvieto. (Perugia Pontificia pag. 208).
Né vogliamo valerci dei validi argomenti arrecati in loro favore
dagli storici di Forlì, e segnatamente dal Marchesi (Vitae Viror.
IMlust. Forol.) ma ci pare di poter conchiudere che gli oppo-
sitori potranno toccare con mano e saranno costretti a con-
fessare che Pasquale II non fu di Bieda, città della Toscana Pon-
tificia, ma nacque a Bleda, castello già esistente nella Contea
di Galeata, sui monti della Romagna Toscana.
Sulla famiglia di Pasquale II sono muti i suoi contemporanei,
quantunque con mirabile accordo tutti lo dicano figlio di Cre- |
scenzio ed Alfazia. Ne tace persino quel Pandolfo Pisano, che
lo avvicinò durante il suo lungo ed avventuroso pontificato e ne
tramandò con sufficiente esattezza le gesta. Avvi nella Vaticana
un manos. inedito (Ottobon. 2976)intitolato Selva di varie scrizzioni
di Giacinto Gigli Romano, che contiene, gli stemmi, le patrie e le —
famiglie di tutti i sommi pontefici sino a Innocenzo X, ma invano |
vi cerchi lo stemma di Pasquale II. Lo stemma prodotto dal
Ciacconio non è mai esistito in Santa Prassede, ed evidentemente
è una reminiscenza dell’arma dei Renier di Venezia dovuta facil-
mente al bassanese Andrea Vittorelli, che tanta mano ebbe nel-
l’opera del Ciacconio.
Per tradizione più volte secolare, tradizione ammessa da sto-
rici e sussidiata a quanto pare anche da documenti, si assicura
che da Crescenzio padre di Pasquale II discenda l'illustre fami-
glia dei Raineri di Forlì un tempo signori di Bleda.
Perduta in lotte fraterne od arsa dai suoi padroni l’antica
dimora, i conti si rifugiarono tra i dirupati balzi ove fu Salto, |
Castello di Riniero di Calboli. Smesse le ire ed edificato un pa-
\
LA PATRIA DI PASQUALE II 339
lazzo che dura ancora, i Raineri colà condussero per quattro
secoli una tranquilla ma nobile esistenza, consacrata spesso agli
studi, sempre alla pietà. Diedero uomini dotti fra i quali un Fran-
cesco archeologo e naturalista intuì dal nome (Saltus) l’esistenza
di un sacro bosco, e vi scoperse infatti gli avanzi di un tempio
dedicato a Giunone Regina. Attualmente la famiglia è degna-
mente rappresentata dal conte Camillo Raineri Biscia, che ne
continua le nobili tradizioni di signore gentile e studioso, a cui
dobbiamo l’ottima bibliografia dell'edizione di Lemonier, ed altri
accreditati lavori. Ma un problema si presenta non ancora risolto.
Fu il Crescenzio un vassallo della famiglia discendente da Ra-
nieri marchese di Toscana, oppure appartenne anch'egli a quella
schiatta di feudatarii prepotente e generosa ad un tempo?
Schiatta, che sembra originaria, di Ravenna, e che ebbe del po-
polo romagnolo i difetti e le virtù. Prepotenti all'eccesso, anni-
dati nell’alte vette dell'Appennino, derubano viandanti, spogliano
Vedove e di sangue fraterno imbrattano i loro manieri, ma nello
stesso tempo dotano chiese e fondano monasteri. S. Romualdo, da
Ravenna va a cercare la pace nei loro alpestri domini, ma sde-
gnato dei loro traviamenti offre il pagamento dell’asilo concesso,
ma tuttavia vi ritorna per ben due volte, e sui loro possessi ha
origine l’ordine Camaldolese. S. Pier Damiani, più volte li rim-
brotta dei loro eccessi, invita Uguccione a far penitenza in Terra
Santa, ma conserva per loro una costante amicizia.
Ad altri spiegare il problema! '
AntoNIO GHENO.
1 La tesi sostenuta dal chiar. conte Emanuele Ranieri di Perugia nel
fasc. di Maggio di questa Rivista, ha provocato molte proteste per parte
dei cultori della storia patria romagnola, e per quello spirito d’imparzia-
lità a cui deve essere informata la nostra Rivista accogliamo volentieri la
| risposta del chiar. sig. Antonio Gheno che dimostra in una maniera indi-
scutibile che Pasquale II fu di Romagna. Questa confutazione sarà certa-
mente bene accolta anche dall’autore del precedente articolo il quale desi-
deroso soltanto della verità storica non ha certamente preteso di dire
l’ultima parola intorno alla patria di Pasquale II. (N. d. d.)
LA NOBLESSE DAVIGNON BT DU COMTE-VENAISSIN
(Continuazione e fine vedi numeri precedenti)
51° Louis Joseph de Giry, du Thor, bref de noblesse du 15 jan-
vier 1776.
52° Thomas Augustin de Gasparin, de Cairanne, bref de noblesse du
20 juillet 1779.
53° Félix Edouard de Gilles de Ribas, enregistrement de titres, du
5 octobre 1789.
54° Jean Joseph Guigues, de Visan, bref de noblesse, du 23 juin 1766.
55° Francois-Hyacinthe d’Hugonis, de Caromb, preuves de noblesse.
56° N.... Julien de Montaulieu, de Valréas.
57° Alexandre de Joannis, de Carpentras, vidimé de titres.
58° Louis Alexandre Siffrein de Joannis-Nicou, de Malaucène, enre-
gistrement de lettres de noblesse par le duc de Parme, du 18 juillet 1750.
59° Jean Francois de Jullien, bref du 20 avril 1786.
60° N.... Julianis, d’Avignon.
61° Alphonse de Lavergne de Tressan, enregistrement d’une réception
aux comtes de Lyon, en 1672.
62° Ignace, Francois et Jean de Limojon, frères, bref de noblesse, du
20 aoùt 1738.
63° Joseph de Merles de Rochette, de Valréas, bref de noblesse du
17 juillet 1759.
64° N.... de Merles de Guinier, de Malaucène, bref du 17 jan-
vier 1731.
65° Jean Baptiste Louis de Malmazet, vérification de titres de no-
blesse du 11 novembre 1786.
66° N.... Mayer, de Vaison.
67° Joseph Marie de Monier des Taillades, d’Avignon.
68° N.... de Maubec de Cartoux de Bouquier, de Mormoiron, vérifi-
cation de titres anciens. È
69° Antoine Frangois de Nalis, de Lapalud, bref de noblesse du 24 jan-
vier 1729. 7
‘0° Augustin Raymond d’Olivier, de Carpeutras, bref de noblesse du
15 mars 177%.
(1° Joseph Fiacre d’Olivier de Géèrente, de Penn bref de noblesse
du 23 novembre 1781. 1
72° Joseph Anne Marie de Prat, vérification de titres du 14 oc-
tobre 1785. 3
LA NOBLESSE D'AVIGNON ET DU COMTÉ-VÉNAISSIN 341
713° Joseph Charles de Panisse de Passis, vérification de titres du
4 janvier 1787.
74° Francois de Payan, de Saint-Paul-Trois-Chateaux, vérification de
titres du 7 aoùt 1787.
75° Frangois et André Augustin de Pélissier, de Visan, bref de no-
blesse du 14 janvier 1729.'!
16° Marc Antoine Jéròome Maurice de Proal de Zanobis, de Pernes,
vérification de titres du 1° aoùt 1788.
7° Jean Pierre Pons, de Carpentras, bref de noblesse du 29 mai 1779.
78° Emmanuel Francois de Philip, d’Avignon.
(9° Balthazard de Quiqueran-Beaujeu, enrégistrement de provisions
de colonel.
80° Joseph Etienne de Ribouton, de Bédarrides, bref de noblesse du
17 septembre 1777.
81° Frangois de Robin, de Malancène, bref de noblesse du 6 sep-
tembre 1758.
82° Joseph Stanislas Francois Xavier Alexis de Royère de Fontvieille,
bref de noblesse du 10 mai 1766.
88° Pierre Joseph du Roure, de Visan.
84° Joseph Valentin de Reyre ou de Rey, de Cavaillon, bref de no-
blesse du 27 juin 1736.
85° N.... Roussel de Cassagne, enregistrement de lettres de noblesse
de Louis XV, octobre 1769.
86° N.... de Rostang, de Cavaillon.
87° Gabriel de Stuard de Cheminades, vérification de titres du
8 mars 1784.
88° N.... Pascalis Guilhem-Lodève, baron de Sainte-Croix, de Mor-
moiron.
89° Francois de Paule de Sobirats, baron de Cheizolme, de Carpen-
tras, vérification de titres, du 5 guillet 1788.
90° N.... de Sollier, de Bonnieux.
91° Jean o de Sibour, de Carpentras, enrégistremont de LI
de noblesse de Louis XV, de février 1770.
92° Honoré Joseph Trono de Bouchony, d’Avignon bref de noblesse
du 27 mars 1776.
93° Joseph de Thomas de Saint-Laurent, d’Avignon.
94° Louis de Veri, de Séguret, vidimé de titres.
95° Joseph Guy Louis Hercule Dominique de Tulles, marquis de Ville-
franche, vérification de titres du 8 avril 1789.
1 Voir PirHon-Curt, Nobiliaire du comtat, t. II, p. 374. M. le baron de
Pélissier Saint-Ferréol fit enregistrer au livre des Vidimats, le 11 juillet 1783-
des extraits du magnifique cartulaire de sa famille.
HAD LA NOBLESSE DAVIGNON ET DU COMTÈÉ-VENAISSIN
96° Francois Régis de Valoris, de Carpentras, bref de noblesse du
5 avril 1780.
97° Jean Esprit de Vignes, d’Aubignan, bref de noblesse du 15 Jan-
vier 1757. a;
98° Joseph Valentin Vigne, de Cavaillon, bref de noblesse du 27 juin 1736.
99° N.... Vitalis, de Cairanne.
Enfin 100. Magloire Antoine de Veye, d’Aubignan, bref de noblesse
du 20 décembre 1782.
J'aurais pu compléter ce travail en donnant la liste des maisons
nobles, existantes ou éteintes, des États pontificaux de France,
comme aussi l’état général des familles et des fiefs qui furent
représentés aux diverses assemblées du Corps de la noblesse. Mais
ces listes ont été données déjà, soit dans la nouvelle édition de
la lettre de M. Fabry de Chateaubrun, soit dans l’ Annuaire de
la noblesse, de M. Borel d’Hauterive (années 1860, 1861 et 1362),
soit enfin dans le catalogue des gentilhommes qui ont pris part
aux assemblées de 1789, publié par MM. de la Roque et de Bar-
thélemy en 1865.
Pour étre complet, il me resterait è ajouter encore les noms
de toutes les familles qui, comme je le disais tantòt, ont obtenu des
titres des souverains étrangers, et ceux qui ont porté des titres.
mentionnés ensuite dans les brevets et les lettres émanés soit du
Saint-Siège, soit du roi de France. Ces titres recevaient ainsi une
sorte de consécration officielle, en vertu du vieil adage qui vou-
lait que dans ces questions le souverain ne put se tromper. Il me
resterait enfin è donner la liste des familles issues des docteurs
de l’Université d’Avignon. M. de Teule a déjà publié les noms
de tous les docteurs en droit; il y aurait donc è relever encore
dans les archives de l’ Université les titulaires du doctorat en mé-
decine: J'espère au jour compléter cette lacune. !
Pour aujourd’hui je m’arréte là, heureux de payer, dans la
mesure de mes moyens, mon tribut de respect et de vénération
pour le souvenir immortel des Papes parmi nous et pour le glo-
rieux passé de notre beau pays. JuLes DE TERRIS
! On pourra consulter avec fruit les listes consulaires de chacune de
nos communes comtadines. Je ne saurais oublier notamment la liste des
consuls de Carpentras, publiée par mon éminent ami, M. Paul de Faucher,
qui se plait è faire revivre toutes nos vieilles gloires Vauclusiennes et qui
a bien voulu m'aider des lecons de son expérience et de son érudition.
FAMILLE DISSARD-CAVARD
PUY-DE-DOME - AuveReNE (FRANCE)
(Continuazione vedi num. precedenti).
Critique géographique du monument.
Nous avons déjà dit l’imbroglio voulu de César sur les lieux
où mourut le dernier chef supréme des druides, avec les teuto-
zates; une fois pour toutes mettons le barbarisme de César et
disons conventionnellement comme lui: Cocosates. Gràce à ce
savant imbroglio, méme vingt siècles après César, nous voyons
les géographes commentateurs de César commettre avec le meil-
leur vouloir du monde les qui-pro-quo les plus monstrueux.
Les uns fixent les Bituriges è la place de Bordeaux èà l’em-
bouchure de la Garonne, et pour se tirer de là veulent deux
Bourges et deux Bituriges. D’autres fixent les Ambivareti (Am-
bertois) en Belgique, d’autres dans la Còte d'or... Or Ambiva-
retum est tout simplement Ambert, chef lieu d’arrondissement
du Puy-de-Dòme, dans le Livradois et le Velay. Ces peuples
_d’Ambertois, avec leurs clients les Lindés, les Cavari, les Briva-
| tenses, les Velavi, etc. avaient fourni à l’armée de secours d’Alésia
un contingent de 25,000 hommes et cette armée avec toutes les
| armées de secours venues de toute la Gaule avait pour général
en chef un Vellaisien, cousin germain de Vercingétorix nommé
Vercassi-Velaunus (très excellent Velaisien). Le tumulus Dissard
nous permet de retrouver la place exacte de ces diverses peu-
. plades de l’Aquitaine.
L’Aquitaine au temps de César comprenait ne l’oublions pas:
les Arvernes ou l’Auvergne. Cette immense Aquitaine devenue
plus tard le Languedoc; or le Languedoc expirait juste à la com-
mune actuelle de Fayet-Ronnayes, inclusivement; ceci changé
| seulement en 1789.
344 FAMILLE DISSARD-CAVARD
L’ignorance de ces petits details de modification de la carte |
de France, sous les Romains d’abord, sous la Révolution ensuite, i
entraine les plus graves erreurs topographiques et géographi-
ques. Ceux auxquels ont échappé, dans leurs minutieux détails, .
ces bouleverse ments profonds, ne peuvent se persuader qu’une
tribu gauloise mentionnée en Aquitaine ou Provence, puisse se |
trouver dans la Haute Loire, ou le Puy-de-Dòme, dans l’Au-
vergne autrement dit; ils ne peuvent la concevoir qu’au pied des |
Pyrénées, de Bordeaux, de Marseille, de Toulouse ou d’Alby; ils |
ne peuvent les deviner bien loin de là; entre la Haute Loire et
le Puy-de-Dòme.
Fayet-Ronnayes de l’ancienne Provence, de l’ancienne Aqui- 4
taine et de l’Auvergne sous César, de l’ancien Languedoc sous î
la monarchie francaise, aujourd’hui du Puy-de-Dòme depuis la ;
Révolution, confine au nord au Puy-de-Dòme dont il‘est l’ex- È
tréme limite, è l’ouest au Cantal, au sud è la Haute Loire ainsi 3
qu’à l’est, mais en touchant è la Loire. |
Du temps de César: Teutniac ou Tuniac, et les Cocosates
(Teutosates) étaient entre les Ambertois (Ambivaretos), les Ve-
laysiens (Velavi), les Cavars (Cavari), les Lindés (Lendes), le Bri- |
vatois (Brivatum et Brivatenses) et les Gabalos, Cantaloups. C'est
exactement la position actuelle de la région qui s'étend depuis
Brionde jusqu'à Thiers, Ambert et Cunlhat. C’est la position ac- ;
tuelle de Saint Germain l’Herm, de Fayet-Ronnayes, etc. placés |
entre Ambert (Ambivaretum), le Cantal, les Gabali, oppidum E
Gabal (la Combelle), Brivatum, Brioude, Lindés Lendes (Prés de —
Craponne et Issengeaux), tous lieux existants, voici la carte. î
L’Aquitaine (Novempopulanie) renfermait les Bituriges, les Lémo- 4
vices, les Arvernes, les Rutènes, les Santons, les Tarbelliens, les —
Cadurces, les Pictons, les Bigérons. Les capitales étaient: Ava- |
ricum, Biturig es, Bourge, Gergovia, Arvernes, Burdigalia, Bor- |
deaux, Vésunna, Périgeux, Mediolanum. È
Voilà gràce au splendide tumulus Dissard et la tradition cons-
tante qui s’y rattache, bien fixé le lieu jusque là incertain, où
succomba, sous les coups de Crassus, le grand prétre druide,
adversaire de Diviciac l’Eduen, cause première de toute la guerre
des Gaules. i; «AE cs
FAMILLE DISSARD-CAVARD 345
CARSE EXACTE
PRISE SUR PLACE APRÉS DE
MINUTIEVA TRAVAUX,.,DU bey
TERMINAL DE L'EXPEDITION
DE CRASSUS.,AN 56 AV. J:C
EXPEDITION FAILTE D4N5
L'AQUITAINE”
QUI POUR LES ROMAINS EN.
GLORAAIT L'AUVERGNE
( L'ARVERNIA DE CESAR ET
LES LIEVX DES PEUPLAVWES
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MABGQBVEES AVTOUVR DU CANTAL
ETRE L'AUVERGNE LEFERME
FUT LA MORTILU GRAND DRUI.
DE FTOES TEVTIZATES MARQUE
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. Les ruines de Teuniac (Tuniac) existent également aussi vas-
tes, aussi visibles que celles de Jubelains, moins vastes que celles
de Gergovie, mais aussi nettes, et proches du tumulus (voire la
carte). Une forét de hétres couvre ces ruines. Elles sont au lieu
dit: le Favin de Frissonnets, derrière le village du Pouyet au
n quatre coins du grand autel central, quatre autres autels disposés
en lignes transversales regardant le nord-est, le sud-est, le nord-
| Rivista del Collegio Araldico (giugno 1904). de
346 FAMILLE DISSARD-CAVARD
vuest, le sud-ouest, tandis que chacun des quatre autels plus im-_
portants est exactement au nord, è l'est, è l’ouest, au sud; les
chrétiens nommèrent ce lieu sacré particulièbrement voué è la
religion des druides “le village, autels des. démons , (arae de-
monum) d’où Ardemnes. Ces régions élevées sont couvertes de
Dolmens nombreux et de Menhirs brisés; a la cime du mont
d’Ardemnes, regardant l’aspect sud-ouest, juste dans l’axe du
tumulus placé à 2500 métres de là et le voyant au lieu dit:
I, i
— —
“La Garnasse, au dessus de la grange de blé, proche du qua-
trième autel d’Ardemnes regardant l’aspect cuest, sont des débris
immenses, de cuves naturelles creusées dans le granit, servant
aux lustrations et aux purifications, aspersions du pays, è cer-
taines époques de l'année, et de la lune. et de la nuit; comme
aussi-à l’évocation des orages et de la pluie.,
Tout, dans ces régions révéèle l’intensité de la vie druidique,
ainsi que l’intensité des efforts des chrétiens, prétres, moines,
seigneurs francs, pour effacer jusqu’'au dernier vestige de l’an-
tique religion des Gaules, abhorrée par les chrétiens et les francs.
Egalement l’imperfection visiblement voulue de ces destructions
révéle bien l’état d’àme de ceux qui la faisaient, contraints,
forcés et bien a regret.
Les Dolmens sont à peine renversés, les immenses tables de
pierre, vierge de tout travail humain, sont là intactes et à còté
d’elles, à demi renversées, les trois énormes pierres en pyramide
naturelle qui comme trois colonnes disposées en triangle leur
servaient de supports et de pieds. En vain les dictionnaires fran-
gals de l’ancienne monarchie, comme ceux de la France moderne
copiés sur les anciens, au mot “Tuchins, ne mettent d’autre.
mention que cette laconique phrase: “ Tuchins-Tuchin s. m. nom
“donné au XIV° siècle è certains aventuriers qui infestaient
FAMILLE DISSARD-CAVARD 347
“Auvergne jusqu’au Poitou. ,, (Dictionnaire frangais Th. Bénard,
i Paris, 1876, librairie classique Eugène Belin).
| ‘Tout le monde, en la haute Auvergne du Livradois et du
| Velay salt, comme le dit le docteur Coste, que les Thuniacins
| ou Thuchins de Thuniac étaient en réalité les restes glorieux
des tribus gauloises qui avaient résisté indomptées et indompta-
— bles aux Romains d’abord, aux Frangais ensuite.
‘di Détruits dans les grandes tueries de la guerre des Abbigeois,
bi et de la Jacquerie plus tard, ils furent dénommés aventuriers
pP par les conquerants aigris; Theuniac fut détruite et la bourgade
_relevée près de la ville sainte détruite, rasée, livrée en exécra-
È: tion aux générations è venir, se nomma Saint Germain l’Herm
| en 1442 par le fait des: moines de la Chaise Dieu, auxquels les
| rois avaient donné ces lieux enfin domptés et qui furent ainsi
9 selgneurs de Fayet, de Saint Vert, de Fournols, de Saint Ger-
| main, de Doranges, de Sauxillanges, etc., etc.
3 _ Lalangue nationale, l’harmonieuse langue romane des Trou-
| véères, la langue d’oc, fut proscrite et bannie, de sévères peines
“i frappèrent ceux qui étaient pris è s’en servir; on fit une histoire
Blioricielle vue et approuvée du roi et de l’université, où tout
3 s'était passé comme en un tranquille royaume bien ordonné,
quelques révoltés hérétiques ayant été justoment punis, tués et
È gp nouilles et ainsi se termina la longue lutte soutenue en Aqui-
piero, en Auvergne, pour les derniers restes des grandes tradi-
| tions gallo-romaines devenues nationales contre les Francais.
‘A Et l’histoire ainsi faite, telle que Léon XIII l'a définie: (en
| ‘conspiration du mensonge contre la vérité), les ombres de la
tombe enveloppèrent tout le grand passé romain et celte de la
| provence qui était l’antique Aquitaine, comprenant les trois
i quarts de la Gaule, lors de César et è son témoignage. Hélas,
_ le Voe Victis sorti pour la première fois des lèvres téméraires
du Brennus gaulois s’était accompli sur sa race.
(Continua) Chanoine DissaARD.
DIPLOMATICA
PRIVILEGIO DI ROBERTO D'ANGIÒ |
A FAVORE DI FRANCESCO PETRARCA
Compie quest'anno il sesto centenario della nascita del sommo
poeta Francesco Petrarca, e in questa. circostanza riescirà. certa-
mente gradito conoscere il testo del diploma col quale Roberto
d’ Angiò, re di Napoli, lo nominava suo chierico e famigliare
ossia cappellano. Già i commentatori ed i biografi del poeta sta-
bilirono con la scorta di documenti l’ origine modesta della sua.
famiglia, che dall’Incisa di Val d'Arno passò a Firenze verso
il 1290 in persona di ser Migliore di ser Garzo, notaro.
Questo Migliore fu dapprima canonico di San Vito all’ Incisa.
Suo fratello ser Parenzo fu anch'esso notaro a Firenze e final-
mente ser Petrarco; nipote dei precedenti e cancelliere delle Rifor-
magioni, nel 1302 diede il nome alla famiglia, estinta in Gerardo
monaco certosino, fratello del poeta. Così gli storici; ciò nono-
stante a Firenze si mantenne fino al 1821 una famiglia Petrarca.
estinta in una femmina, Anna Maria di Lorenzo e a Ferrara!
abitò lungamente una famiglia di pittori di questo cognome.
L’arma antica dei Petrarca di ser Garzo fiorentino, era d’oro
all’orso rampante di nero tenente fra le branche un ramo di verde
fruttato di 3 pomi di rosso. Le altre famiglie Petrarca usarono
invece uno spaccato nel 1° d’azzurro all’arca noetica d’oro fra.
nuvole d’argento; nel 2° d’argento ad una lira fra due rami di
alloro, emblemi che rivelano chiaramente la pretesa derivazione:
dalla famiglia del poeta.* Ma ecco il diploma in questione, tratto
da un codice della Biblioteca Vaticana — fondo Barberiniano
5002 cart. in f. del xvir secolo a fol. 225.
1 CitTADELLA, Il Petrarca in Ferrara. Arch. Veneto, 1875, tomo I, p. II.
? Così Mons. Francesco Petrarca Arcivescovo di Lanciano nel 1872. I.
Petrarca di Ferrara portavano trinciato d’azzurro e di rosso alla banda.
d’oro attrav. accomp. in capo da una stella d’oro. 109
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PRIVILEGIO DI ROBERTO D'ANGIÒ 349
“In registro Regis Roberti 1340 a fol. 16 a tergo 1344 Ro-
bertus etc. IIniversis presentes litteras inspecturis favore erga
=
“ majèstatem nostram devotionis precipue ac in poeticis maxime
sufficientiam fide dignor. quam plurimum inditio ipsag. expe-
rientia certius nobis notam nec munus alia laudabilis condi-
tionis merita in virtuti testimonium propensius confovenda
prudentis vir Magri Francisci Petrarche de Florentia in exa-
mine grate considerationis ducentes quibus non indigne se
rect..... uberioris nostrae prosecutionis capacem ipsum in cle-
“ ricum et familiarem nostrum domesticum ac de nostro hospitio
“duximus de certa nostra scientia tenore praesentium retinen-
— “dum recepto prius ab eo solito in talibus iuram. volentes et
“ expresse mandantes ut illis honoribus favoribus privilegiis et
“ praerogativis aliis potiatur et gaudeat quibus alii clerici et fami-
“ liares nostri domestici potiunt et gaudent ac potiri et gaudere
“ soliti sunt et debent. In cuius rei testimonium praesentes lit-
“ teras fieri et pendenti majestatis nostrae sigillo iussius et muniri.
“ Data Neapoli per Joannem Grillum de Salerno etc. Anno
. “Domini 1841 die 2 aprilis quintae Inditionis Regnor. nostro-
“rum anno 32.
“ Extracta est praesens copia a soprascripto originali registro
“quod adservatur in Archivio Magnae Regiae Neap. cum quo
È “ facta collatione concordat meliori tamen semper salus et in
. “fidem infrascrip. Mag. Petrus Vincenti U. I. D. Regius Archi-
“ varius hic re subscripsit et sigillum consuetum apposuit Neapoli
“ die 22 octobris 1612.
“I, icilli.
ocus + sigilli “ Petrus Vincenti.
f. “A tergo,, 1341.
“ Prudens vir Magr Franciscus Petrarcus de Florentia, recipit a Rege
“ Roberto in clericum et familiarem. ,,
Segue la copia di altro documento dello stesso tenore del
| 25 novembre 1343 della regina Giovanna col titolo: * Franci-
| seus Petrarca de Florentia, Poeta Laureatus Cappellanus Reginae
f Dominae Joannae ,, autenticato dallo stesso Vincenti.
F. pr Brotto.
STORIA
COUP D'EIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE”
Le caractère d’un peuple procède de son climat, de la na-
ture de son sol, surtout de ses vicissitudes; il est la claire syn-
thése de son histoire.
Celle de l’Ile de Corse, aussi loin qu’elle remonte, jusques
au jour où son peuple tomba du còté vers lequel il penchait
depuis des siècles — c’est-à-dire du còté de la France — n’est
en réalité qu’'une longue bataille, la lutte indéfectible de la Hi
berté contre la conquéte ou la tyrannie. | :
Son climat doux et lumineux, sa terre verdone qui semble. |
un prolongement montueux de la Provence, “ cette gueuse par-
fumée, , sa beauté,” ses défenses naturelles, auront certaine-
ment tenté, dès les premiers essais de navigation, les peuplades
colonisatrices. En fait, l'origine des premiers habitants de l’île
n’est pas connue; néanmoins il n’est pas douteux que, bien
! Ringraziamo l’illustre autore della Corse militaire (Paris 1904. Cham-
pion in-8° illustr.) della preferenza data alla nostra Rivista con la pubbli-
cazione di questo interessante saggio. LA REDAZIONE. MI
? RaouL CoLonna de Cesarì Rocca. Histoire de la Corse, 1890, in-12, p. 7:
“Le premier nom donné à la Corse par les Grecs est KaLListe Kallista,
beauté ,, Sur son nom primitif de Cyrnus, le gaulois Claudius Rutilius, en-
viron l’an 420, dit dans son poème Itinerarium, vers 481-488: “ La Corse
p
(Corsica) commence è montrer ses monts obscurs, dont les sommets se per-
dent dans les nuées qui les environnent. Ainsi la clarté de la lune s’éva-
q C)
nouit quand le jour renaît et que les extrémités de son croissant (Cormu) |
se dérobent peu à peu à nos yeux fatigués. Le court trajet qui sépare la à
Corse de l’Italie aura donné lieu à l’histoire fabuleuse du troupeau de
boufs qui passa, dit-on, à la nage dans cette île, jadis appelée Cyrnus et |
dont on changea le nom, depuis qu’une femme 1 nommée Corsa y eut abordé
à la suite de ses boeufs fugitifs. ,, |
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COUP D'(EIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE 351
avant que Carthage et Rome y eussent fondé des colonies, des
races lybiennes, ibères, étrusques, phéniciennes s’y étaient déjà
fixées. “ On trouve dans diverses localités des haches en pierre
et des dolmens, ce qui semblerait indiquer la prèsence de l’homme
en Corse dès l’àge de pierre, è une époque où la navigation
était encore inconnue. Il faut donc supposer avec le docteur
Mattei (Etude sur les premiers habitants de la Corse) que la mer
n'a pas toujuurs séparé la Corse du continent et que le passage
des premiéres populations a pu se faire è pied sec ,,!.
Nous savons par Hérodote — le premier historien qui parle
de la Corse — que dès avant l'an 4152 (période julienne) les
Phocéens y avalent fondé la ville d’Aleria; vaincus par Cyrus
et redoutant d’étre réduits en esclavage, ils se réfugièrent en
Corse, l’an 562 avant notre ère,y demeurèrent cinq ans, puis après
une terrible bataille navale contre les Tyrrhéniens et les Car-
thaginois, s'éloignérent de l’île sur ce qui leur restait de vais-
seaux.
Ainsi la première tentative authentique de colonisation, en
Corse, fut l’euvre d’un peuple qui préférait renoncer à sa patrie
qu'à sa liberté. Nous verrons les Corses, dans le cours des àges
demeurer fidèles au généreux exemple de leurs ancéètres pho-
céens.
Il est è croire que les Carthaginois eurent des vues de con-
quéte sur la Corse, pour en faire une forteresse avancée contre
la puissance grandissante de Rome; mais il est présumable
qu’'ils eurent è compter avec la résistance énergique des colons
phocéens demeurés dans l’île et de ses autres habitants. Toujours
est-il que Rome résolut de la conquérir; il lui fallut un siècle
de sanglants combats pour réduire ce petit peuple de monta-
gnards, alors qu’elle était accoutumée à vaincre rapidement ses
adversaires, méme les plus puissants. L’amour tenace de l’indé-
pendance, malgré l’inégalité des forces, arrivait par l’héroisme
à les égaliser. Les légions romaines essuyèrent plus d’une dé-
faite, et leurs victoires ne furent jamais que le prélude de ré-
voltes implacables, jusqu'au jour où elles ne furent plus pos-
sibles. |
! Méme historien, pag. 6-7.
352 COUP D'EIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE
La Corse, province romaine, fertile et riche, devint l’un des
greniers de Rome, l’une de ses grandes stations navales, et aussi
un lieu d’exil pour tel de ses grands hommes qui avait cessé de
plaire. De là, de haineuses rancunes, des paroles fielleuses contre
la Corse, come celle de Sénèque ! dont il ne faut retenir qu’un
trait è l’honneur de son peuple: c'est que la vengeance était sa
première loi; — la vengeance d’un peuple soldat, fier, jaloux de
son indépendance, et la défendant par tous les moyens. Qua-
torze siècles après, l’historien Pierre de Corse, Petrus Cyrneus,
constatera comme Sénèque ce méme trait de caractère: “ Les
Corses, dit-il, sont avides de venger l’injure qu’ils ont regue ,, *.
Des mours publiques la vendetta passa dans les mours pri-
vées, argument supréme d’une fierté intraitable, d’une dignité
infrangible, d’une raison qui ne mettait rien au-dessus de la
patrie et de l’honneur. Sous la domination génoise, l’absence
absolue de justice eut pour effet d’exacerber dans l’àme corse
le sentiment du droit de se faire soi-mème justice; l’exercice de
ce droit fut un correctif è la tyrannie.
A partir de l’occupation romaine, la Corse n’a pour ainsi
dire point d’histoire personnelle; l’île subit le contre-coup des
événements de l’empire, à qui elle fournit d’excellents soldats
et d’habiles matelots, jusques è son déclin. Les premières inva-
sions barbares forcèrent, en l’an 456, beaucoup de Romains è
se réfugier en Corse. Deux ans après, Genséric, roi des Vanda-
les, envahit l’île, d’où le chassèrent une premiere fois Ricimer,
lieutenant de l’empereur Avitus, une seconde fois, en 469, le
comte, Marcellien, gouverneur de la Sicile pour l’empereur d’O-
rient. A la mort de ce dernier, les Vandales reparurent dans.
l’île, et la ravagèrent pour punir ses habitants des leur rési-
stance énergique.
Aux Vandales succédèrent les Hérules, sous la conduite d’O-
doacre, chassés en 534 par un lieutenant de Bélisaire; puis les
Goths, sous la conduite de Totila, vaincu par Narsès (552).
“Tant que les Corses furent gouvernés par Narsès, ils goùtè-
! Prima e ulciscist lex.
? Injuriam wulciscendi avidi. (P. Cyrneus, édition de Paris, 1834, p. 96).
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COUP D'(RIL SUR L'HISTOIRE DE LA CORSE 353
| rent une paix relative; mais lorsque celui-ci, tombé en disgràce,
futremplacé par Longin, la tyrannie grecque devint intolérable.
Les exactions des gouverneurs furent telles que, pour payer
leurs impòts, les insulaires étaient obligés de faire commerce de
. leurs propres enfants. Beaucoup emigrèrent auprès des Lombards,
“ car. dit saint Grégoire le Grand, quel supplice avaient-ils è
redouter des Barbares qui fàt plus terrible que l’obligation où
ils se trouvaient de vendre leurs enfants! *!. — Peut-étre l’in-
vasion lombarde, en 582, fut-elle inspirée et conduite par des
émigrès Corses, avides de revoir leur patrie et de la soustraire
au joug byzantin.
En 668, l’empereur Constantin Pogonat débarque dn l’île,
qu'il soumet alsément, puis passe en Sicile pour venger le msurtre
de son péère, l’empereur Constant, sur l’Arménien Mirzize qui
venait de se faire proclamer empereur dans les trois îles de
i Corse, de Sardaigne et de Sicile.
En 713, les Sarrasins saccagent tout le littoral de la Corse,
| et se retirent avec un grand butin. On dit que lorsque Pépin
. le Bref établit le pouvoir temporel de la Papauté, la Corse fut
| comprise dans la donation; mais effrayé des fréquentes incur-
4
| sions des Sarrasins, le Pape se contenta d’y revendiquer les biens
de l’Église et ne prit point possession de l’île.
En 806, lors d'une nouvelle descente, les Maures sont taillés
2 en pièces par la flotte de Pépin le bossu, roi d’Italie. L’année
dA
vale! i e a Adani
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| suivante, partis d’Espagne avec une flotte considérable, ils abor-
dent en Sardaigne d’où, après avoir perdu beaucoup des leurs,
ils passent en Corse. Charlemagne envoie contre eux le comte
Burchard (Bouchard), — ancétre présumé de l'illustre Maison de
Montmorency è? — qui leur coule ou leur prend treize vaisseaux.
Ils reviennent l’année suivante et saccagent Aleria. En 810, ils
ravagent la Sardaigne, la Corse, et s’établissent sur son littoral;
_ les insulaires demandent du secours à Charlemagne, qui leur
| envoie son fils Charles; les Maures sont encore battus, chassés,
_ ayant perdu leur roi dans la défaite.
! RaouL CoLonna. Hist. de la Corse, pag. 13.
? SAINT-ALLAIS. Nobiliaire, t. II, pag. 100.
354 COUP D’GRIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE
A la mort de Charlemagne, ils débarquent de nouveau dans
l’île, puis regagnent l’Espagne avec un gros butin. Se sentant
impuissant è protéger la Corse, Louis le Débonnaire, en 828, en |
confia le soin à Boniface, marquis de Toscane, qui prit le titre
de Tutor Corsice, qu'il légua è ses descendants. Il lutta avec i
succès contre les Sarrasins, et fit construire pour la défense de |
l’îÎle un fort inabordable tant par sa situation que par ses hautes .
murailles. Bonifacio a gardé le nom de son fondateur. En 346, |
Boniface mourut; son fils lui succéda et purgea définitivement |
la Corse des Sarrasins. L’île resta sous la protection des marquis È
de Toscane jusqu’à la mort de Lambert (931). , i
Notons que du temps de l’empereur Lothaire I (817-855) la.
Corse était un lieu de bannissement '. 3
Le caractère des Corses ayant toujours été démocratique,
foncièrement égalitaire, ce n’est pas sans quelque surprise que, |
dès le x° siècle, on y trouve établi le système féodal, sans doute | sd
par voie de récompenses domaniales conférées è titre héréditaire
par les marquis de Toscane aux gens de guerre qui les avaient |
aidés à délivrer la Corse ?. Sur différents points de l’île, la ques
lité de comte de Corse est dès lors prise par differents seigneurs ;_
un d’eux méme se qualifie “ Seigneur de tout le Corse, ,, domi-
nus de tota Corsica, sans doute comme issu du romain Ugo Co-
lonna, qui, après avoir chassé de :l’île de Corse les Sarrasins,
l’obtint de Charlemagne, suivant la tradition, pour lui et ses
descendants, connus sous le nom de Cinarchesi et de. Bianco-
I
lacci.
Les Bérenger, rois d’Italie, avaient remplacé dans la souve-
raineté de l’île les marquis de Toscane; à leur tour, ils furent.
chassés (975) par l’empereur Othon II, qui donna la Corse en
fief è Hugues, fils d’Ubert, marquis de Toscane, dépossédé jadis :
par Bérenger. “ Quoi qu'il en soit, les descendants de tous ceux.
qui, à un titre quelconque, avaient exercé quelque pouvoir dans:
l’île, héritèrent les prétentions de leurs pères. Les familles sac
croissant, il fallait agrandir tous ces domaines devenus trop.
petits pour tant de maîtres: la guerre civile éclata en méme
! CesARE CANTÙ. Hist. des Italiens, trad. frangaise, t. IV, pag. 496.
? CAMILLE FRIESS. Hist. de la Corse, cité par Raoul Salone pag. 18-20.
COUP D'EIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE 355
È temps dans toute la Corse; les Cinarchesi, dont le chef était
alors le comte André, voulurent profiter de la situation pour
établir leur suprématie dans l’île. ,,
Aidé du peuple et des barons, unis contre l’ennemi commun,
— Sambocuccio d’Alando, élu pour chef dans la fameuse diòte gé-
_nérale de Morosaglia (1007), citoyen d’une intelligence égale è
3 l’énergie de son caractère, commenga par refouler le comte de
Cinarca dans son fief, au-delà des monts; puis il profita de son
— succès pour affranchir le reste de l’île (en decà des monts) de
la domination des barons, et la “Terre de Commune , (nom
. que regurent les territoires affranchis) fut dotée par lui d’une
constitution sage, appropriée aux besoins et aux meeurs |.
Sambocuccio mort, le comte de Cinarca, cherchant sa revan-
9 che, entreprit la conquéte de la Terre de Commune; les barons,
| naguère dépossédés par Sambocuccio, s’efforcèrent de restaurer
. leur pouvoir; la Corse retomba dans l’anarchie. Alors parut
Guillaume, marquis de Massa, descendant de Boniface de To-
| scane et qui faisait valoir ses droits ou ses prétentions sur la
Corse (1012). Il venait au nom du Pape, è qui le clergé avait
— demandé du secours, et fut accueilli par le peuple avec enthou-
| siasme. A la téte de son armée, il dompta les barons coalisés
et mit en pleine déroute celle du comte de Cinarca, qui fut
. obligé de se réfugier è Pise.
Les descendants du vainqueur, les Malaspina, gouvernèrent
È avec les institutions de Sambocuccio. En 1077, le pape Gré-
; | goire VII, en vertu de la donation vraie ou supposée de la
È Corse au Saint-Sièége, la placa sous la juridiction de Landulphe,
È évéque de Pise, et dès lors il semble que les Malaspina n’aient
- plus été que ses mandataires.
| Tant que gouvernèrent Landulphe et Gérard, son successeur
__& l’évéèché de Pise, la Corse jouit d’une heureuse tranquillité.
(Continua) Marquis D'ORrNANO
! L’institution des Caporaux, sortes de tribuns du peuple, peut remon-
< ter à cette époque. Voir ce qu’en dit Raoul Colonna, pag. 23 et note 1.
SFRAGISTICA
IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO
PREFETTO DI ROMA
Che la carica di Prefetto di Roma sia antichissima, ce lo |
dimostrano moltissimi scrittori latini! e parecchie iscrizioni mar-
moree; ? e che essa abbia sempre avuto straordinaria importanza,
si rileva dai molti e gravissimi uffici disimpegnati dal Prefetto,
tanto nei tempi antichi, nei quali pare che sostituisse lImpera-
tore durante le sue assenze da Roma, quanto nel medio evo; in |.
cui sovrastava al Senato * ed aveva la reggenza, con podestà —
immediata, di tutti gli affari civili, giudiziari, amministrativi e.
finanziari di Roma. * È
Dice il Gregorovius (al secolo x1r) che? “ gli occhi di tutti sì —
figgevano sul Prefetto della città allorquando melle processioni so- È
1 Tacito, Ann., lib. VI, tit. XI e Hist., lib. III; Trro. Livio, Decade LA
lib. I in fine; SENECA, lib. XII, Epist. ad Lucill, ep.84; Puinio, Nat. Hist.. |
lib. VII, cap. XIV; PanvinIo, an. di Cristo 77; BaRONIO, Ann., t. II, ecc. s
° ConteLORIUS. De Prefecto Urbis in Sallengre Suppl. ad Graevium et Gro- —
novium, t. I, pag. 509 e seg. 8
° GregorovIUs, St. di Roma, t. IL, pag. 59-60, dice: “ Al tempo di Gra-
“ziano e di Valentiniano il Prefetto della Città era un altissimo magi- |
“strato; era Principe del Senato e per dignità precedeva tutti i Patrizi e
“tutti gli uomini consolari. ,, 3
* Lo stesso Gregorovius (op. cit, t. I, pag. 92 e t. IL, pag. 60) dice che P
dipendevano dal Prefetto l’annona, i mercati, il censimento, la polizia dei Ro
fiumi e dei porti, delle mura, acquedotti, spettacoli e dell’ornato, e fino alla —
centesima pietra miliare si ricorreva a lui per l’appello nelle questioni. Ed A
anche GortorrEDo, Manuale Juris, Parigi, 1806, t. II, pag. 9 e FAPANNI AGo-.
stINO, Saggio ist. dei Pre/etti e delle Prefetture al tempo della PeR IT ino
Biblioteca utile e dilettevole, t. VI, Mira, 1809. È
® GREGOROVIUS, op. cit., t. IV, pag. 420 e CENcIo DE SABELLIS, card. Came
rarius, in MABILLON, SAN. Italicum, 1724, t. II (Ordo Romanus), pag. 170.
IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO 357
lenni, circondato da’ suoi giudici, moveva a’ fianchi del Papa, vestito
con abiti di foggia fantastica, dalmatica di seta rossa ad ampie ma-
miche, mantello magnifico trapunto in oro, mitra di velluto porpo-
rino în capo, brache che da una gamba erano di panni d’oro e dal-
l’altra di panni rossi. ,,
È Fino al secolo xII circa questa carica fu temporanea e anche
| vitalizia, e ad ogni nuova elezione, confermata prima dal Papa,
| assisteva un Legato dell’ Imperatore, fornito di pieni poteri, il
| quale concedeva l'investitura e dava al nuovo Prefetto per in-
È segne l'aquila imperiale e la spada nuda.
«Ma poi i Da Vico, in momenti difficoltosi per la Chiesa e
A
| per la città di Roma, riuscirono a renderla ereditaria non solo
per il titolo e le insegne, ma anche per l’imperio sui molti
2 luoghi del così detto
patrimonio della Chie-
sa, che fino a quel
tempo erano stati di
pertinenza dell’ente
Prefetto. Cosìtroviamo
che Giovanni Da Vico,
il più potente dei Pre-
fetti di Roma, in uno
splendido sigillo, da
lui usato durante l’e-
sercizio della Prefet-
tura, pose per proprio
stemma l'aquila impe-
riale coi pani che gior-
nalmente i fornai di
CARE dio Roma dovevano al
(Centimetri di diametro 9). Prefetto.
SALI questo sigillo, che forma l’oggetto della presente disser-
bi: parecchi scrittori ebbero a parlare ? ed alcuni ce ne die-
ro ancora disegni più o meno perfetti.
5308 ; GREGOROVIUS, op. cit., t. IV, pag. 421.
; a uo al Petra-Sancta, al VIE ed al Bussi, di cui si parla più avanti,
358 IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO
Il Petra-Sancta pubblicò per primo nel 1638 il cisegnp di
questo sigillo nel suo libro Tesserae Gentilitiae ! ma è talmente :
variato che non esito a dichiararlo imperfetto. Seguì il Vettori? È
a cento anni di distanza, il quale nel Forino d'oro pur ripor- |
tando esattamente l’erronea figura dataci dal Petra-Sancta, sog-
giunge di averne veduto un altro di poco dissimigliante, ma di _
getto.?
Da ultimo il Padre Feliciano Bussi nella Storia di Viterbo È
avendo avuto spessissimo occasione di parlare delle gesta di y
Giovanni Da Vico Prefetto di Roma, e dal 1338 Tiranno di Vi- È
terbo,> volle riportare ancora l'impronta del sigillo da lui usato © —
accompagnandola con una breve spiegazione dettata dall'abate |
Francesco Valesio “celebre letterato romano.
Il Bussi non ci dice di aver veduto, il sigillo originale, ma _
l'impronta; così per la susseguente spiegazione del Valesio, sup-
pongo ch'egli si riferisse al getto fatto fare da quest’ultimo, pos: |
seduto oggi dalla Biblioteca universitaria di Bologna.” î
in Sallengre, suppl. al Graevius et Gronovius Ant., t. I, pag. 509 e seg.; GRE-
GOROVIUS, Op. cit., t° V, pag. 26, nota 13; CALISSE, / Prefetti di Vico, in Arch.
della R. Soc. romana di st. patria, t. X, pag, 80, nota 4.
! PETRA-SANOTA, Tesserae Gentilitiae, Roma, 1638, pag. 656. L'autore lo
dedicò a Taddeo Barberini, ultimo prefetto di Roma, del quale riportò in
prima pagina anche il ritratto. È
? VETTORI, Il fiorino d’oro illustrato, Firenze, 1738, pag. 129.
? Il Vettori fu compagno del Valesio nella Società etrusca di Cortona, |
lt
fu direttore del Museo Vaticano nei primi anni del secolo xvm e perciò, — ;
secondo me, egli allude al getto posseduto dal Valesio, oggi della R. Bi.
blioteca universitaria di Bologna. A
* Bussi P. FELICIANO, Storia di Viterbo (opera postuma, parte Il), Rommel
1742, pag. 201 e seg. (La II parte è tuttora inedita). di
° GREGOROVIUS, op. cit., t. VI, pag. 308; Bussi, op. cit., pag. 194; Ce
op. cit., pag. 69. )
È © quest'opera l'impronta è molto migliore delle due precitate come
più avanti avremo occasione di vedere. ‘
" Francesco Valesio, antico possessore di questo getto, nacque in Roma A
il 13 aprile 1670 da Giovanna Mancini romana e da Carlo nativo di Bor- ‘
deaux, noto quale collaboratore del Rainaldi nella compilazione degli Annali
ecclesiastici (due tomi inediti di questi Annali furono trovati fra gli scritti
di Francesco Valesio e passarono di proprietà di Benedetto XIV). di 5a
Si laureò alla Sapienza di Roma ed essendosi dedicato con speciale
ad
+7 SA Fa
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e io ie E
IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO 359
; A
SAI
Questo sigillo è accompagnato da una Memoria manoscritta
| che trascrivo per intero, corredandola di alcune note, ritenendo
I assai interessante la critica minuta che in essa vien fatta d’ogni
sua parte.!
|_—‘La iscrizione che è nel primo superior cerchio del nostro
x sigillo ci fa avvertiti ch’egli appartiene ad un Giovanni Pre-
— “ fetto di Roma, vedendosene il nome scritto colla ortografia
3 “ de’ tempi barbarici, siccome è tutta la lunga leggenda:
}: amore agli studi di letteratura e d’antichità, riusci uno dei migliori lette-
È rati del xvi secolo. Visse una vita modestissima, fu abbate e mori in Roma
| il 17 maggio 1742 in età di anni 72.
d Invano di lui ho cercato nelle opere che vanno per la maggiore, solo
| ho trovato un breve elogio nel Giornale dei letterati di Firenze (anno 1742,
t. I, parte I, pag. 154 e seg.) e qualche suo lavoro dato alle stampe di cui
ecco l'elenco:
È Atti de’ gloriosi martiri Felice ed Adaucto (trad. dal latino con note illu-
| strative) Roma, 1733.
A — —Dissertazione sopra tre statue dal giardino Cesi trasferite in Campidoglio,
cin Saggi di dissertazioni dell’Accad. Etrusca di Cortona, t. I, parte I, diss. X,
an. 1735, pag. 103-8.
Spiegazione di una Bolla d’Anacleto II antipapa, in CaLoceRÀ, Opuscoli,
| a XX, Venezia, 1739, pag. 103.
OPERE POSTUME.
—_—Dissertatio de Turri Comitum (lettera scritta nel 1725 al barone Filippo
2; e Stofch pubblicata in CaLogeRrÀ, Opuscoli, t. XXVIII, pag. 31, Venezia,
1743).
Museum Cortonense di F. VaLesIO (secondo il Zaccaria, St. lett. d’Italia,
4. II, pag. 811, il Valesio spiegò ed annotò le tavole 13, 14, 16, 17, 18, 30, 33,
34, 36. 88, 41, 42, 43, 44, 45, 48, 51, 55, 56, 57, 58, 59, 62, 66, 67, 73, 75 e 76);
ANT. Gori e Rip. VENUTI (Roma, 1750) lavoro lodato nel t. V (1751), prefaz.
pag. xv degli Atti dell’Accademia Etrusca.
Secondo il citato Zlogio restano ancora inediti parecchi lavori che dopo
la morte del Valesio pare fossero acquistati da Papa Benedetto XIV. Essi
sono: Vita di M. Agrippa tratta dagli antichi autori; Vita di Cola di Rienzo
arricchita con note; Istoria genealogica della casa Colonna; Gli Atti di Santa
Domitilla; Raccolta di Diarii da Stefano Infessura in giù fino al 1700 e
‘continuata fino al 1740.
| *L’anonimo autore potrebbe essere il bolognese canonico Gio. Giacopo
Amadei morto nel 1768 e noto cultore di numismatica.
i
Elo
360 IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO
“IBOLNES! DEI GHA. ACME DRB PREFECTUS.
“Una figura che sembra di volto e di abito donnesco,? siede È
“nel mezzo su di un Faldistoro armato nei bracci di due teste
“di leoni,* secondochè dai monumenti dei bassi secoli ci si rap- 3
“ presentano le sedie dei personaggi cospicui. Quando non piaccia. È
“ essere questi il medesimo Prefetto, sa ogni uom dotto, che
“ sotto le fattezze femminili in ogni tempo si sono effigiate e î
“ simboleggiate le Virtù, le Dignità, le Città, le Provincie; e
“questa, che occupa il principal luogo del sigillo, ci rappresen-
“ terebbe in tal caso la Dignità Prefettoria.
“Quantunque abbia la Clamida o Pallio chiuso sul petto, che È
“ molto assomiglia all’abito del Prefetto di Roma, non ha però
“in capo la Tiara o Corona ducale dai Prefetti usata; forse perchè
6,
“questa foggia di cappello è posteriore al nostro sigillo. b
“ Quattro Giovanni‘ troviamo nella serie dei Prefetti, dataci —
“accuratamente dal Contelori. Il primo è Giovanni Frangipane, —
“ di cui parla il Cronista Farfense, eletto nel 1060.° Allora il Pre-
“ fetto era denominato Romanorum Praefectus, onde non combina | i
“ l'iscrizione del sigillo, per attribuirglielo, oltre altre ra gini 3
“che lo dissuadono. È
ih
*
se
“Il secondo è della stessa illustre famo Giovanni Fram- 3
“ gipane eletto Prefetto intorno al 1160. Uomo fu costui assai |
! Sul getto veramente sta scritto HONES, ma dovendo questa parola |
essere il nome della persona che usava il Sigillo, sarà necessario interpre- va
tare IHONES. I
? L’A. insiste anche più avanti, erroneamente, a ritenere questa figura —
la Dignità Prefettoria, mentre è invece chiaro ch’essa rappresenta il Pre-
fetto appunto per l’abito di foggia eguale a quello ch’egli indossava nelle
grandi solennità. Il Gregorovius dice essere questa la figura del Prefetto. —
° Anzichè di leone queste due teste sono di cane. i LE
4Qui lA. omette un quinto Giovanni detto Gloriosissimus Praefectus |
del 600 circa al quale San Gregorio scrisse la 72 ed 82 epistola, lib. 8, lidia Si
(CONTELORI, op. cit., pag. 554). "al
° Regesto di Farfa di GREGORIO DI CATINO, pubblicazione della R. Società.
romana di st. patria a cura di F. GroreI ed U. BaLzanI, vol. IV, 1888, par
gina 300-302, docum. 906, anno 1060. Il Pontefice Nicolò II investe l’abbate
Berardo di due castelli violentemente usurpati al monastero. Fra i presenti. De
e sottoscritti vi è: Johannes domini gratia Romanorum praefectus. Vedi an e
FiscHER, Forschungen zur Reichs und Rechtsgeschicte Italien, IV, pag. 91.
IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO 361
“noto nella storia di quei tempi e per l’aiuto prestato a due
“ Antipapi, e per le guerre e pace, con Alessandro III!
“Il sigillo potrebbe a lui appartenere anche per un’altra ra-
gione. Il Guntero ® De Gestis Friderici I dice che questo Impe-
“ ratore mandò allora li suoi Legati a Roma: Reddere Primaevo
“ Praefecti jura vigori, ed essendo nel nostro sigillo appunto
“ espresse tutte le prerogative del Prefetto, potrebbe credersi
: scolpito in tal tempo in memoria di questo rinnovamento di
“ tutti i suoi diritti da Cesare restituiti, seppure a quei tempi
“ poteano sussistere tutte le cose, che in questo sigillo si rav-
“ visano.
“Il terzo è Giovanni, chiamato Poli nella vita di Grego-
“rio IX, creato Prefetto nel 1280, che nelle vecchie memorie è
.“ inoltre intitolato Comes Albae et Illustris Senator.
“Il quarto è il celebre Giovanni De Vico, eletto nel 1346.‘
“ Celebre lo dico per le sue fazioni, guerre e rappresaglie, del
“che parlasi nell'antica Vita di Cola di Rienzo ® e nella moderna
“ seritta dal Padre Cerceau.® A costui la dignità fu confermata
1A me pare che l’A. sia qui caduto in vari errori. Anzichè nel 1160
Giovanni fu eletto Pretetto nel 1167 dall'Imperatore Federico I (GREGORO-
vius, IV, 671); anzichè essere della famiglia Frangipane era Giovanni figlio
di Pietro Da Vico di cui si ha notizie quale Prefetto fino al 1179 (CALISSE,
op. cit., pag. 9-12). Essendo Giovanni stato eletto nel 1167 ed essendosi sot-
tomesso ad Alessandro III nel 1178 (dopo la pace da questo Papa conclusa
con l'Imperatore Federico), non potè aiutare due Antipapi, ma aiutò solo
Callisto III (GREGoROvIUs, IV, pag. 688-690).
? GUNTERIUS, De Rebus gestis Imp. Caes. Friderici primi, lib. X, verso 73,
ediz. 1598, pag. 189.
° D. MaRco DionIGI, Genealogia di casa Corti, 1663, pag. 113, nel com-
pendio della Vita di Gregorio 1X. — E. Cracconio, in Vita Greg. IX, edizione
1630, t. I, cart. 674, lett. E ed ediz. 1677, t. II, cart. 68, lett, B.
* L'A. sulla fede del CoxtELORI (op. cit., col. 558) lo dice eletto nel 1846,
invece il CALISSE (op. cit., pag. 71 e 474) lo fa succedere al padre Manfredo
già morto certamente nel 1387. Il primo documento che parla di questo
Giovanni è una lettera di Papa Clemente VI (16 luglio 1345). Vedi anche
THEEINER, Cod. Dipl., II, pag. 149.
° Torti, Vita di Cola di Rienzo, 1® ediz., Bracciano, 1624; id., 22 ediz.,
1631, lib. I, cap. XV, XVI, XXII, XXVII e lib. II, cap. V.
° CERCEAU (Du), Conjuration de Nicolas Gabrini dit De Rienzi, Amsterdam,
1734, alle pag. 79-96, 171-2 e 262.
. Rivista del Collegio Araldico (giugno 1904). 23
362 IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO
“dal Papa dopo che giurò l'obbedienza al card. Egidio ' Legato
“ della S. Sede.
“Il Padre Bussi nella Storia dî Viterbo, sulla fede del Va-
“lesio ? attribuì a Giovanni De Vico il nostro sigillo.
“Può persuaderlo la forma dei caratteri e la qualità del la-
“ voro, tuttavia sarebbe però stato opportuno che ne avesse data
“qualche prova, e prodotto qualche documento.
“Non può negarsi però, che trovandosi di questa famiglia
“dal 1099 al 1485 interrottamente otto Prefetti, molti illustri
“monumenti ad essa possono appartenere.
“ L’altra parte dell'iscrizione dice:
CESARE AVBSZETE SUMI PONTIFICIS DUCTOR
“ Nella coronazione e nelle pubbliche cavalcate il Prefetto
“ conduceva in certo modo il Papa, cavalcando avanti ai cardi-
“nali ed al Pontefice, quasi guidando esso, tamquam Duetor,
“ questa parte più cospicua della sacra pompa.*
“Così si ha nel Diario di Paride Grassi,° che entrasse in
“Bologna Giulio secondo; e quando il Pontefice cavalcava, il
“ Prefetto tenevagli nel salire e nel discendere la staffa, e con-
“duceva per alcuni passi il cavallo per la briglia, compiendo la
“ cerimonia col bacio del Santo Piede.®
“ Queste funzioni sarebbero toccate all’ Imperatore, ove fosse
1 GREGOROVIUS, op. cit., VI, pag. 414. L’Albornoz vide Giovanni Prefetto
ai suoi piedi il 5 giugno 1354 a Montefiascone.
? Il P. F. Bussi, nato nel 1679 e morto nel 1741, fu coetaneo del Va-
lesio dal quale dovette ottenere oltre alle notizie storiche anche il disegno
del sigillo, combinando le dimensioni di questo disegno con l’esemplare in
getto proveniente dal Valesio. i
® Il prof. CaLIissE, nel suo lavoro, all’Albero genealogico (pag. 590-591)
enumera nove Prefetti di questa famiglia prima del nostro Giovanni Da 4
Vico.
' GREGOROVIUS, op. cit., t. IV, pag. 71.
° Opera manoscritta che si conserva in cinque Biblioteche. È stampata
la Spedizione di Giulio II per la cacciata di Gio. 1I Bentivoglio da Bologna, —
nel I volume dei Docum. e studi della R. Deputaz. di st. patria per la Ro-
magna, 1886, Bologna, (alle pag. 19 e 94).
© GREGOROVIUS, op. cit., t. V, pag. 12.
TERRA PR: Pea Cinico: 05 e Cata ela niet 49 X si, x “ aria “e è PRE
IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO 363
“ presente, come si ha dal cerimoniale di Cencio Camerario,! e le
“ Storie dimostrano averle esercitate Luitprando Re longobardo,
“ Pipino, Lodovico Imperatore, Federico III, Carlo IV, Vence-
“ slao figlio di Carlo, Sigismondo Imperatore e Carlo V ? coi
“ Pontefici dei loro tempi. Absente Cesare ciò toccava al Prefetto
“di Roma, il che fa fede della sua somma dignità.
“ Nel secondo interno circolo da un lato è scritto: IMPE:
RIS SUCRI JUST LC:EQ MUCRO * allusivo alla spada
sguainata “che tiene nella destra la figura della dignità pre-
E Fettoria, *
“ Non conviene certo giudicare della podestà e giurisdizione
“ del Prefetto di Roma nei bassi secoli, da quella, che ebbe in
“tempi antichissimi, nei quali cotanto era estesa, come si ha
“dalle leggi civili e dagli storici.
“ Assai meno di potere era concesso al moderno Prefetto.?
“Tuttavia la spada* poteva convenirgli per quel diritto, che
“aveva di punire gli assassini delle strade, e per l'autorità che
“ esercitava nella Città Leonina in vigore di un privilegio di Papa
“ Callisto secondo.
“ Questo basterebbe a spiegare perchè dicasi MDUCRO Su:
«STIT3AE, ma il dirsi ancora SACRI JMPERII, pare do-
1 Cencio DE SABELLIS card. Camerarius, Ordo Romanus, in MaBILLON, Mu-
seum Italicum, t. IL, pag. 170-171.
® Vedasi MuratORI, Ann. d’It., t. IV, pag. 260 (an. 729); IV, pag. 316
(an. 754); V, pag. 81 (an. 850); VI, pag. 516 (an. 1155); VIII, pagina 346
{an. 1368); VIII, pag. 374 (an. 1376); IX, pag. 154 (an. 1433); X, pag. 236
(an. 1530).
® Il PETRA-SANCTA, op. cit., pag. 656, dà questa dicitura nel seguente
modo errato: “ Imperii Sacri Iustitiae cum mucrone.,,
‘Come ho già detto la figura non è della dignità prefettoria bensì del
Prefetto.
° A] tempo di Urbano VIII (1622-1643), pretendendo gli ambasciatori
di avere la precedenza sul Prefetto di Roma, allora Taddeo Barberini,
questi dovette supplicare S. S. perchè gli fossero mantenute tutte le prero-
gative concesse dai Pontefici ai suoi predecessori. (Mss. nella Biblioteca uni-
versitaria di Bologna, n. 1662, a. carte 364 e seg.
© GREGOROVIUS, op. cit., t. IV, pag. 421.
" Per quante ricerche abbia fatto non mi è riuscito rintracciare questo
privilegio.
364 | IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO
“ versi derivare dal diritto che aveva il Prefetto nella corona-
“zione dell'Imperatore nudatum ensem eidem praeferendi.
“ Nella sinistra mano la nostra figura tiene una rosa, e nel
“cerchio vicino è scritto UTT3ZXUI (per obtinui) PAPANAE
4“ MUNUS AUREA ROSA!
“Questo sacro pegno della clemenza dei Pontefici, destinato
“in oggi ai principi o a cospicue persone, davasi un tempo al
‘ Prefetto di Roma. Carlo Cartari* nel suo libro: La Rosa d’oro
“ pontificia, ne arreca le testimonianze, e la cerimonia era tale:
“Il Papa dopo averla benedetta nella basilica sessoriana, caval-
“cando ritornava al palazzo lateranense, portando la rosa in
“mano. Giunto nel portico, il Prefetto di Roma gli tenea la
“ staffa e baciavagli il piede, ed il Papa, per quell’ossequio, do-
“navagli la rosa d’oro. Rito dagli storici e cerimonieri unifor-
“ memente confermato.
“ Per questa ragione nell’arme del Prefetto, ch'era un'aquila.
“ bianca coronata in campo rosso, l'aquila molte volte tiene cogli
“ artigli la Rosa.* Alcune di queste armi possono vedersi nel
“ Zazzera ® e nel Contelori* sul principio dell’opera De Praefecto
“ Urbis.
“ Nel mezzo, a linea retta, prima di tutto è scritto: S. P$E-
“TORSE DIGAITAT3S cioè Praefectoriae. La sigla S deve
“ spiegarsi SJBG3££UZMI, e dagli esempi portati dall’ Heineccio
“e dal diligentissimo Manni,* nei loro libri dei sigillè antichi, *
“ può agevolmente dimostrarsi la congruenza di questa interpre-
“ tazione.
). I
! Anche questa frase è posta dal Petra-Sancta in luogo errato e così
tutte le seguenti.
? CARLO CARTARI, La Rosa d’oro pontificia, Roma, 1681, alla pag. 35,
cap. V, cita il cerimoniale manoscritto di Benedetto Canonico, Lonigo, istru-
zione mss. dell’antichità.
® SEVERANI (@. Memorie sacre delle sette chiese di Roma, Roma, 1650, alla.
pag. 635.
4 PETRA-SANCTA, op. cit, pag. 414 e 656.
° Zazzera, Della nobiltà dell’Italia, Napoli, 1615, alla fam. Castelli di
Milano (pag. 44 e seg.).
€ Op. cit., in Supplem. Sallengre ad Graevium, t. I, pag. 525-526.
? Osservazioni istoriche sopra i sigilli antichi, Firenze, 1739, volumi 20.
3
IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO 365
“ Nel suppedaneo della figura a mano destra vi è un cala-
“ maio colla penna.
“Di sotto vi sono due figure virili, ed in un segmento del
“ mezzo cerchio, che cinge l’arme, è scritto XOTARII, ai quali,
“ parlando la dignità prefettoria, indirizza le parole scritte sopra
“di essi DICLTA SPS FIDELST SRC3BIT (Dicta ipsius fide-
“ liter scribite). |
“ Le carte e le pergamene dei bassi tempi dimostrano questa
“ autorità del Prefetto di creare i pubblici notai, che poi sole-
“vano sottoscriversi: Eyo N. N. authoritate almae Urbis Praefecti
“ Notarius.! La fedeltà nei pubblici ministri, cotanto necessaria
“nella società, è sempre stata la principal dote nei notai, onde
“ viene loro raccomandato nel nostro sigillo che scrivano e re-
“ gistrino fedelmente i decreti del Prefetto.
“Chi avrà letto nel Pancirolo,® nel Gottofredo ® e nel Du-
“ cange, ‘ la stima ed il sommo pregio in cui erano i pubblici
“ notai, non prenderà al certo meraviglia in vederli nel nostro
“ sigillo collocati al lato destro, e nel sito digniore sopra quello
“dei giudici.
“ Quando la figura principale del nostro sigillo si dicesse essere
“lo stesso Prefetto,? allora dovrebbe leggersi l'iscrizione diver-
“samente così: DOCTA IJPSORUNM (idest judicum) FIDELI»
+TER SCRIBITE.
“ Al Prefetto appartenevasi anche ìl costituire i giudici, che
“ si sottoscrivevano: Ego N. N. Dei gratia Sacrae Romanae Prae-
“ fecturae judex. *
“Due giudici veggonsi nel nostro sigillo posti al lato sini-
“ stro, dinnanzi ai quali sta collocato in sul suppedaneo un Co-
“ dice delle leggi. |
“ Nel giro del mezzo cerchio a loro vicino è scritto: UDI-
1 CONTELORI, Op. cit., pag. 526.
? Thesaurus variarum lectionum utriusque iuris, Venezia, 1610, pag. 29 e 34.
® Gor., note al Codice Giustinianeo, lib. XII, tit. VII, De Primicerio, ecc.
4 Glossarium Mediae et infimae latinitatis, t. V, pag. 611-612.
5 L'A. insiste ancora nella sua teoria di non ritenere rappresentato il
Prefetto con la figura principale del sigillo.
© CONTELORI, op. cit., pag. 526.
Pi
[a
366 IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO
“CES. A questi la retta amministrazione vien raccomandata con
“ queste parole: JUSTE JUDILAUT, cioè judicate.
“ Singolare e strano è il loro abito, avendo una specie di
corona capillizia sul capo, ed un cappuccio che pende giù per
le spalle al di sopra di uno scapulare o di una Pazienza.
“Quanto alla corona di capelli non dee certamente inferirsi.
che per ciò fossero persone del Clero, poichè nei tempi mez-
zani era questa anche una divisa dei letterati che facevansi
radere il crine in giro, come dai frati oggi giorno costumasi,
secondo che ha dimostrato mons. Fontanini nel Commentario
di S. Pietro Orseolo.! Il cappuccio, vestito era proprio dei giu-
dici, forse per difendersi dall’intemperie dell’aere nei luoghi
ove tenevano ragione. |
“Il Dufresne porta quel passo tratto dal Speculum Saxoni-
cum che fa al caso nostro. Ubìi sunt Reges, judices, seu Scabint
capuccia non habentur.
“Il quale atto di riverenza usano qui o al Prefetto, od alla
dignità prefettoria i nostri giudici. Lo scapulare d'allora era,
o una parte del cappuccio, o una specie di Lacerna breve, co-
moda appunto per chi doveva scrivere e ricevere suppliche.
“ Finalmente sta nel basso del sigillo l’arme del Prefetto di
cui abbiamo parlato. Veggonsi d’attorno all'aquila sei emisferi
o puntini, i quali indicano i pani che da ogni forno di Roma
esigeva in Tributo il Prefetto, a cui apparteneva la cura della
pubblica Annona, e l'autorità sopra i ministri di essa.
“Il sigillo originale capitò alle mani del dotto Francesco Va-
lesio: egli ne fece tirare il Gesso, sul quale poi fece gettare in
metallo questo nostro esemplare, che venne comprato dopo la
“ di lui morte nella vendita di molte antichità già possedute da. |
“quel chiarissimo uomo. ,,
Quando, per sfuggire alle guerre che et. sl com-
battevano in Roma e suo territorio fra le principali famiglie no-
bili, Papa Clemente V, successo nel 1306 a Benedetto XI, decise
di trasferire la Sede pontificia ad Avignone; il popolo della città
I. Fonranini, De S Petro Urseolo Dissertatio, Roma, 1730, pag. 69,
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? PETRA-SANCTA, Tesserae Gentilitiae, op. cit., pag. 656.
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IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO 367
e gli abitanti delle campagne si trovarono in balia della nobiltà.
Era allora Prefetto Manfredi Da Vico il quale, ghibellino puris-
simo, nulla tralasciò per estendere il proprio dominio sia pre-
dando, sia ottenendo dall'Impero e dalle città ghibelline nuovi
titoli e nuovi diritti.’
Morto Manfredi, circa nel 1837, gli successe il figlio Giovanni
il quale, fattosi Signore di Viterbo, ottenne di essere nominato da
Lodovico il Bavaro suo vicario nel patrimonio di Tuscia, riu-
scendo in tal modo ad allargare enormemente la sua già vasta
dominazione. E sarebbe forse arrivato anche a Roma se improv-
visamente non fosse sorto Cola di Rienzi (1347), il potente tri-
buno eletto dal popolo, al quale Giovanni Prefetto si sottomise
solo dopo lunga ed accanita resistenza.? Caduto Cola (15 dicem-
bre 1347), Giovanni si sentì più libero nel patrimonio il quale
ubbidì a lui (1850-1353) eccettuato Montefiascone, Bolsena ed
Acquapendente. *
Fu forse allora che il suo pensiero dovette correre alla for-
mazione di un Regno da erigersi sulle rovine dello Stato eccle-
siastico; tanto più che, per la crescente anarchia di Roma, non
pochi pensavano di dare la città al Prefetto * chiamandolo a
Roma.
Ma ciò non fu che un sogno, perchè la potenza del Prefetto
cominciò invece a declinare causa la venuta in Italia del cardi-
nale Egidio Albornoz, uomo fiero, energico e più militare che
religioso, il quale ben presto costrinse Giovanni a giurare pace,
fedeltà e sudditanza nelle sue mani (1854).?
1 Mantredi come Prefetto di Roma ebbe tanta importanza nella inco-
ronazione di Lodovico il Bavaro in San Pietro (17, 1. 1327) da essere stato
erroneamente ritenuto l’incoronatore dell'Imperatore (VILLANI, Cron., lib. X,
cap. 55; CALISSE, op. cit., pag. 65; GREGOROVIUS, op. cit., t. VI, pag. 171 e
da seg.) mentre una pergamena conservata nella Biblioteca univ. di Bologna
| si apprende che colui che incoronò l’Imperatore fu il Legato del Papa
(vedi R. Bibl. univ. Bologna, mss. capsula 1 X).
? Cron. Estense in R. Ital. Script., MuratORI, t. XV, pag. 489; GREGORO-
| VIUS, op. cit., t. VI, pag. 308.
° Bussi, St. di Viterbo, pag. 199.
* GREGOROVIUS, op. cit. t. VI, pag. 393.
° CALISSE, Op. cit., X, pag. 117.
368 IL SIGILLO DI GIOVANNI DA VICO
Con la calata in Italia di Carlo IV Imperatore, venuto a Roma
per essere incoronato, risorsero per poco le speranze del Prefetto,
il quale fu tosto al seguito dell'Imperatore partecipando a tutte
le cerimonie sontuose della incoronazione, ma poco gli giovò
questa mossa, che lo pose nuovamente nelle angustie di una
guerra interminabile coll’Albornoz e dopo alcuni anni, senza la-
sciare altre tracce di sè, morì ignoto e dimenticato.
Il Bussi! lo suppone morto per furia di popolo, ma mentre ciò
non è provato da alcun documento, egli avrebbe anche potuto
confondere con la fine del figlio di Giovanni Prefetto, ucciso in
Viterbo l’8 maggio 1387 ? appunto per furia di popolo. Certo Gio-
vanni morì nell’anno stesso in cui Papa Urbano V, sbarcando a
Corneto rendeva a Roma la sede della Corte pontificia.
Se, per concludere, consideriamo quanto sommariamente si è
visto fin qui della vita di Giovanni Da Vico, dovremo stabilire
che egli potè salire a grande potenza causa l'assenza del Ponte-
fice e che avendo ricevuto in retaggio dal padre una impresa
grandiosa appena iniziata, fece di tutto per portarla a compi-
mento, e fu solo il sistema tirannico di quei tempi che non per-
mise l'effettuazione dell’opera. Questo Prefetto, benchè. in mezzo
a continue lotte guerresche, dovette condurre tuttavia una vita
signorile, e le grandi ricchezze, il vastissimo dominio e le impor-
tantissime cariche da lui esercitate ne sono la prova più certa.
Fu Prefetto per circa 29 anni (1337-1366) e non solo merita di
essere chiamato il più illustre dei Da Vico, ma ancora di tutti 1
Prefetti di Roma.
Dal Calisse * abbiamo notizia che Giovanni usasse del presente
sigillo fino dal 1348, come si ha dalla compera da lui fatta il —
17 luglio 1348 del castello di Carcari dai Normandi di Roma;
mentre poi soppiamo che nel 1354 Giovanni Prefetto, in un trat- —
tato di accordo col Legato, fatto con solenne istrumento, pose |
il proprio sigillo accanto a quello del Legato stesso.® 5
ENEA GUALANDI.
! Bussi, op. cit.; pag. 201.
? Bussi, op. cit., pag. 214. A
® CALISSE, op. cit, X, pag. 855 e MuraTORI, Ann. d’It., t. VIII pag. 399.
‘Op. cit. X, pag. 80 e docum. n. 101.
° CALISSE, op. cit. X. pag. 110. Vita di Cola op. cit. II pag. 5.
it ddr
:
ORDINI CAVALLERESCHI
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
II.
Real y distinguida Orden de Carlos III.
A la muerte del Rey Fernando VI, de Ca-
stilla, cuyo reinado fué muy corto (de 1746
a 1759), pués su natural melancolia aumen-
tada considerablemente desde el fallecimento
de su esposa D.a Maria, hija del Rey de Por-
tugal, produjo un profundo abatimiento, que,
nì las distraciones de la Corte, nì la melodiosa
voz del cantor italiano Farinelli, pudieron di-
sipar, precipitaron el fin del Rey Fernando VI,
en Agosto de 1759, siendo llorado por la Na-
cion entera, que premiò con el mayor carifio
‘ las excepcionales condiciones de este monarca.
Sucediole en el Trono de Espaîa, por no haber
dejado aquel hijos, su hermano Carlos III,
que è la sazon era Rey de las Dos Sicilias,
desde donde vino, el cual instituyò alli bajo
ciertas condiciones una ilustre Orden de Caballeria con el titulo
y proteccion de San Genaro, Obispo. patron de la ciudad y Reino
. de Nàpoles. Tan luego vino à Espafia, sus primeros actos, fueron
encaminados à fomentar la Agricultura y à mejorar las costum-
bres. Reunié Cértes del Reino, y en ellas fué jurado Rey de
Espafa, y su hijo D. Carlos (IV), Principe de Asturias. Durante
su reinado firmò el tratado que lleva por nombre Pacto de Fa-
370 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
milia, hubo guerra en Espaîia con Inglaterra y Portugal, con los
moros argelinos, que infestaban la costa y acometian à Melilla y
Centa. Le ayudaron grandemente sus Ministros Consejeros Gri-
maldi, Esquilache, Floridablanca y Campomanes, arreglò la Ha-
cienda y estableciò el Banco de San Carlos y la Compania de
Filipinas, favoreciò la poblacion de Sierra Morena, construyò
edificios notables como la Casa Adriana, hoy Ministerio de
Hacienda, la de Correos, que ès el de la Gobernacion, Museo de
Pintura y Escultura, y otros muchos, como la puerta, en Madrid,
llamada de Alcala, fundò la Junta de Estado, que hoy se llama
Consejo de Ministros, dejò libre la circulaciòon de cereales en
Espana, aboliendo la tara de los granos, se crearon Sociedades
economicas de Amigos del Pais y florecieron las Bellas Artes
brillando Goya en la pintura, y Villanueva y Rodriguez en la
Arquitectura, entre otros varios no menos célebres.
En su reinado fué proclamada Patrona de Espania la Inma- 3
culada Concepcion; mandò empedrar y alumbrar las calles de Ma-
drid, poner canalones en los aleros de los tejados; poblò Sierra
Morena y creò los Positos, ademàs de otras reformas tan bene-
ficiosas que su reinado se considera como uno de los mas felices.
Por Real Decreto de 19 de Septiembre de 1771 y movido
S. M. de justa gratitud cuando en el mismo afio le dispensò el
Cielo el imponderable bien & que aspiraba su corazòn y los votos
unànimes de los pueblos que tan felizmente regia, habiéndose
dignado por su infinita misericordia concederle y à su muy
amada y cara esposa, por la primera vez la anhelada sucesion,
acrecentando la Real Familia con el nacimento de un Infante,
dispuso deJar à la posteridad un publico y permanente testimonio 3
de su profunda gratitud y reverencia al Altisimo, y de la justa
celebridad que le debiò tan dichoso acontecimiento, instituyendo
y formando, bajo la proteccion de Maria Santisima en su mi-
sterio de la Inmaculada Concepcion, cuyo especialisimo devoto
se gloriaba ser, y à la sombra de cuyo patrocinio puso sus vastos
dominios, una Real Orden, que denominò de Carlos Tercero, con
la cual meditaba condecorar & sujetos benémeritos afectos à su
persona, y que hubiesen acreditado celo y amor à su servicio, di-
stinguiendo asi il mérito y la virtud de losnobles, En esta reso-
ve e cu dc al ea.
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA SL
— lucion firme declarò y estableciò la Institucion de dicha Orden
en los términos y con las circunstancias, reglas y disposiciones
que se expresan en los Estatutos que entonces le diò, y que
posteriormente, no rigiendo algunos ya, hubo precisiòn de esta-
_ blecer varias reglas è medida que la òrden fué consolidàndose
| y tomando incremento, y pidiendo su estado algunas nuevas pro-
Videncias para que subsistiera y subsista con el decoro y ex-
| plendor que conviene; su hijo el Rey Carlos IV, resolviò, con-
servando lo oportuno de la primeras constituciones, alterar otras
y aîadir las necesarias, por Real decreto de 12 de Junio de 1804
| expedido en el Real sitio de Aranjuez, dictò otras nuevas que
.
%
a. e eri, Mt
_ constan de 60 articulos, en las que se define, el objeto y nombre
. de la Orden, reconocimiento perpetuo en ella como Patrona è
la Inmaculada Conception, declaràndose el Rey Jefe y Gran
| Maestre de la Orden, con el derecho inherente inabdicable de
_nombrar los Caballeros y Ministros de ella.
La Orden se compone de Caballeros Grandes Cruces, Comen-
dadores de numero, Comendadores ordinarios y de Caballeros.
. El namero de los primeros era de 60, el de Comendadores pen-
sionistas de 200 y el de Caballeros ilimitado. En la actualidad
es ilimitado tambien. Hay ademàs otra clase, la de Caballero
. Gran Cruz y collar. La edad para estos y la de Comendadores
ha de ser de 25 aîios cumplidos y 14 p.° la de Caballeros, de
cuya regla solo se exceptuan las Personas de la Familia Real y
los Soberanos y Principes y otras personas de Familia Real è
quienes tuviese el Rey por conveniente admitir en la Orden.
Las insignas de los Caballeros Grandes Cruces son banda de
| seda ancha, dividida en tres faJas ignales, la del centro blanca, y
las dos laterales de color azul celeste, terciada desde el hombro
derecho 4 la faltriquera izquierda uniendo sus extremos un lazo
| de einta angosta de la misma clase, de que pende la Cruz de la
Orden.
Esta és de oro, do ocho brazos iguales entre si, que rematam
| en otros tantos globos lisos; en sus contornos tiene unas fa]Jas
de esmalte blanco y en su centro llamas de azul: entre los
.brazos cuatro flores de lis de oro: sobrepuesto un escudo ova-
lado, su campo esmaltado de amarillo claro con refajas ama-
3792 ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA
rillas mas oscuras, y en la parte exterior una orla de esmalte
azul, colocada en él la imagen de la Concepciòn, de relieve, cuyo |
manto es esmaltado de azul con estrellas de plata, y la tunica .
y media luna blanca.
En el reverso tiene otro escudo sobre esmalte blanco, y el
centro de este la cifra de Carlos Tercero, con la inscripcion Vir-
tuti et mérito en su contorno, ambas de esmalte azul. Pende de
una corona 6 guirnalda de laurel, cincelada de oro solo, y colo-
cada en los dos globos superiores, en la cual enlazarà el anillo
por donde ha de pasar la cinta.
Asimismo han de llevar cosido sobre el costado izquierdo de
la levita, la venera correspondiente, que serà una Cruz de ocho
puntas con cuatro flores de lis entre sus brazos, bordada de
lentejuelas de plata: en su centro un évalo de la misma materia
con la imagen de la Concepcion, bordada de seda, y a los piés
de ésta, la cifra de Carlos tercero, con el lema Virtuti et mérito.
En las funciones de la Orden llevaraàn todos, el collar de esta
sobre los hombros, compuesto de eslabones de oro, con la cifra
de Carlos tercero, y al estremo la referida Cruz. Igualmente lo
llevaràn en la misma forma, en los dias de Capilla, los que con-
curriesen por sa calidad de Grandes de Espaîa.
‘Los Prelados y Eclesiàsticos recibidos en la Orden en calidad -
de Grandes Cruces, deben usar con el traje y adorno propio de |
su dignidad la Cruz 6 insignia de ella colgada al cuello, con
la cinta ancha correspondiente; pera siempre que vayan de corto, |
deberàn llevar la venera bordada de plata al lado izquierdo del
pecho sobre la levita, y tambien, usaràn de ella sobre el manto
6 capa. Las Ministros seculares de la Orden, y los demàs Caba-
lleros pensionistas, dò supernumerarios, llevaràn la insignia, segùn |
su categoria, y los Caballeros seculares Grandes-Cruces usaran, È
ademas, en las funciones solemnes de la Orden, el trage estable-
cido compuesto de manto de tercianela azul celeste cuajado de |
estrellas de hilo de plata, con su muceta y dos fajas que caeràn |
desde el cuello hasta los piés, de la misma tela y bordado del |
propio hilo tunica de tercianela blanca, guarnecida de fleco de |
seda azul y plata, cingulo de estas especies y calzon de seda
negra; sombrero liso con plumaje blanco, espadin de acero liso,
|
|
|
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 373
n° el collar en la forma acostumbrada. Los Prelados Grandes-
Cruces llevaràn en iguales ocasiones, sobre la vestidura propia
de su dignidad, la insignia pendiente de la cinta, como lo hacen
| diariamente. Los Eclesiàsticos que no fueren Prelados usaràn
sobre la sotana del manto, como los seculares de su clase, lle-
vando esteriormente sobre él la Cruz en la cinta ancha que le
corresponde, y los Ministros y demàs Caballeros seculares usaran
. del propio traje que los Grandes Cruces, con la respectiva di-
— ferencia del menor ancho en los bordados, y los que gozasen uni-
forme llevaran sobre éste el manto tunica y cingulo. Los ecle-
slasticos usaran de solo el manto sobre la sotaàna.
Por las constituciones XII à la XVI declarò incompatible
— las insignias de esta Orden, con las de la banda de San Genaro,
las militares de Santiago, Calatràva, Alcantara Montesa y San
Juan de Espaîa, de que hablaremos después, pero entendemos
que esta incompatibilidad, solo se refiere en cuanto al goce de
la pension que concedia 4 los Caballeros Grandes-Cruces y Co-
mendadores de numero. A los Grandes-Cruces concede el tratà-
| miento de Excelencia, con el goce de entradas en Palacio y los
demas honores que son consiguientes y à los demaàs Caballeros
| pensionistas y supernumerarios los mismos honores é iguales
— distinciones y prerrogativas que 4 los Caballeros de las cuatro
Ordenes militares y la de San Juan.
">
è
.
La pension que se les sefialoò fué de 4000 reales (mil pesetas),
a los Caballeros Pensionistas del fondo de 2 millones de reales
anuales establecido con autoridad Apostolica, en pensiones sobre
i las Mitras y Prebendas de los dominios de Espaîia y sobre las
Encomiendas de las Ordenes militares. Hace ya mucho tiempo
fueron abolidas las pensiones y en la actualidad se conceden
«las condecoraciones sin esta obencion. La Asamblea de la Orden
se compone: del Gran Canciller, que la preside en nombre del
Rey, de cuatro Caballeros Grandes-Cruces: de los Ministros de
la Orden, Secretario, Maestro de Ceremonias y Tesorero; del
Fiscal, Contador y de 4 caballeros (pensionistas). Se rene una
vez al més ò cuando las circumstancias lo exijan, en el Palacio
ì Real 6 en la residencia del Gran Canciller.
sala he
Se nt
El Gran Canciller es el principal Ministro de la Orden, y lo
374 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
serà siempre uno de los Prelados mas distinguidos del Reino.
Los demis Estatutos 6 constituciones hablan de las obliga-
ciones de cada uno de los cargos de las pruebas y espedientes
para ser recibidos en la Orden, ect., ect., abolidas aquellas y estos
actualmente, pues no se exigen à los que ahora se nombran. Los
collares é insignias para los Caballeros Grandes-cruces y Ministros
de la Orden se costeaban antes de los fondos de la misma.
Ahora cada cual los usa de su peculio, excepto è los extran-
geros que al hacerse la concesion se acompafîian con el Titùlo.
Hablan los restantes estatutos de la forma del juramento tra- |
mite de los exped. de nobleza, obbligaciones que contraen los
Caballeros, 6rden que deben guardar en las funciones religiosas |
y palatinas, de los empleados subalternos (Ugieres), distancias
que deben guardar tambien entre si, y de las Reales personas,
asi como de la placa que deben usar los Caballeros pensionistas.
(diametro y forma), sombrero, gola y zapatos, segun su clase.
respectiva. 3
Por letras apostolicas del Papa Clemente XIV, selladas con.
el sello de oro, expedidas è 21 de Febrero de 1772, tercero de
su pontificado, aprobò la creaciòon de la Orden de Carlos III,
sus estatutos 6 constituciones, y concediò al Rey de este nombre,
4 la vez, “que pudiera percibir anualmente la mitad, 6 tercera
“ parte, de los frutos de las encomiendas que en adelante va-o
“caren en las cuatro Ordenes militares de Santiago, Calatrava,
“ Alcantara y Montesa; y tambien (precediendo el dictamen de
“ varones Eclesiasticos), alguna parte de los frutos de las Iglesias:
“ Metropolitanas 6 Catédrales, como asimismo de las dignidades.
“y Prevendas que no tengan aneja cura de almas, y de otros.
“ Beneficios simples que existan en los Reinos y dominios espa-.
“ fioles y que se hayan de proveer à su nominacion y presen-
“taciòn, como no se hallen ya gravadas con otras pensiones,.
“en toda la tercera parte de sus frutos, y puedan resistir esta.
“nueva carga sin perjnicio de la cura de almas, del culto di-
“vino y socorro de los pobres; hasta que de todas estas rentas.
“anuales se llegue à juntar la suma anual de dos millones de
“reales (500,000 pesetas), para gastos y existencia de la misma
“ Orden. , :
i me
TEO AZ AO
ia dà
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 375
Ya hemos dicho que actualmente no se conceden pensiones y
desde hace ya mucho tiempo. Los bienes que tenia la Iglesia,
el Clero, las Ordenes militares y las de otras varias corpora-
| tiones fueron vendidos por las leyes desamortizadoras del Reino
de Espaîa, y al no contar con bienes propios las concesiones
que desde entonces se han hecho lo han sido sin el disfrute de
pension.
. Concediò dicho Papa Clemente XIV, varias gracias y pre-
rogativas aà todos los Caballeros de la Orden. asi como el Papa
Pio VI, concediò privilegio de ànima al altar dedicado è la Con-
‘cepcion de Nuestra Sefiora, en la Iglesia de San Gil de Madrid,
por letras apostòlicas de 9 de Diciembre de 1783, noveno de su
pontificado, privilegio con otros muchos, que ya habia concedido
su antecesor el citado Clemente XIV.
Posteriormente se han dictado varias disposiciones por el
transcurso del tiempo, usos y costumbres, y encaminadas & co-
rregir algunas corruptelas ò abusos, reglas para la concesion de
la Orden y ascenso en ella, asi como la Tarifa de los derechos
de concesion, que ingresan integros en el Tesoro publico en la
misma forma que se verifica con los demàs productos de los
ramos administrados por el Ministerio de Estado (Negocios
extrangeros. !
1 Tàrifa de los derechos de expedicion de Titulos de Carlos III, Isabel
la Catolica y Maria Luisa:
Pesetas
Collar RO dp ca ae 2000
TATTO ZO BDANAA a, > 4 441,900
Comendador de numero. . . . . .. . 1,000
Uomendgdorcotdinario << 1 vos e a Li (50
denied 500
Libres de Gastos.
Pesetas
a Rn a e 100
frenseraz'o. Banda bare ta 00
Uomendador'de numero .tii: i. 0 1900
Cemsidador-ordinsriolei a (ea a 4 200
Gaballero. cs. SOLO)
Con arreglo 4 los &rticulos 15 y 14 del Reglamento para la ejecuciòn
de la Ley de Presupuestos del 1859, los interesados satisfaràn los derechos
376 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
correspondientes en la oficina de Hacienda de la provincia que se sirven
designar 6 en la de Madrid. Lu Direccion general de contribuciones podrà
prorrogar el plazo de pago por 3 meses màs, debiendo abonarse en esto caso
el 5 °/, de demora. Hoy se pagan los derechos en papel de pagos al Estado
que llena y devuelve su mitad superior 4 los interesados el Negociado de
Cruces del Ministerio de Estado.
La misma tramitacion ha de seguirse para el pago de derechos por
las autorizaciones que se expidan (Regium exequatur) para usar Cruces de
Ordenes extrangeras, y los que en tal concepto han de abonarse son:
Pesetas
Por una Gran. Cruz:. fi € Rea
id; Encomienda.;;.... <A
si Cruz de Caballero |. Rea
Conforme à la dispuesto en los articulos 22 y 23 de la vigente Ley de
Timbre, los Titùlos de Collar, Gran Cruz, y Banda, y autorizacion para usar
Cruces extrangeras, llevaràn un sello de 100 pesetas, de 75 los de Comen-
dadores, y de 50 los de Caballeros.
(Continuard).
PABLO VALLES Y CARRILLO.
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sg mato con ragione che la pa-
sn rola ex-libris non si applica
> (I7IEZ= AE i
SN CEN Saggi soltanto a quei foglietti posti
mo NI]
eni nell'interno dei cartoni dei
SM libri, ma anche ai ferri im-
{ pressi sul dorso dei volumi
si quando ne indicano il pro-
fl prietario.
Quello che presentiamo ai
g\ nostri lettori è forse un esem-
| plare, unico perchè posto
sopra un volume di dedica.
Nelle sue memorie! Franklyn dice la sua famiglia oriunda
dal villaggio di Ecton nel Northamptonshire dove i suoi ante-
nati da oltre trecento anni erano piccoli possidenti.
Una nobile famiglia del cognome Franklyn fiorì nella contea
di Hertfort e il suo stemma ha molta analogia con quello del-
l'illustre uomo di stato americano, cioè la banda caricata di tre
delfini, mentre nello stemma di Beniamino se ne vede uno solo
accostato da due pappagalli. — Cimiero: una pigna fogliata al
naturale. Il campo dello scudo è d’argento, la banda è rossa al-
meno a giudicare dalla punteggiatura del ferro. I Franklyn di
Hertfort portavano invece il campo d’oro e la banda d’azzurro.
i CamiLLo BRUNETTI.
1 Mémoires sur la vie de Benjamin Franklyn, Paris, 1828, Renouard, in-18.
Rivista del Collegio Araldico (giugno 1904). 24
EX=LIBRIS de Norreys-de Longjumeau
Coupé de deux: au premier de Longjumeau-Valois-Angoulème
qui est, parti; au 1°" d'argent semé de trefles de sinople au naturel,
|
en chef deux croix de Saint-Antoine de gueules, en pointe deux |
perroquets affrontés de sinople au naturel une aile eployée, béc-
qués et membrés de gueules qui est de Longjumeau seigneurial
(Francois I°). Au 2° d’azur a trois fleurs de lis d'or pour Valois,
au lambel a 3 pendants d’argent brisure, Orléans, chacun chargé
d’un croissant de gueules pour Angoulème, portés ainsi depuis le
mariage de 1512 de la princesse Souveraine de Valois, légitimée —
de France, avec le Seigneur et Baron de Longjumeau.
Au deuxième du coupé: d’Anjou, qui est, parti au 1°" de France,
au 2° de Normandie-Acquitaine.
Pour les princesses: Anne et Elgonore d’Anjou et Jeanne de
Valois, 4°, 5° et 7° aieules de Henry de Norreys ainsi que pour |
Isabelle de France sa 9° aieule. |
Sur le tout: de Norreys-Bretagne ainsi porté depuis le ma-
riage d'Emme fille d’Allain duc de Bretagne, avec Ivon vicomte
de Coutance père de Nigel Baron de Halton, cousin de Hugues
comte d’Avranche, neveu du roy Guillaume, pere de Richard
Sire de Norreys qualifié chevalier 1093. A la téte de toute la
ligne des Barons de Norreys.
Ces armoiries se blasonnent: parti; au premier pour Norreys |
qui est, écartelé au 1° et 4° d’argent plein, au 2° et 3° de gueules, |
une devise d’azur brochant en fasce sur le tout, les quartiers de
gueules chargés d’un fret d’or de trois traits, au deuxième du
parti d’hermine pour Bretagne duché souverain.
! Voir pages 31, 87-8, 132, 174, 187 de l’Inventaires des titres dans le ca-
talogue de la Bibliothèque historique de Norreys et Longjumeau, in-8,
237 pages 1900, et les Alliances directes, in-folio, 64 pages et les numéros
d’Avril et novembre 1903 de.la Revue du College Héraldique de Rome.
cela. ele)
ii \
VYv|*
RE
EX-LIBRIS 379
Tenants: Dextre, un chevalier armé de toutes pièces, du temps
des Croisades, auxquelles de nombreux chevaliers de la Maison
des Sires de Norreys assistèrent. Senestre, un autre, du temps
des tournois du xv° siècle et du camp du drap d’or où des Ba-
rons de Norreys brillèrent).
Chacun portant le bouclier et la bannière de Norreys.
Cimier: l’aigle éployée (venant du mariage de Henry I de
Norreys avec la dernière descendante et heritière d’une branche
de l’ancienne maison d’Anjou, comtes d’Angers, les Erneys, du
pays de Cinglays en Normandie
Casque de Baron Souverain, prince par definition d’état; cou-
ronne de comte. Issant l’ancien cimier de Norreys.
Sur le manteau la couronne fermée de quatre montants fleur-
delisés, comme princes issus du sang royal, autant pour Nor-
reys, que pour Longjumeau:
Devises: pour Norreys “ Loyalement je sers , inscrit sur les
vitraux du Chàteau de Bray dans la famille dès 1200, et, aut fer
aut feri, ne feriare feri, prise au camp du drap d'or;
pour Longjumeau: divise, Stc fortes nominantur.
Le blason patronymique des seigneurs de Longjumeau était
autre avant la décision du Roy, qui conférait des armoiries au
fief qu'il attribuait è la famille de son beau frère et son
neveu pour ses fils nés ou è naître, ce blason territorial fut
porté encore après le démembrement baronial en Commune, et
cela officiellement sur les pièces administratives au timbre de
la mairie et composant la bannière que l’on sortait en téte des
cortèéges dans les fétes de la localité.
Entre parenthèse on peut dire, que, pour des raisons de fan-
taisie on a récemment altéré, contre les règles héraldiques, la
disposition de ces armoiries concedées par Francois I° tout en
conservant les pièces principales; mais la famille n’a pas è en-
trer dans ces détails et suivre ces errements, pas plus que dans
les changements de l’orthographe du nom de lieu qui a aussi
subi sa transformation.
Pour en revenir aux anciennes armoiries des chevaliers du
nom de Gaillart, seigneurs et barons de Longjumeau, avant
cet édit de Francois I°, les remplacant par des attributs de son
380 EX-LIBRIS
choix pour les seigneurs du fief réputé baronnie de coutume dès $
la féodalité. SRI
Elles se blasonnent ainsi: d’azur à la fasce d’or chargée d'un
coeur de gueules, en chef une fleur de lis d’or accompagnée de. i
deux molettes de chevalier aussi d’or (que de certains prennent,
à tort, pour des étoiles) en pointe un croissant d’argent qui n'a
aucune corrélation avec le chef, concession royale pour Michel |
baron de Longjumeau, en sa qualité de chevalier militaire et. |
civil. fino
Il avait débuté dans les armes; se distingua è la bataille de |.
Monthlery en 1465, et à celle de Nancy etc. et fut créé che- P
valier de l’ordre du roi, par Louis XII en mars 1498, pour lequel
il fallait prouver quatre quartiers de noblesse et n’étaient qu’'au b
nombre de 25 y compris le roy. È
Ce gentilhomme finit sa longue carrière, car il servit sous
quatre rois: Charles VII, Louis XI, Charles VIII, Louis XII,
comme général des finances, charge noble qu'il détenait de-
puis 1474. i
Les titulaires étaient qualifiés de chevalier, avaient l’honneur —
de saluer le roy, ils étalent du corps des compagnies souveraines, I
exempts des logements de guerre et des gens de cour, ils mar- î
chaient avant les seigneurs de la Chambre des comptes, étaient, 3
décorés d’une chaîne d’or au cou et avaient le droit, avec
leurs femmes et filles de se vétir de damas, de soie et de ve-
lours. |
Cette charge conférait la noblesse héréditaire pour ceux qui |
n’avaient pas encore le droit comme eux de posséder fiefs no-
bles et de francs alleuds. 3
Pour la fleur de lis en chef, elle fut concédée par Louis XI
de méme qu’aux Médicis, pour leur chef par ce méme souverain. b
Les lettres royales è son amé et féal conseiller et maître |
d’hòtel son ambassadeur et mandataire auprès du duc de Milan i
en 1472. Bet | 4
Ce grand officier de la couronne était, dès 1478, capitaine È
général et grand patron des .galères de France, amiral de Pro- dI
vence et du Levan, sa juridiction s’étendait sur toute la Médi- È
terranée. 3
| EX-LIBRIS 381
Capitaine d’Aigues-Mortes, il commandait sur la còte jusqu'à
Toulon. Il s'était démis le 24 aoùt 1479 de son gouvernement
de Chauny, Chatellenie et Ville royale.
Ses charges avaient été du reste nombreuses il avait touché
3000 livres par an, comme maître de la Chambre des comptes
et 25,000 comme fermier des greniers è sel.
Il présidait les Ktats du Languedoc en avril et mai 1476.
On le voit avec le Roy dans plus de vingt Conseils de 1484
a 1485. Il fut conseiller au grand Conseil. Qualifié dans le procès
de la Reyne Jeanne en 1498, è Amboise, de “ Nobili et gene-
| rosus vir, Dominus, Miles. ,,
Ce chevalier dénommé également général, dans les actes du
| temps, fut seigneur de Longjumeau, de Chilly, de Villemourans,
de Villermont, de Saint-Michel, etc. et père de Michel II du nom,
selgneur et baron de Longjumeau également chevalier de l’ordre
du Roy, premier gentilhomme de sa chambre et pannetier de
France qui épousa en 1512 la princesse Souveraine de Valois.
C'est par ce mariage que les fleurs de lis royales entrèrent par
écartelure dans les armes seigneuriales de la famille après en
| avoir été une surcharge d’honneur pour le blason patronymique.
Il ne faut jamais étre ignorant des details historiques de la
formation des armoiries, l’origine d'un blason est toujours è re-
chercher pour le blasonner et les détails sur la noblesse des per-
sonnages qui ont obtenu ces honneurs est presque un compléè-
ment nécessaire.
Baron D’HELTUNE
Historiographe-Héraldiste.
LIBRO D’ORO PONTIFICIO
MERRY DEL VAL
Il cognome Merry non è sconosciuto in Italia perchè fu reso
chiaro nella seconda metà del secolo xvi da un accademico della.
Crusca, Robert Merry nato a Londra nel 1755 morto a Baltimora
nel 1798, già ufficiale della guardia del re; autore di varie rac-
colte poetiche e produzioni drammatiche. Era nipote, ex-patre, di
Robert Merry capitano di marina uno dei fondatori della Com-
pagnia della baia di Hudson, esploratore del mar glaciale dove
un'isola porta il suo nome. |
Il segretario di Stato di S. S. è figlio dell’ambasciatore illustre
che per tanti anni rappresentò la sua patria, la Spagna, presso
il Santo Padre Leone XIII, ma gli antenati suoi stabiliti moder-
namente in Ispagna furono irlandesi e devono la loro illustra-
zione al matrimonio contratto dall’avo del card. Raffaele con una
donzella di antica stirpe aragonese resa chiara dal martirio del
Beato Domenico del Val vittima dei giudei di Zaragoza il 31 ago-
sto 1250.
Questa famiglia oriunda da Barbastro di Huesca è ricordata.
dal re d’armi di Carlo II, D. Alfonso de Guerra y Villegas dal
cronista Baîios, da Juan de Mendoza e da Diego di Urbina come
pure dal celebre Zurita.
Fortun Garcés del Val fu ricohombre di Aragona e viveva
nel 1094. D. Pedro del Val prese parte alla celebre battaglia
de las Navas de Tolosa; (1212) da lui discesero quel D. Andrea j
del Val che vuolsi stipite della famiglia omonima francese, e altro
D. Pedro del Val provveditore generale della gente di guerra d’Ara-
gona (1505), Francesco del Val arcivescovo in Sardegna (1595),
Pedro del Val capitano illustre conquistatore di Cuenca. Antonio |.
i
liti ia an A n i LA
MERRY DEL VAL 383
del Val che combattè contro i protestanti sotto le bandiere di
Carlo V.
Anche la famiglia Zulueta alla quale appartiene l’Eccma si-
gnora Donna Sofia Josefa de Zulueta de Merry del Val madre
di Sua Eminenza, discende da nobile famiglia di Viscaya oriunda
da Oîate.
I fratelli Domingo e Gaspar de Zulueta assistettero col re
Ramiro I alla battaglia di Abelda. Questa famiglia è lodata dal
cronista Juan de Mendoza re d’armi di Filippo IV e di Carlo II
che descrisse il suo stemma spaccato nel primo d’azzurro all’aquila
nera seminata di ferite di rosso; nel secondo d’argento al lupo
di nero, bordura rossa con tredici conchiglie d’oro.
D. Pedro Juan de Zulueta bisavolo del cardinale fu presidente
delle Cortes spagnole nel 1823 e nel 1847 fu creato conte di
Torre Diaz.
.. Lo Stemma dei del Val è d’oro alla croce di rosso accantonata
da quattro stelle (a quattro punte) d’azzurro. L’Emo cardinale
Raffaele Merry del Val y Zulueta usa il semplice stemma patro-
nimico del cognome Merry cioè: d’argento alla banda di rosso
caricata di tre losanghe d’oro.
UGo ORLANDINI.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Licur6o CAPPELLETTI - Storia degli Ordini cavallereschi. Livorno 1904, Giusti,
in-12° con incisioni.
Elegante la forma, ottima l’intenzione, forbito lo stile, ma diciamolo
francamente, molto deficiente il resto e non all’altezza dei meritamente
lodati lavori del medesimo A. Anzitutto il titolo stesso del libro non è in
rapporto col medesimo, perchè Manuale, tutt'al più avrebbe dovuto intitolarsi,
e non Storia degli Ordini cavallereschi. E poichè parliamo del titolo aggiun-
giamo che a prima vista si scorge l’incisione di una croce che vorrebbe
essere di Malta, ed è stata delucidata dalla croce, la sola sbagliata che si trova
nell’Armoiries et Décorations di Martin, Montalbo e Richebé (Paris, 1896).
L’A. chiama Sacro Militare, l'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro,
mentre non è più nè Sacro nè Militare sin da quando venne ridotto ad
una decorazione al merito civile, militare e magari industriale. i
L'Ordine del Cristo di Portogallo non è mai stato sormontato da corona |
reale, riservata soltanto all'ordine omonimo pontificio, mentre quello è tim-
brato dal Sacro Cuore. Cosa completamente omessa dall'A. — Gli Ordini
di Hawai sono posti fra quelli ancora esistenti, mentre la buonanima di
re David Kalakaua riposa nella pace del suo sepolcro ed al suo regno fu
sostituita una repubblica sotto il protettorato degli Stati Uniti. Viceversa
poi l'A. mette fra gli ordini estinti quelli, che riconosciuti ufficialmente da |
quasi tutte le nazioni, hanno il torto di non esserlo in Italia. In questo egli —
è più severo dello stesso Almanacco Reale che annovera tali ordini (Costan-
tiniano, Santo Stefano, ecc.) fra quelli che si conferiscono raramente. Non
parliamo poi degli ordini estinti, il cui numero è assai meschino in rap-
porto ai moltissimi che hanno esistito. Anche ra gli ordini esistenti non
mancano le omissioni come l’Ordine del Merito Agricolo di Francia; l’Or-
dine di Leopoldo II del Belgio; gli Ordini di Alfonso XII, di Alfonso XIII
e di Maria Cristina di Spagna, ecc. Come l'A. ha dato la descrizione delle
medaglie d’Italia e di altre decorazioni simili di Sassonia, di Lippe, di
Reuss, di Schwarzburg Rumania, ecc. le quali quantunque foggiate a.croce
non sono che medaglie; avrebbe potuto parlare anche delle altre medaglie di
Monaco, d’ Inghilterra, di San Marino (che è una vera decorazione divisa
in 8 classi), ecc. Finalmente, mentre la Rivista Bibliografica, contiene pic-
cole monografie moderne di nessun valore, sono dimenticate la magistrale
Chronique des Ordres de Chevalerie del Schiilze e tante altre opere. Deploriamo
[S
NOTE BIBLIOGRAFICHE 385
. di rilevare queste mende, che il chiar. A. avrebbe potuto evitare con una mag-
giore preparazione, per rendere il libro degno degli altri pregevolissimi suoi
lavori, perchè una pubblicazione che non reca nuove luci sull'argomento
riesce inutile specie quando ve ne sono altre più complete e più esatte.
PHILIPPE TIERSONNIER, Une charte de Louis Ie comte de Clermont, sire de Bourbon
(22 mars 1320 vieux style). Moulins, 1904. Auclaire, in-8°.
Illustrazione di un antico documento che offre qualche interesse per la
storia del Bourbonnais dando dettagli inediti sulla tomba di Agnese di
Bourbon contessa d’Artois, figlia di Archembaud VII de Dampierre. L’A.
prende argomento per parlare con molta erudizione dei diversi personaggi
ricordati nel documento e particolarmente sopra Thierry d’Hirecon noto
per essere uno dei grandi agricoltori del xrv secolo e che fattosi prete divenne
vescovo di Arras nel 1328.
Heraldisch-Genealogische Blitter fiir adelige und biirgerliche Geschlerhter. Bam-
berg. Aprile 1904, 1° fasc.
Un saluto a questa nuova pubblicazione redatta dall’egregio signor
. Teodoro von Kohlhagen di Bamberg. Tale Rivista riccamente illustrata
| offre interesse agli studiosi delle cose araldiche perchè non si occupa esclu-
sivamente della nobiltà ma anche delle famiglie borghesi. Il primo fascicolo
che abbiamo sott'occhio contiene, fra le altre cose interessanti, una illu-
| strazione del sepolcro di Giovanni Filippo von Gepsatel principe vescovo
di Bamberg del xvi secolo, ed articoli di sfragistica, genealogia, ex-libris, ecc.
I. B. RiestAP, Armoiries des familles contenues dans l’Armorial Général, publiées
par F. Bender et Rolland è Paris.
Dans notre numéro de février 1904, pages 123 à 125 nous avons con-
sacre un long article aux trois premiers fascicules de cette publication. La
— quatrièéme qui vient de paraitre, reproduit 896 blasons et confirme toutes
les promesses du debut. Comme nous l’annoncions aussi, MM. Bender et
Rolland ont publié le premier fascicule, de 84 pages du Supplément à l'Ar-
morial Général de Rietstap; imprime sur beau papier en caractères neufs, il
est splendidement illustré de gracieuses compositions en taille douce; armoi-
ries compléètes avec supports et lambrequins, ex-libris, etc., au total 256 sujets
dont plusieurs occupent une page entière. Comme le disent les auteurs dans
E leur préface, ce Supplément comprend trois categories: 1"° l’enregistrement
des armoiries des familles omises par Riestap: 2"° les additions; 3"° les
| rectifications À faire au dit Rietstap; il est suivi d’un Appendice donnant des
| notices plus detaillées sur les familles. (Comte de MoxtaLBO).
li
QUESITI ARALDICI
RISPOSTE.
(Vedi numeri precedenti).
37° (A. Zanon, G. de Isola. Risposta ad A. Gheno). Il signor A. Gheno,
come apparisce dalle sue osservazioni a G. de Isola, sembra non abbia prestato
troppa attenzione alla mia dissertazione: Sul creduto stemma gentilizio degli —
Ezzelini, che vide la prima volta la luce nel Giornale Araldico-Genealogico-
Diplomatico della R. Accademia araldica italiana, anno XXIV, n. 1-2-3,
Bari, 1896, pubblicato in edizione a parte coi tipi dello stesso giornale. Sicu-
ramente egli non conosce il discorso che, sulla questione dello stemma
degli Ezzelini, tenne all’Z. R. Accademia araldica. Adler di Vienna il prof.
dott. H. von Schullern, il quale approvando pienamente le mie conclusioni,
si compiacque chiamare il mio studio una sorprendente scoperta. Un sunto
di detto discorso vide la luce nel n. 191, IV Bd., N. 11, novembre 1896 del
Monatsblatt der K. K. Heraldischen Gesellschaft Adler. Il signor A. Gheno
non ha veduto certamente nei numeri 11. 12 del Giornale araldico i giu-
dizi che della mia dissertazione diedero alcuni illustri araldisti e i più dotti
cultori di storia padovana; giudizi questi ultimi che hanno un particolare
interesse, perchè di persone competentissime di storia padovana, e che hanno
tutto l’interesse di aver prove sicure sull’autenticità dello stemma in que-
stione. Basti per tutti il giudizio dell’illustre Andrea Gloria che mi scriveva
il 81 agosto 1896: trovo nell’opuscolo sostenuta la conclusione con tanta giusta
critica, ond’io l’approvo pienamente.
E così al Gheno sfuggi la brillante e lunga difesa del mio studio
che, pure nei numeri 11, 12, a pag. 373 e seg. del medesimo Giornale aral-
dico, scrisse il nob. cav. prof. G. di Crollalanza, la cui somma competenza
in materia araldica è indiscutibilmente riconosciuta in Italia ‘e all’estero.
In detto articolo si trova la risposta a tutte le sue osservazioni a G. de
Isola.
Asserisce il signor A. Gheno che /o stemma già murato nella loggia del —
castello di Padova, ed ora esistente in quel civico museo, sia non uguale, ma sì- —
mile a quello di re Lodovico. Differenza sostanziale il colore delle fascie, argento
e rosso nell’arma ungherese, e verdi ed oro nell’ezzeliniana, come dice il Verci |
sulla fede del pseudo Cortelerio.
ST
ai tei “tica
QUESITI ARALDICI 387
Nella mia dissertazione ho già dimostrato che il pseudo Cortelerio non
è altri che Alessandro Carriero morto nel 1626, e chi primo indicò i colori
della pretesa arma ezzeliniana, visse oltre due secoli dopo l’erezione della
medesima. Se in origine, come allora si usava costantemente e come è da
ritenersi, l’arma stessa fu colorita, i colori, dopo sì lungo periodo di tempo
esposti continuamente al sole e alle intemperie, dovevano essere, se non
scomparsi totalmente, ridotti però a tale condizione da non poterli con
sicurezza determinare.
Mi sono recato in questi giorni a Padova, ed ho rilevato che realmente
sullo stemma esistente oggi nel Museo civico, non vi è traccia alcuna di co-
lore; e i colori erano totalmente scomparsi anche ai tempi del Verci (1779)
il quale prestando fede al pseudo Cortelerio, li indicava di giallo e di verde.
Non mi occupo della famiglia da Onara o meglio Donara di Ferrara, perchè
l’usare nello stemma le fascie di verde o d’oro non è argomento sufficiente
a provare che essa discendeva dagli Ezzelini e che questi dovevano usare
| appunto quello stesso stemma.
asti i ta |
Non è poi avvalorata da nessuna prova l’asserzione che Ezzelino il Balbo
militò in Terrasanta sotto le insegne dì Arrigo VII re di Francia e avrebbe
quindi potuto ottenere il privilegio di aggiungere i gigli al suo stemma.
Provare che il cimiero dello struzzo sia stato assolutamente speciale agli
antichi re d'Ungheria, come pretenderebbe il signor A. Gheno, è impossibile.
Si potrebbe in questo caso pure pretendere che i cimieri dell’aquila, del
leone, del cane, del cavallo, del liocorno, del semivolo, ecc., se usati da una
famiglia non potessero comparire sopra lo stemma di un’ altra. Non sarebbe
però troppo arrischiato l’asserire che lo struzzo fosse speciale agli antichi
re d’Ungheria, tenuto conto dei caratteri che distinguono dagli altri questo
cimiero. Nella mia dissertazione ho provato che, appunto per favori o pri-
vilegi ricevuti da Luigi il Grande, molte famiglie magiare e molte città
ungheresi usavano ed usano col cimiero dello struzzo, avente nel becco un
ferro da cavallo, l'arma partita, nel 1° fasciato d’argento e di rosso di otto
pezzi, nel 2° d’azzurro, seminato di gigli d’oro. Basta qui ripetere soltanto
lo stemma del comitato di Besztercze-Naszéd, composto del 1876 mediante
due scudi accollati, posti sotto la corona d’ Ungheria. Non mi occupo dello
scudo di sinistra, che rappresenta il distretto di Naszòd e che rimonta sol-
tanto all'anno 1861, ma di quello di destra, che rappresenta il distretto di
Bistritz (Besztercze), rimonta al secolo xiv, ed è appunto una concessione
di Lodovico il Grande, che accordò privilegi agli abitanti di esso. Tale
stemma è l’esatta riproduzione della pretesa arma ezzeliniana.
Nuove indiscutibili prove che l’arma del castello di Padova è quella del
re Luigi il Grande d’Ungheria, le trovo in un pregiatissimo studio di Fer-
nand Mazerolle, archivista della Monnaie di Parigi e direttore della Corres-
pondance historique et archéologique, stadio che non vide la luce che dopo la
pubblicazione della mia dissertazione. Il dotto autore descrive un vase oriental
388 QUESITI ARALDICI
en porcelaine, orné d'une monture d’orfèvrerie du XIV? siècle, vaso che appar-
tenne a Luigi il Grande re d'Ungheria. Quali sono le armi figurate su dos]
vaso? L’un des deux ecussons qui décorent le couvercle, est aux armes de France
ancien, parties de Hongrie; il est timbré d’un casque couronné, garni d'un vol
fleurdelisé, componé de Hongrie; comme cimier, une téte d’autruche surmontée
d'une couronne entre deux plumes; l’autruche tient dans son bec un fer à cheval.
Osserva il Mazerolle che la monture en orfèvrerie de ce vase date de la
fin du XIV siècle, ce qui nous est confirmé par la présence des écussons. L’un
de ceux-ci, dont le cimier est très caractéristique — une téte d’autruche tenant È; b
sà
un fer à cheval dans son bec — est le blason de Louis le Grand, roi de Hongrie —
(1326-1382). I i
Nota poi che nel tesoro d’Aix-la-Chapelle sono conservati più lavori di
oreficeria che provengono dalla cappella di quel re; elles sont toutes à ses.
armes, presque toutes avec le méme embléme, ARRE tenant un fer à cheval
00
dans son bec. È:
Se, come osserva il Mazerolle, la montatura in orificeria, decorata di
O
stemmi, permette di riportare il vaso di porcellana a prima del 1882, epoca |
della morte del re Luigi, devesi parimenti riportare a prima di quell’anno |.
lo stemma del castello di Padova; trova quindi sempre maggiore ap-.
poggio la mia osservazione che quell’arma deve essere stata ivi murata
intorno al 1373. «i
In quanto all’asserzione che non sono assolutamente certe le ragioni arti-
stiche da me sostenute, poichè monumenti di quello stile non sono difficili.
rinvenirsi nel Veneto eziandio nel secolo XITI, ritengo invece che monumenti di |
quello stile non si trovino assolutamente nel secolo xIII, e tanto meno nella È
prima metà del secolo stesso. A
All’altra osservazione che io abbia sorvolato su di una circostanza
gravissima, cioè che la medesima arma trovasi ripetuta nella sommità
della torre costruita da Ezzelino III, prego il signor A. Gheno di leggere più
attentamente la mia dissertazione ove ho osservato, come non sia possibile
che sia rimasto uno, anzi due di questi stemmi nel castello di Padova, nel covo
principale della tirannide di Ezzelino.
Non discuto l'osservazione, che non mi riguarda, che cioè una memoria —
onoraria piuttosto che nell'interno di un castello, avrebbe trovato posto E
più conveniente nelle loggie del salone o nella reggia carrarese. Noto sola- a
mente che Francesco da Carrara ebbe i maggiori favori da Luigi il Grande —
appunto quando era in guerra coi Veneziani e stava riedificando il castello;
su questo, a preferenza di qualunque altro edificio, avrà egli creduto di
collocare la memoria onoraria del suo illustre alleato, poichè appunto il ;
castello doveva servirgli, anche mercè i soccorsi avuti dal re, a fortificarsi —
contro quei nemici, che erano pure nemici di Luigi il Grande. — q
Noto poi che non solamente due, come ho accennato nella mia disser- È
tazione, ma tre di questi stemmi controversi erano nel castello di Padov ® 6
QUESITI ARALDICI 389
| esonolieto che il signor A. Gheno mi abbia dato occasione di completare
. in qualche maniera il mio lavoro e portarvi nuovi contributi per provare
. la verità del mio asserto. Difatti con l'aumentare degli stemmi nel castello
di Padova, aumenta pure la sicurezza che gli stemmi stessi non dovevano
È appartenere al tiranno che lo edificò, altrimenti non tutti sarebbero certo
| sfuggiti all’ira popolare quando il tiranno fu vinto e Padova si risollevò
dalle sue miserie.
Il Verci non vide che due di questi stemmi, quello da me riprodotto,
lla torre minore del castello stesso.
Il primo, rimosso dal suo posto, certamente prima del 1850, andò ad
9 incrementare la collezione di cose padovane del Piazza, e venduto poscia
ad un negoziante antiquario di Venezia, non si sa ove sia andato a finire.
Ko Il secondo stenama stava sulla torre minore, la quale, minacciando
| rovina, fu in parte atterrata nel 1807 e lo stemma passava in proprietà
. del conte Giovanni de Lazara, che lo fece murare nell’atrio del suo palazzo,
_ ora Giusti, a San Francesco. La nobile famiglia Malmignati, erede de Lazara,
È; nel 1874 faceva dono dello stemma al civico Museo di Padova, ove io ho
| potuto diligentemente esaminarlo e il chiarissimo prof. F. Cordenons assi-
| stente nel Museo stesso, me ne favorì un esatto disegno. Tutta la pietra misura
« m. 2 di altezza e m. 0,87 di larghezza.
| Questo stemma è la fedele riproduzione di quello pubblicato dal Verci
e da me riprodotto; sola differenza notabile è quella che lo struzzo non è
crestato come nel disegno del Verci, ma coronato, precisamente come nei
disegni dello stemma di Luigi il Grande re d'Ungheria, datici da F. Maze-
ira it
.rolle nella citata sua pubblicazione. Questo fatto mi fa anzi sospettare che
| anche nello stemma del Verci lo struzzo fosse coronato e non crestato,
quantunque quell’autore dichiari che lo ebbe diligentemente disegnato a
cura del celebre prof. ab. Domenico Cerato.
È L’epoca dello stemma si determina con tutta sicurezza dallo stile; però
Wa maggior mia garanzia ho voluto interrogare il prof. Cordenons, di grande
s È competenza in materia, il qnale mi scrive che lo stile di quei pochi ornati
. del nostro stemma, già creduto di Ezzelino, è appunto quello che era in voga
nella seconda metà del secolo XIV. Mancano a questo stemma gli ornati
| gotici entro i quali è racchiuso quello da me riprodotto; serve di contorno
È una semplice cornice, pure di stile gotico. Lo stesso prof. Cordenvus mi
“@ avverte che illustri e dotti ungheresi recatisi nel Museo civico, dichiararono
| spettare al re Luigi il Grande l’arma ivi murata.
| Quest’arma già collocata sopra la porta della torre minore, che serviva
d’ingresso al castello, m’induce a credere che la torre stessa sia stata eretta
«Le
| interamente da Francesco da Carrara.
LI
Il terzo stemma trovasi in prossimità della torre maggiore del castello,
in quei locali che ora servono ad uso di private abitazioni. E murato all’al-
390 QUESITI ARALDICI
tezza del primo ramo della scala scoperta ivi esistente, verso ponente, e
si vede benissimo anche dalla pubblica via.
Per poterlo considerare con maggiore diligenza ne ho eseguita la foto- È
grafia, e posso assicurare che la scoltura è dell’istessa epoca di quella dello —
stemma conservatoci dal Verci; ha la stessa forma pentagonale e i me-
desimi ornati, ma diversamente disposti. Variante notabile è l’arco gotico, —
che si apre sopra la testa dello struzzo; di differente disegno sono pure i |
capitelli gotici che sostengono l’arco. Dovetti concludere che lo stesso ar- |
tista che scolpi lo stemma conservatoci dal Verci, scolpì anche questo, ma È
con qualche variante nel disegno. Lo stemma è stato scalpellato, certa-
mente sul finire del secolo xvi, nell’infausto 1797, da mal consigliata |
ira repubblicana, sorte toccata a tanti altri monumenti, anche di somma |
importanza. L’atto vandalico si limitò solamente a fare scomparire le figure
araldiche, e cerchiamo quindi indarno il fasciato d’ Ungheria e il seminato —
di gigli; ma rimane la forma dello scudo, con l’elmo coronato e il cimiero —
dello struzzo col ferro da cavallo. di
Finalmente il signor A. Gheno, notato che Rolandino non dice che gli.
Ezzelini usassero per stemma l'aquila nera, ma bensi che un incontro dil
Ezzelino III col marchese d’Este Arzo VII nelle bandiere d’ambedue ve-
devasi l’aquila, e che a quel tempo le divise più che di famiglia erano
affatto personali, viene a concludere che quindi può darsì benissimo che taluno —
degli Ezzelini abbia usato le fascie e l’ultimo che assunse le pretese di vicario È
imperiale, l'aquila.
E accennando ad uno stemma d’ignoto con l’aquila nerain campo d’oro, |
che trovasi sopra un altare del Duomo di Bassano, quantunque eretto nel i
secolo xvI, suppone che sia ivi stato rinnovato da altro più antico per di-
mostrare l’antica giurisdizione di qualche famiglia della quale attualmente |
si è perduta ogni memoria. Che questa famiglia sia quella degli Ezzelini il
Gheno non lo dice, ma fa troppo chiaramente capire che vorrebbe venire 4
a questa conclusione. Egli poi non dispera în altro momento di poter provare,
per via diversa a quella del nobile signor Franceschetti, che l'arma di Ezzelino TIT
sia stata propriamente l'aquila imperiale, quantunque allo stato pela cose creda
che l'arma della famiglia sia quella delle fascie.
Io domando al signor A. Gheno come si possa ammettere che lo stemma.
dell’aquila possa fare la sua comparsa in una chiesa sopra un altare, se la:
famiglia che lo eresse usava l'insegna delle fascie? E come si può ammet-.
tere che le fascie s’innalzino invece sul castello di Padova, da chi proba-
bilmente avrebbe eretta l’aquila sull’altare e l'insegna dell'aquila usava, e
la usava in omaggio all'imperatore, dal quale aveva ricevuto tanti bene-
ficî, e pretendeva che i suoi partigiani usassero l'insegna imperiale?
E qui mi permetto chiudere con le parole stesse dell’illustre cav. Crol-
lalanza; tolte dal suo brillante articolo, citato in principio di questa risposta
Finchè argomenti critici di maggior polso non vengano ad invalidare il forte ra-
gionamento e le naturali conclusioni della tesi sostenuta dal Franceschetti noi
QUESITI ARALDICI 391
pensiamo coi dotti padovani, col valente araldista von Schullern, e con quanti
altri giudicarono il suo lavoro, che il nostro egregio collaboratore si è apposto al
| vero, attribuendo a Luigi d' Ungheria lo stemma fin qui creduto degli Ezzelini.
Este, maggio 1904.
F. FRANCESCHETTI.
Tutta la questione discussa fra i signori de Isola, nobile Franceschetti,
. A. Gheno, tende a determinare il vero stemma degli Ezzelini. Ma non è
% risolta, mentre è dimostrato che lo stemma del Castello di Padova è quello
dei Re di Ungheria della casa d'Angiò. Le osservazioni critiche del chia-
| rissimo Gheno furono mosse da considerazioni di qualche peso, come il
ata
ila:
î | vedere continuamente affermato dai diversi storici da oltre tre secoli, che
| il colore delle pezze dello stemma creduto degli Ezzelini era diverso da
| quello dei Re di Ungheria. Che non si comprende come in due, anzi in tre
| posti del castello di Padova venissero messi stemmi onorari e senza alcuna
| iscrizione. Che una famiglia ferrarese Donara o da Onara portava le fascie
‘verdi e d’oro. Che il cimiero dello struzzo col ferro da cavallo venne usato
da parecchie altre famiglie. Che ragioni artistiche possono convalidare l’an-
| tichità dello stemma.
Tutte buone ragioni che il sig. Gheno ha posto in campo, mosso dal
«desiderio di vedere fatta la luce sopra una questione tanto interessante. Ma,
ancorchè molti argomenti sembra militino a favore del preteso stemma
Ezzeliniano e vi siano non lievi contraddizioni che lasciarono giustamente
perplesso il Gheno, vi ha un argomento indiscutibile che risolve la que-
| :istione riguardo alla proprietà dello stemma del castello di Padova che
i indubbiamente appartenne ai Re di Ungheria. Ancorchè Arpo, provato sti-
È pite degli Ezzelini, fosse derivato dagli Arpadi e potesse averne continuato
lo stemma, che è una delle tante supposizioni che si affacciano, avrebbe
| «certamente usato le fascie ma non mai i gigli che vennero innestati a
quello stemma dopo il matrimonio di Maria con Carlo II d’Angiò Re di
Napoli ({ 1309)
Questa è la nostra opinione, pronti a ricrederci se i nuovi argomenti,
| <he il sig. Gheno ha intenzione di presentarci, verranno a scuoterla.
Nota della Direzione.
DOMANDE.
440 Se desea saber si el apellido de origen francés Mucton, tiene armas
y cuales son. M. B.
3 ì Ù DI
392
CRONACA
Nomine. — Il Santo Padre ha nominato camerieri segreti di spada e —
cappa soprannumerari il conte Antonio Giacinto Cagninacci e il marchese —
Alessandro Membrini di Ancona. i
— Il N. U. sig. Italo de Praetis di Urbivo è stato nominato cameriere
di onore di spada e cappa di S. S.
Onorificenze. — Ordine di San Gregorio Magno: Il sig. Giulio Cesare
Carletti è stato insignito del grado di cavaliere. si
— Ordine di San Silvestro: Il pittore tedesco Limbourg ha ottenuto il :
grado di cavaliere.
— Ordine di Francesco Giuseppe: (Austria): Mgr Pietro Gasparri, arci-
vescovo di Cesarea, segretario della Sacra Congregazione degli affari eccle-
siastici straordinari, è stato insignito della gran croce. È
— Ordine di Francesco I(Due Sicilie): Il nostro egregio collega ed amico —
cav. Paolo Pellot di Rethel ha ottenuto il grado di commendatore. Ral-
legramenti.
Varie. — Il Santo Padre ha mandato in dono al duca di Madrid un —
medaglione di grande dimensione (di 17 centimetri di diametro)rappresen- —
tante, la Vergine in mosaico bizantino d’oro ed a colori.
Il dono destinato alla duchessa di Madrid è un rosario in cristallo di
rocca ed in diamanti, montato in oro. I cinque grani complementari sono
preceduti da un medaglione recanti le armi ‘del Papa e da un secondo
medaglione sul quale è scolpita l’immagine della Vergine Immacolata,
patrona della Spagna. i
Udienza pontificia. — Il 17 corrente il Santo Padre si degnava rice-
vere S. E. Revma mons. Piavi Patriarca di Gerusalemme, Gran Maestro
del S. M. O. Geros. del Santo Sepolcro insieme ad una deputazione del-
l'Ordine stesso presieduta dal Balì di Roma conte Fabio Fani, Sua Santità —.
accoglieva con particolare benevolenza il Gran Maestro edi suoi cavalieri
e all'indirizzo del Balì rispondeva con nobili parole ricordando le glorie |
dell'Ordine e la missione che a nome della Santa Sede disimpegna il Patriarca è
Gran Maestro, e infine benediceva con grande effusione gl’intervenuti, le —
loro famiglie e l’intiero Ordine. La Santità Sua si mostrò pienamente sod- —
disfatta dello splendido Album finemente miniato in stile trecentista dal |
cavaliere dell’Ordine, prof. Ulisse Passani di Parma al quale il Santo Padre A
rivolse parole di vivissima lode. Il conte Fani presentò una cospicua somma |
per l’obolo di San Pietro. Notammo fra i presenti oltre il Gran Maestro e
il Bali, le LL. EE. il principe D. Camillo Massimo, il marchese Sacchetti,
il marchese Costaguti e il conte Ambrogio Caracciolo dei principi di Tor-
chiarolo rappresentante il Bali di Napoli conte Bonazzi di Sannicandro, il
conte Pasini Frassoni rappresentante il Balì di Sicilia barone di Ramione,
il conte Girolamo Fani, il conte Tomassucci, mons. Bartolini ed altri.
Roma. — Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice. Via Federico Cesi, 45.
«ra Nene Let ii.
LE IDEE DI SAN TOMMASO
RISPETTO AI PRINCIPI E AI NOBILI
A mostrare le idee di San Tommaso circa l’ufficio dei prin-
cipi e dei governi civili e delle varie classi, mi sia permesso di
racimolarle nel nobile trattato De regimine principum che è la
teoria del pubblico reggimento e il suo catechismo morale.
Vedremo eziandio l’essenza e la giustificazione della funzione
sociologica principesca e nobiliare.
In qualunque società politicamente costituita o v'è un prin-
cipe o un regime repubblicano. Codesti governi mutano nome,
se corrotti. Il principe che governa per sè, non pel popolo, sì
dice tiranno. Il reggimento repubblicano può essere o aristocratico
o popolare, ove sia iniquo, piglia rispettivamente il nome di oli-
garchia o di democrazia. E qui si badi che democrazia s'intende
nel senso di demagogia, mentre nella Quaest. C'V si rende il debito
onore alla democrazia onesta.
%
Regime in sè più perfetto è il monarcato, ma se si guasta,
è naturalmente il pessimo: pure non può negarsi che la tirannia
è più probabile nel dominio di più persone; e alla tirannide si
aggiungono i mali della dissensione.
Se il monarca è elettivo per voto di popolo o d’altro ente,
sì può rimediare alla sua tirannide col destituirlo; se esso è vas-
. sallo d’altro signore maggiore, si deve rimediare ricorrendo a
quest’ultimo. Ma se il potere monarchico non è condizionato
così, non si può usare altro rimedio fuorchè la preghiera a Dio
che è re dei re ed ha in mano sua i cuori dei principi. Il motivo
al re o al principe di bene operare è la maggior gloria che a
codeste persone è promessa se reggano bene e di più anche il
godimento de’ beni temporali, che raramente è stabile ne’ tiranni.
Rivista del Collegio Araldico (luglio 1904). 25
394 LE IDEE DI SAN TOMMASO
Il principe è nello Stato come l’anima nel corpo che regge e
dispone; e a lui è mestieri condurre i sudditi all’ultimo fine e
ai fini mediani; in caso diverso esso è tiranno. Per evitare la
possibilità di tale tirannide, se il regno fosse istituito ex novo,
si può provvedere acchè la monarchia sia temperata.
Quanto alla signoria dei giudici e presidi a tempo, il fine
de’ quali immediato è il conseguimento d’uno stipendio, è natu-
rale ch’essa debba esser più moderata, perchè gli animi de’ sog- —
getti non son disposti sotto siffatta guisa di reggimento ad essere
trattati con rigidezza, e il vero sovrano è la legge. A differenza,
il re supplisce alla legge con quella legge che gli sta nell’animo. |
Dispotici sono i principi che si comportano come padroni verso i
i servi; e meglio sarebbe certamente un regime repubblicano se gli
uomini siano tutti virtuosi. Senonchè in pratica raramente è così:
gli stolti son numerosi, e a cagion della natura corrotta, val meglio
regime qualsivoglia di principe. I ministri d’una signoria o sono |
gratuiti come presso gli antichi romani, o sono stipendiati. I gra-
tuiti hanno a cuore il bene dello Stato; e ciò si vide in Camillo,
il quale diceva che, se gli dei invidiassero la troppo prospera for- _
tuna di Roma, se ne vendicassero su di lui. Nel reggimento mo-
narchico, alcuni sono ministri incaricati di uffici perpetui a van- |
taggio del principe e del popolo, come i conti, i baroni, i militi,
ossia semplici nobili feudali, i quali, per ragione del loro feudo, |
sono obbligati per sè e successori ad amministrare i vari governi 4
del regno. Ministri per mercede o per onore sono i coppieri, i
cacciatori, i generali del principe. Sonvi anche i ministri servili.
Deve il principe avere forti e bei castelli per sicurezza e magni-
ficenza e per esser separato e temuto dal volgo. Deve il principe .
essere piissimo: ogni dominio viene da Dio, il quale talvolta |
permette la tirannide acciò sia di castigo ai sudditi peccatori e _
al tiranni stessi, che ordinariamente terminano male. Delle varie i
sorta di signoria, più alta è quella del Pontefice, che è re e san
cerdote. Egli può sciogliere dal giuramento di fedeltà i sudditi
dei principi peccatori e dimentichi di esser pastori de’ popoli. |
Viene in seguito il dominio regio, e in questo termine si com-
prende anche l’impero. I re possono esigere tributi come com- Ù
penso della loro magistratura che vien da Dio, ma non devono.
La
LE IDEE DI SAN TOMMASO 395
pretendere di più del giusto, nè opprimere. Il dominio imperiale
partecipa della natura della signoria regia e della popolare: infatti
esso consiste in un ufficio di presidenza de’ principi ed è uni-
versale. Avendo gl'imperatori orientali cessato dal difendere la
Chiesa, questa trasferì l’imperiale dignità a Carlo Magno e ai suoi
successori. Estinti questi, delegò elettori i principi tedeschi. Tale
condizione deve durare finchè la Chiesa la trovi spediente. Sotto
gl’imperatori e i re vi sono duchi, conti, marchesi e altri baroni
che devono esercitare la giustizia e l’arte militare; e sta bene
che per avvezzar l’animo alle battaglie si esercitino alla caccia.
Nel reggimento politico o di repubblica meglio è cangiare
di reggitore a seconda dei meriti perchè il dominio d’un solo
capo eletto dalla città può degenerare in tirannide: ma nell’or-
dinare uno Stato nuovo si dovrebbe guardare alla natura del
popolo. Infatti le genti di carattere servile hanno d’uopo di re-
gime dispotico, quelle che hanno animo elevato e sicuro di sè
‘possono essere governate solo a repubblica aristocratica o popo-
lare. Sicilia, Sardegna e Corsica ebbero spesso tiranni e sono
monarchiche; Liguria, Emilia, Flaminia, cioè 1 Lombardi, non
hanno un signore perpetuo (se pur non è un tiranno). Venezia
ha un doge perpetuo, ma temperato. Con questo non si toglie
l’esser suo al regime politico, purchè al supremo seggio pongansi
cittadini mediocri: non troppo potenti, perchè inclinano a ti-
raunide, non bassi, perchè democratizzano tosto e quando si veg-
gono in alto, si dimenticano di sè stessi, non sanno reggere ed
errano. Da rigettarsi è l'eguaglianza de’ beni di fortuna, che
alcune costituzioni imposero, perchè contraria alla natura e
alla ragione, che ci mostrano doversi a diverso grado di persone
un diverso possedimento. Fra i cittadini vi è differenza come
fra le membra del corpo, e come queste sono ordinate a offici
e virtù differenti; così è chiaro che maggiori spese sia costretto
E) sopportare il nobile che non l’ignobile.
I beni ecclesiastici sono sottratti ad ogni regime, perchè
dedicati a Dio. La povertà volontaria è commendevole nel giu-
dice o governatore della repubblica, ma non la povertà coat-
tiva, ché facilmente induce alla prevaricazione; ciò è un male
‘ancor maggiore che signoria di ricchi malvagi o democrazia.
396 LE IDEE DI SAN TOMMASO
Dare potere arbitrario in repubblica a un reggitor temporaneo è
pericoloso, perchè può fare col denaro publlico prave largizioni
per procacciarsi partigiani e d’altronde egli ha fretta, ma si può
concedere arbitrio al reggitor perpetuo perchè i soggetti son la
sua sostanza, come le pecore del pastore, le piante dell’ortolano.
Nella repubblica sonvi consiglieri, militi o plebei, agricoltori o
artigiani. Molto si onorino i militi e guardando alla romana
repubblica è chiaro poi che il patriziato non è uffizio nella
repubblica, ma procede da figliale riverenza del popolo verso
qualche stirpe della città per lo zelo alla pubblica cosa onde
esso si risolve in una cura tutoria ed è superiore ad ogni reg-
gimento. i
Da questo brevissimo esame del libro De regimine principum
appare certo che San Tommaso col nome di democrazia intende
flagellare la demagogia, ma è certo altresì che in regime poli-
tico preferisce la signoria degli ottimati, non solo di virtà indi.
viduale, ma di virtù nel senso storico di capacità politica; e
infatti egli insiste sulla necessità della diversità degli averi e
sulla nobile mediocrità dei veneziani: tuttavia ancor meglio egli
stima la signoria principesca. Questa egli preferisce temperata,
«ma dice che il re ha le leggi nel suo cuore con le*quali sup-
plisce alla legge positiva. Così si mostra alieno dal sistema fit-
tizio delle monarchie parlamentari, ma è troppo chiaro ch'egli
vuol temperata la monarchia dall’elemento feudale e comunale.
E di vero quei pubblicisti che credettero di vedere in altra opera
di San Tommaso l'apoteosi del costituzionalismo moderno, anda-
rono stranamente errati.
Nella S. Theol., I-II, Quaest. CV, è bensi vero che trattando
utrum lex vetus de principibus ordinaverit, ete. San Tommaso con-
clude che nello Stato in cui uno regge per virtù cospicua su altri
capi inferiori, e nel quale pervengono al principato tutti, anche
1 popolari, abbiamo ottimo governo perchè vi è pace e spirito
conservativo e mistione di regno, di aristocrazia e democrazia,
ma si deve badare che qui tratta la cosa, si può dire, in teoria e_
di un popolo che può esser considerato in astratto quasi, come
quello che aveva un mandato sacerdotale eccezionalissimo ed
appo il quale, come direttamente governato da Dio, l'istituzione
fe i dii ein i
LE IDEE DI SAN TOMMASO 397
‘dei re era a Dio riservata. Una cosa molto simile alla società
della Chiesa.
Non c’è nulla a dire infatti, dato che il mondo fosse quale
. dovrebb’essere, non qual'è, che i soli virtuosi salissero al potere
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anche in uno Stato politico. D'altronde appo gli ebrei la vera
aristocrazia gentilizia era il sacerdozio; e giustifica il santo Dot-
tore il primeggiare in ricchezza e nobiltà de’ sacerdoti, con queste
parole: “ per successionem originis sacris deputabantur, et hoc
ideo ut in maiori reverentia haberentur si non quilibet ex populi
posset sacerdos fieri; quorum honor cedebat in reverentiam di-
vini cultus et ideo oportuit ut ei specialia quaedam deputaren-
tur, ecc., , mentre che i capi civili, potendo esser eletti colà da
ogni classe, conveniva rimanessero poveri acciò che tutti non
avessero ad ambire il principato. Insomma in codesta questione
l’angelico dottore giustifica davanti alla ragione lo Stato ebraico,
e alla ragione il trova conforme; ma solo nel libro De regimine
principum scende veramente alla pratica ed ha la visione dei
tempi suoi, tempi in cui la libertà cristiana e le signorie pri-
vate erano in onore; mentre che in qualche luogo i buoni spesso
languivano sotto tiranni, spesso avventurieri sorti nelle città divise
dalle fazioni. L'idea guelfa della signoria suprema dei Papi, che
è l’unica che possa costituire in unità la piramide della società
civile, è mirabilmente delineata, e l’ uffizio della nobiltà feudale
e patrizia è perfettamente chiarito come lo sono il dovere dei
principi, i costumi e diritti loro.
FeRrRUuccio CarLo CARRERI.
DISSERTAZIONI STORICHE-ARTISTICHE
LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO
Fra le chiese di Bas-.
sano, quella di S. France-
sco è la sola che conservi
ancora, almeno esterna-
mente le traccie di quel- —
l'elegante semplicità di
linee, che costituiscono ;
uno dei più bei pregi
dell’arte medioevale, ad |
onta dei ristauri, coi quali
si volle altre volte snatu- al
rarne la primitiva bel-
lezza. o i
Sulla sua origine sì
sono spacciati racconti |
evidentemente favolosi, |
i quali ebbero però la fortuna di trovare un credito che dura
tuttora. Non è quindi opera vana su basi più salde rifarne lastoria. —
Il più antico che ne abbia fatto parola fu il dottor Mario |
Sale vissuto fino al 1632. Verso la metà di quel secolo, egli |
scrisse una storia, rimasta manoscritta, nella quale secondo l’an- È
dazzo dei tempi, spacciò le cose più assurde sull’origine e le vi- È
cende di Bassano. Dopo aver narrate le eroiche imprese com-
piute da Eccelino il Balbo in Terra Santa, racconta come sor- |
preso da una fortuna di mare durante il ritorno, si votasse alla
Vergine, e ritornato salvo in patria innalzasse questa chiesa, |
dedicandola alla gran Madre di Dio. Non seguirò l’immaginoso |
UE,
cronista in tutto il suo racconto, rimandando. i] lettore all'opera.
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E ,
LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO SA 3330)
citata. Noterò solo, che in tutte le sacre pitture, che secondo
l’uso dei tempi di mezzo, decoravano le pareti di questa chiesa,
egli vi intravide rappresentate le azioni degli Eccelini, e nei
vecchi stemmi sepolcrali le armi dei Bassanesi, che seguirono
il Balbo nell'impresa di Terra Santa.
Dopo il Sale, Zerbin Lugo in una sua storia, pure manoscritta,
sulle origini delle chiese di Bassano, osserva che secondo le ri-
flessioni fatte sopra il Maurizio e il Godi, che parlano di questa
andata in Levante del suddetto Ezzelino, può credersi terminasse
la fabbrica di detta chiesa circa l’anno 1183.
“ Conferma anche ciò che abbiamo per tradizione, continua
il Lugo, le pitture che antiche si vedevano sopra il muro di
detta chiesa, et altre al di fuori, sopra li archi, che tutte rap-
presentano il notto fatto, come si è detto di sopra; ma al pre-
sente tutte distrutte, nell'occasione di far il soffitto della chiesa,
da me però benissimo osservate, ed anche toltane coppia della
più principale, ove si vede Ezzelino prostrato avanti la beatis-
sima Vergine, in atto di ringraziarla per il beneficio ricevuto.
Nel coro si vedeva dipinta una nave piena di cavalieri in atto
di sommergersi, et la beatissima Vergine nel volto di detto coro,
posta in una nuvola in forma di soccorrer detti cavalieri, hora
però coperta anche questa dal biancheggio fatto fare da Padri
medesimi. Questa pittura è stata veduta da molti, che presente-
mente vivono e ne fanno indubitata fede, et il dottor Mario
Sale lo conferma nella sua Istoria et serve di testimonio anco
la fabbrica stessa, che per la sua grandezza dimostra essere stata.
opera di persona grande, anzi che nel far il soffitto di sopra
nominato, sono stati trovati moltissimi ferri di frezzie ficcati
nelle travature del tetto, quali può credersi esser portate di le-
vante et ivi fatte porre in memoria del fatto. ,
Francesco Chiuppani raffazzonò a suo modo le notizie del
Lugo e del Sale aggiungendo un Guido Bolognese vissuto nel
secolo x1I, quale pittore dei supposti affreschi. |
Giambattista Verci storico diligente, ma mancante dei criteri
per poter scrivere giudiziosamente di cose artistiche, diede nella
sua storia della pittura bassanese larga parte al racconto dei
cronisti bassanesi, permettendosi anche di censurare Vasari e
e eee
Viale)
400 LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO
gli altri scrittori, che fecero incominciare il risorgimento dell’ arte:
con Cimabue e Giotto.
L'amore della novità e non l'odio agli Eccellini fece scom-
parire sotto il pennello dell’imbianchino quegli affreschi, che
come vedremmo, senza appartenere a sì remota antichità, non!
dovevano tuttavia mancar d'interesse; ci rimane però abbastanza
per dimostrare di qual peso possano essere i giudizi e le as-
4
serzioni del Sale, del Lugo e del Chiuppani, raccolte dal Verci |
ed accettate poi dal Ferrazzi, dal Baseggio e dal Brentari.
Scorgesi ancora nella facciata di San Francesco una curiosa
Annunciazione dipinta dal padovano Guariento intorno al 1350.
Questo affresco, non privo di merito, sfuggì per una singolare for-
tuna al pennello dell’ imbianchino e va annoverato. fra le poche
opere che rimangono di questo pittore e rappresenta quel mistero
secondo il concetto dei Valentiniani condannato poscia dai Con-
cili. Il chiarissimo Baseggio suppose che ciò avvenisse per
volontà dell’eretico committente, ma egli s’inganna, essendo
prima del 1500 comuni le immagini dell’Annunciazione simili
a questa, e ne [ricorderò altra pure del Guariento a Padova,
e quella incisa nella prima pagina della celebre Bibbia Pauperum.
In questo dipinto, secondo un uso allora comune, vedesi tra
l’arcangelo e la Vergine inginocchiato in atto di preghiera lo
ignoto committente, ed il Sale e con lui il Lugo non viravvi-
sarono invece che il sepolcro di Cristo con Eecelino genuflesso
dinanzi alla Vergine.
Lasciò scritto il Lugo di aver tolta copia della pittura prin-
cipale, la quale al dire del Verci conservavasi presso il signor
D. Daniele Bernardi, grande amatore delle belle arti. Questo di-
segno più tardi passato ai Remondini, trovavasi con altre carte
‘appartenenti evidentemente al Bernardi, nella cartella 60 della
remondiniana raccolta d’incisioni.
Un superficiale esame basta per far scorgere in questo cartone
una di quelle volgari imposture, atte soltanto ad ingannare i
grossi cervelli, dei quali sembra non fosse tra noi scarsezza
anche allora. L’ignoto autore vi rappresenta una Vergine at-
torniata da alcuni santi, dei quali uno sceso da cavallo, s' ingi-
nocchia in atto di preghiera. È possibilissimo esistesse nella
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LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO 401
chiesa questo affresco, ma è facile riconoscervi, se il disegno è
. fedele, la scuola padovana del secolo xrv; nulla vi ricorda Ecce-
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lino anche lontanamente, ma bensì qualche santo che la pietà
del committente volle effigiato.
Sotto il disegno havvi la seguente iscrizione:
da EZCELI PROMETE ALLA GRA. MARE
DI DIO L’EREZION DUN SAGRO TEMPIO
IN SEGNO D UNA GRAZIA RICEVUTA
ANO DM. MCLXXVII GUIDVS BONONENSIS. PING.
La lingua italiana in quei tempi non usata, la volgarità dello
stile, il gotico carattere usatosi solo dopo il 1300, e copiato eviden-
temente dall'iscrizione Boninsigne, esistente sopra la porta prin-
cipale di questa chiesa, mostrano chiaramente l’ignoranza di chi
volle far passare per genuina questa iscrizione. Si noti anche,
che contro ogni possibilità, si fece credere dipinta la pittura sei
anni prima della compiuta erezione della chiesa, e mentre qui
sl riproduce l’iscrizione in facsimile, in altra parte delle sue opere
il Chiuppani la disse scritta in tedesco.
Sotto l’affresco si riprodusse l’antico simulacro del sepolcro
di Cristo, ricordato dal Sale con tre iscrizioni che ne dovreb-
bero comprovare l’antichità. Il monumento sembrerebbe un bat-
tisterio, piuttosto che un sepolcro, ed appare opera sullo stile
del Rinascimento; fu riprodotto anche dal Chiuppani nella sua
storia delle chiese di Bassano, ma con sì notabili differenze che
non esito affermare abbia esistito soltanto nella fantasia dei cronisti
Bassanesi.
Se taluno però potesse aver qualche dubbio sull’antichità di
| queste sculture, può sincerarsene osservando la figura principale,
| posta, al dire del Sale, sopra la porta che risguarda l'occidente
e precisamente in una nicchia posta nel vano dell’antico occhio
chiuso probabilmente in occasione dell’erezione dell'organo. Ho
osservato spesse volte quella statua ed ho potuto persua-
dermi non si possa ritenerla anteriore al principio del se-
colo XVI e piuttosto che un Cristo risorto sembra un San Gio-
vanni Battista.
Esposto diffusamente come siasi formata la tradizione, che
‘attribuisce ad Eccelino il Balbo l'origine della chiesa di San
4092 LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO
Francesco, osserverò, che nessuno tra i trecento documenti del-.
l'epoca ecceliniana raccolti dal Verci, le viene in appoggio. Ep-
pure secondo un uso costante nei tempi di mezzo gli Eccelini
avrebbero dovuto avere il sepolcro in una chiesa eretta da loro
stessi, piuttostochè in Campese ed in Oliero. Cunizza sorella del |
Balbo, nel suo testamento del 1197 e la celebre Speronella, in È
quelli del 1192 e del 1199, ricordano un gran numero di chiese,
monasteri, ospitali beneficati dalla loro pietà, tra questi il mona-
ta PR Tetto
stero di Santa Croce di Campese, ma non si accenna punto alla.
Chiesa votiva di Bassano, per la semplicissima ragione che an-
cora non esisteva.
‘nità i AÙ i
Il Verci, che nelle notizie della pittura bassanese aveva am- |
messo ciecamente il racconto dei cronisti, fatto più accorto,
mostra di prestarvi poca fede nella sua storia degli Eccelini.!
Suppongo anzi che egli avrebbe negato recisamente la cosa, se
non gli avesse fatto ostacolo quel malinteso spirito di campanile
che gli impedì anche altre volte di combattere palesemente gli
errori radicati tra i suoi concittadini. *
! Vol. I, pag. 54.
? Riporto qui due brani di lettere di Ant. Canova al conte Tiberio Ro-
berti, dai quali si può notare come per un falso criterio di municipa-
lismo si abbia preferito non tener conto dei giudizi di persone competen- |
tissime, quali furono il Canova e specialmente il d’Agincourt a cui si ac
cenna nelle prime delle dette lettere; e dico questo perchè esse devono |
indubbiamente esser passate perle mani del Baseggio, che scrisse di quelle |
pitture, sull’Opera Di Bassano e dei Bassanesi illustri e forse d’altri che pre-
| ferirono lasciarle passare inosservate.
Canova a Roberti. Roma, 19 luglio 1800. |
. Un cavaliere francese dimorante in Roma da più di venti anni,
imprende la storia delle belle arti degli ultimi tempi. Leggendo di Guido
Bolognese, come voi vedrete dall’incluso viglietto, che fece diverse pitture
delle quali una conservasi ancora costà in Bassano. Si vorrebbe di essa
un contorno semplice, per averne una qualche idea, che sarà cura del ca-
valiere far incidere e pubblicar nella sua storia. ,;
Canova a Roberti, 20 agosto 1800, da Roma. È
“Ho ricevuto la cara vostra col disegnetto, il quale veramente non si
può far passare per opera del tempo di Ezelino. Il voto è stato fatto a
quel tempo, ma l’opera è certamente posteriore oppure è stata Halplagal
da altro pittore, per non perdere la memoria di quel fatto.,,, | \ i
è
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MA i ii n ie diari de ei
LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO 403
Dimostrata la assoluta falsità del racconto dei cronisti Bas-
| sanesi passerò a ricercare a qual tempo debba assegnarsi la vera
origine della chiesa di San Francesco, ma qui non sono fuori
di posto alcune considerazioni di indole generale.
E noto per le indagini del Verci e del Brentari che ai tempi
ecceliniani deve Bassano riconoscere quel rapido sviluppo, sì che
da castello feudale potè alla caduta degli Eccelini reggersi alcun
tempo a libero comune, e poscia in tempi di lotte continue ser-
bare illese le sue municipali franchigie.
La chiesa di Santa Maria in Colle, la sola in allora esistente
entro le mura, si rese quindi angusta e certamente non ultimo
Pratt
pensiero del comune fu l’erezione di altra, che rispondesse per
‘ampiezza e per magnificenza ai bisogni dell’aumentata popola-
zione. È noto pure quale sviluppo abbiano preso nel secolo xIII
gli ordini religiosi dei Domenicani e Francescani, e quanti siano
i conventi eretti da quei frati sul finire di quel secolo.
Le loro chiese non dipendenti dai vescovi, godevano speciali
immunità, privilegi ed indulgenze, così che i comuni e le popo-
lazioni dedite in allora alla pietà, cercavano di attirarli con
ricchi assegni, con cessioni di fondi o con erigere a loro spese
chiese e monasteri.
I Bassanesi quindi, invece che ampliare la vecchia chiesa di
Santa Maria in Colle, fecero forse pratiche per aver al pari di
Padova, Vicenza, Treviso un convento di religiosi, pensando così
poter godere agevolmente delle indulgenze e privilegi in allora
tanto ambiti; ciò deve esser avvenuto intorno al 1290. Difatti
da un documento del 22 febbraio 1292, prodotto dal Verci, ap-
parisce come un frate Giuliano da Padova inquisitore del Santo
Ufficio, alla presenza di fra Bono da Trento dei frati minori ed
altre persone, ponesse in vendita i beni confiscati a un Martino dei
Zirobelli e la vendita si stipulò in Loco S. £rancisci fratrum
MINOTUM.
Da questo documento chiaramente apparisce, che sebbene i
frati fossero in possesso del luogo, non avevano ancora eretto
_ nè la chiesa nè il convento e probabilmente il prezzo ricavato
da quella ed altre confische dovette servire a cominciare od a.
continuarne la fabbrica. E che i frati avessero sin d’allora stabile
404 LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO
dimora in San Francesco, lo si desume anche dal prezioso ed
inedito statuto di Bassano dell’anno 1295, che conservasi in Museo,
prescrivendosi ivi al libro I, rubrica XL, che ogni anno nella
festa di San Michele il comune offra per amor di Dio lire 32 di
denari veneziani ai frati minori dimoranti in San Francesco,
ovvero ad locum Sancti Francisci ad emenda tunicas. La qual
somma anteriormente si soleva offrire ai frati residenti in San Do-
nato. Da questi documenti appare chiaramente come cadessero
in errore coloro, che asserirono i francescani occupassero il con-
vento soltanto nel 1327 e che allora si cangiasse l'antica de-
dicazione alla gran Madre di Dio in quella di San Francesco.
Sembra che i documenti prodotti siano sufficienti per poter
fondatamente asserire che la chiesa di San Francesco venne
edificata tra il 1292 ed il 1306, anzi in questo ultimo anno l’illustre
famiglia dei Boninsigne faceva erigere l'atrio. Ai documenti pre-
stano appoggio i criteri dell’arte.
Ogni architettonico monumento porta in sè stesso uno speciale
carattere, dal cui esame si può con certezza dedurne l'origine e
l’uso primiero, avendo avuto in ogni secolo l’arte una particolare
impronta di cui rimangono indelebili le traccie.
In Lombardia, ove l’arte era rimasta lungo tempo stazionaria,
con le idee di libertà, era sorto un nuovo stile architettonico,
che fu detto Longobardo o Romanzo; suo fondamentale carat-
tere l’arco tondo, le cornici ad archetti, le pilastrate di rinforzo
agli angoli e lungo i prospetti.
Lo stile archiacuto invece si incominciò usare in Italia nel
secolo xt. Nei suoi primordi la elegante semplicità delle masse
e la sobrietà degli ornamenti ne costituirono il precipuo carattere,
alteratosi soltanto quando si introdussero quegli ornamenti propri
al gotico tedesco. I domenicani ed i francescani si valsero dei
due stili negli splendidi edifici da loro innalzati, ma si sforzarono
dare alle loro chiese quella impronta che rispondesse alle esi-
genze dei loro riti particolari. Per queste cause ciascun ordine
produsse architetti insigni e facile riesce il riconoscere i templi
da loro eretti.
I francescani perchè più confacente alla loro povertà adot-
tarono più spesso il lombardo, perchè in esso predominano il
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LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO 405
laterizio ed una grande parsimonia di ornamenti. Nell’interno
le loro chiese si distinguono per le grandi navate spoglie di altari
ed occupate anticamente dal coro; i loro monasteri per un
antico costituto, come osserva il prof. Bailo, a preferenza si eri-
| gevano fuori delle città. E si deve attribuire a cause indipendenti
‘dalla loro volontà se i loro edifizii si distinsero talvolta per un
lusso eccessivo.
In San Francesco è facile ravvisare i caratteri fondamentali
del loro stile. La pianta originaria era ed è ancora costituita
‘da una sola navata anticamente non soffittata e spoglia di altari
e d’ornamenti. Verso la tribuna la nave si allarga quasi a forma
| di crociera, e qui secondo l’uso dei francescani eravi il coro, tolto
| soltanto nell’anno 1722. L'abside, secondo l’uso posto a levante,
era notabilmente rialzato dal piano della chiesa e fiancheggiato
da due cappelle laterali, pure rialzate e coperte come l’abside
da volti a croce, dei quali sono ancora visibili nervature e det-
» tagli proprii a quell'epoca. In una di queste cappelle doveva
; trovarsi l’altare della Vergine, del quale troviamo memorie nella
| consacrazione avvenuta nel 1331, nell’altra quello del Santo Pa-
trono. Gli affreschi con cui la pietà dei fedeli volle coprire le
i nude pareti, costituivano forse i soli ornamenti dell'interno.
È Esternamente tutto l’edificio è contornato da una cornice ad
| archetti a sesto acuto ed intersecata da lesene pure in laterizio,
che rompevano la monotonia delle pareti. Solo ornamento della
facciata un finestrone rotondo nel centro e due a tutto sesto
nei lati, tre pinacoli o gugliette coronovano il frontispizio. Le
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muraglie probabilmente coperte d’intonaco a finti mattoni. L'ele-
gantissimo atrio veniva eretto contemporaneamente a spese dei
Boninsigne, famiglia in quei tempi tra le più ragguardevoli di
| Bassano e doveva servire, come appare dall’ iscrizione che porta
mare le osservazioni desunte dall'esame dello stile architettonico
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del monumento ed a fissarne la fondazione precisamente in que-
stanno. Nel titolo 41 del libro IV havvi una deliberazione del
consiglio, con la quale il comune offre, ad onore di Dio, della
406 LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO
beata Vergine Madre di Dio e del beato San Francesco, in ele- ;
mosina al frati minori dimoranti in Bassano lire tre di denari.
grossi veneziani, da impiegarsi in sussidio della edificazione della.
chiesa di San Francesco, ordinando che questa somma sia con-.
segnata a due persone del comune, intelligenti ed oneste, elette .
dal podestà e dagli ufficiali del comune, le quali la debbono spen-
dere soltanto per edificare ed ornare la suddetta chiesa obbligan-
dole anche a rendere ragione dei denari spesi.
Si delibera ancora che per otto anni consecutivi debbano gli
ufficiali del comune, otto giorni avanti Pasqua, proporre al.
Consiglio la rinnovazione della suddetta elemosina, per impie-.
garla nello stesso modo; salvo e prima e poi la volontà del
comune. i
Non v’'ha dubbio che anche i privati cittadini non abbiamo
con larghe offerte concorso all'opera, che in brevissimo tempo
venne condotta a termine, avendo il Consiglio il 4 aprile 1297
abrogata la presa deliberazione, lo che appare da una nota postavi.
in margine dal podestà Antonio Polaffissana. |
Dai fatti esposti emerge chiaramente che la tradizione ecce-
liniana spacciata da cronisti di nessuna fede e leggermente ac-
colta dal Verci per sostenere fatti non molto certi, come l'andata |
del Balbo in Terra Santa, non regge nè alle ragioni dell’arte nè.
a quelle della storia. Il che però non toglie a San Francesco la
sua importanza, poichè non solo è l’unico monumento rimasto |
del secolo xitr, ma vale ad attestarci la floridezza a cui era.
giunta allora la nostra città, essendo questa chiesa indubbiamente.
la più vasta e la più bella fra quante se ne sono da noi co-.
strutte. i i
È solo a deplorare che malaugurati ristauri, tra i quali può 1
contarsi l’ultimo compiuto 60 anni fa, ne abbiano snaturato il
carattere e dispersi altari, sepolcri ed iscrizioni, che contenevano
tanta parte di cittadine memorie. | È
Tra le memorie sepolcrali di questa Chiesa vandalicamente
distrutte sino dal 1781, sono da notarsi due elegantissime tombe
che ne adornavano la facciata. Di esse non rimangono che al-.
cuni frammenti e due disegni, che posso aggiungere a questa
dissertazione, grazie alla cortesia del chiar. dott. Giuseppe Ge-
LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO 407
rola, che le illustrò recentemente nel Bollettino del Museo di
Bassano da lui stesso iniziato.
Per una erronea interpretazione delle armi scolpitevi, quelle
tombe erano state falsamente ritenute appartenere ai Carraresi
ed agli Scaligeri. Il dott. Gerola nel suo erudito lavoro, provò
. FRACIS PET IMMANE
DYS CAN-GNQIVS M...
(€ |
fio
in maniera incontestabile, che quelle tombe erette nei primordii
. del secolo xrv appartennero invece a un Manfredin Muzio di
Vito ed alla famiglia Trabucco. Quest’ultima usava dunque uno
| stemma parlante, cioè la catapulta detta trabueco. In quanto
rt Mera
alla croce di Manfredin Muzio, non consentirei col dott. Gerola
che la ritiene un semplice emblema cristiano. Se ciò fosse mi
sembra, in primo luogo, che non l’avrebbe posta dentro una targa,
408 LA CHIESA DI S. FRANCESCO IN BASSANO
ripetendole tre volte, aggiungendovi sotto il nome. Questo nome
potrebbe risolvere la questione, perchè il de Vito e il qm Viti È
indicano certamente il nome del padre e il Mucius il sopran-.
RAI ee A e i
[a wumER EAT] [E FRASI 9 Daf MANTRA]
nome, della gens, forse i Muzi o Mozzi. Non è raro per altro -
di trovare antiche famiglie che innalzassero come emblema la .
croce nobilissimo ricordo delle crociate. ! |
ANTONIO GHENO.
! Avrei volentieri aggiunto a questa dissertazione un facsimile del cu-
rioso disegno del Lugo, ma anche questo sarebbe scomparso assieme a molti.
altri disegni, stampe, libri, oltre a più che 5000 monete, come ci assicura.
l'abate Mocellini nella sua Relazione sugli Ammanchi verificati nel Museo di
Bassano, (novembre 1902). Dallo strano risultato di questa ispezione durata
un intero anno, compita con ogni cura e diligenza e soprattutto con tran-
quilla coscienza, il giudizio ai posteri! | i È
e
deri diri
n
ASSIOGRA FIA
SUI PRIVILEGI DEI CAMERIERI SEGRETI E DI ONORE DI S. S.
Gli articoli del prof. Antonelli pubblicati in questa Rivista e
. la polemica che ne derivò richiedevano una sentenza definitiva,
per stabilire cioè, se realmente spettino ancora al ceto dei came-
rieri segreti e di onore di S. S. le qualifiche personali di conte
| palatino e di cavaliere aurato, concesse e confermate da vari
Sommi Pontefici e mai abrogate, ma cadute in disuso.
La polemica che derivò da questi articoli, quantunque abbia
. recato qualche luce sull’ argomento controverso, abbisognava però
di un’autorevole e definitiva sentenza, e non essendo noi in
. grado di darla, ci siamo rivolti alla autorità che soprassiede ap-
| punto alle cose riguardanti il nobile ceto, e siamo lieti di pub-
blicare il seguente documento che in risposta alla lettera del
presidente del Collegio araldico ha inviato al medesimo, S. E. Rma
monsignor Cagiano de Azevedo, Maggiordomo di S. S.
Maggiordomato.
. Dalle stanze del Vaticano
li 23 giugno 1904
N. 781.
Illmo signor conte Ferruccio Pasini Frassoni
Roma.
Il sottoscritto riscontra con qualche ritardo alla lettera della S. V. per
aver dovuto esaminare accuratamente i documenti relativi ai privilegi che
| si dicono concessi da alcuni Papi al ceto dei camerieri ecclesiastici e laici
A
*
PEARL rali pira SI Pa RO ET pallini De
di Sua Santità.
Ora, dall'esame di detti documenti risulta evidente che il titolo di conte
palatino e di cavaliere dello Speron d’Oro, fu concesso agli individui nomi-
nativamente e non al’ ceto; e prova ne è 1° che in questi Brevi, di Ales-
sandro VIII, in data 12 gennaio 1690; di Innocenzo XII, in data 27 novem-
. bre 1691; di Clemente X, in data 5 aprile 1701; di Innocenzo XIII, in data 26
maggio 1721 ed altri, si legge che questi privilegi e titoli sono concessi
nonnullis familiaribus: danque non a tutti; 2° che se i detti privilegi e titoli
fossero stati concessi al ceto, sarebbe stato inutile rinnovare il Breve in
ciascuno dei Pontificati; 3° che nei sopracitati Brevi, non facendosi mai
menzione dei successori, nell'ufficio onorifico di cameriere, non può ritenersi
che il Sommo Pontefice concedente avesse voluto estendere in perpetuo questi
Rivista del Collegio Araldico (luglio 1904). 26
410 SUI PRIVILEGI DEI CAMERIERI SEGRETI E DI ONORE DI S. S.
titoli di conte palatino e di cavaliere dello Speron d'Oro a tutti gli appar-
tenenti alla Corte; 4° che il Papa Pio VII nel 1814 ordinò che il detto titolo |
di conte palatino tosse conferito con uno speciale Breve pontificio.
Resta perciò assodato che chi non ha questo Breve non può servirsi di —
tale titolo. l
Con distinto ossequio si pregia sottoscrivere
Della S. V. |
Devmo
O. CAGIANO DE AZEVEDO
Maggiordomo di Sua Santità. i
Questo importante documento definisce autorevolmente la |
questione. Oggi non è lecito al camerieri segreti di Sua Santità
d’intitolarsi conti palatini e cavalieri aurati perchè 1 successori
di Pio VI non hanno stimato opportuno di rinnovare il privi.
legio concesso a questo nobile ceto. Con tutto il rispetto, però, | I
che dobbiamo all’illustre personaggio che ci ha fatto l'onore di |
dare così ampi schiarimenti, ci permettiamo di osservare che |
nei documenti pontifici che abbiamo sott’ occhio, cioè i brevi.
di Benedetto XIII del 15 dicembre 1724, di Clemente XIV del
26 settembre 1769 e di Pio VI del 21 giugno 1775 tutti uguali
ad litteram, dopo la enumerazione di circa 40 familiari compo- 3
nenti la camera segreta è aggiunto clericis seu presbyteris cali
laicis familiaribus continuis familiaribus nostris salutem, ete. Dunque
il privilegio si estendeva all’intiero ceto, e se i Sommi Pontefici
stimarono opportuno di rinnovare il privilegio fu, crediamo, un
tratto di sovrana benevolenza col quale vollero distinguere la .
loro Camera segreta. j
Inoltre il rescritto di S. S. Pio VII del 1814 non si riferisce
affatto ai camerieri segreti ma soltanto ai cavalieri della milizia -
aurata o dello speron d’oro, chiamati oggi di San Silvestro; i
quali in virtù di antichissimo privilegio assumevano la qualità di
conti palatini. Pio VII nel vedere eccessivamente aumentato il
numero di tali cavalieri e per concessione pontificia in quei |
tempi in cui molti erano stati rimunerati con tale distinzione; |
‘e per privilegio degli Sforza Cesarini e di vari cardinali e ve-
scovi; volle impedire che troppo si estendesse il titolo comitale |
ancorchè ad personam. Perciò stabili che quegl’individui che
erano stati distinti con il grado di cavaliere, avessero la facoltà
di chiedere il Breve di conte palatino; libera poi la Santa Sede
di concederlò o di rifiutarlo a seconda dei casi. fs «Di
LA DIREZIONE. |
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEALOGICHE
FAMIGLIE CELEBRI FIORENTINE
ANCORA ESISTENTI
Il principe Baldassare Boncompagni, matematico ed astro-
nomo, non limitò le sue profonde cognizioni alle scienze a cui
sì era a preferenza dedicato ma corrispondendo con i più illustri
letterati e con i più noti bibliofili e antiquari d’Italia e del-
l'estero, sì era formato una preziosa collezione di codici ed in-
cunabuli arricchita da fac-simili e copie dei più rinomati libri
delle biblioteche d’ Europa.
Tutto questo patrimonio intellettuale andò miseramente di-
sperso e non ci rimane, a ricordo, che il catalogo da lui fatto
compilare. Fra i codici che dalla sua preziosa biblioteca perven-
nero nelle nostre mani, interessantissimo per l’arte araldica, è
quello che porta il titolo: Nomenclatura delle armi delle famiglie
fiorentine, * il quale contiene 307 stemmi diligentemente miniati,
non più tardi della prima metà del xvi secolo, disposti in fogli
34. Segue a questo un fascicolo di fogli 35 del xvir secolo con
l'indice, con aggiunte e con un breve trattato dell’arte araldica
fatto da Jacopo Tolomei-Gucci di cui si vede l’ex-libris sulla
copertina e la firma autografa.
Il codice è in-4° cart. con fogli numerati, e rilegato rozza-
mente in pergamena.
Il Gucci certamente rinvenne un fascicolo di stemmi delle
più illustri famiglie fiorentine, e fattolo rilegare con altra carta,
vi andò man mano aggiungendo quelli di famiglie aggregate
alla nobiltà di Firenze.
Diamo qui la riproduzione degli stemmi di alcune famiglie.
Ciò farà rilevare l’importanza del codice e la bellezza delle
! Ora nella Biblioteca del Collegio Araldico.
4192 FAMIGLIE CELEBRI FIORENTINE
figure araldiche, perchè i fiorentini maestri in siffatta materia,
non ebbero in Italia chi li superasse. Come illustrazione di questa |
tavola, riportiamo alcuni brani che alle medesime famiglie si È
riferiscono, tratti dalla Historia delle famiglie fiorentine di Pietro .
Monaldi, di cui possediamo una copia dell’anno 1626 che appar-
tenne al P. Lorenzo Poltri, abate vallombrosano, che fu generale
del suo ordine. i
Aldobrandini “... già detti di Madonna, siccome nel pre- ;
“ sente giorno ritiene il detto cognome la piazza loro, fu sempre |
“ nella Fiorentina Repubblica molto reputata e dignissimamente
“ per gradi civili honorata e di 6 gonfalonieri di giustizia con |
“28 del numero de’ ss.”i. . Famiglia del Sommo Pontefice Cle- |.
mente VIII. Estinta nei Borghese che ne assunse lo stemma e 4
i titoli. Per disposizione testamentaria del principe Francesco
Borghese, nel 1839, i discendenti del suo secondogenito Camillo A
principe Aldobrandini, formarono una sola famiglia lasciando il
cognome Borghese. i
È rappresentata, oggi, dal principe D. Camillo Aldobrandini.
Altro ramo sussiste ancora a Firenze.
Altoviti “... fu questa grande stirpe di molto grande va-
“ lore nella repubblica, sendo in favore dello stato popolare,
“ laonde non solamente furono graditi di qualunque dignità, ma |
“ di più onorati ancora, con 12 gonfalonieri di giustizia e di È
“ più 100 del numero de’ ss."i. , Questa famiglia è TAppresonta È
da Corbizzo Altoviti Avila.
Antinori “... discese da Lucca e gradita di 4 gonfalonieri |
“ e 22 ss."', il 1° nel 1351 fu Fra.°° di Lapo e l’ultimo nel 1532 |
“fu Bongianni di Ludovico. Di loro fiori Lodovico arcivescovo i
Mpa NIAIT DEC d
Il Monaldi ricorda vari altri uomini insigni e specialmente |.
il senatore Alessandro “ricchissimo cittadino, il quale fabbricò |
“ più magnifici palazzi, si nella città, come nel contado., Lo
stemma di questa famiglia è spaccato; invece nel codice Bon- È
compagni il campo superiore è un capo, forse dovuto alla forma. 3
dello scudo. È
È rappresentata da Vincenzo Antinori, cav. di $. Stefani eu È
dal duca di Brindisi.
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vd ego ge ER cs
FAMIGLIE CELEBRI FIORENTINE 413
Baroncelli “... si trova gradita di 9 gonfalonieri e di più
«“« di 40 del numero de’ ss." ... questi furono ssi di strada, di
|“ piazza e di torre nella città. ,
e &
IRA
Poi il Monaldi riferisce le glorie di questa famiglia e sog-
4
giunge “ che quelli che di loro si dissero Bandini, oltre li supremi
. “ onori tutti conseguiti nella Fiorentina Repubblica fu de loro
_ “ Francesco signore del Giavone nel regno di Francia. , Questi
| sono appunto i Baroncelli de Javon che ancora si mantengono
| con gran lustro nella contea Venosina.
Capponi. La famiglia di Gino e Piero Capponi è oriunda da
. Lucca e “ per qualunque tempo furono nella Fiorentina Repub-
. “blica grandi e reputatissimi di molto credito e di maravigliose
Miu
ricchezze havendo molte dignità e graditi di 15 gonfalonieri
“ 6 circa 40 del n° de ssi,
È rappresentata da Piero Capponi marchese di Altopascio.
Cavalcanti. “
tatissimi nella città di Firenze e di molto seguito e potenza,
... hebbe la sua origine di Germania... repu-
“ conciossiacosachè havessero la sig. di più castella... oltre
che nella città furono signori di Loggia, di palazzi e torri
nella via che per loro si chiama de Cavalcanti... furono gra-
diti di 13 ssi. ,
Un ramo di questa illustre famiglia si stabili a Napoli dove
| ebbe i ducati di Caccuri, di Bonvicino, di Malvito, di Tu-
| rano, etc. Anche in Portogallo e nel Brasile troviamo dirama-
x
— zioni dei Cavalcanti. Oggi è rappresentata dal duca di Bonvi-
| cino e dal marchese di Verbicaro. L’attuale arcivescovo di Rio
. de Janeiro appartiene alla famiglia dei Cavalcanti.
Corsini. “... discese da San Casciano, trovasi grandissima
i “ stirpe molto esaltata da gradi e dignità sendo graditi di 15
Ù “ gonfalonieri e 50 ss.”i. , Famiglia di Clemente XII (1730-1740),
A rappresentata oggi dal principe D. Tommaso Corsini.
Gerini “... discese dalla contrada di S. Corno ha havuto
È 8 ss. Questa famiglia potente e ricca in Firenze per autorità
del P. Revest discenderebbe dai Gerini o Guerin di Provenza, da
| cui uscì un gran maestro dell’ Ordine di S. Giovanni (1226-1231).
Nel codice non figurano le tre catene d’oro, che poste in banda
| usano tutt'ora i marchesi Gerini. Questa famiglia è rappresen-
| tata dal marchese Antonio Gerini.
tell iL ni Me il
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414 FAMIGLIE CELEBRI FIORENTINE
Ginori “..
“di 5 gonfalonieri e 26 del numero de’ ss." il 1° nel 1344 fu
“Gino di Giovanni e l’ultimo nel 1529 si chiamò Simone di Giu-
“Jiano. Questi hanno magnifici casamenti nella strada per loro
“ detta de’ Ginori, , Questa famiglia è rappresentata dal principe
e conte Gino Ginori.
Guicciardini “
“clara d’Italia e furono signori nel contado fiorentino del ca-
... hebbe l'origine sua di Bologna, città pre-
stello di Poppiano in Val di Pesa di cui al presente sono pa-
droni; fu questa splendidissima stirpe nella città di Firenze
sempre reputatissima e di maravigliose ricchezze, dimostrando
non piccola magnificenza ne’ sontuosi palagi fatti da loro per
“ propria habitazione nella strada che si chiama de per loro de
“ Guicciardini. Hanno avuto 15 gonfalonieri e 42 del numero
“ de ss." E rappresentata dal conte Francesco Luigi Gruic-
ciardini.
Machiavelli “... reputatissima nella fiorentina repubblica.
dU
Machiavelli. Esistono ancora rami di questa famiglia a Sarzana
e a Bologna.
Panciatichi “... discesero di Pistoia dove già furono pa-
“ droni. ,, Il Monaldi soggiunge che una parte dei Panciatichi
elesse per patria la città di Firenze “ dove vennero grandi et
onoratissimi, facendo più magnifici casamenti. ,,
Nel codice Boncompagni lo stemma. Panciatichi si direbbe
d’argento al capo di nero caricato di una palla d’argento cro-
ciata di rosso ma il vero stemma di questa storica famiglia deve
essere spaccato di nero e d’argento; il 1° caricato della palla. |
È attualmente rappresentata dal marchese di Saturnia Bandino
Panciatichi Ximenes d’Aragona.
LU
Pazzi . sì trovò già signora di più castella nel Valdarno
“e di tanta potenza ne’ passati tempi quanto veruna altra stirpe
“famosa di Toscana e dentro nella città furono padroni di torri
“ delle quali mentre scrivevo il presente discorso ne ho viste |
“ tagliare due fortissime dal canto detto per loro de’ Pazzi. ,
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La famiglia è rappresentata da Cosimo de’ Pazzi.
Pecore
. ebbe l'origine sua da Calenzano, viene gradita
viene gradita di 12 gonfalonieri e 50 ss." ,, famiglia di Nicolò 3
. così detti da uno di loro cognominato Pecora
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FAMIGLIE CELEBRI FIORENTINE 415
“ha 72 gonfalonieri e più di 80 de’ ss", Lo stemma moderno
di questa famiglia oltre la pecora sul ramo di saggina ha nel
capo un'aquila bicipite in atto di proteggere la pecora con le
ali ed è accompagnata da 2 fulmini di rosso moventi da una
nuvola e attraversati da un listello d’argento col motto Caesaris
est. Questo per concessione imperiale del 1707. La famiglia è
oggi rappresentata dal conte Cesare Pecori.
Peruzzi “... già detta della Pera descendenza Romana fu
“nel 1° cerchio di Firenze signora di castella e di torri nella
“ città sendo per loro chiamata una porta della città nominata
“ dal poeta Dante... conciossiacosachè questa famosa stirpe in
“qualunque tempo sia stata reputatissima e si vedono di loro
“al presente nella città di Firenze tanti magnifici palazzi e gran
“torri havendo strada, piazza e loggia immezzo di quella...
“sono graditi con 10 gonfalonieri e 54 del numero de’ ss.ti
Il numero delle pere che figurano nello stemma Peruzzi moderno
venne ridotto a sel poste 3-2-1 e talvolta in orlo ad esempio
dello stemma de’ Medici. È rappresentata dal marchese Rodolfo
Peruzzi de’ Medici.
Ricasoli “
“ sangue patrizio... furono ss." di molte castella nel contado
... già detta Firidolfi, descendenza Romana e
“ di Firenze fra le quali fu Richasoli e Panzano da quali sono
“ chiamati; furono ss.” ancora di Campi di Germano, di Broglio,
“ della'Trappola, di Vestine e Moriano e più altre fortezze e delle
“quali fino al dì d’oggi tengono ancora la signoria. Nella città
“ furono signori di torre con più magnifici casamenti havendo
“ molti degni et grandissimi onori sendo in qualunque tempo
“ splendidissima e ricchissima stirpe e copiosa di famosissimi
“ eroi. , La famiglia è rappresentata dal barone Giovanni Rica-
soli-Firidolfi.
Ridolfi “... già ss" del castello di Bagno nel contado Val-
“ delsa donde vennero; o forse vengono da Semifonte; fu sempre
“reputatissima famiglia e molto splendida stirpe conciossiaco-
“sachè di loro in qualunque tempo sieno stati huomini sì nelle
“scienze come nelle armi chiari e famosi come per dignità di
“ gradi tanto ecclesiastici quanto secolari molto illustri e nella
“ fiorentina repubblica grandi et onoratissimi come al certo si
416 FAMIGLIE CELEBRI FIORENTINE
“ vede havendo havuto più di 20 gonfalonieri e 50 del numero
“ de’ ss.ri,, Rappresentata oggi dal marchese di Montescudaio,
Luigi Ridolfi.
Rondinelli “... discesi di... trovasi famosa stirpe gradita
“di 12 gonfalonieri e 36 signori. ,, In essa si estinsero i conti
Vitelli di Montegualandro marchesi di Buccine. Il ramo fioren-
tino alle 6 rondini aggiunse il lambello di rosso e i Rondinelli
di Ferrara aggiunsero addirittura il capo d'Angiò. Questa fami- |
glia oggi estinta in quanto ai maschi, è rappresentata dalla
N. D. Clementina nei conti Bastogi. 3
Rucellai “... hebbe la sua antica origine di Germania sono
“ erandi e famosi cittadini, hanno sontuosi palagi tanto nella
“ città che nel contado havendo signoria di piazza e di loggia,
“sono graditi di 13 gonfalonieri e più di 80 de’ signori. , La
famiglia è oggi rappresentata dal conte Giovanni Rucellai, ca-
valiere di Santo Stefano.
Sacchetti “... descendenza Romana fu già nel 1° cerchio
“ della città signora di torre sendo molto reputata e gradita di
“8 gonfalonieri e 32 signori. , L'arma dei Sacchetti è d’argento
a 3 bande di nero. Nel codice invece si vedono 3 cotisse accom-
pagnate dalla palla crociata dei Palleschi che non fu in seguito
conservata. La famiglia è rappresentata dal marchese Urbano
Sacchetti.
Salviati “... già detta Caponsacchi, descendenza fiesolana e
“ già furono ss.’ del castello di Poggio e di Luccole nei circo-
“ stanti monti e di torri nella città insieme con magnifici e for-
“ tissimi palazzi... questi sendo così grandi e possenti non con-
“ seguirono molto la somma del governo nella fiorentina repub-
“ blica sendo al popolo sospetti. , Estinta in casa Borghese nel
1794 e per sostituzione di nome rappresentata dal duca di Giu-
liano D. Antonino Salviati già Borghese.
Soderini “... già detta dei Gangalandi sendo padrona di
“ quel castello fu nel vero in qualunque tempo famosa, ricca e
“ reputatissima stirpe adorna di molte gran dignità conciossiachè
“nella fiorentina repubblica di 16 gonfalonieri di giustizia e
“36 ss.” con tutti i supremi onori. , Estinta nel 1818 a Roma.
La famiglia Roberti le succedette assumendo il cognome Soderini.
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FAMIGLIE CELEBRI FIORENTINE 417
Strozzi “... descendenza fiesolana che non solamente fu
“ splendidissima di virtù et honori e ricchezze nella fiorentina
“repubblica ma in molti luoghi di Europa, furono signori di
“ castella nel contado fiorentino e nel regno di Francia sendo
“ famosi nella quantità di loro stupendi e maravigliosi palazzi
“ sì nella città come nel contado per diporto loro ancora, e gra-
“ diti di 26 gonfalonieri e poco meno di 100 priori di libertà e
“ furono signori di piazza. , È rappresentata oggi dal marchese
. Massimiliano Strozzi-Sacrati e dal Principe Piero Strozzi.
Torrigiani “...
“ nel 1380 Benedetto di Ciardo gonfaloniere e 82 ss." , Lo stemma
stirpe reputata e di ricchezze ornata hebbe
da noi riportato è mancante delle 3 stelle d’oro poste nel capo,
che si vedono nelle armi di questa famiglia in epoca posteriore
fino al giorni nostri. È rappresentata dal marchese Pietro Tor-
rigiani.
Ubaldini “... ebbe l'origine sua dagli antichi re di Francia...
È “ e già nelli antichi tempi non si trovò stirpe di maggior po-
“tenza; conciossiacosachè havessero signoria di più di 30 ca-
“ stella... e nella città di Firenze torre, piazze e palagi. , Nello
stemma che riproduciamo non vi è fra i rami del massacro di
cervo nè la palla d’argento crociata di rosso che gli Ubaldini
| usarono in seguito; nè la stella d’oro che vi sostituirono i conti
un
Ubaldini della Carda tuttora fiorenti in Urbino.
C. DALL’ANCUDINE.
Il Cittadella, che pubblicò le memorie
storiche dell’antichissima famiglia ferra-
rese, degli Aldighieri, Aldigeri o Aligeri
limita la sua origine ad un Alberto di
Aldigerio, ricordato in un documento sti-
pulato nel 1173 fra il vescovo di Ferrara
e l'abate di Nonantola e come tutti gli
storici ferraresi, sulle traccie della Chro-
nica parva,! confonde gli Aldigeri con
i Fontanesi.
Il Guarini,® nell’importantissimo Codice da me scoperto nel-
l'Archivio Vaticano, dice che “ nella Cronaca piccola la famiglia 1
“ de’ Fontani et de’ Fontanesi è detta delli Aldigieri, le quali
“sono però famiglie diverse, traendo la Fontana tal cognome
“nella prima notitia”et l’Aldigieri essendo prima detta di Gan-
“dolino et nel medesimo tempo trovandosi persone diverse in
“loro; ma la opinione nacque a quel scrittore perchè alcuni huo- |
“ mini de Fontana hebero nome Aldegero. ,
E questa la prima volta che troviamo traccie sicure della |
genealogia ed origine dei Fontanesi, ed i nomi che si trovano
nell’albero dato dal Guarini corrispondono esattamente con i do- |
cumenti del Muratori, * del Minotto,* del Prisciano ® e con l'elenco |
dei ferraresi che prestarono giuramento alla Santa Sede nel-
l’anno 1810, % ecc.
! Nel t. XXIV del Resr. It. Script. del MuratORI.
? Famiglie illustri della città di Ferrara, Arch. Vatic., arm. XLVII, n. 44. fi
® Rer. Ital. Script. - Antich, Est., ecc. \
* Marca Trivigiana, ecc.
Chronica orig. nell’Arch. Estense a Modena.
6
sore FERRARO (1889).
Illustr. negli Atti della Dep. di st. pat. di Ferrara, dal chiar. profes-
€
stile anii tit tn rit a ai tà iam ani di
GLI ANTENATI DI DANTE 419
Gandolino, stipite degli Aldigeri, sarebbe il trisavolo dell’A1l-
digero cui accenna il Cittadella.
Il Guarini riporta che “il vescovo Landolfo infeudando al-
‘cuni beni a Guglielmo figliolo di Bulgaro, nominò Aldigiero
“ di Bonifante di Gandolino pel quale Aldigiero i discendenti si
“ dissero Aldigieri e tra loro fu la moglie di Cacciaguida fioren-
— “tino proavo di Dante e da lei si fece in Firenze il cognome
“di Aldigieri siccome testifica esso Dante inducendo Cacciaguida
“a dirgli: Mia donna venne a me di Val di Pado — E quindi il
“ soprannome suo si feo. ,
Il Monaldi, nella sua Historia delle famiglie fiorentine, chiama
Alisei la famiglia degli Elisei e dice che presero il soprannome
di Alighieri da un Alighiero cavaliere dello speron d’oro. Questo
non è in contraddizione con le parole del poeta e con la tradi-
zione perchè il figlio di Cacciaguida fu detto per l'appunto Aldi-
ghiero dal nome della madre.
Che anche a Firenze l'ortografia del cognome fosse antica-
mente Aldighieri o Aldigeri e non Alighieri, lo abbiamo da un
codice della Barberiniana (N.5002 f. 1583) in cui parlandosi della
| famiglia di Dante è detta degli Aldighieri.
Tornando al Guarini, questi riferisce che altri Aldigieri “ da
“ Firenze trasmigrarono poi in Ferrara, onde non mi so risol-
“vere se Gherardo (degli Aldigieri) fattore del marchese Nicolò II
“nel 1392 fosse della famiglia di Ferrara o della Fiorentina. ,,
E così quel circumspectus vir kRemigius filius quondam Aldigheri
de Aldighertis che figura in un’investitura della Mensa arcive-
scovile di Ferrara/ come fratello del detto Gerardo era proba-
bilmente Fiorentino.
Il Maresti? pretende che la moglie di Cacciaguida fosse figlia
di questo Gerardo (da lui chiamato Berardo) vivente quando
Cacciaguida da oltre due secoli era passato a miglior vita.
Ma ecco la genealogia che degli Aldigeri riporta il Guarini:
! Lib. VII, n. 37, Archivio dei Residui demaniali.
? Teatro geneologico dell’antiche et illustri famiglie di Ferrara P.I.
420 GLI ANTENATI DI DANTE
Gandolino
Bonitante
Aldigero 1112
Alberto
Ds. Adigero 1131
Ì ] |
Ds. Alberto 1186 Alberico 1194 Albertino 1193
(contratto fra il È
Vescovo di Fer-
rara e l’abate di
Nonantola cit. dal
Cittadella
Anno 1178),
I
Ds. Pietro 1206
(il Muratori ri-
corda Ds. Petrus
Alberti de Aldi-
geriis. Ant. Est
Parte 1° pag. 416)
I [|
Ds. Nicolò Ds. Villano 1236 Alberto Ill +
(il Minotto cita
Pietro Il 1344 questo Ds. Villa-
nus de Adigeriis
sotto l’anno 1230/
Questi nomi ricordati dal Guarini concordano, come vediamo,
con alcuni documenti. Nel juramentum fidelitatis, citato sotto
l’anno 1810, troviamo D.° Arriverius de Aldigeriis - Aldrovan-
dinus eius filius - Bartolomeus q® D." Thedaldi de Aldigeriis -
Aldrovandinus q® Errici - Thomaxinus q® Domini Alberti (cioè
l’Alberto III). Fra gl’investiti della Mensa arcivescovile nel 1277 !
troviamo Albertinus, Erricus, Arriverius et Mantovanus de Aldi-
geriis e la paternità di Arriverius risulta da altro documento
del 1806: Arriverius q®” Vescovelli Aldigerii procurator Papa-
conis q® Guicardi Aldigeri de Ferraria e figurano come testi-
moni Guidus qg® Aldigeri de Aldigeriis e nobilis vir D. Thebaldus
de Aldigeriis civis Ferrariensis. Anche lAldovrandinus q® Errici
del juramentum è ricordato dal Cittadella ® nell'atto nel 1332
come legittimo discendente di Papazzone insieme a D.° Jacopus
filius q® Domini Thebaldi; e Aldrovandinus q' Arriverii e Aldro-
vandinus legittimo discendente di Tommaso (probabilmente il |
Thomaxinus q® D®' Alberti del juramentum). Finalmente nell'atto
del 1348, troviamo Jacopus et Petrus figli di Aldobrandino qu
Arriverio e Bertheus f. q® Thebaldi. |
1 CITTADELLA, op. cit., pag. 18.
"RIDI:
GLI ANTENATI DI DANTE 421
Questi i nomi dei più remoti personaggi di tale illustre fa-
È e pur tralasciando quelli che senza appoggio di documenti
ud noi noti, vengono citati dagli storici, fra i più autorevoli e
| cospicui cittadini ferraresi.
2 In quanto alla ascendenza di Dante che, come è noto, fu
. figlio di Alighiero di Bellincione di altro Aldighiero o Aligerio
. figlio di Cacciaguida; il Monaldi, cit., vuole derivasse da un
| Aliseo de Frangipani a tempi di Carlo Magno.! Certo è che gli
| Elisei o Alisei furono signori di Torre e di Loggia. Lo stesso
Monaldi pretende che alcuni fossero soprannominati Danti a ri-
| cordo del loro grande congiunto e che da essi discendesse il
. vescovo Ignazio Danti nel xvi secolo. Altri ancora si dissero
| Del Bello e Beliotti poi Biliotti. Soltanto la linea di Dante,
i cui ultimi rampolli si spensero nei Serego di Verona, porta-
rono il cognome Alighieri.
«Lo stemma che si attribuisce agli Aldigeri sulle traccie del
| Libanori! e dell’inesatto Maresti? è un impasto dello stemma
dei Fontanesi e di quello degli Aldigeri. Il Baruffaldi nel suo
. Blasonario riferisce che soltanto il leone era l'emblema di questa
famiglia che usò d’oro in campo azzurro, come si rileva anche
da un Codice del xvi secolo. ® Traccie di questo leone si tro-
È "varono nel 1890 quando, per i restauri eseguiti nell’antichissima
— Chiesa di Santa Maria ad Nives detta Santa Maria Nuova in Fer-
rara, venne scoperto il sepolcro degli Aldigeri, la cui lapide
| venne affissa al muro laterale dell’altar maggiore.
A Firenze gli Alighieri usarono come arma parlante d’az-
ZUrTO (alias d’oro) al semivolo d’argento (alias di rosso).
«Lo stemma partito d’azzurro e di rosso alla fascia d’argento
i attraversante, che alcuni attribuiscono agli Alighieri, era quello
degli Elisei.
Ferruccio PASINI FRASSONI.
! Ferrara d’Oro, parte II.
._ Teatro geneal., parte I.
3 Famiglie ‘della città di Ferrara, mss. nella Bibl. del Collegio Araldico.
NO
e
LE RACHAT DES MAJORATS
Les majorataires sont poursuivis par l’état et plus spéciale-
ment visés par monsieur Thomson pour le remboursement obli-
gatoire de leur majorats, qui ne répondent plus è la forme du
gouvernement.
La Ievue du Collège héraldique, ayant donné dans son numéro
de novembre 1903 un travail sur le titre de prince en France,
c'est presque un complément d’exposer ici la situation officielle
présente, au point de vue financièr, è la suite de ce qui a été
dit sur l'origine nobiliaire, de ceux qui ont hérité de màle en
màle par ordre de primogéniture jusqu’à nos jours, des fortunes
dont nos gouvernants se proposent de modifier la situation.
On trouve quelques résistances notamment chez le duc de
Bellune. Nous croyons devoir nous étendre sur le titre de duc,
n’ayant traité que celui de prince dans l’article en question.
Ces titres créés par l’Empire, continués par la Réstauration,
sur le méme principe venu de l’étranger, introduits en France
par Napoléon, mais dont la base se trouve dans nos anciennes
lois: institution essentiellement nobiliaire qui n’est qu'une con-
séquence de l’hérédité au tròne.
On en retrouve l’affirmation dans les ordonnances d’Orléans
de janvier 1560, et de Moulins, de février 1566 et dans l’édit de
mai 1711, de Louis XIV, sur la substitution perpétuelle des pairies. |
Il y a les majorats fondés avec les propres biens des titu-
laires, qui deviennent incessibles et inaliénables, puis les dota- -
tions formées des biens provenant du domaine et que les béné- i
ficiaires tiennent de la munificence du souverain. Ils reposent
sur immeubles, sur rentes de l’Etat ou assimilés. Le Mont de
Milan ou “ Monte Napoleone, , créé par décret impérial de juil-
let 1805, officiellement réservé par le traité de Fontainebleau,
modifié par un article secret du traité de Paris du 30 mai 1814,
fut régulièrement réconnu pour le service des dotations jusqu'à.
cette époque, réconstitué par le traité de Zurich du 10 novem-
le die
LE RACHAT DES MAJORATS 493
bre 1859 et les décrets de l’empire du 21 octobre 1861 et
13 décembre de la méme année, ainsi que ceux du 14 aoàt et
17 décembre 1862, époque è laquelle le Mont de Milan avait
312,500 francs de rentes è servir.
En 1389 il n’y avait que 287 bénéficiaires se répartissant
254,000 franes par an.
Aujourd’hui il n’ y a plus que 145,600 fr. de rentes de majoratés
dans ces dotations, réposant sur 9 tétes dont on verra les noms
plus loin; plus trois majorats de 200 fr., n’appartenant pas è des
princes. |
Il y a aussi des maJorataires dont la dotation est fixée ail-
leurs que sur cette dette italienne formant une partie de leur
fortune, comme les autres transmissible, incessible et inaliènable
avec fidéicommis è l’étranger réposant sur immeubles, beaux
emphytéotiques ou hypothéques dans ce nombre, è l’abri du
remboursement qui se prépare, il y a, entre autres, les princes
de Talleyrand et Sagan, de Norreys et Longjumeau.
Dans les majorats meubles et immeubles voici la liste pour
les titres de prince et duc: Pour les titres inférieures le plus
important est celui de 42,561 francs de rentes, pour Chaumont-
Quitry, et le moins fort au nom d’Histrel de Rivedoux pour
883 francs de rentes sur l’'État.
L’empire avait créé 388 comtes dont 84 ayant dotation im-
périale avec 42 majorats. Cette énumération est tout autre, avec
celle des barons et des chevaliers héréditaires.
Nous ne donnons pas non plus le détail des extinctions, par
retour à l’Etat par défaut d’héritiers màles. Malheureusement il y
a des représentants par ordre de primogèniture qui n’ont plus
de majorat, ayant négligé de demander la conversion de leur
dotation è temps, et qui reposalit sur des conquétes à l’étranger
contisquées par le retour des gouvernements.
De ce nombre il y a le brave maréchal Macdonald, duc de
Tarente, dont l’empereur è Saint-Hélène vantait la loyauté. Son
majorat était de 60,000 francs par an, établi dans le royaume
des Deux Siciles, il cessa au retour des Bourbons. Son fils ayant
généreusement servi la France, comme son père, ne pensalt pas
à des questions d’argent, et se fit inscrire le 7 juillet 1815 sur
les contròles de la Garde Nationale, où il fit son service comme
simple grenadier, après avoir été Grand officier de l’empire,
Grand chancelier et Grand aigle de la Légion d’honneur, Gou-
494 LE RACHAT DES MAJORATS
verneur de Rome et de Gratz, ecc. Il mourut en 1840, il était
né à Sedan en 1765. Le représentant unique du nom, le troi-
siéme duc, son petit fils, àgé de 50 ans, est célibataire, officier
de cavalerie.
En revanche la plus grosse part est è Alexandre Berthier, né
en 1836 (prince de Neuchàtel et de Valangin 1806 et de Wagram
1809). Outre son inscription aux majorats mobiliers pour francs
25,000 de rentes sur le Mont de Milan et de 185,793 sur l’État,
il y a un majorat en immeuble sur le domaine de Grosbois de
12,679 francs de revenu, ce qui fait un total incessible de francs.
283,472 par an.
Arrive en deuxième ligne Victor Masséna, né è Paris 1836,
capitatne de chasseurs démissionnaire, ancien député, chevalier
de la Légion d’honneur (duc de Rivoli, 1807, prince d’Essling,
1810). Son majorat est de 160,149 francs de rentes se décom-
posant ainsi 50,000 francs par an sur le Mont de Milan, francs
31,578 sur l’Etat, 100 actions du Canal du Midi rapportant franes
50,000 annuellement et 50 actions du Canal d’Orléans d’un revenu
de 28,571 francs.
Puis Alfred Regnier, né 1837 (duc de Massa, 1809, déjà
comte de Gronau, 1808), il est curieux de remarquer que ce titre
de Massa Carrara avait déjà été donné en 1806 a Félix Bacciocchi,
comme le titre de prince de Ponte Corvo a été donné è Murat
en 1812 après avoir été octroyé è Bernadotte en 1806. Ce ma-
jorat est de 43,443 francs d’une part et de 16,493 de l’autre,
avec 20 actions du Canal d'Orléans. Il est bien entendu que ces.
chiffres sont complétement indipendants des placements parti-
culiers, comme pour tous ses co-majoratoires, qui ont une for-
tune de leur domaine privé, autre que celui de l’État. Pour ce
cas, la fortune du duc peut étre évaluée a 800,000 francs de
revenu.
Edouard Mortier, né è Paris 1845 (duc de Trevise en 1808),
58,912 francs de majorat se répartissant en 15,000 sur le Mont.
de Milan et 43,912 sur l’État.
Napoléon Ney, né è Paris 1870 (prince de la Moskowa stati
25,000 francs de rentes sur l’État.
Jean Ney, frère cadet du précédent, né è Paris 1873 (due È
d’Elchingen, 1808), 38,204 francs de rentes.
Victor Perrin, né è Lisbonne. 1828 (duc de Bellune, 1808),
15,000 francs de rentes sur le Mont de Milan et 163 sur État,
Ppeettno peri
rina finiti ict
d
LE RACHAT DES MAJORATS 4925
total 15,163 francs de revenu majoratés, plus 612,000 immeubles,
représentés par une maison à Fontainebleau acquise en 1877
pour 55,000 francs, et une autre à Paris, rue Laffitte, achetée
557,000 francs en 1865.
Napoléon Lannes, né è Paris 1877 (duc de Montebello 1808),
13,200 francs de rentes.
Charles Oudinot, né è Paris 1851 (duc de Reggio 1809, déjà
comte 1808), 12,962 francs de revenu.
Raoul Suchet, né à Paris (duc d’Albuféra 1812, déjà comte
1808), 10,768 francs par an.
Philippe de Montesquiou-Fezensac, né è Paris 18483 (duc en
13815, confirmé 1821), 7,410 francs de rentes.
Ce chiffre n’est pas celui affécté au titre de duc, pour lequel
selon l’ordannance du roy du 25 aoîìt 1817, il fallait composer
des biens produisant au moin 80,000 francs de revenu net, pour
former un majorat attaché a cette dignité (comme il fallait au
fondateur d’un majorat de comte, 20,000 francs net de revenu
au minimum), mais se rapporte au titre de baron, conféré par
l’empereur a Raimond-Aimery-Philippe-Joseph de Montesquiou-
Fezensac par lettres patentes du 29 septembre 1809, inscrites au
Bulletin des lois, au n. 4780.
Il y eut également un titre de comte au méme nom, pour
le Grand Chambellan de l’empereur.
Il est curieux de remarquer que des représentants des plus
vieilles familles, méme ducales, bien avant la révolution, ne
croyaient pas s’abaisser en acceptant des titres inférieurs de
l’empereur.
Un Saint Simon fut créé comte en 1809.
Un Bauffremont et deux Montmorency la méme année 1810.
Un Cossé-Brissac, 1812, un de Noailles, 1813.
Maintenant il ne faut pas oublier un nom devenu royal, Ber-
nadotte, inscrit actuellement pour un majorat de 14,820 francs:
de rentes.
Lr BARON D'HELTUNE
Historiographe Héraldiste.
Rivista del Collegio Araldico, (luglio 1904). 27
COUP D'EIL SUR L'HISTOIRE DE LA CORSE
(Continuazione vedi num. precedenti).
“ La population, dit l’historien Jacobi, se trouva alors sous une
administration libérale et populaire; tous ceux qui avaient été
obligés de s’expatrier, par suite des divers changements surve-
nus dans le pays depuis quelques années, furent rappelés sans
distinction; le famille des comtes de Cinarca revint également
dans ses foyers et recouvra ses biens confisqués par les Mala-
| spina. La liberté, l’ordre et la paix rendirent è l’industrie na-
tionale son activité, et le commerce insulaire profita, pour s’en-
richir, des débouchés ouverts è celui de Pise. On perca des routes,
on érigea des temples, on construisit des ponts, et l’on répara
‘en partie les désastres causés par les invasions des barbares et
les guerres civiles. ,,
La rivalité de Pise et de Gènes! devait étre fatale è la
Corse. Le Saint-Siège inclinait en faveur des Pisans, qu'il vou-
lait récompenser d’avoir chassé les Sarrasins de Minorque (1114),
après une guerre en laquelle “ les Corses combattirent comme
des lions , ?. Ils deployèrent done contre les Sarrasins le cou-
rage de véritables croisés, qu’ils étaient d’ailleurs; de là, sans
doute, cette croix rouge que portait sur son écu la famille
“ pe Corsia , et qui peut-étre fut le blason primitif de la
Corse È.
! Voir: Recherches sur la Corse au Moyen Age, Origines de la rivalité des
Pisans et des Génois en Corse (1014-1174), par CoLonna CEsaRI Rocca, chargé
de mission du Ministère de l’Instruction pnblique. Géènes, 1901, grand in-8.
® Boson dans MuratorI. Corsi tamquam leones contra barbaros pugnavere.
® Bibliothèque du Roi, à Turin, volume coté 14401, Mns. Archinto,
Armorial Lombard de 1560, tom. I, fol. 76 et 79; “ De Corsia, d’argent è la
croix de gueules. » — En septembre 1218, “ au camp sous le murs de Da-
miette, Luco DE Corse et ses associés, marchands génois, ,, prètent è Bar-
thélemy de Nédonchel et Hugues de Dona, chevaliers croisés, la somme de
180 livres tournois. ,, (P. Roger. La Noblesse de France aux Croisades, 1845,
pag. 122). 1
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COUP D'(EIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE 427
Gènes s’était emparée de Bonifacio, que les Pisans s’effor-
cèrent en vain de recouvrer; les Geénois avaient augmenté les
fortifications de la ville et y avalent transporté une colonie li-
gurienne. La lutte des Guelfes et des Gibelins accrut encore
l’animosité entre les deux républiques; Génes tenait pour le
Pape, Pise pour l’empereur; la malheureuse Corse devint le
tbéatre de la guerre entre Génois et Pisans; forcés de prendre
parti, les insulaires se trouvaient divisés en deux factions ‘
‘ qui
se décimaient lune l’autre. ,,
Dans les alternatives sanglantes de victolre et de défaite, la
fureur des partis, alimentée par les intrigues de l’étranger, par
les ambitions des prétendants, piétinait aveuglement la patrie
et la liberté. En 1269, pour conserver dans leurs fiefs un pouvoir
quasi souverain, des seigneurs se mirent sous la protection de
Génes; en 12783, la ville de Calvi suivit cet exemple; dix ans
après, ce fut le tour d’Aleria. Déjà la cause des Pisans semblait
désespérée, encore que des patriotes clairvoyants, tel Giudice
della Rocca, se fussent levés pour opposer une barrière è la
puissance envahissante de Génes.
En somme, l’anarchie était partout, profonde, implacable,
devenant pour ainsi dire la vie normale de la Nation, menacant
de s’éterniser. Le pape Boniface VIII réèva de la refréner en
vendant au roi d’Aragon, sous la condition d’hommage, c’est-
‘a-dire de vassalité, les droits qu'il avait ou pensait avoir sur la
Corse (1296); vendition confirmée par les successeurs de Boni-
face, acceptée par un certain nombre»d’insulaires, partisans du
nouveau régime, mais tenue en échec par les patriotes qui, dans
l’assemblée de Marana, élurent comte de Corse le grand Giu-
dice della Rocca, guerrier habile et valeureux, magistrat ami du
juste et du peuple.
Génes eut peur de son influence, soudoya la trahison infàme,
et, plus infàme qu'elle, fit mourir sous le poids des chaînes,
dans une de ses geòles réservées aux scélérats, ce vénérable no-
nagénaire (1331) de qui la clémence magnanime, en ses jours
de victoire, n’avait Jamais failli è ses prisionners génois. Sa
mort fut le signal d’un redoublement d’anarchie, et, lasse des
compétitions sanglantes de ses fils et des feudataires qui lut-
428 COUP D'(RIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE
talent pour lui succéder dans le pouvoir suprème, une partie de
l’îÎle convint de reconnaître la suzeraineté de Génes!.
Ainsi tombent les peuples divisés, méme les plus vaillants,
les plus jaloux d’indépendance, aux mains d’un conquérant sans
scrupule, sans générosité, sans foi.
Génes avait promis de respecter les “ Statuts de Corse , *.
tous le droits et coutumes de la Nation. Si la république eùt
tenu loyalement sa promesse, les insulaires, tout en conservant
au fond du coeur le regret poignant de leur indépendance, eus-
sent du moins joui d’un repos compensateur; mais le joug gé-
nois ne devait point tarder, par ses dédains insupportables è
‘leur fierté, par ses violations de toute équité, par ses exactions et
son mépris du droit méme de vivre, è devenir irrémissiblement,
odieux. A diverses reprises, dès les premiers temps de sa domi-
nation, Génes fut exposée a perdre la possession de la Corse;
du moins n’y possédait-elle plus que Calvi et Bonifacio; l’hos-
tilité declarée était è peu près générale, dans les rangs du peuple
non moins que parmi les nobles, que le Sénat génois avait hu-
miliés, dégradés pour ainsi dire, en se refusant à les inscrire
dans son patriciat. Accinelli, qui a laissé une histoire manus-
crite de la Corse, y rapporte qu'ils se plaignaient grandement de
ce que la Sérénissisme n’eùt agrégé a la Noblesse de Génes que
trois familles corses; Ristori, Giovanninelli, Casale. ® Il est d’ail-
leurs è présumer que cette rigueur dédaigneuse dérivait du peu
d’empressement des Corses è rechercher une distinction qui
pouvait passer pour le prix d’une défection. Toujours est-il que,
deux siècles après, vers 1624, aux Archives d’Etat de Génes,
dans le Registro delle famiglie nobili di Corsica, six noms seule-
ment sont inscrits, — autres que les précédents. Non seulement.
! Voir l’important étude du comte Raoul Colonna de CesarI Rocca. Réunion
définitive de la Corse aux États de la commune de Génes, en 1347, Genova,
1900, in-12. |
? Voir Traduction des statuts civils de V Isle de Corse, faite sur un exem-
plaire italien imprimé a Bastia en 1694, par Serval, avocat. Toulon, veuve
Mallard, 1769, in-8.
° On trove des notes intéressantes à ce sujet, dans RenucoI, Storia di
Corsica, Pise, 1833, t. I, pag. 108.
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COUP D'GRIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE 499
la Corse ne retrouva point le paix fèconde et réparatrice, mais
le poids de ses calamités propres s’accrut encore par les inces-
santes dissensions des Génois, dont elle eut è subir les sanglants
contre-coups. En moins de quatre ans, Génes avait subi dix ré-
volutions et, dans ce court laps de temps, dix doges s’étaient
succédé.
“ Le doge Antoniotto Adorno, voyant sa patrie menacée par
le duc de Milan, Jean Galéas Visconti, et constatant d’autre
part, que les luttes intestines le mettaient dans l’impossibilité
de la défendre contre l’invasion étrangéère, offrit sa patrie au
| roi de France, le suppliant seulement de respecter ses privilé-
ges (21 octobre 1390). Charles VI envoya comme gouverneur en
Ligurie le comte de Saint-Pol qui, dit Pommereul,! déplut aux
Génois pour avoir trop plu è leurs femmes, et qui fut aussitòt
remplacéè par le Maréchal de Boucicaut (1401). La Corse deve-
nait donc vassale de la France.
“ Or, en 1407, le gouverneur génois Ambroise Marini ayant
été assassiné, — non sans motif, car le peuple avait eu beau-
coup a souffrir de ses exactions, — Lomellino, que nous avons
vu governeur de l’île et membre de la Maona,? alléguant qu'il
avait perdu beaucoup d’argent dans cette société, sollicita de
Charles VI l’investiture du Comté de Corse, qui lui fut accordée.
Justifiant par sa conduite les termes de sa requéte, Lomellino
accabla les habitants d’impòts arbitraires et ne recula devant aucun
moyen pour les lever , °. |
Cette investiture fut une faute grave de la débilité du mo-
narque ou de la légèreté de ses ministres. Un instant, les Cor-
ses avaient mis leur confiance en la France; ce ne fut qu'un
éclair d’espoir; abandonnés, livrés par elle, ils retombèrent dans
les incertitudes et les angoisses, jusquw'au débarquement de Vin-
centello d'Istria, venu d’Aragon avec une armée et promptement
1 PommeREUL. Histoire de la Corse, t. I, pag. DT.
? Sous le principat de Giudice della Rocca et pour résister à ses patrio-
tiques efforts, le Sénat de Génes, par décret du 28 aoùt 1378, avait auto-
risé la Maona, Société composée de cinq membres, et lui avait donné la
Corse en fief, tributaire de la République.
® RaouL CoLonna. Histoire de la Corse, pag. 40-41.
430 COUP D'(RIL SUR L'HISTOIRE DE LA CORSE
éelu comte de Corse, dans une consulte générale. D’abord vaineu
par Francois della Rocca, qui, fils du comte Arrigo, prétendait,
avoir sur la Corse des droits plus directs, il fut vainqueur à son
tour (1410). Trois ans après, les Génois, ayant secoué le Jjoug
des Francais, chassé la maréchal de Boucicaut, se jetaient sur
l’île “ rebelle, ,
pour solliciter des secours.
et forcaient Vincentello è retourner en Aragon
Il en revint avec des troupes, battit une première fois les
Genois, appela toute la Nation aux armes et prit position è
Morosaglia, dans cette vallée fameuse, champ-de-mars des anciens
Corses, formant una espèce d’amphithéàtre capable de contenir
plus de cent mille hommes.
A l’approche de l’armée ennemie, Vincentello fit entendre à la
sienne une harangue enflammée, — que nos voulons reproduire ici:
“ Compatriotes, quand je considère qui nous sommes, quels
sont nos adversaires et en quel lieu nous allons combattre, je
sens doubler mes forces et mon courage, et J'acquiers la certi-
tude d’une prochaine et éclatant victoire. Descendant de ces
guerriers qui ont défait en tant de rencontres les oppresseurs
de leur patrie, nous luttons pour l’honneur, la liberté et l’indépen-
dance de notre Nation; nos oppresseurs, au contraire. se battent,
par métier et n’exposent leur vie que pour obtenir un vil salaire.
“ La victoire peut-elle rester incertaine entre deux armées
ainsi composées?. |
“ Que chacun de nous se rappelle, en allant au combat, les
augustes solennités célébrées dans la vallée de Morosaglia; que
chacun se croie chargé personnellement de la défense de ce lieu,
véritable sanctuaire de notre patrie; que chacun se figure que
de sa conduite dépend le sort de son pays, l’honneur de sa fille,
de sa sceur, de son épouse, qu'il se souvienne que ses ancètres
le contemplent, et que ses contemporains et la postéerité diront
s'il a su faire son devoir è Morosaglia?
“ Compatriotes, l’instant solennel approche; que notre cri
de ralliement soit: Vive le patrie! Et nous sommes sùrs d’étre
vainqueurs et nous acquerrons une gloire immortelle ,, ‘.
1 Lettres duc hanoine Jacobi.
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MITE n ig Mg ep e
COUP D'(EIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE 431
En effet, de si magnifiques accents pouvaient-ils laisser
douteuse la victoire? Les Génois furent entièrement défaits, et
Lomellino, leur général, demeura prisonnier. Alphonse, roi d’A-
ragon, en profita pour venir affirmer ses droits, s'empara de
Calvi, mit le siége devant Bonifacio, et forcé d’aller è Naples
par un intérét plus puissant, il nomma Vincentello d’Istria vice-
roi de la Corse (10 février 1419 n. s.) et lui remit le comman-
dement des troupes qu'il laissait dans l’île.
L’occupation aragonaise, compromise par des fautes graves
du vice-roi, dura peu: le génois Spinola parvint è s'emparer de
lui, et le conduisit è Génes où le Conseil des Huit lui fit tran-
cher la téte.
Les historiens notent qu’à cette époque l’intervention des
Genois en Corse était presque nulle, la sérénissime République
étant asservie à Philippe-Marie Visconti, duc de Milan, en fa-
veur de qui le doge Thomas Frégose avait abdiqué.
Tandis que les feudataires se disputaient la succession de
Vincentello, Giudice d’Istria se fit nommer comte de Corse par
le roi d'Aragon; de leur còté, les insulaires, assemblés è Moro-
saglia, élurent Polo della Rocca pour comte et seigneur de l’île.
L’arrivée de Janus de Campo-Fregoso, neveu du doge Thomas,
lequel ambitionnait de faire de la Corse un fief pour sa famille,
vint encore compliquer la situation; puis, l’avènement du doge
Adorno, ennemi des Campo-Fregoso, fut suivi de la défaite de
Janus (1443), et le nouveau doge reprit pour son propre compte
le réve ambitieux de son prédécesseur. Giudice d’Istria rentrait
en Corse avec des renforts aragonais. Effrayés de l’état désas-
treux où la guerre civile avait plongé la patrie, des caporaux,
entre autre Rinuccio Casabianca, offrirent au Pape la souverai-
neté effective de l’île (1444), dont il avait déjà la suzeraineté,
que la République de Génes n’avait pas cessé de reconnaître,
en se déclarant vassalle du Saint-Siège è raison de son fief de
Corse.
(La fin au prochain numéro) Marquis D’OrnANO.
ANTICHI DINASTI ITALIANI
IN ORIENTE!
Barozzi a Santorin e Terasia (città nelle isole omonime;
gruppo delle Cicladi), nobili castellani. Discendenza di Jacopo
(veneto) 1207. ì
Buondelmonte a Zante (isola Jonia), despoti. Discendenza
Branca a Nizaro, principi. Discendenza di . ....
Cattaneo alla Focide e a Scio, principi. Discendenza di
Andriolo (genovese) 1314).
Cattaneo a Smirne. Discendenza di . ....
Costa a Siracusa, conti. Discendenza di Armanno (geno-
vese) 1204.
Daile-Carceri a Negroponte, terzieri. Discendenza di Goberto
(veronese) 1205.
Dalle-Carceri a Negroponte, terzieri. Disco di /z-
zardo e Marino (veronesi) succeduti 1216 a Ravano Dalle-Carceri, I
loro zio, investito 1205.
Dalle-Carceri a Gardichi ed a Egina ‘mel ducato di Atene),
nobili castellani. Discendenza di Bonifacio (veronese) 1287. Il
feudo nobile di Egina, passò per eredità nel 1388, nella discen-
denza di D. Alfonso Fabrique de Aragona.
Dalle-Carceri nell’Arcipielago, duchi. Discendenza di (Gio0-
vanni (fu Pietro, terziere di Negroponte) per eredità di Fiorenza
Sanudo.
Dandolo ad Andros (città nell'isola omonima: gruppo ela ]
Cicladi), nobili castellani. Discendenza di Marino (veneto) 1207. —
! Vedi Rivista del Collegio araldico, anno II, febbraio 1904, pag. 82 e seg. :
ANTICHI DINASTI ITALIANI IN ORIENTE 433
Embriaci a Gibelletto (Fenicia). Discendenza dei fratelli Ugo
e Ansaldo (genovesi) 1105.
Embriaci a Lemmos, principi. Discendenza di ..... 1264.
Foscarini a Cerigotto, marchesi (consignori per sei carati e
successione Viari). Discendenza di Giovanni Battista e Pietro (ve-
neti) 12.
Foscolo a Nanfio (città nell'isola omonima; gruppo delle
Cicladi), nobili castellani. Discendenza di Leonardo (veneto) 1207.
Gattilusio a Metellino (isola nell’Arcipielago), principi. Discen-
denza di Francesco (genovese) decorato della dignità di “ de-
spota ,, 1356.
Gattilusio a Imbros e Samotrace (isole nell’ Arcipielago), prin-
| cipi. Discendenza di Nicolò (genovese).
Ghisi ad Amorgos (isola nelle Cicladi), conti. Discendenza di
Filippo (veneto) fu Andrea 1251.
Ghisi a Tinos e a Miconos, conti. Discendenza di Bartolomeo
3 (fu Andrea, veneto) 1259.
Giorgi o Zorzi a Bodonitza, marchesi. Discendenza di Fran-
cesco (veneto) 1358.
Giustiniani a Cerigotto (isola Jonia), marchesi (consignori per
sel carati). Discendenza di Gerolamo (veneto) fu Andrea 16..;
un mezzo dell’isola per successione di casa Viari.
Giustiniani a Ceos, Serifos e Caristos (isole Cicladi), con-
signori. A Ceos coi Premarini e Micheli; a Serifos coi Ghisi e
; coi Micheli. Discendenza di Federigo (veneto) di Filippo fu Ni-
colò 1207; a Caristos 1366.
Giustiniani a Scio, maonesi. Discendenza di Nicolo Caneto,
Nicolò da S. Teodoro Paolo Daneo, Giovanni Campi, Francesco
Arangio, Luchino Negro, Pietro Oliviero, Raffaele Farneto, Tom-
maso Longo, e Gabriele Adorno, genovesi, i quali ad eccezione
deli’ Adorno si dissero Giustiniani 1362. Principi, 12 dicembre 1408.
Giustiniani a Stura (nell'isola di Negroponte), nobili castel-
lani. Discendenza di Donato (veneto) di Francesco fu Pietro 1376.
Nobili castellani a Cuppa e Poteri.
Grimani a Stampalia e Amorgos (nelle Cicladi), consignori.
Discendenza di Marco (veneto) fu Raffaele 1310.
Lomellini a Tabarca. Famiglia genovese.
v
434 ANTICHI DINASTI ITALIANI IN ORIENTE
Micheli a Ceos e Serifos (nelle Cicladi), consignori (coi Giu-
stiniani e Premarini). Discendenza di Domenico (veneto) 1207 per
un quarto di Ceos e un quarto di Serifos.
Moresco a Rodi, Scarpanto, Naso, Symi e Nisaro (isole
Sporadi), principi. Discendenza dei fratelli Andrea e Ludovico
(genovesi) figli di Giovanni 1299.
Pallavicini a Bodonitza, marchesi. Discendenza di Guido (lom-
bardo) fu Guglielmo 1207. |
Pecorari a Negroponte, consignori per un terzo.
Querini ad Amorgos (nelle Cicladi), nobili castellani poi conti.
Discendenza di Giovanni (veneto) fu Paolo 1207.
Sanudo a Nasso, Paros, Milo, Marine, Siro e Gridia (nel-
l’Arcipielago. Duchi col predicato dell’Arcipielago. Discendenza
di Marco (veneto) 1207. L’anno 1260 un Guglielmo Sanudo, fu
creato re di Candia, dall'imperatore Balduino. Ma questo regno
durò per assai poco tempo, e forse realmente, non fu posseduto
dai Sanudo.
Sommariva ad Andros e Paros, nobili castellani di Andros
e duchi a Paros. Discendenza di Leone (veronese).
Tiepolo a Sciros, Schiatos e Scopelos (isole Jonie), conti.
Discendenza di Lorenzo (veneto) per successione Ghisi 12...
Venier a Cerigo (isola Jonia), marchesi. Discendenza di Marco
(veneto) 1207.
Viari a Cerigotto (isola Jonia), marchesi (consignori per 12
carati). Discendenza di Jacopo (veneto) 1207.
Vignolo a Cos, Calamo e Leros (isole Sporadi), principi.
Discendenza di £f'ulco (genovese) succeduto 1325 al fratello Vignolo
dei Vignoli, inv. 1806.
Zaccaria alla Focide e a Scio, principi. Discendenza di Be-
nedetto (genovese) fu Fulcone: alla Focide 12.. e a Scio 1306.
Zaccaria a Damala, Calandritza, Arcadia e Morea, baroni,
‘ Discendenza di Centurione (genovese) secondogenito del principe
Martino di Scio, a Damala 1334; a Calandritza 1336; ad Arcadia
per successione Lenoir 1386; a Morea, per successione Bordeaux
de S. Superan 1404; despoti. Arma: Inquartato di rosso e d’ar-
gento. |
| A. VienoLo De Cos.
mire. ein tn ee
Pe, n Lei
:
3
4
1
°
. FAMILLE DISSARD-CAVARD
PUY-DE-DOME - Auverane (FRANCE)
(Continuazione vedi numeri precedenti)
Le nom Dissard à travers les àges — On en trouve la trace jusqu’au plus
haut passé — Il est conservé méme sur les actes de baptème, ce qui
en indique le sens historique particulier, alors qu’au baptème les noms
ancastraux faisaient place aux prénoms de saints — La première trace
chrétienne des Dissard est de 1125 — Du monastère de Saint Julien
de Brionde — Difficulté de retrouver des traces écrites à la suite des
guerres où periodiquement tout était brùlé et détruit à dessin — On
retrouve les Dissard à la guerre de cent ans, écuyers des rois de France
— En 1445 ils commandent les archers nobles — En 1770 ils sont en-
core officiers des armées royales.
Le nom de Dissard, on le voit, ne s’est pas perdu, il a gardé
à travers toutes les vicissitudes que comportent vingt siècles, sa
signification.
Les armes sont: en chef d’azur mi partie, et mi partie de
geules en pointe, chargé au chef d’azur d’un aigle d’or éployé
membré béqué, armé, fixant un soleil d’or fascé, ombré, hori-
zonté au chef senestre. Chargé è la pointe de geules d'un tu-
mulus de sinople du nom Dissard (pièce principale de l’écu et
la plus noble); le tumulus ombré d’un fossé de sable porté sur
une terrasse de méme, surchargeant le tout au centre de l’écu,
une croix d’or potencée. Ce symbolisme est druidique; il figure
l’autel: de pierre dont la coupure horizontale donnait une croix
potencée par ses quatre supports en pierre, et sa table en croix
an centre de laquelle dormait le feu mystérieux qui, à un mo-
ment donné, quand une lance de feu partant du soleil venait
le frapper du ciel se rallumait, rétablissant ainsi la parfaite vie
divine entre la terre et le ciel, entre Dieu et l’homme; vie figurée
par le feu; Dieu figuré par le soleil; l'homme figuré par la pierre;
àme comme morte, figurée par le feu intérieur caché au centre
de la croix de pierre. C'est tout le symbolisme de la chute de
436 FAMILLE DISSARD-CAVARD
l'homme, sa rupture d’avec Dieu, sa réconciliation faite par le
Verbe émis de Dieu comme le rayon en lance émis du soleil,
au moyen de la croix et du sacrifice, figurés par l’autel en forme
de croix et par Dieu fait homme figuré par la pierre qui n'est
qu’un avec la croix et le feu caché. Ce symbolisme mystérieux
et profond remplit d’espoir notre àme de prétre sur le salut de
ces peuples immenses ensevelis sous les ombres de la mort; Dieu
leur avait révélé le mystère du Rédempteur futur, et par la foi
explicite en sa venue, ils peuvent étre sauvés et avoir été ces
Justes que le divin Réparateur alla chercher aux limbes après le
sublime drame du Calvaire, alors que, vrai soleil de justice (comme
il se nomme lui-méme) il vint Jeter le feu sur la terre selon sa
propre expression dans son Evangile. Ne semble-t-il pas que par
ces expressions insolites notre Sauveur Jésus ait voulu, lui, Dieu.
universel, rappeler les mystères des peuples qui ETTI
l’attendaient sous ces symboles. ei
Voici la forme de l’autel druidique en ques-
tion et voici la forme du symbolisme, révélé
M aux seuls initiés, encore de nos
=“ OL jours, en Irlande et Ecosse.
$w >
SLM
Et nous rappelons ici que la =
croix chez les Celtes figure la Puissance divine en
rapport avec la terre dans sa plus grande vigueur.
Et nous rappelons que la sainte Eglise elle-
méme a adopté ce symbolisme, le Samedi saint,
pour figurer la résurrection du Sauveur dans toutes
les Eglises le feu nouveau doit étre tiré de la pierre
(où il se cache) comme dit l’oraison propre @ la
bénédiction du feu nouveau.
Donc tumulus, croix, soleil, algle, sont sym:
botes druidiques conservés comme armes parlantes, lorsque l’usage
de les exprimer en signes héraldiques eut prévalu.
La devise est en celte antique:
“ cesmpu) de 56 pjùja udjple j
Pr
FAMILLE DISSARD-CAVARD 437
ug (jcxy CUS 4g luj peapd T4
0/4 SA n, ujl dira nd A. plus noble toujours, de ce
qui passe n’a souci Dissard car qui est semblable è Dieu!?
(A Ghéomnuide Don nidis uairle i Cima liom Kad-Tarlui Ghéar-
atha-Diadamuîl Dissard?). En provencal du Velay: “ Toudzour
aò maé naoble, de che que pàssao n’ào choùche Déichard, quaò
| y coùmmao Diou!?, Comme nous l’avons fait remarquer, le
i rs ia ©
ET ine
È alla È, x hi;
nom Dissard n’était pas sous Crassus, avant le désastre des
Thòtozates, un nom propre de famille, c'était un nom de dignité
et de charge, SEE CA Ras, ale S — pu 3.
(Ver-Kénn-Kédo-Rig)|Vercingétorix de César] dont le cousin Ger-
main qui commanda en chef l’armée de secours d’Alésia et qui
était du Velay, proche Brionde, se nommait: Vercaussi-Velanus
(très excellent velaysien) et comme le père du chef des cents
rois, de Vercingétorix se nommait: Celtil, ainsi Diviciac qui se
nommait Diviciac, (consacré figement è Diss), en raison de sa di-
gnité druidique, alors que son frère se nommait Dumnorix. Mais
a partir de César, ces noms en raison méme du malheur na-
tional qui frappe leurs derniers propriétaires, deviennent inva-
riablement le nom de ceux qui moururent pour la Gaule en les.
portant, et aussi des enfants qu’ils laissent, comme Dissard. Ma-
lheureusement ce nom maudit des Romains, parce qu'il demeu-
rait a lui seul un drapeau et la synthèse historique de teut le
passé, le fut plus encore des chrétiens venus pour évangéliser la.
Gaule; il dut y avoir bien des luttes entre les prétres, de la vraie
foi et les descendants de ce qui n’en était que l’ombre et. la.
figure. Aussi le premier acte de baptéme écrit, n'est-il que du
douzième siècle 1125. Mais cela ne prouve pas que les Dissard
n’aient pas été chrétiens bien avant, tout mème le fait supposer
et espérer, puisque l’acte de catholicité de 1125 au profit de Ca-
thérine Dissard la déclare fille de son père Jacques Guillaume:
Pierre Jean Dissard, lui aussi chrétien.
Prati r MI 1 ng Fega, VR UM e e RARI ai I <
PETRI Age af (ga AS PATITI AE, ETA, Nine laei:
438 FAMILLE DISSARD-CAVARD
Qui ne sait quels trombes de feu, de sang, de carnage se sont
abattues périodiquement sur cette infortunée partie de la France.
Ce sont d’abord les Romains avec César. Puis les Goths, les
Wisigoths, les Ariens, les Vandales, les Francs de Clovis et de
ses descendants, comme ceux de Capet et de ses descendants,
les croisades des Albigeois, les guerres de religion, les guerres
des Anglais. Les guerres des Camisards jusque sous Louis XIV,
enfin les terribles et sanglants troubles de la Révolution. -
Romains, Frances, Anglais, Huguenots, ont tous saccagé, pillé,
bràlé régulièérement les titres de propriété des familles puissantes
et nobles, leurs actes de baptéme, leurs titres, afin d’effacer les
traces de l’usurpation et de la conquéte. Aussi il ne saurait en
étre pour les nobles lignées gallo-romaines du midi, détruites,
proscrites, assassinées, volées, comme il en est des nobles de
sang francais. Ceux-ci, conguérants depuis Clovis, ont toujours
dominé la France et, comme les peuples heureux, les nobles de
la Truste royale franque, carlovingienne et mérovingienne ou
capétienne, voientleur glorieuse lignée se dérouler commeun fleuve
magnifique dont rien n’interrompt le cours. Dans le midi, l’an-
cienne Aquitaine ou Auvergne, au contraire, ce sont parfois
d’imposantes ruines, d’impérissables monuments joints è des
restes demi brùlées d’un écrit qui nous jalonnent notre route è
travers ces débris de tant de ruines et de tant de guerres.
Ainsi ont disparu ces milliers et milliers de grands seigneurs
gallo-romains qui composaient les brillantes cours des rois de |.
Roussillon, des rois d’Aragon, des rois de Béziers, des rois de
Toulouse et d’Aquitaine. Il n’en reste rien, que des noms sans
éclat, tels les de Brionde, descendants authentiques des anciens
comtes tombés en la plus basse roture, en ne gardant du passé que
le nom. Tel ce Gérart de Roussillon mort charbonnier et voyant
sa lignée s’éteindre dans cette situation, tel Raymond de T'ou-
louse, tel le duc de Béziers; tous frappés avec Pierre d’Aragon
par le décret de Louis VIII qui lors de la défaite par Simon
de Montfort, de Raymond de Toulouse les déposséda de tous
leurs biens au profit de Simon de Montfort et des seigneurs
francs, ainsi que les nobles gaulois et romains du parti vaincu |
d’Aquitaine. |
FAMILLE DISSARD-CAVARD 439
Nous, nous avons comme ruines imposantes pour nous guider
ce tumulus aussi énorme que la, pyramide, moins haut, mais plus
vaste de beaucoup; puis ca et la des débris précieux échappés
au feu. C'est ainsi que malgré les Saturnales de la grande Ré-
volution où, en l’honneur de la déesse raison, on brùla partout,
en place publique, les régistres de baptéme, toutes les pièces à
un titre quelconque rappelant le passé, les titres nobiliaires et
de propriété, etc. des fragments furent sauvés qui, en 1801, quand
Napoléon Bonaparte releva les autels et rétablit l’ordre, furent
remis aux archives des communes où étaient les intéressés.
Fayet-Ronnayes regut pour sa part ce qui demeurait des dé-
bris bràlés de Ronnayes et du monastère de Saint Julien de
Brionde. Par là nous voyons que les Dissard ne sont pas le
| moins du monde ni éteints, ni oubliés, dans ce cahos de guerres
rate
et de pillages. Leur nom par une exception singulière est méme
conservé à còté du nom du patron chrétien, ce qui est inexpli-
cable à cette époque, et montre l’importance historique que méme
les moines attachaient è la conservation du nom. L’acte de bap-
téme provenant du monastère de Saint Julien de Brionde est
écrit sur parchemin en langue romane, il est è demi brùlé, mais
fort lisible en sa prèmière partie, où il relate le baptéme de Ca-
thérine Dissard née è le Fayet “de Jacques Guillaume Pierre
“Jean Dissard son père'!.... baptisée au monastère de Saint
“Julien de Brionde en le saint jour de Pentecòte et l’an de
“ grace de notre doux Seigneur Jésus-Christ mil cent vingt-cing,
“a eu pour marraine sa parente selon le sang qui l’a levée des
“ fonds, très haulte, très illustre, très noble, très puissante dame
“ Cathérine de Roussillon reine et duchesse du dit Roussillon,
“ la parente déjà selon la chair d’icelle filleule Cathérine Dis-
“ sard comme aussi du père d’icelle Jacques-Guillaume-Pierre-
! Le nom de la mère est illisible entièrement brulé et effacé..... ce
registre est un cahier en velin de 60 & 80 feuillets tous plus ou moins
brulés, il mentionne plusieures fois les baptémes des Dissard, il fut rendu
à la mairie par Mr. le curé Grangeon, mais objet de litige entre le curé et
le maire. Mr. Vert curé successeur de Mr. Grangeon s’en empara par sur-
prise, et ne le rendit pas au maire sous prétexte que ne contenant que
des actes de baptème il n’aurait pas pu revenir aux archives municipales que.
par erreur. (Note de VAuteur).
440 FAMILLE DISSARD-CAVARD
“Jean Dissard..., Puis des mots effacés en l’acte, qui se ter-
mine du reste en q. q. deux lignes.
Les noms de Pierre, de Jean, de Guillaume et de Jacques |
se sont perpétués dans la famille jusqu'à nos jours. Jacques ve-
nait de Saint Jacques de Compostelle fort honoré dans l’Espa-
gne, l’Aragon et le Roussillon; et la parenté spirituelle et char-
nelle des Dissard avec la puissante maison de Roussillon sou-
vent unie à celle d’Aragon explique ce prénom de Jacques. Ce
fut M. l’abbé Grangeon, prétre fort lettré et travailleur, curé de
Fayet-Ronnayes depuis 1877 à 1879 et aujourd’hui curé de Marat, —
qui découvrit ce précieux document aux archives poudreuses de
la mairie de Fayet-Ronnayes, alors qu'il songeait è faire lui-
méme une brochure sur la famille Dissard, la plus ancienne de
ces pays et la plus illustre. Nous mentionnons ici son nom è
titre d'hommage aussi amical que juste et reconnaissant.
Ce document du début du douzième siècle nous montre que
malgré l’effroyable effondrement de l'an 56 avant Jésus-Christ
sous les coups de Crassus, les Dissard étaient tenus en leur rang
en Aquitaine, apparenté charnellement et spirituellement aux
ducs de Roussillon.
Mais cela était en 1125... Vint après, la terrible guerre des.
Albigeois, faite par le duc d’Aquitaine Raymond de Toulouse,
le duc de Béziers Jean et le duc roi d’Aragon Pierre (d’Aragon)
et Girart de Roussillon. Les Dissard vassaux des Roussillon du-
rent étre réduits è la condition d’hommes de peine et de labeur
comme le furent les ducs d’Aquitaine, de Brionde, de Béziers,
de Roussillon et d’Aragon, etc. par le décret de Louis VIII.
Ni serfs, ni colons, ni hommes de glèbe, ni bourgeois (ayant
eté nobles la loi salique défendait de les déchéoir à roture), mais.
hommes de peine et de labeur quoique nobles. “ Comme le fust
“ ce noble Gérart de Roussillon qui devint charbonnier ayant esté.
“ riche seigneur et roy et fust suivi en ce malheur par sa si
“ gentille femme Berte, qu’en tout le royaume il n’en estait de
“ si Jolie, aussi les damoiseaux de dire par derrière: regardez la. —
“beauté de la charbonnière, n’était le charbon de son mari qui |
“la rend noire, il n’y aurait si gentille dame jusqu’en Bavière.... _
“et fust couturière la comtesse et jamais ne vite femme si ac- |.
mes Le RA
PF 4 N a dio
i Sn ro: de
i
Li
“tive de ses doigts, etc. Girart et sa femme furent gens de
FAMILLE DISSARD-CAVARD 441
peine et de labeur pendant que se pavanaient en leurs beaux
palais de Roussillon les seigneurs franes du parti victorieux de
Simon de Montfort, qui lui se pavanait dans les palais et les ri-
chesses du duc d’Aquitaine Raymond de Toulouse, pendant que
le noble fils du roi d’Aquitaine tué par Montfort è la prise de
Toulouse était réduit à mendier sur les grands chemins.
“ Ainsi mendiant s'en vint è Rome le malheureux jeune noble
“duc, demander au seigneur Pape justice de la grande injustice
«_ “qu'en le nom du Pape et du Sauveur Jésus lui était faite par
. “le roy de France. Et le bénit le Pape et le renvoya après lui
“avoir souhaité force bonheur..., Et revenant en mendiant
vers le midi où des siècles avaient régné les siens, l’infortuné fils
du duc d’Aquitaine fut assassiné sur une route par un assassin
posté (providentiellement pour cela disent les chroniques); et ainsi
Simon de Monfort put jouir en paix des riches biens qu'il avait
acquis sur les hérétiques. En effet, dans le midi, un mélange
informe des restes de l’arianisme refoulé là par Clovis et le drui-
disme, avait fait naître l’horrible secte des Albigeois.
Le duc de Beziers disparut; Pierre d’Aragon ayant passé les
Pyrénées releva splendidement sa maison. Les Dissard furent;
comme leur parent Girart de Roussillon réduits è étre hommes
de peine et de labeur; c'est sous ce glorieux et singulier quali-
ficatif que les actes échappés au feu, les qualifient plus tard. Les
Pons Balzun Mothier de la Fayette eurent leurs biens, et ceux
des comtes de Brionde, depuis, Montboissier, Arlanc jusqu’à Al-
lèégres et Brionde.
Le Fayet seul fut, par une distinction chevaleresque de
Louis VIII, respecté de ses successeurs, déclaré donné è Dieu
et de franc alleu, et passe tel aux abbés de la Chaise-Dieu, Qux-
quels il demeura Jjusqu'en 1789; comme le demeurèrent aussi
leurs biens aux de la Fayette. Les rois de France, terribles pré-
curseurs des socialistes de nos jours, enlevaient tout è leurs en-
nemis, les mettant è néant pour les empécher de nuire. Mais
courtois, ils leur laissaient leur honneur et le rang qui leur était
dù quoique appauvris.
(La fin au prochain numéro) Chanoine Dissarp..
Rivista del Collegio Araldico (luglio 1904). 28
sd RNA II
tal ATI
ORDINI CAVALLERESCHI
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
III,
Real Orden Américana de “ Isabel la Catòlica.,,
—L2e
=
Cane ==
Por Real Decreto de 14 de Marzo
de 1815, S. M. el Rey D. Fernando VII, |
de Borbòn, creò é instituy6, en grata me-
moria de la digna Reina, su Abuela, la È
Real Orden Américana de Isabel la Ca- |
télica, por iguales motivos que, su Au-
gusto Abuelo el Seîior D. Fernando V,
fundò la Orden del Armiùio, para premiar,
a los que acreditasen su pureza y lealtad —
#° en los disturbios de Napoles, y por no |
existir en Espafia, ninguna otra anàloga |
ni adecuada al enunciado fin. Por otro
Real Decreto de 24 de Marzo del mismo |
aîio aprobò los Estatutos para el régimen —
5 y gobierno de la citada Orden y por
Ultimo, en 7 de Octubre de 1816, aprobo los definitivos, que hoy
rigen, por Real Decreto, de la misma fecha. î
La condecoraciòn, fué, desde luego, el deseo del fundador
otorgarla, para recompensar la acrisolada lealtad, celo y patrio-
tismo, desprendimiento, valor y otras virtudes, a los individuos
de la Milicia asi como è los de todas las clases y gerarquias del |
Estado, que hubiesen mostrado y mostraren, en adelante, en
CIO, "70 2 ARR LD
ca pi RE PI »,
“i AA
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 443
favor de la defensa y conservaciòn de los remotos paises de Ame-
rica, tan sefialadas virtudes. Posteriormente se ha concedido y
concede para premiar otros servicios &è cuantos se hacen acre-
edores è ella.
Se declarò el citado Rey Jefe y Soberano de la Orden y
estableciò que debian serlo perpetuamente los Reyes sus suce-
sores. Creò tres clases, la una de Grandes Cruces, otra de Co-
mendadores y otra de caballeros.
Por Real Decreto de 25 de Octubre de 1900, que firmò la
Reina Regente D. Maria Cristina, en nombre de su Augusto hijo
el Rey D. Alfonso XIII, estableciò que la Real Orden de Isabel
la Catdlica, comprendiera las categorias siguientes: Caballeros
Grandes Cruces, Comendadores con Placa, Comendadores, y Caba-
lleros, y que ningun espaîiol podrà pertenecer à una categoria
de la Orden sin haber sido agraciado con la inmediata inferior,
y haberla disfrutado por espacio de un aîìo, à lo menos, y que el
numero de Grandes Cruces, à espaîioles no podrà exceder de 800.
Por Real Decreto de 16 de Marzo de 1803, inserto en la Gaceta
del 17, se crea en la Orden de Isabel la Catolica, una quinta cate-
goria, denominada Cruz de plata. No devenga derecho alguno.
Las insignias de Grandes Cruces seran: una banda 6 cinta de
seda ancha, terciada del hombro derecho al lado izquierdo, blanca,
con dos fajas de color de oro, poco distantes de sus cantos,
uniendo los estremos de dicha banda con un lazo de cinta angosta
de la misma clase, de la que penderà la Cruz de la Orden. Esta
serà de oro, coronada con corona olimpica 6 de cogollos de olivo,
‘formada de cuatro brazos iguales, esmaltada de color rojo con-
forme al pabellon espafiol, é interpolaladas con los brazos ùnas
rafagas de oro; en su centro habrà sobrepuesto un escudo cir-
cular, en que se veràn de esmalte las dos columnas y dos globos
ò mundos, que representan las Indias, enlazadas con una cinta
y cubiertos con una corona imperial llenando el campo del escudo
los rayos de luz que, partiendo de los mismos globos, se extiendan
en todos sentidos. En su exergo y sobre campo blanco, se leerà
en letras de oro la siguiente leyenda: A la lealtad acrisolada. La
eruz serà lo mismo por el reverso que acaba de explicarse por
el anverso, con la diferencia de que en él habrà de leerse: Por
444 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
Isabel la Catolica, Fernando VII; colocando aquella leyenda en
la mitad superior del exergo, y este nombre, del fundador de la
Orden, sobre campo azul en cifra de oro coronada de corona Real
en el centro del escudo.
Llevaràn asimismo los Grandes Cruces sobre el costado iz-
quierdo una placa de oro de la misma forma que la Cruz é igual
esmalte que ella, màs con la diferencia de que el semicirculo
superior del exergo lo ocuparà la leyenda del anverso y el infe-
rior la del reverso, colocando en el centro de aquel la cifra coro-
nada de Fernando VII. Los Comendadores llevaràn la misma
cruz pendiente del cuello, y los Caballeros del ojal de la casaca,
6 levita, en la forma regular, unos y otros, con la cinta angosta
arriba explicada. Los Prelados y Eclesiaàsticos que fueren reci-
bidos en la Orden en calidad de Grandes Cruces, llevaràn la venera
pendiente del cuello con una cinta ancha, igual 4 la banda sefia-
lada, y la placa al lado izquierdo de la capa ò manteo. Los
que fueren Comendadores, la traeràn pendiente de una angosta
como los demas de esta clase, y los Caballeros, colgada tam-
bièén al cuello con un cordon negro. A nadie serà dado .variar
la figura, proporciòn y demas circustancias de la expresada Cruz,
nì de la placa. En los dias de gala podrà usarse la venera de pe-
dreria. La Patrona de la Orden es Santa Isabel, Reina de Por-
tugal cuyo mismo nombre llevò la augusta abuela del fundador,
y cuyo nacimiento en Zaragoza, restableciéò la union y buena
armonia en la Corona de Aragon, y fué presagio feliz del sin-
gular dòn con que el cielo la favoreciò para ajustar toda suerte
de diferencias y mantener la paz y concordia. La Asamblea
suprema de la Orden reside en Madrid compuesta del Rey, Pre-
sidente, del Patriarca de las Indias, vicepresidente, de los 5
Grandes Cruces mas antiguos, de un Fiscal y un secretario, Mae-
stro de Ceremonias, Contador y Tesorero.
Estableciò Asambleas en cada Capital de los Virreinatos, y
Capitanias generales, compuestas de los Grandes Cruces, y Comen-
dadores que en ellas residieren, presididas por el Virrey 6 Capi-
tan general, y en su defecto por el Gran Cruz màs antiguo, indivi-
duos de Secretaria y Ugieres y cualquier otro empleo que resultare
necesario, debiendo destinarse una habitaciòn en su Palacio para
celebrar las sesiones. |
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 445
Que se celebraran las Juntas de la Orden en Enero, Abril,
Julio y Octubre, invitando & todos los individuos de la Orden, para
tratar de cuantos asuntos se relacionaran con ella, de cuentas, etc.
Y asimismo, forma del juramento al recibirse en la Orden,
condiciones, méritos, circunstancias y hechos herdicos que hacen
acréedores a ella.
Todos los aîios, el 8 de Julio, dia de la festividad de la Santa
Patrona de la Orden, deben reunirse las Asambleas de la misma
en la Capital de la Monarquia y en cadaùno de los Virreinatos
6 Capitanias, y pasar &à la Iglesia Catedral, donde debe cele-
brarse una solemne funciòn son sermòn y misa, que celebrarà el
Prelado 6 Eclesiàstico màs condecorado de la Orden. Usaràn
en ese dia los Grandes Cruces, manto de color de oro, con su
muceta blanca, y dos fajas que caeràn desde el cuello hasta los
piés, de la misma tela, bordadas de hilos de oro; tunica de ter-
cianela blanca, rematando con un fleco de hilo de oro; cinturon
blanco sobre la tunica, bordado de oro; espadin dorado, de orde-
nanza; zapato blanco con lazo dorado; sombrero a la antigua
espafiola con plumas blancas y doradas y el collar sobre la mu-
ceta. Los Eclesiàsticos Grandes Cruces llevaràn las referidas
insignias como los de la Orden de Carlos III, y los Comenda-
doros y Caballeros, solo se distinguiraàan de los Grandes Cruces,
en el bordado, que serà dos dedos mas estrecho en los Comen-
dadores, y tres en los Caballeros; cuyas insignias deberan tomar
y vestirse en la sacristia de la misma Iglesia, 0 pieza mas aco-
modada al intento; donde deberàn desnudarse de ellas finali-
zada que sea la funciòon. En las concurrencias generales de los
individuos de la Orden, ocuparan el lugar preferente los Grandes
Cruces, seguiràn los Comendadores, y è estos los Caballeros, colo-
càndose ùnos y otros en las clases respectivas por la antigiiedad
de su nombramiento, en que regirà la fecha del Real Decreto
de la concesiòn de la Cruz y nò la del Real Titulo.
Al dia siguiente, se haràn honras igualmente solemnes, en
sufragio de los difuntos de la Orden, con oracion funebre, dicha
por un Eclesiàstico, individuo de ella, à las que asistiran las
mismas personas convidadas que 4 la funciòn del dia anterior,
citàndolas para la Iglesia, pués solo deberàn salir en Cuerpo y
446 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
ceremonia desde la casa en que se reùune la Asamblea, los indi-
viduos de ella.
El collar de la Orden, es de oro, formado con eslabones de
la cifra Fernando VII y en su centro và pendiente la cruz de
tamaîlo regular.
Seîialò como fondo de la Cruz un millon seiscentos mil reales
(400,000 pesetas). Creò 100 Encomiendas con la pension de
4000 reales (mil pesetas). Hoy estàn abolidas estas pensiones
Fijò los gastos que habian de pagar los Grandes Cruces, Comen-
dadores y Caballeros, para fondo de la Orden. Hoy se pagan,
en ésta y en las demaàs ordenes, en papel de pagos al Estado é
ingresan en el Tesoro pùblico en la cuantia que se ha dicho al
tratar de la Real y distinguida orden de Carlos III.
Los Grandes Cruces tienen tratamiento de Excelencia de pa-
labra y por escrito. ;
Por Breve apostolico dado en Roma è 26 de Mayo de 1816
por Su Santidad, aprobò la expresada Orden Americana de Isabel
la Catolica, en cuanto dependia de su autoridad ò jurisdiciòn para
los efectos espirituales, concediendo todas y cada una de las indul-
gencias gracias y prerrogativas, que habia concedido a la de
Carlos III, Su Santidad Clemente XIV, en su Breve de 21 de
Febrero de 1772, & fin de que los Caballeros de la Orden, im-
puestos como corresponde de su tenor Pai aprovecharse de las
gracias concedidas en ellos.
Con la misma fecha de 7 de Octubre de 1816 se dicté el Cere- |
monial que se ha de observar en la funcion de armarse Caba-
llero, prestar el juramento y recibir las insignias los Grandes
Cruces, Comendadores y Caballeros, de la citada Leal Orden Ame-
ricana de Isabel la Catdlica.
Este ceremonial tiene lugar ante el Rey 6 ante el capitan ge-
neral el candidato despues de la bendiciòn de la espada hincado
de rodillas contesta è alqunas obligandose
a observar los esta-
tutos de la érden y jurando sobre los evangelios. Esta orden
cuenta entre sus miembros, como la de Càrlos III, &à muchos |
eminentes personajes y és muy considerada en el estranjero y @
especialmente en la corte de Roma porque ostenta en su cinta |.
los colores Pontificios.
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 447
LC
e
ia
Real Orden de “ Damas Nobles ,, de la Reina Maria Luisa.
Fué instituidala Real Orden
de Damas Nobles de la Reina
Maria Luisa, por su esposo
el Rey Don Carlos IV de
Borbon, en 15 de Marzo
de 1794.
Consiste el distintivo de la
Orden en una Banda de seda
terciada del hombro derecho
al lado izquierdo. Con cinta
angosta lo mismo que la
banda se forma un lazo al
estremo de la banda, que une
ambos lados, y de él pende
la cruz, de oro, con corona
olimpica.
Fué creada por el amor y
gran cariîio del citado Rey
a su esposa, de aquel nombre, como distintivo y premio è los
servicios de sus Damas de honor y & su servicio.
Pertenecen 4 la citada Orden, la Reina, Princesa de Asturias
é Infantas reales, y solo hay un ùnico Ministro, Secretario de la
Orden.
. El escalafon de la Orden, inserto en la Guia oficial com-
prende las Damas espafiolas, que lo forman, esposas de Capitanes
generales, Generales, Duques, Marqueses y Condes, de Ministros
de.la Corona y otras que por su posiciòn social, meritos y vir-
tudes se han hecho acreedoras à tal distincion. Tambien han
sido agraciadas con la espresada Banda, varias Reinas, Princesas
| y otras Damas de alta alcurnia, del estrangero.
Sulla
448 ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA
Entre estas se citan de Alemania, Austria, Hungria, Baden,
Baviera, Belgica, Brasil, Coburgo-Gotha, Dinamarca, Francia,
Gran Bretaîia, Italia, Paises BaJos, Portugal, Rumania, Rusia, È
Sajonia, Wurtemberg y otras mas de distintos paises.
Todas las Damas estàn obligadas è visitar une vez cada
mes un hospital 6 bien otros establecimientos, como son casas
de caridad, asilos de misericordia y demàs de beneficencia, como
tambien el hacer celebrar todos les afios una misa para las damas —
de la orden difuntas. |
La cruz se usa pendiente de una ancha cinta de color violeta
que tiene en medio una ancha lista blanca. La cruz tambien
es blanca con orla violeta. El escudo oval del centro de la cruz
tiene la efigie de S. Fernando esmaltada y el reverso presenta
en el medio la cifra de Maria Luisa on la siguiente leyenda
REAL ORDEN DE LA REINA MARIA LUISA. Una cadena
de oro puesta en orla, y entre los brzos de la cruz dos leones
y dos castillos de oro. |
(Continuarà) PABLO VALLES Y CARRILLO.
sl
A
—B
EA=LIBRIS
EX=LIBRIS del Card. Francesco de Medici
Inedito e rarissimo, quantunque
moderno, è l’ex-libris! che presen-
tiamo ai nostri lettori. La rozza in-
cisione del medesimo lo fece credere
dapprima appartenente al cardinal
Francesco Maria de Medici ai tempi
d’Innocenzo XII, ma era argomento
di discussione il gonfalone di S.R.C.
con le chiavi decussate che, come
tutti sanno, indicano sede vacante, e
| sono emblemà particolare del car-
ARUISOL CARO DE IC ti dinale camerlengo alla morte del
Jona: Papa. In primo luogo il card. Fran-
cesco Maria de Medici non occupò mai tale carica; poi fu cardi-
. nale per poco tempo, perchè, rinunciato il cappello cardinalizio,
ui ei
VORRÀ AI
er LEONI
sposò Eleonora Gonzaga. La questione venne risolta luminosa-
mente, considerando che i de Medici di Ottaiano, ramo indiscusso
dell'omonima famiglia sovrana della Toscana, usano appunto il
gonfalone di S. R. C. come cimiero e talvolta in un campo az-
zurro, per dimostrare che da essa uscirono quattro sommi Pon-
tefici. n |
Questo ex-libris è appunto quello del card. Francesco de Me-
dici del ramo di Ottaiano, nato a Napoli nel 1808, maggiordomo
di Pio IX, creato cardinale diacono nel concistoro del 16 giu-
gno 1856.
CAMILLO BRUNETTI.
n Esemplare nella collezione del Collegio araldico.
LIBRO D'ORO PONTIFICIO
FAMIGLIA PROGACCINI
DESIO
provincie meridionali in persona di
Paolo Procaccini verso la fine del |
secolo xiv. Della sua discendenza |
rimane il ramo principale che ha
4 sede in Napoli. Altri rami abita-
rono Napoli, Avellino, Città Sant'An- |
| gelo, Penne e Civitella del Tronto. i
Tacendo degl’illustri bolognesi,
fra i quali Caccianemico dei Pro- |
caccini, gonfaloniere nel 1259, ricorderemo Vincenzo che nel |
‘secolo xvi fu governatore in varie città: Pompeo, capitano negli $
eserciti del re Filippo IV, signore di Sant Egidio e cavaliere di |
Santo Stefano; Marcantonio, prelato aulico alla corte dello stesso È
re, poi decano del capitolo di Lucera; Giulio, Francesco e Do- 3
menico Procaccini, capitani dei regi eserciti nel xvi: secolo; 4
Pietro, canonico e vicario generale di Penne (1642); Giovanni j
Angelo, arciprete della cattedrale di Tocco; Pietro Alessandro, |
vescovo di Ripatransone (1695) quindi di Avellino e Frigento 9
(1105). Questi e molti altri uomini distinti nelle lettere, nelle È
scienze e nelle armi vanta la famiglia Procaccini. Giuseppe Pro-
caccini (n. 1700 + 1779), illustre dottore di legge, fu amicissimo —
del cardinale Vincenzo Maria Orsini, arcivescovo di Benevento, |
che divenuto Papa, nel 1725, con amplissimo diploma lo creava |
conte del Sacro Palazzo e dell'Aula Lateranense e cavaliere |
aurato insieme con i suoi discendenti.
FAMIGLIA PROCACCINI 451
Oltre il feudo di Sant'Egidio i Procaccini possedettero quello
. di Santa Croce nel 1747 e dall'imperatore di Germania ottennero
il titolo comitale nel 1710 prima di quello concesso dalla Santa
— Sede nel 1725.
Per successione Rohrlach e Cattaneo della Volta ebbero il
— marchesato di Montescaglioso e per successione della Casa de
È Bianchi Dottula i titoli di marchese di Montrone, di marchese di
| Raiano, di barone di Anversa, di barone di Villalago, Campo
di Giove, Canzano, Roggiano, Santa Caterina, San Demetrio,
« San Cosmo e Macchia, ecc.
hi
La famiglia è rappresentata in Napoli dal marchese D. Giu-
; seppe ed in Roma da mons. conte D. Ferdinando Procaccini
dei marchesi di Montescaglioso, prelato votante della Segnatura
di Giustizia, ecc., colto, zelante e pio Sacerdote.
Lo stemma che qui pubblichiamo si trova scolpito sulla porta
della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo in Vitulano ed in molti
altri edifici e monumenti come pure è riportato da parecchi
autori. Il capo di Malta fu donato a Sforza Procaccini che di-
fese il Gran Maestro Valletta nel 1565.
F. pr BroirLo.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Causa promossa dai Conti SABINI contro il Ministero dell'interno (Ufficio araldico).
Sentenza del R. Tribunale civile di Roma 28-31 luglio 1903 e della
R. Corte d’appello di Roma 5-25 febbraio 1904. — Roma, tip. Ginga
via Giustiniani, 18, 1904.
È libro di molta interessante lettura per Chi si occupa di storia e di
giurisprudenza, ma in questo dibattito fra i Conti Sabini e il Ministero che
riuscì soccombente per la decisione della R. Corte d’appello di Roma, mentre —
dobbiamo fare omaggio alla saggezza e giuridica che informa la deci-
sione, non possiamo punto far plauso a nessuna delle parti contendenti
e giudicanti per ciò che riguardi la loro competenza storica. Invero non
una vista sicura e limpida della vera condizione di Conte Palatino, la solita
astiosa confusione, nessuna cognizione fondata degli usi imperiali, nessuna
considerazione seria circa l’autenticità del diploma originale e di quello di
conferma che possa acquetare l'animo del cultore delle scienze storiche.
. Altro è dire se un’autorità sovrana possa sanare un titolo invalido e se addi-
rittura inesistente creare una vera novazione; altro è difendere il titolo
originale. Noi siamo d’avviso che in ultima analisi i Conti Sabini abbiano
tutto il diritto di chiamarsi Conti non foss’altro per le avvenute novazioni;
non mettiamo nemmeno in dubbio che palatini fossero creati da Arrigo VI
ma francamente non ci appaga il tenore dell’estratto del presente originale
diploma. Ci sembra che esso sia stato, come tante volte avveniva nella
piena coscienza della sua portata, rifabricato in tempi assai più moderni |
che il secolo xx. Ora non si sa che questa era un’abitudine spesse volte
innocentissima, ma poco conforme alla critica, nel M. E? Ma deploriamo |
le debolissime eccezioni non suffragate dalla diplomatica e dalla cronologia
della Consulta araldica o meglio la leggerezza con cui vennero esposte. Si
esaminarono le varie maniere di computo in uso, si presero in esame le 3
formole, lo stile? O non parlare di ciò affatto o parlarne con competenza!
Tale competenza noi siam ben lontani dal pretendere, per noi, ma possiamo |—
pretendere almeno l’apparato da un così alto ufficio quale è quello della
Consulta. Nel complesso, dal nostro punto di vista di cultori, magari di-
lettanti della scienza, non possiamo dichiararci soddisfatti di nessuna delle
conclusioni contenute in questo libro: ma con vera soddisfazione vediamo |
riconosciuto il titolo ai Sabini; chè se ciò non fosse, chi potrebbe esser si- sd
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NOTE BIBLIOGRAFICHE 453
curo mai? chi specialmente dei molti onorevolissimi Conti palatini oggi
sì male e ingiustamente trattati? — Dunque opportunità politica e somma
| saviezza giuridica, riconosciamo nella sentenza d’appello; ma deploriamo
la mancanza di serie cognizioni su ciò che riguardi l’universale competenza
dell’Impero; sulla assoluta imperiale podestà che dal 1806 si è fusa con la
podestà del Papa, unico giudice in tal materia ed unico principe che, se al
bisogno, potesse riconfermare un titolo imperiale specie se non appoggiato a
una terra, ma bensi sul Sacro Palazzo. Lamentiamo deficienza di esatte distin-
zioni e introduzione arbitraria di distinzioni odiose: ma, lo ripetiamo, pur
congratulandoci coi Conti Sabini; che Conti son di certo non possiamo ralle-
grarci sull’abilità dei formatori del documento originale che a noi, non
tanto per le datazioni croniche e topiche, che possono esser giustificate forse,
non pare diplomaticamente rassicurante per le formule. Intendiamo però
che il nostro giudizio rimanga riservato fino alla integrale pubblicazione
del testo, per quanto in diplomi susseguenti introdotto, e ci pare che in
causa siffatta, imperiosamente fosse dovuto al pubblico intelligente questo
elementare riguardo di porlo in condizione, non già di sottoporre a dimi-
nuzione di capo la podestà giuridica, ma di formare un giudizio sulla impor-
tanza e serietà del diploma d’Arrigo VI che, se fu riconosciuto autentico da
autorità sovrane, potrebbe non essere per tale considerato dai dotti. Per
dare un esempio, chi si crederebbe in potere di negare agli Scotti il co-
gnome di Douglas? Eppure i dotti ammettono la discendenza? (Cav. Fer-
ruccio Carlo Carrerì).
Cesare FogLIi, Famiglie ascritte al ceto nobile di Comacchio - Famiglia Guidi.
Comacchio, 1904. Fantini, in-16°.
L’A. che è instancabile ed erudito illustratore della sua nativa Comac-
chio, ci presenta questo nuovo studio sopra una famiglia benemerita fra le
altre comacchiesi, perchè vanta il più antico inventore del lavoriero da pesca
di quella celebre laguna. A questa famiglia appartennero Nicolò Antonio
Guidi, letterato del xvm secolo; Antonino Guidi agostiniano, filosofo e teo-
logo di molto grido. I Guidi vennero ascritti al Consiglio nobile di Comac-
chio nel 1682. Lo stemma che da quell'epoca usa questa famiglia è una
Vera curiosità araldica perchè rappresenta una valle con una casa rustica
e il lavoriero da pesca impossibile a blasonarsi. Sull’orizzonte un. sole
uscente d’oro in campo azzurro. Riteniamo che lo stemma originario dei
Guidi fosse d’azzurro al sole d’oro uscente dal mare d’argento ombrato
del campo, come lo usarono i Guidi di Pesaro e che il lavoriero da pesca
sia stato poi aggiunto in ricordo delloantenato inventore.
QUESITI ARALDICI
DOMANDE.
(Vedi numeri precedenti).
45° On désire connaître les armoiries de la famille Mac.-Ross. Nous |
croyons que ce nom n’existe pas et qu’ une des familles très bourgeoises
du nom Ross, d’Angleterre cu des Etats-Unis a ajouté le Mac pour se donner
un cachet de noblesse. C'est absolument comme si M. Dupont se faisait
appeller de Dupont. Il y a des familles écossaises et irlandaises dont le
nom commence par Mac au par O’ et qui ne sont en général que les descen- —
dants de paysans d’un clan quelconque comme vous en avez qui demeurent en —
Italie et mème à Rome. L'étude de ces généalogies écossaises et irlandaises —
fort embrouillées, serait, je pense, très interessante à vos lecteurs.
H. Wiz
NOTE
sur les Bianchi de Manville
(voir le numéro de juin 1903)
Quelques personnes nous ayant demandé ce que nous pensions des
appréciations parues récemment dans une publication frangaise, sans |.
caractère officiel, au sujet de l’article publié dans notre Revue sur le prin-
cipat de Bianchi de Manville, nous repondons que la France étant malheu-
reusement le théatre des plus irrespectueuses tentatives de discrédit contre |
le Saint-Siège et ses actes, les épreuves que traverse actuellement la Papauté —
rendent plus dignes encore de respect ses décisions souveraines. Devant È
cet ensemble dont est l’écho l’article en question qui n’est que la suite
d’essai d’intimidation avec insertions aussi ridicules que haineuses dans |
une petite feuille socialiste de province, nous repondons seulement que
S.S. Léon XIII a accordé au Prince Don Louis de Bianchi de Manville deux —
brefs formellement explicites: 1°" Celui du 5 septembre 1900 confirmant son @
extraction de la famille des Bianchi patriciens de Bologne avec le titre
de prince héréditaire qui n’a été conféré en France qu'à 4 autres familles: |
Achéry (1875), Clermont Tonnerre (1823), Crouy Chanel (1848) et Poli-_
gnac (1820). 2° Celui du 20 juin 1901 lui reconnaissant ses armoiries, dont |
nous avons donné dans le fascicule de juin 1903 la reproduction officielle.
(Note de la Direction).
3
;
È
e
NOTA
all'articolo ‘“ La patria di Pasquale II,,
(vedi fascicolo precedente pag. 351).
Per evitare interpretazioni erronee trovo opportuno completare due ci-
tazioni della mia dissertazione sulla patria di Pasquale II. Pandolfo Pisano
scrive precisamente: Paschalis qui et Rainerius ante vocabatur natione Fla-
miniae Provinciae Bledae.. .
Il Moroni al vol. LI, pag. 262, non afferma, ma enumera le diverse opi-
nioni così: Pasquale II Raniero, della nobilissima famiglia Ranieri, nacque
da Crescenzio e da Alfatra di Bieda, o romano come vuole l’abate Usper-
gense in Cronico all'anno 1099, o forlivese al modo detto al vol. xxv, pag. 215
(vedi passo riportato), aggiungo poi che alla voce Bieda ne parla di nuovo
in questo modo... “ nel pontificato di San Gregorio fiorì il cardinale Raniero
di Bieda nella contea di Galliata nella Toscana pontificia, come afferma il
Papebrochio in Propileo.,, Non credo sia necessario, perchè evidentissima,
notare la confusione fatta dal Moroni nei tre passi citati, spiego meglio, che
l'errore dei moderni è avvenuto perchè generalmente si ignorò l’esistenza di
un castello di Bleda nella contea di Galeata nella Romagna-Toscana (anti-
camente Flaminia) e per essere Bieda di Viterbo, egualmente nella Tuscia
pontificia, anzi per concordare gli antichi testi si giunse persino stiracchiarli,
spiegando per Via Flaminia la locuzione esattissima di Nazione Flaminia,
— comunissima nelle antiche cronache.
Non ho creduto utile, perchè estraneo all'argomento, confutare molte
inesattezze del conte Ranieri, ne devo però rilevare una a proposito del
preteso stemma esistente in Santa Prassede.
Pasquale II non era, come dice il conte, cardinale titolare di quella
chiesa, lo fu invece di San Clemente; nè furono mai rimossi quei preziosi
mosaici fatti eseguire da Pasquale I e vedesi ancora ripetuto due volte il
suo monogramma, e nell’abside avvi anche il suo ritratto in figura intera
sostenente una chiesa.
Negli arconi si vedono replicati certi vasi dipinti a bande, che il buon
Ciacconio, non molto forte in araldica avrà potuto confondere con le armi
gentilizie dei veneti Renier. |
Un’ultima osservazione: affermò il Conte, che la sua famiglia discese
da Raniero, fratello di Guglielmo II duca di Monferrato: aggiunsi che una
cronaca del secolo xvi parla egualmente di tale discendenza. Nella genea-
logia sicurissima della famiglia Monferrina, si trovano due soli Ranieri, uno,
come dissi, non ebbe che un figlio Guglielmo, aggiungo che il secondo morì
senza figli.
Di un terzo Raniero trovo notizie, ma egli visse alla fine del secolo xuII.
Sarò ben contento, ma credo impossibile, che altri possa provare il contrario.
Dichiaro sino da ora che una polemica onesta potrò accettare, ma alle fu-
tilità od insinuazioni risponderò col silenzio.
ANTONIO GHENO.
CRONACA
Nomine. — Il cittadino nord-americano sig. Mac-Nut, è stato nominato
Cameriere Segreto di numero di S. S. in sostituzione del defunto marchese
Benedetto Pellegrini Quarantotti patrizio romano.
Onorificenze. — Ordine di San Silvestro. Il dottor Sacchetti direttore
dell'Unità Cattolica ha ottenuto il grado di Commendatore.
— Croce pro-ecclesia et pontifice. Il prof. Emanuele Maltese è stato de-
corato della croce d’argento per le sue benemerenze verso il santuario di
Piedigrotta.
— Ordine del Santo Sepolcro: S. Em. il cardinale Casanias è stato nominato
Gran Croce.
— Il conte Pianelli de la Valette, Commendatore con placca.
Varie. — Il 7 giugno i cavalieri del Santo Sepolero del Capitolo di
Catalogna hanno celebrato la professione e l'ammissione nel Capitolo stesso
dell’Illmo e Revmo monsignor Benlloch, vescovo di Solsona. La cerimonia
cominciò con l’entrata nel tempio processionalmente dei cavalieri del Santo
Sepolcro i quali, preceduti dal loro stendardo, si posero su due file nel centro.
della chiesa. Quindi entrò l’ Emo cardinale Casafias seguito dall’Illmo e
Revmo vescovo di Solsona. Giunti presso un piccolo altare, eretto per la
circostanza, Mgr Benlloch prestò giuramento nelle mani di Sua Eminenza
e fatta la professione abbracciò il cardinale e tutti i cavalieri del Capitolo.
Quindi fu celebrata la messa e subito dopo il nuovo ammesso pronunziò un
eloquentissimo discorso. L’ Emo cardinale si sedette a sinistra del presbi-
terio sotto il dossello, tenendo vicino il nuovo cavaliere. La cerimonia re-
ligiosa terminò con un solenne Te Deum ein fine i numerosissimi invitati
presentarono le loro felicitazioni all’Illmo monsignor Benlloch.
— Nello scorso mese fu inaugurata solennemente a Buenos Ayres la
chiesa di Jesus Sacramentado con assistenza dell’arcivescovo Mgr Espinosa,
del Nunzio Apostolico mons. Sabatucci e di Mons. Terrero, vescovo della
Plata. Il tempio, grandioso e di elegante architettura, è stato inalzato a spese
dei nobili coniugi D. Santos de Unzué e Donna Carlotta Diaz de Vivar.
Questa nobile dama è figlia di D. Mariano Diaz de Vivar, discendente dal
Cid. Campeador e appartiene ad una famiglia nella quale sono costanti le
tradizioni di carità e di insigne pietà. Anche la casa d’Unzué è di antica
nobiltà spagnuola. Questo tempio venne eretto in un quartiere della città
che era affatto privo di chiesa; così l’opera generosa dei coniugi de Unzué
è stata altamente lodata.
N.B. Il presente fascicolo esce in anticipazione per le vacanze
estive. Quello di agosto sarà distribuito il 1° settembre invece del
24 agosto.
Roma. — Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice. Via Federico Cesi, 45.
LA CONSACRAZIONE DEI RE
Non vogliate toccare i miei cristi! Così il Signore impone
di rispettare gli unti suoi, cioè i sacerdoti ed ire. Questo pre-
cetto è ancor più solenne di quello generale che ci comanda di
obbedire a’ preposti ancor che discoli: il violarlo è pertanto
grave sacrilegio. Ma perchè la maledizione annessa alla viola -
zione di quel divieto cada sul reo, conviene che la violazione
sia realmente avvenuta e cioè che la sacra unzione in atto, o
in aspettativa, o in potenza, abbia santificato il capo coronato :
in altre parole, è mestieri che il re sia tale per diritto divino.
A. parte dunque il rispetto e l'obbedienza che si deve alle auto-
rità anche di puro fatto, finchè non comandino il peccato, tut-
tavia come si può mai riconoscere l’augusto e divino carattere
in un regime rivoluzionario, liberale, laicizzato, cioè essenzial-
mente ribelle a un ordine superiore, in un regime nel quale il
principe regna non governando e alto siede a pura mostra per
allegata e sola volontà di popolo? Noi non neghiamo che nel
fondare un regno nuovo non si possa condizionarlo per modo
che il principe ripeta la sua elezione dal popolo o da alcuni dei
sudditi, e sia il suo potere temperato da leggi fondamentali o
da assemblee: ma sappiamo che quando il popolo, anche in tale
ipotesi, ha conferito il mandato sovrano ad un capo regio, questo
mandato non sarebbe mai revocabile se non pei motivi precisi
dalla legge fondamentale previsti. Che se poi, come suol essere,
il principe succede per diritto dinastico, è errore gravissimo,
condannato dal Sillabo quello della pretesa sovranità popolare
e della revocabilità del mandato, poichè di mandato non trat-
tasi, ma d’un diritto superiore: i re hanno carattere augusto
Rivista del Collegio Araldico, (agosto 1904). 29
458 LA CONSACRAZIONE DEI RE
incancellabile quando non abbiano accettata l’eresia della sovra-
nità popolare, e non si siano rassegnati ad essere magnifiche
comparse da teatro. Il quale augusto carattere di santità s' im-
prime sulle regie fronti veramente con la sacra unzione fatta È
dalla Chiesa, perchè Iddio disse: per me reges regnanti. La mo-
narchia francese fu l’opera dei vescovi. I re pertanto devono
dirsi tali per la grazia di Dio; l’aggiungere qualche cosa di più
è un errore quand’anche fosse intervenuta elezione, perocchè
l'elezione in vero principato non è altro che il mezzo onde si
serve la grazia e nulla più. L’investitura vien da Dio, ed ecco
perchè la società cristiana è sempre virtualmente sotto il supremo
dominio del S. R. imperatore investito dal Papa.
È pertanto ridicolo il partito dei pseudo monarchici dei giorni
nostri che, avendo rovesciato i reggimenti consacrati, ora, con due
pesi e due misure, ponendo pure a fondamento del principato la
sola volontà del popolo, vogliono per longanime degnazione l’espres-
sione per grazia di Dio affine di darla a bere al volgo disere- |
dato (che ora però va aprendo gli occhi) affine di salvare il loro
forcaiolismo liberale. Essi hanno sempre sulla bocca la maledetta
e blasfema formula: libera Chiesa in libero Stato, come se la
Chiesa potesse coartarsi dentro un assetto statuale. Gl’ incoscienti
e ignari di teologia bevono le magnifiche parole senza osser-
vare che il concetto d’una Chiesa nazionale è la negazione della |
cattolicità, ossia universalità della Chiesa stessa. Che se qualche
illusione circa la liceità d’una Chiesa ufficiale era tollerabile nei |
regimi onesti e profondamente cristiani; ora tale illusione non
è neppure immaginabile dopo il castigo che, per volontà del |
Signore, ne ha dato la rivoluzione. E ben lo compresero in ge- :
nere i sovrani restauratori del 1815 e meglio di tutti il genio
della controrivoluzione, Francesco IV di Modena. Lo Stato così |
detto laico pertanto è la negazione d’ogni vera autorità sovrana
e, in modo speciale, della monarchia: esso è la vera città del 4
mondo in opposizione alla città di Dio. Non così lo Stato nel
quale il re regna per grazia di Dio e per diritto divino. Alla.
concezione statuale della città del mondo noi dobbiamo fonda-.
mentalmente opporci: ed è naturale che, quando codesta città è —
organizzata nella sua origine e nelle sue finalità per tenere in
È
4,
LA CONSACRAZIONE DEI RE 459
servaggio la Chiesa, il Sommo Pontefice ci vieti assolutamente
e gravemente d’aiutarla a vivere. Bando dunque allo spirito fal-
samente conservativo, e adorando gli oracoli della Chiesa, per-
suadiamoci anche con facilità che v'è una città del mondo che
deve perire pe’ suoi delitti. Ripetiamo concordi, specie noi nobili
che siamo ordinati da Dio e dalla natura contro la rivoluzione:
nè eletti, nè elettori! Non è mai soverchio l’insistere su di ciò.
PREME No
LA)
Vi
Dolina deal
di i A la
E MET To PETIT RS
Non disconosciamo che il primo torto di laicizzare lo Stato
e di accentrarlo spegnendo le libertà feudali e comunali è stato
dei re, ma essi ne hanno pagato il fio, e certamente il concetto
sovrano restauratore di Enrico V, nelle linee fondamentali, non
era diverso da quello di re San Luigi.
E ciò tanto più deve intendersi oggi in cui la concezione
dello Stato e della sovranità presso i cattolici, non è più pura-
mente politica, ma eminentemente sociale e affatto analoga a
quella del medio evo. I re per grazia di Dio devono essere i
principali restauratori dell'ordine sociale cristiano apponendovi ,
il suggello della loro autorità.
ALBeRrTO DI MonTENUOVO.
DISSERTAZIONI STORICHE E GENEALOGICHE
RENEA DI VALOIS
DUCHESSA DI FERRARA
Il xvi secolo fecondo di avvenimenti.
= rimarchevoli nella storia di Ferrara, più
] perle gesta dei Duchi Estensi, i più saggi
E e o TO SO CN E n VOTI VI VS È CUI JET
fra i principi italiani di quell'epoca, viene
reso popolare dal ricordo di due princi-
pesse che a breve distanza l'una dall’altra
sl succedettero sul trono di Ferrara: Lu-
crezia Borgia e Renea o Renata di Francia.
|
L'Ollivier! dice che “per leggere tutto quanto si scrisse
contro i Borgia non basterebbe la vita di un antico patriarca; ,
intorno a Renata di Francia invece, si pubblicarono ‘grossi vo-
lumi per sublimarne i pregi, per difenderne gli errori troppo
palesi e storicamente provati, mentre essa a Ferrara non ha la=
sciato che il ricordo sinistro della sua prevaricazione religiosa,
funesto esempio al popolo ferrarese e causa di gravissimi danni |
qualora l’energia del figliuolo non avesse soffocato la voce del
sangue per rammentargli soltanto il dovere del principe.
Quando Renea di Valois, figlia del Re di Francia Luigi XII,
andò a Ferrara compagna al Principe Ercole d’Este primoge-
nito del Duca Alfonso I e di Lucrezia Borgia, dimostrò subito |
quel carattere che la fece dire dal Brantòme ® Spirito tutto fuoco.
La celebre Olimpia Fulvia Morata che visse nella sua intimità
e ne condivise gli errori religiosi, la dichiarò una testa leggera; Ì
! Le Pape Alexandre VI et les Borgia, prèmier partie, Paris, 1870, in-8. |
(Vedi il nostro studio: Lucrezia Borgia Duchessa di Ferrara, nel fascicolo |
di gennaio 1904 di questa Rivista). si
® Vie des princesses illustres, etc.
HR
etc aeÈ
siii
gi:
ani
RENEA DI VALOIS 461
e lo stesso Calvino deplorava la sua ?ncostanza caratteristica.
Tutti però convengono in riconoscere in lei un talento ed una
istruzione superiore a quella delle principesse dei suoi tempi, e
il Brantòme, particolarmente dice che aveva molto estudié et lay
vue fort scavante discourir fort hautement et gravement de toutes
sciences jusqu'à l'astrologie et à
la connoîssance des astres.
Queste qualità morali face-
vano dimenticare la gasture de
son corps come scriveva lo
stesso Brantòme, sebbene a
quanto narra il Varillas,! avesse
plus à se louer quà se plaindre
de la nature per l'imponente
maestà del suo portamento, per
la nobiltà ed eleganza delle
maniere e per le molte attrat-
tive che la rendevano subito
famigliare e cara a quanti l’av-
vicinavano.
Essa era assai propensa
sprezzare e a dileggiare quanto
non aveva rapporto con la patria sua; così fin dal suo arrivo
a Ferrara si lagnava delle cose più insignificanti ed esercitava
il suo spirito, profondamente sarcastico, secondata dalla turba
enorme delle sue dame e dei suoi cavalieri che avevano lasciato
la prima Corte della cristianità con la preconcetta intenzione
di farla da padroni nella piccola Corte di Ferrara. La loro de-
lusione dovette essere grande nel trovare in questa città tanto
sfarzo e tanta magnificenza da non cedere a nessun’altra Corte
e nel vedere eclissata la loro cultura superficiale, da quel vero
| esercito di scienziati e di letterati sommi, che la munificenza
degli Estensi aveva saputo attrarre da ogni parte d’Italia. L’at-
titudine di Renea e dei suoi doveva rendere loro l’ambiente
poco favorevole se non ostile.
! Histoire des révolutions, etc.
462 RENEA DI VALOIS
Quantunque l'ambasciatore ferrarese scrivesse da Parigi che
Madama Eenata vorria venire in Italia al modo di là, e la Du-
chessa da principio avesse mostrato di adottare l'italiana foggia.
del vestire, poco dopo volle soppressi gli abiti in uso alla Corte.
di Ferrara per sostituirvi il vestiario francese, più decente e più,
santo. E dire che questa moda esigeva il petto in gran parte
scoperto, mentre a Ferrara per volontà di Lucrezia Borgia erano
in uso le gorgiere destinate appunto a coprire le nudità!
L'esclusione di varie dame del patriziato dagli uffici di Corte
rese sempre più tesa la situazione.
Ciò non ostante il carattere espansivo, facile, volubile, di
Renea; il suo umor gaio, mitigavano alquanto le sinistre im-
pressioni e la compensavano delle amarezze procurate, attraen-
dole adesioni e simpatie, specie in coloro che comprendevano
quanto profitto fosse a trarsi dalla sua leggerezza e dalle sue.
tendenze alla libertà di pensiero. pi
Ed è appunto in questa leggerezza che la rimproverava la.
sua amica Olimpia Fulvia Morata e nella vanità che ne è con-
è ria re
seguenza, coadiuvata dallo spirito bollente cui accenna il Bran-
tòme, e dalla volubilità rinfacciatale da Calvino che deve cer-
carsi la fonte unica degli errori religiosi e delle lotte insensate, |
delle persecuzioni, che funestarono l’esistenza di questa donna, |
più presuntuosa che malvagia, più testarda che convinta. bel
Abbiamo sott’occhi il libro che poco tempo fa, alla memoria
di lei dedicò il conte E. Rodocanachi,! che possiamo chiamare |
il maggior biografo di Renea e nello scorrerne le dotte pagine
ci siamo convinti che il concetto espresso non è azzardato poi- i
chè, 1 piccoli dettagli rivelano il carattere della donna. Come.
essa fu al suo principio a Ferrara, irritabile, sarcastica, tale si |
mantenne, fino a che il figlio, inesorabile nella sua giustizia, le
schiuse le porte di Ferrara intimandole rispettosamente un rim- |
patrio che essa per altro desiderava. :
Nel partire scriveva di staccarsi con dolore da persone che |
aveva amato, ciò che equivale a dire che più non era ad esse .
vincolata dal medesimo affetto. | Csi
! Une protectrice de la reforme: Renée de France, Duchesse de Ferrara.
Paris, 1898, Ollendorff, in-8.
<#
ERCOEBITRDSESEE
MARITO DI RENEA DI FRANCIA
(da una tela di Dosso Dossi presso il Conte Pasini Frassoni)
la
-
AI dicesi
RENEA DI VALOIS 463
«
Questo mutare di sentimento avveniva ogni qualvolta tro-
vava opposizione al suoi capricci nelle persone che pretendeva
amare.
Ciò che sopratutto abbiamo ammirato nel libro del Rodoca-
nacchi, è l’imparzialità somma a cui è informato, poichè, cosa
difficile in un'opera che rispecchia le passioni più intense, il fa-
natismo religioso e politico, la lotta fra gli affetti di famiglia
e la ragione di Stato, l’autore si mostra scevro di passione.
La narrazione dei fatti è seria, documentata, chiara, elegante,
concisa per quanto è possibile nel trattare un argomento così
vasto ed apprezzamenti tanto diversi; non vi è in esso una pa-
rola che riveli il greco scismatico alla cui religione appartiene
l’autore come è notorio.
L’imparzialità è il carattere spiccato del suo scritto, e nei
suoi giudizi si mostra indifferente a qualsiasi considerazione reli-
giosa o politica. La verità, soltanto la verità, ha ispirato questo
lavoro veramente rimarchevole.
Lo stesso spirito di giustizia spinse l'autore a ripudiare la
falsa accusa che 1 panegiristi di Renea attribuirono al Duca
Ercole II. Chiunque legga senza passione il volume del Rodo-
canacchi, proverà un senso di ammirazione per quel principe
illustre e sfortunato che aveva posto ogni affetto in una donna
di cui andava superbo per il valor suo letterario, essendo egli
stesso magnanimo protettore dei letterati. Nè giovarono 1 di lui
sforzi per distoglierla dall’errore, per ricondurla sul retto sen-
tiero; più la condiscendenza del marito la favoriva, più in lei
si accentuava lo spirito di ribellione. Ercole si vide costretto ad
espellere dalla Corte la Contessa di Soubise, quell’intrigante
favorita della Duchessa che fin troppo aveva contaminato con
gli esempi della sua scostumatezza.
Questo atto di autorità bastò per chiudere per sempre il cuore
di Renea, sordo a qualunque voce, eccetto quella del capriccio.
Il Duca che ognora diè prove di animo aperto e leale, vide
moltiplicarsi nella sua Corte visi sospetti, conciliaboli misteriosi,
ai quali prendeva parte sua moglie mentre egli ne era escluso.
E dire che quest'uomo con una sola parola avrebbe potuto
mettere riparo ad una situazione divenuta impossibile.
“
464 RENEA DI VALOIS ; |
Il chiar. Rodocanachi lascia intravedere che il timore di
disgustare il Re di Francia, dettasse la condotta del Duca Er: .
cole. Ma non è men vero che egli allo stesso Re ed al Ponte-
fice, confidenzialmente riferiva le sue sventure domestiche, ed.
amaramente se ne lagnava, tanto che la Duchessa edotta di.
queste lagnanze, sempre più s’inaspriva, e la pietà sincera di
Ercole influiva in quello spirito ribelle per allontanarlo vieppiù
dalle pratiche della religione cattolica. I
Conviene dire che Renea soggiogasse il marito per supe-
riorità di carattere oppure che l’amor proprio di lui si soprap-
ponesse a qualunque altra considerazione. |
Per lungo tempo però essa seppe in ogni maniera nascon-
dere e mascherare la sua prevaricazione religiosa, motivata in-
dubbiamente da dispetto, da leggerezza, da spirito di novità.
Il Rodocanachi assolve Ercole anche dall'accusa di avere
perseguitato la moglie. Certo è che le stranezze di lei, l’ostina-
zione sua nel diffondere sempre maggiormente le nuove teorie
della Riforma dovevano allarmare il Duca ed imporgli l’isola-
mento della moglie, la separazione dei figli e l’inchiesta iniziata
dall Inquisizione, continuata dai gesuiti onde ricondurre quella
mente inferma alle sane verità della cattolica fede.
Considerando lo spirito dei tempi in cui si svolsero tali avve-
nimenti, chiunque troverà assai mite la giustizia del Duca.
La celebre Vittoria Colonna, chiamata a Ferrara da Ercole II,
cercava invano di richiamare Renea alla verità cattolica. Costei
invece eleggeva a segretario quello stesso Marot che espulso
dalla Francia per gli errori suoi religiosi clamando contro l’ în-
grata, l’ingratissima patria, ricorreva alla protezione della Duchessa,
e ne incoraggiava la ribellione stimolandone la vanità.
Renea passava dalla pietà più fervente, al più cinico disprezzo
delle cose della religione. Di soppiatto cercava di attrarre a sé
quanti l’avvicinavano affinchè partecipassero della sua eresia.
L'afflizione sempre crescente del marito lo portò alla tomba; non
cerchiamo altrove l'origine di quello strano abbattimento che
innanzi tempo schiuse le porte del sepolcro ad Ercole d’ Este.
Prima di morire volle a sè la consorte e sempre preoccupato
dall'idea fissa che aveva amareggiato la sua esistenza la scon-.
RENEA DI VALOIS 465
giurò per il vincolo matrimoniale, per il ricordo degli anni
migliori trascorsi insieme, per la vita degli amati figliuoli di
allontanarsi completamente da tutti coloro che erano in concetto di
eretici.
Egli dunque non le imponeva credenze che violentassero la
sua coscienza, perchè tanto avrebbe valso imporle l'ipocrisia, si
limitò soltanto a chiederle per i tanti motivi accennati di aste-
nersi dal commercio con i prevaricatori della fede cattolica.
Renea giurò al letto del morente... e 5 giorno stesso delle ese-
quie ne scriveva a Calvino, il quale per ritorno di corriere la
“ Comme
assolveva dallo spergiuro dicendole per rassicurarla:
avez failli et ofensé Dieu en le faisant (e giuramento) aussi n’estes
vous obligée de le garder non plus qu’un voeu de superstition. ,,
| Questo però non basta a giustificare la condotta del duca
Alfonso II il quale alla freddezza dimostrata alla madre unì un
profondo disprezzo, commentato dall’ambasciatore di Venezia in
una lettera citata dallo stesso Rodocanachi.!
Il Muratori? che ha parole lusinghiere per tutti i principi
Estensi poco sl estende intorno a Renea, ma ne lamenta la dipar-
tita da Ferrara per la sua lderalità e per le sue maniere affabili ;
meschino elogio invero se lo confrontiamo con quanto lo stesso
autore scrisse riguardo alla Borgia.
Infatti il Rodocanachi che non è nè un detrattore nè un
panegirista di Renea, ma un espositore coscienzioso dei fatti,
non sa trovare che prodigalità nel compensare i suoi cortigiani
e solo cita qualche tratto generoso verso i suoi nani ed 1 suoi
giullari che predilegeva mentre trascurava i veri artisti ed 1 let-
terati che abbondavano alla Corte di Ferrara.
Appassionata per quanto dava pascolo alla sua fantasia si
sentiva attratta invincibilmente a desiderare tutto ciò che è vie-
tato. Mentre il Duca proteggeva le arti e le lettere, abbelliva Fer-
rara con grandiosi monumenti, con la famosa addizione Erculea,
essa riservava una particolare benevolenza a coloro che condi-
Videvano i suoi principî e il Miintz nella importante opera. sul
1 Pag. 308.
? Antichità Estensi, parte II.
466 RENEA DI VALOIS
Rinascimento italiano ricorda che non aveva presso di sè che
qualche artista francese più 0 meno oscuro.
I soli oggetti da essa preferiti erano i vasi di maiolica che
in quell'epoca per quanto belli, erano ben lungi dall'avere il
pregio che oggi loro viene attribuito.
Se Renea si fosse limitata semplicemente a soddisfare i ca-
pricci della sua mente esaltata senza recar danno ad alcuno, il
duca Alfonso II si sarebbe certamente mostrato più favorevole
a lei. Invece quella disgraziata, spinta da Calvino, incoraggiata —
e coadiuvata da Marot, cercava con ogni mezzo di trasformare
la Corte di Ferrara in un foco d’infezione luterana. Il Rodoca-
nachi dice che essa ottenne l'intento desiderato e cita in appoggio
il numero relativamente eccessivo di uomini di merito i quali si
lasciarono sedurre dalle teorie di Lutero. Non è men vero però
che mentre la piaga tendeva a dilatarsi, una pia donna, come la
chiama lo stesso Rodocanachi, Maria Frassoni del Gesso intro-
dusse in Ferrara i gesuiti, sorti a confusione dall’ invadente pro-
testantesimo. Ad essi soltanto dovette Ferrara l'immunità dal
flagello.
Le misure energiche suggerite al Duca, la pubblica ritratta-
zione dei principali fautori dell’eresia misero un freno al tor-
rente che minacciava di straripare. Renea medesima per isfug- |
gire all’isolamento cui era ridotta finse di rientrare nel seno
della Chiesa, profanandone i Sacramenti. Tutto ciò, ripetiamo,
a giustificazione di Alfonso II.
Di un’altra accusa assolve il Rodocanachi questo principe: 7
quella cioè di avere fatto appositamente il viaggio di Francia
per discutere con la madre, ritirata nel castello di Montargis,
le questioni riguardanti i suoi lucri dotali, accusa che Renea stessa _
fu la prima a lanciare contro il figlio. Il Rodocanachi invece, con i
buoni argomenti, dimostra il vero scopo del viaggio del Duca,
scopo politico e religioso ad un tempo, poichè tendeva alla
sicurezza dello Stato contro la baldanza dei protestanti. |
Anche negli ultimi anni, Renea si dedicò, esclusivamente,
alla propaganda ugonotta, percorrendo la Francia per contrap-
porre la sua influenza a quella della regina Caterina de’ Medici |
che proprio in quei giorni aveva visitato le principali città del
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a
RENEA DI VALOIS 467
Regno per raffermare sempre più la corona sul capo del figlio,
concedendo grazie e privilegi, e mostrandosi in tutto lo sfarzo
della maestà regia.
Renea, frattanto, allontanava da sè i servitori italiani che
l'avevano seguita in Francia e che la servivano da tanto tempo.
L’odio sempre crescente di lei verso tutto ciò che era italiano,
la spinse a tale atto d’ingiustizia.
Il suo testamento toglie ogni dubbio (se ve ne potessero
essere ancora) riguardo il suo attaccamento alle dottrine di Cal-
vino e può dirsi una dissertazione evangelica, un credo cal-
vinista.
Ecco a brevi tratti, il giudizio, che in coscienza, può darsi
di quella pur sempre illustre donna, che, coadiuvata da più pro-
pizia natura, avrebbe trovato a Ferrara, con la gloria della so-
vranità, la pace della famiglia, le gioie della maternità.
Quante volte nella sua triste residenza di Montargis non avrà
essa rimpianto quella Corte di Ferrara, dove l’Ariosto salutava
il di lei arrivo con gl'immortali suoi carmi?
Ferruccio Pasini FRASSONI.
LA NOBILTÀ ROMANA NEL XIII SECOLO
Gli autori che trattarono della nobiltà romana sono in numero
ristretto in rapporto alla importanza delle famiglie che figurano
nella storia della eterna città, ma i documenti sparsi, le memorie
che ci rimangono sono tali e tante che raccolte potrebbero for-
mare grossi volumi di grande interesse e di molto profitto per
gli studiosi di questo argomento. Senza tener conto delle poche
monografie che riguardano le più illustri e potenti famiglie,
gli autori moderni hanno generalmente limitato i loro scritti a
quelle inserite nella Bolla benedettina; delle altre, non poche,
illustri per ricchezza, potenza, e nobili parentadi, si trovano
traccie negli armoriali manoscritti, nelle brevi notizie dell’Amay-
den, nel Libro d'Oro dell'Archivio Vaticano ed in qualche altro
Codice; ma non esistono elenchi ufficiali della Nobiltà romana
anteriori a quello della bolla suddetta.
Sarebbe dunque importantissimo per la storia genealogica l’e-
lenco che viene riportato nel Codice Pallavicino del xvi secolo! se,
malgrado la difesa che ne fece il conte Pasini, non fosse sog-
getta a dubbio la fonte, per la discussa personalità del suo
autore e per aver servito di testimonianza al bugiardo Cecca-
relli da Bevagna. Ciò non ostante è d’uopo convenire che il libro
del Fanusio essendo certamente della metà del xvi secolo poichè
nel 1583 divenne proprietà della Biblioteca Pallavicino, ancorchè
l'elenco delle famiglie nobili romane non sia come egli afferma
dell’anno 1293 ha per noi, dopo 4 secoli, non poca importanza,
non essendovi alcun dubbio che tutte le famiglie nominate furono
nobili romane e ne abbiamo riscontrati i nomi in molti mano-
scritti storici ed araldici di autenticità indiscutibile.
1 De Familiis illustribus Italiae.
? Rivista del Collegio Araldico, 1903, pag. 327.
SITI DOC 19
LA NOBILTÀ ROMANA NEL XIII SECOLO 469
Inoltre, come nella citata difesa viene dimostrato, la maggior
parte delle notizie inserite in questo codice sono attendibili,
quindi il dubbio non è sufficiente a farci respingere completa-
mente come apocrifo l'elenco in questione. Esso è tratto, come
riferisce il cronista, da un “ antiquo registro de nobilibus romanorum
familiis quae vigedant an. salutis 1293; talis liber conservatur in
Archivio Capitulinae arcis. , Furono tanti e tali gli antichi docu-
menti dell'Archivio Capitolino che andarono dispersi, che oggi
male si potrebbe respingere la veracità di quest’elenco e ci con-
viene ingenuamente di trascriverlo per renderlo noto agli stu-
diosi se non altro a titolo di curiosità. Ripetiamo, che ancorchè
le famiglie che vi si trovano inscritte non risalissero al 12983,
erano però note nel xvi secolo e questa è già antichità rispetta-
bile, senza contare che molte di esse come gli Orsini, i Conti, 1
Savelli, i Caetani e tante altre, erano già nobili ed illustri molto
prima del 1293. Oggi è prevalso il concetto erroneo di conside-
rare nobili romani solo quelli che figurano nella Bolla bene-
dettina, mentre essa può riferirsi ai nobili romani che ai tempi
di Benedetto XIV abitavano Roma e a quelli di altre città
che ebbero cognizione della disposizione pontificia e che cre-
dettero di far le pratiche per esservi inseriti. À quei tempi non
s'iscrivevano le famiglie di ufficio, ma soltanto quelle che in
seguito ai disposti pontifici spontaneamente presentavano i loro
documenti. Perciò vi sono. molte famiglie dello stato Pontificio
e di altre regioni che avendo ottenuto un diploma di nobiltà
dal Senato Romano e non avendolo fatto inscrivere fino ad oggi,
potrebbero con ragione chiedere la reintegra della nobiltà Ro-
mana perchè in materia nobiliare non vi è prescrizione. Ma ve-
niamo all'elenco capitolino del 1293, che testualmente riportiamo,
tanto più che si tratta di un codice inedito e quasi completa-
mente ignoto.
Esso è diviso in due parti: la prima comprende 35 famiglie
che il cronista chiama dMustres; la seconda comprende 156 fami-
glie nobili.
“ Domus de Sabellis - Domus de Ursinis - Domus de Co-
lumna - Domus de Comitibus - Domus de Papensibus qui Pon-,
tini dicebantur - Domus de Ceccano - Domus de Suppino -
470 LA NOBILTÀ ROMANA NEL XIII SECOLO
Domus de Pilijs qui nunc de Sancta Cruce sunt - Domus de
Trebijs - Domus de Anicia de Fregepanis dicta - Domus de
Maximis qui Staitelli sunt - Domus Caietana - Domus Sopra-
nana - Domus de Vico potentissima - Domus de Capoferris -
Domus de Perleonibus potentissima - Domus de Corsis - Do-
mus de Annibaldensibus - Domus de Sancto Eustachio - Do-
mus de Venturinis - Domus de Romanis - Domus de Monte-
nigro - Domus de Baroncellis - Domus de Boarijs - Domus
de Capharis - Domus de Guidonibus - Domus de Mazzabu-
balis - Domus de Petronijs - Domus de Peregrinis - Domus
de Roffredeschis - Domus de Roberteschis - Domus de Ste-
phaneschis - Domus de Anguilaria - Domus de Cesarinis -
Domus de Crescentijs potentissima.
Familiae vero romanor mob. sunt histae: Nob. de Staitellis —
Nob. de Vicariis - Domus Mincia - Nob. Candidi - Domus
Buccapecus - Domus de Rusticis - Nob. de Paparonibus -
Nob. de Scolaribus - Nob. de Alterijs - Nob. de Cinthijs -
Familia Buthona - Familia de Rubeis — Familia de Capoccis
- Nob. de Veraldis - Nob. de Virilibus - Nob. de Valle - Nob.
Thebaldi - Nob. Sacta Crucij - Nob. Speculi - Nob. de Salo-
monijs - Nob. Sanctij - Nob. de Suburra - Familia de Sini-
baldis - Nob. Ruberti - Nob. Normanni - Nob. Palinni - Nob.
Pateleni - Nob. de Magistris - Nob. de Milesijs - Nob. de
Magalettis — Familia de Gedellinis -- Nob. de Mannettis - Fa-
milia de Juvenibus - Familia de Justinis — Nob. de Libijs -
Nob. de Cecis - Fabiorum familia - Familia de Celijs - Nob.
Lentuli - Familia de Leoninis - Familia de Mazzeis - Familia
de Mazzatestis - Nob. de Mutijs - Familia de Macaranis - Fa-
milia de Draconibus - Familia de Gracchis - Familia de Gri-
sonibus - Nob. de Capharellis - Nob. de Capozucchis - Nob.
Cecchini — Familia de Alberinis - Nob. de Matheschis - Nob-
de Cencis - Familia de’ Franchis - Familia de Gottifredis -
Familia de Boccanazzisegalati - Familia de Bonaugureis - Fa-
milia de Corvinis - Nob. de Corona - Familia de Guerrinis
- Familia de Garganis - Familia de Amodeis - Familia de
Leonibus - Nob. de Cotis - Nob. de Mancinis - Nob. de Mu-
lianis - Nob. de Palotijs - Familia de Sanctinis - Familia de.
O EI RENO N n
IO I 6 O E LL
RR) PE I E A
LA NOBILTÀ ROMANA NEL XIII SECOLO 471
Spannochijs - Familia de Peruscis - Familia de Pontianis -
Familia de Ricia - Nob. de Ruffinis - Familia de Sanguignis
- Familia de Zeccha - Familia de Bonionnis - Familia de
Beccaluva - Familia de Foschis - Nob. de Collinis — Familia
de Cenonijs - Familia de Cinquinis - Familia de Cappagallis
- Nob. de Grossis - Familia de Castellanis - Nob. de Ma-
rieris - Nob. de Tutonibus - Familia de Valentinis - Familia
de Vannutijs - Nob. de Riccis - Familia de Quatuoroculis -
Familia de Marronibus - Familia de Jacomellis - Familia de
Teulis - Familia de Victoriis - Familia de Vipera - Familia
de Steccatis - Domus Thebaldesca - Domus Spica - Domus
Tasca - Domus de Callis - Familia de Marcellinis - Nob. de
Maffeis - Nob. de Astallis - Nob. de Albertonibus - Domus
Branca - Domus de Bubalis - Domus de Buccamazzis Carlis —
Familia de Gerardis - Familia de Gabriellis - Familia de Gallis
- Domus de Farinacijs - Nob. de Colloaiannis - Fili de Ciocis
- Filii de Contugiis - Nob. Cencij de Trivio - Familia de Bel-
lomo - Familia de Bonaventuris - Familia de Bonis - Domus’
de Cavalerijs - Domus de Buccapadulis - Familia de Bucca-
bellis - Domus de Babbis - Domus de Consilierijs - Domus
de Colarossis - Domus de Bene in bene - Familia de Bar-
cellonibus - Filii Dior. de Vannettis - Domus Trincha - Fill
Dfior. de Toffia - Domus de Saxis - Familia de Svaturis -
Domus Taglia - Familia de Statis - Familia de Sordis - Domus
de Rubeis de Montibus - Domus de Roncionibus - Domus de
Maccaronibus - Domus de Micinellis - Familia de Macaro -
Domus de Minutilis - Familia de Naris - Domus de Nero -
Familia de Paluzellis - Familia de Palonibus - Domus de Pan-
donibus — Domus de Porcarijs - Filii Dior. de Marganis - Fa-
milia de Guadraccis - Familia de Cardellis - Familia de Cen-
tellis - Nob. de Cartonibus - Familia de Valeranis — Familia
de Mignanellis - Nob. de Faris - Familia de Vellis.
In dicto registro post modum sequebatur ordo magistratuum
Romanorum et omnium artium quae sunt in urbe cum modo
regiminis et administrationis etc. quae spectant ad Romanam
Urbem. ,
Di queste famiglie, parecchie delle quali si mantennero fino
472 LA NOBILTÀ ROMANA NEL XIII SECOLO
al nostri tempi, alcune vantavano origine dalla Roma classica
e quantunque la critica accetti con molta diffidenza tali prove-
nienze è assurdo volere recisamente affermare che le antichissime
stirpi che fiorirono sotto la repubblica e sotto i Cesari siano com-
pletamente sparite. La repubblica di Venezia è oggi sola a vantare
senza contrasto, per parte dei critici, l’antichità delle sue fami-
glie coeve alla fondazione di Venezia. Non so perchè l’antichità
che non permette di risalire una continuata genealogia a tempi
remotissimi debba far sì che per Roma vengano inesorabilmente
ripudiate come false le tradizioni che vogliono di vetustissima
origine i Massimi, i Celii, gli Albini, i Quintili, i Fabi, i Ruffi ed
altre. Fu deriso il dotto genealogista francese Victor Bouton che
sostenne brillantemente la tesi che non tutte le razze potenti
anteriori a N. S. Gesù Cristo siano sparite e nemmeno quelle
che nei primi secoli dell'Era nostra figurarono in gloriose im-
prese. È bene essere guardinghi e severi in materia di genea-
logia ma è anche ragionevole di non bandire completamente
‘ la tradizione quando non si può sostituirla con documenti. Par-
liamo della tradizione storica e non della leggenda, che si con-
fonde con la favola delle origini eroiche e mitologiche inven-
tate dal poeti e dai sognatori, come il Ceccarelli. È però assai
barocco lo spirito critico che vorrebbe assolutamente inventati
da lui non solo i documenti ma anche cronache intiere fabbri.
cate di sana pianta. Vogliamo ammettere che abbia finto autori
e documenti che non si rinvengono, ma dei molti volumi da
lui citati e poi rinvenuti in varie biblioteche si può fare simile
asserzione per il fatto che di autori come il Fanusio non si
potè scoprire la provenienza?
Qualunque sia quindi il giudizio che i critici cavillatori vor-
ranno dare dell'elenco da noi riportato nessuno potrà però ne-
gare l’antichità o nobiltà delle famiglie menzionate perchè risul-
tano da innumerevoli memorie e da documenti degni di fede.
CESARE BRANCALEONE,
LETTERA INEDITA DI SISTO IV
E MEMORIE SULL'ORIGINE DELLA SUA FAMIGLIA
Per dimostrare che le pretese nobiliari di coloro che sono
saliti in alto non è cosa nuova, pubblichiamo una lettera inedita
del cardinale Francesco della Rovere (Sisto IV) che accompa-
| gnata da alcune memorie, egli inviava nel 1468 a Cristoforo della
Rovere dei signori di Vinovo. !
L'opinione generalmente accettata sulla origine di questa fami-
glia la vuole oriunda dal villaggio di Legino da dove nel 1399
Leonardo si recò a Savona per esercitarvi l’arte di accimatore
di panni. Premeva invece assai al cardinal Francesco di farsi
_eredere derivato dai Della Rovere di Torino discendenti da un
Aimone che nel xrI secolo era già signore di Viconovo o Vinovo.
Divenuto Papa strinse vieppiù i legami con questa famiglia impa-
rentandosi con la medesima e creando cardinale Cristoforo e
. Domenico Della Rovere.
Questa origine piemontese, fondata sopra l'affermazione di
Giulio Cesare Della Scala non regge alla critica e il dotto Acci-
. nelli in una interessante ed inedita cronaca delle famiglie geno-
| vesi° dice i Della Rovere originari da Albissola derivati da marinai
;
e stabiliti a Genova nel 1370 dove Raffaele fu anziano e nel 1380
un Paolo fu Governatore di Corsica. L'A. fa distinzione fra i Della
Rovere che da Albizola passarono a Savona nel xiv secolo e da
cui derivò Papa Sisto IV e quelli rimasti ad Albissola dove nacque
. Raffaele padre di Giulio II. Erano però tutti di Albissola borgo
! Questa lettera venne scoperta nella Biblioteca Vaticana dall’illustre
Monsignor Prof. Cosimo Stornajolo, Prelato Dom. di S. S. che gentilmente
. ha voluto comunicarcela per la nostra Rivista.
? Autografo nella Bibl. del Collegio Araldico.
Rivista del Collegio Araldico (agosto 1904). 30
4704 LETTERA INEDITA DJ SISTO IV
situato alle porte di Savona, i cui abitanti s'intitolano general.
mente savonesi. |
Anzi l'opinione che Cristoforo Colombo sia nato ad Albizola
nacque da una lettera del cardinale Girolamo Basso della Ro- |
vere nipote exsorore di Sisto IV al Capitolo di Macerata nella
quale accenna alle Indie, da un mio conterraneo hora discoperte.!
Ma veniamo ai documenti della Vaticana (Codice urbano,
lat. 1023).
“ Spect" et egregie affinis car"° quam libenter lras vras vide- i
rim vosmet judicare potestis q viso dominico fre vro voluptate |
(14
max sum affectus; nihil n. gratius mihi offerri p' q propinquor
meor. incolumitate — audir. et prosperitatem eor.pcipue quor.
amor et benevolentia multis argumentis perspecta est et cognita
Dominicus vero ipsum libenter vidi et amice complexus sum
habebitur a me loco filii amo illum vehementer et quidem
amandus est pp. ejus singularem modestiae et egregiam indo- |
lem. Non deero .illius virtuti quantum in me erit. et aut omni —
humanitate usi fueritis in procuratores meos apud communem |
dnum nrm Illm. Ducem et Illma. ducissam habeo vobis gras. |
Scripsit ad me prenominatus Dux in ea causa sed omnes mihi
victoriam pollicentur hunis controversie. Pugnat pro nobis Ju-
stitia ipsa et honestas — Res fortasse aliquantulum protra- |
hetur — Unum velim nos mihi impendere pro egregia vra fide
erga me; licet im ampliss"* dignitate Card'* omnes constituti
simus tamen facer. non possimus quin Principum favor et presi-
dium necessarium nobis existat pp. benefitia in eor dominis con- |
tenta sine quibus dignitatem nrar sustiner. velimpossibile est vel
difficile, ego vero adhuc nulla consecutus sum preter. hoc
hospitale vercellense: quod est ut videtis litigiosum quare
pro singulari prudentiae vram et pro max*, auctoritate vra |
apud illos Illmos vos hortor ut mature, et recto modo inqui-
ratis et procuretis lras habere ab Illmis illis Ducibus; que |
me summipere Pontifici Max° comendent asserentes me suum |.
esse et ab eis regionibus familiam meam ortum habuisse quare
! Arch. del capit. di Macerata. La lettera è datata da Roma 80 di-
cembre 1506 e firmata, Hieron. B. Card.
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LETTERA INEDITA DI SISTO IV 475
“ velit suo intuito Santitas Sua hre me comendatum si qua
“ benefitia in eor. pcipue Principatibus antigerit vacar. possunt
“n. hujusmodo lre plurimum mihi prodesse; quare huic rei et
“ matur, et sapienter invìgilabitis scribt sup. care ad eor. Ill. D.
“quar. lrar exempla introdus a vobis mitto ut si vobis presen-
“tande videbantur illas psentetis sin aute, omittat. Hoc a pru-
“ dentie vra relinquo paratur semper ad omnia vra beneplacito.
“ Dat, Rome ex Palatio Sancti Petri ad Vincula die XVIII
“ maii 1468.
“ F. Saonen. tit. S. Petri ad Vinc. Presb. Card.".
“ Spli et egregio viro Dno Cristofaro de Ruvere Illmi Ducis
“ Sabbaudiae consiliario ac Villis Sicure Iudici affmi car”°. ,,
. Segue come allegato una lettera di Giulio Cesare della Scala
veronese “ persona dotta nelle lettere humane , diretta a Lelio
Della Rovere signore di Vinovo per dimostrare l'origine piemon-
tese dei Della Rovere di Savona.
Scrive il Della Scala: “che... “ Nel tempo che la fe: me:
“di Mons il Vescovo di agen era a Turino et io con S. sig” per
“ familiarità di un frate di S. Domenico non mi ricordo il nome
“si non è Barnaba andava io a spasso nel convento dove trovai
“ certi libracci antichi et moderni rotti et rosicati le carte sciolte
“ et l’inchiostri pallidi et per questo a quelli drizzato trovai certe
“ eronache fatte in modo di memorie et alcune belle tra le altri
“ eravi una scritta così — Sub Sergi Pontifice qui successit cononi
. “ Rangibertus Longobardus Taurienensium dux..., qui riferisce
la spropositata origine dei della Rovere e termina: “ Albertus
“ Alexandrie duxit uxorem et habuit filios: Simon pp. pinguedi-
« “nem Crassus appellatus accepta pecunia a fratribus in Liguriam
— “ civit. ubi et fixit domicilium et habuit filios Leonardum Leonar-
“dam et Jacobinam.,
A corroborare questa cronaca che non possiamo ammettere
che come parto fantastico del Giulio Cesare della Scala, cosa
tanto comune a quei tempi in cui le cronache decidevano in
questioni genealogiche, il Della Scala aggiunge alcune “ considera-
| zioni che si fanno per verificare la suddetta cronaca , che rias-
| sumiamo così: 1° essersi conservato il nome di Leonardo in Savona
| venendo così denominato il padre del Papa — 2° che il nonno di
476 LETTERA INEDITA DI SISTO IV
questi si chiamava Stefano ed era nome comune ai Della Rovere
del Piemonte — 3° che nel Chiostro di S. Francesco a Savona si ì
vede la sepoltura del padre di Sisto IV fra quelle dei gentiluomini |
con lo stemma Della Rovere e la scritta: “1423 Die p® aprilis È
sepuleruam Din, Leonardi de Ruvere et heredum suorum quor,
animae requiescant in pace amen. , i 4
Di maggior peso è il documento citato del 1460, nel quale
risulta che fra gli otto riformatori della città figura Leonardo ì
Della Rovere — prova questa indiscutibile che apparteneva al
ceto nobile — L'arma di questa famiglia consisieva nella rovere |
con ì rami passati in doppia croce di S. Andrea di verde in campo
azzurro — mentre quella di Piemonte l’usava d’oro — Verde È
l’usarono pure i Roverella di Ferrara che si pretendevano discesi
dai Della Rovere.
Lu1ici FILIPPI.
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COUP D'EIL SUR L'HISTOIRE DE LA CORSE
(Continuazione e fine vedi num. precedenti).
Eugène IV envoya, pour prendre possession de l’île, des
troupes romaines, qui marchèrent de succès en succès Jusqu’à
. la mort de ce Pontife (23 février 1447), dont le successeur, le
pisan Nicolas V, abandonnant les plans de conquéte, rappela
les soldats pontificaux et céda la Corse aux Campo-Fregoso,
cession qui fut suivie d’un soulèvement général, rapidement ré-
| primé par l’armée génoise victorieuse dans la sanglante bataille
du Golo (1448). Alors invoquant ses droits à la souveraineté du
royaume de Corse, Alphonse, roi de Naples et d’Aragon, envoya
dans l’île une armée commandée par Jacques Imbisora, qualifié
vice-rol.
Dans ce tourbillon vertigineux de rois, de comtes, de préten-
dants, de conquérants, de feudataires ambitieux, de généraux
’ . Ù . . ® ATL
génois, aragonais, romains, dans cette inextricable mélée, dans
ce conflit interminable, la pauvre Corse ne sait néanmoins è quel
parti se vouer, à qui demander la paix et le salut; elle ne cesse
de lutter, avec une intrépidité qui ne se dément pas, pour se
débarrasser de maîtres de hasard; il semble qu’elle ne fasse que
changer de servitude. La révolte et la guerre sont de tous les
instants; les accalmies, rares et partielles; les haines, les ran-
cunes, frémissantes et terribles ; le tempérament corse s'accoutume
forcément è cette vie précaire de tempétes, de surprises et de
représailles. Accroupie, devant ces ruines d’une patrie infortunée,
comme le fauve guettant la proie, Génes et sa banque de Saint-
Georges profitent de toutes les occasions pour ancrer plus pro-
! Voir Pièces Justificatives, 15, 16, 31.
478 COUP D'(FIL SUR L'HISTOIRE DE LA CORSE
fondément sa tyrannie; elles laissent flegmatiquement dans la i
misère des compeétitions ces puissants feudataires, ces peuplades
belliqueuses, férues de monarchie ou de liberté, qui jettent la |
Corse aux pieds des rois d’Aragon, des ducs de Milan, ! des Papes,
parfois mème des agents génois. |
La Sérenissime République attend son heure, mystérieuse |
comme le sphinx, avec le flegme du fataliste: elle a pour alliés :
le meurtre, le guet-apens, la menace infàme. *
Un instant, en 1507, la Corse eut encore un éclair d’espoir
patriotique: la puissance génoise semblait anéantie; Louis XII
avait fait dans Génes son entrée victorieuse; le seigneur de l’Ile |
de Corse était è présent le roi de France. Hélas! ce ne fut pour |
les insulaires qu'un faux espoir, un intermède è la tyrannie.
Et quelle tyrannie! Les statuts foulés aux pieds, abolis dans |
tout ce qui protège le droit des citoyens, exclus en masse des
fonctions publiques; la justice, impudemment vénale; la confis-
cation, sévissant contre les suspects; défense aux insulaires de |
porter des armes; interdiction de s’enrichir par le travail; “la |
politique génoise n’a jamais permis à ces peuples de fair usage |
de leurs richesses naturelles; ,, despotes soupconneux, “les Genois |
ne permettent la sortie è aucune denrée, à moins qu'elle ne soit |
vendue è vil prix: ,° ils redoutent l’enrichissement des Corses,
qu’ils traitent systématiquement en ilotes, comme une race infé- |
rieure qu'ils se proposent de dompter par la misère.
De là, ces exodes d’opprimés, ces exils volontaires, surtoub
aux époques où la lutte est momentanémente impossible contre
les oppresseurs; ne pouvant étre en leur patrie ni soldats, nì |
magistrats, ni laboureurs, nîi citoyens, les Corses, naturellement 3
fiers et guerriers, s'enfuyaient vers l’air libre, du moins tous ceux |.
qui le pouvaient, non par amour du lucre, quisqu’ils répugnaient |
à faire le métier de marchand, et puisque primitivement, par.
point d’honneur, ils s'enròlaient tous gratuitement, mais par dégodt
d’une servitude dégradante, par haine du.despotisme; et l’expa-
! Voir Pièces Justificatives, 14, 18, 19, 27, 29. ‘di
? Voir RaouL CoLonna, Hist. de la pesa p. 62-64. si
® Voir l’auteur anonyme de Description de la Corse... en 1739, p. DT et TB i
A
COUP D'(RIL SUR L'HISTOIRE DE LA CORSE 479
triation douloureuse, je l’ai dit ailleurs, était surtout chez ces
vaillants, en méme temps que la satisfaction de leur instinct mili-
taire, une manifestation général de leur irréductible patriotisme.!
Les adolescents eux-mémes prenaient la route améère de l’exil,
parce qu'il leur permettait d’apprendre le métier des armes et
de servir un Jour la liberté, la patrie corse.
Ainsi reviendra sur le sol natal, après avoir servi avec honneur
les Médicis et les Valois, Sampiero d’Ornano, non plus en pro-
serit, mais en chef du peuple, en libérateur, en messager de la
bonne nouvelle, en lieutenant d’un prince qui se qualifie “ Henri II,
roy de France, et seigneur de l’Isle de Corse. ,
Cette fois, gràce aux victoires de l’héroîque Sampiero, les
destinées du peuple corse sont è jamais fixées; l’île est définiti-
vement francaise, son roi l’a déclaré; elle est partie intégrante
du domaine francais; elle n’en s'era plus jamais détachée, son
roi l’a juré, ses régiments sont venus l’affirmer.* Jour d’allégresse
infinie! Les rares soutiens des Génois les abandonnent “ è la pre-
miéère semonce ,, du lieutenant général de Henri II en l’île, des
Geéenois méme sollicitent l’autorisation de demeurer établis en
Corse sous l’autorité du roi de France. ‘
Quelle déchirante déception lorsque, six ans après, le traité
de Chàteau-Cambrésis forca Henri II, malgré sa vive résistance,
a renoncer à la Corse, à cette terre qui l’avait accueilli avec tant
de confiance, et de laquelle on lui avait dit qu'il pouvait tirer
dix mille soldats d’élite: “ Et sont si naturellement francais qu'un
chef qui serait sage les conduirait par un filet è la bouche; en
sorte qu’en peu de temps ils seraient fort aises è se mettre en
suJétion volontaire. ,, °
Se souvenant de la promesse du roi, apportée par son lieu-
tenant général (Jourdan des Ursins), les Corses ne pouvaient
1 Voir le Rapport en téte de ce livre, p. 4.
? Pièces Justificatives, 61, 74, 75, 84, 89, 90, 92, 93; puis ler numéros 117,
ki9; 151.
® Kt aussi... ses criminels! Comme sous la domination romaine, comme
sous Lothaire I, la Corse sert de lieu de déportation. (Pièces Justificatives, 108).
* Pièces Justificatives, 115, p. 51 et 53.
° Lettre du cardinal du Bellay au connétable de Montmorency, 1592.
480 COUP D'(EIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE
croire à leur malheur: “ Le roi ne peut nous abandonner, disa- |
ient-ils, à moins qu'il n’abandonne sa propre couronne.. Puis
È ) » b
lorsque tomba leur loyale illusion, Jourdan de Ursins put écrire >
a Henri II: |
“ Sire, les Corses sont plus désespérés que Jamais de la peur
qu’ils ont de retourner entre les mains des Genois et disent publi-
quement qu'ils veulent plutòt étre aux Turcs qu'à eux; ils se |
plaignent tant qu’ils peuvent de Votre Majesté, de moi et de
tant qu'il y en a en votre service, disant qu'on les a vendus aux
Génois pour esclaves, et sont si passionnés en cette affaire qu’ils
n’ont point de respect de le dire en mon visage et de tant de i
ministres que vous avez par deca. ,
L’opinion la plus répandue chez les Corses, dit le comte Raoul
Colonna, fut que le roi abandonnait une contrée qui ne lui était
plus utile, la guerre étant terminée. “ La vérité, dit M. Jacques
Rombaldi,! est que la rétrocession de la Corse à la République A
fut l’objet des disputes les plus vives entre les négociateurs du
traité; que cette question faillit, è diverses reprises, amener la
rupture des pourparlers et rallumer la guerre, et qu’enfin Henri II
ne consentit è cet abandon qu’à la dernière extrémité. Encore
exigea-t-il dans le traité “que ses sujets de la dite isle de Cor-
sèégue ne seroient plus inquiété par les Gennoys et qu’ils joui-
ralent en seureté de tous et chacuns leurs biens.,,
Tandis que les Corses se désespéralent, Sampiero, lui, ne dèses-
pérait ni de la liberté, ni de la patrie; il courait l'Europe pour A
trouver aide et secours; il excitait è la revolté contre la répu-
blique ceux de ses patriciens dont elle tenait les biens en séquestre;
il demandait au duc de Parme de lui envoyer de ses troupes; il
engageait le duc de Toscane è joindre la Corse è ses États. Génes «JI
se délivra par la trahison et l’assassinat (17 Janvier 1567) de ce
valeureux patriote dont la popularité et les victoires répétées |
tenaient dangereusement en échec son implacable tyrannie.
Moins de cinq ans après, la république revisait è son profit |
les statuts de l’île et conférait au gouverneur général des pou-
voirs draconiens, absolument arbitraires et sans bornes; il était
1 Sampiero Corso et la Corse francaise.
“a
COUP D'@RIL SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE 481
Juge de première instance à la jurisdiction de Bastia et, en appel
de toutes les autres jurisdictions; “il pouvait condamner è la
corde, aux galères, au pilori, au fouet, sans aucune formalité ni
preuve juridique, mais ex informata coscentia; ,, il disposait des
revenus publics et ne devait des comptes qu'au Senat génois, au
terme de son gouvernement.
Chaque nouveau gouverneur s’ingéniait è édicter ou è pro-
voquer des mesures de plus en plus liberticides; c’était l’ému-
lation du despotisme; la seule liberté qu’ils tolérèrent, parce qu'ils
la vendaient è bureau ouvert aussi bien que le droit de porter
des armes, ce fut celle de l’assassinat. !
L’indignation des Corses étaits extrème et les portait à cher-
cher un libérateur; ils s'offrirent au roi de Sardaigne (1722-1724),
mais sans succès. *
En 1730, l’exaspération des insulaires était à son paroxysme;
une étincelle devait suffire pour faire éclater la rébellion partout.
Au mois de février 1731, la guerre fut déclarée par les Corses,
dans la consulte générale tenue è Corte.
Génes implora le secours de Charles VI, qui lui envoya 8000
hommes, dont la moitié passèrent en Corse sous le commande-
ment des génèraux de Wachtendonck, Wallenstein et Ristori. Au
lieu de les attaquer en rase campagne, les rebelles se contentè-
rent de les harceler par une guerre de guérillas; les Impériaux
“ayant à combattre,
etaient décimés; Wachtendonck, inquiet,
écrivait-il, des hommes qui ne connaissaient pas la peur, ,, se fit
envoyer de Génes les 4000 hommes de réserve.
Faiblement pourvus d’armes et de munitions, mais toujours
riches de courage, les Corses luttaient sans défaillance, servis par
leur habile tactique, attendant des secours d’Espagne? ou d’ail-
leurs. Génes criait sa détresse è l’empereur, qui lui envoya un
renfort de 4000 hommes, commandé par la prince de Wurtemberg;
mais bientòt ce général ayant demandé de nouvelles troupes,
1 Le nombre des crimes commis en Corse pendant cette douloureuse
période est presque incroyable. On relève sur les registres de la Sérenissime,
en l’espace de trente-deux ans (de 1683 è 1715), 25,15 mevurtres.
? Pièces Justificatives, 303 et 304.
® Corte et Saint-Florent avaient arboré la bannière d’Aragon.
482 COUP D'EIL SUR L'HISTOIRE DE LA CORSE "2
Charles VI, à qui cette guerre coîtait déjà cinq millions, estimant d
qu'il avait assez fait, décida la république è mettre fin aux hosti-
lités. La paix fut donc signée à Corte, le 11 mai, par les repré-
sentants de l’empereur, de la Corse et de Génes, à des conditions |
avantegeuses pour les insulaires, quelque peu douloureuses pour
la sérénissime; aussi, dès le 1° juin suivant, s'empressa-t-elle de.
les violer en faisant emprisonner les patriotes corses qui avaient
soutenu à Corte l’intérét et les droits de leur pays, notamment
Louis Giafferri; mais, outré de cette félonie, Charles VI exigea
qu’ils fussent remis immédiatement en liberté.
Grénes se soumit, mais sa rancune veillait, et dès le mois de
Janvier 1734 se traduisait par des emprisonnements arbitraires
qui rallumèrent l’insurrection et la guerre. Déterminés è en finir
irrémissiblement avec la tyrannie génoise, les rebelles en armes
offrirent la Corse au roi d’Espagne, qui ne crut pas pouvoir l’ac-
cepter. Alors, dans une consulte générale, à Corte, ils proclamè-
rent l’indépendance de la Corse, è jamais séparée de Génes, votè- |
rent une constitution élaborée par Sébastien Costa, et élurent 3
geénéraux du Peuple Giafferri et Hyaciuthe Paoli (30 janvier 1735). —
Battue è Rostino, la republique organisa le blocus de l’île, qui, i
sans communication avec l’étranger, sans espoir de secours, au plus —
profond de la détresse, près de désespérer méme de la liberté, se rua
d’enthousiasme vers Je baron Théodore de Neuhof (12 mars 1736) 4
en qui la nation vit un sauveur et dont elle fit un roi.!
Pour ne pas se laisser dépouiller de ‘
‘ son royaume de Corse, ,,° _
Génes ne recula pointe devant un moyen déshonorant; elle se
fit une armée de tout ce que l’île pouvait contenir de miserables,
d’assassins, de galériens, et cette horde de quinze cents scélérats |
commit partout de monstrueuses atrocitées. Il faut dire que cette |
mesure infàme fit naître l’indiscipline dans les troupes génoises, |
mécontentes de tels compagnons d’armes. Seize cents hommes, |
envoyés par Génes pour ravager l’au-dela des Monts, y furent
talllés en pièces par Luca d’Ornano. È
A bout de forces, la république se tourna vers le roi de France,
38
i
! Surle règne de Théodore I°, voir Pièces Justificatives, 305, 306, 307, 308. È
? Histoire des révolutions de Vile de Corse et de V’élévations de Théodore I e
(La Haye, 1728, in-24, p. 222 et 303). br
n
+ Ae
COUP DIL SUR L'’HISTOIRE DE LA CORSE 483
qui lui consentit le traitè du 27 juillet 1737 “dans un intérét
commun de pacification. ,, Qui ne connaît la suite des événe-
ments? L’arrivée en Corse du comte de Boissieux (8 février 1738),
l’effondrement du tròne de Théodore, le soulèvement des insulaires
contre l’occupation francaise, les “ Vépres Corses, ,, la volonté
intlexible de la Nation de maintenir son indépendance, la victoire
du marquis de Maillebois suivie de la création par lui du régi-
ment Royal Corse, comme pour honorer les vaincus, dont il avait
pu constater l’intrépidité, la discipline et le loyal patriotisme.
Fidéèle aux instructions de sa Cour, le vainqueur s'appliquait
a ramener la concorde entre Génes et les Corses: “ Si vous voulez
les détruire, écrivait-il aux sanguinaires généraux de la république,
les armes du Roy ne sont pas faites pour cet usage et assuré-
ment Je ne ferai pas massacrer de sang-froid ceux qui auront
recours à sa protection et à sa garantie, ainsi qu'il ma chargé
de les en assurer. ,,!
Le retour imprévu et le départ, cette fois définitif, du roi
Théodore (1743), laissa les Corses indifférents, fut suivi (1745),
sous l’inspiration de Dominique Rivarola, d’une tentative de
Charles-Emmanuel III pour s'annexer la Corse. Chassé de Bastia
par les “ rebelles, ,, le gouverneur génois y rentra par la trahison
(15 février 1746), et les plus notables des patriotes, aussitòt arrétés,
furent transférés è Génes, condamnés è mort et exécutés. Assiègé
dans Saint-Florent, Rivarola parvint è gagner Turin pour reclamer
des secours promis par le roi de Sardaigne.
De son còté, Génes fit de rechef appel au roi de France, qui
envoya dans l’île le comte de Cursay avec quelques troupes. Ce
fut seulement alors (29 février 1748) que le roi de Sardaigne
s'engagea è fournir contre les Génois et les Francais les secours
qui seraient nécessaires. Sage, affable, impartial, zélé pour le bien
général, Cursay sut gagner la confiance et méme l’affection des
Corses, àè ce point que la République, toujours dans les transes,
le dénonca è Louis XV comme travaillant è se faire élire roi de
Corse. L’arrestation de M. de Cursay, conduit è Antibes, pour
y attendre son jugement, ? fut suivie d’un soulèvement général.
! Voir RaouL CoLonna, p. 150-151.
? Plus tard, le roi reconnut son innocence et le nomma lieutenant-gé-
néral et gouverneur de Bretagne.
484 COUP D'(R1L SUR L’HISTOIRE DE LA CORSE
Le 14 juillet 1755, Pascal Paoli fut élu Général de la Nation
Corse. Il avait, à 29 ans, toutes les qualités qui font les grands
chefs. “ Précurseur de Washington, il eut la gloire d’apprendre
à l'Europe comment on peut conserver l’ordre le plus parfait au
milieu de la démocratie la plus étendue., Ses premiers succès
épouvantèrent la République, qui, pour la troisième fois en un
laps de vingt annés, appela la France à son aide; et ce devait
étre pour la puissance génoise la perte définitive de la Corse.
Or, les précédentes éxpéditions francaises avalent eu pour effet
d’apprendre aux ministres de Louis XV de quel intérét serait
pour la France la possession souveraine de l’île, inébranlable dans
sa haine de l’oppression génoise. Le duc de Choiseul, notamment,
poussait ouvertement à la conquéte, et le ministère était en pour-
parlers avec Paoli, qu'il soutenait secrètement, ! mais qua la pas-
sion de l’indépendance ou l’ambition personnele pourrait porter
à jeter sa patrie dans les bras de l’Angleterre; — danger qu'il
fallait résolument conjurer.
Le comte de Marbeuf fut donc envoyé en Corse avec six batail-
lons. Les péripéties qui suivirent sont trop connues pour que je
m'applique a les résumer: l’héroisme des paolistes, dignes soldats
d’un grand homme, les alternatives poignantes de succès et
d’échecs, l’immixtion anglaise se dessinant en faveur de Paoli;
sa défaite supréme à la bataille de Ponte-Nuovo (8 mai 1769),
malgré des prodiges de valeur, sa fuite sur un navire britannique;
triste fin d’épopée!... Le héros tombe, la Corse reste; c'est Géènes
surtout qui est vaincue, puisque la Corse demeurera frangaise. Dès
lors son histoire se confond avec celle de la France.
Et, è peine quelques années plus tard, en 1797, la sérénis-
sime république elle-méme disparaissait è jamais, supprimée d’un
trait de plume par un Corse, le général Bonaparte, vainqueur
de l’Italie, qui, è ce moment, dut ressentir une joie infinie, car,
en mèéme temps qu'il assurait è la France des conquétes memo-
rables, il vengeait la Corse de plusieurs siècles d’oppression...
MARQUIS D’'ORNANO.
1 Pièces Justificatives, 310.
È 7
Siate!
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vat n
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La ENTE
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Vale
+È
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-_ FAMILLE DISSARD-CAVARD
PUY-DE-DOME - AuvereNE (FRANCE)
(Continuaz, e fine vedi num. precedenti)
Quand l’anglais abhorré voulut s’emparer du royaume de
France, les Dissard se souvenant de l’affinité de race qui unit
. les Francs et les Teutons aux Arvernes, contre l’affinité de race
qui unit les Anglais aux descendants des Eduens du traître Di-
viciac et qui sont les gens de l’ouest, répondent è l’appel du roi
de France. Toute la guerre de cent ans ils combattent aux còtés.
‘ des rois de France qui leur ont donné près d’eux sur le champ
de bataille le rang spécial d’honneur qui leur est dî. Toute la
guerre de cent ans ils
È sont écuyers des rois de
France. Un Pierre Dis- ‘{
est écuyer de Philippe VI |
et de Jean le Bon, è Poi-
_tiers, qu'il couvre de son
;
È
È sard notamment è Crécy,
î
i
corps. En 1445 un Jac-.
ques Dissard commande
unecompagnienoble d’ar-
chers nobles (Annuaire
héraldique de France,
1395). Mais vient la guer-
re des Tuchins... qui
amène une nouvelle rui-
ne... Cependant ils gar-
dent leur rang Jjusqu’en
1789. Le tris-aieul des
Dissard actuels né à le
Fayet (Ronnayes) en 1747, mort è Paris en 1848 (à cent un ans)
était capitaine aux armées des rois Louis XV et Louis XVI,
486 FAMILLE DISSARD-CAVARD
or l'on sait qu'en France avant 1793 pour étre simple lieute-
nant il fallait au moins quatre quartiers de noblesse et plus
du double, pour étre capitaine aux armées du roi. Ce capitaine
aliéna par des emprunts tous ses biens de Fayet, dont le do-
maine immense et noble de la Marconnerie! et ce pour équiper 3
le régiment de volontaires qu'il offrit è son général compatriote
et ami, le marquis de la Fayette, avec lequel il passa en Amé-
rique et fit toute la guerre. Le marquis de la Fayette avait lui-
méme vendu pour quatre millions de biens pour cette expédi-
tion. A leur retour, le roi de France, selon l’usage, devait rem-
bourser les créances obérant le bien familial, mais è leur retour —
il n'y eut plus de roi. Louis XVI était prisonnier au Temple. i
Après cette guerre, le capitaine Dissard demeura è Paris. Voici
son portrait tel que nous le donne un portrait de l’époque gardé
dans la famille.
Les fils du dit capitaine (Guillaume Jacques Dissard) étaient
deux, plus une fille. |
L’aîné fut décapité en 1793 pour avoir refusé d’acquérir les.
immenses biens de la Chaise-Dieu (biens d’Eglise) encore biens
de l’Etat, faute d’acquéreurs: sa sceur devint folle en le voyant
entrainer sur l’échafaud, è Riom, sous Couthon.
Le puiné, tont jeune, ne fut pas inquiété, étant trop jeune.
Il végeta è Fayet s'efforcant vainement de racheter le domaine
de la Marconnerie, où est le tombeau, le tumulus*Dissard, en-
core demeuré è lui; son père, comme maints grands seigneurs
soldats, paraît ne s'étre que fort peu inquiété de lui. Il vint |
pourtant le voir è maintes reprises et lui donna des secours.
comme en font foi les lettres encore conservées. Ce Dissard dut
devenir humble cultivateur, fermier, artisan, comme Girart de
Roussillon. Il épouse la dernière descendante d’un colon romain
de race patricienne des Curtius, établis è Villa Pratum (Ville-
prat): demoiselle Courtiana (Curtiana), et méle ainsi, par un jeu 5
bizarre de la destinée, le sang du dernier vainqueur romain de- È
meuré sur les lieux, au sang du descendant du vaincu de Crassus. H
Il en eut deux fils et une fille. È
! Marquisat.
ian uit ie Aia
iti
x
FAMILLE DISSARD-CAVARD 487
L’aîné Antoine Jean Dissard est moins riche encore que son
père et devient absolument comme Girart de Roussillon, artisan
en bois et foréts.
Il est cependant très considéré de ses compatriotes, il épouse
une demoiselle Granet, de famille riche et notable, d'une beauté
remarquable. Il en a trois fils, deux filles. L’aîné Jean Dissard
relève le nom et la fortune; il se distingue aux guerres de Cri-
mée et d’Italie.
Quoique simple sergent major, il est mis è l’ordre du jour
à Sebastopol, mis à l’ordre du jour à Magenta, à Solférino et
sur le champ méme de bataille de Solférino il est décoré devant
toutes les troupes de la promière médaille militaire donnée a un
sous-officier, cela pour
fait de guerre de premier
ordre. Ala téte de sa com-
pagnie devant l’armée
autrichienne et sous une
gréle de balles, ayant
anéanti trois fois son ba-
talllon il avait enlevé et
encloué une batterie au-
trichienne génant énor-
mément nos positions.
i)
PIERI] |
\
Qi si
ILARIIONIINI
VIRATA (UNI
\
|
O
LINONIANIA I
MURI
Iii LI \ i
Sur ordre de l’Empereur
il est mandé par le ma-
réchal Niel qui lui offre
a choix le brevet de ca-
pitaine et franchissant
les deux grades d’un coup
NINE
matta
sN NINA
avec la légion d’honneur,
s'il promet de demeurer
è l’armée (il avait 23 ans, deux campagnes, la médaille militaire
et un avenir superbe), ou s'il ne veut pas faire la carrière mili-
taire, sa libération immédiate, le délivrant de tout service malgré
qu'il eut encore deux ans et demi è remplir pour ses sept ans
effectifs. A la surprise de ses chefs, il opte pour étre libéré; on
tente vainement de le retenir, de reprendre la parole donnée,
il résiste è tout et rentre ayant perdu son péère et sa mère.
488 FAMILLE DISSARD-CAVARD dir
Rentré à Fayet, un décret impérial le nomme presque Qus-
siòt malre de sa commune. È
Il le demeure depuis 1859, jusqu’à sa mort 1897, constam- t
ment réélu après 1870 par ses compatriotes,! i
3
Il avait épousé: CLauDpE JEANNE CaAvARD, une des dernieres | i
descendante des Cavard, tribu puissante sous César établie entre
le Velay et le Livradois, entre Ambert et Brionde (voir la carte). |
Le général des 80,000 hommes d’infanterie de Vercingétorix se È
nommait Cavard. Cavard est sinonyme du grec yvptos; puissant, —
seigneur. De ce mariage il a eu huit enfants, quatre fils, quatre
filles, Jean-Pierre, André, Antoine, Jean; Marie-Philomène Elidie,
! La Semaine religieuse du diocèse de Laval, samedi 10 juillet 1897, Ano
nongait la mort de Dissard-Cavard en ces termes: 3
“Parmi les nombreux articles nécrologiques que la presse du Puy-de-
Dòme a consacrés au pere de M. l’abbé Dissard se trouvent des détails
aussi honorables qu’édifiants sur la vie de ce chrétien modéle. Nous ex- j
trayons les lignes suivantes de l’Avenir du Puy-de-D0me: “ul
“M. Dissard éait né à Fayet d’une famille dont l’origine se perd da as
la nuit des temps, et qui sut toujours, à travers les vicissitudes, conserver
intacte la foi chrétienne et la transmettre comme l’héritage le plus précieux. ‘dI
“ A 20 ans, il fut appelé sous les drapeaux. Il prit part aux dernières
batailles de Crimée, à toutes les batailles de la campagne d’Italie; il y fut
décoré de la médaille militaire sur le champ de bataille è la suite d’un —
coup de main audacieux; il avait, à la téte de ses hommes, enlevé toute |
une batterie autrichienne, et éncloué ies pièces sous les yeux ahuris de
l’armée ennemie. La stupeur passée, les Autrichiens avaient fait feu sur .
les audacieux, mais trop tard, les canons étaient hors d’état de nuire QuUx
troupes francaises. La poignée de braves commandée par M. Dissard fut
anégantie, lui-mème n’échappa à la mort que par miracle, il se consacra è d
la Sainte Vierge, fit un voeu auquel il ne manqua jamais. C’était un pèle-
rinage annuel à Notre-Dame de la Roche.
“On le vit revenir noir de poudre, les habits en lambeaux, mais sans
blessures; les balles l’avaient pour ainsi dire dépouillé de ses vètements |
sans lui faire de mal. |
“Ce trait d’audace militaire, dans lequel apparaît cette confiance si
vive en Marie, rappelle la bravoure des chevaliers d’autrefois et révele
l'homme tout entier. M. Dissard avait l’àme d’un héros; dans ce pauvre.
enfant de la montagne, on retrouve l’atavisme a d'une famille
dont les nobles sentiments se perpétuent depuis les temps les plus reculés. ,.
ca es
. . . . . . . . . . . . . . . . . . o».
La po pultuoa. hi Favet deveil bien à cet homme si grand et si simpl
un hommage, elle le lui a rendu. Tous les habitants de la commune s'é-
taient fait un devoir d’assister aux obsèques et tous pleuraient en voyai |
partir la dépouille de leur ami vénéré et de leur bienfaiteur. |
FAMILLE DISSARD-CAVARD 489
Philomène Elidie Marie, Marie Albertine et Jeanne Dissard. Les
deux derniàres filles sont mortes.
Des fils deux sont prétres; l’ainé JEAN-PIERRE DissARD, cha-
noine de Laval, chanoine d'honneur de Lorette, membre de plu-
sieurs societées savantes. Le dernier fils, JeAN BAPTISTE DissaRp,
est vicaire de Sugères au diocèse de Clermont (Auvergne). Le
‘cadet Anpré DissARD a épousé VirGINIE FauGIÈRES. Il a eu deux
fils; JEAN Bapriste; Marius Vioror NapoLton. Le troisième, AN-
TOINE DrissarD, a succédé è son père à Fayet-Ronnayes pour y
continuer la souche mère. Il l’a remplacé aussi à la téte de la
commune toujours réclu par ses compatriotes. De sa femme
AvnronInE Nuaer il a un fils, JEAN. L’aîné des filles, MARIE DIs-
| SARD, par dévotiment familial pcur sa mére et les siens a refusé
. de se marier. PaiLomÈNE Dissarp a épousé Eugène Pulby-Giron
du’ Pouyet. Elle en a un fils, Pierre Pulby.
Nous terminons cette notice. Nous l’avons rédigée evibant etc.,
. évitant le caractère restreint d’une notice privée, pour garder
. celui d’une page vécue d’histoire générale
Mais ce faisant, nous n'’avons pas voulu en honorant le sou-
| venir de nos grands ancétres, fournir un document au sot or-
| gueil de nos neveux; qu’ils le sachent!
Que ces lignes de leur oncle leur rappellent: que d'origine
essentiellement vouée à Dieu, méme avant le christianisme, des-
cendants de celui qui en Gaule fut l’ombre du Pape véritable,
comme les religions antiques furent l’ombre de la seule vraie
Eglise, la sainte Eglise immortelle, universelle, une, notre mère
royale l’Eglise romaine, ils doivent pour étre fidéles è leurs an-
| cétres demeurer par dessus tout (qu’ils soient riches ou pauvres
È n’importe): soucieux de garder les seuls biens véritables au nombre
de trois: l’honneur sans tache du nom; la foi catholique romaine
et l’attachement è son chef le Pape; l'amour du sol sacré de
n la France. Ce sont ici-bas les seuls biens vrais, impérissables,
| qui après Dieu valent, selon notre devise, la peine que l’on s'y
| arréte en traversant la terre, car nous ne sommes pas de ce
monde.
i Que mes neveux se souviennent que rien n’est sot comme de
. s’énorgueillir de sa naissance, on n'y a aucun mérite; mais si
Rivista del Collegio Araldico (agosto 1904). 31
490 FAMILLE DISSARD-CAVARD
elle est illustre, elle entraîne avec elle de grands devoirs et ce
sont ces devoirs bien remplis qui doivent nous exciter a bien
agir, afin que de leur accomplissement, nous méritions quelque
honneur nous permettant de nous attacher è la chaîne illustre
des devanciers.
D’autre part, il serait puérile et làche de n’oser revendiquer
son passé. Un grand passé est une force morale immense pour
surmonter les tournants périlleux de la vie et ne jamais faillir
a l’honneur. Notre devise ancestrale est tout un programme pour
nos neveux que Dieu, nous l’espérons, appellera encore è son
immortel sacerdoce; elle est une invariable ligne de conduite
pour nos neveux laics eux-mémes; elle les force, comme les aieux
à ne voir en tout, d’abord que Dieu, par dessus toutes Lo con-
tingences de ce monde, qui n'est qu'une ombre.
Nous terminons pour les sceptiques, préts è rire de toute
évocation du passé, par cette pensée de notre immortel Joseph
de Maistre: “Il n'y a è rire des nobles ancétres que ceux qui
“n’en ont pas, car en ces sortes de choses, il est plus facile d’en
“ rire que de les avoir, et nous n’avors jamais vu en rire que
“ceux qui ne les ont pas. ,
Nous avons évoqué la mémoire du premier ancétre, parce que
il fut ici-bas, pour une partie de l’univers, la plus haute repré-
sentation de Dieu, l’expression sublime de l’amour sacré du sol |
gaulois et de sa religion nationale. Deux choses qui ont toujours
meérité le respect de tout homme d’honneur et de coeur.
Chanoine DIssaRD.
ORDINI CAVALLERESCHI
UNE COMMANDERIE CATHOLIQUE DE L’ORDRE DE MALTE
SOUS PAULI
Nous donnons ici l’acte de fondation d’une Commanderie
dans le Prieuré catholique de l’Ordre de Saint-Jean de Jérusalem
du temps où l’Empereur de Russie Paul I etait le Grand-Maître.
Ce document pourra surement interesser tous ce qui s'occupent
de l’histoire de cet ordre illustre.
Au nom de la très Sainte et indivisible Trinité. Conformément à
l'article XXII de l’Acte de fondation fait à St.-Petersbourg le vingt-
neuf novembre 1798 par lequel Sa Majesté Impériale Eminentissime
Grand-Maître de l’Ordre Souverain de St. Jean de Jerusalem accorde sa
permission Impériale à toute institution è venir de nouvelles Comman-
deries de Famille cu de Jus-patronat dans le Grand Prieure Russe du
susdit Ordre, Son Excellence Mr. le maréchal général Bailli comte de
Soltykoff, chevalier de plusieurs Ordres, en fonction de lieutenant de
Sa Majesté Impériale Eminentissime Grand. Maître & c-a Son Excellence
Mr. le Bailli comte de Rostoptchin, conseiller privé actuel, chevalier de
plusieurs Ordres et grand chancelier de l’Ordre Souverain de St.-Jean de
Jerusalem & c-a et Son Excellence Mr. le comte Joseph Corvin Kossa-
kowsky, chambellan de Sa Majesté Impériale l’Empereur de toutes les
Russies, sont convenus des articles suivants relativement è une Comman-
derie de Famille que Mr. le comte Kossakowsky se propose de fonder
dans le Grand Prieuré Russe-Catholique de l’Ordre Souverain de St.-Jean
de Jérusalem. Article Ier. Mr. le chambellan comte Joseph Corvin Kossa-
kowsky fonde pour lui et ses descendans mles et issus de màales è per-
petuité, une Commanderie de Famille ou de Jus-Patronate dans le Grand
Prieuré Russe Catholique de l’Ordre Souverain de St.-Jean de Jérusalem,
‘en sorte qu'il en sera le premier Commandeur et titulaire et après lui un
de ses descendans miles et issus de màles, les fils aînés toujours par
préférence aux autres. Article II. Le revenu net annuel de la dite Com-
manderie est de trois mille Roubles, du quel revenu elle payera annuel-
lement le dix pour cent au Commun Trésor de l’Ordre; c’est-à-dire la
somme de trois cent Roubles. Article III. Pour la manutention de la
499 UNE COMMANDERIE CATHOLIQUE DE L’ORDRE DE MALTE
dite Commanderie de Jus-Patronat dans la Famille Corvin Kossakowsky,
le Fondateur hypothèque trois cent neuf paysans de ses terres, Antokol,
Antokolek et Simonichki situées dans le Gouvernement de la Lithuanie,
les deux premières dans le district de Wileinsk, et la dernière dans celui
d’Oupitsk. Article IV. Mr. le chambellan comte Joseph Corvin-Kossa-
kowsky déclare que les susdites terres d’Antokol, d’Antokolek et de Simo-
nichki, pour ce qui regarde les susdits trois cent neuf paysans, sont
actuellement libres de toutes sortes d’hypotheques antérieures, charges
et redevances en exceptant seulement les impòts que l’on paye à la Cou-
ronne. Article V. Les susdites terres assignées pour la fondation de la
Commanderie pour ce qui regarde les susdits trois cent neuf paysans ne
pourront jamais étre aucun temps à venir hypothéquées pour d’autres
fondations, charges, dettes, ou autres raisons quelconques; mais elles de-
vront rester toujours affectées à la manutention de la susdite Comman-
derie. Il ne sera permis par conséquent à aucun futur Commandeur de
vendre ou aliéner les terres sur lesquelles la Commanderie est érigée,
ou d’en dispuser aucunement, ni mème les engager pour dette. Article VI.
Si le chambellan comte Joseph Corvin-Kossakowsky n’avait point de
descendance masculine telle quelle est mentionnée dans l'article Ire de
la présent Convention ou si elle venait à manquer, alors le comte Michel
Corvin-Kossakowsky, et à son défaut tous ses déscendans mfles succe-
deront à la Commanderie l’un après l’antre à perpetuité, les fils aînés
toujours par preférence aux autres. Si la déscendance du dît comte Michel
Corvin-Kossakowsky venait è manquer alors le Chàtelain comte Simeon
Corvin-Kossakowsky, et à son défaut un de ses déscendans mfles et issus
de males succèdera à la Commanderie l’un après l’autre à perpétuité.
Dans toutes les succéssions et substitutions, qui pourront avoir lieu, con-
formément è ce qui est établi dans la présente Convention, les fils ainés
et leurs descendans miles et issus de màles, auront toujours la préfé-
rence sur les autres descendans dont il est fait mention. La priorité de.
naissance donnera la préference parmi les frères pour la succéssion è la
Commanderie toutes les fois que le frère ainé sera manqué sans descen-
dance masculine. A l’extinction des branches masculines susmentionées
la Commanderie sera dévolue entièrement et en toute proprieté à l’Ordre
Souverain de St.-Jean de Jérusalem et elle sera classée parmi les autres
Commanderies d’ancienneté du Grand Prieuré Russe-Catholique, et sou-
mise par conséquent aux mémes conditions qui y sont rélatives. Arti-
cle VII. Aucun individu appellé à la succéssion de cette Commanderie,
ne pourra y parvenir sans avoir éxécuté tout ce qui est prescrit par les
. Réglemens de Sa Majesté Impériale l’Empereur, c'est à dire: 1° s’étre
fait reconnaître, par le Chapître de l’Ordre, pour celui des membres
désigné dans. l’ordre fixé par l’Acte de fondation pour succéder à la
Commanderie; 2° s’ètre fait régulierement recevoir en payant son droit
de passage, mais sans faire des nouvelles preuves de noblesse. Sa famille |
MA REN CRE: PERE, MARE,”
di ice
IM
TO O
UNE COMMANDERIE CATHOLIQUE DE L'’ORDRE DE MALTE 493
les ayant faites à l’époque de la fondation de la Commanderie, 3° avoir
au moins cinq années d’ancienneté dans l’Ordre, laquelle commencera è
se compter du jour où il se faira reconnaître pour descendant légitime
et direct par les hommes des familles fondatrices, et de l’epoque où il
aura payé son droit de passage; 4° avoir servi au moins deux années
dans les Armées de sa Majesté Imperiale l’Empereur, et ètre parvenu au
grade d’Officier. L’ancienneté du service ne sera comptée qu’après quinze
ans accomplis. Article VIII. Après avoir rempli toutes les conditions pres-
crites dans l’article précedent, chacun des aspirans à cette Commanderie
de famille aura le droit, en se presentant au Chapître de l’Ordre, de
demander la permission de porter la croix de chevalier de Justice, et
Jouir de tous les privilèges et prerogatives attachées a ce rang. A vingt-
deux ans accomplis il recevra l’investiture et le revenu de cette Com-
manderie de Jus-patronat. Article IX. Chacun des succésseurs qui de
cette manière sera recu dans l’Ordre comme chevalier de Justice, jouis-
sant de tous les privilèéges et prérogatives attachèes aux rangs des che-
valiers du Justice, peut en conséquence obtenir une Commanderie d’an-
cienneté sans prejudice de son droit de succéssion à sa Commanderie de
Jus-Patronat lorsqu’elle sera vacante. Article X. Si dans le cas de va-
cance les succésseurs à la dite Commanderie n’auront point rempli tout
ce qui est prescrit par l’article 6 du présent acte de fondation, les
revenus de la Commanderie seront versés en entier dans le Vénerable
Comun Trésor de l’Ordre jusqu’'è ce qu’un d’entre eux par l’accomplis-
sement de tous les devoirs prescrits, se soit rendu capable d’ètre mis en
possession de la Commanderie. Article XI. A chaque mutation et nou-
velle possession de cette Commanderie, elle paye comme toutes les autres
Commanderies d’ancienneté, le droit de vacant et mortuaire, c'est a dire:
deux années entières de revenu. Article XII. La presente Commanderie,
tant lorsqu’elle sera possedée par un titulaire de la famille Corvin-Kos-
sakowky, que si elle devenait, par les cas prevu dans l’article VI, de la
présente Convention, Commanderie d’anciennété sera toujours nommée dans
l’Ordre de St.-Jean de Jérusalem Commanderie Kossakowsky et sous
cette dénomination elle sera intitulée dans tous les régistres où besoin
sera. Article XIII Le Titulaire de la Commanderie Kossakowsky aura
le droit de porter l'uniforme de Commandeur du Grand Prieuré-Russe
Catholique. Après l’àge de vingt et un ans, il aura aussi celui d’assister
aux asséembles capitulaires, en prenant place parmi les autres Comman-
deurs de Famille, suivant l’anciennété de la fondation de sa Comman-
derie, et il jouira en général de tous les honneurs, distintions, préroga-
tives et privileges que Sa Majesté Impériale Eminentissime Grand-Maître
accorde aux Commandeur de famille par l’Acte de fondation susmen-
tionnée du 28 novembre 1798. Le comte Joseph Corvin-Kossakowsky,
fondateur de la presente Commanderie, déclare et s’engage de la manière
la plus ample et la plus solemnelle, pour lui et pour ses succésseurs
494 UNE COMMANDERIE CATHOLIQUE DE L'ORDRE DE MALTE
dans cette Commanderie qu’ils observeront éxactement et sans la moindre
infraction tous et chacun des articles contenus dans la presente Conven-
tion, qu'il reconnait avoir la mème force et valeur, que tout acte obli-
gatoire public et solemnel, promettant de ne jamais y contrevenir d’au-
cune maniéère, ni dans aucune circonstance. Mr. Michel de Rosell, sécrétaire
etc., en vertu de la Procuration dont il est muni, promet comme ci-
dessus au nom du comte Joseph Corvin-Kossakowsky fondateur. Son
Excellence Mr. le maréchal-général Bailli comte de Soltykoff, chevalier
de plusieurs Ordres en fonction de lieutenant de Sa Majesté Impériale
Eminentissime Grand-Maître etc., et Son Excellence Mr. le Bailli comte
de Rostoptchin, conseiller privé actuel, chevalier de plusieurs Ordres et
Grand-Chancelier de l’Ordre Souverain de St.-Jean de Jérusalem, accép-
tent en vertu de pleins pouvoirs dont ils sont munis, touts et un, chacun
des articles contenus dans la présente convention, laquelle cependant
n’aura son effet qu’après l’approbation et la ratification de Sa Majesté
Imperiale Eminentissime Grand-Maître. En foi de quoi ils ont signé la
présente convention et y ont fait apposer le sceau de leurs armes. Fait.
à St. Petersbourg ce trente Juin, mil huit cent. Signé Le Bailli comte
de Soltykoff (L. S.) le Bailli comte de Rostoptchin Gran Chancelier.
(L. S.) Michel de Kossel, sécrétaire etc. fondé de procuration de S. E.
Mr. le chambellan comte Joseph Corvin-Kossakowsky (L. S.). Par expé-
dition de la Chancellerie de l’Ordre Souverain de St.-Jean de Jérusalem.
St. Petersbourg. Ce 14 mars 1901. etc. etc. etc.
‘De l’illustre famille Corvin-Kossakowsky nous avons dejà
parlé dans le numéro de février de cette année.
O. BRETON.
ere (TV7 e 9, RETTA pr er
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
Va
Orden militar de Santiago.!
La Orden de Santiago tuvo su
origen del siguiente modo. |
Decididos algunos arrepentidos
Caballeros de Leòn è pelear contra
los musulmanes y a defender y dar
hospitalidad & los peregrinos que
se consagraron 4 la religion toma-
ron à Santiago, decididos è asegu-
rar los caminos contra las invasio-
nes de los infieles. Esta orden tuvo
su origen en Leon, se estableciò en
Uclés reinando Fernando II adopta-
ron la regla de San Augustin y fué aprobada por el Papa Ale-
Jandro III en 1175. Se llamò primero Orden de la Espada, por
la espada roja de paîio que los Caballeros llevaban como seftal,
! La concesion de las Ordenes militares de Santiago, Calatrava Alcan-
tara y Montesa se hace siempre por Real Decreto refrendado por el Mini-
stro de la Guerra, en los siguientes términos: “ Vengo en conceder merced
de Hàbito de la Orden de...,, (una de las cuatro citadas). Dentro de los
tres meses siguientes 4 la fecha de la Real concesiòn, ha de darse principio
4 la formaciòn del expediente de pruebas de nobleza y limpieza de sangre,
con la presentacion de partidas certiticadas de nacimiento de los padres y
antepasados del agraciado, hasta el cuarto grado, en ambas lineas, y de
496 ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA
en el pecho: luego se llamò de Santiago, cuando imploraban la
protecciòn de este Santo.
Esto tuvo lugar en el tiempo en que los reyes cristianos de
Castilla, de Leòn, de Galicia y Portugal se encontraban en guerra,
los ùnos un los otros; vinieron de Africa multitud de moros,
los cuales unidos & los que habia en Espaîa, intentaron apro-
vecharse de las regertas entre los monarcas' cristianos y apode-
rarse de la Peninsula: observando esto algunos nobles espafioles
y tornando en cuenta el mal estado en que se hallaban los reyes
para defenderse de los numerosos musulmanes que habian pa-
sado el Mediterràneo se unieron entre si, prendieron en su pecho
‘como ensefìia de su santa resolucion una espada roja de paîo, é
no hacerlo asi, queda de hecho anulada la concesiòn. El expediente, en que
actuan tres 6 mas Caballeros de la Orden respectiva con audiencia del
.Fiscalj; por lo regular, ès muy costoso; se sigue con suma escrupulosidad
y detenciòn, y completado en todos sus tr&àmites, ès elevado para su ulte-
rior aprobacion y resoluciòn al Tribunal metropolitano y Consejo de las
Ordenes militares, del cual mas adelante hablaremos.
En el siglo xII, se crearon en Espafia las Ordenes de caballeria, insti-
tuciòon semejante à la de los Templarios, de los Caballeros del Santo Se-
pulcro de Jerusalem, de los del Hospital ò San Juan de Jerusalem, que hacia
tiempo habian venido 4 la Peninsula ibèrica. Tuvo la creaciòn de aquellas
instituciones el laudable objeto de favorecer la Religion de Cristo, bien de-
fendiendo de los musulmanes los Estados cristianos, como la de Alcantara
y Calatrava, y bien con èl de proteger, ademas, la personas que se dedican
A ejercicios piadosos como la de Santiago.
Estas Ordenes hoy, son, unicamente, un recuerdo, de ostentacion y de
grandeza: en la época de su fundacion fueron un instituto muy santo y
util, en cuyas òrdenes entraban, no aquellas personas que deseaban adquirir
brillo, sino las que anhelaban sacrificar sus intereses, sus comodidades, y |
aùn, à veces, su vida, por servir & la humanidad y & Cristo. Como se vé
estas Ordenes espaòlolas, instituciones militares y religiosas & lavez tuvieron
por fin mantener vivo el sentimiento religioso y asaltar el poder de los
musulmanos. El mismo esperitu que agitò a la Europa, hacièndola lanzarse
sobre el Oriente en las arriesgadas empresas llamadas Cruzadas, con objeto
de defender los Santos Lugares y hacerlos accesibles 4 los peregrinos à las
que concurrieron los Caballeros Templarios, Hospitalarios de San Juan y
del Santo Sepulcro de Jerusalèn, fué él que aunque con distinta forma A]
(porque en Espafîia, las Cruzadas se hicieron contra los musulmanes) diò
origen 4 las Ordenes militares de Santiago, Calatrava. .ete
#79
e
N
ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA 497
invocando al apòstol Santiago, juraron pelear siempre contra
moros y nunca cristianos contra cristianos. Se ignoran los nom-
. bres de los nobles caballeros que por primera vez se unieron con
este fin; pero entre ellos debia encontrarse Pedro Fernandez,
natural de Fuente-Encalada, provincia de Zamora, por que ès el
primer Maestre que tuvo la Orden. Necesitando una regla para
| gobernarse por sus Estatutos se unieron à los Canònigos de Lugo,
| que se encuentra en Galicia, dependiente, entonces, de Leon.
Reinaba a la sazòn segun y a hemos dicho Fernando II. Mas
adelante Alonso VIII de Castilla les cediò Uclés, y en él edifi-
caron el gran Colegio que desde entonces serviòo de Centro prin-
_ cipal à la Orden. El indicado Maestre Pedro Fernandez, pasò &
Roma y obtuvo del Papa Alejandro III la bula aprobando la
Orden en 1175. Otros dicen, no con tanto fundamento, que la
Orden de Santiago, tuvo origen en el reinado de Alfonso II
El Casto; de esto modo: habièndose descubierto por aquel tiempo
en Compostela (hoy Santiago de Compostela, provincia de Co-
ruîa) el cuerpo del Apostol Santiago, iban & visitarle en pere-
grinaciòn gran numero de fieles, nobles y plebeyos de Espaîa,
Francia, y Alemania, y como los musulmanes los sorprendieron
. en los desiertos campos que habia que atravesar, y se los lle-
varan cautivos, muchos nobles, escitados por los Canòonigos de
. Eloy edificaron, à espensas de sus proprios intereses, varias casas
a con el nombre de Hospitales, para que sirvieran de albergue y
. defensa & los peregrinos, é invocando ellos el nombre de San-
È tlago hicieron voto de pelear contra los musulmanes, para res-
guardar los caminos y fomentar de esto modo el culto y devo-
| ciòn al apoòstol Santiago.
En conclusion podemos dejar sentado que la Orden de la
Espada 6 de Santiago, tuvo origen en el reino de Leòn, ocupando
. el trono Fernando II, que mas adelante estableciò su centro en
Uclés, Castilla, siendo monarca de este reino Alonso VIII el de
las Navas; que su primer Maestre se llamò Pedro Fernandez, de
. Fuente-Encalada, quien obtuvo la aprobacion de la Orden por
bula de S. S. el Papa Alejandro III, expedita en el aîio 1175.
El uniforme de esta Orden, de Corte, segum Real decreto
i del 30 de mayo de 1904 consiste en un pantalon de paîo de
495 ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA
grana con franja de galon de oro (anbes era de paîio blanco;
y luege azul) levita de paio blanco; en las locas mangas cuello
y filetes, de grana, y en el centro del pecho de la levita la Cruz
de la Orden yà indicada, de paîio de grana, de 25 cent. de long. y
ademaàs, la venera y condecoracion de Oro; sombrero apuntado |
de fieltro de seda galoneado de oro, espadin, recto con vaina de
acero y empuîiadura de marfil cinturon del charol blanco y
espuelas derades.
El trage capitular ès, sobre el indicado uniforme, manto de
casimir blanco con larga cola, al costado izquierdo del manto la
cruz de la Orden en tamaîio grande de paîio encarnado o grana,
cordones de seda con borlas que penden del cuello y caen sobre
el pecho, birrete de terciopelo negro, con pluma blanca y la cruz
bordada en seda ò de paîio de grana, sobre la parte superior del.
birrete.
Sobre el trage de corte està admitida una capota de paîio
blanco, 6 casimir, con cordones de seda y borlas que parten del
cuello, y la cruz de la Orden al caer del hombro izquierdo de
paîio encarnado è grana, arreglada al tamaîio de la capota. Para
gala se usarà el casco con plumero y manoplas de charol blanco
Enlas otras Ordenes de Calatrava, Alcàntara y Montesa, el uniforme
de corte, capota y trage capitular es ignal, sin mas variacion que |
la cruz de la Orden respectiva que es de pafio encarnado 6 grana —
en la 12 y 82 y en la 22 6 sea de Alcàntara varia el color del |
paîio de la cruz que es verde asi como en el esmalte de las placas |
que es tambien verde y el paîio asimismo verde en el cuello de È
la casaca bocas mangas, vivos y pantalon. La cruz de Alcàntara |
y de Calatrava son iguales en sus formas y tamaîio, variando
solo en el color, la de Alcantara verde y la de Calatrava encar-
nado) y lade Montesa encarnado igualmente, siendo su forma Mana.
S. M. el Rey D. Alfonso XIII de Borbòn, es el Gran Maestre
de las Ordenes de Santiago, Calatrava, Alcantara y Montesa, y__
Administrador pérpetuo de las mismas, con facultades sposto Loa al
Las Dignidades de la Orden de Santiago son: P
El Comendador Mayor de Castilla, el Comendador Mayor de
Leòn y el Comendador Mayor de Montalbàn, y constituyenla Orden; |
los Caballeros profesos, y los Caballeros no profesos, 6 novicios..
ver
DLE SR I
Ù k
ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA 499
VAL
Orden militar de Calatrava.
Esta Orden se fundò en tiem-
po de Don Sancho el Deseado,
por San Raimundo, abad de
Fitero (Navarra), que acudiò
con otros Caballeros al llama-
miento del Rey, para defender
la plaza de Calatrava, en la
provincia de Ciudad Real,
abandonada por los Templa-
ros. Fué confirmada por bula
de S. S. el Papa Alejandro III
en 1164. Dicha plaza era ase-
diada constantemente por los moros, y mirando como imposible
los Templarios su defensa, segùn se les habia encomendado, el
Rey Sancho III, ofreciola & quien quisiera defenderla por su
cuenta, dando lugar è que se le presentaran dos monges cister-
cienses, fray Raimundo abad de Fitero, y fray Diego Vazquez,
quienes lograron defenderla obteniendo después permiso del Rey
| para formar la Orden militar de Calatrava.
La villa de Calatrava està situada en la margen izquierda
del rio Guadiana, cuya villa quitò al Rey Alonso VII, & los
moros y entregò 4 los Templarios para que la defendiesen. En
tiempo del referido Rey Sancho III, el Deseado, pasaron del
Africa innumerables musulmanes con intenciòn de apoderarse
de aquella importante plaza; y atemorizados’ los Templarios,
acudieron al Rey, que se hallaba en Toledo, y le hicieron pre-
sente, que, atendiendo al gran numero de infieles que venian
contra Calatrava, no podian ellos defenderla, por ser muy pocos
_ y la devolvieron & la Corona, lo cual fué tanto come abando-
narla.. El Rey, entonces, mandò publicar en todas las ciudades
500 ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA
/
y villas de su reino, que si alguno se atrevia à defender aquella ì
plaza de los moros que la amenazaban, se la cederia por juro
de heredad, 4 él y 4 sus sucesores. Fray Raimundo, abad. del |
monasterio de Fitero, y Diego Velazquez, monge, que antes È
habia sido militar, los cuales por casualidad se hallaban en la
Corte, tomaron à su cargo tan arriesgada empresa, y habiendo |
firmado el rey en Almazan la escritura de donaciòn, a favor.
de los referidos monges, comenzaron estos à animar & los cri- |
stianos, con su predicaciòn y ejemplo y reuniendo unos 20,000
hombres, se cerraron en Calatrava, desde donde practicaron |
varias salidas contra los moros logrando destrozarlos antes de |
que pusieran sitio 4 la plaza. Entonces Fray Raimundo in-
stituyò la Orden de Calatrava que presidiò èl, con el nombre de |
Abad; pero cuando este célebre monge falleciò, lo que sucediò —
siete aîios después de instituida la Orden, tomò esta Maestre,
siendo el primero un tal D. Garcia.
Dignidades de la Orden:
Un comendador mayor;
Otro comendador mayor, de Aragon, un clavero, un obrero, —
caballeros profesos, caballeros no profesos, caballeros novicios. |
(Continuarà) PaBLo VALLES v CARRILLO.
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BIOGRAFIA
JEAN DE BOYER DE CHOISY
COMMANDANT DE LA CitADELLE D'ANTIBES — (1601-1683)
INT Ce gentilhomme, à bon droit, mérite
cs" de figurer dans la galerie des hommes
d’élite qui, sous l’ancienne monarchie, se
distiguèrent par leurs services et leur
dévofiment aux interéts du pays. Jean
de Boyer de Choisy, III° du nom, com-
mandant de la citadelle d’ Antibes, en Pro-
vence, naquit l'an 1601, au chàteau de
la Motte-Choisy, sis en la paroisse de
Saint-Priest-Bramefant! (Auvergne). Il
était fils de Messire Jean de Boyer de
Choisy, II° du nom, seigneur de la Motte-
Choisy et de la Motte-Chantoin, homme d’armes des ordonnances
du roi dans la compagnie du Dauphin, ancien gouverneur d’En-
nezat, en Auvergne, au service de la Ligue, et de Dame Rose
de Grosbois." De nobles exemples s’offraient à lui dans sa propre
« famille, alliée aux maisons de Selve, de la Mare de Gillevoisin,
. de Murat, de Chauvelin, de Moriat, etc. Son père vaillamment
| avait guerroyé pour la Sainte-Union® et avait été ensuite un
. fidèle serviteur du roi Henry IV. Voué, comme ses aieux, è la
1 Saint-Priest-Bramefant, canton de Randan, arrondissement de Riom
— (Puy-de-Déme).
® Armes de Grosbois, d’Or, au porc épic de sable.
® Chronique de la ligue dans la Basse-Auvergne par Marc DE Vissac, Riome
È 1888, pages 139 et 308; Inventaire des archives com. de Riom, FRANGOIS BoyvER,
iiRiom, 1892, f. 182.
Dati i
502 JEAN DE BOYER DE CHOISY
carrière des armes, Jean III de Boyer de Choisy servit tout
d’abord, sous les ordres de son beau-frère le Maréchal des camps
et armées du Roi Antoine du Maine, baron du Bourg-l’Espinasse,
gouverneur d’Antibes, qui l’avait appelé auprès de lui. Des 1625,
il s'alliait, comme nous le verrons plus loin, avec une fille d’Em-
mannuel de Bonaud, conseigneur d’Antibes, et se fixait deéfini- |
tivement en cette ville. En 1629, il était enseigne! de la compagnie i
de Baron du Bourg-l'Espinasse et, en 1658, lieutenant? de la |
compagnie du sieur de la Barben, qui avait succédé à ce dernier
dans le gouvernement d’Antibes. Nous le voyons, dès l'année
suivant (1638), chargé de la garde des magasins du Roi, en cette
place, pour le ravitaillement de l’armée. L’agitation qui s'empare
du royaume et se transforme en guerre civile, sous le nom de
guerre de la Fronde (1648-1653), trouve Jean de Boyer de Choisy,
1° consul de la Ville d’Antibes. Son déevoùment au Roi ne se
dément point, en ces circonstances. La tranquillité rèégne dans
la vieille cité, tandis que des troubles éclatent à Aix, à Marseille,
à Draguignan et ont leur répercussion è Grasse méme,
Le 12 septembre 1650, le conseil de la communauté d’Antibes
délibèére en ces termes. ?
Le 1° consul Jean de Boyer, sieur de Choisy, garde-magasin du roi;
remontre que la Ville d’Antibes, qui est du domaine particulier de la cou-
ronne, ville frontière et fortifiée et composée d’une garnison considérable,
ayant été toujours considérée comme très important en l’etat et royaume —
de France, il serait très à propos et nécessaire de faire deputation en cour
de quelque personne qui, en diligence, puisse assurer sa Majesté de la fidé-
lité de ladite ville à son service, tant sur le sujet des mouvements qui sont
présentement dans quelques provinces du royaume que sur les divisions qui —
semblent se mettre dans celleci, étant par ainsi très important, pour le bien —
et repos de cette ville, de savoir précisément la volonté du Roi, en sorte
que cette ville se puisse maintenir pour ce moment dans le repos et la
tranquillité, dont elle a joui durant les mouvements derniers, pour n’avoir
servi aucun intérét particulier et étre restée attachée, avec le sieur de Cam-
péle, lieutenant du Roi en cette place, au seul service du Roi.
1 Etat civil d’Antibes, V. acte de naissance de Jean Gallou, le 14 fé-
vrier 1629.
? Etatcivild’Antibes, V. acte de naissance de Jean Boneau, le 8 aoùt 1638.
® V. Histoire d’Antibes par le chanoine L. TrsseranD, Antibes 1876, f. 487.
JEAN DE BOYER DE CHOISY 503
Sur quoi le conseil a décidé d’envoyer M. Antoine Guide 2°"° consul,
trouver le Roi à Paris et autre part où besoin sera, pour assurer sa Majesté
de la fidélité de ladite ville, et la prier de vouloir bien lui faire connaître
ses volontés.
Le jeune Roi Louis XIV répondit:
Chers et bien-amés, les assurances que votre desputé nous a données
de votre part ont esté bien rcceues et nous avons esté bien aise d’apprendre
par luy de quelle sorte vous vous estes conduits dans les rencontres passées,
aussy bien que de scavoir les bons desseins que vous avez aussy de con-
tinuer dans votre fidellité accoustumée, et quant è ce qui regarde la con-
duyte que vous avez à tenir doresnavant, vous en serez informés par le
sieur d’Angoulesme, lieutenant-général és nos arméer, qui commande main-
tenant ès Provence, lequel vous fera ascavoir plus particulitrement nos
intentions, auxquelles vous aurez à vous conformer, syl ny faictes fault;
car tel est notre plaisir.
Donné à Paris, le 28° jour de novembre 1650. — Signé: Louis.
Plus bas se trouve la signature de Loménye, et au-dessous: A nos chers
et bien-amés les Consuls et officiers de notre ville d’Antibes.
En 1659, Jean de Boyer de Choisy est lieutenant! de la com-
pagnie du cardinal Mazarin, ? gouverneur d’ Antibes. Maintes
occasions, au cours de ses campagnes mirent sa bravoure en évi-
dence. Le 26 juin 1663, il ètait appelé au commandement de la
citadelle d’Antibes, en l’absence du gouverneur M.i de Forbin-
Janson. 5
Le plus bel éloge que l'on puisse faire de Jean de Boyer de
Choisy est contenu dans les lettres de provision, par lesquelles
le Roi Louis XIV lui confie la garde de cette place, ayant è
cette époque une sérieuse importance. C'est le souverain regnant
qui lui-méme rappelle l’activité et le courage de son féal servi-
teur. Voici ces lettres:
1 Testament de Blanche de Bonaud du 17 septembre 1659, notaire Gazan
à Antibes.
? Le Cardinal Mazarin, qui ne négligeait rien, pour accroître ses revenus,
fut nommé au gouvernement d’Antibes, suivant lettres royales, en date à
St. Germain en Laye du 26 juin 1653.
® Le Mis Laurent de Forbin. Janson, gouverneur d’Antibes et de Grasse,
par lettres du Roi, en date & Carcassonne du 16 avril 1660.
504 JEAN DE BOYER DE CHOISY
Louis, par la gràce de Dieu, roi de France et de Navarre, à notre cher
et bien-amé le sieur de Choisy, salut: Etant important è notre service de
donner le commandement dans la citadelle d’Antibes à une personne capable
et expérimentée et en qui nous puissions nous reposer de la sùreté d’icelle
en l’absence du sieur Marquis de Janson, gouverneur de la ville, citadelle, fort
dudit Antibes, nous avons estimé que nous ne pouvions faire un meilleur
choix que de vous, pour les preuves que vous avez données de votre valeur,
courage, expérience en la guerre, diligence et bonne conduite, et de votre
fidélité, affection à notre service dans les diverses charges et emplois de
guerre que vous avez exercés, dont il nous demeure une entière satisfaction.
A ces causes et autres, è ce nous vous avons commis, ordonné et
établi, commettons, ordonnons, et établissons, par ces présentes, signées
de notre main, pour, pendant le temps de trois années è compter du jour. 3
et date de ces dites présentes et en l’absence, comme dit est, dudit sieur
Marquis de Janson, commander aux gens de guerre, tant francais qu’étran-
gers et tant qu’ils seront établis en garnison dans la dite citadelle, leur
ordonner ce qu’ils auront à faire pour notre service, faire tenir lesdits gens
de guerre en bonne police et discipline, suivant nos réglements ordonnan-
ces, faire sévèrement chàtier ceux qui oseront y contrevenir;
Avoir l'oeil à la garde et aùreté de ladite place et, bénévolement, faire
pour la conservation d’icelle tout ce que vous jugerez nécessaire et à pro-
pos, le tout en l’absence dudit sieur Marquis de Janson, et sous son auto-
rité, en sa présence.
Mandons è nos gens de guerre et tant qu’ils seront établis en garnison
dans ladite citadelle, de vous reconnaître et obéir, pendant le dit temps
de trois ans, en toutes les choses que vous leur commanderez, ordonnerez
pour votre service, en l’absence, et sous l’autorité dudit sieur marquis de |
Janson, sans difficulté, sous peine de désobéissance, car tel est notre
plaisir. È
Donné è Paris, le vingt six juin, l’an de gràce mil six cent soixante |
trois et de notre règne le vingt-unième. i
Signé: Lovurs. <A
Par le Roi, ù
Signé: DE LIoNNE. ;
Dans l’exercice de ses nouvelles fonctions, Jean de Boyer
de Choisy fit preuve du méme zéèle, du méme dévoîiment que
par le passé. Le 12 Janvier 1668, les commissaires du Roi, dé- |
putés en Provence pour la vérification des titres de noblesse,
le dèclarerent “ noble et issu de noble race et lignée, , ordon-
nant que ses noms et armes seralent inscrits dans le catalogue |
de la noblesse de Provence.' I
O
! Arch. départ, des Bouches-du-Rhòne, série B, Cour des comptos,
n. 1857. f. 1986. i
JEAN DE BOYER DE CHOISY 505
Jean de Boyer de Choisy fit son testament! le 9 novem-
bre 1677, devant M, Guillaume Floris, notaire è Grasse, et
s'éteignit è Antibes, le 31 Aoùt 1688, en chrétien, comme il
avait vécu. Il fut brave et plein de zéle, dit Borel d’Haute-
È rive, pour la bien de la religion, ? Voici son acte de décès, extrait
des registres de l’Etat-Civil d’Antibes.
Noble Jean de Boyer, sieur de Choisy, àgé d’environ quatrevingts deux
ans, à rendu l’àme à Dieu, en la communion de notre Ste Mère Eglise,
— muni des Sacramens de pénitence, extréme-onction et Eucharistie, le tren-
tième aoùst mil six cent quatrevingts trois. Son corps a esté ensevely le
- lendemain, dernier du dit mois d’aoùst, dans l’Eglîse parroissiale de cette
— ville d’Antibe, présens 1 Mre Honoré Lombard, prétre, et André Jacomin,
Signé: qui a seu.
hi
(Signè au registre): Lombard, prétre; Jacomin; Regnard, prètre.
E, ISPRA
Jean de Boyer de Choisy, s’était allié, suivant contrat DArae
devant M. Mellian, notaire è Antibes, le 24 Juillet 1625, à da-
| moiselle Blanche de Bonaud, fille d' Emmanuel de Bonaud, co-
T'seigneur d’Antibes, * procureur du Roi en l’amirauté, laquelle,
par testament du 17 Septembre 1659, institua son mari héritier
universel. Ce testament Siae aux minutes de M. Honoré Ga-
«zan, notaire à Antibes, fut suivi d’un procès-verbal d’ouverture
daté du 2 Aoùt 1666.* Il avait épousé, en secondes noces, sui-
vant contrat, recu par M. Ambroise Textoris, notaire è Anti-
| bes, le 6 Novembre 1667, Honorade de Bernardy, décédée è
Antibes le 10 Aott 1687, àgée d’environ 50 ans, fille d’Alexis
® Bernardy, avocat au parlement de Provence, et de dame
. Honorade de Tardivy, de la ville de Grasse. Il avait du premier
lit: Emmanuel-Frangois de Boyer de Choisy, né è Antibes, tenu
1 Par ce testament Jean de Choisy lèégue à Honorade de Bernardy,
son épouse, l’usufruit de tous ses biens jusqu’à ce que son héritier ait at-
. teint l’àge de 25 ans, et il institue héritier universel noble Louis de Boyer,
2 Annuaire de la noblesse de France, année 1882.
° Les Bonaud d’Antibes avaient acquis de la famille de Grasse, en 1586,
leurs droits sur cette ville d’Antibes.
| ‘Honoré Gazan fut notaire à Antibes de 1654 à 1666. On nous dit
que dans ses minutes, (Étude de Me Ardisson, notaire à Antibes en 1904), se
trouve une série d’actes concernan Jean de Boyer de Choisy.
Rivista del Collegio Araldico (agosto 1904). 32
506 JEAN DE BOYER DE CHOISY
i
sur les fonds baptismaux le 23 Janvier 1635, par Emmanuel de
Bonaud, son aieul maternel, et damoiselle Ga de Demandolx.
Il mourut è Antibes, le 29 Décembre 1657, è l’ège de 22 ans,
laissant de noble damoiselle Blanche Lombard, fille de M. Ho-.
noré Lombard, Juge royal de ladite ville, (tige des seigneurs |
de Roquefort) et de dame Camille Vachieri de Chàteauneuf,.
une fille, Anne de Boyer de Choisy baptisée à Antibes, le 2 Pa
4
vier 1657 et décédée en bas àge. Du second lit: Louis de Boyer
de Choisy, écuyer, sieur de Choisy, commandant une compa-.
gnie détachée du régiment de Piémont, né è Antibes le 6.
aoùt 1671, ondoyé le méme jour. Les prières et cérémonies du
baptéme n’eurent lieu que le 25 du méme mois d’aoùt. Le par-.
rain fut M. Louis de Bernage, évéque de Grasse, vicaire apo-.
stolique d’Antibes, conseiller du Roi en ses conseils et doyen.
de ses aumòniers, et la marraine Marguerite de Lascaris, ba-
ronne de Chàteauneuf.
Louis de Boyer de Choisy, épousa aux termes d'un contrat.
recu le 13 juin 1688 par M. Cadry, notaire è St. Paul-les-Vence,.
Anne Thérèse de Hondis de la Mottière, baptisée en cette ville.
le 23 avril 1672, fille de César de Hondis, Sgr de la Mottière,
et d’Allons, et de Marthe de Pontevès, laquelle était fille de
Charles, Sgr de Vaye, cadet des seigneurs de Bargéme et du
Marguerite de Boniface la Molle. |
Louis de Boyer de Choisy, mourut è Antibes le 18 décem-
bre 1744. Sa postérité est encore représentée de nos jours è
Paris. Les armes de la famille de Boyer de Choisy sont: d’azur,
au chevron d'or, accompagné de trois lis des Jardins, d'argent, t-
gés et feuillés d'or et posés en pal, deux en chef et un en pointe.
Couronne de Marquis; Supports: Deux lions; Devise: Deo Tu
vante, florebunt lilia. È
J. DE SAINT-ANDRÈ. |
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EX LIBRIS del conte Palma di Cesnola
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Il generale conte Luigi Palma
di Cesnola, direttore del “ Metro-
politan Museum of Art, di New
York per aver scoperto e illustrato
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tesori di antichità nell’ isola di Cipro
(dove, durante undici anni, tenne
l'ufficio di console degli Stati Uniti)
è considerato uno dei più chiari ar-
cheologi del nostro tempo.
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molta somiglianza con quello dei
conti Palma di Urbino da noi riprodotto nel fascicolo dello scorso
maggio corrente anno; ed è, in fatto, lo stemma dei conti Palma
piemontesi, 1 quali sono originari di Spagna: nel secolo xII1 pas-
| sarono in Piemonte, dove dai Valperga, cui avevano reso servigio,
furono investiti di giurisdizione parziale sul castello di Riva-
rossa: compaiono a Rivarolo Canavese nel secolo xv ed in quella
città i due soli rami superstiti, cioè Palma di Cesnola e Palma
di Borgofranco, posseggono tuttavia proprietà avite.
È una famiglia, che vanta gloriose tradizioni di valore, di
sapienza e di alte cariche pubbliche, degnamente sostenute in
patria e all’estero. Per esempio, al conte. Alerino — a cui la
Grecia è debitrice del suo Codice e che morì vice-presidente del-
l’Areopago di Atene, dove s'era rifugiato dopo i moti del Ven-
tuno — fa riscontro il nipote, conte Luigi, tuttora vivente, che
nella guerra americana di secessione guadagnò il grado di gene-
tale e la “ Congressional Medal, cioè la più alta onorificenza
Re
» Il
Re I
i Meda.
508 EX LIBRIS
militare della Nazione, che mercè le scoperte cipriote, acquistava |
nome e fama internazionale, che da ventisette anni è il capo del
“ Metropolitan Museum , di New York, del quale, anzi, può dirsi
il creatore.
Il 1° giugno 1902, il generale di Cesnola perdeva, dopo circa:
quarant'anni di mutua, ininterrotta, felicità, la consorte, contesti
Maria Isabella nata Reid, figlia del celebre capitano di vascello 4
Samuele Chester Reid (immortalatosi nelle guerre del 1814-1815
contro gl’inglesi), e diretta discendente del duca di Chester. Fu
questa pia e nobilissima dama la fondatrice dell’ Orfanotrofio
femminile italiano in New York e fu ad essa che la Santità di .
Papa Leone XIII inviava, nel gennaio del 1899, un prezioso.
segno della sua sovrana e paterna benevolenza consistente in val
cameo (col proprio ritratto) legato in oro.
Il generale di Cesnola ha due figlie: Gabriella, che nel di-d
cembre 1899 andò sposa al signor Alfredo Delcambre; e Luisa.
CAMILLO BRUNETTI.
fa
no
D. Pedro Melo o Mello de Portugal
de Villena, Cavaliere dell’ abito di
San Giacomo, Vicerè del Rio della
Plata dal 1795 al 1797 apparteneva
ad un nobilissimo ramo della Casa
Reale di Portogallo. Servì 1 re Carlo III
e Carlo IV di Borbone in diverse mis-
sioni ed era colonnello di cavalleria.
Fu mandato a Buenos Ayres quando
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aveva già il germe della malattia che doveva condurlo al sepolcro.
Governò il Rio della Plata in momenti assai difficili perchè si
approssimava il giorno preparato dai liberali e in cui la Spagna
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doveva perdere una delle più preziose gemme della sua corona,
«con l'indipendenza delle provincie Rioplatensi. Il Vicerè Melo
de Portugal nel luglio 1797 lasciò Buenos Ayres per ritemprarsi
nel clima più dolce di Montevideo dove morì poco dopo. Era
appassionato per i libri la cui lettura gli era di sollievo nella
| malattia e si era formato una piccola biblioteca. Questo ex-libris !
può dirsi rarissimo poichè nelle lotte per l'indipendenza americana,
i libri del Vicerè andarono dispersi e forse in parte distrutti. Lo
stemma di questo ramo della Casa Reale portoghese era d’ar-
| gento ai 5 scudetti di Portogallo posti in croce e accompagnati da
"un canton destro e da un canton sinistro, di rosso come brisura.
. Bordura di rosso caricata di 8 torri d’oro. Lo scudo accollato
alla croce di San Giacomo, ad un’aquila e ad un trofeo di ban-
diere. Manto e corona a 5 fioroni.
F. pi Brotto.
! L'originale è nella collezione del Collegio Araldico.
EX=LIBRIS dell'arcivescovo M. A. Giacomelli
Questo ex-libris è inedito. Altro.
di maggior formato e di diverso.
disegno venne pubblicato dal Ber-.
tarelli,! ma non ci è dato capire per
quale stranezza i colori siano inver-
titi perchè lo stemma dei Giacomelli.
è di rosso al leone d’argento; capo.
d’azzurro caricato di tre fiordalisi
=== d’oro come si vede nel nostro esem-
Set
plare. Lo scudo accollato alla croce patriarcale è timbrato dal
it gioli.
sono in campo rosso e il leone in campo azzurro. Intorno allo
scudo una fascia ovale con la scritta: M. A. GIACOMELLUS
ARCHIEP. CHALCEDONEN. LITT. PONT AD PRINOC. SECR.
Il Giacomelli era infatti Arcivescovo di Calcedonia, in p. i. e.
cappello prelatizio. Nell’ex-libris dato dal Bertarelli
segretario dei Brevi ai Principi di Clemente XIII e non segre-
tario dei Brevi come lo vuole il Bertarelli, che lo chiama Mar-
cantonio, mentre dalla stessa sua firma, che quasi sempre accom-
pagna l’ex-libris a conferma della proprietà, si rileva che il suo
nome era Michel Angelo. Nacque a Pistoia Vl 11 settembre 1695
e morì a Roma il 17 aprile 1764. Fu bibliotecario del cardinal.
Fabroni, e canonico di San Pietro; difese brillantemente la Co m-
pagnia di Gesù durante il pontificato di Clemente XIV; fu grande
amatore di libri e scrittore dotto ed elegante latinista e ci ha
lasciato varie pregevoli traduzioni di autori greci.
CAMILLO BRUNETTI. |
1 Gli exlibris italiani. Milano in 49,
QUESITI ARALDICI
30° Lo stemma di Ezzelino II_ da Romano. — Il nob. Franceschetti di
Este pubblicava nel 1896 una dissertazione sul creduto stemma degli Ezze-
lini, illustrato già dal Verci nella sua istoria della celebre famiglia. Una
risposta del signor G. de Isola ad un quesito araldico di un signor Zanon,
m’invogliò di leggere l’opuscolo, a me sino allora ignoto, e non essendo
rimasto convinto delle ragioni portate dal Franceschetti a sostegno della
sua tesi, opposi alcune obbiezioni, che comparvero nel n. 4 di questa Rivista.
Le modeste mie osservazioni mi procurarono l’onore di una lunga ed inat-
tesa risposta del signor Franceschetti; ciò mi permette di tornar sopra all’im-
portante argomento, tanto più che il nobile signore, nel suo lunghissimo
articolo, non risponde in effetto a nessuna delle mie obbiezioni. Egli co-
mincia con l’accusarmi di non aver prestato troppa attenzione alla sua dis-
sertazione, d’ignorare il discorso del dottor Schullern, i giudizi degli illu-
stri araldisti e dei cultori di storia padovana, e sopratutto la brillante e
lunga difesa del prof. di Crollalanza; asserisce anche che in detto articolo
si trovi la risposta a tutte le mie osservazioni, lasciando così supporre
essere esse, la riproduzione delle obbiezioni comparse nel Calendario
d’oro del 1897. È mio dovere, quindi, esaminare questo punto prima di entrare
in argomento.
La debolissima critica del 1897 principia con un assurdo, cioè con la
supposizione che lo stemma di Ezzellino possa essere stato eretto in tempi
posteriori in omaggio alla storia; si obbietta poi essere strano che l’asse-
rita arma di Lodovico d’ Ungheria non si trovi unita a quella del Carrarese
(e qui il Padiglione aveva perfettamente ragione); finalmente con molta
confusione si tratta di bande, di cotisse, di fascie, si cita poco opportuna-
mente il Tettoni, il Saladini, il Galuppi, il Camavitto, il Rietstap, si ac-
cenna anche al Cortelerio, senza però attribuirgli una grande importanza,
L’archivista termina sofisticando sui tratteggi dell'incisione, senza nulla
conchiudere, lasciando solo trasparire di non essere convinto dell’asserto del
signor Franceschetti.
A queste obiezioni il Franceschetti risponde: nemico delle polemiche,
non trovar del caso confutarle, a suo avviso essere di ben lieve momento,
si limiterà a citare soltanto alcune fra le tante lettere di approvazione...,
varie delle quali d'importanza speciale, perchè di dotti padovani che hanno
512 QUESITI ARALDICI
sommo ‘interesse ad aver prove dell’autenticità (sic) dello stemma. Le rias-
sumo nella loro sostanza. Il conte Pasini si congratula per uno scritto |
che risolve il problema dell'arma gentilizia di quella celebre famiglia. Il
barone Manno trova una critica oggettiva appoggiata a documenti!!!
L’abate Pedrin di Torreglia afferma che le ragioni, recate a sbugiardare un ;
errore invecchiato, indussero in lui la ferma convinzione che il France- |
schetti aveva colto nel segno. Almerico da Schio ritiene dimostrata, con
molta copia di argomenti, che lo stemma appartiene a Lodovico re d’Un-
gheria. Il Gloria: “ Ella me ne domanda il parere ed io le rispondo che À
trovo sostenuta la conclusione con tanta giusta critica, onde io l’approvo
pienamente. ,, Il Medin, di Padova, si dichiara pienamente convinto del
fatto che ella vuole dimostrare. Il prof. Gerevini, nel Popolo di Padova,
scrive essere inutile, proprio inutile, enumerare i pregi. Lo Schullern ec-
cetta senza altro e pienamente la grande scoperta, relativa allo stemma del |
GRANDE GHIBELLINO, e finalmente in coda a tutta questa roba com-
pare la brillante e lunga difesa del Crollalanza contenente, secondo il Fran-
ceschetti, l’anticipata risposta a tutte le mie osservazioni. Ma il nobile
signore non ha ponderato attentamente le mie modeste obiezioni e cer-
tamente ha del tutto dimenticato la difesa del Crollalanza.
Sembra infatti che il Crollalanza ignorasse tutti i precedenti della que- —
stione, altrimenti non avrebbe affermato che il Verci aveva preso un granchio È
a secco gabellandoci per l’insegna degli Ezzelini lo stemma del castello di
Padova, ciò che appunto volle dimostrare il Franceschetti. Poi l'illustre
araldista afferma che il primo a far dipingere in oro e verde le fascie fosse È
il Litta; tutte le sue deduzioni partono da questo falso preconcetto, ed io |
quindi trovo perfettamente inutile discuterle, ma non posso nascondere la
mia meraviglia, che il nobile Franceschettiabbia lasciato correre tali equivoci.
Questi i precedenti della questione, mi propongo perciò esaminare È
ampiamente gli argomenti che si pretesero di tanto peso, discuterne il |
valore, e provare infine che la sorprendente scoperta del Franceschetti si È
riduce ad una semplice ipotesi fondata su una somiglianza di pezze, ma ripu- 4
gnante alle ragioni della storia o della logica.
Asserisce il Franceschetti di avere dimostrato che il pseudo Cortelerio
non è altro che Alessandro Carriero morto nel 1626, ma viceversa nel suo
opuscolo (pag. 9) egli si rimette invece al Vedova, che nella sua Biografia ;
degli scrittori padovani, sentito il parere di altri dotti, dimostrava che il solo —
vero scrittore delle due Cronache manoscritte attribuite al Cortelerio non
era che il Carriero, il quale per dare alle sue Cronache più voga col pregio
di maggiore antichità, stimè ben fatto attribuirle al Cortelerio. Ma il
Vedova veramente non dimostrò nulla, nelle tre volte che ebbe occasione |
di parlare di queste Cronache, espose, come vedremo, opinioni non coerenti. |
Infatti una prima volta nelle aggiunte al Colle, convenendo col Portenari, |
scrive: “ avendo letta quest’ultima Cronaca (De Familis illustribus Patavinis).
MI
se LA e
QUESITI ARALDICI 513
GIUDICO attribuirsi quest'opera al Cortelerio;,, nella Biografia all'articolo
Carriero dice, che il Tommasini di queste Cronache ne vuole autore il Car-
riero, e sotto il nome Cortelerio osserva, che altre volte lo disse autore
delle suddette Cronache, mentre il vero solo scrittore, come mi AVVERTÌ
il nob. Gherardo Camposampiero, si fu Alessandro Carriero.
Quindi nessuna dimostrazione, ed inesatta la citazione del Tommasini,
il quale non distribuì rulla al Carriero, ma dice semplicemente che il Bari-
soni e l’Osio si pronuncieranno sull’autenticità di queste Cronache, ma
l’Osio morì di peste nel 1631 ed il Barisoni, ritengo, (come vederemo) sia
stato favorevole all’autenticità della Cronaca. Conchiudo quindi che nè il
Franceschetti nè il Vedova hanno dimostrato, e che la questione, a quanto
io sappia, è ancora insoluta. Ma ammesso anche che la Cronaca sia dei
primi anni del 1600, rimane incontrastabilmente assodato, che allora le
. fascie dello stemma e nessuno lo impugnò, erano ritenute gialle e verdi, e
| nessuna meraviglia che i colori fossero scomparsi ai tempi del Verci, cioè
_ 200 anni dopo. Aggiunge il. Verci, le affermazioni del Cortelerio essere
| confermate anche da Zambon de Favareschi e da Sante da Rimini. Su questa
i circostanza l’egregio Franceschetti conserva un prudente silenzio. Ignoro
. in che tempo vivesse il Sante, ma il Colle ed il Vedova ci assicurano che
il Zamboni scriveva nel 1335.
E veniamo al Tassoni, autorità davvero discutibile, osserva il Fran-
ceschetti, quella di un poeta. Per il Verci invece l’autorità del Tassoni ebbe
forza tale da unirsi all’opinione dei più celebri letterati di Padova, che
4 mossi da una costante tradizione tutti la riconoscono per la insegna di
. Ezzelino. Se l’erudizione del Franceschetti non si fosse ristretta che alla
| sola opera del Verci, ne avrebbe agevolmente compreso la ragione.
Infatti è risaputo, che tutto il canto VIII della Secchia, in cui si descrive
i l'ordinamento delle milizie Padovane condotte da Ezzelino in aiuto di Mo-
. dena, è dovuto alle cure dei dotti Padovani, tra i quali il Canonico Bari-
| soni forniva le notizie sulle armi e le famiglie, Antonio e Flavio Querenghi
inviavano le notizie riguardanti i luoghi.
Nell’ottava 16 il Tassoni volle alludere alla presa di Este fatta da
. Ezzelino.
e. . E prima fu l'insegna d’Este
che l'Aquila d’argento incoronata
Portar solea nel bel campo celeste,
Or d'uno struzzo bianco e figurata,
Imprese del Tiranno e di sue geste.
i L’insegna dello struzzo, gli fu indubbiamente fornita dal Barisoni, ed
È il poeta avea già dettata questa ottava, che una lettera del Querenghi lo
ì pose nel dubbio, infatti al 16 di gennaio 1616 egli scrive al Barizoni:
GH insegna di Ezzelino, il signor Flavio Querenghi dice che era uno scudo tutto
514 QUESITI ARALDICI
e di nuovo il poeta al Canonico: Quanto all’ insegne d'Ezzelino é facile Vac-
comodamento, se ove dice: lo stendardo co’ gigli ,, diremo “ lo stendardo col giglio. ,,
Non ho trovato nel poema questo verso, mutato forse nell'altro: Tempestata
di gigli ha l'armatura, ma risulta chiaramente che si conoscevano allora i
vari stemmi attribuiti poi ad Ezzelino nell’opera del De Marchi. i
Non può reggere l’autorità di Pietro Gherardo, altro scrittore del sec. xvi
(dice il nostro Franceschetti) perchè provato che quelle armi non appar-
tengono ad Ezzelino, sarà pure provato che lo scrittore di quel libro non
è contemporaneo di lui. confessando poi ingenuamente che della storia del
Gherardo esiste al dire di Apostolo Zeno un codice che risalirebbe a POCHI
ANNI innanzi alla prima edizione del 1543.
Che la storia del Gherardo sia stata altre volte attribuita a Fausto
da Longiano è cosa nota, ma ben prima del Bonardi, l’autorità del Zeno |
aveva dimostrato l'impossibilità del plagio. “ Confesso il vero che tutte
queste considerazioni (così l'illustre bibliografo) ed altre ancora da me
fatte sopra lo stile ed il dialetto di questa vita divulgata dal Fausto, mi
tenne gran tempo in credenza, non che in sospetto, che qui ci fosse plagio
|
i
insieme ad impostura, e che quel Pietro Gherardo fosse autore suppositizio.
Ma fortunatamente mi fe’ mutare di sentimento, un codice cartaceo in
gran folio prestatomi da Sua Eccellenza Foscarini, anteriore almeno di |
50 anni al 1543 ye Aggiungo, che il Tomasini dice nel suo libro delle Bibl. |
Patav. che presso il conte Tiso Camposampiero vi era un Chronicon Mss }
de rebus gestis ab Eccelino, Italico idiomate, e finalmente un codice assai 1
antico, cioè del sec. xv esiste nella Palatina di Vienna sotto il n. 6174. Attesta
pure il Vedova, che Pietro Gherardo fu padovano e visse nel secolo xI,
che il codice Foscarini fu scritto cinquant'anni prima che il Fausto da Lon-
giano vivesse. Infatti questi nacque nel 1502. 1
Aggiungerò che la descrizione del castello di San Tommaso, nel Ghe- |
rardo, è precisamente comie era prima dei restauri praticati da Giacomo da .
Carrara, cosa ben difficile per un falsario che avesse scritto lungi dai luoghi. —
Afferma il Franceschetti (pag. 4 del suo opuscolo) che alla morte degli
Ezzelini segusse la demolizione dei Castelli Ecceliniani e un decreto ordinasse —
la distruzione di tutti gli stemmi di quella casa, e, ripete a pag. ll:
alla distruzione dei castelli segui un decreto, che ordinava che tutte le armi |
degli Ezzelini fossero atterrate, ,, aggiungendo anche che nessuna potè sfug-
gire al furor popolare. Ove abbia pescato queste notizie però egli non dice,
e non potea dirlo per la semplice ragione che decreti di questo tenore non
sono mai esistiti. »
Non ultima ragione per riunirsi ad operare l’esterminio di una fami-
glia potente, fu quella d’impadronirsi delle loro immense ricchezze, e.
sappiamo che alla divisione delle spoglie non si perdette tempo. In quanto
alla distruzione dei castelli prego il signor Franceschetti citarmi un solo
esempio. I soli castelli di San Zenone e Fonte furono distrutti vivente an-
cora Alberico di Romano, ma la torre, ultimo asilo {dii quella miseranda.
QUESITI ARALDICI 515
famiglia, fu conser vata e rimane ancora muto testimonio della nefanda
tragedia. Decreti che comandino la distruzione di stemmi, non mi fu dato
. trovarne, Il Verci riporta a c. 489. Varie rubriche dello statuto di Vicenza
del 1264 rapporto alla vendita dei beni di Eccelino ed Alberico da Romano,
alla distruzione dei loro stemmi ed arme; ma egli prese un solenne abbaglio.
Riporto il passo: “/fem quod intra primos quatuor manses mei regi-
minis faciam destrui omnia ARMATVRA nequissimorum Eccelini et Albe-
rici de Romaeno Et quicumque ab inde in antea fecerit dictam arma uram
condemnetur in XXV libras denariorum Vinc. Coi. Vincencie pro quoque
‘e quaque vice. ,, Suppongo inutile insegnare all’eruditissimo Franceschetti
che si debba intendere per ARMATVRA. Ma una illazione necessariamente
scaturisce da questo passo, cioè che la famiglia che si vuole tanto odiata,
contava ancora partigiani alcuni anni dopo il miserando eccidio.
Riassumendomi, nessuna prova che gli stemmi Eccelliniani fossero tutti
distrutti, nulla contro l'autenticità del Cortelerio e del Gherardo, di grandis-
simo peso l’autorità del Tassoni, perchè condivisa da tutti gli eruditi pado-
vani : l suo tempo, particolarmente dal Barisoni che attendeva con l’Osio
all’edizione della cronaca del Rolandino. Concedendo anche al Franceschetti
che la cronaca del Gherardo non sia autentica, in ogni caso non potrebbe
essere posteriore alla metà del secolo xv e scritta da chi conosceva molto
bene il castello di San Tommaso, poichè, come ho osservato e proverò me-
glio in seguito, seppe nettamente far distinzione tra le ancora recenti a suo
tempo costruzioni carraresi e la primitiva fabbrica Ecceliniana.
Ma continua il Franceschetti “la fabbrica del ca-
stello di Padova fu cominciata nel 1242, quindi in
un’ epoca in cui dominava tuttavia lo stile lom-
bardo. Il gotico al tempo di Ezzelino non dava in
queste parti che i suoi primi saggi, ma non era
quel gotico meraviglioso del secolo xiv e xv abbon-
dante di ornamenti, di pinnacoli, di baldacchini
acuminati.,, Dopo tutto questo po’ di roba, continua
ancora il Franceschetti: “esaminando attentamente
l’arma del castello di Padova, dobbiamo convincersi
che ci porta a un’epoca a noi ben più vicina, in
un’epoca cioè in cui lo stile gotico si sviluppava in
tutto il suo splendore. ,, Se il nobile Franceschetti
avesse fatto tesoro di un eccellente consiglio del-
l’egregio signor Medin, ritengo che i suoi convin-
cimenti sarebbero rimasti almeno scossi, ma pur
troppo nella sua recente risposta egli insiste col
ripetere tenacemente, che monumenti di quello stile
non si trovano nel secolo x. Disse il Medin: “a
conferma dello stile gotico del 300: Ella può vedere le tombe scaligere di
Verona, che in alcune parti decorative somigliano assaissimo alla cornice
che racchiude lo stemma.,,
516 QUESITI ARALDICI
Le tombe principali di Santa Maria antica di Verona portano queste |
date: Cangrande 1329, Martino II 1351, Cansignorio 1375, e in esse l’arte
ogivale raggiunse realmente tutto il suo splendore. Nella prima compare di -
già l'arco trilobato, gli ornati sono tutte della più grande squisitezza, ed I
avrebbe potuto il Franceschetti constatare l’enorme progresso dell’arte ad
un secolo solo di distanza. E poi certamente dimentica che Nicolò e Giovanni —
Pisano operavano nella prima metà del secolo x, anzi che il primo lavorava 4
forse al Santo a Padova durante il dominio Ecceliniano, che della cuspide si
trovano esempi anche anteriori, che gli ornati dello stemma Ecceliniano nulla |
hanno a vedere col gotico. Se egli avrà la bontà di osservare il grande sigillo
della repubblica padovana, che risale indubbiamente al secolo xmM, potrà
‘ scorgervi esempi di quelle cuspidi che, secondo lui, non si sarebbero usate —
che oltre un secolo dopo. In quanto allo stile che dirò araldico dello stemma, ©
il chiar. conte Pasini, di cui ognuno ammette la competenza in materia, mi fi
assicura esser impossibile fissare con certezza l'epoca precisa di un’ arma
medievale. d
Quindi posso affermare che le ragioni dell’arte provano piuttosto contro d
la sua ipotesi. | si
Ma in favore della tesi del Franceschetti avremmo l’autorità del Rolan- A
dino, autorità però non sconosciuta al Gherardo, al Fausto da Longiano, 3
al Cortelerio, al Barisconi, al Verci ed a tutti gli eruditi padovani, o ne cito A
il passo preciso: “ His ergo duabus Aquilis tibi ad invicem recta linéa “pere
pinquantibus equitando. ,, Il Franceschetti, torcendo al suo solito il testo, non —
solo fa dire al Rolandino che l’aquila doveva essere l'insegna di Ezellino,
ma la vuole anche la divisa dell'intera famiglia; il Verci invece sostenne
giustamente che quella fosse insegna di vicario imperiale. Che differenza
ci debba essere tra l'insegna sotto cui si milita, e l'arma distintivo asso- b
lutamente personale è neccessario ammetterlo; distinzioni tra armi ed in-
segne troviamo anche in un luogo del Gattaro e logicamente, se Ezzelino |
era a capo di milizie imperiali, se era stato nominato Vicario imperiale, i
doveva necessariamente alzare sul vessillo l’aquila imperiale, conservando
nel suo scudo quelle bande e quei gigli che in maggiore o minor numero |
vediamo ripetuti in tutte le armi della famiglia, e sull’elmo il cimiero. dello |
struzzo scelto a particolare suo distintivo.
Aggiunge il Franceschetti, che il Cantù, quantunque non lo dichiari.
apertamente ritenesse che l'arma di Ezzelino fosse l'aquila, poichè in un.
ritratto ci dava il tiranno avente nel petto quell’emblema. Osserverò che
quel ritratto è la copia fedele di altro pubblicato alcuni anni prima in Bas-.
sano, e che tutti i ritratti di Ezzelino cominciando dal più antico di Antonio
Campo, inciso nel 1585, portano sempre nella corazza l'aquila, non come
arma personale, ma come distintivo del suo Vicariato. È
Resterebbe un’ultima obiezione sull’autorità del Carlo Dottori. 9
Spiegò l’aquila nera ghibellina
l’ultimo gonfalone con due grandi ali. +
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QUESITI ARALDICI 5IT
Spiegò l’aquila nera ghibellina l'ultimo gonfalone con due grandi ali.
Basterebbero quelle due grandi ali, mentre tutti i monumenti del tempo
ci danno il volo abbassato, per metterci in guardia sulla competenza aral-
È dica del poeta, aggiungerò che l’Orsato, commentatore del poema, mentre
spiega di altre armi, tace su questa; quindi è facile il dedurne, che l’A,,
imitatore del Tassoni, volle anche seguirne l’esempio, con l’attribuire al
tiranno un arma che non era la sua.
| Distrutti così tutti gli argomenti del Franceschetti, rimaniamo soltanto
con la sua nuda scoperta e ne possiamo esaminare la serietà.
Francesco da Carrara, alleato di Lodovico re d’ Ungheria, nel 1375 pensa
di fare un castello forte nella città di Padova; ciò fa nascere il sospetto
nel Franceschetti, che il Carrarese a maggiore manifestazione della sua
, gratitudine facesse collocare nel restaurato castello l'arma di lui.
Ma perchè? ma perchè nel castello? ma perchè ripetuta tre volte e pre-
cisamente nella loggia e nelle torri edificate da Ezzelino, e non nelle parti
da lui costruite? Franceschetti non lo dice e non lo sa, ed interrogato vi
| risponde che ciò non lo riguarda.
Ma è serio e logico tutto ciò, si hanno esempi di una stranezza simile?
| Posso ammettere si possa alzare un’arma nei luoghi ove abbiasi avuto
| ospite un potente personaggio, ma che si alzino tre stemmi per onorare
un alleato lontano non è ammissibile. E la singolarità del fatto non sa-
rebbe certamente sfuggita ai Cortusi ed ai Gattari, che con estrema accu-
ratezza registravano giorno per giorno i più minuti accidenti di Padova.
Vorrei rispondere due parole al mio ottimo amico, che in una nota della
Direzione posta in calce alla risposta del Franceschelli, vorrebbe trascinare
la questione in un terreno più arduo. Ma l’articolo è troppo lungo ed il
tempo incalza, sarà quindi per un’altra volta. Mi contento per ora fargli
osservare: se i suoi Estensi, guelfi per la vita, alzavano l'Aquila, perchè
un’antica famiglia Ghibellina non poteva portare i gigli? I sigilli degli
Ottoni e dei Corradi non erano forse seminati di Gigli ?
E conchiudo poco importa che i moderni dotti padovani abbiano
| fatto plauso alla grande scoperta, io credo che una tradizione di sei secoli
È non si distrugga con un tratto di penna.
ANTONIO GHENO.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Dox Francisco FERNANDEZ DE Bé£THENcoURT. Historia genealbgica y Herdldica
de la Monarquîa Esparola, Casa Real y Grandes de Espania. Tomo V. —
Madrid, 1904, Enrique Teodoro in-4°.
Nell’esaminare i cinque grossi volumi di quest'opera colossale ci si
affaccia spontaneo il pensiero che per condurli a termine avrà bastato —
appena la vita d’un uomo. L'A. invece ci promette altri cinque volumi sd
prima che sia completata. L’intiero 5° volume si riferisce alla storica fami- |
glia della Cerda duchi di Medinaceli e comprende ben 505 pagine. Poche |
famiglie come quella della Cerda vantano tante e così legittime glorie e
perciò si arguisce come l’A. abbia dovuto dedicarle un così lungo lavoro 3
trattando in esso di tutte le diramazioni di questa Casa. Medinaceli, città
di Castiglia, presso Sigilenza fu eretta in contea dal Re Enrico II nel 1368 —
a favore di D. Bernardo di Béarn sposo di Donna Isabel de la Cerda, ultima —
della sua stirpe reale, discendente diretta di D. Alfonso X il Savio, re di i
Castiglia. Medinaceli fu eretta in ducato nel 1479 dai re cattolici. I discen- —
denti di D. Bernardo di Foix-Béarn e Isabel de la Cerda portarono sempre
il cognome de la Cerda fino al 1711 in cui estinta la linea principale dei
Cerda-Foix subentrò la Casa Cordova-Figueroa marchesi di Priego, duchi |
di Feria, grandi di Spagna che attualmente sono in possesso del ducato.
di Medinaceli. L’A. passa in rassegna gl’illustri personaggi dell'antica Casa
de la Cerda, dei conti sovrani di Foix e dei Cerda-Foix-Béarn e i suoi
diversi rami dei conti del Gran Puerto de Santa Maria; marchesi di Co- |
golludo; marchesi della Laguna, del Camero Viejo, conti di Paredes de Nava;
conti di Parcent; marchesi di Ladrada; conti di Baîios; marchesi di Leivasd
marchesi della Rosa, ecc. di
Il volume è inoltre illustrato da molti stemmi incisi e da alberi genear. ji
logici. Dopo le celebri opere di Salazary Castro, la Spagna non aveva avuto
opera più grandiosa e più ben fatta in rapporto ai nostri studi, di quella
che siamo lieti di annunciare. ;
Francesco Boncompagni Lupovisi. Le prime due ambasciate dei Giapponesi a @
Roma (1585-1615). — Roma, 1904, tip. del Senato, in-8°. Pr
Splendida la veste del libro, interessante il contenuto, bellissime le incisioni
che riproducono ritratti ed affreschi. Il tutto corredato da documenti inedit bi
con grande cura fatti raccogliere negli archivi e nelle biblioteche di Roma.
NOTE BIBLIOGRAFICHE 519
Il volume si riferisce alle ambasciate dei Giapponesi che ai tempi di Paolo V
e trent'anni dopo sotto Gregorio XIII vennero a Roma per ottenere dal
Papa aiuti pecuniari e morali. La relazione delle feste, dei ricevimenti,
delle cavalcate ed altri dettagli della permanenza in Roma di questi orien-
tali, offrono molto interesse e sono anche di amena lettura.
Dobbiamo lodare altamente il giovanissimo patrizio che ha pubblicato
questo pregievole volume, e lodiamo altresì il noto archivista e storico romano
che modestamente si nasconde e che fu di grande aiuto al buon esito dell’opera,
perchè purtroppo non è frequente ai di nostri trovare fra i giovani delle
classi agiate chi preferisca gli utili studi agl’insulsi sport, e chi dedichi il
suo tempo ad arricchire la. mente, anzi che offrire al pubblico il desolante
spettacolo dell’ozio e dell’infingardaggine che convertono esseri intelligenti
in cariatidi di certi circoli o in giullari dei pubblici ritrovi.
Annuaire du Conseil Héraldique de- France. XVII année. — Paris, 1904, in-12°.
In mancanza di una istituzione araldica governativa supplisce in
Francia il “ Conseil Héraldique,, di cui è presidente l’ illustre Visconte Oscar
de Poli. L’Annuario, di cui con piacere annunciamo la 17° annata, è quindi
la sola pubblicazione araldica annuale che all’importanza storica dei suoi
eruditi lavori unisca un certo carattere di ufficialità che manca agli altri
. annuari nobiliari che si pubblicano in Francia dopo la morte dell’ illustre
Borel d’Hautrive.
Il volume di quest'anno di ben 450 pagine contiene un interessante
studio sopra Giovanna d’Arco del Visconte de Poli, per stabilire il vero
ritratto della santa eroina. È curioso assai lo studio sul colore dei capelli
che l’A. stabilisce di un biondo vivo con riflessi dorati. Segue un sunto del
lavoro del nob. prof. Franceschetti sulla famiglia del Santo Padre e un
interessante lavoro sulla figlia del celebre Stefano Marcel. Il sig. A. de Tésson
continua i suoi studi sul diapré riferendosi allo stemma di Giovanni di
Saint Avit vescovo di Avranches. Interessantissimo il dizionario dei Crociati
di Francia di M. Roger Rodière estratto da documenti inediti.
Fra i molti altri articoli che rendono amena la lettura dell’Annuario,
ricordiamo un articolo del sig. conte de Toulgoét Treanna sulla questione
dei privilegi dei Camerieri segreti di Cappa e Spada di S. S. sul quale
È argomento ha già deciso la lettera di Mons maggiordomo di S. S., da noi
pubblicata. Una cronaca e una bibliografia chiudono questo aristocratico
volume.
_ L. SaLazar. Storia della famiglia Salazar. Il reggente Alfonso Salazar e i
| conti del Vaglio suoi discendenti. — (Giornale araldico, dicembre 1901,
| pubblicato nel 1904).
Raccolta di documenti e di spigolature negli archivi pubblici e privati
. di grandissimo interesse per la storia delle provincie meridionali nel xvi
e xvIl secolo, Si riferisce particolarmente al reggente Alfonso Salazar ed
520 NOTE BIBLIOGRAFICHE
ai conti del Vaglio suoi discendenti. Non è che un brano della storia di
questa illustre famiglia che l’A. si propone di completare con parecchi altri
scritti. Merita lode l’accuratezza delle ricerche e la erudizione delle note
che rendono pregevole il lavoro come lo sono tutti gli altri del ch. A.
Comm. CarLo PapieLIONE. Dei Poderico sepolti in Sant'Agnello Maggiore in
Napoli. — Napoli, 1904, Giannini, in-8°.
Già nel fascicolo di dicembre 1903 ci siamo occupati di questo pre-
gevole lavoro, che oggi ampliato ci presenta nuovamente l’A. corredato da
interessanti note fra le quali troviamo un cenno sulla Casa Jannuzzi di
Andria meritamente distinta. Lo scritto è appunto dedicato al nob. D. Ric-
cardo Jannuzzi di Andria, commendatore dell'Ordine del Santo Sepolcro.
L. Lanzi, Araldica di Terni. Perugia, 1903. Unione tip. coop., in-8°.
L’autore studia le fonti del nobiliario di Terni e dapprima bellamente
tratta dell’arme comunale, quindi si occupa delle gentilizie, cioè della rac-
colta dell’archivio di Stato di Roma (xvin secolo), della raccolta Montani
Leone di Terni (xvi secolo), della raccolta Cittadini (1851), della raccolta
Castello Graziani che è la più antica perchè risale al xvi: secolo, le quali
tutte contengono gli stemmi delle famiglie nobili di quella città. Il lavoro
del Lanzi può quindi essere consultato con profitto da chi desidera procu-
rarsi notizie delle famiglie ternane i cui stemmi difficilmente si cerchereb-
bero negli armoriali a stampa, come quelli delle famiglie di molte altre città
dell'Umbria e delle Marche. L’autore attende da anni ad una collezione
speciale di stemmi di famiglie Ternane o ohe con Terni ebbero rapporti.
CRONACA
Onorificenze. Ordine di San Silvestro — Il prof. Eugenio Bubali di Ve-
roli per i suoi lavori sul canto gregoriano è stato insignito della croce di
cavaliere. |
— Ordine del Santo Sepolcro. — Le LL. EE. Revme Mgr conte Cagiano
de Azevedo, Maggiordomo di Sua Santità, e Mgr. marchese Bisleti, Maestro
di Camera di Sua Santità sono stati insigniti del Gran Cordone. —
Il duca Amedeo Astraudo, Ministro plenipotenziario e inviato straordi-
nario della Repubblica Domenicana presso la Santa Sede e già commen-
datore con placca, è stato promosso Gran Croce.
— Ordine di Francesco I d'Austria. — Mgr conte Ai di San Fermo,
canonico Liberiano, è stato decorato della commenda.
Roma. — Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice. Via Federico Cesi, 45.
CAVALIERI CROCIATI
E SAMORAI DEL SOLE LEVANTE
Non so in quale giornale io pubblicava or fa un anno, un
articoletto che allora parve ad alcuno troppo pepato. In esso io
chiamavo apertamente traditorì certi uomini pieni di spirite di
modernità e di concordismo; e ad alcuni appiccicavo il nomignolo
di ciambellani novelli nomignolo che non so dire se da me o da
altri inventato, pur ebbe il suo quarto d’ora di fortuna. Che avessi
ragione di fiutar la perfidia, specie in coloro che atteggiandosi a
paladini della causa papale uscivano in espressioni di aperto e
rancido moderatismo, particolarmente scrivendo in giornali che
si pubblicano nelle provincie pontificie, lo si vede ora alla luce
dei fatti. Il santo e sapientissimo provvedimento di Pio X
come folgore che squarcia le tenebre e mostra paurose forme
agitantisi nella confusione degli elementi, ha messo a nudo
l’ipocrito giansenismo di costoro. Essi son stati ridotti a prote-
star fedeltà al Papa e ai Vescovi a patto che questi facciano il
volere di essi modernisti e conciliatoristi e hanno ora faccia di
pretendere di far dell’azione cattolica contro ll Papa. Ecco la
strada dell’eresia! qual mai eresiarca non ha preteso di parlare
a nome della Chiesa? È un dilemma dalle corna del quale non
si scappa: o esser cattolici operanti col Papa, od esser operanti
contro il Papa, cioè non cattolici. Non si tratta infatti qui di
ingegneria o di fisica, si tratta di azione cattolica, nè altri che
il Papa e i Vescovi hanno diritto di parlar da maestri in fatto
di religione e di morale, chè la sociologia e la politica son parti
della morale. Ah! costoro mettono innanzi il loro sentimento
fieramente moderno e italiano? Non illudetevi, non si tratta già
Rivista del Collegio Araldico (settembre 1904). 33
5292 CAVALIERI CROCIATI E SAMORAI DEL SOLE LEVANTE
d'amore legittimo al patrio nido e alla nazione, ma d’amore
all’assetto statuale dell’ Italia d’oggi che è vero altare di Belial
così per le origini, come per la funzione e per la finalità. È la
smania insana di esercitare un preteso diritto e di pavoneggiarsi
in parlamento dimenticando i più sacri doverì. Trattasi d’amore
alla modernità che contiene tante pericolose tendenze che vanno
dal baldanzoso ciuffetto, all’eresia e al libero pensiero. Sì, costoro
si proclamano cattolici, e vogliono compromessa la parte sana
della nazione, se non anche la Chiesa stessa in una sognata con-
ciliazione con quello Stato che aperse la breccia di Porta Pia |
per la quale entrò il principio massonico, l’ebraico-borghese ti-
rannide e il libero pensiero che celebra in faccia al Vaticano
l'avvento suo alla signoria della società ammodernata di cui è
material simbolo il novello tempio giudaico onorato da visita
sovrana; che prepara altro monumento colossale di cui è simbolo
teorico la grande edizione nazionale, diciam meglio governativa,
delle opere del Mazzini. Gli atteggiamenti socialistoidi, e peggio
ancora, liberali, presi dai falsi democratici cristiani dopo il prov-.
vedimento supremo di Pio X fanno cader le ultime larve. E son
costoro che accusavano i legittimisti d’Italia di far parte e di
divider l’azione cattolica, son costoro che al tipo del gentiluomo
cristiano che pretende il primo posto per morir pel Papa e per
la giustizia, ardiscono preferire il tipo satanicamente superbo
del nipponico Samuraz. Sappiano che i gentiluomini cristiani e
legittimisti vogliono sopra tutto che il Papa sia sovrano territo-
riale e ricuperi le sue giustizie; vogliono il ritorno di tutte le
giustizie vere nel campo politico e sociale, restaurando il con-
cetto dell’uffizio santo della famiglia, della proprietà, delle asso-
ciazioni protette dai veri padri del popolo. Noi non siamo con-
servatori del mal presente come pur son essi con tutta la loro bal-
danza, noi abbiamo la fede che l’idea medievale nella vita è per
l’avvenire e che l’idea borghese. è il passato (un breve passato
invero e inglorioso), è la morte! Non esitiamo a dirlo, l’assetto |
feudale della società è l’ ideale cristiano e guelfo di rinunzia e di i
subordinazione a un fine supremo; tutto il resto è ribellione ed
egoismo. Siamo uomini nati per servire la società, non superuomini. |
Il voler pertanto che si mantenga col concorso dei buoni uno.
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CAVALIERI CROCIATI E SAMORAI DEL SOLE LEVANTE 523
scellerato ordinamento, e ciò contro l'espresso divieto del Papa
che tale concorso giudicò abbominevole, è prova dell’ indipen-
denza di giudizio dei novelli settari; e noi siam certi che nes-
suno di noi per vile timore di mali incalzanti vorrà procacciare
un debole empiastro a un corpo disfatto, preferendo un orgo-
glioso giudizio privato alla volontà inspirata dal Papa. Non appar-
teniamo, la Dio mercè, al numero di coloro che sfruttano la po-
polarità. perchè serva di sgabello a stolte e ridevoli ambizioni.
Ci nauseano i parlamentini dei giovani democratici, dei fasci e
delle leghe invadenti le aule serie dei Congressi, le loro sfide
ai vecchi, le loro ribellioni, le pastorali dei loro capi laici, le sfu-
riate contro le Altezze Serenissime, che per chi sa leggere suo-
nano oltraggio al Papa ne’ suoi diritti al temporale dominio.
Ma basta! perchè non vogliamo essere tacciati di Maramaldi!
Noi siamo cavalieri crociati e non Samorai.
ALBERTO DI MoNnTENUOVvO.
SET / 5
= LL
c=3 EE
È
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEA LOGICHE
LA LEGENDE DES BOURBONS-MONTLUCON
Errare humanum est, sed
perseverare diabolicum.
Si l'on admet que la recherche de la vérité soit le premier
devoir de l’historien, on doit admettre également qu'il importe |
à tout honnéte homme dont la bonne foi a pu étre surprise en
matière historique, de reconnaitre une erreur. C'est ce devoir qui
nous engage aujourd’hui è venir, dans une étude retrospective,
esquisser brièvement quelques pages d’histoire bourbonnaise en |
rectifiant un chapitre erronné de notre Simple Croquis de Montlucon
au bon vieux temps, auquel notre savant collégue, Mr F. de Broilo ! |
a bien voulu emprunter les sceaux des sires ét des ducs de Bourbon.
La généalogie des premiers sires de Bourbon a donné lieu è
bien des controverses. Sans nous arréter è une tradition que |
(14
nous nous sommes borné à signaler comme “ au moins contesta- È
ble , ? — tradition qui fait remonter les Archambaud è un cousin. È
de Pépin-le-Bref, le comte Nibhilung, et qui n'a plus cours è |
l’heure actuelle, — il est certain que la généalogie des premiers | È
sires de Bourbon a été modifiée, arrangée, fabriquée pour les
besoins de la cause par ùn habile falsificateùr de documents, le
P. André de Saint Nicolas, prieur des Carmes de Moulins.
Vers 1680, “la question des origines bourboniennes se posa
par la publication d’une charte trouvée, disait-on, parmi les titres.
du prieuré d’Iseure. C’était un acte de donation emané d'un
Childebrand II, fils de Nibelung, dans la XTXème année du règne.
de Louis-Auguste, Louis-le-Débonnaire ... L'emotion fut grande
parmi les érudits à l’apparition de cette pièce, mais la fabrica-
! Rivista del Collegio Araldico, maggio 1904, pag. 304. Ri):
? H. DE LAGuÈRENNE, Simple Croquis de Montlucon au bon vieua temps
pag. 42-43. |
° Discours IRROAnOE par Mr Amédée Thierry, membre de l’Institut, le
22 avril 1865, à la distribution des récompenses accordées aux sociétés sa-
vantes, à Paris. 1 I
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LA LEGENDE DES BOURBONS-MONTLUCON 525
tion en était si habile qu’ils se partagèrent. Ménage la rejeta
sans hésitation, Baluze y mit moins de netteté, Mabillon voulut
examiner l’original! On en était là quand neuf autres pièces de
la méme nature, et prouvant la mème thése, furent lancées dans
le public coup sur coup, comme sortant du trésor de Souvigny,
le grand chartrier de la seigneurie de Bourbon. Ces actes em-
brassaient les Ix°®©® et x° siècles. ,
Il est facile de concevoir le bruit que causa cet évenement;
Mabillon et dom Michel Germain partis en Bourbonnais pour
examiner les originaux de ces différentes pièces s’en virent refu-
ser la communication sous un prétexte spécieux; et, lorsque Col-
bert, alarmé de tout le bruit qui se faisait autour du nom des
Bourbons, fit faire une enquéte par l’intendant de Moulins,
Mr de Bouville, les conclusions du rapport de l’intendant ne
furent pas favorables aux fameuses chartes. Sur l’ordre de Col-
bert, Mr de Bouville apporta les originaux è Paris; et Mabillon
et Baluze les ayant examinés déclarèrent le 20 mai 1706:!
“... De tout ce narré, il résulte que ces titres sont faux, que les
religieux de Souvigni n’en ont eu aucune connaissance que lors-
qu'ils ont commencé de paroistre par les soins de Mr le duc
d’Epernon, et que, par conséquent, ils n’ont eu aucune part dans
la fabrication de ces titres. Ils y ont esté trompez les premiers. ,
Or, comme le démontre Mr Chazaud ? le faussaire n’était pas le
duc d’Epernon, mort en 1690; mais bien le P. André de St Nicolas,
| ancien prieur des Carmes de Moulins.
La cause semblait donc devoir étre entendue et les titres
reconnus faux, quand, en 1736, un bénédictin, dom Hilaire Trip-
peret, exilé è Souvigny pour cause de jansénisme, retrouva les
titres falsifiés du P. André et, croyant avoir fait une importante
découverte, les mit en circulation. C'est à lui qu'il faut, ,, selon
toute apparence, attribuer l’insertion de ces pièces fausses dans
le t0me X des Screptores rerum Franciscarum. ,° L'erreur fit son
chemin! La Gallia Christiana, l'Art de vérifier les Dates, les
! BaLuze, Armoires, vol. 214, folio 1 à 14.
? CHazaun, Le chronologie des Sires de Bourbon, pag. 39 Imp. Desrosiers-
Moulins, 1865).
Id.
526 LA LÉGENDE DES BOURBONS-MONTLUCON
genéalogistes de la maison de France, ceux de la maison de Bour-
bon, Coiffier de Demoret, Achille Allier, et bien d'autres auteurs
à leur suite enrégistrèrent les mèmes faussetés. Si une considé-
ration quelconque peut diminuer notre regret d’étre tombé nous-
méme dans cette erreur, c'est celle de nous étre trompé en si
nombreuse et si docte compagnie!... Mr Chazaud dont l Etude sur
la chronologie des sires de Bourbon obtint le prix d’histoire au
concours ouvert en 1864 entre les Sociétés Savantes par le Minis-
tre de l’ Instruction Publique, a débrouillé ce tissu de menson-
ges. Outre les fausses allégations du P. André, Mr Chazaud a
relevé plusieurs erreurs commises par les généalogistes qui ont.
précedé le prieur des Carmes de Moulins, tels que: du Tillet,
Favin, Fodéré, Blondel, Justel, du Bouchet, La Thaumassière...
Son ouvrage dont chaque affirmation est étayée de textes et de
preuves, et auquel nous renvoyons le lecteur pour les details,
constate bien qu'il y eut trois maisons de Bourbon: A) Les Ar- |
chambaud ou Bourbons-anciens; B) Les Bourbons-Dampierre;
C) Les ducs de Bourbon. <=
Les deux premières de ces maisons (les Archambaud et les +
Bourbons-Dampierre) forment l’objet de l’étude de M. Chazaud. d
D’après lui, parmi les Archambaud ou Bourbons-anciens, nous j
pouvons relever avec certitude le noms de: 1° Aimar, époux 1
d’Ermengarde, 916; 2° Aimon I, époux d’Aldesunde, 953, 980;
3° Archambaud I, époux d’Ermengarde, 1012. Il eut quatre fils: |
(Archambaud qui lui succèda. Aimon, archevéque de Bourges, _
Albuin, Gérard en qui Justel a voulu voir, sans preuves du reste, —
. la tige des Bourbons-Montlucon); 4° Archambaud II, le Blanc ou |
le Jeune qui 6pousa Aurea, alias Bélétrud, 1034, 1078; 5° Archam-
baud III, le Fort, 6poux de Béliarde (1078) qui eut deux fils: Ar-
chambaud IV et Aymon-Vaire-Vache; 6° Archambaud IV, (1105), |
lequel laissa un fils qui ne règna pas; 7° Aymon-Vaire-Vache,
qui dépouilla son neveu de son héritage. Aymon-Vaire-Vache |
avait épousé Lucia (1105 ou 1108); il laissa un fils, Archambaud Vj.
Pi
8° Archambaud V (1119-1171), époux d’Agnès de Savoie, en eut..
ci
un fils, Archambaud le Jeune qui, marié lui-méme è Alix de Bour-
gogne, mourut en 1169 laissant une fille Mathilde ou Mahaut,.
laquelle succèda en 1171 è son aieul Archambaud V. “ Avee
LA LÉGENDE DES BOURBONS-MONTLUCON 527
Archambaud V s’éteignit la première maison de Bourbon, bien
qu'après lui on trouve encore des. Archambaud et bien qu'il n’ait
pas été le dernier descendant direct d’Aimar par les mdles.! ,
La jeune Mathilde de Bourbon recueillit l’héritage de son grand-
pére, sous la tutelle de sa mére Alix de Bourgogne et de sa grand-
mere Agnès de Savoie. C'est elle qui fut la tige de la séconde
maison de Bourbon-Dampierre, appelée ainsi du nom de Guy de
Dampierre son second époux.
. Les Bourbons-Dampierre comptent donc:
1° Mathilde ou Mahault I, qui épousa (avant 1183) Gaucher
de Salins. Ce mariage fut annulé pour cause de parenté aux
quatrième et cinquième degrés (1195) et Mathilde épousa en
secondes noces (vers 1196) Guy de Dampierre, maréchal de Cham-
pagne.? De cette union naquirent sept enfants, parmi lesquels:
. 2° Archambaud VI,° qui épousa, avant 1216, Béatrix de
Mello, dont il eut sept enfants, parmi lesquels:
3° Archambaud VII, qui aurait succedé è son père le 283
‘ septembre 1242. Il avait è cette époque épousé depuis plusieurs
années Yolande de Chàtillon.* Il mourut en 1249 laissant deux
filles, Mathilde et Agnès, qui lui succedèrent l’une après l’autre.
40 Mathilde II épousa Eudes de Bourgogne; elle mourut
en 1261 et le Bourbonnais passa è sa sceur Agnès.
5° Agnès de Bourbon, mariée en premières noces à Jean
de Bourgogne, se remaria avant 1277 à Robert, comte d’Artois.
De sa première union elle avait eu une fille, Béatrix de Bour-
bon, qui épousa, après juillet 1276, Robert comte de Clermont,
sixiéme fils de Saint Louis d’où vint la maison ducale et royale
de Bourbon.”
! CaazauD, La chronologie des sires de Bourbon, pag. 184.
“® H. pE LAGUERENNE, Simple Croquis de Montlucon au bon vieux temps,
pag. 10.
_ 3 C’est lui que (nous basant sur les généalogistes trompés comme nous
par le faux du P. André) nous avons appelé Archambaud IX (Simple Croquis
de Montlucon). — Rivista del Collegio Araldico, mai 1904, pag. 305.
_ * Il est désigné dans les mémes ouvrages sus-cités sous le nom d’Ar-
chambaud X.
° Op. cit., pag. 80.
528 LA LEGENDE DES BOURBONS-MONTLUCON
Les Bourbons-Montlucon, dont tant de généalogistes et d’his-
toriens ont parlé avec force détails n’ont jamais existés. Nous
avons contribué è propager dans notre Simple Croquis de Mont-
lucon au bon vieux temps (chapitre II), l’erreur de nos devanciers.
Comme eux, nous nous étions appuyé sur les titres falsifiés par
le P. André et sur l’acte de 1202 par lequel le roi Philippe-Au-
guste accorde è son fidèle Guy de Dampierre “in augmentum
feodi sui, Montlucon et ses dépendances. Cet acte, conservé aux
Archives Nationales (P. 1374, cote 2380), n’est que la confirma-
tion d'un droit que Guy de Dampierre tenait de ses prédéces-
seurs en Bourbonnais. Seulement Jjusqu’à cette époque le fief de
Montlucon relevait du roi d’Angleterre, duc de Guyenne.! On
comprend done “comment Philippe-Auguste a pu donner, en
1202, è Guy de Dampierre, sire de Bourbon depuis 1196, le fief
de Montlucon possédé par les sires de Bourbon depuis le on-
zième siècle et peut-étre antérieurement. Il ne faut voir là qu’un
simple transfert de serment féodal, suite naturelle d’un change-
ment de suzerain pour le seigneur de Montlucon resté le méme. *
En terminant, nous tenons è répéter le mot de M. Amédée
Thierry: “ Les misères de la science historique sont encore de —
l’histoire; ,, mais nous nous permettrons d’ajouter qu'il convient
de les exposer au grand Jour, surtout lorsque, comme nous, on
a été de bonne foi induit en erreur par ces mémes misères. Espé-
rons que ces légendes disparaitront désormais, et, puisque une
nouvelle Histoire de Mont-Lucon,® doit prochainement étre publiée, —
il est è souhaiter que nous n’y trouvions pas plus les Bourbons- dl
Montlucon que les Hodo et autres fantòmes légendaires que nous
avons nous-méme essayé d’enterrer. Notre Simple Croquis de
Montlucon au bon vieux temps aurait eu au moins ainsi son uti-
lité!... C'est notre seul désir.
30 Juin 1904.
H. DE LAGUERENNE.
1 Op. cit., pag. 11 et 13.
? CHAZAUD, Op. cit., pag. 189 et 190.
° EpovarRD JaNIN, Histoire de Mont-Lucon (sous presse).
SULLE ORIGINI SABAUDE
In questo momento in cui più che mai
si parla della canonizzazione della Ven.
Maria Cristina di Savoia, non crediamo
fuor di luogo di presentare ai lettori della
nostra Rivista il risultamento dei nostri
studi riguardo ai sistemi che vari autori,
con maggiore o minor fondamento, se-
guirono, circa le origini Sabaude. Già altra volta non mancò
chi ci accusasse di piaggio per avere accettata, senza controllo,
l'opinione del conte Cibrario, per il fatto che è la sola che
regge alla critica. Noi non pretendiamo di esporre opinioni nostre
nè di giudicare in siffatto argomento. Ci basti dimostrare, con
prove cronologiche, gli erronei sistemi dei vari autori, non escluso
quello del barone Carutti, ora quasi generalmente accettato.
Ad altri più autorevoli di noi il risolvere questa importante ed
ardua questione.
Parve nei secoli scorsi indubitata la derivazione dei Principi
di Savoia dai Duchi di Sassonia. Questa opinione si divise in
tre sistemi, perchè tre furono i principali autori che se ne occu-
parono: Paradin, Henninges e Guichenon. Il primo vuole discesi
1 Sabaudi da Ottone I Imperatore, mentre Henninges e Guichenon
li dicono originati da Witekindo il Grande per Teodorico Duca
di Sassonia, secondo l’uno, e per Immed Duca d’Angria, secondo
l’altro. i
Il Paradin (Chronique de Savote, lib. II, cap. I), dice che da
Ottone II Imperatore, { 983, nacquero Ottone III Imperatore,
e Ugo Duca di Sassonia, e da questo Berod o Beroldo, padre
di Umberto Biancamano. |
Noi abbiamo inutilmente percorse le opere del Koeler (Stem-
matographia aug. Saxoniae), del Eccard (Dissert. de aug. Imp. Saxon.).
530 SULLE ORIGINI SABAUDE
Stemmata (orig. guelph., T. IV, ecc.) e di altri storici che si occu-
parono della genealogia della Casa di Sassonia, e da tutti essi
risulta che Ottone II non ebbe che un solo figlio maschio, che
fu l'Imperatore Ottone III. Ma il Paradin prudentemente om-
mette le date, poichè risulterebbe che essendo Ottone II morto
nel 983, e supponendo quindi che Ugo, di anni 20, cioè fra
il 1000 e il 1003, avesse un figlio, Beraldo, come mai potrebbe |. GA
to)
essere questi padre del Biancamano, la cui nascita è accertata
dagli storici di Casa Savoia posteriore al 990 ed anteriore
al 1000?
Dall’ Henninges (Genealog. Tabell. Secundi et tertiù regni), dal
Reusner (Opus genealogicum catholicum, Francofurti, 1592), dal
Pingonio (Suxoniae Sabaudiaeque Ducum arbor gentilit., Aug.
Taur., 1581), rileviamo che da Witeckindo il Grande, Re dei
Sassoni, { 807, nacque Wiberto, Duca di Sassonia, | 825, e da
questi Walberto, { 856, che fu padre di Teodorico I, Conte di
Ringelheim, da cui Immod o Amedeo, padre di Beraldo, Conte di
Moriana, { 988, avo di Umberto Biancamano.
L'opinione dell’ Henninges era tanto incerta che in altro punto
della sua opera (pag. 3) egli dà per figlio a Witekindo il Grande
un Witekindo II invece di Wiberto, ed a questi un Witekindo ITI,
che dice padre di Roberto il Forte, stipite della Casa di Francia.
Ma dagli autori citati più sopra risulta che Teodorico di Sas-
sonia non ebbe che Tierrico o Teodorico juniore, Conte di Rin-
gelheim. Immed e non Immod era fratello e non figlio di Teo-
dorico sentore. Era cioè figlio di Walberto, morto nell’ 856,
quindi era nato prima di quell’anno, nè poteva essere.avo del
Biancamano.
È vero che il Guichenon (Histoire généalog. de la Maison de
Savoie, Lyon, 1677), dopo aver detto giustamente Immed figlio
di Wilberto, con l'aggiunta di un nuovo personaggio, rende pos-
sibile la derivazione del Biancamano da Immed, Duca di Andria.
È desso un Ugo, Marchese d’ Italia, | 1007, e in questo il Gui- 4
chenon concorda con gli storici Delbene e Quesnay, che dicono —
Umberto nipote di Ugo, Marchese d’ Italia.
Lodovico Antonio Muratori, nelle sue Antichità Estensi (Pre- di
fazione, f. XVIII), dice che i genealogisti furono tratti in errore
dalla Storia di Lodi del Morena, dove parla di... Umberti de —
SULLE ORIGINI SABAUDE 531
Saxronia fili quondam Amadei qui dicitur Comes de Maurienna.
Il Muratori prova che quel Saxonia non è che un errore di
inesperienza paleografica, e che venne confuso col Savogia e
Savogna delle vecchie carte.
Delbene (De Legno Burgundine ecc.), e Quesnay (Annales
Masstl.), dicono Ugo, Marchese d’Italia, figlio di Ugo il Grande,
Duca di Francia, Conte di Parigi ({ 956), discendente da Roberto
il Forte per Roberto Re di Francia (} 923). Ma Ugo il Grande,
Duca di Francia, Conte di Parigi, dalla moglie Edwige, figlia
d’ Enrico 1’ Uccellatore, Re di Allemagna, ebbe vari figli maschi,
però uno solo di nome Ugo, e fu il celebre Ugo Capeto, Re di
Francia. Questo sistema viene quindi confutato da tutti gli storici
della Real Casa di Francia.
Anche il Duchesne, nella sua Histoire des Rois, Ducs et Comtes
de Bourgogne, fa discendere Umberto da un Ugo, ma è questi
il Re d’Italia, figlio di Tebaldo, Conte d’Arles o di Provenza;
da lui un Uberto, naturale, Marchese di Toscana (970), padre
questi del Biancamano. Uberto invece sposò Willa di Spoleto,
dalla quale non ebbe che un unico figlio, Ugo, e non Umberto,
$ 1007, senza prole (Bouchet, Hist. de Provence, Dom. Bouquet,
Histotre des Gaules, ecc.). È questi il medesimo Ugo che il Guiche-
non dice figlio d’'Immed, duca d’Angria e padre del Biancamano.
Lo storico Delille (Vedi Chazot, Genéalogies historiques, tom. II,
pag. 30, vuole Gherardo o Geroldo (e non più Beroldo) figlio di
Alberto conte di Ginevra, 1001. Viveva infatti nel xIr sccolo
Gerardo o Gherardo conte di Vienna, fratello di Rinaldo e di
Anna ambedue conti di Ginevra e discendenti dalla casa di Bor-
gogna, ma che da lui nascesse Umberto Biancamano nessuna
prova adduce il Delille; egli trovò un Geraldo o Geroldo, nome
che si confonde facilmente con Beraldo e Beroldo e questo gli
bastò. Geroldo nacque verso la fine del x secolo. Era quindi coe-
taneo del Biancamano e non poteva essergli padre.
L’ Eccard (Origines regiae Ducum Sabaudicorum), il Chazot (Gé-
néalogies historiques) ed altri sostenitori dell'origine borgognona
fanno discendere Umberto Biancamano dai conti di Macon, ma
vi è fra essi contraddizione poichè alcuni lo vogliono derivato da
quelli per linea mascolina, altri per linea femminina. Il Chazot
dice che da Alberico II di Macon { 975 nacque Umberto ;. da
532 SULLE ORIGINI SABAUDE
questi Umberto II e finalmente da quest’ultimo Umberto III il
Biancamano. Invece l’ Eccard dice che da una femmina, figlia
dello stesso Alberico e moglie di Uberto conte di Moriana nel 920
nacque Umberto (957) padre di Beroldo o Bertoldo! Nell’art de
verifier les dates ed in altri accreditati autori troviamo che Albe-
rico II di Macon, dalla moglie Ermengarda, figlia di Renato
conte di Roucy, ebbe diversi figli cioè: Letaldo conte di Bor-
gogna e Macon } 970; e Guglielmo che un anno dopo la morte
del fratello ne sposava la vedova.
Il conte Cibrario che volle dimostrare Umberto Biancamano
figlio di Berengario Guglielmo detto Beroldo e Otto Guglielmo
conte di Borgogna e di Irmentruda figlia di Renato conte. di
Roucy, e sorella di Ermengarda di Macon, secondo gli autori
citati, divenne dunque zio di Letaldo II e per conseguenza del
supposto fratello di questi, Umberto o della donna che Eccard
vuole sposa del conte di Moriana Umberto. Così seguendo il
sistema del Chazot, Otto Guglielmo sarebbe prozio del proprio
figlio (secondo il Cibrario) e col sistema dell’Eccard lo sarebbe
di sè medesimo!!! 5
Il Chazot ed altri autori asseriscono che prima moglie di Otto
Guglielmo fu una figlia di Alberico III conte di Macon. Invece
le due figlie di Renato conte di Roucy, Irmentruda ed Ermen-
garda sposarono la prima Otto Guglielmo e la seconda il conte
Alberico II di Macon. Guido figlio di Guglielmo e d’ Irmentruda
sposò Adelaide nata di Ermengarda e di Alberico II e sorella
del conte Letaldo II padre di Alberico III il quale procreò al
dire del Chazot la supposta prima moglie di Otto Guglielmo.
Questi avrebbe dunque sposato l’abnepote della sua seconda mo-.
glie e il conte Guido figlio di Otto Guglielmo avrebbe sposato
in Adelaide la prozia della prima moglie di suo padre!!!
Il barone Carutti partigiano dell'origine borgognona (Umberto
Biancamano e il re Ardoino; Delle origini Umbertine ecc.). ha
voluto dimostrare Umberto Biancamano figlio di un Amedeo di
Savo]ja Belley, discendente da un Amedeo il Vecchio nel 926.
Il sig. Ferdinando Gabotto (Una nuova ipotesi sulle origini di
Casa Savoja 1885) riescì a dimostrare che un Amedeo il Vecchio
conte forse in Borgogna nel 926 discendeva dai conti di Lyon
per Gerardo sire di Beaujeu. Il barone Carutti fonda le sue asser-
end iii cante Mint e
IL
Sat, e “*_
SULLE ORIGINI SABAUDE 533
zioni sull’uguaglianza di legge professata dagli antichi principi
di Savoja e dai personaggi che egli ci dà a conoscere, sulla
ripetizione dei nomi di battesimo, sull’ identità o almeno la vici-
nanza dei dominîì e finalmente sul titolo di conte di Savoja Bel-
ley di cui si trova insignito un Umberto nel 977 fratello di Oddone
vescovo di Belley dal 1000 al 1003.
Eccoci ora a dimostrare l’inesattezza di questa genealogia :
Fino dall'anno 812 si ha memoria di un Bosone conte di
Moriana; da lui discesero altri conti di Moriana, i quali però
non hanno attinenza alcuna con la Casa di Savoja, e così il
titolo di Conte di Savoja Belley dato ad Umberto nel 977 prova
forse che egli appartenesse alla famiglia reale di Savoja? — Il
Carutti riporta un documento del 926, che ci rivela l’esistenza
di un Amedeo; un altro documento del 943 in cui apparisce un
Humbertus. E in una carta del 977 troviamo Signum Amadei
comitis; Signum Umberti comitis.
Ora il Carutti dice quest Amedeo figlio dell’ Umberto, nomi-
nato nel documento del 948, fratello di Umberto conte di Sa-
voja-Belley e padre del Biancamano.
Dall’ Ughelli (It. Sacra), dal Koeler (Dissert. de fumil. Aug. Ca-
roling.), dal Bouchet (vedi Chazot, Généalogies historiques) e da
altri autori rileviamo che padre di Umberto conte di Savoja-
Belley e di Odone, vescovo di Belley nel 1000, fu un Amedeo
conte di Vienna nel 977, fratello di altro Umberto conte e figlio
legittimo di Carlo Costantino principe del Viennese ({ 951) figlio
quest’ ultimo di Luigi II, re d’Italia e imperatore (f 923).
L’Amedeo che figura nel documento del 977 non è altri che
il conte di Vienna, il quale è forse lo stesso Amedeo dell’anno
1000, come l Umberto che dal Caratti vien detto Biancamano,
è lo stesso conte di Savoja-Belley e così l Umberto del 943-980
e il conte di Belley non sono probabilmente che una sola per-
sona, oppure quegli è lo zio di questi, cioè Humbertus Comes
figlio di Costantino { nel 977 senza prole. Figli di Umberto di
Savoja-Belley furono, secondo il Carutti, un Burcardo, vescovo
di Lione dal 1022 al 1046; un Odone | 1057 e un Amedeo conte
di Belley nel 1030, e padre di Umberto o Uberto conte e di
Aimone vescovo di Belley (1050). Ora noi troviamo troppa con-
cordanza di fatti, di nomi e di date fra i figli di Umberto di
534 SULLE ORIGINI SABAUDE
Savoja-Belley e quelli di Umberto Biancamano per giudicarli
personaggi differenti. È
Infatti Amedeo I, detto la Coda, conte di Moriana e di Sa-
-voja (f 1050), dalla moglie Addila ebbe un figlio Umberto o Uberto
conte, premorto al padre come attesta il Cibrario; Odone se-
condogenito del Biancamano morì prima del 1060. Burcardo il
terzogenito sposò Ermengarda e lasciò un figlio chiamato Aimone,
forse il vescovo di Belley nel 1050. Il Burcardo del Carutti,
appare invece arcivescovo di Lione dal 1022 al 1046, nella quale
epoca quella sede arcivescovile era appunto occupata da un Bur-
cardo; però possiamo asserire recisamente che egli non appar-
teneva alla Casa di Savoja nè a quella di Belley, ma era figlio
del re delle due Borgogne, Corrado il Pacifico, come lo attesta
un privilegio del 1031, nel quale Rodolfo III ré di Borgogna,
lo chiama amantissimus frater (vedi Bouquet, Bouchè, Mabillon,
d’Achery, ecc.).
In conclusione, il sistema del Carutti nacque da una deplo-
revole confusione di nomi e di date, poichè anche ammettendo
che i voluti conti di Belley fossero diversi dai loro omonimi di
Casa Savoja, resta chiaramente dimostrato che non potevano
derivare da un comune stipite.
Il du Bouchet (ap. Chazot) confonde Umberto Biancamano
con Umberto di Savoja-Belley, e lo dice figlio d’ Amedeo I conte
di Vienna (viv. 977).
Alcuni sostenitori dell'origine borgognona, dissero Umberto
nato di Rodolfo III re di Borgogna, ma questo principe non
ebbe figli, quantunque avesse preso due mogli, talchè la corona
passò al di lui nipote Ugo conte di Champagne.
Altri autori ce lo presentano della famiglia dei conti d’Albon,
delfini del Viennese e finalmente il Gabotto cit., sulle orme del
Carutti, gli dà per ascendenti i conti di Lione ed i signori di
Beaujeu.
Monsignor della Chiesa, nel suo discorso sull'origine della
Casa di Savoja, dice Umberto Biancamano, figlio di Ottone,
marchese d’Italia, e di Adelaide, marchesa di Susa. Ma questo
sistema non regge alla cronologia, perchè Umberto nacque fra
il 990 e il 1000 e Ottone sposò nel 1045 Adelaide marchesa di
Susa (vediil Muratori, Antichità Estensi, ed altri), Ottone o Odone È
SULLE ORIGINI SABAUDE 535
nacque di Umberto e di Ancilla, e forse il Della Chiesa pospose
il padre al figlio.
Anche Giambattista Modena (Discorso sull’origine di Casa Sa-
voja), attribuì ai Reali di Savoja un'origine italiana ma li disse
derivati dai conti di Milano, ed elimina Beroldo ed Umberto
Biancamano e così pure Amedeo I, Aimone e Burcardo fratelli
d’Odone e dà per stipite alla Casa di Savoja Amedeo figlio di
Odone e nipote di Manfredi o Mangifredo, conte nel 988.
Era Amedeo II, conte di Savoja, per sua madre Adelaide,
nipote appunto di Manfredi conte e marchese di Susa, vivente
nel 1014. Questi, secondo il Guichenon, derivava da un Olde-
rico Manfredi di Aimone, marchese di Susa. Il Muratori (Anti-
chità Est., pag. 148) combatte questa genealogia e dice Olderico
Manfredi nipote di Arduino, marchese di Susa. In ogni maniera
troviamo troppa analogia fra gli antenati materni d’Amedeo II,
conte di Savoja e gli antenati paterni a lui attribuiti dal Mo-
dena, per ritenerli personaggi differenti.
Il Cibrario, finalmente, dice Umberto Biancamano figlio di
tto Guglielmo detto Beroldo, conte di Borgogna ( 1027) figlio
di Adalberto d'Ivrea, re d’Italia e nipote di Berengario.
Il titolo di conte di Borgogna pervenne ad Otto Guglielmo
per avere sua madre Gerberga, figlia di Ugo, conte di Borgogna
sposato in seconde nozze (965), Enrico il Grande duca di Bor-
gogna il quale adottò il figliastro. Questo è il solo sistema che
regge alla critica, ma non è sufficentemente documentato. Ci
sarebbe facile accettando questo sistema, di dimostrare Umberto
Biancamano disceso per due linee strettamente congiunte dal-
l’imperatore Carlo Magno. Giova sperare che nuovi documenti
possano risolvere questo problema storico, quantunque la Casa
di Savoja non abbisogni di risalire più oltre la sua genealogia,
perchè fu sempre considerata la più illustre Casa di Francia,
dopo la casa regnante ed è indubbiamente una delle più antiche
e gloriose famiglie sovrane d’ Europa.!
FeERRUCCIO PASINI-FRASSONI.
! Lo stemma della casa di Savoja era anticamente l’aquila nera in
campo d’oro. Aggiunse poi la croce d’arg. su rosso, ma essa, posta nel cuore
dell'aquila non dovrebbe mai essere da questa disgiunta.
LA NOBILTÀ BENEVENTANA
Nobilitate aliquem donare, in nobilium
ordinem adscribere et illustre facere.
PLINIO.
Come per il Ducato di Benevento, anche la nobiltà beneven-
tana era retta da proprie norme, non comuni ad alcun’ altra
Delegazione degli Stati della Chiesa.
La speciale legge che regolava le negozia civili e penali del-
l'antica capitale del Sannio, era denominata STATUTA CrvitATIS
BexnEveNTI, corroborata sulle Bolle degli antichi Papi, ed am-
pliata e perfezionata da disposizioni dei Sovrani Pontefici, che
st successero dal 1263, e più propriamente da quelle emanate
da Clemente IV, San Pio V, Clemente VIII, ecc., dalle quali
largamente rifulge la saggezza dei sovrani ed il grande amore
che pel Ducato di Benevento nutrivano.
Larghissima parte era data ai nobili nell’amministrazione
della cosa pubblica, imperocchéè l’art. 1 dello Statuto prescriveva
che il ConsiLiom CivitatIs fosse composto di 48 membri cioè:
duodecim nempe nobiles, duodecim nobiliter viventes, duodecim arti-
fices et duodecim agricolas. Erano inoltre riservate di diritto alla
sola nobiltà patrizia, le cariche di Gonfaloniere, Capoconsole,
Agente o Ambasciatore del patriziato e della città presso il Vati-
cano, Giudice dei Catapani, Officio dei Casali, Sindacatore degli
! Lo statuto di Benevento ebbe quattro edizioni, pubblicate negli anni
1589, 1604, 1647 e 1717. Naturalmente quest’ultima è la più completa, edita
per ordine dei consoli patrizi Giuseppe Ursolupo e Gian Girolamo Albino,
ed affidata per la stampa ed inserzione in*testo unico di tutte le relative
sovrane disposizioni fino allora emanate dai Pontefici, al dottissimo arci-
vescovo Nicola Saverio Albino, che la corredò inoltre di una tavola lito-
grafica, riproducente Benevento riedificata dopo il terremoto del 1688, che
l’abbatteva quasi interamente.
|
È
eg SI 94
LA NOBILTÀ BENEVENTANA 537
. officiali, Conservatore degli Statuti, Deputati dei confini, Custode
del suggello (carica che si conferiva al nobile più vecchio), Av-
vocato o Consultore della città, Ambasciatori, Deputazioni straor-
dinarie, Amministratore dell'Annunziata, Custode delle chiavi
della cassa della fiera di San Bartolomeo, ed altre moltissime,
poi, in concorso dei popolari, il tutto come si legge nell'ordinanza
della Sacra Consulta del 21 settembre 1594, conservata in forma
autentica nell’archivio dei Nobili, e riportata a pagina 193 dello
statuto Beneventano: Distributio officiorum Civitatis Beneventanae.
Ne conseguiva che, essendo la metà del Consiglio composta
di nobili, ed avendo questi diritto alle maggiori cariche citta-
dine, nelle mani loro restava tutta la res publica, data l’igno-
ranza e l’ignavia degli artifices et agricolas in quei tempi.
Era quindi precipuo scopo della vita, per coloro cui fortuna
aveva largamente sorriso, agognare l'aggregazione nel ceto dei
nobili, che rappresentava la intelligenza ed il censo, ed ammesso
e facente parte delle alte sfere sociali, godeva di quel credito
e prestigio, formanti l'assoluta prerogativa della nobiltà.
La irremisibile vicenda umana che continuatamente e fatal-
mente abbatte ed innalza le famiglie, consigliò Papa Paolo III
(Farnese) di riunire e disciplinare le antiche norme per l’aggre-
gazione delle famiglie alla nobiltà, e, con Breve del 1548, pre-
scrisse:
l° che gli aggregandi dovessero dimostrare di aver vissuto,
per oltre un secolo, come nobili (saltem per saeculum more nobi-
lium wvixerit), cioè, che almeno per un secolo fossero vissuti di
laute rendite proprie, non avessero esercitato arti o mestieri
vili, tenessero carrozze, servitù, abitazioni, ecc.: cum more no-
bilium; e si fossero distinti per intelligenza e cuore, per servizi
resi allo Stato ed alla patria, e per opere benefiche a pro del-
l'umanità e della fede.
2° dimostrare di aver contratto matrimoni con famiglie
nobili, e diventati, per conseguenza, affini delle stesse, e di aver
dato e ricevuto ricche doti;
8° di essere beneventani, o per dimora, o per possedimenti
e proprietà estesi ed ubertosi, quali a nobili si conveniva.
Papa Clemente XII (Corsini), con Breve del 1735, riconfer-
Rivista del Collegio Araldico (settembre 1904). 34
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538 LA NOBILTÀ BENEVENTANA
mava gli accennati requisiti occorrenti per l'ammissione alla
nobiltà, facilitando però l'aggregazione a coloro che per tre anni
avessero goduta la decorazione per Arma, LitERAS ET DIGNITATES
EqQuEsTRES, e la stessa facilitazione prescriveva a favore dei pre-
lati, che per tre anni avessero esercitato cariche illustri, (quod
ex Nobilbus futuris per arma, literas aut dignitates Equestres no-
minari nequirent per electoresnovorum Consiliorum in Nobiles dictae
civitatis, nisi transactis tribus annis post acquisitam ab eis Nobi-
litatem, et accedent voluntate, seu assensu majoris partis Nobilium,
qui eo tempore in praefato consilio adessent... qui vel ad aliquam
insigne praelaturam ecc.).
Tali requisiti non derogavano mai al dritto dell’ Assemblea
dei nobili patrizi, che deliberava con la maggioranza dei due
terzi di voti, (congregato, îidique per duas ex tribus partibus votorum
seu sufragiorum que ut praescribitur secrete ferantur). Tale diritto
era gelosamente custodito dai patrizi, non lasciandosi imporre
nè da alte influenze e personalità, nè da commendatizie o ri-
guardi di qualsiasi specie, e dagli atti dell'Archivio della nobiltà,
occorre spesso rilevare, che talfiata non tennero couto neanche
delle raccomandazioni dirette dei Pontefici, i quali, ad. onor del
vero, rispettarono sempre la prerogative del patriziato, non insi-
stendo sull’accettazione degl’individui proposti, nei casi del con-
trario voto nobiliare, ne mostrando risentimento alcuno.
Così si creava la nobiltà patrizia! imperocchè il ceto di
NoBIiLES VIVENTES era costituito da quelle famiglie che, vivendo
more nobilium, non ancora possedevano totalmente i requisiti per
ottenere l'aggregazione al patriziato.
La nobiltà patrizia era tutta feudataria o titolata, salvo qualche
rarissima eccezione, quantunque vi fossero famiglie feudatarie
e titolate, che non vollero o non curarono chiedere l'iscrizione
al patriziato.
Cento famiglie componevano il Libro d’oro beneventano, ma
pare che tal numero, in ogni epoca, non fosse stato mai com-
! Pubblicheremo notizia speciale di ciascuna famiglia, mentovata nel
‘presente, non appena ci saranno forniti dagl’interessati elementi precisi ed
indiscutibili.
v L'ietiiàiade
LA NOBILTÀ BENEVENTANA 539
pleto, per quante indagini avessi all'uopo espletate nell’archivio
dei nobili, in quello dell’Arcivescovado e nella biblioteca pub-
blica arcivescovile presso il Seminario, donata alla città dall’ar-
civescovo Francesco Pacca 1746.
Il più completo elenco si rileva dalla BENEVENTANA PinaAco-
THECcA di Giovanni de Nicastro, edita nel 1720. Esso rimonta al
1102, e da quelle famiglie uscirono i cento nobili recatisi oratori
a Papa Pasquale II, per promuovere ed ottenere privilegi e fran-
chigie alla città (ut centum nobiles ad Summum Pontificem Pa-
scalem LI, anno 1102, ablegaverit oratores, familiae in praesenti
nobilium albo cooptatae sunt. ..).!
Molte di queste famiglie esistono tuttavia, ma qui notiamo
quelle che oggigiorno in Benevento, domiciliano o vivono? indi-
cando a ciascuno il capo-stipite, naturalmente posteriore al 1109,
! Benevento fu sempre prediletta dai sommi Pontefici, ma papa Pa-
squale II (del quale tanto si è occupata questa Rivista a pagini 257, 331
a 45] del corrente anno) l’ebbe in special predilezione. Spinto da singolare
interessamento, o dalle tristi vicende politiche che funestavano il suo regno
in quell’epoca nefasta degli antipapi, sia per le pretensioni anche dei Nor-
manni e per subdola condotta di Arrigo (V. fra i re di Germania e IV fra
gl’imperatori) il S. Padre rivolse le sue cure verso la città di Benevento, per
averla salda e ferma alla direzione sua: in tempi così torbidi e malagevoli, come
afferma Stefano Borgia a pag. 117 vol. II, delle Memorie Storiche di Be-
nevento. Infatti, sfidando le difficoltà di lunghi e disagiati viaggi, per ma-
lagevoli strade ed attraverso cupe e secolari foreste, popolate di animali
feroci, e spesso anche da banditi, il 23 settembre 1101 la visitò con gran
pompa. Nell’ottobre 1102, e nei seguenti anni 1103, 1105 e 1106 vi fece ritorno.
Nel 1108 vi tenne un primo Concilio, e nel 1110 era di bel nuovo in Bene-
vento. Onorò novellamente la città nel 1113 e nei giorni 11 e 12 di feb-
braio vi solennizzò un altro Concilio. Nel 1119 vi fu di bel nuovo per la
nona volta, ospite graditissimo, e nel 1116, insospettito delle intenzioni di
Arrigo IV predetto, che moveva armato su Roma, trovò opportunissimo
rifugiarsi nella sua fedele Benevento, ove nell’aprile del 1117 presenziò un
un terzo grandioso Concilio, formato da 113 prelati, ove si deliberò la sco-
munica di Maurizio Burdino, arcivescevo di Praga, che poi nel 1118, per
‘opera di Arrigo stesso, fu antipapa col nome di Gregorio VIII Vedi, fra
‘altri, Falcone, Cronaca di Benevento, gli altri volumi del Borgia predetto,
il Thesaurus Antiquatum Beneventanarum del vescovo Giovanni de Vita, ed
Isernia, Istoria di Benevento.
? Ci riserbiamo, occorrendo, parlare delle altre.
540 LA NOBILTÀ BENEVENTANA
poichè in quell'epoca, la quasi generale ignoranza, non fece te-
ner conto preciso della storia di ciascuna famiglia.
Ursolupo. Deriva da Giuseppe, 1695. Inscritta al patriziato
nel detto anno 1695. È superstite di tale famiglia la marchesa
Carmela, maritata al marchese Onofrio de Simone.
De Simone. Ebbe origine da Oliviero, 1264. Inscritta nel
1688. Rappresentata dal marchese Onofrio de Simone, predetto.!
Schinosi. Sorse da Francesco, 1659. Inscritta nel 1661. Rap-
presentata dall'arcivescovo di Marcianopoli, monsignor Francesco
Paolo Schinosi.
Terragnoli. Discende da Iacomo, 1620. Inscritta nel 1621.
Rappresentata dal marchese Francesco Lucina-Terragnoli delle
Cammarelle.
Roscio. Originaria di Giovanni Battista, 1600. Inscritta nel
1624. Rappresentata dal marchese Carlo Roscio di Santa Lucia
e suo figlio Giovanni.
Perrotti. Cominciò da Scipione, 1623. Inscritta nel 1626.
Rappresentata dal marchese Giuseppe Perrotti e da suo figlio
Salvatore. È commendatore del sovrano Ordine di Malta Fran-
cesco Paolo Perrotti, fratello del precedente marchese Giuseppe,
ed è Delegato dal Gran Priorato delle due Sicilie presso il Gran
Magistero dell'Ordine in Roma. L’alto, delicato edimportantissimo
incarico triennale, gli è stato meritevolmente riconfermato da
oltre cinque lustri. È ora occupato a scrivere la Storia Crono-
logica del Sovrano Ordine di Malta ed il Martirologio dei Cavalieri
dell'Ordine stesso, dando splendida prova della sua intelligenza
e non comune coltura.
Della Vipera. Si vuole esistesse nel vir secolo cristiano, 663.
Deriva storicamente da Nubilione e Riccardo Oppidi Viperae Co-
mitibus, 1052. Inscritta al patriziato da tempo immemorabile. *
Nella tav. II, a pag. 260 della Rivista del Collegio araldico del 1903, fu
riprodotto lo stemma per la collezione da offrire al Santo Padre.
? I signori Della Vipera dal 1459, come dagli atti dell'Archivio dei
nobili, che data da detto anno, figurano sempre intervenuti nelle assemblee
dei nobili. Così pure per le famiglie Pacca, Morra, Capobianco e Dell’Aquila.
Forse qualche notizia sulla loro iscrizione si sarebbe trovata nel I volume
degli atti dell'Archivio dei nobili, ma disgraziatamente andò perduto nel
terremoto del 5 giugno 1688.
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LA NOBILTÀ BENEVENTANA 541
È superstite la sola contessa Clementina della Vipera, maritata
al marchese Vincenzo Albino dei Sassinoro.
Albino. Discende da Orazio, 1480. Per Paolo inscritta nel
patriziato nel 1613 e Vincenzo, riaggregato nel 1695. Rappre-
sentata dal marchese Vincenzo Albino dei Sassinoro, predetto,
e da suo nipote Nicola del fu cavaliere cadetto Ciro Orazio, suo
fratello immediato.!
Pacca. Originaria da Giovan Guglielmo di Pietro, 1200. Pa-
trizia da tempo immemorabile. Rappresentata dal marchese Ca-
millo Pacca di Matrice. Suo zio Orazio Pacca fu Giuseppe è
commendatore del Sovrano Ordine di Malta.
Mosti. Sorse da Andrea, 1695. Inscritta nel 1695. Rappre-
sentata dal marchese Antonio Mosti.
Morra. Ebbe origine da Alberto, monaco cassinese, poi Papa
Gregorio VIII, 1174. Patrizia da tempo immemorabile. Rappre-
sentata dal principe Goffredo de Morra, duca di Mancusi.
Colle ed Enea fuse ora in Collenea. Ebbe principio da Tom-
maso, 1695. Inscritta nel 1695. Rappresentata dal conte Salvatore
Collenea e suo figlio Raffaele.
Capobianco. Originata da Caio Rufo, 1012. Patrizio da tempo
immemorabile. Rappresentata dal marchese Giulio Capobianco
di Carife? geloso custode dell'Archivio dei nobili, di che gli va
tributata ampia e meritata lode.*
1! Lo stemma per la collezione da offrire al Santo Padre, fu inserito
nella tav. IV, a pag. 405 della Rivista del Collegio araldico, 1903. Vedi pa-
gina 101 del presente volume, ove lungamente parlammo di tale illustre
| famiglia. i (N. di R.).
? Vedi lo stemma per la Collezione come sopra, incluso nella tav.I,a
pag. 196, detta Rivista, 1903.
® È) la stessa famiglia mentovata erroneamente per Di Carisi a pag. 700,
della Rivista medesima del 1903.
‘4 Qui cade: acconcio notare che per quanto ben custodito e tenuto è
l'archivio dei nobili: per quanto sia discretamente curata e conservata (pur
lasciando a desiderare, non per colpa degli attuali preposti) la biblioteca
pubblica arcivescovile presso il Seminario: per quanto sia lodevole la te-
nuta dei pregevoli manoscritti e pergamene longobarde nella biblioteca del
Capitolo Metropolitano, per altrettanto nell'archivio del vescovado regna la
massima delle confusioni. Il mirabile ordine datovi nel 1693 dal suo fon-
5492 LA NOBILTÀ BENEVENTANA
Capasso, Deriva da Annibale, 1265. Inscritta nel 1568. Rap-
presentata dal conte Pietro Capasso delle Pastene.
Capasso. Il cavaliere Vincenzo, fratello del precedente conte
Pietro, pel suo matrimonio con la signora Carolina Torre, figlia
unica del celebre generale Federico Torre, il cui fratello sena-
tore Carlo, morto senza prole, ebbe titolo di conte di Capraia,
ha dato origine a questa casa, rappresentata dalla sua vedova e
dal figlio conte Giovanni Capasso-Torre di Capraia.
Dell'Aquila. Sorse da Leone, 1362. Patrizia da tempo imme-
morabile. Rappresentata dal barone Giovanni Dell’Aquila di Gi-
nestra la Montagna e suo figlio Ubaldo.
Non comprese nell’albo nobiliare del De Nicastro, vivono e
domiciliano in Benevento, le seguenti altre famiglie, inscritte
posteriormente al patriziato.
Parisio. Deriva da Guglielmo e Gualtiero, 1200. Inscritta nel
1849, apparteneva però fin dal 1590 al patriziato di varie città
del Regno di Napoli. È rappresentata dal marchese Ernesto Pa-
risio di Panicocoli e suo figlio Pietro.
Vastalegna. Ebbe origine da Ignazio, 1725. Inscritta nel 1725.
Rappresentata dal nobile cavaliere Bernardo Vastalegna e suo.
figlio Vincenzo.
Coscia-Bacio-Terracina. Discende da Cesare, 1695. Inscritta.
datore e grande benefattore di Benevento, l’indimenticabile cardinale Vin-
cenzo Maria Orsini, poscia Benedetto XIII, è distrutto. Sono inutili le ru-
briche ed i prontuarii che non guidano più alla ricerca di alcun che. È
chiaro che per dar luogo a nuovo materiale, i pregevoli volumi antichi,
sono stati ritenuti pressochè inutili e collocati, anzi accatastati alla rinfusa,
di qua e di la, rendendo, se non impossibile, difficilissimo consultarli, con
grave sperpero di tempo che disamina e scoraggia lo studioso. La dottis-
sima ed eletta mente dell’attuale arcivescovo il nobilissimo monsignor Be-
detto Bonazzi dei conti di S. Nicandro, ignora certo lo stato anormale del
suo archivio, altrimenti, conoscitore profondo come è di tale cose, vi avrebbe
al certo riparato. Auguriamoci che, mercè la sua dotta ed illuminata guida,
cessi presto il disordine che regna sovrano in detto archivio, e ne avrà
nome ed aureola di benefattore, e riconoscenza eterna di questa città, che
egli tanto teneramente ama, e ne è ricambiato di centuplicato amore e
considerazione.
FTT STa
LA NOBILTÀ BENEVENTANA 543
nel 1695. Rappresentata dal marchese Antonio Bacio-Terracina-
Coscia e suo figlio Marcello.
Latini. Ebbero origine da Dario, 1592. Inscritta nel 1592.
Rappresentata dal barone Giovanni Latini di Santa Maria a
Toro e suo figlio Mario.
Cardona-Albino. Originaria di Bartolomeo, 1695. Inscritta
nel 1695. Rappresentata dal barone Salvatore Cardona-Albino
e suo nipote barone Vincenzo Cardona-Albino ed il figlio di
quest’ultimo Francesco-Paolo.
De Cillis. Ebbe principio da Tommaso, 1627. Inscritta nel
1627. Il ramo vivente in Benevento è rappresentato dal conte
Ottavio de Cillis. Ì
Andreotti. Discende da Pietro, 1780. Inscritta nel 1849. Rap-
presentata dal marchese Pietro Andreotti di Mascambruno.
Nè vanno inoltre dimenticate tre altre famiglie nobili, stabi-
lite e viventi in Benevento, cioè:
Bosco-Lucarelli. Patrizia aversana. Rappresentata dal ba-
rone Giovanni bosco-Lucarelli e suo nipote Pier Celestino fu
Raffaele.
De Giovanni. Rappresentata dal principe di Gutter Santa Se-
verina Nicola de Giovanni. Suo fratello Vincenzo de Giovanni,
duca di Santa Severina, è cameriere segreto di cappa e spada
des Pio X'
Buglione di Monale. L'ingegnere Giovanni Battista del fu
conte Giuseppe di tale illustre casa, patrizia della città di Savona,
col suo matrimonio con la signora Nazarena Pilla, impiantò la
sua famiglia in Benevento, rappresentata attualmente dalla sua
vedova e dal figlio nobile Giuseppe Buglione dei conti di Monale
con Bastia.
Della NoBILTÀ VIVENTE, ecco le famiglie che tuttora esistono;
Colle e De Vita (fuse), rappresentate ora da Giuseppe, reli-
gioso nella Compagnia di Gesù, e Francesco e Gaetana Colle
de Vita.
! Vedi pag. 724, Rivista del Collegio araldico, 1903.
544 LA NOBILTÀ BENEVENTANA
Coppola. Rappresentata dall'avv. Mario Coppola e suo figlio.
Gaetano. i
Cosentini. Due famiglie: rappresentate dagli avvocati Na-
zareno Cosentini fu Ottavio e Domenico Cosentini fu Ilario.
Fiorenza. Rappresentata dai fratelli Nicola e Francesco Fio-
renza fu Ludovico.
Feuli. Rappresentata da Carlo Feuli e suo figlio avvocato
Alfredo.
Limata. Rappresentata da Angelo Limata e suo figlio Nunzio.
Mutarelli. Rappresentata da Barbato Mutarelli fu Domenico.
Parziale. Rappresentata dall'avv. Vincenzo Parziale e suo
figlio Benedetto.
“ Inter faustam, infaustamque fortunam noblitatis gloria, adeo
semper excelluit Beneventum, , esclama il predetto De Nicastro,
e con orgoglio rammentiamo che il patriziato beneventano dette
alla Chiesa i Papi: San Felice III (a. d. 526 della famiglia
Fimbrio, estinta), San Vittore Ill (1086, famiglia Epifania estinta
in Morra) e Gregorio VIII (1185 famiglia Morra predetta e vuolsi
che a tale casa appartenesse anche San Lino Papa, successore
di San Pietro nel 66, e che soffrì il martirio sotto Vespasiano).
Di moltissimi santi e beati (fra cui il vescovo San Gennaro
patrono di Napoli) va superba Benevento, ma notiamo sola-
mente, per brevità, quelli che appartengono a famiglie tuttora
viventi.
Beata Daniella Della Vipera, monaca domenicana nel 1280.
Venerabile Paolo Capobianco, monaco dei Fate Bene Fra-
telli nel 1600.
Beato Filippo Terragnoli, nel 1740.
Venerabile Giacinta Capasso, monaca benedettina nel 1480.
Un numero considerevolissimo inoltre, vanta Benevento di
cardinali (fra cui il celeberrimo cardinale Bartolomeo Pacca,
segretario di Stato di Papa Pio VII all’epoca dell’epopea napo-
leonica), arcivescovi, vescovi e prelati, ed in ogni tempo rifulse
nelle armi, nelle lettere, nella toga, nella diplomazia e nelle ca-
riche cittadine. A giusta ragione quindi il patriziato va altero
del titolo di Patrizio, diventato esclusivo delle famiglie che lo
. LA NOBILTÀ BENEVENTANA ©" 545
acquistarono, non essendo in facoltà dei sovrani il conferirlo, a
simiglianza degli altri titoli nobiliari. Ed auguriamoci che, tra-
montato presto l’attuale periodo di una malintesa democrazia
(cacciatrice spietata di titoli ed onorificenze) ritorni il patriziato
ad essere “argine all’anarchia, presidio della regale autorità,
restaurazione della morale e della fede! e perpetuare così la
tradizione anche della Vetustissima ac praeclarissima existimanda
est Beneventana Nobilitas, come il De Nicastro riconferma al
capo X della suaccennata Pinacotheca.
Benevento, settembre 1904.
March. Vincenzo ALBINO DEI SASSINORO
Patrizio beneventano.
ARALDICA
LO STEMMA DEL RE DI ETRURIA
Pel trattato di Luneville
(1801), il granducato di To-
scanatolto a Ferdinando III,
venne eretto in Reame di
Etruria a favore dell’unico
figlio dell’ Infante D. Ferdi-
nando duca di Parma, Lodo-
vico. Questo principe prese possesso del suo regno in quelmedesimo
anno, ma due anni dopo morì, lasciando la reggenza alla sua
vedova Maria Luisa di Borbone Spagna, figlia del Re Carlo IV,
tutrice del giovane infante Carlo Lodovico al quale fu dato il nome
di Lodovico II. Nel 1807 in seguito al trattato fra la Francia e
la Spagna, Maria Luisa rinunciò all’effimero trono. Nel 1808 le
armi francesi occuparono il regno e nel 1809 fu dato ad Elisa
Baciocchi, sorella di Napoleone I, la quale prese il titolo di Gran-
duchessa di Toscana.
Carlo Lodovico II divenne Duca di Lucca fino a che la sua
Casa rientrò in possesso del Ducato di Parma.
Lodovico I divenendo Re di Etruria si era formato uno stemma
che oggi costituisce una vera rarità araldica, non essendo stato
usato che per brevissimo tempo.
Quello che qui riproduciamo è il facsimile di una stampa
del 1803 e figura nel frontispizio di un opuscolo assai raro che
porta il titolo: Laudatio in funere Ludovici I Hetruriae regis habita
in Sacello Pontificio a Marco Antonio Cattaneo ex protonotariorum
collegio et S. Congregationis Consultae ponentibus. — Roma 1808.
Typis Palearinianis, in-4°,
Questo stemma vagamente sorretto da un angelo è inquar-
tato: nel 1° di Farnese, nel 2° di Gonzaga Mantova (la croce
rossa in campo d’argento cantonato dalle quattro aquile e senza
lo scudetto Gonzaga), nel 3° di Lorena, nel 4° d’Austria; sul
tutto inquartato di Castiglia e di Leon e sul tutto del tutto partito
di Borbone e di Medici. Corona chiusa, con quattro soli CoodLI
tre del quali visibili. i
Luici FILIPPI.
SETT RO O, ACI TO
STORIA
I SPIGOLATURE
PER LA STORIA DELLA INVASIONE FRANCESE A FERRARA
(1796-1814)
LUCTITT
mmm
Nell’Archivio di Stato di Roma si con-
serva un volume dal titolo: Repertorio dei
sudditi pontifici rientrati negli stati di N. S.
qualificatisi ufficiali reduci, ecc., che ap-
parteneva all'Archivio delle armi (1815),
je vi figurano non pochi ferraresi con l’in-
dicazione del grado che avevano sotto Na-
poleone, tenendo conto più che della loro
ji capacità, della loro condotta politica e
morale. Ho creduto utile per gli studiosi
delle cose patrie n periodo napoleonico di trascrivere questi nomi,
avvertendo che in tale repertorio si trovano soltanto coloro
che dopo la caduta del Regno Italico presero servizio nel-
l'esercito pontificio: Barbieri Vincenzo? (n. 1776), capo bat-
taglione di fant. (1803), eccellente condotta — Masi Alessandro‘
1 Nell’Archivio di Stato di Roma.
® Il Barbieri servi poi il governo pontificio col grado di colonnello. Ebbe
due figli, ufficiali dei dragoni pontifici, uno dei quali si fece frate. La figlia
sposò il conte Bennicelli di Roma.
3 Le date che seguono il grado indicano l'arruolamento.
‘4 Aveva il grado di colonnello. Divenne poi direttore della polizia pon-
tificia in Ancona. Apparteneva alla nobile famiglia dei conti Masi, oriundi
>» da Parma, ed era prossimo congiunto del conte Cosimo Masi, giudice dei
. Savi, gentiluomo di camera del duca di Parma che fu membro della giunta
548 SPIGOLATURE PER LA STORIA
(n. 1771), capo squadrone gendarm. (1797) - Mellina Giuseppe
(n. alla Stellata 1752), cap. artigl. (1797), prigioniero in Austria
- Roncaglia Antonio (n. 1773), cap. fant. (1797), ufficiale di niun
conto, muratista - Armari Carlo! (n. 1786), cap. fant. (1805), ot-
tima persona - Ferretti Giuseppe ? (n. 1770), cap. fant., ottimo
soggetto - Ferretti Pio? (n. 1763), cap. fant., ottimo soggetto -
Pietrobelli Luigi,* di Pieve di Cento (n. 1768) - Scardavoni
Giovanni (n. 1763), cap. fant., cattivo soggetto - Botticini Antonio
(n. 1777), ten. fant. (1803), duon ufficiale - Sanzi Gaetano *
(n. 1776), ten. fant. (1799), duon soggetto - Bertoletti Giuseppe, di
Vigarano (n. 1771), ten. fant. (1807) - Coatti Leoni Rinaldo
(n. 1777), ten. fant. (1312) - Lana Vincenzo (n. 1782), ten. fant.
(1801) - Magnani Luigi (n. 1790), ten. fant. (1801), eccellente -
Pisani Filippo (n. 1788) ten. artigl., duon giovane - Sarti Fran-
cesco, di Cento (n. 1780), ten. fant. (1801), duon giovane - Sereni
Carlo, di Sabbioncello (n. 1786), ten. genio (1807), condotta ambigua
- Bravi Girolamo * (n. 1779), ten. fant. (1802) - Finardi Antonio
(n. 1788), ten. fant. (1807) - Graziani Tommaso,® di Bagnaca-
vallo (n. 1788), ten. fant. (1807) - Lodi Carlo, di Cento (n. 1786),
ten. artigl. (1807) - Parmiani Stanislao, di Comacchio (n. 1786),
criminale nel 1797 e consigliere di prefettura nel 1505 e nel 1798 pubblicò
una relazione della festa patriottica dell'università, come nel 1782 aveva
pubblicato un ragionamento in lode dell’arcivescovo Mattei (!). Bartolomeo
Masi fu membro dei comizi di Lione (1804), prefetto del Rubicone e del
Basso Po, consigliere e magistrato municipale, cavaliere della corona ferrea,
accademico ariosteo, ecc.
! Di nobile ed antica famiglia]ferrarese, divenne tenente pontificio ; nel
1831 era capitano dei granatieri col comandante Pistocchi. Per questioni
politiche fu esiliato. Reintegrato nel grado servi nel battaglione dei seden-
tari e morì in età ancor fresca.
? Oltrepadano, poi al servizio austriaco.
? Passò anch’esso al servizio dell’Austria.
*4 Fu poi colonnello della guardia nazionale.
° Fu poi al servizio di Gioacchino Murat.
© Appartenne poi allo stato maggiore pontificio, divenne tenente colon-
nello il 21 marzo 1840 e morì dopo il 1852.
® Servi Gioacchino Murat e fu prigioniero in Austria.
* Servi Gioacchino Murat; ardente per la causa bonapartista.
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pe DENON O 3 LIT -
DELLA INVASIONE FRANCESE A FERRARA 549
ten. artigl. - Pasini Luigi! (n. 1786), ten. cavall. - Roli Giam-
battista, di Meldola (n. 1790), ten. fant. (1809) - Cavalli Agostino,
di Massalombarda (n. 1784), ten. fant. (1806) - Gilli Luigi, di
Cento (n. 1779), ten. fant. (1797) - Melloni Nicola (n. 1781), sot-
toten. fant. - Sanzi Giuseppe (n. 1788), sottoten. fant. - Borghi
Camillo (n. 1787), sottoten. cavall. - Orlandi Giuseppe (n. 1771),
sottoten. fant. (1800), niun conto - Benvenuti Melchiorre (n. 1790),
sottoten. fant. (1810), condotta ambigua - Borghi Mariano (n. 1788),
sottoten. fant. (1810), duono - Coatti Giuseppe (n. 1774), sottoten.
fant., ottima condotta - Centofanti Giorgio ? (n. 1780), sottoten.
fant. (1808) — Damiani Gaetano (n. 1777), sottot. fant. (1803) -
De Giuli Giuseppe (n. 1786), sottoten. fant. (1807), duona con-
dotta - Lanzoni Sante, di Codigoro (n. 1780), sottoten. fant. (1803),
alquanto dedito al giuoco - Lombardi Domenico (n. 1787), sottoten.
fant. - Martinelli Giuseppe (n. 1784), sottoten. fant., duono - Ri-
naldi Anselmo (n. 1781), sottoten. fant. (1803) - Ruscati Emidio
(n. 1781), sottoten. fant. - Verdi Giacomo? (n. 1794), sottoten.
fant. - Zanella Tommaso (n. 1782), sottoten cavall., buono - An-
1 Brigadiere di cavalleria (1804), passò nel reggimento dragoni guardia
reale Austerlitz (1805); battaglia di Jena (1806); decorato legion d’onore;
Napoli (1806); Prussia (1807); Spagna (1808), Wagram (1809); tenente il 1810
a Lutzen e Bautzen, nella rassegna di Dresda fu decorato della Corona
ferrea; Russia (1810), prigioniero a Marianverder il 10 dicembre 1812, ca-
pitano al seguito della guardia reale di Murat (1815), prigioniero in Un-
gheria (1815), passò nell’esercito pontificio (1816) aiutante maggiore corpo
dragoni; capitano cacciatori a cavallo (1832). Insignito della medaglia d’oro
al valor militare e dopo i torbidi di Civita Castellana Cavaliere di San
Gregorio Magno. Nel 1842 si ritirò e mori a Roma il 20 febbraio 1850. Suo fra-
tello Giuseppe (n. 1791) si arruolò nella guardia Reale (1806), in Spagna (1807)
fra i reali veliti all'assedio di Gerona fu promosso sergente sul campo di
battaglia, all'assedio di Valenza (1811) sottotenente; fu decorato della corona
ferrea. Ferito gravemente tornò in patria e morì il 1847.
? Servi Gioacchino Murat e fu prigioniero degli austriaci.
® Fece le campagne di Spagna e di Russia e servi il Principe Eugenio
Beauharnais nel 1814. Fu tenente pontificio, poi disertò e divenne capitano
rivoluzionario nel 1831. Salvatosi da un processo infamante dopo la capi-
tolazione di Ancona, avendo provato l’alibî, si stabili a Roma ed ottenne
una pensione di scudi 12. Si annegò nel Tevere per dissesti finanziari nel
1840 circa.
550 . SPIGOLATURE PER LA STORIA
dreasi Luigi (n. 1786), sottoten. cavall., duon soldato - Borghi
Antonio! (n. 1782), sottoten. cavall. (1807), di della tenuta - Bel-
loli Francesco," di San Martino (n. 1779), sottoten. cavall. (1806),
buon soldato - Gallerani Giuseppe (n. 1784), sottoten. artigl., molto
buon ufficiale - Garagnani Vincenzo, di Cento (n. 1794), ten. fant.,
buon giovane - Sorboli Antonio, di Bagnacavallo (n. 1781), sot-
toten. fant., fedele, di condotta plausibile - Calsavara Luigi *
(n. 1787), sottoten. fant. - Donati Nicola (n. 1769), chirurgo sotto-
alut. magg. (1795), da non farne conto - Boari Pietro, di Marano
(n. 1791), sottoaiut. magg. (1811) - Bongiovanni Gaetano (n. 1781),
ten. fant. - Bellaia Pietro ® (n. 1770), sottoten. genio - Pasti Al-
fonso (n. 1775), sottoten. fant. - Storari Luigi (n. 1788), sot-
toten. cavall. (1805) - Maniezzi Anselmo, sottoten. cavall. - Sto-
rari Giuseppe (n. 1785), sottoten. cavall. - Rota G. Luigi ° (n. 1784),
sottoten. fant. (1804) - Bottazzi Gaspare," di Bondeno (n. 1788),
sottoten. fant. (1799) - Bonafini Luigi e Bonafini Giuseppe non
figurano nel ruolo forse perchè non ufficiali; ambedue furono
tenenti pontifici e il primo cavaliere dello speron d’oro. Non
! Apparteneva a distinta famiglia ferrarese. Non giustificava che il grado
di sottotenente napoleonico, mentre era capitano muratista.
? Fa anch'esso capitano di Murat e prigioniero degli austriaci.
® Fu prigioniero degli austriaci.
* Di antica famiglia ferrarese il cui sepolcro si vede nella chiesa di
Sant'Antonio Vecchio. Pietro era prossimo parente di mgr. Boari, vescovo
di Comacchio, creato barone del regno italico da Napoleone I che gli con-
cesse la seguente arma: Semipartito spaccato nel 1° di porpora al cande-
liere d’oro; nel 2° d’azzurro al bue passante d’argento; nel 3° d’argento alla
gemella ondata d’azzurro. Anche l'arcivescovo di Ferrara, mgr. Fava, creato
conte del regno italico, ebbe concesso lo stemma inquartato nel 1° di verde
alla croce patente d’oro; nel 2° di porpora al candeliere d’oro; nel 3° di
porpora alla colomba d’argento; nel 4° di rosso a 2 fasce d’argento. Il ba-
rone Zacco, che fu prefetto del Basso Po, ebbe la seguente concessione di
stemma: spaccato semi partito in capo: al 1° d’argento alla fascia di rosso
nel 2° di rosso alla testa di cane d’oro; nel 8° scaccato d’argento e d’azzurro.
° Era discendente di antichissima famiglia ferrarese, oggi forse estinta
o confusa fra il volgo.
€ Condannato ai ferri come omicida.
" Arruolato a 11 anni!
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CAO Ja e"
DELLA INVASIONE FRANCESE A FERRARA 551
figurano nel ruolo anche i seguenti: Ercole Mosti Estense,! nato
Trotti, Mosti per eredità, capitano della guardia d’onore di Eu-
genio Beauharnais - Bonacossi Alessandro * (n. 1771), capo squa-
drone nel 1807 - Aventi Giovan Francesco,* colonnello nella
guardia nazionale ({ 1858) — per ultimo Varano D. Alfonso, di
Camerino, che ricordiamo, quantunque non ufficiale si arruolò
nell’esercito repubblicano e fu ucciso nella battaglia di Lipsia,
essendo brigadiere nella cavalleria italiana.
pulito
* *
Aggiungo i nomi di patrizi-ferraresi che per quanto è a
mia conoscenza hanno prestato servizi nelle cariche politiche o
amministrative facendo così adesione al nuovo ordine di cose.*
Avogli-Trotti conte Antonio fu direttore del demanio nel-
l'epoca napoleonica e sotto il regime pontificio anziano comu-
nale e finalmente gonfaloniere (1831-34).
Boldrini Giovanni Battista cav. della Cor. di ferro - com-
missario del potere esecutivo sotto la repubblica italiana, giudice
della corte di giustizia del Basso Po. Il Robespierre ferrarese,
uomo crudele, condannò a morte il degno parroco don Pietro
Zanarini. Fu membro del governo provvisorio nel 1881.
Calcagnini-Estense marchese Francesco, nato nel 1789: assi-
stente al Consiglio di Stato sotto il regno italico, ciambellano
di Napoleone. Fu poi creato da Pio VII cavaliere di Cristo e
commendatore di San Gregorio.
Canonici Ferdinando marchese. Sotto Napoleone fu membro
della commissione di belle arti, e quando morì nel 1813, per or-
dine dell’imperatore, la Certosa fu ridotta a cimitero pubblico,
1 Fu grande ordinanza del principe vicerè, cavaliere della Legion d’onore
e della corona di ferro. Sotto il governo pontificio tu gonfaloniere di Fer-
rara nel 1819 e 1820. Era conte e patrizio ferrarese.
® Fu poi colonnello pontificio, visse lunghi anni a Parigi e stampò un
libro in lingua francese intitolato la Chine et le chinois. Era anch'esso conte
e patrizio ferrarese.
® Poi colonnello onorario pontificio, cavaliere di vari ordini, membro
della commissione di belle arti sotto Napoleone I. Pubblicò molti lavori
storici, letterari e poemi anche dialettali.
4 Vedi le note precedenti che comprendono altri nomi.
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552 SPIGOLATURE PER LA STORIA
ne fece l'adattamento di cui il Durand riportò il disegno nel
suo Parallelo delle opere classiche di architettura.
Cicognara conte Girolamo, fu podestà di Ferrara sotto Na-
poleone e si distinse per prudenza e saggezza. Divenne poi con-
servatore delle ipoteche e morì nel 1839. Pubblicò un discorso
sulla morte di Temistocle (Modena, 1794, Soliani, in-8).
Cicognara conte Leopoldo il celebre istoriografo dell’arte ita-
liana. Fu deputato di Ferrara ai comizi di Lione (1804).
Cicognara conte Vincenzo, sacerdote. Fu prefetto sotto il
regno italico, bibliotecario di Ferrara e pubblicò nel 1831 un
Ragionamento sulla biblioteca e un Cenno storico sui cavalieri. di
Malta (Ferrara, 1827) che ci sfuggì nella nostra bibliografia genea-
‘logica ferrarese.
Costabili Giovanni Battista nato nel 1756, cultore delle belle
lettere e accademico intrepido, deputato ai comizi di Lione (1804),
fu del Senato consulente della Cisalpina, indi intendente generale
dei beni della Corona italica, presidente del Consiglio di Stato,
senatore, tesoriere del senato, grande aquila della Legion d’onore,
gran dignitario della Corona ferrea, creato conte dall’ impero
francese. Gregorio XVI poi lo creò marchese nel 1836 ({ 1841).
È rimasta celebre la sua galleria, a cui era annessa una impor-
tante biblioteca. !
Graziadei conte Ercole. Letterato, poeta e cultore delle belle
arti. Sotto Napoleone appartenne alla commissione di belle arti,
fu segretario di prefettura, f. f. di prefetto ed occupò altre ca-
riche governative e municipali. Fu fra i primi cavalieri Piani
creati da Pio IX nel 1847. i
Laderchi conte Giacomo, prefetto sotto il regno italico. Era
assal versato nelle lingue estere e nelle scienze matematiche.
Massari Antonio, Luigi e Vincenzo. Il primo, membro del
congresso cispadano; prigioniero degli austriaci nel forte di Le-
1 Ecco lo stemma concesso al Costabili da Napoleone I col titolo di
conte: Inquartato al 1° di verde alla serpe d’oro attortigliata ad uno spec-
chio d’argento inquadrato d’oro; nel 2° di rosso al compasso d’argento
aperto sopra un regolo dello stesso; nel 3° di rosso con un fascio di spighe —
d’argento; nel 4° di verde con due sbarre d’argento. Livrea: rosso, paglie-
rino ed azzurro.
CSI I
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Li citt ra
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DELLA INVASIONE FRANCESE A FERRARA 5503
gnago; amico di Monti e di Cicognara. Il secondo, figlio del pre-
cedente, fu conte e senatore del regno italico, cavaliere della
Corona ferrea e nel 1831 fu membro del governo provvisorio.
Il terzo fu deputato sotto il regno italico.'
Passega de Passeger dott. Giorgio, cavaliere dello Speron
| d’oro e conte palatino. Fu deputato ai comizi di Lione ed uno
di quelli animosi che negarono il voto a Bonaparte, consigliere
comunale, membro del consiglio medico. Morto in giovane età
e nella pienezza di una brillante carriera nel 1825.
Raspi Napoleone, patrizio ferrarese. Fu deputato ai comizi di
Lione. Occupò varie cariche cittadine di rilievo.
Ronchi-Braccioli conte Grazio, dottor di legge, segretario
dell'università; divenne sotto Napoleone presidente della corte
di giustizia, cavaliere della Corona ferrea e barone del regno
italico. Anteriormente era stato creato conte dal re di Sardegna
il 26 settembre 1795 e fu confermato tale il 29 ottobre 1817 e
il 12 aprile 1820.°
A titolo di curiosità aggiungo che con patente del 18 feb-
braio 1813 Napoleone assegnò a Ferrara il più strano zibaldone
araldico che mai siasi veduto, spaccato di nero e d’argento, al
libro di rosso posto in cuore, caricato di una cetra d’argento,
attorniato da una corona d’alloro; al quartier franco di verde
caricato di una lettera N d’argento sormontata da una stella
d’argento a 5 punte raggiante d’oro! Con questo stemma evi-
dentemente volle Napoleone, pur conservando gli antichi colori,
aggiungere un emblema che ricordasse la maggior gloria fer-
rarese: — Lodovico Ariosto — Il quartier franco con la sigla
. napoleonica era concessione comune alle città del Regno.
1 Stemma concesso ai Massari da Napoleone I col titolo di conte: In-
quartato nel 1° di verde alla serpe, ecc.; nel 2° di porpora alla cicogna di
argento che beve in un vaso del medesimo; nel 8° di rosso alla fede d’ar-
| gento; nel 4° di verde a due sbarre d’argento. Livrea: bianco celeste e pa-
| gliarino.
® Stemma concesso ai Ronchi da Napoleone I col titolo di barone:
Spaccato semi-partito in capo; nel 1° d’azzurro ad un ronco d’argento;
nel 2° di rosso al berrettone di nero bordato d’argento; nel 3° d’oro al de-
strocherio tenente una penna di nero. Livrea: celeste, nera e pagliarina.
Rivista del Collegio Araldico (settembre 1904). 35
554 SPIGOLATURE PER LA STORIA
* .
* *
Mentre i ferraresi ricordati combattevano sotto Napoleone,
o lo servivano nelle magistrature e negli impieghi, non pochi
prendevano le armi in difesa del governo legittimo. Nel libro
dei giustiziati» di Ferrara, antico codice. con aggiunte del
xIx secolo di Camillo Boari, il quale attinse le notizie esattis-
sime dagli Archivi locali, troviamo memoria dei seguenti ferraresi
giustiziati per ribellione a mano armata contro i francesi:
25 luglio 1796: Palma Gioacchino e Randi Filippo, decapitati
sulla spianata per avere ucciso un ufficiale francese - 10 ago-.
sto 1798: Zanarini Pietro Maria, di anni 62, parroco di Vari-
gnana, fucilato fuori porta San Paolo dalla guardia polacca per
avere fatto atterrare due alberi della libertà. Era sacerdote pio,
esemplare. Di lui scrisse Carlo Passega nella sua Vita di un
marchese (Ferrara 1842) - 26 ottobre 1798: Cavalieri Giovanni
di Ferrara, di anni 21, fucilato fuori porta San Paolo per feri-
mento di militari francesi - 4 aprile 1799: Dall'Oppio Vincenzo,
Simonini Battista, Canettoli Giovanni, Negrini Alessandro,
Montagnani Pietro, Ferrazzi Paolo, Alberani Paolo, Bendoli
Giovanni, Massari Andrea, fucilati come cospiratori contro
la repubblica e per avere atterrato un albero di libertà -
1802: Morelli Luigi, di Migliarino, di anni 34, e Neri Marcello,
di Sabbioncello, fucilati fuori porta San Paolo per sentenza
della commissione militare straordinaria - 1806: Altieri Giovanni
detto Venerio, di anni 40, di Crispino, già condannato in contu-
macia il 20 ottobre 1805 come capo rivolta, preso il 24 agosto 1806
nella terra di Sant'Elena presso Este, condotto a Milano, con-
dannato a morte, tradotto a Crispino ed ivi ghigliottinato il 12
ottobre - 18 agosto 1809: Castaldini Paolo, di anni 30; Gar-
dini Cesare, di anni 46; Gallini Antonio, di anni 50; Gollara
Antonio di anni 36 e Scanavacca Luigi, di anni 42, fucilati
sulla spianata e sepolti nel cimitero della cittadella - 24 ago-
sto 1809: Bisciola Pasquale, di anni 41; Pennoni Domenico, di 4
Argenta.
! Già nella mia biblioteca; ora in quella del prof. Patrizio Antolini di B
I E RA ini bet
DELLA INVASIONE .FRANCESE A FERRARA . . 555
anni 35; Manuzzi Giov. Battista; di anni 21; Castaldelli Angelo,
di anni 31; Candini Giuseppe, di anni 28; Bassi Egidio, di
anni 22; Buosi Giuseppe, di anni 29; Alasi Gerolamo, di anni 21;
Cardinali Matteo, di anni 33; Comarella Ottavio, di anni 33;
Balboni Angelo, di anni 86, fucilati sulla spianata come fautori
di sedizione - 29 agosto 1809: Bazzoli Antonio, di anni 30;
Guelfi Giuseppe, di anni 29; Lizzi Domenico, di anni 36; For-
tini Luigi, di anni 80; Malagò Antonio, di anni 57, fucilati sulla
spianata come capi rivolta - 30 agosto 1809: Molinelli Giuseppe,
di anni 34, capitano della guardia civica; Tombini Antonio, di
anni 28, fucilati come capi di ribellione - 10 settembre 1809:
Desiderati Giovanni, di anni 21; Bussi Giuseppe, di anni 40,
ghigliottinati sulla spianata per aggressione a mano armata e
ribellione ai soldati francesi - 5 ottobre 1809: Martinelli Giorgio,
di anni 26, ricco possidente, nativo di Tresigallo, condannato
come capo di un complotto e attruppamento sedizioso contro
l'autorità legittima (?) fucilato sulla spianata - 11 ottobre 1809:
Ferro Bartolomeo, di anni 83; Rampega Pietro, di anni 34;
Scottori Giov. Battista, di anni 25, fucilati come capi di ri-
volta - 13 ottobre 1809: Ruminati Stefano, di anni 54; Casoni
Giacomo, di anni 54; Pasini Antonio, di anni 37; Martelli Bo-
. naventura, di anni 19; Bonfati Gaetano, di anni 37; Felisati
Angelo, di anni 17; Casoni Michele di anni 28, fucilati come
sediziosi e briganti - 20 dicembre 1809: Tenani Kinaldo, di
anni 33, fucilato come capo rivolta - 23 dicembre 18309: Pam-
bianchi Maurelio, di anni 26; Dioli Carlo, di anni 26; Pasini
Giuseppe, di anni 24, fucilati come capi briganti - 28 dicem-
. bre 1809: Gallini Pietro, di anni 21, capo brigante, fucilato —
29 dicembre 1809: Berto Giuseppe, di anni 86, decapitato come
capo di brigantaggio; Carlini Luigi, di anni 36; Davì Luigi, di
anni 23; Cardinali Giovanni, di anni 21, capi di rivolta, fuci-
lati - 30 gennaio 1810: Negrini Paolo, di anni 55, capo di attrup-
pamento, incendiario, ecc., fucilato in Argenta e Burini Pietro,
di Antonio, ghigliottinato come agenti principali di rivolta —
18 aprile 1810: Marchi Luigi detto Finetti, di anni 23, decapitato
mel borgo di San Giorgio - 7 dicembre 1810: Tognoni Giacomo,
__Andreasi Giovanni, di anni 56, e Gilli Guido Luigi, di anni 28,
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556 SPIGOLATURE PER LA STORIA DELLA INVASIONE FRANCESE
il primo fucilato, i due ultimi ghigliottinati sulla spianata -
2 gennaio 1811: Casoni Pietro, di anni 30; Roma Gio. Battista,
di anni 47, dai Sette Comuni, abitanti in Boara, decapitati sulla.
spianata - 12 gennaio 1811: Serasi Antonio, di anni 20, da
Gaibana, decapitato sulla spianata - 6 maggio 1812: Jacobelli
Antonio, decapitato sulla spianata - 3 agosto 1813: Dall'Aglio
Antonio detto Camello, di anni 33; Tagliacollo Francesco detto
Mocolotto, di anni 38; Catino Giov. Battista, di anni 835, ghi-
gliottinati tutti sulla spianata come fautori di ribellione, sac-
cheggi, ecc.
A questi nomi dei valorosi che scontarono sul patibolo
il loro patriottismo contro gl’invasori francesi, faccio seguire
quello di Antonio Cristoforo Pasini che nel 1799 per insulto
all’albero della libertà dovette fuggire da Ferrara. La sua testa
venne messa a prezzo. Si mise a capo degl’insorti e combattè
strenuamente in Romagna contro i francesi. Nel 1804 venne
creato cavaliere dello speron d'oro. Il suo elogio si legge sulla.
lapide sepolcrale in San Carlo di Ferrara.
Ferruccio PasInI-FRASSONI.
. ORDINI CAVALLERESCHI
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
VII.
Orden militar de Alcantara.
La Orden de Alcantara, fué
instituida con el nombre de
San Julian, por dos Caballeros
a. de Salamanca en 1156, apro-
x > bada por Alfonso IX de Leon,
5 y confirmada en 1177 por bula
de S. S. el Papa Alejandro III.
Los dos nobles caballeros se
. llamaban Don Suero y Don
Gomez, la fandaron con objeto
de defender aquel territorio
contra las correrias de los moros de Extremadura. Fué favo-
recida la Orden por el Rey de Leòn D. Fernando II y de
. Castilla Alfonso VIII; se llamò primero Orden de San Julian
de Pereiro, del Peral, ò de Nuestra Seîiora del Peral pueblo
del obispado de Ciudad. Rodrigo, donde se reunieron los caba-
lleros fundadores. Mas tarde en 1218 los Caballeros de Calatrava
les cedieron la villa de Alcantara que habian quitado è los moros
| 4 donde trasladaron su residencia, tomando entonces el nombre
de Caballeros de Alcantara con el que hoy se conoce.
En las màrgenes del rio Coa, se levanta el pueblo llamado
. San Julian de Pereiro, 6 del Peral, que pertenece al Obispado
. de Ciudad Rodrigo. Estimulados por un Santo Emisario los
DES ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
nobles caballeros Don Gomez y Don Suero, construyeron con
sus proprios intereses un castillo y se armaron en él para defender
aquel terreno de las frecuentes invasiones de los musulmanes; è
estos caballeros se unieron despuès otros muchos. Su primer
Maestre se llamò Don Gomez,
Las Dignidades de esta Orden son:
El comendador mayor, un clavero, caballeros profesos, no
profesos, 6 novicios.
5 NILE
Orden militar de Montesa.
Esta Orden fué creada en Valencia
por Jaime II de Aragon y de Va-
lencia en 1817, con parte de los bienes
que habian pertenecido & la ya extin-
guidas Orden de los Templarios y
para remplazar a esta. La Orden de.
Montesa, no es mas que una depen-
dencia de la de Calatrava, tanto que
algunos la llaman la Orden de Ca-
latrava valenciana. Se fundò como
hemos visto, siendo rey de Aragon y Valencia, Jaime II y de
Castilla y Leon, Alonso XI el Justiciero. El primer Maestre se
llamò Don Guillen de Eril, y fué aprobada por el Papa Juan XII
por bula expedida en el aîio 1317, aunque no comenzò è existir
hasta el aîio 1319. Las dignidades de esta Orden son: Lugar
Teniente general, Clavero Mayor, Tesorero y Albacea. Caballeros.
profesos, no profesos y novicios.
Se llamò tambien en sus primitivos tiempos Orden militar de:
Caballeros de San Jorge, y de Nuestra Sefiora de Montesa.
En un principio se distinguieron estas cuatro ordenes mili-
tares por las diferentes formas y colores de su trage, màs al poco
tiempo de su creaciòon todas eligieron por insignia la cruz, que
|
Si
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MORI PI TSTE A RAEE e nato arr 5
IE RE III RE n, STE
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 559
los Caballeros llevan prendida al vestido en el costado izquierdo,
cuyas cruces son hoc del modo siguiente: la de Santiago, roja,
con sus brazos iguales formados en flor de lis, y el inferior màs
largo y terminado en punta, imitando la espada, è que debe su
origen; la de Calatrava roja, con sus cuatro brazos iguales, ter-
minando cada ùno en una flor de lis, segun prescribe la bula
de su fundaciòon; la de Alcantara, de la misma forma que la de
Calatrava; pero de color verde, à semejanza de las hojas de
perar, cuyo arbol constituyò en un principio sus armas, por
haberse fundado dicha Orden en San Julian de Pereiro è del
. Peral, y por ultimo la verdadera cruz de Montesa fué negra y
de la misma forma que la de Calatrava, mas habiéndose incor-
porado dicha Orden poco despues de su creacion 4 la de San
Jorge, formò la cruz de esta que siguen usando sus Caballeros,
y es roja, sencilla y la mas parecida a la del Crucificado. Estas
Ordenes militares desempefiaron un gran papel en la historia de
la reconquista; pero cuando los arabes fueron expulsados de
Espafia resultaron inùtiles, y aùn perJjudiciales, por las inmensas
riquezas que poseian, y la jurisdicciòon que ejercian; asi és que
los monarcas procuraron por cuantos medios tuvieron è su al-
cance irlas extinguiendo. El Rey Fernando V, obtuvo de Ino-
cencio VIII la administracion vitalicia de los Maestrazgos, segùn
fueren vacando. Carlos V, consiguiò de Adrian VI la incorpo-
raciòn perpetua de los Maestrazgos de las Ordenes & la Corona,
y por ultimo, en el Concordato celebrado entre el Gobierno de
Da Isabel 22 y Pio IX, en su arto 9°, se dispuso que para co-
rregir los inconvenientes que en la administracion eclesiastica
ocasiona el territorio diseminado de las Ordenes de Santiago,
Calatrava, Alcantara y Montesa, se. marcaron un numero de.
pueblos que formen un coto rodondo, para que en él ejerzan
su Jurisdicciòn, cuyo nuevo territorio se llamarà Priorato de las
Ordenes militares.
Despues de estas Ordenes se establecieron otras, como la de
Montegaudio, lamada de Mongoja, en Cataluîia y Valencia, la de
San Miguel, instituida por Alfonso I de Portugal (1167); la de
Trugillo (1190); y la de San Jorge de Aljama, en Cataluîa, diocesis
de Tortosa (1201) fundada por Pedro II de Aragon. Al lado de
560 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
estas Ordenes militares se crearon tambien otras con objeto de
combatir el error. A este grupo pertenere la' Orden de Predica-
dores, fandada por Santo Domingo de Guzmàn, confirmada por
Honorio III en 1216, la Orden de Nuestra Sefiora de la Merced,
cuyo objeto era redimir cautivos, y la de Cartujos y la del Ci-
ster, que fundadas en el extrangero fueron admitidas en Espaîia
à principios del siglo x. REA
En memoria, y col el nombre, de las Ordenes) militares, se
crearon cuatro Regimientes de caballeria (lanceros, hùsares; dra-
gones y cazadores) con los nombres de Santiago, Montesa, Al-
cantara y Calatrava. Los tres primeros existen actualmente y
figuran en el Arma de Caballeria. El ultimo fué disuelto si no
recordamos mal en 1866; 4 consecuencia de haber salido de Al-
calà de Henasco, donde se hallaba acantonado, sin permiso, &
Fuentidueîa ‘de Tajo, Villarejo de Salvanos y Arangores hasta
internarse en Portugal donde entregaron las armas, caballos y
montages. En sostitucion del Regimiento de Calatrava se creò
otro con diferente nombre. ! E
(Continuara) PaBLo VALLES y CARRILLO.
1 Tribunal metropolitano y Consejo de las Ordenes militares. Dependiente
su nombramiento del Miuisterio de Gracia y Justicia, y para entender &
cuanto concierne 4 las cuatro Ordenes militares de Santiago, Calatrava,
Alcantara y Montesa, existe el Tribunal de las Ordenes militares, cuyos
sueldos, consignados en los Presupuestos generales de Estado, paga el Te-
soro pùblico: se compone de los cargos siguientes:
Tribunal. Dos Ministros, un supernumerario, un suplente, un Fiscal,
Decano Caballero profeso del Hàbito de Santiago y dignidad de Comen-
dador Mayor de Leòn. |
Consejo. Presidente, El Decano del Tribunal, Consejeros, Los Ministros
del Tribunal y un Caballero de cada Orden. El de Alcantara lo és el Cla-
vero de la misma, el de Santiago un Caballero profeso, Fiscal, él del Tri-
bunal metropolitano. Consegero secretario general, un Caballero profeso
de Montesa, Canciller: un Caballero profeso del Habito de Calatrava.
Prior el Illîmo Sr. Obispo, del Obispado priorato de las Ordenes militares.
MA
=
2)
LLP nn
I CAVALIERI DEL SANTO SEPOLCRO E DI SAN GIORGIO
Nel' diploma di cavaliere dell'Ordine del Santo Sepolcro rila-
sciato il 29 giugno 15883 al duca di Olica e di Neswisch Nicolò
Cristoforo de Radziwill, principe del S. R. IL dal custode di
Terra Santa, fra Angelo Stella, è detto che per autorità aposto-
lica viene creato cavaliere con facoltà di usare Sanctae Crucis
Sanctissimi Sepulchri ac Sanctis Georgi insignia. E così Claudio I
de Manville, capitano generale nelle galere del re di Francia,
sino dal 13 agosto 1541 era stato creato cavaliere del Santo Se-
polcro e di San Giorgio.
Abbiamo un ritratto inedito di quest’ultimo personaggio ed è
rappresentato con una collana da cui pende l’immagine di San
Giorgio che atterra il drago; ma sotto lo stemma della sua illustre
famiglia si vede pendente una croce potenziata accantonata da
562 I CAVALIERI DEL SANTO SEPOLCRO E DI SAN GIORGIO
chiodi. Queste insegne corrispondono a quelle che si trovano nel
frontispizio di un’opera rarissima dal titolo: Verdadera informa-
cion de la Tierra Sancta... aîo MDL (s. n. t.), cioè la croce po-
tenziata con i chiodi circondata da una corona di spine con
l'iscrizione intorno “ Estas son las insignas que se dan è los
cavalleros del Sancto Sepulchro. ,,
Da tutto questo gli autori arguirono essere l’ordine conferito
dai Custodi di Terra Santa, cosa ben diversa dalla Sacra Milizia
soppressa da Innocenzo VIII e che ancora in quell’ epoca si
manteneva dispersa in varie provincie di Europa, e specialmente
nelle Fiandre, in Polonia, in Ispagna dove esistevano conventi di
canonici regolari dell’ Ordine prosciolti da Alessandro VI e da
Leone X dall’ubbidienza al Gran Magistero di San Giovanni.
Eccoci ora a spiegare l'enigma.
I padri custodi Terra Santa, con molti privilegi riportati nel
bollario francescano, nella grandiosa opera del Quaresmio, nelle
istruzioni di Propaganda fide, ecc., vennero dai Sovrani Ponte-
fici autorizzati a conferire la cavalleria onoraria del Santo Sepolcro
in assenza del Patriarca, il quale, alla sua volta, avrebbe dovuto
sostituire i re latini di Geru-
salemme per volontà espres-
sa dal re Balduino. I cava-
lieri dell’ Ordine, dopo la
soppressione avvenuta in
Italia ed in qualche punto
della Francia e della Ger-
mania erano disseminati per
l’ Europa e cercavano un
Gran Maestro che, sfidando
“ Ja potenza e l'autorità di
quello di Malta, osasse riu-
nirli, e ne sono prova i ten-
tativi fatti presso il re Fi-
lippo II, l’infante D. Carlos,
il duca di Gonzaga Nevers e
il conte di Artois. Fu sol-
CLAUDE DE MANVILLE
Cavaliere del Santo Sepolcro (1541). tanto nel 1847 che Pio IX,
’ >
3
E.
È
I CAVALIERI DEL SANTO SEPOLCRO E DI SAN GIORGIO 563
nel ridonare alla sua sede il Patriarca di Gerusalemme lo dichiarò
unico Gran Maestro, successore legittimo dei re latini di Gerusa-
lemme e tolse al Padre Custode di Terra Santa la prerogativa di
armare cavalieri aurati della Sacra Milizia del Santo Sepolero.
Ora, presa Gerusalemme dagli Ottomani e rimasto, come
unico vestigio della cattolica autorità, sui luoghi santi un con-
vento di umili monaci di San Francesco, è naturale che cercas-
sero di perpetuare, per quanto era possibile, il ricordo delle glo-
riose istituzioni fondate dai crociati di Palestina e che perseguitati
dagl’infedeli e senza l’aiuto del braccio secolare non potessero
esercitare l’ ospitalità e la difesa dei Luoghi Santi come i prodi
guerrieri che s'immortalarono con Arnoldo di Tiro sotto le mura
della santa città. Ecco perchè la cavalleria da essi conferita fu
puramente onoraria ed un ricordo di un'associazione potente di
uomini che le armi mussulmane avevano disperso.
Inoltre è notorio che altri ordini eminentemente religiosi ven-
nero fondati in Terra Santa per la difesa della cattolica fede, e fra
essi Santa Caterina del Monte Sinai, che rimase deposito sacro
ai monaci greci del convento del Sinai e l' Ordine di San Giorgio
che si vuole creato da Alessandro VI e di cui si ritennero depo-
sitari 1 frati minori. i
Se si considera che San Giorgio era stimato il patrono della
cavalleria e che nell’armare i mi-
liti aurati invocava il suo nome,
non sembrerà strano che questo
sì trovasse congiunto a quello
del Santo Sepolcro. Infatti il
Radziwill ed il Manville mai s' in-
titolarono cavalieri di San Gior-
gio, ma soltanto del Santissimo
Sepolcro, nè altro titolo che caval-
ipitî
leros del Sancto Sepulchro si tro- , (OKI
vano intorno alle insegne stam-
pate nel 1550. Nel 15583 11 custode
di Terra Santa pubblicava £ privilegi dei cavalieri gerosolimitani
che chiama Milites Sanctissimi Sepulchri.
In quanto alle insegne la croce patente non fu mai alterata;
%»
564 I CAVALIERI DEL SANTO SEPOLCRO E DI SAN GIORGIO
forse per singolare devozione agli emblemi della passione pos-
sono i Francescani avervi aggiunto la corona di spine ed i chiodi;
e così più tardi, per omaggio al re di Francia, fu aggiunta la
corona reale tolta poi per ordine di Pio IX perchè Goffredo di
Buglione rifiutò il serto regale dove Gesù era stato coronato di
spine. Anzi è a desiderarsi che la corona di spine venga ripri-
stinata nelle insegne, tanto più che non sarebbe una novità e
potrebbe così sostituire quel fregio di pessimo gusto che fu messo
nel nuovo modello in luogo della corona reale. I
ALESSANDRO SCALA.
N.B.Ilritratto che abbiamo riprodotto per dare un modello delle antiche
insegne dell’ordine, è tratto dall'opera: L’Ordre du Saint-Sépulcre de Jéru-
salem, del conte Pasini, del cav. Bertini e del comm. Odriozola, che presto
vedrà la luce. A tale proposito ricordiamo che questa grande pubblicazione
tratterà diffusamente della storia e dei privilegi dell'Ordine e darà, oltre
alla lista completa dei cavalieri e ad una bibliografia, i cenni genealogici
e biografici dei cavalieri viventi. L’opera sarà illustrata da tavole a colori
con le insegne, i figurini e gli stemmi dei cavalieri e da moltissime inci-
sioni in nero, raffiguranti i monumenti della gloriosa milizia, ed i ritratti
e stemmi dei cavalieri viventi.
L’opera è già in corso di stampa ed è necessario che i cavalieri si.
affrettino a mandare le notizie che li riguardano affinchè il loro nome non
venga omesso nell’importante pubblicazione.
SE PO ERI 0 OL E OA
dai
RPG I A, SO du
EA=LIBRIS
EX LIBRIS del Conde De Cervellén
El ex-libris que
tengo el agrado de
ttt 7/8 =7//fà 8 presentar è los lecto-
Ò i res de la Revista del
Colegio Heraldico, ofre-
2 ce mucho interés sea
$ porsuantigiledad, sea
por el personaje que
gi lo adopto para su bi-
E AA 1 blioteca. Don Gerardo
Cervellon y Mer VI Baron de Oropesa y Baylio general
de Valencia fué caballero muy erudito y muy aficionado è los
estudios heraldicos. Escribiò la Genealogia de la Casa de Cervellon
y Mercader (1658). |
Hablan de esta ilustre familia catalana, Trincado en su Gran-
deza de Espaîia y Zurita en sus anales de Aragon.
D. Gerardo fué el primer Conde de Cervellon por merced
del seîior D. Felipe IV. Casò con D. Ana Maria Vivas hija de
D. José Vivas, seîior de Vergel y de D. Maria Vich y Masco y
tuvo una hija unica, D. Laura de Cervellon y Masco que casò
con D. Gaston Mercader -y Carroz, tercer Conde de Buîiol pa-
riente de Galcaràn Mercader, autor de Memorial de la Casa del
Conde de Buol y sus ramas.
_ Doîa Laura de Mercader y Cervellén hija de D. Gaston, casò
con un caballero de la Casa de Caltesvi y sucediò en el titulo
de Condesa de Cervellon.
Son sus armas en campo de oro un venado pasante de azur.
cade
MartIn FERNANDEZ ARROvO.
CENNI GENEALOGIOI
CZARTORYSKI
L'origine de cette race dynastique de Lythuanie des armes
Pogonia se rattache a Olgerd quatrième fils du grand Guédymine
Gr. Duc de Lythuanie ({ 1341). Olgerd, l’un des Souverains les.
plus célébres de son siécle eut onze fils, dont le second Kori-
bouta on Dmitry, régna à Troubtchevsk ef fut la souche des
princes Troubetskoy; le quatrièòme Constantin Casimir fut la
souche des Princes Czartoryski; le sixiéme Jagellon reunit sous.
son scéptre la Pologne et la Lythuanie. Le nom des Czartoryski
brille dans les pages de l’ histoire de Pologne et plusieurs d’entre
eux furent sur le point de ceindre le diademe royal. Acquisition
de Czartoryski (gouvernement de Volhynie en Russie) vers 1400; .
de Klewan et Zukòw vers 1480; dignité princière reconnue, Buda
14 juin 1442; confirmation pour la Lithuanie, Lublen 25 mai 1569, |
pour la Pologne Lublen 26 mai 1569; confirmation autrichienne
du titre de prince pour tous les descendants, Vienne 9 juin 1785;
magnat de Hongrie 8 juin 1808; la dignité princière reconnue È
par la députation du Sénat du royaume de Pologne 1819. Cette
illustre maison est représentée à Paris par Son Altesse le Prince
Witold Czartoryski, Duc de Klewdn et de Zukéw ete., Grand
Cordon de l’Ordre du St. Sépulcre de Jérusalem, de l’Osmanié
du Medjidié, du Lion et du Soleil, du mérite civil de Bulgarie
etc. fils du Prince Ladislas et de Son Altesse Royale Marguerite
de Bourbon Orléans, fille de Mg. le Duc de Nemours (fils du Roi
Louis Philippe I) et sceur de S. M. l’Impératrice du Bresil
(Comtesse d’Eu).
Armes: de gueules au chevalier armé de toutes pièces tenant
dans la dextre une épée et dans.la sénestre un bouclier d’azur
à la croix de Lorraine d’or, et sautant par dessus une ville d’or
terrassée de sinople. — Sopports: deux guerriers. Devise: Le jour
viendra. Manteau et couronne primière. (Voir planche en couleurs).
O. BRETON.
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PALIZZOLO
Molti autori si occuparono di questa
illustre famiglia siciliana, nè occorre qui
far citazione di documenti, trattandosi
di nobiltà antica, generosa e più volte
ufficialmente riconosciuta. Per dimostrare
l’importanza di tale famiglia basti dire
che durante l’età minorenne di re Lodo-
vico di Aragona la zecca di Messina co-
niava le monete con l’effige del giovane
principe, e con lo stemma dei Palizzolo nell’esergo. Scrive il
Galvani (I Palizzolo di Palermo. Firenze, 1880) che stipite dei
Palizzolo fu Riccardo, duce supremo dell’armi di Roberto Gui-
scardo che sconfisse i mori presso i laghi Palizzi o Palici, da
cui ebbe il soprannome di Palizzi, che si mutò poi in Palizzolo.
Illustrazioni: Roberto Straticoto di Messina (1145), Filippo
famigliare del re Federico II; Vinciguerra castellano di Mata-
grifone e Straticoto di Messina (1227); Nicolò, valoroso capi-
tano del re Pietro I d'Aragona difensore di Messina, Straticoto
della città ed onorato col nome di Padre della patria (1276);
Vinciguerra III, conte di Cammarata e gran Cancelliere del
Regno (1302); Matteo, conte di Novara, signore di Trepi, Sapo-
nara e Caronia, governatore di Messina, maestro razionale e
procuratore generale e finalmente vicerè del Regno (| 1388 as-
sassinato dal popolo ribelle); Damiano, conte di Asaro, gran
cancelliere del Regno; Fraricesco, conte di Capezzi e anche esso
gran cancelliere del Regno. Nei secoli successivi la famiglia
che era nota col cognome Palizzi fu sempre detta dei Palizzolo.
Giovanni Pietro fu castellano di Monte San Giuliano per re
568 PALIZZOLO
Alfonso d’Aragona; Francesco fu valente capitano dell’impera-
tore Carlo V (1532); Giovanni Antonio, anch’esso capitano del-
l’imperatore fu creato cavaliere ed ebbe per privilegio impe-
riale due stelle d’argento aggiunte all’antico stemma (6 dicembre
1553); Giovanni Antonio II, capitano giustiziere di Monte San
Giuliano (1589), carica occupata in seguito da vari altri membri
della famiglia; Giovanni Antonio III, barone di Rocca di Gi-
glio; Salvatore, presidente della gran Corte di Catania, cava-
liere di Francesco I ( 1830); Giuseppe intendente della pro-
vincia di Girgenti, consigliere della gran Corte dei conti e com-
mendatore gerosolimitano.
Aveva sposato in prime nozze donna Marianna Gravina e
Requesenz dei principi di Comitini, della real stirpe normanna
da cui nacque Don Vincenzo Palizzolo Gravina, barone di Ra-
mione, attualmente degnissimo balì, gran croce del sacro ordine.
militare gerosolimitano del Santo Sepolcro, illustre autore d’im-
portanti lavori storici e del monumentale “ Blasone in Sicilia. ,,
È commendatore dell'ordine di San Gregorio Magno e di altri
ordini. Presidente d’onore di varie illustri Accademie e del no-
stro Collegio araldico.
Don Giuseppe Palizzolo sposò in seconde nozze donna Giu-
seppina Inguaggiato dei baroni del Gibiso e ne ebbe Don Raf-
faele di cui tanto si è parlato in quest’ ultimi giorni e che dopo .
tante sofferenze ha visto trionfare, cosa rara a questo mondo, la
causa della giustizia. Donna Irene, moglie di D. Pietro Notarbar-
tolo Lucchesi-Palli, duca di Villarosa. Don Antonio: D. Gandolfo;
Don Eugenio, Don Alfredo e donna Concetta, tutti viventi. 3
Vivono ancora gli zii Don Giovanni e Don Salvatore. I sin-
goli membri di questa nobile famiglia godono tutti del cava-
lierato ereditario del S. R. I. i
Principali parentele: - I
Grifeo principe di Partanna; Real Casa d'Aragona; Chiara-
monte, conti di Modica; Moncada, conti di Sampiero poi principi
e duchi; Scudari, conti di Sarno; Gravina e Requesenz, principi
di Comitini e di Altomonte, Vanni, principi di San Vincenzo; No-
tarbartolo, duchi di Villarosa; Massari, duchi di Fabriago; ecc. A
Diamo qui l'incisione dello stemma Palizzolo con i quarti |
Gravina, Nobili e Requesenz, che spettano al capo attuale della
famiglia, Barone di Ramione. i È.
F. pi BroiLo..
MAISONS DE LA CELLE ET DE MAUMONT
La Maison de la Celle était alliée è la Maison Royale de
France, comme le prouve l’Armorial Francais, revue mensuelle,
publiée sous la direction de Mr. A. d’Audeville, membre du
Conseil Héraldique de France, dans le fascicule n. 80, sixième
année, Janvier 1894, page 48, dans son article intitulé: Le sang
royal de France, en. parlant de Marie-Eugénie-Léonarde de la
Celle, née en 1820 (descendante de Louis VI le Gros, roi de
France, qui avait épousé Adélaide de Savoie, dont il va étre
parlé tout à l’heure) qui épousa en 1844 René-Francois-Amédée,
marquis de Chobans; cette famille de la Celle, de très ancienne
noblesse, dont l'origine est inconnue, qu’une tradition univer-
selle reconnue fait sortir de la Franconie, et lui donne la méme
origine que celle des Habsbourg, que sous Louis XVI un membre
de la maison de la Celle fut présenté par Mr. de Breteuil à la
cour de Vienne, qu'il y recut les honneurs accordés aux alliés
de la maison impériale qui le traita de cousin, qu’en effet il est
à remarquer que les armoiries de la maison de la Celle qui re-
présentent: d’argent, à l'aigle au vol abaissé de sable, becquée et
membrée d’or. Couronne: de marquis; supports: deux lions, dont
je possède un cachet en or, sont celles de la Maison Imperiale
avant l’adoption l’aigle è deux tétes.
D’après Lainé auteur de la Généalogie de la Maison de la Celle,
que je possède, qui établit sa filiation è partir de 1040, généa-
logie que l’on trouve aussi dans le tòme troisiòme des Archives
généalogiques et historiques de la noblesse de France, par le mème
auteur, la Maison de Bourbon-Vendòme, dont il est question
dans les Ascendances francaises de Sa Majesté l’empereur de Russte,
Stait aussi allié è la Maison de la Celle; en voilà la preuve:
Rivista del Collegio Araldico (settembre 1904). 36
57O MAISONS DE LA CELLE ET DE MAUMONT
Hugues de la Celle, second du nom, est rappelé dans le
contrat de mariage de Catherine de la Celle sa fille, du 14 juillet
1399, comme ayant eu pour femme Marguerite de la Porte, dont
les armes étaient: d'or à la bande d’azur, laquelle s’était rémariée
à Aimery de Brachet, seigneur du Monteil (situé en la paroisse
d’Arnac près de Saint-Sulpice-les-Feuilles en Limousin), père de
Jean de Brachet qui épousa Marie de Vendòme, femme de Jean 1
de Bourbon, comte de la Marche. Hugues de la Celle en avait
eu deux enfants: 1° Raoulin de la Celle, 2° Catherine de la Celle,
mariée par contrat du 14 juillet 1399 avec Hélie de Neuville,
damoiseau. A ce contrat passé devant Martial de Bize, bourgeois
de la cité de Limoges et garde du scel du Roi en cette ville,
assistèrent Raoulin de la Celle, frèére de Catherine-Marguerite,
fille de Guillaume de la Celle, sa cousine germaine, Jean de la
Celle et autre Raoulin de la Celle son fils. Aimery de Brachet
donna è sa belle fille Catherine de la Celle tout ce qui pouvait
lui revenir sur la succéssion de Marguerite de la Porte sa mére,.
ainsi que la terre de Oradour-sur-Glane (Original en parchemin
conservé dans les Archives de la famille).
Ma grande mère de la Celle, née de Maumont, était plusieurs
fois alliée aux Maisons Royales de France et de Savoie, d’abord -3
à la famille de Courtenay descendante de Pierre de France, fils. —
du roi Louis le Gros et d’Adélaide de Savoie, qu'il épousa en
1116, “ elle était fille d’après Moréri de Humbert II, comte de
Savoie, de Maurienne et de Piémont, seigneur de Chablais, de
Aoste, de Valois, de Tarentaise et de Bugey, marquis de Suze
et d’Italie, surnommé le Renforcé, passa à la Terre Sainte avec
Godefroi de Bouillon en 1096; il avait épousé Gisle de Bour-
gogne, ladite Adélaide de Savoie mourut en 1154 et fut enterrée 9
en l’abbaye de Montmartre près de Paris qu'elle avait fondée; , 3
de la branche des seigneurs du Cheme et de Changy, “ ancienne
maison issue des comtes d’Auxerre et de Nevers, qui furent rois @
de Jérusalem et empereur de Constantinople. ,, 9
D’après La Chesnaye-des-Bois, auteur de la Généalogie de la È
Maison de Maumont, que je possède, qui établit sa filiation a a
partir de 1088 et portait comme armes: d’azur au sautoir d'or,
cantonné de 4 tours d’argent, couronne: de marquis; dont j'ai éga- 3
MAISONS DE LA CELLE ET DE MAUMONT OL
lement un petit cachet en argent; généalogie que l'on trouve
aussi dans le Grand Dictionnaire de la noblesse de France, fait
par le méme auteur, recomplété depuis par Badier, en parlant
de l’alliance de Courtenay, donne la preuve suivante:
Jeanne de Maumont, fille de Pierre de Maumont, chevalier,
l’un des 100 gentilhommes de la Maison du Roi en 1495, sei-
gneur de Saint-Quentin en Marche, de Beauregard, de la Roche
et de Saint-Firmin en Berry, et de Jacquette de Montot, épousa
en 1517 Pierre de Villeblanche, écuyer, seigneur du Plessis-Barbhe,
d’Autry et de Cernoy, du quel. mariage est issue: Christine de
Villeblanche, dame d’Autry et de Cernoy qui épousa Jacques de
Courtenay, premier du nom, seigneur des Esves, du Chesne-les-
Saint-Eusoge, de la Chapponnière, de Moulaines et de Changy,
diocèse d’Auxerre, capitaine du chàteau de Saint-Maurice-sur-
l’Aveyron pour Suzanne de Bourbon, fils ainé de Pierre de Cour--
tenay et de Penise Charnier, fille de Louis Charnier, seigneur
de Charnalon, et de Marguerite des Barres, lequel Jacques fit
hommage de la terre du Chesne à Jean de Courtenay, seigneur
du Pré, était avec son frère tuteur et curateur des enfants de
Francois de Courtenay, seigneur de Bléneau, et de feue Mar-
guerite des Barres et vivait encore le 15 Octobre 1556 (Voyez
aussi le Père Anselme).
Vicomte RENÈ DE MontJoYE.
CENM STORICI SULLA FAMIGLIA DE GASPARI
(DE GASPARIS E DE GASPERIS)
L'origine di questa famiglia è antichis-
i sima e secondo una tradizione pare che
i abbia avuto la sua culla nell’ Oriente; e
{ il nome suo figura con onore nei fasti
= della Roma classica.
Nel medio evo si adoperò indifferente-
mente la dicitura Casperius, Gasperius ed |
anche: Gasparrius e Gasbarrius, e questa
maniera di scrivere il cognome fu anche
adoperata in epoca relativamente recente
da Luigi de Gasparis, patrizio di Sulmona nel 1583, da Giovanni
Battista de Gasparis de Novomonte, regio consigliere di Maria
Teresa Augusta d'Austria nel 1750 e da Francesco Maria Gaspari È
sommo erudito, morto in Roma nel 1735. È
Dalla famiglia Gasparius presero origine moltissimi rami in D
Italia, in Corsica, in Francia, in Baviera ed in Austria.
Ricordiamo i seguenti rami italiani di tale famiglia : 7
Rami degli Abruzzi e delle Romagne.! Il più antico docu- E
mento intorno a questi rami rimonta al 1250, nei registri angioini —
e riguarda Berardus de Casperi, ® barone d’Aschi e Molina, e più. —
tardi Rita de Gasperis 5 ascritta nei registri dei feudi degli Abruzzi
1 A. DE GASPARIS, Memorie storiche della famiglia de Gasparis Patrizia di
Sulmona. I i bo
° Regest. Fend. Carl. II, fasc. 8, fog. 140; PoLLIpor, Diss. de M. S.I.in
Ven., n. 11, fl. 93. ia È
° Cedolarii per le prov. degli Abruzzi, pag. 137, n. 831 e seg. registri.
È.
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CENNI STORICI SULLA FAMIGLIA DE’ GASPARI D73
per alcune signorie d’Anglona. Nel 1384 Bartolomeo de Gaspari, !
patrizio sulmonese fu creato vescovo di Sulmona per la sua altis-
sima dottrina. Nel 1560 figura a Sulmona nella stessa famiglia
un altro: patrizio Luigi de Gaspari la cui figura spicca per meriti
scientifici e letterari. Nel 1650 il nobile Ascanio Antonio de Ga-
sparis,° uomo di alto ingegno e vasta cultura, collaterale del
Campidoglio, fu destinato da Innocenzo X al vescovato dei Marsi,
diocesi tenuta in alto onore, come si può vedere dall'elenco dei
vescovi scelti sempre nelle più cospicue famiglie.
Il nob. Giuseppe de Gasperis nato a Civitaretenga nel 1806
fu uomo di grande ingegno ed eruditissimo, nonchè poeta e scrit-
tore ammirevole, e sopra tutti spicca la figura del senatore An-
nibale de Gasparis, una illustrazione italiana, le cui scoperte in
astronomia gli hanno. valso il plauso dell'intera Europa e l’ami-
cizia di numerosi monarchi, i quali lo coprirono di meritati onori.
Titolo di patrizio? pei discendenti del magnifico Luigi, del
mag. Francesco, del mag. Gio. Battista, del mag. Colantonio e
del mag. Giovanni de Gasparis signori d’Aschi, Molina e terre
. d’Anglona per il primogenito.
Titolo di conte palatino pei discendenti di Giov. Paolo de
Gasparis (1655).
Titolo di nobile per i collaterali discendenti di Ascanio An-
tonio de Gasparis.
Arma: d’azzurro a cinque monti di verde accomp. in capo
da una cometa d’oro ondeggiante in banda; questo stemma si
‘vede anche spaccato d’azzurro all'aquila con le ali spiegate al
_ naturale.
Ramo di Roma. Appartiene a questo ramo Francesco Maria
Gaspari, nato in Roma nel 1679; a diciotto anni fu dichiarato
lettore dello Archiginnasio della romana Sapienza ed a 19 s’ebbe
1 Di Pietro Iexnazio, Mem. storiche degli uomini illustri di Sulmona; IpEw,
Mem. storiche dì Sulmona; Ipem, Mem. storiche della Santa Chiesa di Sulmona.
? Historia Marsorum, libri tres, auctore Mutio ProgsBonio MARSO; Corsi-
GNANI, Reggia marsicana.
? Questo titolo antichissimo nel ramo tu confermato nel 1574 dal regio
delegato D. Ginnesio de Caviedes, Processus în causa Universitatis Sulmonis
super Regiminis, etc, 1574. Arch. di Sulmona.
n.
di
574 CENNI STORICI SULLA FAMIGLIA DE’ GASPARI
la cattedra di legge nel Seminario Romano, fu maestro di Fi-
sata eat
lippo Maurizio di Baviera, avvocato di Cosimo III di Toscana,
assessore per l'agricoltura e primo collaterale del Campidoglio.
Fu celebre giureconsulto e poeta ed il Sommo Pontefice deplo-
randone l’immatura fine ebbe a proferire: Egl era veramente un
uomo d'onore. ® A Roma fioriscono ancora i de Gasperis e Rossi
de Gasperis, questi ultimi alleati ai Marchesi Giustiniani.
Da altro ramo stabilitosi in Monteleone usci Francesco An-
2
tonio Gaspari, È nato nel 1799. Mostrò ingegno elettissimo ed
ci tie ce i Pt iu ito
acquistò vasta cultura per le matematiche, per l’ astronomia, .
nonchè per le altre scienze. Fu poeta eletto ed il Rolli asserisce
che nelle sue canzoni, nelle sue odi, rivive lo spirito innamorato
del Bartoli ed il versatile del Labinto.
Rami di Trento. ® Uno dei rami è rappresentato dai Gaspari
Gerio, i quali ottennero il titolo di nobiltà con dipioma dell’8
novembre 1632 da Carlo principe vescovo di Trento.
Titolo di nobile pei discendenti di Pietro Gaspari Gerio e
fratelli.
Arma: inquartato nel 1° e 4° d’azzurro alla stella di sel raggi
d’oro; nel 2° e 3° d’arg. al leone, al nat. cor. d’oro tenente nelle
branche anteriori una palma di verde; con due mani di carna-
gione in fede attraversanti in fascia sullo spaccato. Cimiero, due
semivoli di rosso e d’azzurro, fra quali un destrocherio tenente
una stella d’oro.
Nell’altro ramo parimenti di Trento, si è segnalato Gio. Bat-
tista de Gasparis de Novomonte * cultore di storia, eruditissimo
e celebre per le sue pubblicazioni contro lo scisma; ebbe la cat-
tedra di storia all’Università di Vienna e fu consigliere regio di
Maria Teresa d’Austria e più tardi membro della reggenza della
bassa Austria. Vl
Titolo di nobile pei discendenti di Gio. Battista de Gasparis.
Arma: inquartato 1° e 4° di rosso al cavallo inalberato reciso È
! ProspERO PETRONI, Elogio di F. Maria Gaspari.
? Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, 1827. Canonico Po-. Mu
TENZA, Elogio di Francesco Antonio Gaspari. Ro
® CROLLALANZA, Diz. storico blasonico.
* GaspParI, Della vita e delle opere di G. B. de Gasparis, Venezia.
TEA LEN
Pe AE) eg
CENNI STORICI SULLA FAMIGLIA DE' GASPARI 575
d’argento; 2° e 3° di argento a 5 monti di nero, sul tutto uno
scudetto d’azzurro all'aquila ad ali spiegate, di nero. i
Ramo di Serra Sanquirico. ! In questo ramo vanno ricordati:
Gasparre di Sante che fu priore, consigliere, ebbe fama di dotto
e fu tra gli ordinatori dello statuto; Giovanni Francesco Gaspari
gonfaloniere nel 1542; Arcangelo Gaspari che occupò le prime
cariche del Comune sulla metà del seicento; Gian Gaspare Ga-
spari illustre per le sue numerose opere occupò importantissime
cariche; Giacomo gonfaloniere nel 1711; don Carlo Antonio Ga-
spari, nome di vasta cultura e d’ingegno eletto; Giuseppe Gaspari
giureconsulto che fu, per ordine della Sacra Consulta, gonfalo-
niere e podestà nel 1770; Apollonio ed Antonio che furono capi-
tani della milizia, priori e gonfalonieri.
Titolo di nobile. Arma: d’azzurro alla fascia cucita di rosso
accomp. in capo da 8 stelle di 6 raggi d’oro male ordinate e da
un monte di tre cime di verde sormontate da una rosa fogliata
al naturale.
AURELIO DE GASPARIS.
! CROLLALANZA, loc. cit.; Dott. Dom. GaspParI, Mem. storiche di Serra San-
quirico nella Marca d’Ancona.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
FRANcEscHETTI FrANcESCO, Marco Marchetti abate mitrato di Este e la tela
rappresentante la canonizzazione di San Lorenzo. Giustiniani, Este, 1904,
in 4°.
Il chiar. A. prende argomento dal restauro dello storico quadro di An-
tonio Zanchi, esistente nel Duomo di Este, per illustrare i personaggi che
figurano in questo capolavoro del pittore estense, la cui opera magna, si
ammira nella scuola di San Rocco in Venezia. Primo fra essi l’abate Marco
Marchetti che commise questo quadro, e che lA. dimostra non essere stato
illustre solamente per meriti personali, ma anche per chiarezza di lignag-
gio, appartenendo egli a nobile famiglia estense ora estinta, che fino dal
XVI secolo sedeva in quel nobile Consiglio per il terziere di San Martino.
Altri ecclesiastici distinti uscirono da questa famiglia, fra i quali il cano-
nico Giuseppe (1560), il canonico Antonio (1562), Fra Bernardo minor con-
ventuale (1565) e Donna Virginia abbadessa benedettina in San Michele di
Este (1697). Nella chiesa dei conventuali si vedeva lo stemma Marchetti,
d’oro all’aquila dell'impero movente da un monte di tre cime di verde.
L’ abate Marco, forse per allusione al nome, adottò lo stemma di rosso al
leone di San Marco, accompagnato in capo da una stella d’oro con la di-
visa: SUB UMBRA ALARUM TUARUM. Figurano nel quadro anche il
pontefice Alessandro VIII, i cardinali Giovan Francesco Albani (che fu poi
papa Clemente XI), Pietro Ottoboni; Giovanni Lando ambasciatore della
repubblica edi principi Antonio e Marco fratelli del Papa, e fra i vescovi
il beato Gregorio e Marco Antonio Barbarigo, Leandro di Colloredo, Giovan
Battista Rubini, Giorgio Cornaro, Marco Dolfin, Vincenzo Grimani ed En-
rico de Noris, che poi furono tutti cardinali. L’A. ci dà notizie interessanti
di questi personaggi e mette in rilievo i pregi del dipinto descrivendolo
con singolare maestria.
Pipoux P. A., Notes sur d’anciens usages liturgiques des diocèses de Besangon
et de St.-Claude. Loss-le-Saunier, 1904, in-8.
Il dotto A,, ben noto per i suoi lavori paleografici ed archeologici,
studia l’origine dell’uso del canto del Kyrie-Eleison nei vespri di Pasqua,
che si conserva ancora in alcune diocesi della Francia, mentre non se ne
trovano traccie in Italia e nemmeno a Roma. Parla quindi dell’origine
delle tre messe del Natale il cui uso risale in Francia ai tempi di Carlo
Magno: tratta poi con molta erudizione dei colori liturgici in questre tre sa
messe.
CIAOO RIA TOR PERRIN SE A SE TRO
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RR VEE pe TR E RI e PISO, (IT e, "ATE
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1
NOTE BIBLIOGRAFICHE 5
Maysorca MortILLARO, Luici MARIA, Conte DI FRANCAVILLA, Lo stemma della
città di Francavilla. Palermo, 1904, Bragni, in-4.
Lo stemma di Francavilla, già feudo dei duchi di Sperlinga della Casa
Oneto è di rosso al castello d’oro torricellato di due pezzi dello stesso e
merlato alla ghibellina. Questo stemma si vede scolpito sul davanzale del
ponte di Santa Maria delle Preci, eretto nel 1585 e compito nel 1643 a
spese del re don Filippo IV. Che si tratti dell’emblema della città di Fran-
cavilla, lo dimostra il frontispizio di un codice in lingua spagnuola in per-
gamena, del 1667, nell'Archivio dell’A., e che contiene appunto i privilegi
concessi dai Reali di Spagna a quella città. Inoltre si prova con altro do-
cumento del 1773 rilasciato da quel municipio e che porta un sigillo di
forma rotonda, avente nel centro il castello ed intorno le parole: SIGIL-
LUM FRANCAVILLAE. Di tali documenti l’A. ci presenta una ripro-
duzione in fac-simile accompagnata da una bella vignetta, che rappresenta
il detto ponte. Con molta erudizione l’A. illustra questi documenti e riesce
a dimostrare in una maniera chiara e precisa, che la città di Francavilla
usò ab antiquo lo stemma descritto.
Non condividiamo però l’opinione del chiar. A., inquantochè egli vor-
rebbe adottata da quel municipio la corona murale che solo può applicarsi
ragionevolmente ad una nuova concessione di arma municipale, ma che
non può riferirsi ad una terra storica come Francavilla che già da quasi
tre secoli usa corona patriziale come si rileva dal libro dei privilegi citato.
Se qualche modificazione dovesse introdursi sarebbe piuttosto la sostitu-
zione di quella corona con quella comitale, poichè nei secoli scorsi conti
e marchesi e talvolta anche principi usavano indifferentemente corone al-
ternate di fioroni e di perle, e forse la corona in questione alludeva al
titolo comitale annesso alla giurisdizione feudale di quella città.
Annuario della nobiltà italiana. Anno XXVI, 1904. Bari in 32.
Il ritardo che soffre questa utile e seria pubblicazione, da due anni ha
avuto il suo contraccolpo anche in questa edizione. Il pubblico malgrado
ogni ragionamento contrario, non accetta di buon grado che un Annuario
nobiliare possa uscire in qualunque epoca dell’anno, quindi siamo informati
che si è messo già mano alla stampa dell’Annuario del 1905 e che esso
vedrà la luce nei primi del prossimo anno. Frattanto diamo il benvenuto
a questo volume che è all’altezza di quelli degli anni precedenti, e ci ap-
pare sempre più ricco di materie con l’inserzione di ben 220 famiglie nobili
riconosciute, che non figurano nelle annate anteriori. Il nome del suo illu-
stre direttore cav. Goffredo di Crollalanza è già favorevolmente noto per-
chè abbisogni di essere presentato ai nostri lettori. Egli mette ogni sua
cura perchè la sua pubblicazione riesca esatta e completa, nè gli si può
fare addebito di qualche ommissione inevitabile in libri di simil genere.
Per altro, le famiglie nobili italiane dovrebbero tutte cooperare alla
formazione di questo volume, rispondendo alle ripetute domande della re-
5783 NOTE BIBLIOGRAFICHE —
dazione. Non crediamo che la nobiltà italiana possa per una falsa mode-
stia, o per timore di essere accusata di vanità, esimersi dal concorrere a
rendere completo ed esatto questo annuario che non ha per scopo di sol-
leticare l’ambizione e la vanagloria delle famiglie, ma bensì quello di for-
mare un ricco repertorio utile alla storia delle medesime, e di tenere alto
il prestigio della nobiltà italiana, facilitando in pari tempo i rapporti fra
il ceto patrizio, e le ricerche agli studiosi di materia nobiliare. Mentre non
abbiamo che parole di lode per questa pubblicazione, ci permettiamo però
di deplorare una innovazione che toglie, a nostro parere, un pregio che
avevamo lodato nelle edizioni precedenti; ci riferiamo cioè all’inserzione
di famiglie ebree. Ricordiamo che uno degli appunti fatti dal valente di-
rettore dell’Annuario, al defunto Calendario d’oro, era proprio quello di
mettere a disposizione del ghetto nobile le colonne di un annuario nobi-
liare italiano, e questo mentre ne era direttore l’ottimo cattolico cav. Con-
tigliozzi e non già quando a lui succedette l’attuale proprietario dell’ere-
dità del Calendario d’oro, Barone di Castelnuovo, perchè essendo questi
israelita, non gli si potrebbe fare tale addebito.
Non comprendiamo poi la divisione dell’ Annuario in famiglie regni-
cole e non regnicole, una volta che fra le prime vengono poste famiglie
triestine suddite di S. M. I. R. A. e nizzarde, cittadine della Repubblica
francese. Ci sembra che tutte le famiglie residenti in paesi di lingua ita-
liana dovrebbero trovare uguale posto nelle colonne dell’Annuario. Con
maggior ragione poi si dovrebbero inserire le famiglie italiane che hanno | A
avuto titoli dalla Santa Sede e dalla Repubblica di San Marino, perchè
non essendo l’Annuario ufficiale, deve considerare gl’italiani, in possesso
legale di titoli senza tener conto dell’ufficialità dei medesimi. Potrebbero
esser posti in una seconda appendice, magari dopo le famiglie non regni-
cole, ma la loro ommissione rende meno completo e meno interessante, que-
sto Annuario, pur sempre utilissimo ed ottimamente redatto.
Armoiries des familles contenues dans lV’Armorial Général de J. B. RIETSTAP, pu- 4
bliées par F. Bender et Rolland. Paris, 1904, in corso di stampa.
Dans nos numéros de février et de juin nous avons annoncé la publi-
cation par MM. Bender et Rolland, è Paris, d’un Armorial général illustré
donnant toutes les figures des armoiries contenues dans l’ouvrage de Riet-
stap. Les six premiers fascicules ont paru, ils se composent de quatre vingt. È
huit planches de blasons, soit au total 4928 blasons, sans compter les sept
planches du vocabulaire. Par ces chiffres on peut se faire une idée de l’im- —
portance de cette publication, d’une exécution parfaite sous tous les rap- È
ports.
Chaque mois paraît un fascicule de 16 pages, contenant 896 blasons, dl
au prix de douze francs. e
Comme nous l’annoncions aussi, MM. Bender et Rolland, les savants
directeurs, ont fait paraître le premier fascicule de 84 pages du Sup- >
dè ; ;
)
n
È
tati ZA):
te Lic Ri itnt T
NOTE BIBLIOGRAFICHE 579
plément è l’Armorial général de Rietstap; imprimé sur beau papier en ca-
ractères neufs, il est splendidement illustré de gracieuses compositions en
taille douce: armoiries complètes avec supports et lambrequins, ex-libris, etc.
au total 256 sujets dont plusieurs occupant une page entière. Comme le
‘disent les auteurs dans leur préface, co Supplément comprend trois catégo-
ries: 1° l’enregistrement des armoiries des familles omises par Rietstap;
2° les additions; 3° les rectifications è faire au dit auteur; il est suivi d’un
Appendice donnant des notices détaillèes sur les familles. Le deuxième fa-
scicule est sous presse, le troisime est en préparation.
Nous recomandons vivement à nos lecteurs cette splendide pubblication.
Ou peut s’adresser à l’administration de notre Revue your tous renseigue-
ments à ce sujet.
PeLLOT PAUL, Les ascendants maternels de la Famille Taine. Paris, 1904, Pi-
card, in-8°.
Ci siamo già occupati della famiglia del celebre scrittore francese, illu-
strata dallo stesso A. Ora egli ci presenta il risultamento delle sue ricerche
sulle famiglie Hurtault, Quentelot, Besangon, Choffin, etc. da cui discende
per femmine la famiglia Taine. Erano famiglie di buona borghesia che
occuparono cariche cittadine di rilievo a Reims, a Rethel e altrove. Un
Enrico Hurtault fu consigliere del Re e avvocato al Parlamento nel xvi
secolo; Massimiliano Giuseppe Hurtault, membro deli’Istituto ( 1824), fu
valentissimo architetto. Questi ed altri personaggi ricorda l’A. documen-
tando ampiamente la genealogia delle diverse linee con quella competenza
che ognuno riconosce al valente archivista e bibliotecario di Rethel.
Causa Filangierì di Candida e Rossi Guarracino. Napoli, 1904 (Tribunale ci-
vile e penale di Napoli, Comparsa conclusionale).
La causa interessante che si discute dinanzi al Tribunale di Napoli
venne provocata dal conte Berardo Filangieri de Candida Gonzaga, noto
cultore dei nostri studi, contro i fratelli Carlo e Teresa Rossi eredi del fu
cav. Giovanni Filangieri i quali, per volontà del testatore assunsero il co-
gnome Filangieri e ne ottennero l’autorizzazione con regio decreto del
13 agosto 1902. Il conte Berardo geloso giustamente del proprio cognome
a lui riconosciuto come discendente dai Filangieri signori di Candida
| chiede ora che il decreto sia dichiarato nullo come lesivo ai suoi diritti
e che i Rossi cessino quindi di chiamarsi Filangieri.
Comprendiamo che egli non ami che il suo nome, rappresentato anche
dal ramo dei principi di Arianello, si estenda ad estranei, ma non è esatto
che il testatore possa disporre del proprio cognome soltanto in persona di
parenti successibili specie nel caso del defunto cav. Giovanni Filangieri il
quale era ultimo del ramo primogeniale e una volta che la sua vedova
donna Antonietta Filangieri dei principi di Arianello nata dei baroni Corsi
di Turri non si è opposta alla domanda.
580 NOTE BIBLIOGRAFICHE
Inoltre prima di ottenere il decreto di semplice aggiunta e non di so-
stituzione i Rossi avranno certamente esaurite tutte le pratiche imposte
dalla legge e fatte tutte le pubblicazioni prescritte senza che vi sia stata
opposizione di terzi interessati.
JoùBERT chev. JosePH, Le Président Kruger. Angers. 1904 (Journal de Maine-
et-Loîre, n. 17%).
Interessante studio biografico intorno al compianto Presidente del
Transvaal, “il più glorioso rappresentante di questa epoca memorabile
“ caratteristica nell'Africa australe per la lotta insana del ferro che servi
“a temprare la spada di un Both e di un de Wett, Temistocle e Baiardi
“moderni, contro l’oro che compra le coscienze, corrompe i cuori e prepara
“la decadenza dei popoli che ebbero la disgrazia di perdere le maschie
“ virtù militari dei loro antenati. ,, Così l'A. nostro egregio collega, termina
il suo brillante articolo.
Heraldische-Genealogische Blitter fiir adelige und birgerliche Geschlerhter. Bam-
berg, luglio e agosto 1904.
In questa egregia Rivista che dirige il nobile Teodoro von Kohlagen —
notiamo i seguenti interessanti articoli: “ Architekturen und Grabsteine
aus der Marienkirche zu Kònigsberg in Franken,, con interessanti ripro-
duzioni di sepolcri e di stemmi; “ Schild und Helm Bayern und Pfalz als A
Geschlechtswappen ausserhalb des Hauses Wittelsbach ,, di G. I. Ev. Ernst;
qualche illustrazione di ex-libris, sigilli, etc. con belle incisioni in nero ed
a colori.
Revue de questions héraldiques. Agosto 1904. Paris.
L’illustre visconte de Poli tratta dell’origine e discendenza di operai nobi-
litati dal re nel 1544, utile contingente per la storia nobiliare ed anche
esempio a coloro che accusano ingiustamente le monarchie dei secoli scorsi
di esclusivismo e di favoritismo per le classi elevate. Notiamo anche uno à
studio del dotto archivista signor Teodoro Courteaux sopra gli antichi si-
gnori di Franquemont e uno studio del marchese di Croizier sulla biblio- —
grafia di opere di sfragistica francese.
Archives Héraldiques Suisses (Schweizer Archiv fur Horaldit) Fasc, 2% 1904 A
Basel in-8°,
Notiamo un articolo sulla nobile famiglia Laurent con un diploma È
inedito dell’imperatore Sigismondo del 1432; uno studio del sig. Dubois
sullo stemma del vescovo Guglielmo di Menthonay nella cattedrale di Lo- A
sanna; un lungo cenno dei signori Segesser e Durrer sopra il libro di fami- dI
glia del capitano cav. Jost Segesser (1529-1592). La Rivista diretta dal D
chiar. dottor Stiickelberg, professore nell'università di Basilea, è illustrata | Î
da tavole a colori e da belle incisioni.
RR I N OT. MST TRI E RI
NOTE BIBLIOGRAFICHE 581
Der Deutsche Herold. Agosto 1904. Berlin in-4°.
Questa Rivista della Società Herold di Berlino si occupa nel’presente
numero di araldica giapponese, se veramente può chiamarsi tale un’acco-
zaglia di figure e di piante esotiche che costituisce il neo blasone del Sole
Levante. Fintanto che i nobili creati dal Mikado non adotteranno emblemi
corrispondenti all’araldica europea nella stessa guisa che imitarono gli
europei nei titoli nobiliari, non possiamo dar posto nei nostri studi a quei
simboli fantastici. Tanto varrebbe accettare, forse con più ragione, come
stemmi, le figure che gl’Inca del Perù e gli Aztec del Messico scolpivano
sulle loro tombe e dipingevano sui loro vessilli.
La Revue Héraldique. Luglio e Agosto 1904. Paris, in-8°.
Contiene uno studio del signor Cadet de Gassicourt sui titoli di duca
e di principe dell’Impero napoleonico; la lista generale degli emigrati fran-
cesi del 1793 compilata dal visconte de Blosseville-Bethune; un cenno sulla
famiglia Joly de Bammeville e uno studio sui Gibieuf de Chappes del si-
gnor Henry de la Perrière. La famiglia di quest’ultimo è illustrata dotta-
mente dal Barone de Boure de Paulin.
Archives de la Société des collectionneurs d’ex-libris. Agosto 1904. Paris in-4.
Il signor Prospero Falgairolle, archivista della città di Vauvert si oc-
cupa degli ex-libris del conte di Balincourt e di Mgr. de Roverie de Ca-
brières. Quest’ultimo che porta una rovere d’oro in campo azzurro c’'interessa
particolarmente perchè si riferisce alla illustre famiglia di Mgr. vescovo
di Montpellier che si vuole derivata dagl'italiani della Rovere. Il signor
Gaston Jourdanne illustra una rilegatura con lo stemma di Mgr. de Vitalis
de Lestang vescovo di Carcassonne (1603-1621). L'A. blasona questo stemma
inquartato nel 1° e 4° d’azzurro a 2 pesci d’argento e al capo di... a 3 croci
— dell’ordine dello Spirito Santo; nel 2° e 3° di nero alla montagna di 3 cime
d’oro; sul tutto d’argento alla fascia di rosso accompagnata da 3 trifogli
di verde. Nel fac-simile lo scudo è accollato a un rosario da cui pende
una croce patente; l’A. vede in essa ed in quelle dello scudo la croce dello
| Spirito Santo, mentre questa era biforcata. Inoltre non vi ha esempio che
la croce di quell’ordine si sia mai rappresentata dentro lo scudo e molto
meno appesa ad un rosario. Sarebbe in tutti i casi la croce di Malta, ma
la sua forma patente lo esclude a meno non si tratti d’inesattezza dell’ in-
cisore. Consideriamo quindi il capo con le crocette patenti come parte in-
tegrale dello stemma senza alcuna allusione ad ordini cavallereschi ed il
rosario, emblema di devozione o di qualche priorato.
QUESITI ARALDICI
DOMANDE.
46° A Grottaferrata vi è un frammento sepolcrale del xIv secolo nel quale
è uno scudetto di . .... a 6 besanti posti 3, 2 e 1, alcapo di . . . pieno.
Si desidera sapere a quale famiglia abbia appartenuto. ,
D. Antonio RoccHI, Monaco Basilino.
47° On desire connaître les veritables armoiries de la famille de Vitalis
de l’Estang.
O. BRETON.
CRONACA
— In questi momenti dolorosi per la Santa Sede sentiamo il dovere e |
il bisogno di raffermare i nostri sentimenti di devozione e di attaccamento È
alla Persona Augusta del Sovrano Pontefice e di obbedienza incondizionata
alle disposizioni pontificie. 1
— Non meno dolorosi sono questi momenti per la nostra Italia e per —
le nazioni sorelle della razza latina. Orde di scioperanti ingrossate da mal- | i
viventi, capitanate da arruffapopoli sfruttatori di seggi parlamentari. Con- v
gressi di liberi pensatori e di franchi-muratori innegianti a Satana ed a Darwin È
alcanto della Marsigliese e dell’ Internazionale. Insulti all'esercito, all'autorità
costituita, alla persona del Sovrano; le bandiere e gli stemmi governativi
trascinati nel fango. Impassibilità affettata dei governi per nascondere l’im-. v
potenza e l’incapacità a trattenere la fiumana perchè scaturita dalla me- 4
desima fonte rivoluzionaria da cui uscirono essi. Infine uno sconvolgimento È
di uomini e di cose pur troppo inevitabile perchè dovuto alla colpevole a
tolleranza dei governi ed all’educazione democratica ad anti-cristiana dei @
popoli. di
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CRONACA 583
Giova sperare che calmato l’impeto delle passioni una salutare reazione
ridoni l’ordine e la pace alla società odierna che pretendendo sottrarsi ad
una ipotetica tirannia, si è fatta schiava delle sette e della superbia dei
demagoghi.
Nomine. — Il sig. D. Bartolomeo Giovanni de Ribas di Palma di Ma-
jorca è stato nominato conte romano.
Onorificenze. — Ordine Piano: Il duca D. Antonino Salviati (nato Bor-
ghese) duca di Giuliano e marchese di Montieri e Bocchegiano è stato
insignito della gran croce.
— Il comm. Edmondo Puccinelli maestro di casa di S. S. ha ottenuto
il grado di commendatore. i
— Il cav. Pietro Costa reggente l’Intendenza di S. S. è stato fregiato
della croce di cavaliere.
Ordine di San Gregorio Magno: Il marchese Giulio Sacchetti cameriere
segreto di spada e cappa partecipante, coadiutore di suo padre marchese
Urbano, come Foriere maggiore dei Sacri Palazzi Apostolici e già gran
croce degli ordini del Santo Sepolcro e della Concezione di Portogallo è
stato promosso da comm. con placca a gran croce dell'ordine di San Gre-
| gorio Magno.
— Il cav. Paolo Ceccopieri comandante la gendarmeria pontificia e
l’avv. Carlo Marini ufficiale della guardia palatina sono stati nominati
commendatori.
— Il dott. Giuseppe Salvadori, il dott. Andrea Amici e il dott. Ubaldo
‘Angeli sono stati insigniti della croce di cavaliere.
Ordine aurato di San Silvestro: I signori cav. Luigi Martinucci came-
riere d'onore di spada e cappa di Sua Santità, segretario della Prefettura
dei Sacri Palazzi Apostolici; il cav. Cesare Rossignani; il cav. Raffaele
Molinari; il cav. Federico Maunucci ufficiali dell’Amministrazione aposto-
lica, il cav. Costantino Sneider architetto dei Palazzi pontifici; il cav. Carlo
Tuccimei già ufficiale nei zuavi pontifici e il cav. Giuseppe Jannssens pit-
. tore belga, sono stati nominati commendatori.
Ordine Geros. del Santo Sepolcro: Il conte Pianelli de la Valette ha
| ottenuto il grado di commendatore con placca.
Il conte Henri de Gérin-Ricard, i signori Aristide Kiriahou e Kapou
. Kehay del Patriarcato ecumenico sono stati decorati delle insegne di ca-
| valiere.
Varie. — Il nostro egregio collega sig. marchese di Ornano, autore
. della Corse Militaire ha ricevuto un attestato di stima e di simpatia dai
| cittadini di Ota. Gli è stato offerto un’artistico gruppo in bronzo de Chapu
La Verità e la storia con la seguente iscrizione: AU MARQUIS D’'ORNANO AUTEUR
| DE LA “ CORSE MILITAIRE,, SES COMPATRIOTES D’OTA.
584 CRONACA
— Annunciamo con piacere un nuovo lavoro d’imminente pubblicazione
del chiar. sig. abate cav. Giovanni Mini di Castrocaro, sulla illustre fami-
glia dei conti della Torre di Ravenna che egli afferma provenienti dalla
stirpe fiorentina dei del Bello, consorti degli Alighieri. A suo tempo daremo
l'esame di quest’opera.
— Una parola di elogio al coraggioso patrizio napoletano duca Frezza
di San Felice che fedele alle sante tradizioni dei suoi avi, ha levato la voce
per stigmatizzare l’erezione diun monumento accettato dalla pusillanimità
e dal rispetto umano dei suoi colleghi del Consiglio comunale, in quella
gloriosa Napoli che finora si era sottratta alle imposizioni settarie.
— Un certo conte Salimbene della Torre, la cui genealogia ci è ignota,
da Londra ove risiede, conferisce l’ordine cattolico ospedaliere dell'Aquila
Reale di Montreal. Questo pseudo-ordine ha forse la stessa origine di quello
ipotetico ed ora dimenticato di San Salvatore di Montréal. Hanno però
ambedue lo stesso scopo, cioè di spillare danari agl’ ingenui.
— Leggiamo in qualche giornale che un certo sig. Frohlich tirolese,
a scopo di beneficenza ha pubblicato una tariffa dei prezzi correnti per
ottenere titoli ed onorificenze da varie potenze. I giornali naturalmente
omettono l’Italia, ma non dimenticano la Santa Sede con rilevantissime
cifre. Sarebbe nostro dovere di protestare se la cosa non fosse semplice-
mente ridicola, perchè è universalmeute noto che le onorificenze pontificie
non vengono concesse che di motu proprio del Papa, oppure dietro proposta
e con caldissime commendatizie, talvolta non esaudite, dei Vescovi e dei
Nunzi apostolici. Chiamiamo soltanto l’attenzione dell’autorità austriaca
sopra questa agenzia internazionale, che attira il discredito sopra istituzioni
serie e rispettabili e che implica necessariamente frode o corruzione di
pubblici ufficiali.
Necrologio. — Il 26 luglio p. p. cessava di vivere alla Sliema, Malta, D°
la nobil donna Vittoria Barbaro dei marchesi di San Giorgio, consorte del à
nostro amatissimo collega il N. H. Bali gran croce Carlo Ermolao Zim-
mermann Barbaro dei marchesi di San Giorgio patrizio veneto, commen- |
datore dell’ordine di San Gregorio Magno, rappresentante a Malta il S. M. O. —
Ger. del S. Sepolcro, ecc. La compianta matrona e il suo degno sposo fu-
rono i munifici fondatori del Santuario di Gesù Nazareno, il tempio popolare 4
che è di grande beneficio agli abitanti della Sliema. Questo basti a dimo-
strare quanto benemerita della religione era la nobile estinta che fu donna —
di eccellenti virtù di mente e di cuore. I funerali furono celebrati nel San- |
tuario con grande concorso di popolo. Le nostre sincere condoglianze all’ad-
dolorato consorte.
Roma. — Tip. dell'Unione Cooperativa Editrice. via Federico Cesi, 45.
VALE E en e en
VI SG E SRP, FOTO. Op
Stemma di Donna Maria Frassoni
fondatrice del primo collegio della Compagnia di Gesù.
Sl OBE A
DONNA MARIA FRASSONI
E I GESUITI IN FERRARA
Quella fede che è vit-
toria che vince il mon-
do, quella fede che spinse
la carità e l’eroismo dei
Santi fino al martirio;
che animò i guerrieri alle
più gloriose imprese: che
ispirò agli artisti, e ai
poeti, le più sublimi crea-
zioni, animò nel xvi se-
colo una gentildonna fer-
rarese ad opporsi alla
invadente propaganda
luterana, introdotta in
Ferrara dalla duchessa
Renata di Francia.
Incoraggiata dai progressi della riforma nella Germania e nella
Francia, la baldanza dei protestanti aumentava ogni giorno nè
già conosceva ritegno di sorta. La Provvidenza però riservava
a tali momenti burrascosi l'apparizione di un uomo straordi-
nario: Ignazio di Loyola. Esso era sconosciuto, disprezzato per-
seguitato; ma non indietreggiava dinanzi alla missione che si
era imposta; quella di estirpare l’eresia e di ricondurre gli uomini
alle evangeliche verità.
Rivista del Collegio Araldico (ottobre 1904)
37
586 DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA
Il pericolo che minacciava Ferrara con l’invadente scisma,
gli fece appunto scegliere questa città come campo di battaglia.
Una gentildonna, Maria Frassoni lo comprese, lo protesse e
cooperò efficacemente a reprimere gli stolti conati dell’eresia.
Il P. Ippolito Sivieri S. J. famoso matematico e professore
nella ferrarese Università (n. 1697 + 1780) ci ha lasciato inedito,
un volume dal titolo: Memorie istoriche di Casa Frassoni, che
potrebbe meglio dirsi una dettagliata storia della fondazione del
Collegio dei Gesuiti ed una esatta biografia della fondatrice.!
Avendo sottomano l'Archivio della compagnia potè il P. Si-
vieri documentare le predette memorie, con lettere di San Ignazio,
del P. Laynez, del P. Mercuriano, con notizie riguardanti San
Francesco Borgia, con privilegi ducali ecc., i cui originali dopo.
il 1859 andarono miseramente perduti, a meno che non si tro-
vino nel fondo gesuitico custodito in una sala dell'archivio comu-
nale di Ferrara, ma tuttora inesplorato.
Preziosa è dunque la copia di tali documenti conservataci
dal P. Sivieri, come assai pregevoli ed interessanti sono le Me-
morie, le quali dimostrano che se il duca Ercole II “ aveva più
“ volte promesso di fondare un Collegio degno di lui nella sua città 3 F
‘ ed assegnò graziosamente scudi dugento în oro per il mantenimento |
“ deìù Padri... non potè eseguire il suo disegno. ,
“ Una donna , prosegue il Sivieri, “ fu #1 mezzo destinato da —
“ Dio a compiere la grand’opera della fondazione del Collegio, rico-
“ nosciuta però e dichiarata per FoxnpaTRICE di esso dallo stesso a
“ Santo Padre Ignazio fondatore di tutta la compagnia; questa fu B
“ Donna Maria Frassoni del Gesso detta la Fattora perchè stette. 4
“ moglie di Lanfranco del Gesso Fattor Ducale che lasciò di vivere
“ Panno 1550 ed è sepolto in Chiesa nostra con. onorevole memoria
“ delle sue azioni et impieghi. ,, I
Era essa nata nel 1504 da Iacopo dei Conti Frassoni e dalla 3
nobile Caterina dei Biondi prossima parente del celebre Flavio Bi
Biondi. Ventenne appena sposò Lanfranco dei Gessi o del Gesso —
Conte palatino e nobile di Lugo, derivato dagli antichi Conti
del Castello di Gesso. Fra Leandro Alberti contemporaneo did
' L'originale si conserva nel mio archivio. La copia si trova nella Biblio- È
teca comunale di Ferrara.
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"= dit De: ) Es i RETE RR PERTINI, LETTI
DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA 587
Lanfranco, lo dice Zuris consulto celeberrimo, uomo saggio et pra-
tico nel trattare le cose di stato.
Scrisse opere legali che gli valsero la fama che gli attri-
buisce l’Alberti ed il favore del Duca di Ferrara Ercole II che
lo volle prima governatore di Reggio e di Carpi quindi di Modena.
Poi, lo fece suo consigliere intimo e di Stato e finalmente gli
affidò la vasta amministrazione dei beni della Corona Ducale col
titolo di Segretario di Stato e di Fattor Generale che equivaleva
all’odierno Primo Ministro.
Fu poscia eletto Podestà di Ferrara e Rettore dell’ Univer-
sità e morì giovane ancora nel 1550 venendo tumulato nella
Chiesa della Rosa da dove fu poi trasportato in quella del Gesù
in cui tuttora si legge il suo elogio sepolcrale.
Rimasta vedova e senza figli ed in possesso di pingue patri-
monio al quale si aggiunse parte della eredità del marito, Donna
Maria dedicò la sua intiera esistenza a continuare l’opera ini-
ziata proteggendo in ogni maniera il Padre Simone Rodriguez
spagnuolo ed il Padre Claudio Jay francese, che San Ignazio
aveva mandato a Ferrara venendo anch’esso segretamente allog-
giato nel palazzo Frassoni.
Valendosi del libero accesso alla Corte, la pia dama influì
sull’animo del Duca perchè scegliesse a confessore il P. Jay; più
tardi ottenne per lui e per i suoi confratelli protezione e favori.
Morto Ercole II ed ammessa fra le dame d’onore della duchessa
Barbara d'Austria seppe cattivarsi l'animo di questa pia princi-
pessa a favore dei compagni di San Ignazio.
Per le sue molte virtù e per lo zelo spiegato a vantaggio
della religione, Donna Maria era tenuta in altissimo concetto e
di sovente consultata dalle principali dame della Corte. La Du-
chessa Barbara d’Austria soleva spesso conferire con lei e reca-
vasi talvolta al suo palazzo nel più stretto incognito. Fu fami-
liarissima anche d’Isabella d'Aragona, Regina di Napoli, che
abitò per più anni Ferrara e che Donna Maria Soleva chiamare
la sua clementissima regina.
1 Frassoni Ab. CesaRE, Memorie storiche del Finale di Lombardia. (Mo-
dena, 1778, in-4° p.).
588 DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA
Sant'Ignazio e San Francesco di Borgia mantennero con questa i
pia gentildonna attiva corrispondenza e le attestarono in parec- |
chie occasioni la loro gratitudine essendosi essa spontaneamente,
irresistibilmente spogliata di ogni suo avere per fondare il primo
collegio italiano della compagnia, che fu quello di Ferrara. $
Durante quarant'anni Donna Maria con instancabile zelo pro-
fuse intorno a sè i suoi beneficî proteggendo la Compagnia ed
il suo apostolato.
Sant'Ignazio la dichiarò IMWMustre fondatrice; Si Francesco di
Borgia, il P. Laynez, il P. Mercuriano la dissero più volte bdene-
merita, virtuosissima fondatrice: |
Il consiglio di chiamare i padri della compagnia a Ferrara . *
venne dato a Donna Maria dal suo cappellano, Don Tommaso “di
da Modena, negli ultimi momenti di sua vita. Chiamò essa in-
fatti da Bologna il padre Pascasio Broet e il padre Victoria, A
che furono alloggiati nell’ ospedale di Sant'Anna. Partirono È
poco dopo, ma ritornarono il 5 giugno 1551 col padre Pelletario, È
alloggiati in una casa della Frassoni, nel luogo ove dopo venne
eretta la chiesa del Gesù. La Frassoni elesse a suo confessore
il padre Broet, il quale, chiamato a Parigi l’anno dopo, vi morì Ci
di morbo infettivo contratto nell'assistere gli ammalati. Il padre
Pelletario fu il primo rettore della Casa dei Gesuiti e secondo va
confessore della Frassoni. Ma tale Casa non era adatta allo sta-
bilimento definitivo della Compagnia, e perciò giunse a Ferrara
il visitatore della Lombardia, il quale tenne varie conferenze con sY
la Frassoni. Essendo discrepanti le opinioni, questa si rivolse al
Santo Fondatore, il quale, con la sua lettera del 7 gennaio 1553,! «sd
assicurò che nulla sarebbe stato eseguito contro il di lei volere.
Mia Sig"* nel Sig"° N°,
La summa gra et amor eterno de Christo N. S. sia sempre in aiuto —
et favor nostro. Non ho risposto in sin adesso a quella de V. S. de 10 de @
decembre, lo farò al presente, ringratiando V. 8. della molta sua; cherice gli
et devotione con che aiuta quella opera de Dio N. S. in Ferrara et il buon
animo che tiene d’ajutarla per l'avvenire no dubito che la farà partecipe | ii
Iddio N. S. de tutto il bene che in essa si farà de più etiam per la medema
charità et beneficentia de V. S. mi è parso essere il nro debito che le cc |
1 Copia autentica presso di me,
DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA 589
munichiamo tutte le gratie et meriti di detta Compagnia in tutto il mondo
sparsa il che con li benefatori principali sogliamo fare in modo che de
tutto qnto fanno et patiscono li nostri dove si voglia che si trovano V. S.
partecipa il merito.
Omissis.
Scrivo alli nostri s'accomodino al parer di V. S. senza cui voluntà non
se partirà da Ferrara il M"° Joanne Pelletario nè alcun altro...
Omissis.
Tutto de V. S. nel Sgn" N"°
Ignatio
Roma, 7 de gen. 1553.
Alla molto Magnifica S"* mia nel Sig"°
Madona Maria del Gesso, Ferrara.
Dopo questa lettera, che mise le cose a posto, non manca-
rono però a Donna Maria tribolazioni gravissime, e di ciò rag-
«guagliato Sant'Ignazio la consolò con altra lettera del 20 gen-
0 1054.
Molto Magnifica mia sigra nel S" Nostro.
La somma gratia et amor eterno de Christo N. S. Saluti et visiti con
suoi SSmi doni et gratie spali; avendo inteso per lettere delli nostri che
V. S. fosse visitata d’Iddio N. S. con alcuna infermità corporale et travagli
anche della mente mi pare doveva visitare con lettera poichè in altro modo
non mi è possibile V. S. et ricordarle che suole procedere in questo modo
la providentia del molto amantissimo Padre Sapientissimo medico con
quelli che molto ama et quanto più presto dopo la prosente vita li vuole
condurre alla partecipation de sua felicità eterna.
Omissis.
i Io scrivo a nostro Fratello M"° Giovanni che per la occupatione non
sopragiunta alle altre non manchi de visitar V. S. come voleva perchè in
verità V. S. è causa che Lui stia in Ferrara et per soddisfatione et conso-
latione di quella io penso ritenere continuamente.
Omissis.
Tutto di V. S. nel S" N.
Ignatio.
Roma 20 di gen. 1554.
Alla Molto Magnifica mia Sig"* nel S. N.
Madona Maria del Gesso, Ferrara.
Acquisto Donna Maria il Conservatorio delle Zitelle della
Rosa, dove stabilmente si trasferirono 1 padri della Compagnia,
_ _*® Copia autentica presso di me,
590 DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA
ed in tale occasione ebbe da Sant'Ignazio una terza lettera in
data 13 febbraio 1554. Questa lettera si conservava nell'archivio
del Gesù a Ferrara e venne trascritta nel 1804 dal padre Rocco.
Menchaca, che la pubblicò nella raccolta spagnuola delle lettere
di Sant’ Ignazio.
Amplissimae Dominae meae in Domino nostro Dominae Mariae a Gesso
Ferrariae. Cum ex Sociorum epistolis cognoverim aegra tum corporis va-
letudine mentis tum etiam angoribus exerceri a Deo Dominationem vestram;
Omissis.
Socio nostro Magistro Joanni per litteras significo ne nisi nova qua-
quam occupatio ne prohibeatur Dominationem vestram quemadmodum so-
lebat offici causa convenire ullo pacto praetermittat; etenim quod Ferrariae
venetur ipse vestrae porro Dominationis referendum est acceptum.
Omissis.
Romae XIII Kal Febr. ann. 1554.
Dominationis vestrae Totus in Domino. nostro. —
Ignatius.
Altra lettera diresse Sant'Ignazio a Donna Maria il 23 giu- 19
gno 1554 sullo stesso argomento, e la copiò esattamenre il padre i
Sivieri nelle suaccennate Memorie, come venne da noi trascritta
in una nostra precedente pubblicazione. ! 00 È
Alla molto Magnifica mia
Sign"* nel S. N. Madona
Maria del Gesso. Ferrara.
Mia Signora nel Sig" nostro.
La soma gratia et amor eterno de Cristo N. S. saluti e visiti V. S. con
suoi SSmi doni et gratie spirituali. Non ho fatto risposta prima d’adesso
per essere stato infermo e benchè non sia ancora del tutto libero non ho. i
voluto mancare di scrivere questi pochi versi non per ringraziare V. S. dei | A
benefici fatti benchè molto grandi; perchè questo lascio a Colui per cui
amore et riverentia gli ha fatti, ma per mostrare di aver memoria di quelli È:
1a
e di pregare la Divina liberalità si degni secondo la sua potentia e bonta —
infinita darle eterne rimunerationi. sten pr
136
Specialmente mi rallegro della contentezza che la V. S. mostra che li 19
vd
nostri abiano casa propria in Ferrara e l’abiano dalle sue mani e spero
che sarà principio fermo di qualche gran servizio di Dio. i
1 I conti Frassoni. Memorie storiche genealogiche di F. Pasini. — Rocca —
San Casciano, 1895, in-8. mf o
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DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA 591
_ A V.S. per molte vie sono comuni tutte le nostre orationi per spe-
ciale partecipatione. Non altro se non pregare Iddio N. S. che a tutti con-
ceda gratia abbondante per conoscere et adempire sempre sua SSma vo-
lontà. — De Roma 23 giugno 1554.
Tutto de Vostra Signoria nel Signor nostro.
Ignatio.
Mancato Sant'Ignazio e rimasto vicario della Compagnia il
padre Diego Laynez, questi avvertì Donna Maria che richiamava
a. Roma il padre Pelletario per il Capitolo che si tenne per la
elezione del nuovo generale, che ricadde sullo stesso Laynez.
Morto frattanto il duca Ercole II, ed inasprito il nuovo duca
Alfonso II per il rifiuto che ebbe dal padre Laynez, a cui avea
chiesto come predicatore nella quaresima il padre Alfonso Sal-
meron, tolse ai gesuiti il sussidio che ad essi aveva assegnato il
padre suo.
—_ A supplire questa mancanza pensò donna Maria ed il P. Laynez
con sua lettera del 27 giugno 1559! mentre la ringraziava, le
raccomandava il dott. Fulvio® nostro fratello il quale avrà special
cura del Collegio nostro di Ferrara e servirà anche V. S. in tutto
quello che potrà a gloria di Dio N. S.
Eletto Generale il P. Borgia (S. Francesco), questi, ancorchè
parente della Casa d’Este, nulla potè ottenere, e così il Collegio
continuò a mantenersi con le elargizioni della pia donna.
Andò il P. Borgia a visitare il Collegio di Ferrara il 19
aprile 1572, ed in una cronaca della Compagnia in Ferrara,
trascritta dal P. Sivieri dall’originale di Marcantonio Mellino, si
legge:
“ Die 19 mensis aprilis — Il Preposto nostro generale, il
“ P. Francesco Borgia della Compagnia di Gesù, mandato dal
“ Sommo Pontefice Pio V col Reverend.mo Legato di S. S. il Car-
“ dinale Alessandro, Nepote di Sua Santità in Spagna, Porto-
“ gallo, Francia; nel ritornare s'infermò a Turino et arrivato a
“ Ferrara dove venne per Po si fermò nel nostro collegio e vi
‘ stette infermo ..... (omissis) l’Illmo sig. Duca molte volte lo
1 Memorie sudd? nel mio archivio.
? P. Fulvio Androsio.
592 DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA
“ venne a Visitare e. gli usò grandissima carità perciò non solo
“ li fece le spese per tutto il tempo che stette in Ferrara ma
“ancora lo mandò in una sua barca et li prestò una lettica fino
“a Loreto... L'Illmo Cardinale d’ Este lo venne a visitare lo
“ stesso fece il sig. don Francesco zio del sig. Duca. ,
Ma S. Francesco moriva senza avere ottenuto quanto avrebbe
desiderato dalla Corte di Ferrara.
Il suo successore P. Everardo Mercuriano, in una sua lettera
datata da Roma il 6 giugno 1573 e trascritta dallo stesso P. Si-
vieri! dice: “ La lettera di V. S. mi é stata gratissima per essere
“ di persona che tanto ama l'amor di Dio e a che la nostra Com-
“ pagnia è tanto OBBLIGATA PEE ESSERCI STATA SEMPRE MADRE. ,
N Y
di Ri im ni a
Dopo molti sforzi, ottenuta la protezione della duchessa Bar-
bara d'Austria, potè finalmente la Frassoni vedere ultimata la
Chiesa del Gesù ed ebbe la consolazione di assistere alla Prima
messa che vi celebrò il 5 febbraio 1580 il Santo Cardinale Carlo
Borromeo, assistito da tre vescovi. — E fu questo il terzo Santo
che la Frassoni ebbe la ventura di avvicinare.
Nei registri della Chiesa del Gesù si trova poi la seguente
memoria: |
“ A dì 4 marzo che fu la domenica di quaresima a ore 28
passò a miglior vita la Santa Memoria della Signora Fattora
dichiarata Fondatrice di questo Collegio dalla Santa memoria
del nostro Padre Ignatio. — Il dì seguente fu seppellita in
nostra Chiesa nella sua sepultura con un breve in mano posto
in una cassetta di piombo scritta in pergamena così: |
JESUS —+ MARIA
MARIA GYPSIA ILLLSTRI PIETATE FOEMINA
FUNDATRIX
AB IPSO P. N. IGNATIO DECLARATA
HUJUS FERRARIENSIS COLLEGII ©
A. D. MDXC
AET. SUAE LXXXVI
IV NON MARTII
1 SIVIERI, memorie, cit.
DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA 593
Nella Chiesa del Gesù in Ferrara, alla destra dell’altare mag-
giore si legge scolpita in marmo la seguente epigrafe:
D. 0. M.
MARIAE FRASSONIZE
LANFRANCI A GYPSO VXORI LECTISSIMAE
HUJUS COLLEGI IPSO D. IGNATIO AVTHORE
PARENTI PRIMA
SOCIETAS JESU
FOEMINAE DE SE OPTIME MEEITA
G. A. M. P.
VIX. AN. LXXXVI — O. B. IV NON MART. MDXOC.
Tutte queste testimonianze dimostrano palesemente che donna
Maria Frassoni deve considerarsi la vera fondatrice del Collegio
ferrarese dei gesuiti.
A questo riguardo scriveva nel 1778 l'illustre abate Cesare
Frassoni nella sua Storia del Finale citata (pag. 192) “ È a do-
“ lersi che ad un moderno e celebre scrittore della Storia della
“ letteratura, sia sfuggita dall'occhio, tuttochè diligentissimo ricer-
“ catore e n’abbia tutto il merito parzialmente attribuito al duca
“ Ercole II tanto favorevole all’ Istituto che assegnogli un annuo
sussidio arrestato poscia a sommossa di potenti avversari che
rinforzando le contraddizioni dopo la morte del Duca deter-
minarono Maria Frassoni alla generosa cessione del proprio
“ palagio. ,,
Ed anche il parmense canonico Antonio Mazza nel 1774 scri-
veva alludendo alla fondatrice! “..
(1A
. 1 munifici Frassoni giun-
sero fino a spogliare sè stessi di pingui patrimoni cedere i
“ vasti poderi e gli splendidi palagi, commutare in angusto ospizio
“ anteponendo ai loro comodi gli sperati vantaggi della patria
“ e della religione. ,
Infatti nell'Archivio notarile di Ferrara può vedersi l’istru-
mento del 1569, rogito Maurelio Taurini, elargito in elemosina
E. Collegiù del Gesù Ferrara a Magnifica Domina Maria a Gypso
ì, ! Orazione recitata nell'Accademia dei fluttuanti del Finale il giorno
14 aprile 1774 (Modena, 1774, in-80.)
594 DONNA MARIA FRASSONI E I GESUITI IN FERRARA
dal quale si rileva che fece donazione alla Compagnia di tutti
i suoi beni, ritenendo per sè il puro necessario alla sussistenza.
Il P. Sivieri narra 1 particolari della vita ammirabile di quella
santa donna e riferisce sull’autorità del P. Garcia che era tanta
la fede che essa aveva nel Patriarca Sant'Ignazio che “ succum-
“bebat morti proxima cum ad eam allata est Ignatii epistola
“qua via dum a se perlecta se melius sensit quem antea non
“ potuerat cibum sumpsit ed continuo a lecto surrexit. , !
Lo stesso Sivieri nell’accennare agli altri benefattori del Col-
legio e principalmente alla duchessa Barbara d’ Austria ed al
duca Ercole II li dichiara benemeriti dopo la fondatrice signora
Fattora. — Anche l’abate Cesare Frassoni lasciò manoscritta una
biografia della sua illustre antenata ? e dice che la somma che
del proprio impiegò questa insigne donna a favore del Collegio
di Ferrara superò i 70,000 scudi d’oro, oltre ai sussidi dati alla
Casa di Roma ed ai lasciti fatti di cospicui stabili.
Il Collegio dei Gesuiti in Ferrara fu per tre secoli il ricetto
delle virtù e del sapere — in esso fu allevata gran parte degli
uomini più insigni di quella città — in esso fiorirono un P. Bar-
toli, un P. Malavolti, un P. Sivieri, un P. Riccioli, un P. Finetti
e tanti altri religiosi sommi per dottrina e per virtù.
Ora nelle ampie aule del vasto edifizio non risuona più la
dotta e cristiana parola dei figli di Sant'Ignazio. Gl’insegnanti
laici della odierna scuola positiva guidano le giovani menti nella
via della morale indipendente e del libero pensiero che conduce «ZI
D
E SII TSE A
alla mostruosa bestemmia dell’ateo.
A questo scopo vengono oggi erogate le rendite della pia e 3
magnanima fondatrice del Collegio. *
FERRUCCIO Pasi FRASSONI.
! SIVIERI, Mem., cit.
? Autografo presso di me.
N.B. Il Santo Padre Leone XIII con sovrano rescritto del 20 ottobre 1898.
si degnava autorizzare il Conte Ferruccio Pasini-Frassoni come rappresen- È
tante della famiglia della fondatrice del 1° Collegio della Compagnia di
Gesù ad aggiungere al proprio lo stemma della medesima Compagnia. ‘9
Il Conte Pasini Frassoni fu per due anni confermato Professore di storia —
americana nel Seminario dei P.P. Gesuiti di Montevideo. È
3
| diffe assiali *
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEA LOGICHE
SULL'ORIGINE DEGLI ODESCALCHI
Nella Biblioteca Vaticana
ASS (Fondo Vat. n. 9835) esiste un
XX curioso manoscritto riguardante
ICH ), l'origine della celebre famiglia
NOTA . a .
077/ di Innocenzo XI, col titolo: Ori-
IS R È ;
NB gine della famiglia Odescalca a
/ MX N. S. Innocenzo XI ed all’ Eccmo
(e De Sig. Don Livio Nepote di S. 8".
gii Discorso di Panfilo Horatio Or-
landi da Corinaldo nella Marca, Servo o suddito nel 1683. Questo
mss. risente tutta la gonfiezza della sua epoca e incomincia con
una dedica al Papa piena di citazioni della scrittura, e dei clas-
sici più remoti, quindi riferisce che: “ due nomi di Godescalco
“leggo in due historie famose di Biondo Flavio e di Carlo Si-
“ gonio, il primo circa l’anno 603 il secondo circa il 742. Quegli
« “fu duca di Parma questi di Benevento; ambedue Longobardi.
“Il primo genero del re Agelulfo dei Longobardi; il secondo
“in tempo del re Luitprando nelle persecuzioni del quale, ecc...,,
Continua cercando di spiegare come la ortografia del co-
gnome potè mutare di Godescalchi in Odescalchi “come pur
| psalmo dicesi salmo!...,, poscia spiega l'origine dello stemma che
. trova simile a quello del re Agidulfo. “ Questi ergeva per im-
“ presa od arme un'aquila et un leone; l’aquila et il leone ve-
“ densi nell’arma odescalca; o forse il suddetto Godescalco doveva
. “essere della regia stirpe o forse come con esso congiunto ne
“assunse l’arme.,
Interista poi le coppe come patere e navicelle, anzi... i
È thuribula dell’ Esodo addirittura!
596 SULL'ORIGINE DEGLI ODESCALCHI
Non erano rare queste spropositate dissertazioni araldiche
nell'epoca dell’Orlandi, e si spiega che vi fossero cerretani della
penna che con fantasiosi voli d’Icaro cercassero di giungere
alla gran frittata del padellon del cielo, della gloria delle illustri
casate, una volta che Eccmi personaggi come D. Livio Ode-
scalchi accoglieva ed incoraggiava siffatti strafalcioni.
Infatti l’Orlandi terminava il suo scritto ‘con le seguenti pa-
role: “ Ho spiegato Eccmo principe quanto ha saputo una penna —
“ che non è d’aquila per volo così sublime nè con altre notizie .
“che con quelle che ha saputo negli angoli della mia patria Òd
“ portarmi la sorte o indagare la mia adorazione. , i
Gli Odescalchi erano noti a Como dal xm secolo. Gli attuali — i
principi Odescalchi sono Erba. Donna Lucrezia Odescalchi figlia È
di Livio e moglie di Alessandro Erba decurione di Como nel 1598
diede il cognome a questa famiglia principesca potente a Roma
e diramata in Ungheria. Esistono però ancora Odescalchi a Mi- Pi
lano ed a Como nè hanno mai sognato di discendere da Gode-
scalco il longobardo. 4
Ab. FeLice CAPPELLI.
ii
LES CHEVALIERS ERRANTS
En temps de paixles chevaliers ne restaient
pas oisifs: fidèles au serment de redresser les
torts et d’abolir les injustes coutumes, ils
chevauchaient par monts et par vaux, quétant
les aventures, s'informant en chàque endroit
si les bonnes lois et les bons usages étaient
observés. Ils consacraient ainsi les premières années de leur
installation dans l’ordre, è visiter les pays lointains, les cours
étrangères, afin de s'y rendre chevaliers parfaits; le vert dont
ils étaient vétus, symbole de l’espérance, annongait la verdeur
de leur printemps et la vigueur de leur courage. Ils étudiaient
. les différentes manières de jJouter des diverses nations et les plus
beaux coups de lance des chevaliers qui excellaient dans l’art
des tournois; ils ambitionnaient l’honneur de se mesurer eux-
mémes avec ces maîtres, pour s’essayer et pour s’instruire. Ils
prenaient des lecons encore plus utiles dans les guerres où ils ser-
valent volontairement, en se rangeant du còté qui paraissait avoir
pour lui la justice et le bon droit. Ils étudiaient aussi les prin-
cipes d’honneur ou de cérémonial, et de civilité ou de courtoisie,
observés dans chàque cour. Curieux de s’y faire distinguer par
leur bravoure, leurs talents et leur politesse, ils ne l’étalent pas
moins de connaître les princes et les princesses de la plus haute
reputation, d’observer les chevaliers et les dames les plus célè-
bres, d’apprendre leur histoire, de retenir les plus beaux traits
de leur vie, pour en faire ensuite des rapports instructifs et des
récits intéressants ou agréables, quand ils seraient de retour dans
leur patrie.
Outre les fréquentes occasions de s’exercer aux tournois et à
. la guerre, que nos chevaliers errants trouvaient dans leurs voyages,
—
598 LES CHEVALIERS ERRANTS
le hasard leur offrait souvent encore, dans les lieux écartés où
ils passalent, des crimes.à punir, des violences à réprimer et des
moyens de se rendre utiles en pratiquant les sentiments de justice
et de générosité qu'on leur avait inspirés. Toujours armés pour
l’assistance qu’ils devaient aux malheureux, pour la protection et
la défense qu'ils avaient promises aux pauvres et aux faibles, on
les voyait courir de toutes parts dès qu'il était question d’acquitter
leur serment de chevalerie; souvent aussi plusieurs chevaliers
assemblés dans une cour, qui venaient d’y recevoir les honneurs
de la chevalerie, ou qui avaient assisté è ses fétes solennelles,
s'associalent en commun pour faire des courses ou voyages, qu’ils
appelaient questes, soit pour retrouver un fameux chevalier qui
avait disparu, une dame restée au pouvoir d’un ennemi, soit pour 3
d'autres objets encore plus relevés. Nos héros, errant de pays
en pays, parcourralent surtout les foréts, presque sans autre équi-.
page que celui qui était nécessaire à la défense de leur personne,
vivant uniquement de leur chasse. Des pierres plates plantées en
terre, qu'on avait exprès placées pour eux, servaient è faire les A
appréts de leurs repas; les chevreuils qu’ils avaient tués étaient
mis sur ces tables et recouverts d’autres pierres, avec lesquelles Bi
ils les pressaient pour en exprimer le sang: du sel et quelques
6pices, les seules munitions dont on se chargeait, en faisaient |
tout l’assaisonnement. cid DI
Afin de surprendre plus sùrement les ennemis qu’ils allaient |
chercher, ils ne marchaient qu’en petites troupes de trois ou quatre, >
ayant soin, pourne pas se faire connaître, de changer et de déguise Su
leurs armoiries, ou de les cacher en les tenant couvertes d'une 3
housse. L’espace d’un an et un jour était le terme ordinaire de —
leur emprise; au retour ils devaient, selon leur serment, faire un
récit fidèéle de ene aventures, exposer ingénument leurs fautes
et leurs malheurs. 3
Ce sont les chevaliers errants qui ont surtout fourni aux trou
badours et aux romanciers ces récits merveilleux, où de vieilles |
traditions, quelquefois vraies au fond, se mélent aux fiction
d’une imagination brillante et poétique. M. de Marchangy è réuni
! LACURNE DE SAINTE-PALAYE; GassIER, Histoire de la chevalerie frangaise 3
| Cilani.£
è ni
LES CHEVALIERS ERRANTS 599
dans un cadre resserré quelques-unes des aventures les plus remar-
quables de ces preux, qu'on peut appeler les T'hésées et les Hercules
du moyen àge.
Quelquefois, arrivé au deéeclin du jour vers la lisière d’une
forét, le paladin voyait entre la cime des arbres les tours cré-
nelées et les donjons grisàtres d'un grand chàteau dont les bril-
lants vitrages étincelaient au soleil couchant. Pour connaître le
seigneur de ce manoir et le chemin qui mène è lui, il interro-
geait quelques charbonniers, dont les chevaux erraient ca et là
dans les taillis touffus, paissant la fougère et les mauves en agi-
tant leurs clairons; mais ceux qu'il questionne se regardent sans
lui répondre; l’un d’eux enfin lui apprend que ce chàteau, depuis
longtemps désert, est hanté par des spectres et des démons, qu'on
y entend toutes les nuits un bruit sinistre et de longs hurlements.
Le chevalier s'y fait conduire, laissant aux premières portes son
écuyer et son palefroi; l’épée è la main, il se fraie une route à
travers l’ortie, les ronces, les débris dont la cour et les perrons
sont couverts.
Des restes d’armoiries, è moitié effacées sur les lambris par
la verte humidité, annoncent que ce séjour fut jadis occupé par
des nobles familles, et le paladin soupire en songeant combien
les grandeurs s’écoulent rapidement dans cette vallée de misère;
il s'assied sur la pierre de la fenétre antique, et se plaît è voir
la douce clarté de la lune vaciller sur les tiges de la forét; au
milieu du silence de la nuit, dans ces lieux romanesques et soli-
taires, le rossignol fait entendre ses concerts harmonieux, et la
nature est en extase.
Mais tout è coup le chevalier sent un vent rapide tourbil-
lonner dans la salle où il veille; les fenétres se ferment avec
fracas; un fantòme paraît à la porte du milieu; le preux sans
peur et sans reproche tire son glaive, marche vers cette appa-
rition, la suit dans les détours des corridors et des escaliers tor-
tueux, à mesure qu'elle recule devant lui; mais, arrivé face à face
de ce mystérieux ennemi, il sent une trappe perfide s’enfoncer
sous ses pieds, et il se trouve dans un vaste souterrain éclairé
par quatre lampes.
C'est là que le faux monnayeur cache aux yeux des hommes
600 LES CHEVALIERS ERRANTS
4
:
ses coupables travaux, craignant qu'un bruit délateur n’attire le
Lee
glaive des lois; è chaque coup du balancier, frémissant d’épou-
F
4
b;
+
vante, il voudrait en étouffer le son retentissant et imposer silence
aux échos des vodùtes sonores; ses cheveux se dressent, et dans
ses yeux effarés se peint l’effroi du futur supplice; le preux l’ar-
rache è son repaire et le livre aux habitants de la contrée, qui,
pendant longtemps, apprendront aux voyageurs le nom et les
exploits du chevalier de minmuit.
Mais un soin plus pressant sollicitera le courage du héros
aventureux. Aux approches d’une cité gothique, surpris d’entendre
les affreux tintements du beffroi sonnant le tocsin ou le glas de
la mort, il demande è de jeunes lavandièrs, occupées è étendre
leurs toiles sur les branches des saules, quelles angoisses annonce
une cloche aussi lugubre, il en apprend qu’'une dame de renom,
accusée d’un crime, doit étre brùlée vive, si un chevalier ne
prouve, le fer è la main, son innocence. !
A. cette nouvelle, le paladin presse les flanes de son cour-
sier, entre dans la cité dolente et funèbre, parcourt, sans y ren-
contrer un seul habitant, les rues sombres et fangeuses; puis,
arrivant sur l’esplanade couverte d’une foule innombrable, il voit. v
au milieu un tribunal élevé où siégent les juges du camp, eni @
habits de deuil; vis-à-vis se tient le grand pénitencier, accom-
pagné de religieux portant la croix et les fambeaux; d’un còté
le bîicher, ? et la victime assise auprès; de l’autre còté paraît
l’accusateur, monstre exécrable qui, pour se venger des mépris de
la femme qu'il avait insultée, l’accuse d’un crime qu'il a commis.
Les regards du chevalier ont déjà justifié l’accusée; il dit 3
l’accusateur étre faux, traître, mensonger, et requiert vivement.
de le prouver en combattant, non par armes courtoises et lances $
gracieuses, mais à fer émoulu et è outrance. d
Il jette son gant dans l’arène; les deux adversaires s'avan- |
cent è pied, le visage découvert, armés de l’estoc et du poignard, |
font le signe de la croix et combattent. Le bon droit prévaut, |
le félon tombe et avoue son crime. Alors les juges du camp.
! Flores et Blanche-Fleur. Voir l’extrait de M. de TRESSAN.
® Gérard de Nevers.
sitnitiz tare
LES CHEVALIERS ERRANTS 601
livrent son cadavre aux hérauts d’armes, qui le traînent sur la
claie fangeuse.! Ses armes sont attachées au pilori, puis dépié-
cées et honnies; ses éperons brisés sur le fumier, et il est inhumé
en povre lieu et en terre qui oncques ne fut bénie, ainsi que cela
se pratique à l’endroit du chevalier parjure, déloyal et foy-mentie.
La dame délivrée n’a point encore repris ses sens, et déjà
le chevalier libérateur a quitté la ville. Les citadins le recon-
duisent en lui criant: “ Gentil sire, nous prions Dieu qu’il vous
donne ce que vous désirez. ,,
Mais le chevalier trouvait au milieu de ses courses bien-
falsantes un doux repos dans les chàteaux, où le retenait toujours
un accueil bienveillant. Aux portes et sur les flèches de ces rési-
dences on placait des casques dorés, comme les signes convenus
de l’hospitalité et du logis apprétés aux chevaliers errants; car
c'étalit une coutume en notre bon pays, tant que courtoisie et
charité régnèrent en icelui, que “ gentilshommes et nobles dames
fissent mettre au plus haut de leurs hostels ung heaulme, en signe
que tous chevaliers trépassant les chemins entrassent hardyment
en cet hostel comme en leur propre. ,, ©
A l'approche du chevalier, le cor sonne et le pont s’abaisse.
Les dames s’empressent de le recevoir au pied du perron et de
° elles le conduisent ensuite dans une grande
lui tenir l’étrier;
salle dont les solives sont couvertes d’armoiries et de fleurs de lis.
Les pages lui donnent è laver; on délace les courroies de son
armure, et de moelleux tissus essuyent la poussièére dont son
front humide est souillé. “ Beau sire, lui dit-on, soyez ici à votre
“ aise, et si quelque chose y déplaît è vos yeux, dites-le en maître,
“car vous l’étes dès ce moment. ,
Des varlets vont promptement inviter au nom de leur maître
les chàtelains, les vavasseurs et les bons plaisants d’alentour,
afin qu’agréable et joyeuse compagnie célébre la venue du che-
valier. Bientòt arrivent en beaux accoutrements les comtes, les
bannerets, le sénéchal, damp-abbé, les sires-clercs, les mires, les
1 BeLoI, Origine de la chevalerie; De La Roque, Traité de la noblesse.
? Perceforest, tome V.
® LACURNE DE SAINTE-PALAYE, Instruction du chevalier de La Tour à ses filles.
kivista del Collegio Araldico (ottobre 1904). 38
602 LES CHEVALIERS ERRANTS
menestrels, les gobeurs, les joueurs de vielle, de cornet et de flùte
behaigue.
Après le repas, et quand s’en vient la veillée, on commence
à baller et è rire; les troubadours font entendre le galoubet pro-
vencal, la mandoline italienne, la harpe de la cour de Cham-
pagne, la flùte de Cologne, la musette des bords du Lignon.
Cependant, assis sur l’escabelle, le pèlerin conte ses voyages aux
anciens du lieu; le scolastique et le théologal discutent quelques
passages captieux extraits du maître des sentences, et le fou de
la cour, se glissant derrière les fauteuils, s'évertue è maints quo-
libets et bouffonneries.
Le chevalier, conduit dans l’appartement qui lui est pré-
paré, y trouve de l’eau de rose et de l’électuaire pour se laver,
puis un lit haut de paille et mou de plumes, avec un oreiller par-
fumé de violette; les pages lui servent le vin du coucher, le
clairet, l’hypocras et les dragées. Le Iendemain, è l’instant de
la départie, “le chevalier demeurait moult ébahi en voyant un
page lui apporter des pièces de drap de soie, voire des joyaux
et de l’or,,, en disant: “ Sire chevalier, viez-ci un présent que
Monseigneur vous prie de garder pour l'amour de lui, et, en outre
de ces dons, sont amenés, sous l’arcade du clocher, deux. pale-
frois pour vous, et denx forts roussins pour vos gens; Monsei-
gneur vous les baille pour ce que vous étes venus le voir en son
hostel. ,,
Ces présents étaient volontiers recus; et comment auraient-
ils humilié, quand le sentiment qui les offrait rappelait è l’or- _
gueil du chevalier comment il les mérita? En effet, ces libéra-.
lités s’exercaient non-seulement pour en faire des marques de
souvenir, mais encore afin de s’associer d’une manière quelconque
aux exploits et aux aventures du preux;! pacte secret souscrit
d'un commun accord par la courtoisie et la loyauté de ces temps.
Une pensée délicate, une illusion chevaleresque disait au chàte-
lain généreux qu’en sortant de ses mains, cette parcelle de ses
trésors allait devenir, par l’entremise d’un héros, des semences
de vertus et de gloire. Il voyait, par son or ennobli, l’indigent
1 LAacuRNE DE SAINTE-PALAYE, Meémoire sur l’ancienne chevalerie.
LES CHEVALIERS ERRANTS 603
et la veuve consolés, la rancon d’un captif acquittée, de pauvres
paladins remis en équipage, des navires se construire, et s'armer
l’escorte que le paladin devait conduire à d’éclatantes expédi-
tions; il espérait pouvoir dire un jour: “ Le chevalier était peut-
étre monté sur mon coursier quand il a dispersé les gens d’armes
d’Angleterre; peut-étre avec mon épée a-t-il renversé le géant
ou le chef sarrasin; en ma maison pourrait bien avoir été filé
le beau manteau dont il se para le jour du tournoi. ,,
Mais si dans les temps d’anarchie féodale, temps de désor-
dres, d’oppression, de tyrannie, la chevalerie errante a rendu
d’importants services, on congoit que son action ne pouvait ètre
que passagère, et ne devait durer qu’autant que la cause qui
l’avait produite. Depuis que la société, vers la fin du moyen àge,
commencait è dévenir de plus en plus régulière, que la police
des États modernes commencalt a s'établir et è se fonder, l’es-
prit indépendant, aventureux, excentrique des chevaliers errants
ne pouvait que géner et embarrasser l'action du gouvernement
au lieu de la servir. Dès lors les souverains s’attachèrent è faire
disparaître de la chevalerie tout ce qu'il y avait d’imprévu, de
désordonné dans les habitudes de ces guerriers coureurs d’aven-
tures et redresseurs de torts pour ramener cette institution è un
esprit d’ordre et de discipline plus en rapport avec le nouvel état
de la société. Ainsi disparut peu à peu cette chevalerie roma-
nesque, qui s’était mélée aux réalités de la chevalerie historique,
et qui, suivant l’expression de Chàteaubriand, “ retentit par un
extréme écho jusqu’au règne de Francois I®, où elle donna nais-
sance à Bayard, comme elle avait enfanté Du Guesclin auprès
du tròne de Charles V.,
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MILITI SPAGNUOLI
STABILITI IN ITALIA AI TEMPI DI FERDINANDO V.
Il regno di Ferdinando V, il Cattolico, notevole per avere
innalzato ad alto grado di potenza e di prosperità la monar-
chia spagnuola, e per la gloriosa impresa della scoperta del
nuovo mondo che collega la Spagna all'Italia, ha lasciato anche
traccie memorabili nelle nostre provincie meridionali per fatti
d’armi, investiture feudali e per essersi fra noi stabiliti vari in-
signi capitani, dai quali derivarono nobilissime famiglie.
Fra questi ultimi ricorderemo i seguenti di cui abbiamo tro-
vato memorie:
Giacomo Villadicani. La famiglia Villadicani trae origine
dalla Catalogna, dove aveva il cognome di Beranguer, tramutatosi
poscia in Villadicani, quando Raimondo Beranguer, militando |.
contro i Mori, fece acquisto della fortezza di Villa de Cans.
Dopo qualche tempo però tale famiglia svolse in Italia la pro-
pria discendenza, e rispetto a siffatto periodo essa ebbe principio
da Giacomo Villadicani. Questi peritissimo nell'arte militare,
combattè da valoroso nelle guerre promosse da Ferdinando il
Cattolico per la conquista di nuovi dominii. Sommamente de-
voto alla corona, coglieva poi ogni congiuntura per dare alla
stessa nuove prove di attaccamento, e nel 1479 accolse, con
straordinaria magnificenza, nel proprio palazzo in Barcellona |
tre ambasciatori inviati al re cattolico dalla città di Messina.
In seguito, pel suo valore e per la sua devozione alla dinastia,
venne dal re Ferdinando creato con grande solennità, Castellano
di Patti. Egli stabilì in Messina la sua residenza, ed avendovi |
sposato Aufilisia Bonfiglio, ne ebbe virtuosa prole, divenendo lo |.
stipite della nuova famiglia Villadicani mostratasi sempre chia-
Ma AO
=
GITE CR” PO V
MILITI SPAGNUOLI 605
rissima per fatti e per uomini insigni. Arma: d’oro alla banda
inchiavata d’argento e di nero di otto pezzi.
Domenico Sylos. Nato in Cannas ai confini della Navarra
nella Castiglia, andò a servire il re Ferdinando il Cattolico nella
carriera delle armi, nella quale riusci esempio di abilità e di
coraggio. Mentre ferveva la guerra tra quel monarca e Luigi XII
di Francia per la conquista del reame di Napoli, egli col proprio
fratello Andrea sbarcò a Reggio di Calabria per combattere
nell’esercito del gran capitano Consalvo di Cordova. Segnalatosi
nelle battaglie che resero vincitrici le armi spagnuole ebbe in
premio dal sovrano moltissimi privilegi. Continuando poscia a
militare in Italia sotto la bandiera del suo re, stabili la sua di-
mora nella città di Bitonto, ove fra gli altri onori conseguì anche
quello di essere ammesso, coi suoi successori, alla Piazza della
Nobiltà o Sedile di Sant'Anna. La sua illustre famiglia, ascritta
. nel 1616, all’ordine di Malta, esiste tuttavia in Bitonto degnamente
5
E
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rappresentata.
Arma: Interzato in fascia; nel 1° d’argento alla croce di To-
losa di rosso; nel 2° d’oro pieno, nel 3° d’azzurro a tre conchi-
chiglie d’oro.
Ferdinando De Valencia. Fu, giusta quanto ne scrive il
Zurita! uno dei più valenti capitani dell'esercito di Ferdinando
il Cattolico e allorchè i francesi erano per impadronirsi di Puy-
serdan venne a lui commessa la difesa contro l’invadente nemico.
Avvenuta, nel 1503, la spedizione in Calabria contro i francesi
le cui armi eran prevalse a quelle degli spagnuoli, fu scelto come
uno dei condottieri. In tale occasione, seguita in Reggio la morte
di Portocarrero, comandante generale, gli altri capitani lo vo-
levano eleggere suo successore, preferendolo a D. Alfonso di
Andrada.? Ed attesi inuovi servigi da lui resi alla corona nelle
battaglie che raffermarono l'occupazione spagnuola nel regno
di Napoli. si ebbe dal re 225.000 marchi? l'importante ufficio
di Regio Tesoriere, che egli tenne prima a Cosenza e poscia a Mon-
teleone. Gli esimii suoi meriti vennero apprezzati anche dall’im-
1 Historia del rey D. Fernando el Catélico, lib. II, c. 13 e lib. V, c. 25.
2 ZURITA, Op., cit.
® Arch. di St. Napoli. — Cedole di Tesoreria 1503-04 vol. 172 fol. 39.
606 MILITI SPAGNUOLI
peratore Carlo V, succeduto nel 1516, sultrono di Spagna, al detto
re Ferdinando, suo avo. Sotto questo imperatore tenne le ferriere
di Stilo, poi concesse a Cesare Fieramosca; la qual cosa l’ob-
bligò a prender dimora nella detta città, allora nobile sedile. Ben
accolto da quel patriziato, sposò suo figlio Antonino ad una don-
zella di casa Fabiani Baroni di Stallati. E a questo modo la fa-
miglia del cognome de Valencia (aggettivato poi in Valensies o
Valensise) si stabili definitivamente in Italia, poichè di Giovanni
e di Francesco, cavaliere del sovrano ordine di San Giovanni
di Gerusalemme, precedentemente ‘venuti dalla Spagna come
funzionari dello Stato! non troviamo che vi avessero fissato per-
manente dimora. Oggi questa famiglia ha residenza in Polistena,
città dell'estrema Calabria, ed è rappresentata da Mons. Domenico
Maria Valensise arcivescovo di Ossirinco e dal nepote Cav. Raf-
faele Cameriere d’onore di Spada e Cappa di S.S. — Arma: partito :
nel 1° d’oro a sei palle di nero 1, 2, 2 e 1; nel 2° d’azzurro al
capriolo d’oro accompagnato in capo da tre stelle di sei raggi ed
in punta da una cometa ondeggiante in palo, il tutto d’oro.
Valerio De Cillis. Originario della città di Cordova, anche
egli militò, sotto il re Ferdinando il Cattolico, col Gran Capi-
tano Consalvo. Recatosi, al seguito di quest’ultimo, in Italia, lottò.
strenuamente contro i francesi ed in ricompensa della sua non
comune bravura fu nominato Tribuno di Cavalli e Cesareo Ca-
merario. Ebbe a compagno nelle armi suo fratello Francesco,
non meno di lui valoroso. Finite che furono le guerre franco-
ispane, scelse a sua dimora la città di Benevento. Il suo casato
venne poi ascritto alla nobiltà di Roma e di Bologna per pon-
tificia concessione, ed oggi un ramo di esso trovasi tuttavia
Benevento e un altro a Napoli. Arma: d’azzurro al levriere di
argento rampante contro un monte di tre cime di verde: capo
cucito d’azzurro caricato di tre gigli d’oro. i
Giovanni De Silva. Valentissimo nell’arte militare come in î
diplomazia ebbe dal re Ferdinando il Cattolico il grado di Ca-
pitano nell'esercito e l’ufficio di ambasciatore presso la Corte di i
! Vedi cit. Arch. di St. di Napoli, R. Camera della Somm. Esecut., anno
1465-1467, pag. 319, n. 162.
MILITI SPAGNUOLI 607
Francia. Verso il 1503, unitamente a Consalvo di Cordova, dalla
Spagna, sua patria, si recò nel vicereame di Napoli, dove prese
gran parte alle imprese di quel tempo a difesa dello Stato.
Morto il suddetto sovrano, egli continuò a dar prova di fedeltà
verso la casa regnante, rimanendo nell’esercito sotto l’impera-
tore Carlo V, da cui fu creato marchese di Montemaggiore. Gl’im-
pegni dell'alto suo grado lo costrinsero di fermarsi in Napoli
quasi nel tempo stesso che il suo congiunto Ferdinando De Silva,
marchese di Favara, apriva casa in Sicilia. Mentre questi moriva
senza prole, il capitano Giovanni dava invece principio in Napoli
ad un nuovo ramo dell’illustre famiglia. Ornato com'era di vari
titoli di nobiltà, fu colà subito ammesso al patriziato del seggio
di Capuana. La sua discendenza però non potè lungamente per-
petuarsi, essendosi, dopo non molte generazioni, estinta in Al-
fonso, marito alla nobile Marianna Montalto di Fraputo.
Arma: d’argento al leone di rosso coronato d’oro.
Cristoforo Zunica. — Nella famosa battaglia che nel 1525
l’esercito dell’imperatore Carlo V sostenne contro i francesi
presso Pavia non pochi furono i militi spagnuoli che si fecero
ammirare per straordinario coraggio. Tra questi degno di nota
è Cristoforo Zunica, che, entrato nell’arringo delle armi sotto il
Re Ferdinando il cattolico, ottenne, essendo ancor molto gio-
vane, il grado di capitano di cavalleria. Lottò egli in quel tre-
mendo conflitto, affrontando pericoli e menando strage nelle file
nemiche. Mentre però con la voce e con l'esempio incoraggiava
gli altri alla pugna, lasciò valorosamente la vita. Restò egli così
nella memoria dei posteri col non piccolo vanto di aver contri-
buito alla strepitosa vittoria che quella campagna dette alle glo-
. riose armi imperiali. La sua famiglia, che, nel 1514, dalla Navarra
era venuta con lui nel vicereame, prese allora stabile dimora in
Napoli, e come insignita del grandato di Spagna, fu ivi ricevuta
fra le nobili del seggio di Porto.
Sostiene oggi il lustro di questa prosapia nella detta città
Antonio, duca di Castellina.
Arma: d’argento alla banda di nero e la catena d’oro posta
in orlo, attraversante sul tutto.
Francesco Sanchez. Capitano di re Ferdinando il cattolico,
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7
608 MILITI SPAGNUOLI
pugnò con valore sotto gli ordini di Consalvo di Cordova, segna-
landosi massimamente nelle guerre mosse contro i francesi nel
vicereame. Mostrò sempre verso il detto sovrano una divozione
illimitata, che lo rese degno dell’alta carica di consigliere della
corona. Venne, in pari tempo, creato tesoriere generale del regno
e decano del S. R. Consiglio e i suoi congiunti Giovanni ed Al-
fonso ebbero il primo l’ufficio di cappellano del re e l’altro quello
di ambasciatore. Stabilitosi in Napoli dopo la campagna contro
i francesi, ebbe colà fra gli altri onori anche quello di essere
aggregato coi suoi alla nobiltà del sedile di Montagna. Un ramo
della sua illustre famiglia, originario di Aragona, si stabilì in
Sicilia, facendo parte della più alta aristocrazia, ma dopo non 1
molto tempo si estinse nel casato Ventimiglia. In seguito si spense i
anco la sua discendenza, essendo stato ultimo di essa Vincenzo,
generale di brigata, cessato di vivere nel 1878. Arma: d’argento
a tre bande di rosso e al leone d’azzurro attraversante sul tutto.
Oltre a questi prodi da noi ricordati per aver trapiantato il
loro casato nel Regno di Napoli, vi furono altri non meno rag-
guardevoli capitani della milizia spagnuola, che, senza stabilirsi
fra noi vennero investiti di feudi. Diego Mendoza, che ebbe Mi-
leto, Bartolomeo d’Alviano, cui fu concesso San Marco, Pietro
Navarra, che ottenne Oliveto Abruzzese, Giovanni Cardona, cui
venne dato Avellino; e così l’Andrada, il Carvagiale (Carvajal),
l’Alvarado, l’Emanuello, (Manuel), il de Leva, (Leyva), e molti
ancora che ebbero l'investitura di altre terre. Da tutto ciò sl |
rileva che ai tempi di Ferdinando V il cattolico il grado di |
capitano era elevato e si conferiva a persone distinte, per valore
nelle armi e per nobiltà di casato, come afferma il Roseo nella
sua Historia del Regno di Napoli.
Lurcir ALFRANIO::
pio
ARALDICA
LO STEMMA DI ANDREA ALCIATI
Di Andrea Alciati, il nome
è tanto caro alla Francia come
alla sua patria, Italia. Però
l'affetto dei francesi per lui
vivente fu intenso, mentre
gl’italiani che lo persegui-
tarono in vita, l’onorarono
dopo morto più che per af-
fetto, per vanto della sua
gloria.
Gradito a Francesco I re
di Francia, trovò a Parigi la pace, la gloria, l’incoraggiamento
che Milano gli aveva rifiutato. Avignone non fu meno cordiale
con lui, e Bourges è testimonio dei suoi trionfi nell’insegnamento
della giurisprudenza.
Francesco Sforza, duca di Milano, mosso dall’ emulazione,
chiese più volte al re di Francia che gli cedesse l'illustre suo
concittadino, e finalmente questi per le insistenti pressioni
rimpatriò e a Pavia, a Bologna, a Ferrara, conquistò nuovi allori
che; gli valsero nuove amarezze per parte di quella camorra di
invidiosi che nemica costante del talento, della virtù e del sapere,
sembra un fatale patrimonio che inalterato si trasmetta di gene-
razione in generazione la nostra pur nobile e gloriosa Italia. Alciati
è particolarmente caro agli araldisti per i suoi libri sugli emblemi e
sulle imprese che di tanta utilità riescono ai nostri studi. Fu uno
dei primi giureconsulti che seppe conciliare lo studio della storia
con quello delle leggi.
610 LO STEMMA DI ANDREA ALCIATI
La sua famiglia era nota a Milano dal 1277. Da essa uscirono
il cardinale Francesco, allievo di Andrea e maestro di San Carlo
Borromeo (1565 | 1580) e Giov. Paolo Alciati che fondò il Col-
legio che porta il suo nome a Pavia.
Si attribuisce generalmente a questa famiglia lo stemma par-
tito: nel 1° d’argento al castello di rosso torricellato di due pezzi
accomp. in capo da un’aquila di nero coronata d’oro posta fra
le torricelle; nel 2° fasciato di rosso e d’argento.
Si direbbe dunque che gli emblemi principali siano quelli
del 1° quarto; mentre esso fu aggiunto certamente in epoca recente
e per qualche alleanza, mentre il fasciato fu sempre l’antica
impresa degli Alciati.
A questo riguardo dobbiamo osservare che tali fascie erano
anticamente d’argento e d’azzurro e che forse nei tempi delle
fazioni i milanesi Alciati mutarono l’azzurro in rosso. I conti.
Alciati della Motta di Vercelli continuarono sempre ad usare le
fascie azzurre alternate alle fascie argentee e la loro antichità
incontestabile è superiore di gran lunga pezza a quella degli
Alciati di Milano; noti questi ultimi dal 1277, perchè inscritti
nella matricola dei nobili di quella città; consoli di Vercelli i
primi fino dal 1181.
Riteniamo dunque non senza ragione derivata dal Piemonte
la famiglia di Andrea Alciati e non esitiamo nel considerare
come la vera ed antichissima arma di tale famiglia il fasciato
d’azzurro e d’argento.
Lurei FILIPPI.
ASSIOGRA FIA
MONSEIGNEUR ET DURCHLAUCHT
Disputer sur les mots, c'est perdre du temps; tel est un vieil
adage dont personne ne peut raisonnablement contester la jus-
tesse, mais qui, pour étre vrai, exige une distinction essentielle.
Les discussions n’ont pas d’importance lorsqu’elles s'engagent sur
des mots dont le sens, encore incertain, est en litige, comme le
dit Horace: “ Grammatici certant et adhùc sub judice lis est. ,,
Mais elles deviennent graves et utiles lorsqu'il s'agit d’expressions
consacrées qui représentent d’une manière déterminèe, invariable
aux yeux de tous, un fait, une idée, un rapport. Dans ce cas, il
ne s’agit pas seulement de préserver la langue d’une atteinte,
d’une modification; les mots ont acquis une valeur conventionnelle
généralement reconnue, et leur emploi abusif amène une confusion
souvent funeste dans les faits, les idées, les rapports qu’ils expri-
ment. Il n’est donc pas oiseux et superflu de rectifier ici l’appli-
cation erronée du terme francais Monseigneur, chaque jour de
plus en plus usité en Allemagne, et surtout en Prusse, pour tra-
duire, en toutes circostances, celui de Durchlaucht; application
qui, si elle n’était régularisée et restreinte, pourrait avoir des
conséquences pernicieuses sur les rapports qui existent entre les
différentes classes de la société, déjà trop disposées è empiéter,
de notre temps, les unes sur les autres. Sans doute les qualifica-
tions doivent étre employées suivant la valeur que, dans chaque
pays, leur attribue l’usage général; mais en les transportant d’un
peuple chez un autre, il faut prendre garde de leur donner des
acceptions que la différence des moeurs et de la constitution sociale
rendrait évidemment fautives.
Les deux expressions Monseigneur et Durchlaucht ont un sens
tout è fait distinct, une nature toute différente, et ne peuvent
sans danger se rendre l’une par l’autre. En effet, le mot Durch-
612 MONSEIGNEUR: ET DURCHLAUCHT
laucht peut se traduire en francais par dWustrissime, cu plus litté-
ralement encore par éclat-au-travers, transparence, et il n’a point
du tout de synonymie avec altesse, comme semble le supposer è
tort lAlmanach de Gotha. Les qualifications d’altesse sérénissime
et d’altesse royale n’ont d’autre équivalent que celles de Hohezt et
Konigliche-hoheit, et elles ne doivent s’appliquer, en francais comme
en allemand, qu'è des princes de maison souveraine. Tout autre
emploi de ces expressions émane d’une courtoisie répréhensible.
La traduction la plus littérale de Monseigneur serait Gnediger-
herr, gracieux-seigneur, qualification maintenant employée en Alle-
magne lorsqu’un inférieur s’adresse è son supérieur, un roturier
a un gentilhomme. A l’égard des princes et des rois, on se sert
des superlatifs Gnedigster et AUergnedisgter-herr.
Le titre d’honneur de Durchlaucht était autrefois exclusive-
ment réservé aux princes et aux ducs issus de maisons souve-
ralnes, quoique non royales; alors, sans doute, le mot Monseigneur
edit été choisi avec Justesse pour le traduire. Mais il n’en est plus
de méme aujourd'hui que les empereurs ont concédé ce titre aux
princes à brevet, qui ne jouissent d’aucune souveraineté réelle.
Durchlaucht n'est plus qu@une simple qualification honorifique,
accordée à telle personne, à telle famille, sans préjudice pour le
rang des autres; elle n’établit ou ne marque aucune supériorité
de fait. Ce n’est donc point au prédicat de Durchlaucht, mais è
la position des personnes auxquelles on s’adresse qu'il faut faire
attention pour l'emploi du mot Monseigneur en francais.
En thèse héraldique, l’ordre nobiliaire se divise en deux classes :
1° Les grands feudataires qui relèvent immédiatement de la cou-
ronne; 2° la noblesse médiate qui se compose de tous les autres
gentilshommes. Les familles appartenants à la première classe
sont, sans exception, par la plénitude de leurs droits féodaux,
égales entre elles, quels que soient d’ailleurs les titres dont elles
ont été décorées. Certes, un comte de Champagne dut toujours
étre considéré comme l’égal d'un duc de Bourgogne; un comte
de Provence ou d’Artois comme l’égal d'un duc de Normandie ou
d’Aquitaine, de méme qu’un roi est l’égal d’un empereur. Cette
parité de position, qui subsiste malgré la différence des titres, a
toujours été soigneusement conservée par la maison royale de
e TITTI, SO
lei. dc
MONSEIGNEUR ET DURCHLAUCHT 613
France, car elle est dans l’essence de la confraternité féodale des
gentilshommes chrétiens. L’expression de Durchlaucht ne porte
aucune atteinte è cette règle, car elle ne change rien au rapport
d’égalité préeaistant entre les personnes ainsi qualifiées et celles
qui ne le sont pas; si un comte donne à un duc ou è un prince
le titre de Durchlaucht, ce dernier, en lui répondant, le traitera
de Grefliche-Gnaden, ou de Hochgebohren. Cette échange de qua-
lifications honorifiques ne préjuge rien sur le rang des personnes.
Il n’en est pas de méme du mot francais Monseîgneur ; il
exprime le rapport social de celui qui le donne è celui qui le
recoit, l’infériorité de l’un et la prééminence de l’autre. La per-
sonne qui dit è quelqu’un Monseigneur,avoue par cela méme qu'elle
est son subordonné, son vassal, car il y a corrélation entre les
deux idées. Aussi, la qualification de Monseigneur n'a jamais été
attribuée en France qu’à trois sortes de positions; je me sers de
ce dernier mot à dessein, car ce n’est pas aux personnes que le
titre adhérait, mais bien è la position réellement supérieure qu'elles
occupaient. On le donnait: 1° aux princes du sang royal, parce
qu’ils étaient hors de ligne, en vertu de leur droit éventuel à la
couronne; 2° aux personnes revétues de certaines dignités, comme
au grand-chancelier et aux maréchaux de France, qui, en qualité
de juges au tribunal d’honneur avaient une véritable prééminence
sur les autres gentilshommes; et sous la Restauration, aux mi-
nistres d’Etat, comme investis de différentes parties du pouvoir,
dont le monarque résumait l'ensemble; 3° aux évéques, qui sont,
par leur autorité spirituelle, nos supérieurs et en quelque sorte
les souverains de notre conscience.
Or, après une telle explication, comment, par exemple, en
Silésie, un comte de Stochberg ou de Schafgotsch pourrait-il
appeler Monseigneur un prince de Carolath et de Puckler? Qui
oserait, dans le Brandebourg, exiger que les sires de Rochow,
cette race qui possèda long temps une souveraineté indépendante,
se servissent d’une pareille qualification en parlant è un d’Osten-
Sacken. Sur les bords du Rhin, ne serait-il pas ridicule d’entendre
un comte de Schoenborn donner le Monseigneur è un prince
Hatzfeld? Et dans les provinces polonaises les comtes Lodzia-
Bninscki, Ogonezyk-Dzialynski, Leszezyc-Radolinski, ces antiques
614 MONSEIGNEUR ET DURCHLAUCHT
maisons issues du sang des rois, ou alliées è eux par les femmes,
qui, depuis l’origine de la monarchie des Jagellons, ont occupé
les plus hautes dignités et possédé les privilèges les plus étendus,
croit-on qu’'ils pourraient, sans méconnaître leur propre rang et
sans oublier ce qu’ils se doivent è eux-mémes, traiter de Mon-
seigneur un rejeton de la maison de Radzivill, sans nul doute
également très-illustre, mais dont l’ancienneté ne remonte qu'au
quinzième siècle; ! ou un membre de la maison des princes Sul-
kowski, dont l’élévation récente est due au favoritisme, et date
d’une époque ? où déjà tous les privilèges de la noblesse com-
mencalent à étre sapés?
Sans doute ces seigneurs refusent de se soumettre è un usage
qui pourrait compromettre leur rang; et méme en général tout
Allemand de qualité, en adressant la parole è un prince à bdrevet,
l’appellera Monsieur le prince, malgré le prédicat de Durchlaucht,
à moins qu'il ne soit revétu d’une des hautes dignités de l’État.
Mais une résistance passive et muette ne suffit pas; il est bon de
démontrer catégoriquement, et aux yeux de toute la noblesse,
qu’en pareille circonstance le refus est légitime, et méme qu'il
est un devoir.
Nous croyons d’autant plus nécessaire aujourd’hui de fixer
l’attention publique sur ce point, que la langue francaise, surtout
en Prusse, n’est pas seulement employée dans les salons, mais
souvent aussi dans les affaires, et que nous avons remarqué cette
importante confusion de mots commise par inattention sans doute,
dans des pièces qui ont un caractère officiel. Et qu’on ne dise
point que de nos jours les discussions de titre sont sans impor-
tance. D’abord, puisque dans certains pays on conserve encore
leur valeur aux distinctions anciennes, là du moins elles ne sont
pas sans gravité. D’ailleurs, une question qui peut intéresser des
! Toutes les familles lithuaniennes n’ayant embrassé le christianisme
que vers 1400, leur noblesse ne peut dater que de cette époque.
? Auguste III, roi de Pologne et électeur de Saxe, obtint de l’empereur
les titres de comte et de prince pour un Sulkowski remplissant un emploi
inférieur dans sa domesticité. Il donna en méme temps è ce favori une
partie des terres confisquées sur le roi Stanislas Leszeynski, son prédéces-
seur, qui avait été obligé de se réfugier en France.
MONSEIGNEUR ET DURCHLAUCHT 615
classes entières de la société, et devenir un prétexte d’empiéte-
ment des unes sur les autres, ne saurait étre complètement futile.
Or, soyez-en bien sùrs, ceux qui pendant quelque temps se seront
entendus appeler, sans réclamation, Monseigneur, n'auront pas de
peine è s'imaginer ensuite qu’ils ont vraiment une supériorité
de rang et de pouvoir, et quand on arrive à croire pareille chose,
on n’est pas loin d’agir en conséquence. Le titre de roi de France,
usurpé par les souverains d’Angleterre, n’a-t-il1 pas allumé une
rivalité sanglante et une haine entre les deux nations qui n'est
peut-étre pas encore éteinte.
Nous avons entendu faire la remarque et objecter qu'il n’existe
aucun mot francais pour exprimer l’allemand Durchlaucht. En
effet, il n'y en a point. Mais y en a-t-il davantage pour les titres
d’Erlaucht, de Grafliche-Gnaden, de Hochgebohren, pour les dignités
de doge, de pacha, de bey, de schah de Perse, et pour une mul-
titude d’autres. Parce qu’ils n’ont jamais eu d’équivalent dans la
langue francaise, ca n'a pas été une raison de les traduire par
des termes ayant une signification differente: Durchlaucht veut
dire è peu près illustrissime; Erlaucht, très-illustre; Grefliche-
Gnaden, gràce comtale: Hochgebohren, très-haut seigneur. Si donc
on ne veut pas conserver les mots allemands lorsqu’on parle ou
qu'on écrit. en francais, il faut du moins les remplacer par des
expressions qui s’écartent le moins possible de leur signification
véritable. i
Quant au titre de Monseigneur, d’après son usage et son accep-
tion, on doit l’employer en s'adressant aux princes de race royale
et de maison souveraine; eux seuls, aujourd’hui, dans l’ordre
séculier, peuvent réclamer une semblable qualification; comme
dans l’ordre ecclésiastique on doit l’employer en s’adressant aux
cardinaux, aux évéques et aux hauts prélats; c'est assez dire
qu'elle ne doit étre donnée à nul autre.
K. E.
ORDINI CAVALLERESCHI
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
IX.
Orden Sagrada Militar del Santo Sepulcro.
Dini cri La Orden militar del Santo Sepulcro en
Espaîìa està dividida en dos capitulos: el
de Cataluîia (lengua de Aragon) y el de
da ii Madrid (lengua de Castilla). Ambos fueron
aprobados, asi como sus estatutos por letras.
patentes de 10 de Febrero de 1891 coexis-
tlendo con entera independencia ùno de otro sin màs lazo de union
entre ellos que la soberana autoridad magistral y el Capìtulo
general de la Orden toda si se reuniera algùn dia en Jerusalèn
por disposiciòon del gran Maestre. Estos capitulos fueron reco-
nocidos por Reales Ordenes del Ministerio de Estado de 23 de
Marzo de 1892, de 28 de Marzo de 1893, etc. !
Las condiciones que & tenor de los Estatutos deben exigirse
a los que aspiren & recibir el habito de la Orden del Santo Se-
pulcro son: Profesar y practicar la religion catolica unida è una.
honrada é irreprensible conducta; ser noble de nacimento y pre-
! Proximamente aparecerà una obra grandiosa y completa sobre esta.
Orden con biografias y genealogias de los caballeros vivientes. Sus autores el
Conde de Pasini Frassoni, el Sr. de Odriozola y el Sr. Bertini de Roma.
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 617
sentar pruebas nobiliarias de las lineas paterna y materna;
Justificar una posiciòn social que permita vivis more nobilium.
Esta òrden que se considera la mas antigua de las que exi-
sten ha sido privilegiada por muchos Pontifices, reyes y empe-
radores. El Gran Maestre és el Patriarca latino de Jerusalén
por delegacion del Papa, Jefe supremo de la Orden. Los esta-
blecimientos del Capitulo de Barcelona son exactamente los
mismos que rijen para él de Madrid.
Los cargos del Capitulo son. El Baylio Presidente, Represen-
tante y Delegado general del Gran Maestre; el Teniente de Baylio
y el Canciller; el Alferéz mayor; el Clavero mayor (Tesorero),
el ayudante de Clavero (Contador), el Maestre de ceremonias
y los consejeros.
La Real Iglesia Colegial de Honor del S. Sepulero de Ca-
latayud tiene como Gran Prior en Espaîa al Excmo Sr. Arzo-
bispo de Zaragoza.
Kxiste todavia en Zaragoza el Real Monasterio de Sefloras
Canonesas y Comendadoras de la Orden Militar del Santo Se-
pulero. Llevan sobre el pecho la cruz patriarcal en lugar de la
cruz potenzada, porque la Orden usaba antiguamente ese di-
stintivo.
La insignia ò habito de esta Orden de Caballeria és una
cruz de paîio color rojo cuyos brazos terminan en cortos tra-
versaîios de forma llamada potenzada y que sobresale entre
otras cuatro cruces llanas de menor dimension. |
Esta cruz se coloca en en lado izquierdo del manto blanco. La
condecoraciòn és de oro y esmalte rojo; y la placa de las di-
gnidades ostenta en su centro la misma cruz.
_ El uniforme militar és de paîio blanco con peto, cuello y bo-
camangas de terciopelo negro bordado de oro; charreteras, galon
en el pantalon, y espuelas de oro; sombrero elastico con pluma
blanca. En las funciones religiosas se lleva ademàs del manto an-
tedicho, el birrete de terciopelo negro con pluma blanca y con la
cruz de la Orden sobre la frente.
Rivista del Collegio Araldico (ottobre 1904). 39
618 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
X.
Inclita Orden de San duan de derusalén.
Esta sagrada Orden instituida en
tiempos remotos, muy anteriores à la
toma de Jerusalén por Godofredo de
Bouillon en el aîo 1099, y en la cual
tomo parte tambien en union de los Ca-
balleros de otras Ordenes militares, que
formaron las Cruzadas; és tan univer-
salmente conocida que nos releva de hacer mas historia de ella.
Solo sì afirmaremos que és de las mas exclarecidas, que fué tan
#4 10 a 9
poderosa en mar y tierra que sus naves llenaron de terror en
los mares y sus Caballeros en las muchas batalias que dieron
en tierra. |
Contaba cuantiosos bienes territoriales en toda Europa, y en
Espaîla tenia pueblos enteros. por suyos, grandes encomiendas
con pingies rentas, Iglesias y Conventos enteramente suyos, y
creemos que en los demas Estados del continente poseia tantos
Ò mas territorios que en Espaîla. 1
Residiò su Gran Asamblea, Prior ò Gran Maestre en las Islas
de Chipre y Rhodas y ultimamente en Malta, por lo cual son
conocidos sus caballeros tambien con los nombres de “ Caballeros
de Rodas , y “ Caballeros de la Orden de Malta. , Hubo Caballeros
militares 6 de guerra, eclesiàsticos 6 de Iglesia novicios de ambas
clases, y supernumerarios.
Hasta el aîio 1878, se concedia por. el Rey de Espaîa la
Orden de San Juan de Jerusalén; pero desde esa fecha, por
causas que son agenas à la sucinta reseîìa de que nos venimos
ocupando, no se ha concedido ninguna condecoracion de la
misma, y enla actualidad reformadas sus constituciones por su
Santidad el Papa Leon XIII, el Jefe de la Iglesia que és el
Protector Supremo de la Orden la otorga, previas pruebas, con-
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 619
signadas, en expediente, rigorosas en extremo, y crecidos de-
rechos, se obtiene la mencionada Cruz de San Juan de Jerusalèn
cen bulas de su Gran Maestre residente en Roma.
La Inelita Orden de San Juan de Jerusalén, tuvo, en Espaîa,
por Jefe y Soberano de la misma & S. M. el Rey, y constituian
su Asamblea suprema:
El Gran Prior de la lengua de Castilla. La Asamblea de Ca-
stilla. Un Caballero, Vicepresidente, 4 Vocales, un Caballero
Fiscal, un Caballero Asesor, y otro Secretario.
En la lengua de Aragon, la Asamblea, la constituian: Un
Caballero Vicepresidente, Tres Caballeros vocales, Otro Asesor,
Otro Secretario, un Fiscal y un Archivero.
DEE,
Real y militar Orden de Nuestra Senora de la Merced.
Consideran justamente los catolicos como
soberana fundadora de esta Orden a la
misma SSma Virgen pués consta que el 2
de agosto de 1218 apareciò a la vez è
S. Pedro de Nolasco è San Raymundo de
Pefiafort y al Rey D. Jaime el Primero de
Aragon y les mandò que fundasen una
nueva religion militar con el objeto de
redimir cautivos cristianos y de eJercer la
caridad y otras buenas obras. Este hecho
asombroso diò origen è esta nobilisima
Orden y el rey D. Jaime solemnemente la
instituyò en la ciudad de Barcelona se-
cundado por esos santos varones, y le diò por bibito un esca-
pulario con sus reales armas, és decir con las cuatro barras de
Aragon y con el jefe conla cruz de plata en campo roJo propio
620 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
de la iglesia catedral de Barcelona, — Honorio III, Gregorio IX,
Inocencio IV, Alejandro IV, Paulo V, Gregorio XV, Urbano VIII
y Benedicto XIII confirmaron esta òrden y renovaron sus pri- .
vilegios.
A ella pertenecieron varios Santos y beatos; diez y seis Carde-
nales de la Santa Romana Iglesia y muchos arzobispos y obispos.
Varios caballeros de esta òrden acompafiaron el Santo Rey
Luis IX en la conquista de Tierra Santa como consta por una
carta de dicho Rey dirigida a S. Pedro Nolasco.
Los primeros freiles de la Merced pertenecieron todos è no-
bles linajes como tambien las religiosas 6 nobles comendadoras
fundadas por Santa Maria de Cervellòn.
La orden fué como hemos dicho, en su origen, militar, hospita-
laria y sobre todo redemptora de cautivos. En 1317 habiéndose
elegido Maestre general 4 un sacerdote, muchos laicos pasaron
a la orden militar de Montesa y desde entonces aùn no dejando
su caràcter militar, ganò muchisimo su caràcter religioso asi
conservandose hasta nuestros dias. Conservò tambien el titulo
de militar permaneciendo en ella el ejercicio de redimir cau-
tivos; no se encuentra formal extincion de su primitivo gobierno
ni prohibicion que los caballeros laicos puedan ser recibidos en
la òrden pués aùn después de haber sido electo en 1317 el Mae-
stre general Fr. Ramon Albert quedaron en la òrden muchos
caballeros laicos con la retencion de sus encomiendas. Comen-
dadores se llaman aùn los dignitarios de la Orden. Juan XXII
declarò la perpetuidad del Maestrazgo en los Sacerdotes, pero no
se excluyeron los caballeros laicos. El Rey D.. Juan II de Aragon
el 15 de Marzo de 1458 confirmo'à los Mercedarios el privi-
legio de llevar armas en tierra como en mar an de las prohi-
bidas. Los reyes espafioles concedieron à los Maestres de la Mer-
ced el titulo de barones de Algar y de Escalés con Grandeza.
de Espaia.
El Maestre general de la Orden es actualmente el Revmo
Fr. Pedro Armengal Valenzuela y ademas de los sacerdotes que
viven en comunidad con votos solemnes y de las comendadoras.
existen los laicos de la tercera orden que viven en el siglo. A
esta categoria pertenecen los caballeros afiliados è la Orden.
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 621
El traje de la Orden és enteramente blanco. Los caballeros
en las ceremonias religiosas llevan el manto de lana blanca con
cordones y borlas del mismo color. Los sacerdotes de la Orden
llevan el entero traje de lana blanca. ©
Las insignias consisten en el escudo antedicho bordado sobre
el pecho y asi se deben usar sobre el manto en las funciones
eclesiàsticas pero la condecoracion consiste en una cruz de
esmalte blanco con el escudo en su centro. La cinta entonces
és roja como generalmente la llevan las ordenes militares.
(Continuarà) PagLo VALLES y CARRILLO.
YI:
I
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"Pi + RT,
Din gE FIA
ta Pa
mi
EA=LIBRIS
EX LIBRIS del Virrey D. Antonio de Olaguer Feliù
Tengo el agrado de presentar
a los lectores de la Revista del
Colegio heràldico un ex libris
completamente inédito è confir-
macion dél que publicò en el ni-
mero de agosto el S' F. di Broilo
en esta misma Revista — Justa-
mente el Sefior D. Antonio de
Olaguer Feliù fué el sucesor del
Virrey Melo de Portugal en el Virreynato del Rio de la Plata
— Pertenecia a noble linaje Catalan entroncado con la nobi-
lisima casa de Torres.
Por este motivo ostentaba en su blason él de esta ultima
familia — llevando en el 1" cuartel las armas de Olaguer unidas
a las de Feliù.
Este Virrey tenia aficion a los buenos libros y he encon-
trado dos copias de este ex libris en la tapa de libros que per-
tenecieron al finado D. Angel Justiniano Carranza.
D. Antonio de Olaguer & pesar de su titulo de Capitan ge-
neral era Doctor de Leyes — Falleciò en Buenos Ayres en 1799
y allî quedaron sus descendientes y aùn se conservaban hace pocos
aîos algunos de ellos que llevaban vida sumamente retirada —
Vivian en la antigua Casa de los Olaguer en la Plaza de la
Victoria al lado del palacio del seîior Arzobispo de Buenos
Ayres.
MaRrtIN FERNANDEZ ARROYO.
È
LIBRO D’ORO PONTIFICIO
I BARONE
MARCHESI DI LIVERI E VALDAUSA
I Barone di Nola, ascritti al patriziato della città di Napoli
(seggio Capuano), d’Amalfi, di Nola e nel registro delle famiglie
feudatarie del Regno delle Due Sicilie, (per effetto della legge
del 1800) sono di antica nobiltà ed alcuni storici li fanno oriundi
dalla Scozia.
Se ne hanno certe notizie fino dal 1270, anno in cui un Gio-
vanni Barone fu amministratore del fondaco delle dogane e del
sale nella città di Castellammare.
Pietrocola, famigliare della regina Giovanna II, ottenne il
patronato della mercatura delle monete, pesi e misure della città
di Amalfi nel 1421. |
Antonello, prode guerriero, militò per la regina Giovanna II,
fu tesoriere generale del Regno, consigliere e presidente della
Real Camera.
Lucio fu maggiordomo del re Ferdinando I.
Domenico, conte di Casole, ospitò nel suo palazzo di Liveri
il gran re D. Carlo III di Borbone, il quale gli concesse il titolo
di marchese di Liveri, nel 1754, trasmissibile in perpetuo. Fu
letterato insigne.
Fabrizio (nato nel 1781, morto nel 1858), occupò cariche in
corte e nell’esercito. Dal suo matrimonio con la principessa Maria
Filomarino dei duchi della Torre, ebbe Pasquale, marchese di
Liveri conte di Casole (nato nel 1820, morto nel 1887) ed Antonio
Barone (nato nel 1831). Il primogenito fu ufficiale superiore nel-
l’esercito delle Due Sicilie; sposò la nobil donna Giuseppina Ono-
fri (nato nel 1880, morto nel 1884) ed ebbero per figlio Napo-
leone Barone Onofri, ascritto al patriziato ereditario dell’anti-
chissima Repubblica di San Marino col titolo di marchese di
Liveri e di Valdausa. Gran croce del S. M. O. del Santo Sepolcro
di Gerusalemme e del real ordine di Francesco I delle Due Sici-
624 I BARONE MARCHESI DI LIVERI E VALDAUSA
lie; gran cordone del Nisham Iftikar di Tunisi; commendatore
di numero (con placca) del real ordine d’ Isabella la Cattolica di
Spagna; cavaliere affiliato del S. M. O. Teutonico d'Austria, ecc.
È uno dei fondatori dell’orfelinato Salesiano di Lisbona e coope-
ratore d’altre opere di beneficenza. Il seguente documento basta
per esonerarci di pubblicarne altri a sua lode:
Oratorio
di
S. Francesco de Sales
Via Cottolengo 32
Torino
“Il sottoscritto ad onore del vero e mosso da sentimento di
viva riconoscenza dichiara che il sig. marchese di Liveri diede
poc'anzi prova dello spirito di fede profondamenge cattolica, da
cui è animato, e di ardente carità col regalare ai Salesiani
18,000 (dico diciottomila) metri quadrati di terreno nella città di
Lisbona a fine di fabbricarvi un Istituto per la cristiana educa-
zione della povera gioventù, unitamente ad una Chiesa pel pub-
blico in sito che molto se ne abbisogna. ,
In fede,
Torino 4 novembre 1899.
(firmato) Sac.t* MricHELE Rua
Rett.re Mag.re dei Salesiani.
Nel documento di donazione ai Salesiani, il marchese di Liveri
non ha dimenticato la patria italiana nè i suoi connazionali,
poichè, fra le altre clausole, vi si trovano le seguenti:
1° Che il detto terreno sia unicamente destinato alle opere
di Don Bosco e specialmente alla costruzione di un Asilo per
raccogliervi fanciulli poveri e orfani di padre o di madre, che vi
ricevevano un'educazione cristiana apprendendovi un'arte o pro-
fessione, perchè siano un giorno buoni e zelanti cristiani, onesti
cittadini ed artefici.
2° Che i ragazzi poveri e orfani di nazionalità italiana
siano in ogni tempo ammessi nel detto Asilo, a preferenza di.
altri;
8° Che il superiore ed i principali assistenti dell’Asilo siano
sempre italiani;
etiam
î
3
i
ne
fr,
©
Z
©
le
la Ron
bal
ee
I BARONE MARCHESI DI LIVERI E VALDAUSA 625
4° Che una scuola italiana, retta da maestri italiani, sia
sempre mantenuta nella Istituzione, e possa essere frequentata
anche da alunni esterni, affine di facilitare la conoscenza e la
diffusione della nostra lingua;
5° Che le scuole d’arti belle siano rette da maestri e da
artefici italiani, affine d’imprimere e mantenere in esse il carat-
tere, il gusto della scuola italiana che fu sempre alle altre
maestra;
6° Che la Chiesa annessa all’Asilo, sia dedicata alla San-
tissima Madre di Dio, sotto l’invocazione di Maria Auxilium Chri-
stianorum; e voglio che sia Cappella della Nunziatura Apostolica,
nella quale l’Eccell®° e Rev®° Nunzio di S. Santità in Lisbona
abbia il suo trono (come anticamente lo aveva nella Chiesa di
Loreto di questa città di Lisbona), colla condizione che la detta
Chiesa di S. Maria Ausiliatrice sia ufficiata in perpetuo dai Padri
Salesiani di Don Bosco, dell’annesso Asilo.
L'oggetto di questa donazione sarà realizzato in breve tempo,
perchè la costruzione di questo Asilo, che potrà ospitare più di
trecento orfanelli, è già molto avanzata e la sua inaugurazione
non deve tardare, grazie al generoso concorso di tanti altri bene-
meriti che secondarono l’ iniziativa del primo donatore per la
riuscita di questa impresa, degna delle .opere benedette del santo
fondatore dei Salesiani, l’ immortale Don Bosco.
Asggiungasi a questo che il marchese di Liveri sta ora adope-
randosi per restaurare il Santuario di Liveri e il collegio Sera-
fico annesso, dove si trova la cappella monumentalein cui sì venera
la Vergine Santissima della Parete, eretta dal marchese di Liveri
D. Girolamo Barone; e presso alla Chiesa è l’Asilo dei vecchi
eretto sulle rovine dell’antico palazzo dei marchesi di Liveri.
Diamo l’ incisione degli stemmi Barone e Onofri, uniti dalla
gran fascia dell'ordine del Santo Sepolcro di cui come dicemmo
è benemerito cavaliere gran croce il marchese di Liveri di Valdausa.
F. pi Brotto.
CENNI GENEALOGICI
MENEZES
A Casa de Menezes remonta ao tempo
de el rei de Leào, D. Fruella II, do qual
foi 7° neto D. Affonso Telles de Menezes,
rico homem e senhor de Albuquerque,
casado duas vezes: a 1° com D. Thereza
Rodrigues, filha defRuy Gongalves Girào,
e a 2° com D. Thereza Sanches, filha de
D. Sancho I de Portugal. D’estes dois
matrimonios partem diversos ramos dos
Menezes; do 2° provieram as casas de
O Cantanhede, Tarouca e Vallada. Esta re-
presenta o ramo conhecido pelos Menezes, commendadores de Val-
lada, na ordem de Christo, sendo o 1° commendador (1573), D.
Joùào de Menezes e Sequeira. Fo avò do actual Marquez. O mor-
gado da Torre de Caparica, instituido em 1449, passou a esta
casa pelo casamento de D. Diogo de Menezes com D. Maria de
Oliveira e Tavora, herdeira de sua prima D. Helena de Tavora,
bem como os de Oliveira e Patameira, de que era senhor Luiz
Antonio de Oliveira e Miranda, pae da mesma D. Maria.
Extincta a linha de progenitura do morgado de Basto, insti-
tuido por D. Diogo de Castro e depois de um moroso litigio,
foi este resolvido a favor da casa de Vallada que entrou na
posse do referido morgado e de muitos outros bens patrimo-
niaes. Alem de distinctos pela sua origem e alliancas, os ascen-
dentes do marquez de Vallada figuram com subida vantagem
em muitos feitos militares e questòes diplomaticas de Portugal.
Galardoando os servicos d’elles e os do proprio agraciado, teve
o 1° titulo de marquez o pae do actual titular, um dos gover-
nadores do reino em 1326 e encarregado de acompanhar a Ma-
drid as infantas D. Maria Francisca, esposa do infante de He-
spanha D. Carlos, e D. Maria Isabel, rainha de Hespanha, pelo È
MENEZES 627
seu casamento com D. Fernando VII, que distinguiu o 1° mar-
quez de Vallada com a ordem do Tosào de Ouro.
Tamben a antiga casa de Tarouca vem por varonia dos Me-
nezes, como a casa de Vallada. O ramo Menezes de Tarouca
comegou em D. Joào Affonso Telles de Menezes, conde de Ourem,
de quem foi 3° neto D. Joào de Menezes o Trigo, 1° conde de
Tarouca e prior de Crato, celebre capitào nas conquistas de
Africa em tempo de D. Affonso V, e mordomomòîr de D. Joào II
et de D. Manuel, sendo este ultimo rei quem lhe deu o titulo
de conde, em 1499, e 0 grào-priorado de Crato. A linha de va-
ronia do conde acabou em sua 6° neta, D. Joanna Rosa de Me-
nezes, 4° condessa de Tarouca (fallecida en 1734), senhora de
Penalva e de Lazarim, administradora da commenda e alcai-
daria-mòr de Albufeira, etc., casada com Joào Gomes da Silva,
capitào das guardas de D. Pedro II na campanha da Beira e
filho do 1° marquez. de Alegrete, entrando assim n’esta casa a
varonia dos Silvas. Hoje, as casas de Tarouca, Alegrete e Pe-
nalva, acham-se englobadas sob a denominacào d’esta ultima.
Os titulos de marquez de Alegrete e marquez de Penalva alter-
nam-se na successào, e os filhos primogenitos sào condes de Ta-
rouca de juro e herdade, mesmo em vida dos paes.
Brazào de armas antiguo dos Menezes do Brazil: Em campo
de ciro uma torre vermelha.
Brazào de armas dos Menezes Tavora: o dos Tavoras: em
campo de oiro cinco faxas de azul ondadas, um delfin sobre as
‘ondas e em volta do escudo uma orla com a legenda QVAS-
CVNQVE FINDIT.
Brazào de armas dos Telles Menezes i Silva condes de Ta-
rouca: Escudo esquartelado: no primeiro quartal as armas dos
Telles de oiro; e no segundo as dos Silvas, en campo de prata
um leào vermelho.
Luiz pe MENEZES.
La famille de Gérin-Ricard est issue
de l'illustre maison des marquis Gerini
de Florence connue dès le xIr° siècle,
dont une branche venue en France
avec les Meédicis se fixa à Marseille
vers 1541. Cette maison allié aux fa-
milles Corsini, Piccolomini, Bourbon,
Médicis, Borghese, etc. compte 7 gon-
faloniers, des grands chambellans et
grands ecuyers; un grand connétable;
des chevaliers de St Etienne, des evé-
ques, des généraux, des gouverneurs, etc.
La généalogie de toute la maison a été publiée d’une facon
très complète dans les anciens recueils nobiliaires francais de
d’Hozier de La Chesnaye des Bois, etc.
Les Ricard sont très-anciens en Provence — Cette famille
compte des lieutenants généraux de l’amirautè; des nombreux
magistrats et officiers des armées de terre et de mer et deux |
chevaliers de St Louis et du St Sepulcre. Elle a possedé en |
Provence plusieurs seigneuries dont une erigée en marquisat.
Armoiries: Coupé au 1" de gueules è trois chaines d’or en
bande; au chef d’or chargé d’un cor de gueules lié de méme |.
(qui est Gérin) au 2 de gueules au griffon d'or accompagnè at
canton senèxtre du chef d’une demi fleur de lys fleurie d’argent
(qui est de Ricard). Couronne de Marquis. Cimier: l’aigle è 2 tétes N
au vol éployé d’azur.
Divise: Coelum non animum muto.
J. DE RocHE.
ud di n 2
HOWARD
(FITZ-ALAN-HOWARD DUC DE NORFOLK)
Cette illustre maison descend de Leofric, père de Howard,
vivant a Wigenhall dans le comté de Norfolk vers 950.
Lord Howard devint en 1470 Earl-Marshal d’Angleterre et
. Duc de Norfolk par suite du mariage de Sir Robert Howard,
avec Marguerite fille de Thomas Mowbray duc de Norfolk pre-
mier Earl-Marshal d’Angleterre. Thomas 4° duc de Norfolk de-
vint earl of Arundel, Baron Fitz Alan etc., par suite de son
mariage avec Mary heritiére de Henry Fitz-Alan comte d’Arun-
del. La famille Howard prit le nom de Fitz Alan Howard le
26 avril 1842.
Elle est représentée par Henry Fitz Alan Howard 15° Duc
de Norfolk, comte d’Arundel, de Surrey, etc. (Lord), chevalier de
Jarretière, Grand Croix de l’Ordre du St. Sépulcre et de plu-
sieurs autres ordres, né le 27 décembre 1847, fils du Duc Henry
et de Lady Augusta Lyons. Il est en outre Comte Maréchal
héréditaire d’Angleterre. Premier duc et premier comte d’Angle-
terre, grand bienfaiteur des ceuvres catholiques et très estimé
par N. Très St. Père le Pape, è cause de ses sentiments profon-
dement devoués è la cause de l’Eglise catholique et du Pontificat
romain.
Armes: De gueules à la bande d’argent, accompagnée de six
croix recr. au pied fiché du méme, rangées en orle; la bande
chargée en haut d’un écusson d’or posé en bande, surchargé
d’un lion naissant de gueules la bouche percée d’une fléche et
enclos dans un double trécheur fleuronné et centre fleuronné de
gueules.
Cimier: un vol aux armes d’Howard.
Devise: SOLA VIRTUS INVICTA.!
O. BRETON.
! Le Duc de Norfolk porte ces armoiries écartelées avec celles de War-
ren et de Mowbray.
CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE
Santa Romana ed universale inquisizione. — Questo sacro
Tribunale, detto di Sant’ Uffizio, è destinato ad invigilare sopra
la conservazione della fede cattolica e ad estirpare le eresie.
Componesi di una Congregazione di varî cardinali, al presente
dieci, che hanno titolo d’inquisitori generali: il Sommo Pon-
tefice ne ha la presidenza, ed uno dei cardinali vi esercita le
funzioni di segretario. Oltre i cardinali, vi sono anche i prelati
consultori, fra i quali, di diritto, il decano di Sacra Rota; vi è
il commissario, religioso domenicano, il fiscale e l'avvocato de’ rei.
A] Tribunale di Sant’ Uffizio sono attenenti i qualificatori, ossiano
teologi, che hanno per incombenza di esaminare le proposizioni
cattive che si trovano nei libri, e dare la qualifica che meri-
tano. La giurisdizione di questo Supremo Tribunale nelle cause
di fede si estende per tutto il mondo cattolico, sopra qualunque
persona di qualsiasi grado, condizione e dignità, nè vha privi-
legio personale o locale che esima da esso.
Concistoriale. — Esamina e prepara i più gravi negozi con-
cistoriali. Le materie che le appartengono sono le nuove erezioni
delle chiese metropolitane, o cattedrali, ovvero le loro divisioni,
smembrazioni, unioni o soppressioni; l'esame delle istanze dei
vescovi, che bramano rassegnare le loro chiese, ed essere perciò
assoluti dal vincolo che ad essa li lega; l’esame delle elezioni
dei Capitoli, e la conferma od esclusione de’ soggetti da loro
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CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE 631
eletti alle dignità metropolitane, vescovili o monastiche; l'esame
delle coadiutorie, delle presentazioni o nomine dei capi di governo;
la deputazione dei suffraganei per esercitare i pontificali; la conces-
sione del diritto di godere il pallio ; il mantenimento delle dignità
e de’ beneficì maggiori incompatibili col vescovato o con altra
prelatura; la separazione della mensa abbaziale dalla conven-
tuale; la secolarizzazione delle chiese cattedrali o metropolitane,
o collegiate e de’ loro Capitoli; la dispensa dell’inabilità al vesco-
vato, ed altre somiglianti materie riguardanti il Concistoro. La
prefettura è ritenuta dallo stesso Pontefice, ed il segretario è un
prelato distinto, cui elegge il Papa, e che i cardinali dichiarano
segretario del sacro Collegio.
Visita apostolica. — Istituita questa Congregazione per la
diocesi di Roma, invece delle visite pastorali, che sono tenuti
di fare i vescovi nelle loro diocesi, invigila sull’esatto adempi-
mento di tutti i legati pii di Roma e suo distretto. Da essa
dipendono non solamente le chiese per gli obblighi di messe,
‘anniversari ed altri simili, ma eziandio gli ospedali, orfanotrofi,
manicomî, ecc., nonchè il patrimonio degli studî. Il prelato segre-
tario alza tribunale privativo per conoscere tutte le questioni
che possono insorgere intorno alle materie poste sotto la vigi-
lanza della Congregazione medesima.
Vescovi e regolari. — Spetta a questa Congregazione l'esame
de’ nuovi istituti e delle loro costituzioni, la fondazione de’ nuovi
‘conventi e monisteri di regolari, di ambo i sessi, e il passaggio
da un monistero o convento all’altro; le licenze per l’ ammis-
sione delle educande ne’ monisteri di monache, ovvero delle mo-
nache stesse sopra il numero ordinario, o per le converse inser-
vienti e delinquenti, le licenze per aumento e diminuzione di
‘dote, e dispense sulle elezioni; il permesso di uscire dal chiostro
per tempo determinato in alcuni casì, e la scelta de’ confessori
ordinari; il beneplacito apostolico sopra l'alienazione dei beni
ecclesiastici de’ regolari, le cause sulla validità dell'elezione dei
provinciali ed altri superiori locali; la giurisdizione sull’elezione
dei vicari capitolari in sede vacante, per cui la Congregazione,
‘in alcune circostanze, suole deputare un vicario apostolico. Si
.occupa delle differenze tra gli ordinari, i parrochi e i regolari,
632 CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE
come della nullità delle professioni de’ regolari e di molte altre
‘ materie in cui ha attribuzione cumulativa con varie altre Con-
gregazioni. Oltre le facoltà ordinarie di sua privativa giurisdi-
zione, ha ancora speciali facoltà, che sogliono esserle comuni-
cate dai Romani Pontefici pel sollecito disbrigo degli affari.
Concilio. — Questa Congregazione abbraccia tutte le cause:
che dipendono dai decreti del Concilio Tridentino; riconosce i
decreti de’ Sinodi, o Concili provinciali e diocesani, qualora contro
questi ultimi si presenti reclamo alla Santa Sede; esamina lo:
stato della diocesi, che i vescovi nella loro relazione ad Limina.
Apostolorum presentano al Sommo Pontefice, e risponde alle:
richieste di essi; tratta della residenza dei chierici, dell'assenza.
de’ parrochi, della riscossione o perdita di frutti, e di quotidiane
distribuzioni per cui vengono dispensati i chierici, secondo le;
diverse cause canoniche, dalla residenza ad tempus. Concede agli
Ordinari la facoltà di diminuire il numero delle messe ordinate
da testamentarie disposizioni, allora quando però vi è giusta
causa, come di smarrimento di frutti o di rendite; conosce le
cause di nullità di voti, o sieno di professioni solenni di per-
sone religiose, di pubblica irregolarità, d’unione di beneficî ai
seminari ed alle chiese, di permute e rassegne ammesse dagli
stessi Ordinari; di giuste od ingiuste esclusioni fatte da’ parroc-.
chiani, dagli esaminatori e dai vescovi ai concorrenti, di que-.
stioni di giurisdizioni co’ prelati inferiori, e di molte altre ma-
terie, che i Papi concedono alla Congregazione, allorchè vengono.
esaltati al pontificato. Conosce e giudica in grado di appello,
egualmente al Tribunale della Sacra Rota, le cause di nullità.
di matrimonio, decise in prima istanza dai Tribunali vescovili,.
ed in Roma dal prelato vicegerente e luogotenente del vicariato.
Invigila sulla rigorosa esecuzione dei canoni della chiesa, che.
proibiscono l'alienazione dei beni ecclesiastici, trattando gli affari.
in via amministrativa, assumendo anche le funzioni di tribunale,
e giudicando inappellabilmente nelle materie di sua competenza,
ove incontri opposizione. Si. compone di cardinali, di un prelato.
segretario e di vari altri prelati, i quali sono aggiunti per rice-.
vere ed esaminare le relazioni che gli arcivescovi, i vescovi e.
gli ordinari nullius danno dello stato delle loro chiese.
PINO METE CT, n IT IP
TR VE A E E RI OT e
'CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE 633
Residenza dei vescovi. — Si considera ausiliaria a quella
del Concilio; risolve le questioni circa l'obbligo che corre ai
vescovi di risiedere nelle loro diocesi, argomento trattato con
sommo impegno dal Concilio di Trento. Esamina altresì le cause
che dai vescovi si possono addurre per le nuove residenze nelle
loro diocesi, e ne li dispensa all'uopo. Il prefetto ne è il car-
dinal vicario di Roma pro tempore, e il segretario il medesimo
della Congregazione del Concilio.
Immunità ecclesiastica. — Questa Congregazione tratta le
controversie intorno la libertà ed indipendenza della giurisdi-
zione ecclesiastica, ed intorno alle violazioni che si commettono
contro di essa; fa rispettare l'immunità dovuta alle chiese ed
al luoghi che la godono. Conosce e decide privativamente tutte
le questioni che insorgono in materia d’immunità ecclesiastica
personale, locale e reale, ordinariamente in forma extragiudi-
ziale, ed alcune volte assume una specie di cognizione giudi-
ziale sopra la legittimazione del processo fatto pel delitto, il
quale si pretende eccettuato. A lei si appella direttamente dai
vescovi ed Ordinari dei luoghi, quando trattasi della violazione
della libertà o giurisdizione ecclesiastica per i giudici e tribu-
nali secolari, con autorità di giudice e di magistrato. Le prin-
cipali materie che si propongono dai prelati ponenti nella Con-
gregazione versano sopra esami di delitti v di rei, che godere
non possono dell’immunità ecclesiastica secondo le costituzioni
apostoliche, in esaminare le maniere ed il sito delle catture, ovvero
1 pesi e le gabelle imposte da alcun magistrato, o da qualche
comunità civica alle persone e ai luoghi ecclesiastici. L’ esecu-
zione dei decreti di questa, come delle altre Congregazioni eccle-
siastiche, è affidata al giudice ecclesiastico, che è il terzo prelato,
luogotenente della Congregazione prelatizia, sostituito a monsi-
gnore uditore della Camera.
Propaganda Fide. — È destinata questa Congregazione a invi-
gilare alla propagazione della fede cattolica. Dipendono da questa
Congregazione tutti i vescovi e vicari apostolici che risiedono
in paesi acattolici ed infedeli, come ancora tutti i missionari.
I cardinali che presiedono al governo della medesima risolvono
gli affari appartenenti alla loro giurisdizione; fra essi sono
Rivista del Collegio Araldico (ottobre 1904). 40
634 CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE
divise le prefetture degli studi, dell'economia e di altre incom-
benze. Ne dipende altresi il collegio detto di Propaganda Fide, fon-
dato da Urbano VIII, nel quale si mantengono molti alunni di
diverse nazioni, per istruirli nell’uffizio di missionari, che vanno
poi ad esercitare nelle parti degli infedeli.
Indice. — Fu il Pontefice San Pio V, che in aiuto della Con-
gregazione del Sant’ Uffizio eresse quella dell’ Indice, la quale
ha per instituto di esaminare e proibire la ritenzione e la let-
tura di opere e libri opposti alla religione ed al buon costume,
assoggettando 1 contravventori alla scomunica.
Sacri riti. — Questa Congregazione si occupa della venera-
zione delle sacre immagini, e particolarmente se debbansi esporre
al pubblico culto o venerazione; dichiara le rubriche de’ breviari
e messali; tratta cause di precedenza, e decide controversie spet-
tanti all’uso di pontificali tra il clero secolare e regolare nelle
sacre funzioni, sotto l'aspetto della disposizione dei cerimoniali
e libri rituali. Giudica ancora delle differenze che insorgono
nelle medesime sacre funzioni per il clero e regolari; riconosce
altresì il jus di celebrare funerali, e di tutto ciò che può alte-
rare e disturbare il sacro culto e le sacre cerimonie, accordando
e stabilendo i distintivi ecclesiastici nelle vesti e negli orna-
‘menti; risolve i punti della sacra liturgia, stabilisce gli uffizi,
le messe proprie per alcuni santi e gli analoghi inni. La più
grave occupazione di questa Congregazione consiste nella pro-
cedura per la beatificazione e canonizzazione dei Servi di Dio.
Riconosce pure essa il culto immemorabile di talun beato o santo,
che chiamasi equipollente beatificazione, o canonizzazione, e fa
pure il processo e gli atti per riconoscere il martirio sofferto
da alcuno per la fede cattolica. Vi si tratta ancora delle città,
e,
Siti it i tto nici ni nt nr Ai iii iii nti PRESEPI ERRE
provincie, regni e nazioni, le quali desiderano qualche santo per
protettore, lo che si accorda dalla Santa Sede per organo di
essa, che stabilisce ai santi la celebrazione dell’uffizio con rito
doppio, semidoppio, un’ottava ed altre particolarità. Il decano
«della Sacra Rota e i due prelati seniorî sono consultori nati dil
questa Congregazione.
Ceremoniale. — Appartiene a questa Congregazione din
e decidere intorno alle ‘questioni ed ai dubbi che riguardano le
sete ein
“dea n Cialdini iii
CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE 635
formalità, le preeminenze tra i cardinali, prelati ed altri grandi
dignitari e funzionari della Corte romana, che potessero insor-
gere. Ad essa spetta il ceremoniale appartenente agli ambascia-
tori e rappresentanti de’ sovrani presso la Santa Sede; provvede
pure all'andamento con cui si debbono accogliere in Roma i
regnanti. Viene sempre consultata sopra le vertenze di qualunque
specie di riguardi, di distinzione, di onorificenza, di trattamento,
di prammatica, di precedenza di onore e di ceremoniale. Il car-
dinale decano pro tempore del sacro Collegio è sempre il prefetto
di questa Congregazione. |
Disciplina regolare. — Sono attribuite a questa Congrega-
zione le cause contenziose e giurisdizionali privativamente che
riguardano gli affari disciplinari, la vita interna, l’ osservanza
claustrale, lo stabilimento principalmente, e la soppressione dei
noviziati e professori, la deputazione dei conventi d’osservanza,
e vita comune perfetta, il luogo per collocare novizi e professi,
lautorità d’ imporre pene e fulminare censure ecclesiastiche contro
i contumaci. Nella fondazione di nuovi conventi e case religiose,
dopo .che la Congregazione de’ vescovi e regolari ha emesso il
decreto di erezione, resta il ricorso alla Congregazione sulla
disciplina regolare, cui appartiene esaminare se la nuova fon-
dazione possa, colle rendite e limosine, alimentare i dodici indi-
vidui in perfetta osservanza e vita, e quindi, presso documenti
ed informazioni, autorizzare definitivamente la nuova fondazione.
Fra i doveri di questa Congregazione vi è quello di vegliare e
riferire al Papa i rilassamenti dell’osservanza, e consultare sui
modi di riparare i mali ulteriori.
Indulgenze e sacre reliquie. — L'autorità di questa Congre-
gazione si diffonde principalmente, oltre quanto riguarda le sacre
reliquie e la loro identità, a proibire che sieno promulgate false,
apocrife ed indiscrete indulgenze, a riconoscere le impresse ed
esaminarle, ed anche a rivocarle e rigettarle, sempre dopo la
relazione fattane al Pontefice, e talora a dichiararne meglio la
concessione. Riceve dai Pontefici la facoltà degli altari privile-
giati a settennio ed in perpetuo; delle indulgenze plenarie e
minori, o nei giorni delle feste solenni, ne’ venerdì di quaresima
ed altre molte.
PIRA 9
:
x FI
+39
i
636 CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE
Esame dei vescovi. — Siccome nel Concilio di Trento si
trattò e conchiuse, che la maggior cosa in cui avevasi a porre
tutta la premura per la conservazione e per l'incremento della
religione cattolica, è l'elezione dei vescovi, per provvedere le
chiese di buoni e capaci pastori, così fu istituita questa Con-
gregazione per esaminare gli eletti ai vescovati di libera prov-
visione del Papa, ed anche quelli di nomina o presentazione dei
principi sovrani d° Italia e delle isole adiacenti, nella sacra teolo-
gia, ovvero in sacri canoni. A questo esame sono soggetti tuttii |
vescovi delle parti suddette, i vescovi coadiutori e ‘suffraganei,
e quelli che essendo vescovi titolari, sono trasferiti ad una chiesa
residenziale, benchè siano stati nunzi apostolici e chierici di
camera, e, per l'esercizio delle loro cariche e giudicature, sia la
loro idoneità notoria. Ne sono esenti i soli cardinali e quelli i
quali, nel trasferirsi ad un’altra chiesa, già avevano perla prima
subito l'esame, ed erano stati riconosciuti ed approvati.
Reverenda Fabbrica di San Pietro. — Questa sacra Congre-
gazione, o Tribunale, fu istituito dal Pontefice Giulio II, con
animo di fondare un sufficiente assegnamento per la chiesa di
San Pietro.
Quante volte si trova alcun legato pio iscritto in un testa-
mento, e non ne consti dell'adempimento, o sia questo repudiato
od incerto, il giudice della Fabbrica decreta, che i fondi ne siano
applicati alla Fabbrica, e rilascia l’opportuno mandato. Della,
sentenza del medesimo si appella alla piena Congregazione. Nei
luoghi dello Stato, dove si estende la giurisdizione della Reve-
renda Fabbrica, tiene deputati dei commissari, coll’incarico di
invigilare sull’adempimento dei legati pii, e di rintracciare le
memorie di quelli che giacciono inadempiti e darlene notizia.
Lauretana. — Questa Congregazione presiede al regolamento
di tutti gli affari che appartengono alla Santa Casa di Loreto, e
dei suoi famigliari e dipendenti anche laicali. La legge ne dichiara i
privilegiate tutte le cause che ne risguardano in qualunque modo
gl'interessi. L'assessore legale ed il Tribunale civile di Loreto
giudicano tali cause in qualità di delegati della Congregazione
Lauretana; un prelato assessore giudica in primo grado di giu-
di È ee e ti dea
CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE 637
risdizione le cause non maggiori di scudi 200, e quelle che sono
dalle leggi attribuite ai giudici singolari.
Tre dei quattro turni onde componevasi la Congregazione Lau-
retana, decidevano a vicenda, in seconda ed in terza istanza, le
cause giudicate in primo grado dall’assessore di Roma o dalla
Curia ecclesiastica o dal Tribunale civile di Loreto, ed in prima,
seconda e terza istanza le cause introdotte in Roma, ed il primo
turno giudicava, in qualità di Segnatura, i ricorsi e le domande
di restituzione in intero. Il Foro Lauretano aveva, nelle cause che
lo interessano, il privilegio della mano regia.
Affari ecclesiastici straordinari. — Questa Congregazione,
istituita dal Sommo Pontefice Pio VII, ha cura non solo della
esatta osservanza degli esistenti concordati colle potenze estere
in materia ecclesiastica, ma anche della formazione dei nuovi.
Si occupa degli affari della Chiesa di tutto il mondo cattolico,
cioè degli straordinari, e di quelli ancora appartenenti ad altre
Congregazioni, che il Papa le rimette. In certe materie e mas-
sime, che importano l'introduzione di qualche 9g2us nuovo, o con-
troverso, o che hanno rapporto alla dottrina in punti che non
sono chiaramente definiti, la Congregazione si tiene e dice i
pareri o in iscritto o a voce coram Sanctissimo.
Degli studi. — Questa Congregazione provvedeva all'istruzione
pubblica che si dava in tutto lo Stato del Governo Pontificio, ed
alla regolare ed uniforme direzione de’ buoni studi nelle univer-
sità, collegi e scuole, stabilimenti e luoghi tutti d’istruzione ed
insegnamento. Invigilava sull’osservanza delle regole e delle op-
portune leggi per le università, per gli arcicancellieri, cancellieri
e rettori delle stesse università, pei collegi o Corpi collegiali
delle quattro facoltà; pei professori e per la loro elezione ed
obbligazioni; pei sostituti e professori soprannumeri, pei biblio-
tecari ed altri addetti alle università; pei direttori degli osser-
vatori astronomici e dei musei, o gabinetti; pei custodi degli
orti botanici e per gli altri inservienti; per l’ amministrazione
economica delle università e per le scuole pubbliche fuori delle
medesime; per l'ammissione degli studenti; per gli esercizi di
religione; per la collazione di grado pel corso scolastico; per
la collazione delle lauree d'onore e di premio, e quelle comuni;
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638 CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE
per le matricole di libero esercizio in. medicina, in chirurgia, in
farmacia; per l'esame e idoneità al notariato; per le propine da
pagarsi da chi riceve i gradi, le matricole, 1 diplomi medesimi;
per gli esami annuali, per l’anno scolastico e per le vacanze.
Amministrava le somme che il Governo le somministra per la pub-
blica istruzione, facendone sì che la medesima venisse debitamente
erogata dalle università pel fine assegnato, quindi ne esaminava
i preventivi e i consuntivi. Aveva il diritto di approvare o riget-
tare l'apertura di qualsiasi scuola comunale o privata, e le nomine
dei maestri. Sorveglia l’amministrazione di tutte le lascite a causa
di studi, provvedendo che le medesime venissero erogate nei fini
voluti dai testatori, e se colle medesime vennero istituiti licei,
pensa al loro andamento, se poi colle medesime dovessero man-
tenersi dei giovani, onde possano attendere agli studi, o nominava
coloro che ne dovranno godere, ovvero approvava o no le nomine
fatte da quelli che ne avevano il diritto. Le si apparteva di per-
mettere l’ erezione di nuove accademie scientifiche, letterarie,
flodrammatiche, ecc., dello Stato, conoscerne i componenti, inda-
garne la loro condotta, approvarne i regolamenti proposti, ovvero
variarli, e riconoscerne ogni anno le nomine dei primari magi-
strati delle medesime.
Penitenzieria apostolica. — È questo il primo Tribunale della.
Santa Sede presieduto dal cardinale penitenziere maggiore, prin-
cipale organo della sede apostolica del Foro interno delle Pens-
tenze. Le facoltà del medesimo concernono le dispense d’irrego-
larità d’altri impedimenti occulti, poichè i pubblici spettano alla
Dateria ed ai Brevi, secondo la specie, avendo però anche qualche
parte di potestà sui regolari pel Foro esteriore. Gli ufficiali e
ministri di questo Tribunale sono di diverse sorti, dei quali i
primi sei maggiori figurano come congiudici e consultori del
sommo penitenziere. Il Keggente, che viene scelto fra gli uditori
della Santa Kota, è il primo ufficiale, è come un vicario gene-
rale del cardinale penitenziere, per cui spedisce quelle materie
ordinarie non dubbiose, senza partecipazione del penitenziere o
della Congregazione o segnatura, cui non havvi difficoltà di con-
cessione, ovvero che debbono negarsi. Il Teologo è, oltre le sue |
particolari attribuzioni, il consigliere in sacra teologia del car-
|
CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE 639
dinale penitenziere, nei casi più difficili, come il Canonista ne è
il consigliere in sacri canoni. Il Correttore, o revisore, esamina,
rivede e corregge le suppliche dei procuratori e segretari, cioè
se sono a seconda dello stile e le formole prescritte. Il Sigilla-
tore custodisce ed usa il sigillo pubblico della penitenzieria, avendo
per coadiutore un Prosigilatore. I tre Segretari hanno cura delle
distribuzioni di memoriali, dopo averli riferiti alla Congrega-
zione e segnatura. Vi hanno altresì un archivista e un cappellano,
quattro scrittori, ed altri ufficiali minori e ministri, i quali sono
tutti ecclesiasici, e tutti aventi il sigillo di confessione, per cui
fanno apposito giuramento.
Cancelleria apostolica. — Nella residenza del Tribunale della
Cancelleria della Santa Romana Chiesa si spediscono le Bolle
pontificie e lettere apostoliche sud plumbo dai ministri ed ufficiali
del Sommo Pontefice, e si stendono regolarmente le grazie sulle
suppliche che vengono dal Papa accordate. Le regole della Can-
celleria sono regolamenti fatti da ogni Pontefice al principio
del pontificato, perchè siano osservati nelle disposizioni de’ beneficî,
nella spedizione delle provviste e nelle sentenze dei processi
intorno le materie beneficali. Gli ufficiali della Cancelleria sono
| divisi in due classi. I primi presiedono alla retta spedizione delle
Bolle, perchè sieno compilate nelle regole della Cancelleria, e la
spedizione sia fatta colle formole in uso. Il reggente tiene il
primo luogo dopo il cardinale vicecancelliere, e ne è il luogo-
tenente. Egli distribuisce per turno agli abbreviatori di parco
maggiore, così chiamati per le abbreviature che fanno nello scri-
vere le lettere apostoliche, o per formare in sommario o com-
pendio le suppliche, acciocchè vengano da loro compilate le mi-
nute; può rimettere le cause di appellazione al giudizio di varî
prelati della curia; presso di lui viene deposto, da novelli vescovi
o candidati costituiti in dignità ecclesiastiche, l’opportuno giu-
ramento in assenza del cardinale vicecancelliere. Il sottosommista
ha cura di preparare i decreti concistoriali; fa la copia autentica
degli stessi decreti che, sottoscritti dal cardinale, sono la base
della spedizione delle Bolle; presenta ai nuovi cardinali il decreto,
ossia la fede autentica con che il vicecancelliere fa testimonianza
della seguìta loro promozione; assiste al giuramento delle diverse
640 CONGREGAZIONI ECCLESIASTICHE
classi di persone che lo prestano nelle mani del vicecancelliere,
e presiede alla spedizione delle Bolle che vanno per via di Camera.
La seconda classe degli ufficiali, presentemente esistente in Can-
celleria, sono quelli che prima erano nominati dai collegi dei
vacabilisti ed ora dal cardinale prodatario, e sono tutti compu-
tisti di detti collegi, i quali sorvegliano che ciascuna Bolla paghi
al collegio quanto si deve. Inoltre vi sono due cassieri, o depo-
sitari, che raccolgono il danaro spettante ai vacabilisti, e questi
sono il depositario generale dei vacabili e quello del piombo. .
Dataria apostolica. — La Dataria apostolica presiede alla
collazione dei beneficî, cure, badie ed altre prebende ecclesia-
stiche, le quali conferisce alternativamente cogli ordinari dei
luoghi. È presieduta da un cardinale, che chiamasi prodatario;
ha fra gli ufficiali un prelato sottodatario che coadiuva il car-
dinale prodatario. |
Eravi un prefetto delle vacanze beneficiali per morte naturale
o civile, quindi chiamato per obitum, scelto fra 1 curiali di col-.
legio, il quale era il giureconsulto della Dataria, a cui si com
mettevano i voti nelle materie che richiedono un sentimento le-
gale. La Dataria ha eziandio l’ingerenza di ricevere le domande
per dispense matrimoniali tra parenti, e spedirle, ove abbia luogo
la concessione. A tale effetto eravi un ufficiale prefetto dell’uffizio
del Concessum, così chiamato, perchè leggendo egli una volta
ai Papi le petizioni per le dispense matrimoniali medesime, faceva
i] rescritto alla presenza di lui nel seguente termine : Concessum, etc. 1
L'amministratore generale delle Componende sopraintendeva alla
vendita degli uffizi vacabili e riceveva tutte le tasse di componenda
che si pagano non solo per le dispense matrimoniali ma anche
per altre materie. Il prefetto delle Date metteva la data nelle sup-
pliche beneficiali e a quelle matrimoniali segnate dall’ufficiale
chiamato del Concessum. Il Revisore delle dispense matrimoniali ri- |
vedeva le suppliche delle dispense ordinarie, le faceva segnare
dall'ufficiale del Concessum ed esaminava quelle per le dispense nei
gradi maggiori, e le passava nelle mani del cardinale prodatario
perchè ne facesse la relazione al Papa. V’era l’ufficiale del Missîs,
così chiamato dalla parola mittendo, perchè la sua principale |
incombenza era di mandare le suppliche al registro, ed il libro $
CONGREGAZIONI ECCLESIASTI CHE 641
ove si registrano è chiamato col vocabolo Mîssis. L' Ufficiale dei
Brevi, in virtù di suppliche rivedute dai rispettivi revisori, sieno
matrimoniali, sieno beneficiali, segnate manu Sanctissimi, formava
le corrispondenti minute sui Brevi. L’Ufficiale dei conti formava le
rispettive tasse spettanti ai diversi collegi vacabilisti, ed approvava
1 conti delle ultimate spedizioni. Le grazie segnate in Dataria ven-
gono spedite con Bolle della Cancelleria apostolica. Il datario,
col sottodatario e l’ufficiale per obitum, costituivano la Congre-
gazione della Dataria, che si riunisce ogni mattina. In essa il
datario, sul voto consultivo di questi due ufficiali, risolveva gli
affari in corso, sotto la sua dipendenza, e giudicava tutte le que-
stioni suscitatesi in materia di collazioni e rassegne benefiziali,
e di dispense matrimoniali.
Al presente la Dataria Apostolica, conservando lo scopo ed
il carattere impressole nella istituzione, ha tre sezioni la prima
delle collazioni beneficiali, la seconda delle dispenze matrimo-
niali, la terza amministrative.
BE
QUESITI ARALDICI
RISPOSTE.
(Vedi numeri precedenti).
37. Stemma di Ezzelino, — Il chiar. e nob. nostro collega Prof. France-
schetti di Este ci manda una risposta all’articolo del Prof. Gheno inserito
nel fasc. 8 (agosto 1904) di questa Rivista. Per mancanza di spazio ne rimet-
tiamo la pubblicazione al prossimo numero.
DOMANDE.
48. Si desidera conoscere quale sia il più antico documento nel quale
figuri la Croce detta di Gerusalemme. Conte de G. R.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Cavagna SANnGIULIANI Conte ANTONIO. Mede, i suoi Conti ‘e i Sangiuliani. —
Pavia, Rossetti in-8°, 1904. )
Mede è una borgata degli stati della monarchia di Savoia che nel medio
evo, smembrata in ben 12 frazioni venne infeudata ad altrettante nobili
famiglie fra le quali i Sangiuliani ora estinti ma trasfusi nel conte Antonio
Cavagna Sangiuliani di Gualdana nostro illustre e benemerito collega ed
A. di questa interessantissima monografia. Il feudo di Mede figura come
contea fino dai primordi del xrv secolo; il 4 ottobre 1312 Tommaso conte
di Mede dona alcuni beni al monastero di Brema. Giova notare che taluni
conti di Mede furono chiamati semplicemente col nome del feudo a guisa
di cognome e così Giacomo conte di Mede (1415) è detto Giacomo Meda nei
ruoli dei professori dell’università di Pavia. Forse la famiglia Meda trae
origine da questi conti. L’A. ricorda parecchi altri documenti riguardanti i
Guizzardi, i Zaccaria, i Peschiera, i del Maino e specialmente i Sangiuliani
tutti infeudati della terra di Mede. Ai Sangiuliani rimase anche il ius
nominandi il prevosto di Mede, diritto che oggi viene esercitato dai Cavagna
Sangiuliani. |
PeLLOT Comm. PauL. Genéalogie de la famille Richelet de la Cocquelée —
Buzangais, 1904, Deverdun in-8° (La Revue Héraldique, octobre, 1904).
Stipite della famiglia Richelet è un Jacques, signore della Cocquelée 9
({ 1674). Essa si estinse in Margherita moglie di Luigi Giuseppe Gaussart
da cui discese il barone Luigi Gaussart, generale di brigata napoleonico,
‘* nel 1888. L’A. che con gentile pensiero ha voluto dedicare al Presidente
del nostro Collegio Araldico questo suo pregevole lavoro è assai noto nel
mondo degli eruditi per molte pubblicazioni d’interesse storico-genealogico.
RosseLLI Conte Camino. Gli Aldighieri Danteschi nel Modenese di A. G. Spinelli
e per incidenza del nesso coi Papazzoni dei figli di Manfredo. — Tip. del È
Commercio in-16°9, Modena, 1902, È
L'A. prende argomento da una recente pubblicazione del chiar. Spinelli
sugli Aldigieri di Nonantola, Castelcrescente, Soliera e Sorbara per espri- È
mere la sua opinione circa una possibile derivazione degli Aldighieri della
famosa stirpe dei figli di Manfredi e precisamente dei Papazzoni. Egli si
basa sull’origine romana vantata da Dante e sul nome di Papazo o Papa-
NOTE BIBLIOGRAFICHE 643
zone comune ad alcuni Aldigieri. Ma l’origine romana di Dante si riferiva
non già agli Aldigieri ma agli Elisei che si volevano discesi dai Frangi-
pani. Il nome Papazo non era generale ma nemmeno limiato soltanto ai
discendenti dei figli di Manfredi. L'opinione dell’A. distruggerebbe anzi
quella di vari storici i quali vogliono derivata la famiglia Papazzoni da un
Azzo o Azzone detto Papà Azzone! A questo riguardo ricordiamo una umo-
ristica carta da visita che un giornale di provincia attribuiva ad un mem-
bro di questa famiglia ed era se ben ricordiamo, concepita nei seguenti
termini:
IL CAV. TIZIO PAPAZZONI
DEI FIGLI DI MANFREDI, PIO, PICO, AZZO, PADELLA, PEDOCA, MANFRONE
R. SOTTOPREFETTO DI ECC.
PapuLa AnToNIO. Pel giuramento di S. M. Cattolica D. Alfonso X1II Re di
Spagna. — Napoli, 1903 in-12°.
Scrittore forbito ed elegante, il Padula passa in rassegna i tredici Al-
fonsi che sedettero sul trono di Spagna. Primo fra essi quel Re delle Asturie
Alfonso I, che fu genero del Re D. Pelayo; ultimo l’attuale sovrano che in tempi
assai difficili e sotto un regime costituzionale che inceppa l’azione benefica
della monarchia, coadiuvato da un illustre primo ministro, il comm. Maura
e con i consigli della sua nobile genitrice Donna Maria Cristina, Regina
vedova di Spagna, mantiene alto il prestigio della dignità regia, mentre
altrove è avvilita da prepotenza di demogoghi e da debolezza di principi.
Segue a questa dissertazione un carme che ha avuto l’onore della tra-
duzione in ben otto lingue.
PapIGLIONE CARLO. Albero genealogico della discendenza maschile di Giovanni
Cerrone che testava nel 1576, sin al 17 febbraio 1861. — Napoli, 1904 in-f.
Si tratta di un albero compilato per provare certi diritti ad una cap-
pellania. La genealogia della famiglia Cerrone non offre interesse agli
studiosi di cose genealogiche, ma il sistema seguito, la chiarezza dell’espo-
sto, la documentazione perfetta, sono caratteristiche degli scritti dell’ illu-
stre A. e non abbisognano elogio e raccomandazione ai nostr? lettori.
Bonazzi DI SANNICANDRO conte barone FRANCESCO. Famiglie nobili e titolate del
Napoletano ascritte all’elenco regionale e che ottennero posteriori legali rico-
noscimenti. Napoli, 1902, Detken et Rocholl in-8°.
Nessuno meglio dell’illustre redattore dell’almanacco nobiliare L’Araldo,
poteva valutare l’importanza di provvedimenti governativi tali da porre
un argine all’ognor crescente abuso di titoli o del tutto inesistenti o non
spettanti a coloro che troppo leggermente se ne fregiano.
Se non che, osserviamo che mentre si fu larghi nel concedere ai nobili
di fresca data, pronti a presentare le lampanti pergamene, si fu draconiani
644 NOTE BIBLIOGRAFICHÉ
oltre misura con i nobili veri, cioè. gli antichi, i cui diplomi di nobiltà
andarono distrutti o smarriti. 1
Nessuno però negherà a quei provvedimenti il merito di avere irremis-
sibilmente scartati i falsi nobili. Infatti la titolatura delle famiglie può
essere soggetta a discussione e i provvedimenti governativi possono essere
nei singoli casi giusti o no, ma non vi ha nobile vero che abbia trovate
chiuse le porte degli elenchi nobiliari, perchè la verità s’ impone.
Ottima cosa ha fatto però l’A. ad illustrare gli. elenchi napoletani,
aggiungendo in questo volume tutte le famiglie che non figurano nel-
l’Araldo.
Ben noto è il nome del chiar. A, giustamente apprezzato per la sua com-
petenza e serietà in fatto di cose nobiliari talchè non vi sarà chi aspetti da
noi una raccomandazione per consultare questo grosso volume di ben 450
pagine, utilissimo a chiunque volesse avere esatte cognizioni sullo stato
presente del Patriziato napoletano. Noi abbiamo voluto soltanto annunziare
questo pregevole scritto come omaggio al merito del chiar. A., e per asso-
ciarci al tributo di lode che esso gli ha giustamente procurato da parte
dei cultori delle storiche discipline.
— Per l'istruzione religiosa. In elegante, nitida edizione, è stata fatta una
ristampa della tipografia S. Alessandro in Bergamo dell’opuscolo intitolato :
Cattolici, agitatevi per il Catechismo nelle scuole, pubblicato per cura del Terzo
Gruppo dell’ Opera dei Congressi, prima che venisse sciolto. É un libretto
scritto con brio, semplicità di stile, treschezza di forma e con argomenta-
zioni di grande valore. Vi si dimostra come si abbia diritto all'insegnamento
del Catechismo in nome della libertà e della coscienza e come cattolici e . È
come italiani; e vi si bolla a dovere la setta massonica, che vuole cacciato
Cristo dalla scuola, che vuole per sè il monopolio scolastico, onde sosti-
tuire al Catechismo l’ateismo e il massonismo; vi si dimostra che si deve
chiedere l’ insegnamento del Catechismo legalmente e impartirlo seriamente
competentemente e nel recinto delle scuole. Insomma, è un libriccino di
26 pagine che si legge d’un fiato e fa bene all’anima, consiglia e spinge a
farne una immensa diffusione, L’educazione del popolo alla coscienza der
propri diritti e dei propri doveri si fa efficacemente anche con simili opu-
scoli di propaganda. Un esemplare costa 5 centesimi; 12 centesimi 50;
25 L. 2.00; 50 L 1.75; 100 L. 3.00, più le spese postali. Dirigere domanda
con cartolina-vaglia alla tipografia S. Alessandro in Bergamo.
Repertoire général des collectionneurs de la France et de l'Étranger pubblicato 3
da E. RENART, 80 rue Jacob. Paris.
Questa pubblicazione, divenuta da quest'anno periodica, è interessan-
tissima perchè facilita ai collezionisti le relazioni scambievoli. Sono stati
pubblicati già i 8 primi fascicoli con più di 8000 nomi ed indirizzi. Il 4°
fascicolo che uscirà in dicembre completerà l’annata 1904 di questa utilis-
sima pubblicazione,
CRONACA
Nomine. — Mons. Adolfo A Nouel è stato nominato arcivescovo tito-
lare di Metimna, con successione a mons. Merinho, arcivescovo di San Do-
mingo. Il giorno 16 corrente fu consacrato da S. Em. il signor cardinal
Merry del Val, segretario di Stato di S. S., nella cappella del Collegio Pio
Latino Americano. Assistevano alla. cerimonia S. E. il duca Astrando, mi-
nistro plenipotenziario e inviato straordinario della Dominicana; il conte
di Montalbo, consigliere della legazione; il coute Pasini-Frassoni; il com-
mendatcre Mansella, il barone di Fahrensbach, già ministro della repubblica
dominicana, e molti altri.
— Il Revmo P. Paolo della Pieve di cono è stato nominato vescovo
di Pesaro e monsignor Alessandro Lualdi, rettore del seminario Lombardo
in Roma, arcivescovo di Palermo.
— Il Revmo D. Enrico Monteleone, arcidiacono della cattedrale di Sarno,
è stato nominato protonotario apostolico ad instar. part.
.. — Il signor cavaliere J. Ollivier Beauregard, di Parigi, è stato nomi-
nato conte romano ereditario. Con altro breve ha ottenuto anche la con-
ferma del suo stemma gentilizio.
— Il conte Ugo Goretti il nobile signor Eduardo Aggiug, il conte
Giacomo Masolini d’Imola e il conte Henbrel de Donnersmarch di Bresla-
via sono stati nominati camerieri segreti di spada e cappa, soprannume-
rari, di S. S.
— I Revmi D. Marco Vattasso, D. Paolo Sarti e D. Giovanni Guerrini
sono stati nominati camerieri segreti, soprannumerari, di S. S.
— Il Revmo D. Stanislao, dei conti di Legrelle, l’abbé Gaston de Van-
neufville,i Revmi D. Giuseppe Savelberg di Buremonde, D. Giuseppe Flucco,
D. Gaetano dal Totto e D. Domenico Bortolan sono stati nominati came-
rieri d’onore in abito paonazzo.
— Il Revmo D. Carlo Petrelluzzi ha avuto la nomina a Cappellano
segreto di S. S.
Onorificenze. — Ordine di San Gregorio Magno. — Il conte Adalberto
de Schoenborn venne decorato della Gran Croce.
— Il conte avv. Carlo Santucci, già Commendatore, ha ottenuto la
Gran placca.
— I signori Alfonso Vinciguerra e Giuseppe Bultrini sono stati insi-
gniti del grado di cavalieri.
Ordine del Santo Sepolcro. — S. E. mons. D. Juan Soldevila y Romero,
arcivescovo di Zaragoza, è stato nominato Gran Croce.
646 CRONACA
— Il signor D. Mariano Garcia Franco priore della Collegiata del Santo
Sepolcro di Calatayud; il cav. Gaetano Celesia Pilati e il conte de Sarzana
sono stati nominati commendatori.
Croce pro ecclesia et pontifice. — Il signor Paolo Stebertz è stato decorato
della Croce d’argento.
Ordine di San Giovanni di Spagna — D. Manuel Brabo y Portillo, nostro
benemerito collega, è stato nominato cavaliere.
Ordine del Medjidié€ — Il Gran Turco ha nominati Gran Croce: Sua
Eminenza il signor cardinale Merry del Val e Sua Eminenza il signor car-
dinale Gotti.
Necrologio. — Il 17 corrente, per paralisi cardiaca, in seguito a parto
prematuro, passava a miglior vita S. A. R. Donna Mercedes di Borbone,
principessa delle Asturie, presunta erede della Corona di Spagna e sorella
di S. M. C. il Re D. Alfonso XIII. Era nata l’11 settembre 1880 ed aveva
sposato il 14 febbraio 1901 S A. R. D. Carlo di Borbone principe delle Due
Sicilie, Infante di Spagna. L’illustre estinta era amatissima a Madrid, dove
si era resa popolare per le sue continue opere di carità.
Il Collegio araldico, per nostro mezzo, invia le più sentite condoglianze
a S. A. R. il principe delle Asturie, facendo voti per la salute dei Serenis-
simi Infanti, che così prematuramente furono privati del sorriso della loro
Augusta madre,
Oltre le Reali Case di Spagna e di Napoli, prendono il lutto l’Impe-
rial Casa d'Austria e la Casa di Baviera. Erede presunto della Corona è
ora l’Infante D. Alfonso, figlio della defunta principessa, fintanto che Sua
Maestà il Re, D. Alfonso XIII, con un prossimo matrimonio non dia alla
nobile nazione spagnuola il desiderato erede diretto della Monarchia. +
— Prendiamo vivissima parte alla sventura che ha colpito il nostro
nobile ed egregio amico signor avv. Giuseppe Granello, di Genova, il quale
ha avuto il dolore di perdere il suo nobile genitore, signor Emilio Gra-
nello. Presentiamo le nostre sincere condoglianze anche a S. E. Reveren-
dissima mons. fra Tommaso Maria Granello, arcivescovo di Seleucia, com-
missario del Santo Uffizio e prossimo parente del nobile estinto.
Varie. — Il comm. Pidoux, archivista paleograto, commendatore di San
Silvestro, è stato rallegrato dalla nascita di un bambino a cui fu imposto
il nome di Albin. Porgiamo al nostro illustre collega ed alla nobile sua
signora nata de Carol i nostri migliori complimenti ed auguri.
— A proposito delle prossime elezioni politiche, ricordiamo che primo e
più imperioso dovere d’ogni cattolico è quello di non perpetuare col pro-
prio concorso la captività della Chiesa; il secondo consiste nel procurarne
la libertà e la potenza stabile. ì
Ma se nelle varie nazioni si lavora a ciò con l’ esser veri ed operosi 3
cristiani, col zelare un assetto sociale inspirato ai dettami del Divino.
Maestro, col render pubbliche le solenni e collettive proteste de’ fedeli; in
Italia, dove appunto il Pontefice trovasi sotto avversa dizione costituito,
tutti coloro che hanno in orrore il nome di liberali e abominano quanto
la rivoluzione fece o volle, devono operare anche più. Certo neppure a questi
è lecito ribellarsi a qualsivoglia ordine costituito; per quanto questo possa
E NR e e e e
‘i a di
CRONACA 647
riposare sul verbo di vecchie ribellioni e delle formole del libero esame e
della sovranità popolare; non possono quindi schierarsi coi sovversivi; ma
neppure faranno da paladini a una politica che nominalmente rappresenta
l'ordine, ma che realmente è la causa prima ed antica d’ogni disordine.
È inutile illudersi, il carro della rivoluzione passerà schiacciando e
travolgendo gli stessi adoratori di lei, in ritardo, come è sempre accaduto;
e non conviene sperare che con i mezzi offerti dal liberalismo, ibride unioni
di cattolici e di conservatori nazionali, possano arrestarne il fatale andare.
Dunque, ancora una volta, i gentiluomini cristiani fuggano il vile propo-
sito di essere eletti od elettori politici nelle estreme lotte del liberalismo
forcaiolo moribondo e del socialismo, e non siano nè fiduciosi, nè deside-
rosi d’una remora allo sfascio generale della costruzione giudaico-borghese-
massonica. Sarebbe un volere la protrazione di un’agonia che corrompe
l'elemento ancor sano o sanabile. In fine il rendersi consorti dei liberali
non è soltanto delitto, ma cosa di pessimo gusto e segno d’assenza di spi-
rito gentiluomo.
Sostenere per divozione, anche fuor di speranza, un nobile edificio peri-
colante e restare oppressi sotto le sue rovine, è da cavalieri; attaccarsi a
una taberna d’argentario feneratore, a una casa d’infamia che infracidita
crolla e puntellarla per paura di peggio, è proprio di persone indegne del
nome di cristiani e di nobili.
Certo verrà la rovina opprimendo anche noi per primi, perchè la rivo-
luzione è satanica e Satana odia i fedeli di Cristo; ma d’altronde chi può
dire d’essersi veramente salvato a prezzo d’un peccato? Di mezzo alla im-
mane catastrofe, diciamolo con Simone di Monfort, Dio conoscerà i suoi!
Noi faremo pei peccati altrui ostie di espiazione e di propiziazione; ed è
grande onore il partecipare in qualche modo ai dolori e alla sorte del-
l’Agnello di Dio.
Peccato grave per materia è dunque il violare il divieto delle urne
politiche, e per la solennità della proibizione e per l’altezza suprema del
divietante e per l’importanza delle conseguenze, che sarebbero di disorga-
nizzare i nostri, di asservirci ad uno stantio conservatorismo, che fu della
Chiesa sempre nemico, o a una democrazia senza Dio. Rompendo il divieto
papale avremmo parte con Pilato e con Giuda; sembreremmo di quella
schiera che, non abbastanza ammonita dall’ira del Signore in una ormai
storica sconfitta, volle persistere e vincere sopra una breccia per aprirsi poi
l'abisso più profondo e sconcio.
Senonchè, per convulsioni lunghe ed atroci, le società non muoiono;
e a noi spetta preparare gli elementi sociali di ricomposizione. Dunque,
oltre ai doveri comuni a tutti i cattolici del mondo, abbiamo il dovere
‘cristiano e patrio di ridonare all’Italia vera la sua funzione storica nella
vita cattolica; mentre appunto l’Italia artificiale si eresse ad antagonista
del Papato. Curiamo pertanto a tutt’uomo di preservare le nostre famiglie
dalla lue liberale, e non solo perchè ne sian salvi i membri, ma ancora
perchè siano fulcro d’universale restaurazione. E specie le famiglie nobili,
che hanno ragione dell’esser loro nella perpetuità de’ pubblici servizi, hanno
questo preciso e austero dovere. Bando dunque alle scuole e ai collegi che
non educhino forti cristiani i figli nostri; a quegli istituti, ove con una
648 CRONACA
serenità che spaventa si celebra indifferentemente la festa del Papa e quella
d’un così detto eroe della rivoluzione nazionale, ove si organizza una fiac-
colata del pari pel vescovo e pel deputato. Lo stridente contrasto suggerito
da una prudenza che non è l'omonima virtù cardinale, perchè scompagnata.
dalla fortezza, pervertirà le menti dei giovani, ne romperà la generosa
energia. Ed è carità di patria notare che tali scandalose contraddizioni
sono il.retaggio d’Italia soltanto. Quel ladrone volgare che paragonava sè
ad Alessandro il Macedone, cui diceva ladrone in grande, mostrava un gran
buon senso: e invero l’eccitare come che sia ammiîrazione pei novelli Ales-
sandri, e non già magni, è peccato contro lo Spirito Santo, per gl’inten-
denti e i coscienti, commesso al vile scopo di procacciarsi avventori, o almeno,
se vogliamo essere più benigni, è atto vile, per insegnare ad accendere una
candela a un santo tollerando che se n’accenda una anche al diavolo.
Ma tant'è; ad alcuni poco oculati basta vedere spirito antimassonico
nelle persone e nelle cose, per dormire fra due guanciali; e intanto la Mas-
soneria, quando si sente maledetta da liberali, sian pur cattolici anacquati,
o da democratici cristiani autonomi, ride perchè ella sa che costoro, pur:
non volendolo, fanno gl’interessi di lei e che ogni qualvolta si sventola la.
loro bandiera sia pure contro il suo verde stendardo, si proclama tale un:
principio che quello stesso pur rappresenta.
Non è essa screditata? Chi vorrebbe una rappresentanza massonica.
come tale? Eppure regna e trionfa lo stellone gnostico. Così sia ricono-
sciuta nefasta anche certa letteratura pseudo-cattolica, che alcuno ardisce-
dir nostra, e che gl’intelligenti e i prudenti soli hanno bene compresa. E.
nessuno di noi più si rechi a spettacoli che mettano a ludibrio la dignità.
della religione e della giustizia.
ALBERTO DI MoNTENUOVO.
ORDINE DEL SANTO SEPOLCRO
Raccomandiamo vivamente ai Cavalieri di que=-
sta Sacra Milizia di mandare le notizie che li ri=
guardano alla nostra Direzione, senza perciò essere.
in nessuna maniera obbligati ad abbonarsi all'opera’
che annunciamo in copertina e che fra breve tempo.
vedrà la luce.
Roma. — Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice. via Federico Cesi, 45.
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3
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1 ai
il
LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCATISE
DANS LA CRISE ACTUELLE
La France traverse une crise qui pour ne pas étre sans pré-
cédents dans l’histoire, n’en est pas moins d’une profonde gra-
vite. L’Europe entière regarde anxieusement ce malheureux pays
palpiter entre les mains avides et barbares qui le tuent en le
detournant de ses traditions séculaires et nationales. Dans de
telles circonstances, quel est le ròle que doit remplir la noblesse,
ou plus exactement, pour nous chrétiens, quelle est la mission
que la Divine Providence a impartie è cette caste qui n’a con-
servé de ses antiques privilèges que son honneur, ses devoirs et
la haine que lui portent les ennemis ligués des traditions natio-
nales. Car, il ne se le faut pas dissimuler, si aujourd’hui les cri-
minels meneurs du pauvre peuple de France voient un homme
de bien s’attirer par sa valeur et son mérite la sympathie publique,
ils emploient avec succès contre lui un de ces deux moyens: ou
bien c'est un clérical, ou bien c’est un aristocrate.
Certes, la question est grave et peut présenter les' aspects les
plus divers suivant les régions et les individus.
Il y a cependant certaines considérations générales qu'on
semble en droit d’établir. Pour y parvenir, il est deux questions
à déterminer bien nettement: Qui est noble? Quel est le carac-
tere de la crise traversée par la France?
La noblesse est une institution sur laquelle on a beaucoup
écrit, et cependant c'est une de celles que le public connaît le
moins exactement. Il ne connaît d’elle souvent que le préjugé
de la particule. Je n'ai pas besoin de discuter cette sottise devant
des lecteurs sérieux, et il est clair qu’en parlant de la noblesse,
Rivista del Collegio Araldico (novembre 1904). 41
650 LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCAISE
je n’entends point désigner tous les porteurs, plus ou moins
authentiques, de particules, mais bien tous ceux, qu’ils portent ou
non une particule, qui appartiennent è une famille réputée noble
avant 1739, ou annoblie par les gouvernements postérieurs, ou
par le Saint-Siège.
Dans ces familles, nombreuses encore aujourd’hui, une partie
jouit d’une fortune et d’une situation territoriale considérable;
d’autres vivent dans une honorable aisance; quelques unes, enfin,
qui ont été appauvries par les révolutions, et è qui la chance
n'a point souri, attendent dans le strict nécessaire ou méme
dans la géne que l’on puisse sans ternir son blason et embourber
sa conscience, gagner honorablement sa vie au service de son
pays. Il y a donc forcément pour ces diverses situations des
devoirs fort différents, mais tous peuvent cependant à des degrés
divers se rapporter à cette méme obligation, lutter contre le cou-
rant démagogique et antireligieux qui entraîne la France loin
de ses traditions nationales.
Et qui, en effet, serait meilleur gardien des traditions? Les
exemples dans chaque famille traceront une ligne de conduite.
L’enfant qui s’ouvre au monde n’imite-t-il pas les modéles qu'il
a auprés de lui? Eh bien, dans une maison où il aura sous les
yeux tant d’'exemples ancestraux, il trouvera un miroir de toutes
les vertus dans tous les états: cet aieul fut tué par les ennemis
de son Roy et de son pays; celui-ci fut un magistrat sans reproche;
cet arrière oncle a renoncé aux honneurs pour servir Dieu dans
un cloître; cet autre fut une lumière théologique de son temps;
voici un ami du peuple qui s'est prodigué en ceuvres sociales, là
un savant dont aucun envieux n'a osé contester la valeur. Et
que ses réves enfantins le portent è l’étude, à l’épée, è la robe,
a la bure ou è la soutane, le petit enfant brùlera d’imiter celui
des aieux auquel il s’attachera spécialement suivant la direction
qu'il donnera à sa vie. 1 | patrss
Au méme titre de conservatrices de précieuses traditions, et
si l’on veut admettre cette expression d’“ archives vivantes de
la nation, , il faut placer à còté des familles nobles un grand
nombre de familles bourgeoises qui ont produit une longue suite
d’honorables serviteurs du pays et de gens de bien dans des car-
LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCAISE 651
riéres diverses, depuis l’agriculture jusqu’'è l’armée, en passant
par le notariat, le commerce, le barreau, etc. De méme que l’on
dit “ noblesse oblige , on peut dire que “ mémes traditions im-
posent mémes devoirs. ,
Le mal dont souffre la France est, en effet, l’abandon des
traditions et la destruction systématique du principe d’autorité
résumé dans ce programme terrifiant: “ Ni Dieu, ni maître. ,
Dans cette attaque générale la noblesse et toutes les familles
respectées n’ont point été épargnées; on en a fait un épouvan-
tall; on a calomnié les membres de ces familles, et dans les
pamphlets que des empoisonneurs publics versent au peuple sous
le nom d’histoire on a falsifié la vérité aux dépens de la noblesse,
de ses actes, de ses droits anciens, aussi bien qu’aux dépens de
l’Eglise et de ses ministres. Ces criminels efforts ont porté leur
fruit. Le peuple crédule parce qu’au fond il est honnéte s’en est
persuadé.
La noblesse ne doit donc point aujourd’hui chercher à s'im-
poser par elle-méme, mais bien faire lentement et patiemment
l’invers de la besogne immonde faite depuis cent ans. Pour cela,
d’abord, elle doit faire bloc, et si l’on admet une alliance avec
une famille bourgeoise irréprochablement honnéte, il ne faut. à
aucun prix tolerer les alliances avec la finance judaico-cosmo-
polite, notre ennemi naturel. Ce serait dans la noblesse la mort
de la tradition; elle doit garder les moeurs patriarcales, ne point
se jeter dans le tourbillon de ceux qui s'amusent malgré tout
ou pour lesquels l’argent est bon d’où qu'il vienne. Elle doit se
garder de se laisser envahir par le cosmopolitisme, surtout par
l’américanisation. Elle doit, en un mot, rester nationale Autant
que possible elle restera dans son sol, sans se laisser déraciner,
se faisant aimer et se rendant utile è son entourage. Elle fera
preuve de qualités exceptionnelles, et si elle s’honore de son
passé, ce ne sera que pour donner des gages de son avenir.
Il faut d’abord ne point.s'imaginer que les ancétres ont brillé
pour procurer è leurs descendants une vie plus douce et plus
agréable; mais bien qu’ils ont eu en vue de faire leur devoir, et
par là de servir de modéèle è ceux qui viendraient après eux.
Le patrimoine d’honneur qu’ils ont amassé doit s’augmenter è
652 LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCAISE
chaque génération à mesure que s’augmente le nombre de celles-cì
et l’ancienneté de la famille.
Le noble doit donc se livrer è des travaux dignes de sa con-
dition: l’ étude, les sciences, les travaux agricoles sont pour lui
une carrière tout ouverte. Il devra s’efforcer de relever le pres-
tige de sa caste par des découvertes utiles, des fondations bien-
faisantes, ou des travaux appreciés et éviter toutes les bassesses
et toutes les làchetés. Il s’efforcera aussi de se montrer bon ser-
viteur de son pays; s'il en a les facultés, il établira par de savants
mémoires historiques le vrai ròle de la noblesse dans l’histoire
de France, les services qu'elle a rendus au peuple en l’abritant
contre les invasions, en encourageant des industries utiles, en
fondant des villes, en préservant les libertés locales des entre-
prises du pouvoir central, en aidant è la formation du territoire
national; il établira que l’annoblissement récompensait des ser-
vices rendus au public, et que si maintenant par la force des
choses la noblesse est devenue une classe presque fermée, elle
devra, lorsque se retablira le jeu normal des institutions tradi-
tionnelles, s'ouvrir è tous ceux qui sont des gloires et des bien-
faiteurs du pays, comme elle l’était autrefois.! On montrera aussi
les droits nobiliaires dans leur vrai jour, dégagés des interpréta-
tions fabuleuses et odieuses qu'on leur a données, avec leur uti-
lité au moment de leur établissement et la générosité avec laquelle
les nobles y ont renoncé lorsque ces droits, ayant perdu leur
ralson d’étre, n’étalient plus utiles qu’'è leurs possesseurs.
La noblesse devra donc ainsi se faire connaître sous son vrai
jour, elle s’efforcera en méme temps de se montrer l’amie du
peuple et, évitant avec celui-ci toute arrogance, elle sera condes-
cendante et fraternellement charitable. Elle défendra les intéréts
du peuple en secondant ses efforts dans les syndicats agricoles,
les ceuvres de mutualité, et les secrétariats du peuple, et toutes
autres créations analogues qui établissent entre le peuple et ceux
qui dirigent ces associations des rapports d’ami respecté, et non
de bienfaiteur hai ou d’égal sans influence.
! M. le vicomte de Poli vient d’établir dans un savant mémoire que
l’annoblissement récompensait non seulement des militaires courageux, des
magistrats intégres, d’illustres savants, etc., mais mème d’habiles ouvriers.
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LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCAISE 655
Mais n’oublions pas que ce serait un crime de chercher è
gagner l’influence du peuple, méme dans un bon but, en le sui-
vant hors des traditions nationales et en l’égarant dans des illu-
sions analogues, ou méme semblables è celles où le tiennent les
ennemis de ces mémes traditions.
Il faudra aussi avoir soin de montrer que ce qui guide ce n’est
pas le souci des intéréts personnels.
On ne cherchera dans un changement de régime qu@une amé-
lioration du bien étre général, et au cas où l'on obtiendrait quelque
charge, il faudra n'y avoir qu’une occasion d’augmenter le bon-
heur public, et non de s’emplir les poches au détriment du trésor
de l'État. On se rappellera le comte de Corbière, ministre du
roi Louis XVIII, apportant è son bureau son papier è lettres
personnel, afin de ne point user de celui de l’État pour ses affaires
privées. Sans doute, il est légitime que le fonctionnaire qui con-
sacre son intelligence et son activité au service public vive de
la juste rémunération qui lui est allouée, mais c'est une infamie
que de profiter des fonctions publiques pour se gorger de for-
tune soi et les siens, par des procédés qui souvent seraient jus-
ticiables de la Cour d’assise, sans l’omnipotence de leurs auteurs.
La France est grevée de dettes et d’impòts que le gaspillage
républicain ne fait qu'augmenter chaque jour. Il faut qu'un nou-
veau régime puisse par une juste économie rétablir l’équilibre
dans nos finances, et cela ne se peut qu’avec des hauts fonction-
naires honnétes et désintéressés.
Après ces considérations générales, voyons quel est le devoir
au cas où la lutte éclaterait définitivement entre l’Église et l’Btat.
Le devoir est tracé. La noblesse se rappellera qu'elle a conduit
jadis les croisades; le peuple se rappellera qu'il a suivi ces gigan-
tesques efforts et dans le triste conflit voulu par le gouverne-
ment sectaire que la coalition judeo-protestante et maconnique
nous impose, tout ce qui est honnéte en France n’hésitera point
a choisir entre les deux adversalres.
L’histoire est un renouveau perpétuel: les paroisses en France
eurent Jadis deux sortes d'origines: des seigneurs établirent sur
leurs terres les fondations nécessaires au service religieux; plus
tard, les habitants des villes ou des campagnes se groupèrent
2 SOR NEI ENO NIE
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“o
654 LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCAISE
pour se fonder des paroisses dans de nouveaux centres ou plus
a proximité de leurs résidences. Dans ces groupements les familles
alsées nobles et bourgeoises tinrent naturellement la grosse place,
-bien que les générosités aient été générales et que les -petites
bourses aient souvent revelé de grands cours. Une troisième
source d’origine de nos paroisses est la création gouvernementale
qui s'est surtout exercée dans le xIx° siècle et qui presque tou-
jours a eu lieu sur la demande de propriétaires influents du pays.
Aujourd’hui qu'après avoir volé il y a un siècle et quart les
biens ecclésiastiques ainsi constitués, l’État francais s'appréte par
une recrudescence d’iniquité è supprimer la juste indemnité qu'il
servait depuis cent ans & ses victimes, les descendants des fon-
dateurs ou les familles qui ont pris la place des familles dispa-
rues verront un devoir filial è défendre judiciairement toutes les
fois qu’elles le pourront l’établissement fondé par leurs prédeces-
seurs, et lorsque, hélas! ce sera impossible, elles auront è coeur
de rétablir l’oeuvre de leurs ancétres et à empécher la tourbe.
revolutionnaire de l’anéantir.
Ceux qui ont une fortune considérable devront imiter l’exemple
des généreux nobles du moyen àge; ils fonderont temporellement
des paroisses par le don d'un édifice de culte, d'un presbytère
et d’un capital dont la rente serve è l’entretien du curé et aux
frais du culte. Ceux qui seront moins favorisés s’uniront entre
eux 0u au moins entreront dans les associations formées dans ce
méme but et donneront tout ce que leurs moyens leur permet-
tront.
Mais il ne faudra point donner de telle manière que l’auto-.
rité du pasteur en soit diminuée et qu'il paraisse comme un
salarié que l’on peut casser aux gages ou revoquer è plaisir. Il
faut que seul ait autorité sur les curés l’évéque qui ne manquera
jamais de faire tout son possible pour choisir des pasteurs capa-
bles de bien diriger les àmes et s’inspirera souvent de motifs
nécessaires et cependant parfois inaccessibles è l’esprit de dona-
teurs si généreux soient-ils. On pourra cependant è la rigueur
se faire concéder par lui le droit de présentation; mais en ce cas
il faudra en user avec grande prudence, ne point s’entéter dans
un choix reconnu défectueux ou méme imparfait et ne point pré-
PE RETTO” TORTE
:
E PI E TS Sr RT I
LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCAISE 655
tendre en vertu de cette concession faire échec au principe cano-
nique de l’inamovibilité des curés.
Il est bien de donner è l’Eglise de Dieu, et méme de donner
sans mesure, mais il ne faut point abuser de cette situation pour
Opprimer l’Eglise. S'il est juste en effet, et méme admis par la
liturgie, ! que le fondateur d’une paroisse y jouisse d’honneurs
et de considération, il serait monstrueux qu'il reprenne partiel-
lement en quelque sort ce qu'il a donné è Dieu, en s’arrogeant
des droits sur la direction de la vie paroissiale. Il faudra donc
bien se mettre en garde de ce còté. Le curé ne sera pas l’aumò-
‘ nier du chàteau, mais bien le pasteur du pays. Il ne faut jamais
oublier que nous sommes tous les serviteurs de Dieu et que parmi
ceux-ci, les nobles et les grands, è qui il a été donné davantage
ne doivent avoir d’autre privilège spirituel que de devoir davan-
tage, ainsi que le montre bien la parabole des talents de l’Evangile.
Le noble devra donc toujours se montrer respectueux du
prétre, lui obéir en tout ce qui concerne le spiritùel et laisser
toujours celui-ci en dehors dans les difficultés qui pourraient
intervenir entre eux. Celles-ci ne devront jamais étre étalées è
la vue ravie de nos ennemis; elles se porteront en secret à l’évéque
au jugement duquel tous devront se soumettre.
On n’oubliera pas que dans certaines régions et malgré les
préjugés, le noble est encore un exemple sur lequel beaucoup se
rèéglent. Il devra donc sous peine d’une grave responsabilité étre
un chrétien fervent et fidéle, conformer sa conduite à sa croyance,
et craindre par dessus tout de donner le scandale. Sur ce nou-
veau champ de bataille, il s'inspirera de la bravoure ancestrale
pour lutter sans peur au premier rang; les condamnations et les
peines qui pourraient l’atteindre seront pour lui un honneur sur
la terre et un secours pour le ciel; elles seront un encourage-
ment pour les gens de bien, elles revolteront les partisans de la
liberté, si indifférent soient-ils, et elles seront d’un grand poids
dans la balance de la justice divine pour obtenir le pardon de
la France.
! Voir ce que les traités de liturgie désignent sous le nom de laiîcs de
distinction.
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656 LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCAISE
Mais n’oublions pas que le premier rang doit étre à ceux qui
ont le mieux les qualités nécessaires à la direction. S'il se forme
des sociétes pour les affaires religieuses, le noble, quand bien
méme il serait de beaucoup le bienfaiteur le plus considérable
de la paroisse, n’en devra point réclamer la direction; mais il
l’acceptera sans hésitation si on le juge utile pour le bien public,
soit à cause de ses vertus privées, de son courage, de son zéle,
de l’infuence personnelle qu'il possède ou de sa valeur intellec-
tuelle. En ce cas, il agira avec sagesse, sans tendre à la tyrannie
et acceptant comme une Ame élevée doit le faire les conseils et
méme les ordres de ceux qui auraient qualité pour lui en donner.
Donc face à l’ennemi, mais avec discipline; évitons de nous
soumettre è une direction particulière, à tel ou tel petit groupe,
méme ecclésiastique, si respectable soit-il. Nos chefs naturels sont
nos évéques, sous la supréme direction du Pape, auquel nous
devons rester indefectiblement uni. Établissons un bel alignement
de bataille pour agir d’ensemble avec le clergé, et non en dehors
de lui; il faut que tous les nobles de France forment moralement
comme un nouveau régiment de zouaves pontificaux. |
Et pour conclure, cette mission, les familles traditionnistes
la rempliront-elles? C'est la secret de: Dieu, mais rien ne nous
defend de l’espérer. La vaillance n’est pas morte dans la terre
de Saint Louis; donc courage! travaillons pour qu’au jour où nos
traditions nationales triompheront des illusions républicaines et
alii
démagogiques, les historiens puissent constater, modifiant le mot |.
par lequel les jacobins attaquaient les émigrés rentrés en 1315:
“Ils n’ont rien appris et rien oublié , et disent de nous: “Ils |
ont tout appris,,, ils ont su retablir le prestige de leur classe
avilie par cent cinquante ans d’empoisonnement de l'esprit public,
ils ont su éteindre en eux l’ambition et la cupidité qui sommeil-
lent au coeur de tout homme et n’avoir en eux que l'amour du
pays, mais, en méme temps, “ ils n’ont rien oublié, ,, ils ont gardé —
les vertus de leurs ancétres, l’amour fidéle et courageux de Dieu,
du pays et du Roy. Ils ont gardé les traditions qu’ils avalent
regues de leurs pères.
Et maintenant que ceux qui liront ces lignes veuillent bien
ne pas y voir les lecons d’une outrecuidante hardiesse è une
TI n ITA
LR POLE e
LA MISSION DE LA NOBLESSE FRANCAISE 657
classe qui renferme en immense majorité des esprits honnétes,
zelés et éclairés. Si, déferant è un désir trop aimablement exprimé
pour que je puisse ne point y accéder, J'ai tracé d’une main
inhabile cette idée de la mission actuelle de la noblesse fran-
galse, je n'ai voulu que, au début de la lutte, dresser une sorte
de procès verbal de constat des sentiments que, sauf quelques
variantes de detail, tous les gentilshommes francais soucieux de
leur devoir ont au coeur.
Front è l’ennemi, avec la devise: “ Pour l’Église, pour le
Pape, pour la France, dans le maintien des traditions natio-
nales. ,
Le Chevalier Pipoux.
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEALOGICHE
LA MASCHERA DI FERRO
Il sig. O. Breton (Quesiti araldici — n. 32) chiedeva in questa
Rivista quale fosse la più logica versione sul problema della
maschera di ferro.
In risposta credo utile pubblicare il sunto del dotto articolo
del nobile Franz Funck-Brentano inserito nella Deutsche Revue
del novembre 1903:
“La pubblicazione del libro dei signori Burgaud e Bazeries,
intitolato: Le masque de fer: révélation de la correspondance chiffrée
de Lowis XIV (Paris, Didot, 1893) rimise in campo una questione
stata già più volte studiata, quella cioè dell'identità del miste-
rioso prigioniero dalla maschera di velluto nero, al quale la leg-
genda ha dato il nome di “ maschera di ferro. ,,
“Per un momento si credette che gli autori avessero posto
il dito sulla verità. Il Bazeries, che gode fama di valente critto-
grafo, era riuscito a trovare la chiave della scrittura segreta di
Luigi XIV e quindi della sua corrispondenza, nella quale spesso,
è fatta menzione del prigioniero di Pinerolo. Si sa infatti che il.
prigioniero mascherato era stato da principio rinchiuso in questo
castello. I due scrittori credettero dunque, fondandosi su di un
dispaccio del ministro della guerra Louvois al Catinat, generale
in capo dell’esercito francese nell'Italia superiore, di poter iden-
tificare il misterioso prigioniero col luogotenente generale Vivien
Labbé de Bulonde, che da Luigi XIV era stato condannato al
carcere a vita, perchè aveva interrotto improvvisamente e a patti
vergognosi l’assedio di Cuneo. Senonchè la critica fece ben presto
ragione di questa conclusione, osservando che se il Bulonde fosse
stato veramente la maschera di ferro, dovrebbe esser morto il
19 novembre 1703, giorno in cui il prigioniero mascherato spirò
dra a Lit nh NR AB
va i nr
teiioà;
ill.
ERE.
LA MASCHERA DI FERRO 659
alla Bastiglia; mentre invece il Bulonde è firmato in una quit-
. tanza del 1705; inoltre risulta da un documento del 28 aprile 1692
| che il Bulonde si trovava in questo giorno a Parigi, in casa del
i signor de la Chastrière, mentre il nostro prigioniero era rinchiuso
| nel castello di Pinerolo; finalmente si è trovato che il Bulonde
morì nel 1709; perciò egli non può esser l’uomo della maschera.
“ Nello stesso tempo in cui il Burgaud e il Bazeries pubbli-
carono il loro interessante lavoro, un erudito italiano, stampando
È un grosso volume sulla storia della città di Pinerolo, cercò di
dimostrare che il misterioso prigioniero non fu che un fanatico
3 giacobino il cui nome restò ignorato. Ma se è vero che costui
era carcerato a Pinerolo nello stesso tempo in cui lo fa l’uomo
. mascherato, non è meno vero ch’esso morì a Pinerolo nel 1693,
| come risulta da un dispaccio del ministro della guerra Barbe-
i zieux al Saint-Mars, che in quel tempo era governatore del forte
| di Exilles.
3 © Finalmente, poco tempo fa, un distinto storico, il sig. Jules
. Lair, credette di aver dimostrato che il prigioniero mascherato
È non sia stato altri che un infelice domestico di nome Eustacchio
| Dauger, il quale, prima di esser rinchiuso a Pinerolo, era stato al
È servizio del celebre sottointendente delle finanze Nicola Foucquet.
| Senonchè anche questa ipotesi va respinta e precisamente per
3 due ragioni: prima di tutto perchè è certo che l’uomo masche-
È rato non fu un domestico, ma bensì una persona di riguardo
in secondo luogo, perchè il prigioniero dalla maschera, prima di
| passare alla Bastiglia, fu condotto da Pinerolo direttamente alle
isole di Santa Margherita, mentre invece il Dauger fu traspor-
‘tato da Pinerolo nel forte Exilles.
| “Come si vede, il problema da qualche tempo è diventato
| nuovamente di attualità; e si noti che non abbiamo citato i nume-
rosi articoli di giornali e di riviste. Sia lecito pertanto anche a
noi di esporre i risultati delle nostre ricerche.
| “Nel registro dei prigionieri entrati alla Bastiglia leggesi in
| data del 18 settembre 1698 che in quel giorno alle tre pomeri-
- diane: “ Monsieur de Saint- Mars, gouverneur du chateau de la Bastille,
È “ est arrivé pour sa première entrée, venant de son gouvernement des
Î “ les de Sainte-Marguerite-Honorat, ayant mené avec lui, dans sa
660 ‘LA MASCHERA DI FERRO à
“ litiòre, un ancien prisonnier qu'il avoit à Pignerol, lequel il fait
“ ftenir toujours masqué, dont le nom ne se dit pas ., ecc.
“Il registro dei prigionieri usciti si legge in data 19 no-
vembre 1703: “ Lundi 19" de novembre 1708 le prisonnier, inconnu,
“ toujours masqué d'un masque de velours noir... est mort sur des
“ dix heures du soir... Et ce prisonnier inconnu, gardé si long-
“ temps, a été enterré le mardi à quatre heures de l’après-midi, 20" no-.
“ vembre, dans le cimitière Saint-Paul, notre paroisse. Sur le registre, È
“ mortuaire 0 a donné um nom aussi inconnu, que Monsieur de i
“ Rosarges, major, et Arreil, Chirurgien, qui ont signé sur le registre. ,, i
“ Dalle parole citate si vede che la famosa maschera non era E
di ferro, come vuole la leggenda, ma di velluto. Si apprende
inoltre che l’uomo mascherato era un vecchio prigioniero, cui il
Saint-Mars aveva in custodia già a Pinerolo, e che fu seppellito
il 20 novembre 1703 nel cimitero di San Paolo. Queste indica-
zioni bastano a mostrarci che l’uomo con la così detta maschera |
di ferro non fu — citiamo i principali personaggi proposti — nè
un fratello di Luigi XIV, nè il duca di Beaufort, nè il duca di |
Monmouth, nè il duca di Vermandois, nè il Foucquet, nè il
patriarca Avedick, nè il Molière, nè il conte Héroualze, nè Luigi i
d’Oldendorf, nè una donna, ma bensì l’enigmatico conte Ercole
Antonio Mattioli, segretario di Stato di Carlo IV di Gonzaga
duca di Mantova
“Questo conte Mattioli, oriundo di una ragguardevole fami-
glia, era nato a Bologna il 1° dicembre 1640. L’abate d’ Estrades,
Eee)
ambasciatore di Francia a Venezia, il quale conosceva tanto lui
quanto il duca di Mantova ed era a parte dei desiderì segreti
della corte di Versailles, concepì nel 1678 l’ardito disegno di
comprar con l'oro la città forte di Casale, capitale del Monfer- 3
rato, del quale appunto era signore Carlo IV. Il re Luigi XIV
ci teneva ner ragioni strategiche ad aver questa piazza, oltre a |
quella di Pinerolo, della quale era padrone fin dal 1652. |
“Il conte Mattioli, raccomandato dall'abate d’ Estrades, si recò
dunque a Versailles, dove Luigi XIV lo ricevette in udienza pri-.
vata, lo colmò di favori, di onori e di denaro, e il giorno 8 di- 3
cembre 1678 si stipulava tra la corte di Versailles e quella di
Mantova un trattato sandago il quale le truppe francesi sareb- i
LA MASCHERA DI FERRO 661
| bero entrate in Casale e il duca di Mantova, nominato genera-
lissimo dell'esercito francese in Italia, avrebbe ricevuta la somma
di 100,000 talleri. A questo proposito va notato che questo modo
. di procedere non ha per Luigi XIV nulla di strano, e che anzi
era tradizionale alla corte di Francia. |
: “I ministri del re di Francia stavano già prendendo i prov-
| vedimenti per l'occupazione di Casale, quando giunse come un
fulmine la notizia che il barone d’Asfeld, legato di Luigi XIV
e plenipotenziario incaricato di ratificare il trattato insieme col
| Mattioli, era stato arrestato per ordine del governatore di Milano
e consegnato agli Spagnuoli. Le cose erano andate così: per avi-
dità di denaro il Mattioli non aveva esitato a tradire così il
| proprio signore che il re di Francia, svelando il segreto alle corti
di Vienna, di Madrid, di Torino e alla repubblica di Venezia.
“Tralasciamo di descrivere la stizza di Luigi XIV e l'ira del
Louvois e dell’abate d’ Estrades. Quest'ultimo, sitibondo di ven-
. detta, fece l’audace piano di rapire il Mattioli e di rinchiuderlo
in una prigione dello Stato. Questo piano fu approvato a Ver-
| sailles, a condizione però che la cosa non facesse chiasso. Il
d’Estrades finse col Mattioli di non saper niente del suo tradi-
mento e lo trasse a un convegno per il 2 maggio del 1679. Sali-
«“rono ambedue in una carrozza e due ore dopo il Mattioli si tro-
| vava prigioniero nel castello di Pinerolo.
“ Di questo arresto fu informato il duca di Mantova e se ne
| mostrò soddisfatto. Non così avrebbero fatto le corti d'Austria,
di Spagna e di Savoia, le quali non avrebbero mancato di prote-
| stare energicamente contro quest’offesa al diritto delle genti. Per
. questo l’arresto del Mattioli fu circondato, per ordine di Luigi XIV,
del più grande mistero. |
«Il prigioniero giunse dunque a Pinerolo il 2 maggio del 1679
‘e vi rimase fino al marzo del 1694, nel quale giorno fu traspor-
tato nel castello delle isole di Santa Margherita. Di là, come
È abbiamo già detto, fu condotto nel settembre del 1698 alla Basti-
glia, dove giunge il giorno 18 di quel mese.
“Intorno alle circostanze nelle quali si compì quest’ ultimo
trasloco abbiamo una preziosa testimonianza, una lettera cioè che
il signore del castello di Palteau, ove il Saint-Mars fece sosta
662 LA MASCHERA DI FERRO
col suo prigioniero, scrisse il 19 giugno del 1768 al celebre Frèron,
direttore dell’ Année littèraire. |
“Il signor di Palteau, che fra parentesi era nipote del Saint-
Mars, scrive così: “ Nel 1698 il signor di Saint-Mars passò dal
“ posto di governatore delle isole di Santa Margherita a quello
“ di governatore della Bastiglia. Recandosi a prenderne possesso,
“ si fermò insieme col suo prigioniero nella sua terra di Palteau.
“L'uomo dalla maschera giunse in una lettiga che precedeva
quella del signor di Saint-Mars; ambedue erano scortate da molti
uomini a cavallo. Il signor di Saint-Mars mangiò col suo pri-
gioniero, il quale volgeva le spalle a quelle finestre della sala
che rispondono sul cortile. I contadini che interrogai non pote-
rono vedere se mangiasse tenendo la maschera però videro benis-
simo che il signor di Saint-Mars, che gli sedeva di rimpetto,
‘ aveva due pistole vicino al piatto. Erano serviti da un cameriere
solo, che andava a prendere le pietanze nell’anticamera e chiudeva
accuratamente dietro di sè la porta della sala. Quando il prigio-
nera; i contadini notarono che gli si vedevano i denti e le labbra,
ch'egli era grande e aveva i capelli bianchi. Il signor di Saint-
“ Mars dormì in un letto che gli era stato preparato accanto a
“ quello dell’uomo mascherato. ,
“ Ci rimane ora da dimostrare che il prigioniero dalla ma-
schera e il conte Mattioli sono una sola persona, e lo faremo,
fondandoci su quattro argomenti, ciascun dei quali già per sé
stesso è molto forte, e che presi tutti e quattro insieme danno
un'assoluta certezza.
“ Anzitutto l’ordine di prendere il Mattioli e di rinchiuderlo
in Pinerolo fu dato dal re di Francia con le seguenti parole:
il
“ Nessuno dovrà sapere che cosa sia accaduto di quest'uomo. ,,
niero traversò il cortile, aveva sempre sul volto la sua maschera.
Dal canto suo il Catinat, dopo riuscito il colpo, scriveva al
Louvois: “ Nessuno conosce il nome di questo briccone, nemmeno
gli ufficiali che hanno aiutato ad arrestarlo. , Finalmente in una
opera di un distinto erudito italiano uscita nel 1682, cioè quattro
anni dopo il fatto e, si noti bene, cinquant'anni prima che sor-:
gesse la questione dell’uomo mascherato, trovasi questa notizia
“Il segretario (Mattioli) fu circondato da dieci a dodici cava-
LA MASCHERA DI FERRO 663
lieri, che lo rapirono, lo mascherarono e lo condussero a Pine-
; |
rolo.4,
“ In secondo luogo abbiamo veduto dal registro della Basti-
glia, che l’uomo mascherato era un antico prigioniero, che il
Saint-Mars aveva seco a Pinerolo. Quando il Saint-Mars lasciò
Pinerolo nell’agosto del 1681 per andare a Exilles, non restavano
. a Pinerolo che cinque prigionieri, come fu dimostrato in modo
inoppugnabile dal generale Jung, dal Lair e dal Carutti, e cioè
1 seguenti: Eustacchio Dauger e il La Rivière, ex domestici del
Foucquet, il fanatico giacobino, un certo Dubreuil e il Mattioli.
Uno di questi cinque è dunque senza dubbio l’uomo dalla ma-
schera. Ora, il La Rivière morì nel dicembre del 1686, e il gia-
cobino, come abbiamo visto più sopra, morì nel 1693. Quanto
al Dauger, abbiamo già detto ch'egli non può essere identificato
col misterioso prigioniero, giacchè quest’ultimo fu trasportato
direttamente da Pinerolo alle isole di Santa Margherita, mentre
il Dauger seguì il Saint-Mars a Exilles. Infine il Dubreuil, che
era un volgare spione, fu arrestato senza alcun mistero, anzi
addirittura pubblicamente. Non resta dunque che il Mattioli.
€ Terzo argomento. Nel registro dei seppellimenti della chiesa
di San Paolo,” in data del giorno in cui fu seppellito l’uomo
dalla maschera, si legge: “ Il giorno 19 Marchioly, uomo di circa
quarantacinque anni, morì alla Bastiglia. Il suo corpo fu sep-
. pellito il 20 di questo mese nel cimitero di San Paolo alla pre-
senza del signor Rosage, maggiore della Bastiglia, e del signor
Reglhe, primo medico della Bastiglia, dei quali seguono le firme. ,,
“I signori Burgaud e Bazeries non trassero tutto il partito
. possibile da questo documento per due cause: prima di tutto
i
v rit e PRI E iii
invece di “ Marchioly ,, lessero “ Marchialy;,, in secondo luogo
non osservarono che il Saint-Mars, il quale, come governatore
della Bastiglia, fornì le indicazioni necessarie alla redazione del-
l'atto sopra citato, nelle sue lettere chiama sempre Mattioli col
nome di Marthioly. E come il Rosarges, maggiore della Bastiglia,
! La potenza trionfante di Casale, vol. in-12, di 58 pagine.
| # Il registro oggi è distrutto, ma il Topin ha riprodotto il facsimile di
questa pagina nella sua opera: L’homme au masque de fer (Paris, 1870).
664 LA MASCHERA DI FERRO
è chiamato nell’atto Rosage, e al chirurgo Reilhe è dato il nome
del Mattioli in una forma molto simile a questa usata di solito
dal Saint-Mars. |
“ Finalmente è da notarsi che più tardi Luigi XIV dichiarò
a madama di Pompadour, la quale lo ripetè al duca di Choiseul,
che l’uomo mascherato era stato un ministro italiano. Luigi XVI
poi disse a Maria Antonietta, che egli non aveva notizie intorno
al misterioso prigioniero se non dal vecchio segretario di Stato
della casa reale, Maurepas; che questi gli aveva detto che il
prigioniero era un uomo diventato molto pericoloso perchè era
intrigante, e ch’era stato rapito al confine e chiuso a Pinerolo e poi
nella Bastiglia. Queste dichiarazioni son tanto più importanti,
in quanto che furono fatte in tempo, in cui nessuno parlava
ancora del Mattioli.
“Dopo quanto abbiamo detto, crediamo che il lettore non
avrà più alcun dubbio. Del resto, questa soluzione del problema
non è nuova, ma fu proposta già nel 1770 dal barone de Heiss
in una lettera del 28 giugno, che fu pubblicata nel Journal Ency-
clopèdique di quell’anno. Dopo di lui molti altri, trai quali Carlo
Botta, non esitarono a scorgere sotto la famosa maschera di
velluto nero il volto del Mattioli; ma questa opinione era stata
abbandonata del tutto da circa trent'anni, specialmente dopo che
lo Jung aveva creduto d’aver dimostrato che il Mattioli era morto
nelle isole di Santa Margherita l’anno 1694. Egli sì era fondato
su di una lettera del Barbezieux al Saint-Mars, in data del
10 maggio 1694, nella quale si parla di un servitore d’un pri-
gioniero morto appunto in quelle isole, e ne aveva concluso che |
il morto dovesse essere il Mattioli, poichè egli solo aveva seco
un servitore. Ora invece si sa che il prigioniero in questione, il
quale aveva anch'egli un servitore, era un pastore protestante
di nome Melzac o Malzac.
Del resto, il pubblico’ aveva un’altra ragione di assistere con
diffidenza ai tentativi fatti dagli storici per stabilire la verità.
Il Voltaire aveva asserito che sotto la celebre maschera si na-
scondeva una persona di stirpe reale, e precisamente un fratello
maggiore di Luigi XIV, un figlio del cardinal Mazzarino e di
Anna d'Austria. Altri dopo di lui videro nel prigioniero il figlio
LA MASCHERA DI FERRO 665
legittimo del re e della regina di Francia e affermarono che il
cardinale, d’accordo con la regina, aveva posto sul trono, invece
di lui, il suo proprio figlio.
“ Questa favola ebbe un gran successo durante la rivoluzione,
poichè distruggeva d’un colpo la legittimità dei Borboni. Anzi
sì andò anche più in là, e sì disse che, mentre il bastardo regnava
col nome di Luigi XIV, il prigioniero delle isole di Santa Mar-
gherita aveva sposato la figlia di un guardiano; che da questa
unione era nato un figlio, che i genitori l'avevano mandato nella
vicina Corsica a una persona di fiducia, de bonne part, de Buona-
Parte; e si stamparono opuscoli per dimostrare che Napoleone
discendeva direttamente da quel rampollo ed era quindi il legit-
timo sovrano della Francia! Pare impossibile, eppure ci furono
molti che credettero all’autenticità di questa storiella.
“La storia della maschera di ferro, dopo aver preso tali pro-
porzioni e dopo esser stata fatta popolare in quest’ultima forma
da poeti, romanzieri e autori drammatici, finisce a dir vero abba-
stanza meschinamente in un personaggio come quello del conte
Mattioli. Ma la verità è inesorabile. ,,
Ecco quanto ha scritto il Brentano e quanto sono in grado
di far conoscere al lettori della vista del Collegio araldico, che
certamente con me condivideranno l'opinione del chiaris- simo
scrittore austriaco il quale può menare il vanto di avere risolto
il secolare problema.
i ARISTIDE MAZZANTI
Kivista del Collegio Araldico (novembre 1904). 42
Il trattare soggetti di somma importanza,
e principalmente, delle remoteistorie coperte
dal denso velame dell’oblio e della ignavia
predominante negli uomini delle età scorse,
che solo parevano intesi a contrastarsi un
lembo di terra in questo angolo invidiato
dell'universo, riesce maggiormente difficile
quando debbono restringersi in piccolo
f spazio. Orazio scrisse, che la brevità spesso
suole ingenerare l'oscurità Brewvis esse labor,
obscurus fio. Tanto deve riferirsi al voler compendiare la storia della
celebre città di Venosa, e di quanto in essasiracchiudein brevissimi
cenni. Di questa città antichissima ed oltremodo celebre hanno
scritto lungamente diversi illustri uomini, e tra essi primeggia
monsignor Pietro Antonio Corsignani, vescovo di Venosa, nel
suo libro Do Ecclesia et Civitate Venusiae, edito nel 1728. Segue
poi Mario Cimaglia con l’aureo volume Antigquitates venusinae,
edito nel 1757. Ed infine Michele Arcangelo Lupoli con l’impa-
reggiabile suo lavoro Iter Venusinum, edito nel 1793. Ma sono
opere voluminose e quasi patrimonio esclusivo degli eruditi. Og-
gidì le ore si mercanteggiano come le azioni finanziarie, ed a
più eccelsa meta pare s'incammini la mente dell’uomo. Il car-
dinale Giovanbattista di Luca, venosino, tracciando la sua opera
colossale Theatrum veritatis et justitiae, colse il destro di parlar
di Venosa, fugacemente, concisamente, ma con chiarezza e sa-
pienza. Ne ebbe incarico dal Pontefice Innocenzo X Pamphyli,
imparentato col signore di Venosa di quel tempo. Egli così ha
e
VENUSIA ANTIQUA 66%
scritto ed io pressochè letteralmente traduco dal latino. Quella
città di Venosa, che oggi vediamo, non tanto per troppa vetustà
od ingiuria del tempo, quanto per intestine ed esterne guerre e
pubbliche stragi ed eccidi, quasi rovinata; se rimontiamo ai primi
tempi si argomenta che, fra le più illustri e primarie città della
Puglia e di altre regioni va noverata come la più ragguardevole.
Non si conosce con esattezza il principio della sua fondazione,
né l'origine del suo nome poichè alcuni l’attribuirono ai vini
quivi prodotti; altri alle sorgenti di acque pregiatissime ed ab-
bondanti nella troppo arida regione della Puglia, altri sostengono
poi con miglior criterio e probabilità (come da antica tradizione
presso quegli abitanti) che venga così nomata pel culto della dea
Venere, il cui tempio quivi esistente formava meta al pellegri-
naggio degli abitanti di tutta quella vasta regione. Nè, per quanto
sì apprende, dagli usi di presenti popoli è improbabile 1’ altra
opinione che tale nome sia derivato dal veleno del basilisco esi-
stente in quei luoghi, essendo questo l'emblema della città. Ben è
vero però, che l'emblema del basilisco era comune alla regione Lu-
canaed alla vicina città di Melfi. E fra quei popoli vige costante
Vantichissima tradizione che i Dauni e gli altri antichi re della Pu-
glia, in Venosa avessero stabilito la loro residenza e capitale, il
che si prova altresi dalla testimonianza di Varrone (De rebus
rusticis, libro 1°) dove chiama questa città capitale della Puglia.
Ed a tale tradizione aggiunge valore il nome di Dauno, proprio di
un piccolo fiume che scorre vicino alle mura della città.
È vero altresì per testimonianza degli storici, essersi for-
mata in quella città la sede di una potente e floridissima repub-
blica, a tenore delle condizioni di quei tempi. E ne fa testimo-
nianza Tito Livio (Decade III, libro 2°) il quale asserisce, che sui
primordi della repubblica romana, Venosa si ritrovava in tale
stato che Terenzio Varrone, console romano, fuggendo dalla strage
di Canne, con cinquanta cavalieri, al quali se ne aggiunsero
altri quattromila, e con forte scorta di pedoni, reliquia dell’eser-
cito romano, non pure vi trovò splendida ospitalità, ma al-
tresì a ciascun cavaliere generosamente vennero donati toghe
e tuniche e cento quadrigati; ed ai pedoni cinquanta splendide
armature.
668 VENUSIA ANTIQUA
Successivamente, come alleata della repubblica romana ed
amica di essa, diede grandi aiuti al console Marcello ed all’eser-
cito romano contro Annibale, per la qual cosa, per testimonianza
dello stesso Livio (Decade III, libro 3°) da quel tempo in poi,
al romani che pugnavano contro ai Cartaginesi tutto riuscì pro-
spero. Il nostro eruditissimo Freccia asserisce nel suo trattato
De sub feudis (Libro I, titolo De antiquo statu regni) che la sud-
detta repubblica romana, dopo vinti i Cartaginesi, avendo in
animo di vendicarsi dei popoli che avevano aderito ad Anni-
bale, dispregiando le leggi dell’ amicizia, della riconoscenza e
della religione, volle soggiogata al suo dominio anche le città
alleate ed amiche, rendendosi padrone di tutta questa regione.
Ed invero la posizione della città di Venosa si rendeva acconcia
a paralizzare ogni movimento ostile contro la Lucania, la Puglia
e la Calabria. Orazio Flacco sostiene (Libro I, Satira I) che ì
Romani, cacciato l'antico popolo Sabino, resero Venosa non una
semplice colonia, ma bensì residenza di proconsoli e quartiere
militare d'inverno. Ciò non pertanto rimase a quella nobilissima
città 11 nome di repubblica, come è provato dalla esistenza di
una iscrizione lapidaria antichissima presso la porta maggiore.
di quella stessa città, di cui fa menzione l’istesso Freccia nel
suddetto trattato De sub feudis, scrivendo circa i vescovadi del
regno, e principalmente di quello di Venosa.
L’esemplare della cennata iscrizione, a memoria dei posteri, e
per migliore conservazione oggidi esiste scolpita in altro marmo
nella torre della chiesa cattedrale. Ma dopo che l’impero romano
si scisse pel trasferimento della sede imperiale, essendo imperatore
Costantino, da Roma a Bizanzio, ossia Costantinopoli, l'impero
romano in occidente, massime nell'Italia e nella stessa città di
Roma a cagione delle tante stragi ed invasioni dei barbari, la
sua potenza ed il suo nome vennero a scemarsi. E quest’itala;
regione dopo le temporanee invasioni dei Vandali e degli Timnni
andò soggetta a varie dominazioni di Longobardi, Greci, Nor-
manni e perfino di Saraceni. È incerto quello che avvenne dello
stato di questa città sino al tempo dei Normanni. Questi, dopo
aver scacciati i Saraceni, principalmente dall’isola di Sicilia e
dal resto d’Italia, e vinto altresì i Greci, ed ebbero acqui-
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‘ VENUSIA ANTIQUA 669
stato il dominio delle Puglie e delle altre regioni limitrofe al
mare adriatico, pacificamente conservarono con diversi titoli e
principati l’isola stessa di Sicilia e le altre provincie che costi-
tuirono il regno di Napoli. Riesce solo degno di essere ricor-
data la costante tradizione mantenutasi, che nell’anno 443, sotto
Leone I, il Vescovo di Venosa, Giovanni, seguendo l’esempio
dello stesso Leone, processionalmente col clero e col popolo
andò incontro ad Attila, che volea distruggere la città, portando
l’immagine della Vergine, madre di Dio: al cospetto della quale
Attila ritraendosi dal proposito della strage, in tutto accondi-
scese ai voleri del vescovo. In memoria di tale fatto straordi-
nario fu in Venosa eretta una chiesa intitolata Santa Maria della
Pace, nella quale si conserva e si venera con molta divozione
un’antica imagine che la riferita tradizione sostiene essere 1’ iden-
tica dal vescovo presentata ad Attila. È conservata gelosamente
dai frati di un cenobio.che in quei pressi fece creare San Fran-
cesco d'Assisi. Ivi i Normanni dominarono con titoli di principi,
duchi, marchesi e conti anteriori al titolo di re. Riesce infatti
dubbia l'origine di tali denominazioni; sostenendo molti esser
derivate dagli uffiziali greci deputati in occidente dall’ impera-
tore, che risiedeva in Costantinopoli: altri invece dai Longobardi
che lungamente dominarono in Italia; ed altri dagli stessi Nor-
manni, che ne continuarono l’uso già antico presso di loro.
Parimenti è opinione che in questa città di Venosa ab-
biano avuto residenza principale sovra ogni altro, i primi autori
dei duci normanni, che avean dilatate le loro conquiste, e tra
essi primeggiano Tancredi e Roberto Guiscardo da cui deriva-
rono i conquistatori delle altre provincie, e tale opinione viene
convalidata abbastanza dalla edificazione dell’insigne cenobio
dell'ordine benedettino, sotto il titolo della Santissima Trinità.
Venne esso eretto presso il regale e splendido tempio antece-
dentemente costruito, nel quale si conservarono i sepolcri mar-
morei di Tancredi di Roberto Guiscardo, della prima moglie di
quest’ultimo Aberada, di Drogone e di altri. Da questi ed altri
monumenti gli istoriografi rilevano la notabile parte presa dai
duci normanni nella conquista delle nostre regioni. Il monastero
oggi è posseduto dal sovrano militare ordine gerosolimitano.
670 VENUSIA ANTIQUA
Tutto ciò prova ad evidenza che se i Romani vi stabilirono
la sede coloniale e proconsolare per la Lucania e la Puglia ed
i Normanni la loro sede permanente, deve dedursene che il sito
era il più acconcio; ed Orazio afferma che: Lucanus an Apulus:
anceps. Nam venusinus arat finem sub utrumque colonos. Riesce pa-
rimente provato da tutti i cronisti che tale città dominava presso
che tutta la regione, e riusciva di difesa contro i Greci, e dopo
di essa venne costruita la città di Melfi, che conserva lo stesso
emblema del basilisco, che tuttora si vede inciso in marmo anti-
chissimo nella porta che dicesi venosina. Melfi al pari di Venosa
era città fortificata e presso che inespugnabile. L’una e l’altra
opera chiaramente addimostrano che non altrove ma nella città
di Venosa i. costruttori fissarono la loro residenza, e ritrova-
rono il miglior punto strategico. A questa residenza nella città
di Venosa dei principi normanni poi, l'antica tradizione ascrive
la preminenza di questa città concessa ai nobili di essa, consi-
stente in una tal quale riconoscenza che il principe e signore
prestava ai capi ed ai primogeniti delle famiglie nobili in tre
tempi dell’anno, ossia nella vigilia di Pasqua, di Pentecoste e
di Natale dando una spatula, o quarta parte di ariete: per la
qual cosa i possessori di quella prerogativa vennero denominati
nobili pel quarto. Nel ceto nobile aveano diritto di ascriversi
i componenti il Capitolo della Cattedrale, i giureconsulti, ed
i loro discendenti.
Il Di Luca poi, continua trattando particolarmente delle
preminenze venosine. Evvi però una lacuna non piccola in questa
narrazione del dotto giureconsulto, poichè non.discorre né delle
catacombe, nè del castello, che ergevasi al tempo suo ancora
maestoso e superbo, nè di talune altre tombe di illustri uomini.
Egli intese trattare dell’antichissima città: nè poteva dilungarsi e
divagare in particolari che non avevano attirato la curiosità del
Pontefice. A tale omissione sembra utile riparare col seguente
breve cenno.
Le catacombe di Venosa, o grotte di Santa Rufina, come le
chiama il Bouillet, sono state dottamente illustrate nelle loro
iscrizioni ebraiche dall'opera del senatore Ascoli, edita da Loescher
di Torino, ed oggi ancora fervono gli studi di cultori indefessi
RR TIE STO dd (PTT
etnici.
VENUSIA ANTIQUA 671
+
di archeologia, principalmente tedeschi, per decifrare quelle oscure
leggende. Siano esse latomie, siano sepolcreti di saraceni, siano
luoghi di riunione dei primi cristiani, siano escavazioni lunghis-
sime inestricabili, o passaggi sotterranei per comodo degli asse-
diati nei diversi castelli della contrada, riesce tuttora difficile di
esplicarlo, ed è sempre confuso: ma coltempo ne verranno certa-
mente decifrate le origini e gli scopi. Nel 6 ottobre dell’anno 1904
il Municipio di Venosa, con lodevole provvedimento, conferiva la
cittadinanza onoraria al dotto archeologo bavarese prof. Nicola
Miiller, per le sue pazienti investigazioni storiche sulle suddette
catacombe.
Del. castello costruito da Pirro de Baucio nel 1400 sul luogo
ove prima ergevasi la cattedrale, non occorre discorrere, perchè
gli scrittori che hanno trattato in questi ultimi tempi della città
di Venosa ne hanrio fatto speciale menzione, siccome io stesso
ampiamente ne ho trattato nella vita del cardinale Di Luca.
Bisogna però accennare che avendo Pirro de Baucio, suocero
del re Ferrante, smantellata l’antica cattedrale ed abbandonato
l'antico castello, eretto dal re Ludovico, edificò, per espiazione,
la nuova chiesa di Sant'Andrea, il maggior tempio di Venosa,
che supera per magnificenza ed ampiezza l'antica cattedrale.
Giulio Cesare Scaligero esclamò: Gens venusina mnitet tantis
honorata sepuleris. Ed invero i monumenti sepolcrali antichi son
quelli che maggiormente rispecchiano la vera nobiltà avita. Così
i sepolcri denunziano ancora la grandezza di una città, e Venosa
ne racchiude non pochi importanti. E riesce veramente doloroso
che il maggior poeta, colui che veramente forma il lustro ed il
vanto di Venosa, Orazio Flacco, non abbia lasciato le sue spoglie
nel natio loco. La tom ba ignorata di Mecenate li ricoperse en-
trambi in Roma: ed egli invero aveva scritto:
. .. Sepuleri mitte supervacuos honores!
In primo luogo conviene riferire che nell’atrio del tempio
della Trinità, che prima era dedicato ad Imene, vennero mar-
tirizzati, Cassiodoro, Vittoro e Senatore e la madre Adominata,
ed i loro corpi giacciono ora nella chiesa cristiana, nella quale
si venerano pure le preziose spoglie di Sant’'Attanasio, racchiuse
672 VENUSIA ANTIQUA
in urna di squisita fattura, e decorata di doratura finissima ed
arabeschi stupendi. Sulla via poi adiacente alle: antiche porte
di Venosa si scorge la tomba di Marcello, il condottiero celebre
romano, e numerosissime lapidi, con iscrizioni, che ricordano
illustri e potenti romani, e che sono state ben precisate, enu-
merate e decifrate dal Corsignani, dal go dal Cimaglia, dal
Momsen, ete.
Nello stesso tempio della Trinità poi, oramai dichiarato monn-
mento nazionale, si vedevano le tombe di Roberto Guiscardo,
di Guglielmo Braccio di ferro, figlinolo di Tancredi di Altavilla,
e capo e maestro di tutti i conti normanni, (morto in Ascoli, ma
sepolto in Venosa nel 1046), di Drogone, duca dei duci delle
Puglie e delle Calabrie; di Unfredo, etc. In antico avea ciascun di
essi separata e più vasta stanza, ma le vicissitudini devastatrici
hanno fatto dormire l’ultimo sonno a questi guerrieri ultra po-
tenti e padroni di tanti luoghi in pochi metri di terra ammon-
ticchiati, sui quali leggonsi i seguenti epitaffi:
HIC TERROR MUNDI GUISCARDUS HIC EXPULIT URBE
QUEM LIGURES REGEM ROMA ALEMMANNUS HABENT
PARTHUS ARABS MACEDUMQUE PHALAUX NON TEXIT AI EXIN
AT FUGA SED VENETUM NEC FUGA NEC PELAGUS.
DROGONO COMITUM COMITI DUCUM DUCI HUIUS SACRI
TEMPLI INSTAURATORI GU3LIELMO REGI ROBERTO
GUISCARDO NORMANNO RESJTAURATORI FRATRIBUS AC
EORUM SUCCESSORIBUS QUORUM OSSA HIC SITA SUNT.
Intatta, nondimeno, si scorge la tomba di Aberada, seconda
moglie di Roberto Guiscardo. Ha forma di arca di pietra bianca
ed è cinta da due colonne con finissimi capitelli e sormontata
da un triangolo, dove nella base si legge scolpita la ST
epigrafe:
GUISCARDI CONIUX ABERADA HAC CONDITUR ARCA
SI GENITUM QUAERES HINC CANUSINUS HABET.
Ed anche nel tempio della Trinità scorgonsi tombe di diversi
bali dell'ordine supremo di Malta che signoreggiarono nel paese.
(it cin a = tà rem
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di Aitina Rini inte pmrn
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VENUSIA ANTIQUA 673
Vi si vede quella del bali Ardicino Gorizio Barba da Novara.
Egli prima di assumere l’alto seggio di bali era commendatore
ed ammiraglio dell’insigne sodalizio, e giace sotto una grande
lastra di marmo bianco, sulla quale è scolpita in basso rilievo al sua
imagine; vestito dell’abito corto dell'ordine, con la grande croce
della sua milizia econ le mani incrociate sulla spada. Sul tumulo
si legge la seguente iscrizione in caratteri romani abbreviati:
FR . ARDICINUS GORITIUS BARBA E CIVITATE NOVARIAE DEI
GRATIA SSMAE TRINITATIS BAIULUS HUIUS ECCLESIAE IPSIUS
AEDI ET PALATII AC DIVI JOANNIS IN FRONTE DIUIQUE VITI
IN CORNETO INSTAURATOR HIC JACET a, D. 15183
Notasi pure un altro bassorilievo di un alto dignitario del-
l’ordine di Malta. Ha le mani giunte sul petto in atto di pregare,
ed è vestito del lungo mantello dell’ordine, decorato della gran
croce; sopra vi è lo stemma che raffigura un leone rampante.
La iscrizione però è poco leggibile, stante la corrosione prodotta
dal tempo. Ma però è facile rilevare che si tratti della figura del
balìî Antonio Peletta di Asti, in Piemonte: stante che in alto
sulla facciata della porta maggiore del tempio si scorge scolpito
l’identico stemma raffigurante un leone rampante e su di esso una
croce antica dell'ordine di S. Giovanni ed in basso la seguente
iscrizione:
. FR. ANTONIUS PELLETTA ASTENSIS
BAIULUS SS. TRINITATIS VENUS. AN. MDLXIX.
Convien riferire che molte altre tombe ragguardevoli rac-
chiudeva il tempio, siccome quella degli Acciaioli di Firenze e
dei Caccia di Novara. Ma queste famiglie curarono, con l'intesa del
governo allora vigente, di far trasportare nei loro paesi gli avanzi
dei loro illustri antenati nei rispettivi avelli. Ed in altri templi in
Venosa si ammirano ancora monumenti sepolcrali di pregevolis-
sima struttura ed interessanti, che meritano di venire ricordati.
Nel 1485 venne innalzato in Venosa uno splendido sarco-
fago a Maria Donata Orsini, nipote del principe di Taranto e
moglie di Pirro de Baucio,! signore di Venosa e suocero del re
1! De Baux o del Balzo.
E; di
674 VENUSIA ANTIQUA
Ferrante. Esso ergevasi nella chiesa ormai distrutta dedicata.
alla Vergine della Pace, dove conservavasi quel simulacro della.
Vergine, che, come asseriva il Di Luca, servì al vescovo di Venosa
a scongiurare le oppressioni del fiero Attila.
Oggi tale monumento sepolcrale è stato trasferito nella chiesa
di San Biagio. Fu eretto dalla pietà di Isabella Orsini, sua figlia,
e moglie di Federico figlio del re Ferdinando I, di Aragona. È
formato da una cassa di marmo sostenuta da quattro colonne
di finissimo intaglio, e fregi svariati, e porta scolpita la se-
guente iscrizione:
MARIAE DONATAE DE VRSINIS, PINI DE BAUCIO VRSINI
MONTIS CAUCASI, VIGILIARUM ACERRARUMQUE COMITIS, VENUSIAE,
ATQUE ANDRIAE DUCIS, ALTAMURIS PRINCIPIS REGNI HUIUS MAGNI
CONTESTABILIS CONJUGI DIGNISSIIMAE, RELIGIONIS, OMNIUNQUE MATRONALIUM
LAUDUM EXEMPLO INCOMPARABILI, ISABELLA DE BAUCIO, DE ARAGONIA
FILIA EX TRIBUS SUPERSTITIBUS NATA, MINIMO SUMPTU, MAGIS PRO LOCO,
QUAM PRO INSIGNE SUA IN PACENTUM PIETATE, PONI JUSSIT.
VIXIT. aN: 54, oB: an: pom: 1485.
Bella altresì e degua di ricordo, è nella cattedrale, la tomba.
che la pietà e la munificenza del cardinale G. B. Di Luca in-
nalzò al vescovo Giacinto Taurusio,' nobile di Orvieto. Su di esso
leggesi il seguente epitaffio:
HIC . REQUIESCIT . FR . HIACINTHUS . TAURUSIUS . NOBILIS . URBEVETANUS .
ORD . PRAED . EPISCOPUS . VENUS . ARCHIEPISCOPUS . MIRAK . QUI . HANC , SIBI .
COMMISSAM . ECCLESIAM . PER . XX ANNOS . LAUDABILITER . ADMIN . OBIIT . SEPTUA-
GENARIUS . IPSO . DIE . DOMINICAE . RESURRECTIONIS . XXV, MARTII.M.D.C. LXXIV..
JOANNES . BAPTISTA . DE LUCA . THEATRI . JUSTITIAE . ET. VERITATIS AUCTHOR .
EX . NON . CONTEMNENDO . AOSE . HAERES . CUITAMEN . PII ., DESTRIBUTORIS .
PARTES . NIHIL . PRO . SE . RETENTO . GERERE . PLACUIT . CARISSIMO . AMICO .
GRATITUDINIS . ET AMICITIAE . HOC . POSUIT . MONUM,
Dopo aver letto questi brevi cenni sulla grandezza e nobiltà
di Venosa riesce doveroso ripetere i bei versi dei due poeti ve-
nosini De Gervasis e Tansillo:
Alto famoso e celebrato nido
.... «= Vaga città
Per cui veggio d’invidia Italia tinta!
DIieGo RAPOLLA.
! Tarugi.
tini A ins
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ARME DE 25 CARDINALI AL TEMPO DI URBANO V
havuti in Fuligno nella sala de’ Priori olim, ora stantia d’uno tessi veluti '
E questo il titolo di un curioso libretto di poche pagine che.
sì riferisce a memorie del xrv secolo. La dicitura dimostra che
fu scritto nel secolo xvi. Gli stemmi poi sono 23 e parecchi di
essi senza il nome del cardinale.
Urbano V fu eletto papa nel 1362 e morì nel 1870.
1° Il primo stemma registrato in questo libretto è quello di
Guglielmo Sudré vescovo d’Ostia: d’argento a due leoni leopar-
dati di rosso uno sopra l’altro. Il Sudré era francese, teologo
dell'ordine dei predicatori; fu dapprima vescovo di Marsiglia e.
quindi cardinale del titolo dei Santi Giovanni e Paolo e morì
. nel 1373.
2° Il secondo stemma è quello di Ugo Roger camerlengo
di S. R. C.; d’argento alla banda d’azzurro accompagnata da
sel rose di rosso poste in orlo. Apparteneva alla famiglia di Cle-
mente VI e di Gregorio XI. Egli alla sua volta ebbe 15 voti.
per il papato ma protestò per umiltà per impedire la sua ele-
zione. Apparteneva all'ordine dei benedettini ed era vescovo di
Tulle dal 1342. Morì il 21 ottobre 1363 nel monastere di Mont
Olien presso Carcassonne. I
3° Stemma anonimo: d’argento a 3 Ton di rosso e al capo.
dello stesso. Apparteneva al cardinale Guglielmo de Aigrefeuille
parente di Clemente VI che lo creò arcivescovo di Zaragoza e.
quindi cardinale nel 1350. Fu legato a Napoli per Urbano V e
. morì a Viterbo nel 1869. Suo nipote Guglielmo juniore fu creato.
| anch’esso cardinale nel 1367 e così Faydit d’Aigrefeuille vescovo.
. di Rhodez fu creato cardinale dall’antipapa Clemente VII nel 1383.
! Copia nella biblioteca del Collegio Araldico.
‘676 ARME DE’ 25 CARDINALI AL TEMPO DI URBANO YV
4° Stemma di Petrus Pampilonensis; partito nel 1° di.....
al leone di..... al capo di rosso caricato di tre conchiglie
d’argento. Questo capo sostenuto da una trangla pure d’ar-
gento; nel secondo d’azzurro al capriolo di rosso accompagnato
in punta da 5 monti d’argento accostati in fascia, quello di
mezzo più alto. Il Petrus Pampilonensis non era altro che ‘
Pietro di Monteruc vice cancelliere di S. R. C., vescovo di Pam-
plona e nipote d’Innocenzo VI. Era nato a Monteruc nella dio-
cesi di Limoges da una sorella di Innocenzo VI sposa a un gen-
tiluomo di Casa Salvete signori di Monteruc. Lo stemma riportato |
è errato nei colori perchè i Monteruc avevano il campo di rosso
‘e il capriolo d’argento. Anche le figure non sono esatte perchè |
nel manoscritto si vedono i monticelli all'italiana mentre deve
essere uno scoglio d’argento; inoltre il capriolo deve essere accom-
pagnato in capo da due stelle d’argento.
5° Stemma d’ignoto: d'azzurro alla banda d’argento accom-.
pagnata in capo da una stella d’oro a otto punte e in punta da
tre besanti d’argento.
6° Lo stemma è in bianco con scritto sotto corrupta.
7° Stemma di Nicolò Capocci d’azzurro alla banda d’argento
-accostata da due bande d’oro e caricata da tre stelle di rosso. .
Il Capocci, vescovo di Urgel nel 1348, era parente di Papa.
‘Onorio IV e dei cardinali Ranieri e Pietro Capocci dell'antica
ed illustre famiglia romana di questo cognome di cui un ramo.
fiorì anche a Viterbo. Lo stemma noto di questa famiglia è palato
«di rosso e d’oro alla banda ondata d’azzurro attraversante. Il.
cardinale Nicola ebbe la porpora da Clemente VI nel 1350 e mori
a Montefiascone il 10 luglio 1368.
8° Ignoto: Grembiato d’argento e d’azzurro allo scudetto in
‘cuore d’azzurro al leone d’argento. É lo stemma del cardinale
Pietro Ciriaco francese, cardinale di San Crisogono e Legato in
Italia + 1871. :
90 Stemma di Aegidii Card. Sabini de Alberto d’oro alla
banda di verde. Questo cardinale non ha mai esistito e lo stemma .
indicato è quello appunto del cardinale Egidio Crraillo de Al-_
bornoz cardinale vescovo di Sabina nel 1367. Era stato arci--
“vescovo di Toledo.
ARME DE’ 2D CARDINALI AL TEMPO DI URBANO V 607
10° Stemma di Guido di Boulogne: d’argento al gonfalone
| di rosso. Il vero stemma della Casa d’Auvergne alla quale appar-
. teneva il cardinale di Boulogne era d’oro al gonfalone di rosso
con frangia verde. Era arcivescovo di Lyon, cardinale del titolo
di Santa Cecilia, vescovo di Porto e legato in Lombardia, a
| Napoli, in Ungheria, in Francia e in Ispagna e morì nel 1373.
11° Ignoto: d’argento a tre leoni di rosso.
12° Stemma del Papa Urbano V, cioè della Casa di Grimoard
di rosso al capo inchiavato d’argento.
15° Stemma di Nicolò Rossell domenicano, inquisitore gene-
rale d'Aragona, creato cardinale da Innocenzo VI nel 1356 a
Roma il 5 novembre 1369: partito nel 1° d’argento alla banda.
di verde accostata da quattro rose di rosso; nel 2° d’oro al ca-
| priolo di nero.
14° Ignoto: partito nel. 1° d’argento alla banda d’azzurro:
accostata da sei rose di rosso: nel 2° d’azzurro alla fascia d’oro.
?
È lo stemma di Guglielmo de la Jugie nipote di Clemente VI,
cardinale di Santa Maria in Cosmedin, legato in Castiglia,
+ nel 1374.
15° Arma del cardinale Pietro Roger nipote del papa Cle-
mente VI d'argento alla banda d’azzurro accostata da sei rose
di rosso poste in orlo. Era diacono cardinale del titolo di Santa
Maria Nuova e fu papa sotto il nome di Gregorio XI.
16° Stemma del cardinale Raimondo Orsini diacono cardi-
«nale del titolo di Sant’Adriano, | nel 1374.
17° Stemma di Stefano Aubert d’argento alla banda di verde
e al leone di... attraversante sul tutto. Capo di rosso caricato
di tre conchiglie d’argento sostenuto da una trangla di verde.
È questo lo stemma della nobile famiglia Aubert del Limosino
alla quale appartenne il cardinale Stefano vescovo di Carcassona
{nel 1369. Gli Aubert portavano però di rosso al leone d’argento
e la banda di azzurro attraversante; la trangla era d’azzurro e
non verde.
18° Ignoto: d’azzurro a tre teste di cane d’argento linguate
di rosso.
19° Stemma del cardinale Andrein de la Roche: quattro punti
ye po
È
678 ARME DE’ 25 CARDINALI AL TEMPO DI URBANO V
‘di nero equipollenti a cinque d’argento. Abate di Cluny, cardinal
prete del titolo di San Marcello (1361) + 29 ottobre 1369.
20° e 21° Stemmi in bianco perchè corrupta.
22° Stemma del cardinale Guglielmo Bragose; d’azzurro al.
capriolo cucito di rosso accompagnato da tre rose dello stesso,
due in capo ed una in punta e da quattro libri d’oro, chiusi
con fermagli, due in capo e due in punta. Fu vescovo di Vabres,
cardinale diacono del titolo di San Gregorio in Velabro, quindi
cardinal prete di San Lorenzo in Lucina e Penitenziere di S. R. C.
Morì a Roma nel novembre del 1367.
23° Ignoto, d’argento a sette rose di rosso poste 8-3-1. ©
Q4o e 250 corrupta.
Seguono altri tre stemmi senza numerazione; due dei quali
d’ignoti ed uno del cardinale di Salzburg Matteo Lang de Welem-
bourg creato da Giulio II nel 1511.
Non è detto che questi tre stemmi fossero dipinti nella sala |
«dei Priori a Foligno.
UGo ORLANDINI.
ORDINI CAVALLERESCHI
PRIVILEGI DEI CAVALIERI AURATI 0 DELLO SPERON D'ORO
DETTI ANOHE DI SAN SILVESTRO
Dopo la questione discussa in questa Ri-
vista circa i privilegi dei Camerieri segreti di
spada e cappa di Sua Santità, ritengo neces-
sario spezzare una lancia a favore dei cava-
lieri dello Speron d’oro, oggi immeritata-
mente relegati ad un posto secondario.
Non parleremo qui dell’antichissima origine
‘ di questa milizia, che sempre onoraria e non
mai religiosa o regolare fu negli Stati romani,
come alcuni autori pretesero.
Si attribuisce la sua origine a Costantino
imperatore ed è generalmente considerata
una diramazione della Angelica Costantiniana
milizia di San Giorgio.
Noi riteniamo invece che il nome di equites
aureati ossia degli speroni dorati, abbia servito
a distinguere tutti coloro che anticamente
‘ricevevano l’ordine di cavalleria, cioè l’ordine generico, e che sia ri-
masto particolare negli stati romani a coloro che dal Pontefice
ricevevano la dignità equestre, costituendo poi un ordine speciale
di cavalleria onorario, noto col nome di Speron d’oro.
Infine crediamo che non vi sia differenza alcuna fra i cava-
leri aurati creati dagl’ imperatori con la qualifica spesso aggiunta
di conti del Sacro Palazzo Lateranense, e 1 cavalieri aurati detti
_a Roma dello speron d’oro, creati dai pontefici, con o senza quella
qualifica a seconda dei casi o dei meriti degli individui; con la
‘differenza che quelli non ebbero insegna fissa e questi adottarono
la croce a otto punte con raggi fra le braccia e con lo sperone
nella parte inferiore, il tutto d’oro, ma talvolta smaltata di bianco
ed anche di rosso, pendente da aurea catena o da nastro rosso.
Sia come vuolsi, l’ordine o cavalleria onoraria dello speron
«d’oro fiorì nello stato ecclesiastico ed ebbe grandi privilegi e pre-
680 PRIVILEGI DEI CAVALIERI AURATI 0 DELLO SPERON D’ORO
rogative. Paolo III nel luglio 1547 e Pio V nel 1560, lo assimi-
larono agli ordini da loro creati dei cavalieri di San Paolo e
dei Cavalieri Pii. Il Pontefice Paolo III ed i suoi successori diedero
ai duchi Sforza di Santa Fiora ed ai cardinali legati a latere
e perfino ai vescovi assistenti al soglio, il privilegio di creare cava-
lieri aurati e conti palatini, personale quest’ultimo titolo, trasmis-
sibile la nobiltà ai discendenti. Benedetto XIV confermò tutti i
privilegi della milizia, mentre proibì agl’insigniti di smaltare di
bianco la croce che d’oro tutta doveva essere per non confon-
dersi con la croce di Malta.
Pio VII nel 1814 tolse agli Sforza ed ai cardinali e vescovi
il privilegio di conferire quest'Ordine, ma per le vicissitudini
dei tempi la bolla non ebbe che effetto parziale. Fu però da essa
stabilito che due cose diverse erano i titoli di cavaliere dello
speron d’oro e di conte palatino e che quello non importava
questo, riservandosi la Santa Sede caso per caso di conferirli
imsieme o no.
Rimasero però inalterati i privilegi e Gregorio XVI nel sop-
primere definitivamente la delegazione già concessa agli Sforza
e ad alcuni cardinali e vescovi, volle modificarne le insegne con
l'effigie di San Silvestro come oggi si usa, lasciando inalterato
il collare e aggiungendo due liste nere al nastro rosso. —
È pertanto errore il credere che i privilegi di cui godeva l'ordine
prima di Gregorio XVI siano stati soppressi da questo Pontefice.
Abbiamo sott’occhi il breve del 3L ottobre 1841 e rileviamo
il seguente brano fedelmente tradotto dall'originale latino :
“ Laonde in forza delle presenti, con la Nostra Apostolica auto-
rità, perpetuamente stabiliamo e vogliamo che in avvenire l’or-
dine medesimo ritenendo l’antico nome di Speron d’oro a motivo
dell’inclita sua origine sia composto di due classi, cioè di com-
mendatori e di cavalieri che...godano di quei diritti e privi-
legi che finora goderono i cavalieri dell’ordine stesso. ,, i
Questo per rispondere a coloro che credono abrogati i privi-
legi dell'ordine dello speron d’oro detto oggi comunemente di
San Silvestro, primo fra i quali la nobiltà che a tutta la discen-
denza si trasmette. E come Pio IV assimilò i cavalieri anrati a
quelli Pii da lui creati, volle che tutti quelli è quali venissero aggre-
gati a quell’ordine essi non meno che i loro discendenti fossero repu-
tato nobili.
CAMILLO BRUNETTI.
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
XII.
Real y militar Orden de “ San Fernando.,,
Por el decreto. ochenta y ocho de las
Cortes de Cadiz fecha 31 de agosto
de 1811, creòse la “ Real y militar Orden
de San Fernando, ,, a propuesta del Mi-
nisterio de la Guerra, para premio de
hechos herdicos; de soldado & general:
és la mayor honra è que aspira todo
militar, ser caballero de la misma, puesto
que lo és por el voto de sus hermanos
de armas y el juicio de los Tribunales;
la honra de ser aclamado por las tropas
Yo y saludado por las banderas.
Este era el unico‘ premio posible, en
el tiempo en que fué instituido, de ab-
negacion y patriotismo, y para aquellos héroes que no sentian
otro afecto ni se movian por otros intereses que por el triunfo
del pabellon rojo y amarillo, puesto que desde el aîio 1808 estaba
invadida la peninsula Ibérica por las tropas francesas al mando
de Napoleon y de sus generales, y por esta razon, tambien trasla-
daronse las Cortes, de Madrid 4 Sevilla, y no hallandose tampoco
seguras ni con la independencia’necesaria para sus deliberaciones,
A
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situàronse en Cadiz después.
Rivista del Collegio Araldico (novembre 1904). 43
682 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
Con posterioridad a la fecha de su fundacion se han dictado
varias disposiciones modificando algunos de lo aàrticulos y aùn
la exencia 0 el espiritu de los fundamentos de su creacion,
en 19 de enero de 1815 se instituyeron en un solo reglamento
las Ordenes de San Fernando y San Hermenegildo, pero como
no entra en nuestro animo hacer la historia detallada de la
Orden de que nos ocupamos, ni de ninguna otra, nos limitamos è
describir los principales motivos que dan lugar à su concesion,
v, a la forma de la cruz y colores de la banda y cinta que la
distinguen de las demas. Asi pués, diremos que en lo de julio
de 1815 se expidiò un nuevo reglamento, que ha regido hasta 1861,
y, despues con algunas ligeras modificaciones, apareciendo siempre
fascinadora la cruz laureada de San Fernando, con su inmacu-
lado brillo, ese sueîìo, esa idealidad del guerrero espaîiol, ese
honor purisimo que, por llegar à merecerle ha llenado nuestra
historia de paginas tan brillantes. Es por demas accidentada
la regulacion dada à esta Orden desde su creaciòn ya para corre-
gir abusos, en algunas concesiones, ya para darle mas brillo,
creacion de clases dentro de ella, collar, manto, birrete, Asam-
blea, Ministros, secretario y Maestro de ceremotias, local ù ofi-
cina para secretaria, y abono mensual por el Tesoro para los
gastos de Asamblea.
Mucho pudieramos escribir acerca de las varias disposiciones
que desde su creacion à la fecha se han dictado; pero bastarà
para comprenderlo que desde la fundacion de la Orden en 18311,
ha variado en pocos afios del rèégimen absoluto al constitucional
nuestra patria, y, por efecto de las guerras civiles y la pasion
de los gobernantes; no molestar sobradamente la atencion de los
lectores pero cortamos nuestro trabajo por limitando nuestro
vuelo, à los principales acontecimientas que à esta nobilisima
Orden militar de Caballeria se refreren qués mucho Tendriamos
que aîìadir, pero creemos salir alrosos diciendo lo menos posible
en lo tocante & la politica y cinendonos al fin exclusivo indicado
va. Por la instruccion de 20 de mayo de 1820, saludando à la
Orden con el epiteto de Nacional y al Capitulo con el nombre de
Asamblea soberana, se resolvieron los puntos siguientes: 1° Que los
VER PI O O IE I
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 683
Grandes Cruces usasen, en todos los actos deceremonia un collar
de una cadena de hierro pavonado, con seis coronas murales del
cual habia de pender la cruz.
2° Que en los mismos casos, debian usar todos los indivi-
duos de la Orden manto y gorro blanco y rojo.
8° Que los caballeros de 1a y 2 clase llevaran siempre en
el costado izquierdo, à modo que la placa los de 32 y 42 una
cruz de cuatro espadas bordadas en roJo.
40 Que los tres Ministros, el Secretario, el Maestre de ce-
remonias y el Tesorero, debian llevar al cuello la cruz de la
Orden en los mismos terminos que llevan la suya los de Carlos ITI
é Isabel la Catolica.
5° Que para la espediciòon de los negocios se organizarà
una oficina en la secretaria.
6° Que se abonaren mensualmente por el Tesoro los gastos
que causarà la Asamblea, formalizando las cuentas, como se
hacia en las Inspecciones de las armas y
(° que se pusiera & disposicion de la Orden local para la
secretaria y para las sesiones de la Asamblea.
Por fin por iey de 18 de mayo de 1862, la Orden se divide
en cinco clases, estendiéendose a la Armada, a la Administra-
cion, a la Sanidad y a los capellanes castrenses. No se concede
permutar las cruces de una clase por la de otra, ni se puede
llevar mas que una de cada clase, y si la recompensa se repite
por un nuevo meérito de guerra, se coloca sobre la cinta otro
pasador con el nombre del hecho que motive la Ultima conce-
.sion. Las pensiones son las siguientes:
Armas de 12 clase: para cabos y soldados 400 reales; sar-
gentos 600, oficiales 1000, capitanes 1500, jJefes 2000.
De 2a clase respectivamente 1600, 2400, 40C0, 6000, 8000.
De 32 clase, brigadieres 2500, generales 3000.
De 4a clase respectivamente 10,000 y 12,000.
De 5? clase, generales de division 24,000, en jefe 40,000 reales.
Las correspondientes a las de 2a, 4a y 52 clase son trasmisibles
a los herederos, segun las condiciones del Monte pio. Aunque
el caballero perezca en la accion antes de obtener la cruz y las
684 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
de 12 y 82 las conservan por espacio de cinco afios las viudas
é hijos de los que mueren en el campo de batalla. Los caba-
lleros de San Fernando, en igualdad de circunstancias, son pre:
feridos para el ascenso por elecciòn, y no se les puede dar el
retiro por edad hasta la seîialada para los oficiales de estados
mayores de plazas.
Se establece el juicio contradictorio para la concesiòn de
cruces en todos los casos. El expediente se abre, por propuesta
del comandante de la fuerza en el plazo de tres dias; 6 & pe-
ticion del interesado, en el plazo de cinco; se instruye por un
Jefe de estado mayor, convocando por la orden general à los
testigos; y despues de terminado, pasa al Consejo Supremo de
Guerra y Marina, que informa definitivamente, cuyo Consejo
forma la Asamblea de la Orden, asi como la de San Hermene-
gildo de que nos ocuparemos después.
Define las acciones distinguidas para todas las Armas ò Cuer-
pos y clases del Ejercito y Armada en campo raso, en alta mar
y en el ataque y defensa de puntos fortificados, y define asi
mismo las acciones heroicas, y esplica las recompensas colectivas.
El color de la cinta para la banda y cruces' és en el centro
encarnado y en los estremos ù orillas amarillo; su tamaîio él de
las demàs Ordenes en sus distintas clases. La cruz es de cuatro
aspas, como la de San Juan enlazadas formando circulo una
rama de laurel y en el centro del circulo va la efigie de San Fer-
nando, con la inscripcion al “ merito militar , en el anverso, y
en el reverso el mismo lema con cuatro espadas formando cruz
dentro del circulo del centro. Tanto del reglamento como de la
descripcion de las cruces para sus distintas clases hacemos abs-
tracion por su mucha estensiòn y por que con lo dicho creemos
bastante para satisfacer la curiosidad de nuestros lectores.
Actualmente hay varios caballeros Grandes Cruces, que &
la vez son capitanes generales de ejercito, y tenientes generales y
figuran en la Guia oficial, y varios caballeros que son jefes y
oficiales del eJjercito, y algunos subalternos.
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 685
XIII.
Real y militar Orden de “ San Hermenegildo. ,
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Orden de Sam Hermenegildo, ,, para recompensar
dignamente la constancia en el servicio militar,
de los (renerales Iefes y Oficiales de los Ejer-
citos de mar y tierra, acreedores & ellas.
En 19 de Errero de 1815, se publicò el Re-
glamento ò Estatutos de la Orden, derogado
dî y sustituido por otro, publicado en 10 de Julio
|del mismo aîìo, el cual vige en la actualidad,
h | Salvo algunas ligeras modificaciones que el
‘ transcurso del tiempo ha hecho introducir, por
diferentes disposiciones.
Para premiar la constancia en el servicio militar, con algun
distintivo, fué creada esta Orden bajo el nombre de “ San Herme-
negildo, , rey que fué de Sevilla, cuya insignia es una cruz con
los brazos de esmalte blanco, en el superior la Corona Real, y
en el centro un circulo, en que està esmaltada la efigie del Santo,
a caballo, con una palma en la mano derecha, y al rededor un
letrero que dice: “ Premio d la constancia militar, , y al reverso,
la cifra del fundador * Fernando VII, , del tamaîio de las demas.
En el ojal de la levita è frac, se lleva una cinta, color carmesi,
con los extremos blancos, cuyo distintivo dà a conocer 4 los
dignos oficiales que dedican lo mejor de su vida en el servicio
de la patria sufriendo los riesgos é incomodidades, propios de la
carrera militar, sacrificando su vida, libertad y propias conve-
niencias, para perpetuarse en ella, y contribuyendo, & que en su
686 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
larga permanencia en los cuerpos, se conserve aquel buen orden
disciplina y subordinacion que hace invencibles los ejércitos vete-
ranos, y los conduce a la victoria.
Para aspirar à esta Cruz han de tener los Oficiales 25 aîios
cumplidos en activo servicio.
Seran Caballeros Grandes Cruces, natos, los Capitanes Gene-
rales de Ejército y los Generales, que cuenten cuarenta aîios de
antigiedad en la clase de Oficiales, en servicio activo: su distin-
tivo es una placa de oro igual à la venera bordada, que se leva
al lado izquierdo, y una banda ancha del color de la cinta, desde
el hombro derecho al costado izquierdo con la cruz en el lazo..
Los Oficiales, desde Brigadier inclusive abajo, que tuvieren
los mismos 40 aîlos de antigiledad de oficiales, usan de la placa,
sin la banda. No se concede è ningun militar que tenga tacha
en su conducta, o costumbres rela]jadas, 6 se halle. manchado
con sentencia infamatoria, 6 con hecho contrario è los princi-
pios del màs acrisolado honor. |
Los que disfrutan de la cruz sencilla, concedida è los 25 anos
de servicio, la pension es de 2400 reales annales. Los que llevan
la placa en razon de los 40 aîios de servicios, és de 4800 reales
y para los Grandes Cruces la de 10,000 reales anuales.
Los Caballeros se dividen en tres clases:
1° Caballeros de cruz sencilla. 2° Caballeros de placa. 32 Ca-
balleros de Gran Cruz. El distintivo de los primeros és, el mencio-
nado anteriormente. El de los de 2à clase una placa de oro sobre el
pecho al lado izquierdo, y los Caballeros Grandes Cruces, usan
la misma placa de oro sobre el pecho y una banda de los mismos
colores que la cinta, terciada desde el hombro derecho al costado
izquierdo, pendiendo del lazo 6 nudo de la banda la cruz de
la Orden. Para la 12 han de contar 25 aos de servicio, para
la 22,40 aîîos de Oficial y para la 3 0 sea Gran Cruz no pueden
aspirar a obtenerla mas que los Generales que cuenten 40 aos
de Oficial, y los Capitanes Generales efectivos, aunque no cuenten
ese numero de aîlos. ì
El Consejo supremo de Guerra y Marina ejerce las funciones
de Asamblea de las Reales y militares Ordenes de San Fernando
y San Hermenegildo, cuyas prerrogativas tanto del Consejo en
Ji
Da
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 687
Cuerpo, como de los individuos que lo componen, se conservan
hoy, el cual no asiste en corporacion a ningun acto publico.
Existen unos 100 Caballeros Grandes Cruces de San Hermene-
gildo que & la vez son pensionados, màs de 200 con derecho è
pension y sobre 300 que no han cumplido el plazo para tener
derecho à pension, todos Grandes Cruces, Oficiales generales, 6
sean: Capitanes Generales, Generales de Division y de Brigada,
Almirante, Contraalmirante Capitanes de navio de 1a Ingeniero
de la Armada de 1a clase y Generales de Infanteria de ma-
rina, ecc.
>. GR
Real Orden del “ Mérito militar.,,
de Por ley de 18 de marzo se 1862 sé
#/ modificaron y retormaron los Estatutos
Y dela Real y militar Orden de S. Fer-
nando, y, los Generales Jefes y Oficiales
del Ejercito no puedan obtenerla si nò
por juicios contradictorios, que con-
cretan 4 casos muy determinados su
concesiòon. Si los hechos de armas di-
stinguidos y heroicos encuentran en ella
una elevada recompensa; los menos
meritorios, sin embargo dignos de ser
remunerados, carecen de una distin-
ciòon adecuada, que no siempre puede
y debe representarce por los grados y
CR
empleos que entravan en la alternativa
en aquellas ordenes en el orden ge-
neral de recompensa.
Estas y otras consideraciones tuvo presente S. M. para dictàr
el Real Decreto de 3 de agosto de 1864 para crear la Orden
especial denominada “ Real Orden del Mérito militar, , para
recompensar exclusivamente el mérito militar ya sea constituido
688 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
por acciones de guerra, por trabaJos cientificos, ò servicios rele-
vantes prestados an tiempo de paz. Se instituyò, pues, la “ Real
Orden del Mérito militar, , para recompensa especial de los ser-
vicios militares prestados por los Generales, Jefes y Oficiales de
las diferentes armas é institutos del ejército. Consta de cuatro
clases: la 12 se otorga & los Cadetes, Subtenientes è Aléfreces,
Tenientes y Capitanes; la 22 à los Comandantes, Tenientes Coro-
neles y Coroneles; la 3 4 los Brigadieres, Mariscales de Campo,
Tenieutes y Capitanes generales, y la 4® con la denominaciòn de
Gran Cruz à que optaràn en circustancias especiales los mismos
que tienen derecho è la 8a.
La 12 clase esta representada por una cruz sencilla de cuatro
brazos iguales, con el escudo de armas Reales en el centro, y
la Corona sobre el brazo superior, descansando en un rectàn-
gulo de oro que lleva inscrito el titulo de la Campana, la fecha
del hecho de armasò de la concesion. Dicha cruz és esmaltada
de rojo, cuando se concede por meérito de guerra, y de blanco
cuando és otorgada por otros servicios: se lleva al pecho pendiente
de una cinta de seda roja con lista blanca en el centro, igual è
ia 32 parte de su ancho para la cruz roja, y con los mismos co-
lores, invertidos para la cruz blanca. La de 22 clase consiste en
una placa de plata abrillantada, con la misma cruz roja 6 blanca
en el centro y la sola diferencia de que la corona y rectàngulo
superior descansan sobre el escudo de armas central, y este
va orlado de cuatro flores de lis de oro. Esta condecoraciòon
se Ileva al lado izquierd6 del pecho sin otra distincion. En las de .
3% clase és dicha placa de oro, distinguiéndose ademas de la
anterior por su mayor tamaîio. La de 48 clase è Gran Cruz tiene
por insignias una banda de cinta ancha, que se lleva terciada del
hombro derecho al lado izquierdo, unidos sus extremos por un
lazo de la cinta estrecha del cual pende la cruz de 12 clase. Ademas
de esta banda, usan la placa de 32 clase con la diferencia de que
el rectàngulo donde figura la inscripciòn, es de plata.
Las repeticiones de cadauna de las cruces ò placas de 12, 2a
y 82 clase se representan en la 12 por pasadores colocados en la
cinta, con la leyenda respectiva inserita del mismo modo que en
el rectàngulo de la primitiva concesiòn y en las placas por rectàn-
|
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA 689
gulos analogos sobrepnestos & los demas brazos de la cruz y
unidos al escudo central. La Gran Cruz no se concede sino una
sola vez en cada uno de los dos casos de paz ò guerra prefijados,
y no podrà obtenerse hasta después de estar en posesion de la
de 32 clase de esta Orden, 6 de las de 3a y 4a clase de S. Fer-
| nando, à no contraer un mérito muy especial. Cuando se obtuviere
. la Gran Cruz después de la de 32 clase, se usa solo una placa,
\. colocando el rectangulo de plata bajo la Corona Real, y pasa
el de oro al lugar que le corresponde. Los espresados distintivos
se conservan siempre con arreglo a la clase à que son otorgados.
Esta condecoracion forma parte del sistema general de recom-
pensas militares en alternativa con los grados y empleos y és
inherente è la Gran Cruz el tratamiento de Excelencia y los
honores y consideraciones generales que se tributan a los Caba-
lleros Grandes Crucez de las demas Ordenes. La Orden del Mérito
militar no se concede à individuos que no tengan la categoria
. militar à que sus diferentes clases se hallam asignadas.
Hay cerca de 200 Grandes Cruces entre Capitanes generales,
Tenientes generales, Generales de division y Brigadieres Almi-
rantes Contraalmirantes vicealmirantes, Auditores de Ejército,
Intendentes, Inspectores generales médicos, Generales de brigada
é Infanteria de marina y ùunas 300 Grandes Crucez en premios
de servicios especiales de tedas clases arriba espresados, unas
120 no militares y sobre 60 estrangeros. De las de 18 y 24 son
muchas mas las concedidas; pero ostas no coustan en la Guia
oficial, si no en los Registros del Ministerio.
(Continuarà) PapLo VALLES y CARRILLO.
"GSTAAD
st DAB i OLI A
io Ri
EA=LIBRIS
EX LIBRIS de D. JOSE GALVEZ
EI apellido Galvez noble y di-
stinguido en Aragon és notable en
i America pués è este linaje perte-
I) necia el Virey de Mejico, Galvez,
_ que en 1624 gobernaba esas pro-
Fa vincias. Màs tarde, en 1778, debiò
el comercio de America sus fran-
quicias, y la destruccion del mono-
polio de Cadiz al reglamento de comercio libre del Ministro
espaîiol Galvez. | i
Por fin una rama de esta familia se estableciò en la Repu-
blica Argentina y otra en Chile y de ella saliò el esforzado y
valiente coronel D. Josè Galvez Ministro de la guerra, muerto
en la batalla del Callao (1866). Publicamos su ex Wbris comple-
tamente inédito. CA
Representamos las armas de Galvez sobre los cuarteles de
alianzas rodeados de banderas como las llevaba el Ministro
espafiol Galvez. |
Estas armas son: partido el 1° de plata con encina verde
y dos lobos de sable; el 2° de plata y tres veneras de azur. Pende
del escudo la cruz de Carlo III. Timbre: un casco puesto de
frente con rejillas de oro, Corona de conde.
MARTIN FERNANDEZ ARROYO. 3
RP E TOO TR n a 0
CENNI. GENEALOGICI
MAISON DE LIGNE
La maison de Ligne connue dès le
xII siécle a fourni au Hainaut plu-
sleurs maréchaux et à l’empire des
généraux distingués. La terre de Li-
gne après avoir été successivement ba-
ronnie, comté, fut erigée en 1601
en principauté par l’empereur Rodol-
phe II. C'est de cette maison que sont
iii sortis les princes et ducs de Barbancon,
ato d’Aarschot, de Croy, de Chimay.
Les armes de cette famille sont d’or a la bande de gueules.
Couronne de grand d’Espagne pour l’ainé et couronne de Prince
du S. Empire pour les autres membres de la famille. Charles
Joseph prince de Ligne, fut un des plus célèbres généraux de
son temps. Il était né è Bruxelles en 1735. Se distingua dans
— les armées antrechiennes pendant la guerre de sept ans. Il jouit
de la faveur de Marie Thèrese, de Joseph II et de Francois II.
Ses cuvres forment plus de 80 vol. in-12. On rémarque la
vie du Prince Eugéne; le Journal des guerres etc. Cette illustre
Maison est representée par le Prince Louis Lamoral de Ligne
Prince d’Amblise et d’Espinoy, grand d’Espagne de 17° classe,
né en 1854, marié à 30 ans è Dlle Elisabeth de la Rochefoucauld.
La mére du Prince et née de Talleyrand Perigord. Son frère,
le Prince Ernest, a epousé Mlle de Cossé Brissac et sa soeur Mé-
lanie dame de la Croix étoilée a epousé le Duc Fréderic de
Beaufort-Spontin.
O. BRETON.
PATIRE, SRO RIA TORI OBALONRNIA
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NOTICE SUR LA MAISON DE MAULEON
La maison de Mauléon est une des très rares maisons dont
on puisse remonter authentiquement la filiation antérieurement
à l’apparition de la féodalité. Selon la charte d’Alaon (confir-
mée en 862), elle remontérait, de màle en male, aux dues
d’Aquitaine de race mérovingienne, issus de Caribert, fils du
roi Dagobert. Quoiqu'il en soit de cette origine illustre, affirmée
par les Bénédictins dans leur Histoire de Languedoc, et établie
par eux degré par degré, il est certain que nous trouvons cette
NOTICE SUR LA MAISON DE MAULÉON 693
maison en possession de la vicomté de Lavedan déèés 940, et de
la vicomté souveraine de Soule dès 973 (Gascogne pyrénéenne).
Le pays de Soule, capitale Mauléon-Soule, aujourd’hui sous-
prefecture, fut réuni è la couronne de France au xiv siècle, et
n’en continua pas moins, jusqu’'en 1789, è avoir ses douze po-
destats ou pairs héréditaires, sa cour souveraine (la Cour de Li-
charre), ses coutumes, et ses Etat Provinciaux.
Au début du xi siècle un cadet alla fonder Mauléon-Barou-
sse, qui devint le chef lieu de la vallée et baronnie de Ba-
rousse (Gascogne), et un demi siècle plus tard un autre cadet
passa en Poitou où il construisit Mauléon-sur-Sèvre, plus tard
duché-pairie sous le nom de Chàtillon, et Mauléon-Chauvigny.
Il a été la souche des Mauléon, princes de Mauléon-Talmond,
sires de la Rochelle, de l’île de Ré, de Talmond, et de Fonte-
nay-le-Comte, barons de Montmorillon et de Mauléon, amiraux
héréditaires de Poitou et Aunis. C'est è cette branche, éteinte
quant è la ligne ainée au x1m siècle dans la maison de Thouars,
qu’appartiennent les Mauléon, sires de Mazières-en-Berri, comtes
de Mazières-Mauléon, les Mauléon de Touffou, en Poitou, éteints
en 1519 dans la maison de Chasteigner de La Rochepozay, et
les Mauléon de La Roche-Amenon, en Touraine, éteints du dé-
but du xvi siècle. Parmi les autres branches de cette maison
nous citerons les comtes de Mauléon de la Bastide, en Lorraine,
éteints au xvir: siècle, et un grand nombre de branches dans
le midi, dont deux subsistent encore. |
Cette maison possède les titres de marquis de Mauléon de-
puis 1782, pour le chef de la famille; marquis de Mauléon-Nar-
bonne, au titre de Fémarcon; marquis de Causans (branche de
Vincens); marquis de Saumery (branche de Johanne de La
Carre); comtes de Mauléon de la Bastide; comtes de Bruyéère;
comtes de Mazières-Mauléon au titre de Mauléon; vicomtes-sou-
verains de Soule; vicomtes de Lavedan; vicomtes de Couserans
(en 1607, par héritage); barons de Montmorillon, de Mauléon-
sur Sèvre, de Barousse de Brantes, et une douzaine d’autres
baronnies. La branche de Mauléon-Talmond a en outre possédé
le titre de prince, et le roi d’Angleterre, souzerain de l’Aqui-
taine, lui a reconnu en 1214 le droit de battre monnaie; sous
694 NOTICE SUR LA MAISON DE MAULEON .
Louis XI, les La Trémoille, héritiers partiels des biens de cette
branche, par alliance (La Trémoille-Amboise-Thouars-Mauléon),
prétendirent que Talmond était autrefois une principaute, et se
firent confirmer un titre de prince qu’ils n’avaient pas, or leur
raisonnement était erronné, et le titre de princeps, porté par les
Mauléon-Talmond, n’était pas attaché à une terre, mais demeu-
rait un bien familial, una qualification de rang social, et a comme
héritier légitime le chef actuel des Mauléon de Berrì.
Cette maison à fourni un grand nombre de personnages con-
sidérables; trois évéques, des abbés, des commandeurs et des
- chevaliers de Malte, des pages et des conseillers du roi, des gon-
faloniers héréditaires de Navarre, et surtout une multitude de
chevaliers et d’officiers. Nous pouvous particuliérement nommer:
Gérard de Mauléon, un des Béarnais assistant à la premiére
croisade.
Raoul III de Mauléon-Talmond, qui prit part è la troisième
croisade, et fut sauvé de la main-méme de Richard-Coeur-de-
Lion au combat de Joppé (1191).
Savary lil de Mauléon-Talmond (1175-1229), senechal de
Poitou et de Gascogne, amiral héréditaire di Poitou, troba-
dour è ses heures, et, surtout, grand capitaine qui, pendant
trente années, lors des luttes entre les Capétiens et les Planta-
genets, décida de la victoire en jetant tour è tour son épée
dans l’un ou l’autre plateau de la balance, et conserva ainsi è la
féodalité aquitaine la plus grande somme d’'indépendance. Croisé
en 1219, il sauva les chrétiens au siège de Damiette, en arri-
vant avec sa flotte soutenir l’armée dans une situation critique.
Il possédait en effet la première flotte de France, et c’est lui
qui prononca cette phrase: “ Si le roi de France me prend mes
domaines, il ne pourra du mois me prendre la mer. ,
Pierre de Mauléon de Mazières, abbé de Saint-Martin de
Limoges (1236 à 1247).
Raoul IV de Mauléon-Talmond, amiral héréditaire de Poiton,
croisé en 1248, et captif avec Saint-Louis.
Oger de Mauléon-Soule, (mort octogénaire en 1818), che-
valier incomparable, alferez de Navarre, qui lutta pour l’indé-
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NOTICE SUR LA MAISON DE MAULÉON 695
pendance de sa vicomté contre le roi d’Angleterre, et ne cèda
que sur l’intervention du pape'
Renaud I°" de Mauléon-Touffon (mort en 1383), chambellan .
de Charles V, et du roi Louis de Sicile, gonfalonier de Chypre.
Louis Il de Mauléon de Mazières, lieutenant de La Tré-
moille, et l’un des héros des guerres d’Italie (1515).
Jean de Mauléon, évéque de Comminges (1519-1554), le
grand restaurateur de la cathédrale de Saint Bertrand de Com-
minges.
Henri de Mauléon, commandeur de Saint-Jean de Jérusalem,
un des héros du sièége de Malte (1565).
Augustin Ill de Mauléon de Mazières, capitaine de la com-
pagnie d’ordonnance de Monseigneur, frèére du roi (guerres de
religion, 1576).
Géraud de Mauléon-Gourdan, chevalier du Saint-Esprit en .
1585, capitaine de cent lances, gouverneur de Calais et pays
reconquis.
Denis de Mauléon-Savaillan, un des plus vaillants compa-
gnons d’Henri IV, qui lui a écrit de nombreuses lettres.
L’abbé Oger de Mauléon, membre de l’Académie francaise
sous Louis XIII.
Alexandre de Mauléon-Beaupré (1683-1743), colonel-major
du régiment du Roi.
Alexandre de Mauléon de Mazières (1823-1858), poéte très-
distingué. |
Si nous voulions citer toutes les maisons apparentées à celle
de Mauléon, il nous faudrait de nombreuses pages, la branche
de Mazières, è elle seule, par ses alliances, est apparentée aux
maisons de Bourbon de Meédicis, de Savoie de Lorraine, Stuart,
de Belgique, de Portugal, de Danemark, de Balgarie, d’Albret,
de Béthune-Sully, de Rochechouart, de Talleyrand, de Monta-
lembert, de Colbert, de Durfort, de Bavière, de Saxe, de Rohan,
de La Rochefoucauld, de Bade, de Beauvilliers, de La Chastre,
de Chabot, d’Aumont, Czartoriski, de La Trémoille, de Maillé,
de Lusignan, Sobieski, ecc.
Les Maulgon portent de gueules au lion d'or; une seule bri-
sure méèrite d’étre notée ici, car c'est elle qui diffère le plus des
696 NOTICE SUR LA MAISON DE MAULEON
armes originalres; la branche aînée des Mauléon-Talmond por-'
talit d'or au lion de gueules (Versailles, Salles des Croisades).
Nous donnons ici les armes de cette maison (fin xv siècle), d’aprres
un dessin è la plume dù.à l’habilité de l’érudit M. Ed. des Robert.
Cette maison porte ses armoiries sous un manteau de gueules,
doublé d’hermine (vicomtes-souverains de Soule, droits régaliens
des princes poitevins), une ancre d’argent posée en pal derrière
l’écu (amiraux héréditaires), l’écu timbré de casques aux cimiers
des principales branches, et aceompagnè de quatre bannières de
Mauléon (Soule et Berri), de Mauléon (Poitou), de Navarre (gon-
faloniers héréditaires) et de Chypre (également gonfaloniers).
Vicomte de BALZESME.
FAMIGLIA DE MARCHI DELLA COSTA
Già nell'ottobre dello scorso anno il
chiar. prof. Francesco Ricci si occupò
di questa nobilissima famiglia oriunda
cremasca, stabilita in Astano in persona
del nobile Domenico de Marchi padre
di Pietro barone della Costa, capitano
della guardia svizzera del re di Polonia
Poniatowshi e sposo di Clara terza figlia
di quel sovrano.
Riproduciamo corretta la tavola a co-
lori dello stemma gentilizio dei baroni de
Marchi, perchè i guerrieri che servono
di tenenti allo stemma non hannojla copravtode bianca con lo
stemma de Marchi, ma la sopravveste è d’oro con uno scudetto
in petto di rosso alla croce scorciata d’argento, stemma della
DE MARCHI
COSTA
DELLA
FAMIGLIA DE MARCHI DELLA COSTA 697
Confederazione Elvetica. Sono quindi due uomini d’arme svizzeri
quelli che reggono lo scudo e non due scudieri di casa de Marchi
come usava questa famiglia prima di divenire cittadina svizzera
e patrizia di Astano nel Cantone Ticino. Anche il Santo Padre
Leone XIII confermava ai de Marchi l’uso di questi tenenti i
quali si vedono dipinti anche nel diploma di patrizio sammari-
nese rilasciato nel 1900 al barone D. Silvestro Antonio de Marchi
della Costa commendatore con placca del S. M. ordine Geros. del
Santo Sepolcro, commendatore Piano, cavaliere del Cristo di Por-
togallo, cavaliere affiliato all'ordine Teutonico, ecc. Egli ha spo-
sato Donna Maria Segunda Roca dama del S. M. ordine del
Santo Sepolcro nipote del generale Giulio Roca presidente della
repubblica Argentina.
Rappresentano questa famiglia anche i fratelli del barone
D. Silvestro, D. Antonio barone De Marchi della Costa sposo
di Donna Maria Roca figlia del generale presidente Giulio, e
D. Carlo Alberto dei baroni De Marchi sposo di una contessa
di Beaufort. La loro sorella Donna Elisa è moglie del marchese
D. Antonio de Faria Gran Croce e commendatore di più ordini,
console di S. M. il re di Portogallo, ecc.
UGo ORLANDINI.
Rivista del Collegio Araldico (novembre 1904). 44
NOTE BIBLIOGRAFICHE
StRÒBL (Hueo GERARD), Stadte- Wappen von Oesterreich- Ungarn. Wien, 1904,
Schroll in-4, con 36 tavole contenenti 682 stemmi in colori e 241 illu-
strazioni nel testo.
Ip., Die wappen der Buchgewerbe. Wien, 1891, Schroll in-8, con 9 tavole a
colori.
Ip., Die orden und Ehrenzeichen der K. und K. Oesterreichisch- Ungarischen Mo-
narchie. Wien, 1899, Schroll in-4, con 16 tavole colorate.
Ip., Oesterreichisch-Ungarische Wappenrolle. Wien, 1900, Schroll e C. Maxi-
milianstrasse 9, in-4 gr., con 223 stemmi in 23 tavole a colori e stemmi
in nero nel testo.
Tutto ciò che vi ha di più perfetto nell'arte araldica è raccolto in questi
quattro bellissimi volumi, dovuti alla paziente ed accuratissima abilità del-
l’egregio A., il quale ha saputo scegliere i modelli di miglior gusto e crearne
dei nuovi veramente ammirabili.
Anche l'esecuzione cromolitografica è insuperabile. Chiunque voglia
possedere nella propria biblioteca opere di gran lusso e di moltissimo pregio
in fatto di araldica, non troverà certamente di meglio di questi splendidi
volumi.
Il primo tratta degli stemmi delle città dell'impero austro-ungarico,
dottamente descritti, con interessanti note illustrative, con indicazioni di
sigilli, con date di diplomi, di concessione, ecc. Questo lavoro interessa anche
i cultori della sfragistica, che troveranno in esso molto materiale per i loro
studi. Sarebbe desiderabile che anche in Italia si seguisse l'esempio del
signor Stròhl e venissero una buona volta illustrati gli stemmi dei mu-
nicipi italiani, cosa fatta fin qui soltanto per la Toscana, dal compianto
conte Passerini de’ Rilli.
1l secondo volume riporta gli stemmi di tutte le arti che hanno rap-
porto col libro, come con la tipografia, la litografia, la libreria, la foto-
tipia, ecc. Le tavole sono eseguite alla perfezione ed è interessante lo studio
illustrativo che le accompagna sugli stemmi delle arti nelle diverse epoche
ed in varie nazioni. |
Il volume sugli ordini equestri di Austria-Ungheria è una nuova edi-
zione ampliata e corretta di un lavoro che nel 1888 ottenne grandissimo
Ra i n ri nn
NOTE BIBLIOGRAFICHE 699
successo. Contiene le più dettagliate varietà di tutte le decorazioni austriache
«dal Toson d'Oro al recentissimo Ordine d’ Elisabetta che, in ricordo della
pia imperatrice barbaramente uccisa, fondò il desolato consorte il 17 set-
tembre 1898. È rimarchevole questo libro, non solo per la esattezza delle
tavole degli ordini, ma anche per le medaglie e per i costumi dei cavalieri
del Toson d'Oro, di Santo Stefano d'Ungheria, di Leopoldo, della Corona
Ferrea, Teutonici, ecc.
Per ultimo il Wappenrolle degli Stati della Corona d’Austria-Ungheria
chiude la serie di tali magnifiche pubblicazioni. Questa poi supera le altre
in ricchezza di tavole, parte miniate con cura artistica speciale, ed altre
chiaroscurate con effetti meravigliosi. Infine sono opere che fanno alta-
mente onore al chiar. A., agli editori ed alla nobilissima regione dove gli
studi araldici occupano ancora il posto onorifico che loro spetta.
Padre GroaccHINo TaeLIALATELA, Antonio di Buglione da Lisbona detto il Santo
di Padova. Giugliano, Donadio, 1904 in-12.
Lodare un libro è cosa facile, poichè non costa nemmeno la fatica di
leggerlo; ciò spiega forse le lodi con cui fu accolta questa conferenza del-
l'illustre presidente della Società scientifica, artistica, letteraria, Luigi
Camoens, dettata con uno stile smagliante, ma affatto deficiente nella parte
‘storica. Sostanzialmente la conferenza è tolta di peso dall’ Histoire de Saint
Antoine de Padone, par Antoine de Lys, opera splendida nella veste, ma non
raccomandabile nella parte critica. Il Padre Taglialatela, per aver modo di
sfoggiare la sua eloquenza con una furiosa tirata contro Ezzelino da Ro-
mano, incappa anche in un solenne anacronismo.
: Egli fa muovere l’umile fraticello ad assalire il vittorioso tiranno nella
rocca in Verona e propugnare ivi davanti la belva la causa degli oppressi,
€ si diffonde anche in minuti dettagli. Ci contentiamo solo di notare che
Ezzelino fu acclamato signore di Verona nel 1250, cioè diciannove anni
dopo la morte del Santo, avvenuta nel 1281!! Sorvoliamo su altre inesat-
tezze storiche, osservando, per finire, che la lunga epigrafe riportata a
pag. 5 non può supplire alle scarse notizie autentiche a noi pervenute sulla
famiglia del Santo. Una scrittura posteriore al 1796, non può avere alcun
valore storico. (A. Gheno).
Nob. cav. dott. F. C. CARRERI, Spilimbergica. Illustrazione dei signori e dei
dominî della Casa Spilimbergo, istituzioni, vita e vicende di essi. Opera
in sette parti, pag. 227. Udine, tip. Del Bianco, 1900. L. 3.
Chi vuol conoscere a fondo la storia d’una giurisdizione feudale con-
servatasi, come tutte le cose del Friuli, presso che intatta dal secolo xt
al xIx, e precisamente fino all’istituzione del regno italico, legga questa
opera, tutta intessuta di documenti importanti e curiosi che servono, non
solo a conoscere la vita delle terre soggette ai signori di Spilimbergo, ma
a chiarire le condizioni generali delle signorie feudali e allodiali anche
100 | NOTE BIBLIOGRAFICHE
altrove; poichè non è punto facile trovare sì abbondante messe di docu-
menti altrove che nel Friuli, di questo genere, e mentre in altri luoghi
gl’istituti restano nell'ombra, ivi il mezzo c’è di studiarne tutte le parti-
colarità e le funzioni. Così tutte le grandi Case friulane potessero avere
un lavoro altrettanto dotto e copioso a illustrarle.
Molti diplomi, investiture ed altri dati sono dati per extensum, contributo
a un desideratissimo codice diplomatico] friulano, che per ora certo non
vedrà la luce. Tuttavia, e l’abbiam più volte notato anche in questo nostro:
periodico, altre importantissime illustrazioni di quella singolarissima re-
gione, nell'impero e poi nel Veneto. vanno pubblicandosi dagli eruditi. E. ,
per accennare solo a quelle del nostro chiarissimo collaboratore ed ottimo
amico, osserveremo che il fine che s’è proposto in questo libro, ei l’ ha rag-
giunto eziandio con altre pubblicazioni, quali L'anima del castello di Spilim-
bergo, la Funzione giudiziaria d’una pieve friulana, ed altre; così che può affer-
marsi che non vi è nulla di più intimamente conosciuto ed acquisito alla.
scienza di ciò che riguarda la giurisdizione spilimberghese, dei cui signori,
conti del S. R. I., conti di Meduna, nobili dell'impero dominanti di varie
castella e terre, e talor di città e coefficienti importanti nella storia ecclesia-
stica civile e politica della regione e delle finitime, l’autore pubblica anche la.
genealogia e gli stemmi con molta accuratezza ed esuberante erudizione.
LeopoLpo PuLLé, Dalle crociate ad oggi. Rassegna degli ordini militari ospi--
talieri religiosi e di cavalleria di tutto il mondo (1048-1904), — Milano:
1905, Menotti Bassani e O. In-8 con 400 ine. e 8 tav. col.
Il titolo di questo libro corrisponde esattamente al suo contenuto,
perchè è una vera rassegna dei diversi ordini equestri, fatta con eleganza
di stile e con quel brio che ci ricorda il compianto Yorik. L’illustre A. non
pago della rinomanza acquistata nel mondo letterario col pseudonimo di
Leo di Castelnunvo (da non confondersi con l’ebreo omonimo), si è dedicato:
con successo ai nostri studi, e fu già valente collaboratore con il povero
Felice Calvi, nella grandiosa opera sulle famiglie notabili milanesi. Perciò:
un suo scritto sempre desiderato, accolto con soddisfazione, non può essere
che letto con compiacenza.
Diciamo dunque subito tutto il bene che pensiamo di questa nuova
pubblicazione, bellissima nella veste, e che dimostra anche il buon gusto
artistico dell’A. nella scelta delle incisioni riprodotte da vecchie stampe.
Non nascondiamo però che avremmo preferito che i costumi dei cavalieri
tossero stati presi da disegni più esatti, lasciando ‘in pace la buon anima
del P. Bonanni. Così nelle tavole a colori poteva omettere i modelli del
Cibrario, non sempre fedeli, tanto più che nella prefazione loda il Bresson,
reputatissimo per la bellezza delle tavole di decorazioni.
Ma veniamo al merito dell’opera:
L’A., ripetiamo, non ha inteso di fare una storia completa di tutti gli
ordini, nè di darci la descrizione esatta delle insegne, dei nastri, dei figu-
PROP, P_i
NOTE BIBLIOGRAFICHE (01
rini, ecc., ma ha avuto piuttosto uno scopo sociale, dimostrando i beneficî
resi alla civiltà da quelle istituzioni religiose-militari che furono il baluardo
della cultura europea contro la barbarie ottomana Comprendiamo quindi
il perchè l’A. abbia dedicato una buona metà del volume alla milizia gero-
-solimitana di San Giovanni, gloriosa fra tutte e sempre alla testa delle
nobili imprese che nei secoli scorsi immortalarono le armi cristiane contro
la tracotanza dell’islamismo.
Ci permettiamo però di non condividere l’opinione dell’A. circa la cri-
‘tica che egli fa al dizionario del Larousse. Non siamo certamente molto
proclivi ad accettare gli apprezzamenti degli enciclopedisti frammassoni e
‘liberi pensatori, che in gran parte collaborarono in quel grandioso dizio-
nario; ma nel nostro caso, con buona pace dell’A. e dell’Eminentissimo
‘Gran Maestro, ci conviene confessare che il Larousse non ha torto di dire
che l’ordine attuale non è altro che l’ombra di quello di altri tempi. Infatti,
‘cessato lo scopo per il quale mantenevasi armata la potente associazione,
‘essa non è che un ricordo del passato. Conserva, non v’ha dubbio il rispetto
‘alle tradizioni e fino i tre voti, compatibili fino ad un certo punto nei tempi
presenti; ha ancora un simulacro di armamento guerresco nella piccola
:ambulanza-modello del Monte Aventino; possiede è vero l'ospedale di Napoli,
retto con tanta carità e con tanto zelo dal Balì Capece Minutolo, principe
-di Ruoti, ed ha gli ospizi di Milano e di Gerusalemme; ma si può questo
paragonare alla potenza dell'ordine, quando le sue galee solcavano il Medi-
terraneo ed erano il terrore dei pirati tunisini? Quando tenevano testa alla
. formidabile armata di Solimano II composta di 300,000 uomini, 280 navi
‘e prodigiosa artiglieria?
Oggi l’ordine di Malta non è che ‘una associazione di gentiluomini;
rispettabilissima perchè depositaria di tante e così gloriose tradizioni. Altret-
‘tanto dicasi dell'ordine sacro militare di Santo Stefano, che VA. vorrebbe
vedere riposare #l sonno dei giusti accanto alle tombe dei Medici. Egli ignora,
senza dubbio, che tale ordine insigne, posto sotto l’alta protezione di
-S. M. I. R. A., si mantiene sempre come ordine famigliare della R. Casa
«di Lorena, della quale è augusto capo S. A. il Granduca Ferdinando IV.
Vorrebbe lA. essere più severo di quello che è lo stesso Calendario reale di
Italia? Nella stessa maniera l’A. tratta l'ordine Costantiniano, pur esso
famigliare della Real Casa di Borbone. La rivoluzione può avere spogliato
questi ordini dei loro legittimi possessi, ma la storia non si cancella ed i
«diritti non si prescrivono e perciò lo stesso Calendario reale piega il capo
‘davanti all’unanime consenso dei sovrani europei nel riconoscere quegli
‘ordini ed i loro legittimi Gran Maestri. |
All’ordine di Malta seguono gli altri ordini militari di cui l’A. dà un
brevissimo cenno soffermandosi maggiormente su quelli del Tempio, del
‘Santo Sepolcro e di Santa Maria dei Teutonici, che chiama i 3 satelliti che
‘circondano l’astro maggiore. Riguardo ai Templari sarebbe stato bene che
l’A. avesse ricordato ciò che quasi tutti gli scrittori omettono, cioè la con-
(02 NOTE BIBLIOGRAFICHE
tinuità dell'ordine come istituzione segreta fino ai giorni nostri. Del Santo:
Sepolcro riferisce le vicende, ma le incisioni delle insegne sono tutt'altro
che esatte e la croce è sormontata dalla corona reale, abolita da Pio IX
nel 1868. Nè si può considerare costume dell’ordine quello che riveste l’ac-
cigliato centurione romano che fa bella mostra di sè nitidamente inciso.
Seguono per ordine alfabetico di nazione gli altri ordini cavallereschi
ma non di tutti è fatta menzione e dei più si accenna il nome con bre-
vissime note. Ma lo scopo del libro è raggiunto, e rimandiamo i lettori
che avessero la curiosità di conoscere gli smalti delle croci e i colori dei
nastri al recente ottimo dizionario del chiar. prof. Licurgo Cappelletti di
Livorno che compendiosamente ne tratta o allo splendido mannale del
Conte di Montalbo e del Cav. Richebe.
Il volume del conte Pullé porta in’ testa una dedica al Re Vittorio
Emanuele III, come Balì d’onore e devozione dell'ordine di Malta, ed è
illustrato dai ritratti dei Gran Maestri di quest'ordine insigne, che servono:
a rendere sempre più ricca l'edizione di tale interessantissimo lavoro.
Armoiries des familles contenues dans l’Armorial general de J. B. Rietstap,
publiées. par F. Bender et Rolland. Paris, 17, rue Pasquier. In corso di
stampa.
Con crescente successo continua la pubblicazione di questo Armoriale,.
rigorosamente araldico nelle sue figure disseta con incontestabile gusto.
artistico ed esattezza mirabile.
I due ultimi fascicoli pubblicati vanno dal cognome Auriol al cognome:
Barba e comprendono ben 1792 stemmi. È con vero piacere che annun-
ciamo questa pubblicazione che è un vero monumento di arte araldica per
la nobiltà europea e che merita di essere incoraggiato dal ceto patrizio a. |.
cui è dedicato.
Ogni fascicolo di 16 pagine contiene 896 stemmi e costa sole L. 12.
Prossimamente saremo lieti di far conoscere ai nostri lettori il secondo-
fascicolo delle Aggiunte e rettifiche all'Armoriale del Rietstap. Quantunque.
questa grandiosa opera contenga 110 mila stemmi di famiglie estinte e
fiorenti, pure non poche di queste ultime vennero dimenticate. Ora il sup-
plemento dei signori Bender e Rolland viene appunto a completare l’opera.
del Rietstap e così avremo finalmente il più completo Armoriale della.
nobiltà europea, specie se le famiglie patrizie contribuiranno a renderlo.
completo. |
Can. B. Ricci, Di Aldobrandino d'Este vescovo di Modena e di Ferrara, e dì un.
frammento di sue visite pastorali. — Modena, 1904. Vincenzi e nipoti.
(Pag. 113 fuori commercio).
Un contributo veramente prezioso alla storia delle chiese modenesi è-
questo volume del chiarissimo can. Bernardino Ricci, professore di storia.
ecclesiastica al Seminario di Modena; prezioso eziandio per la genealogia.
Ie E E n RO
NOTE BIBLIOGRAFICHE (03
dei principi estensi. L'autore con grande suppellettile documentaria fino ad
ora inesplorata in grande parte, ci delinea la nobile vita di Aldobrandino
d’ Este, vescovo di Modena e di Ferrara, celebre per grandi virtù, che furono
anche stimate eroiche, e per molte sventure; e tocca di altri personaggi
Estensi a lui congiunti, dando importanti e curiose notizie. Specie la storia
della Sede episcopale modenese assai è lumeggiata in questo libro, fra i
documenti del quale merita principalissima attenzione un frammento di
visite pastorali da quel singolarissimo personaggio ordinate, cimelio invero
raro nel sec. xrv. Per esso veniamo a conoscere, con particolari d’ogni sorta,
la vita del clero e dei fedeli d’allora, lo stato di molte chiese urbane e
forensi, di vari monasteri e ospedali e le condizioni e le suppellettili di tali
istituti. La lettura dei documenti è assai utile e piacevole; talvolta esila-
rante; ma dovunque risplende la sapienza della Chiesa e del Vescovo,
intenti sempre a confortare al bene e a correggere i difetti. Una lode, e
non delle solite e volgare, merita il dotto e coscienzioso lavoro (Cav. dott.
F. C. nob. CARRERI).
AvnroNIO Cavagvna SANGIULIANI, Il castello di Lardirago nella storia e nell’arte.
Pavia, 1901, Fusi, in-8° con illustrazioni.
Non è la prima volta che ci occupiamo dei lavori del nostro illustre
collega conte di Guallana, ed è con vero piacere che annunciamo questa
nuova ed interessante pubblicazione riguardante la rocca di Lardirago.
“che fu valida difesa di un’importante giurisdizione feudale di sovrani pii
consacrata alla religione; da un Papa illuminato, consacrata agli studi.,,
Così l’egregio A. che ne studia e riferisce le vicende, documentandone la
storia fino da quando il possesso di Lardirago fu dato al monastero di
San Pietro in Ciel d'Oro, Anche la parte artistica è trattata con molta com-
petenza e le bellissime tavole mettono in evidenza i pregi artistici di questo
storico monumento.
IoiBERT cav. J., Le isole di Loos e Conacri (Africa occidentale). Roma, 1904,
Società Geografica, in-8°; (con schizzo cartografico).
Quantunque non sia dell’indole della nostra Rivista ci compiacciamo
annunciare questo lavoro del chiar. collega cav. Jotbert che meritò la tra-
duzione della Società Geografica italiana perchè si riferisce a regioni poco
note e magistralmente illustrate del chiar. A.
il
N):
QUESITI ARALDICI
RISPOSTE.
(Vedi numeri precedenti).
87. Sul creduto stemma gentilizio degli Ezzelini. — Rispondo più bre-
vemente possibile alla controreplica, del sig. A. Gheno sulla questione dello
stemma di Ezzelino III da Romano, pubblicata nel fascicolo di agosto di
questa Rivista, (anno II, n. 8).
Per giudicare dall’antenticità della cronaca attribuita a Teobaldo Cor-
telerio, scritta, come vorrebbe il Vedova,! da Alessandro Carriero, bisogne-
rebbe fare un esame critico che non fu mai fatto: contro il Cortelerio stà
però l'autorità dello Scardeone, il quale pubblicandone, nel 1560, la bio-
grafia? non fa parola alcuna delle due cronache che passano sotto il suo
nome. Nel manoscritto del preteso Cortelerio, che si conserva nella biblio-
teca del Museo civico di Padova? e che rimonta soltanto al secolo xvIl,
a C. 1 t, così è descritto lo stemma ezzeliniano: fulgent in suis clypeis tra-
versi glauci et viridis coloris.
Posso assicurare il sig. A. Gheno che la cronaca attribuita a Zambon
de Favafoschi non è opera sua, ma piuttosto di un compendiatore che
scriveva nel 1335, durante il dominio di Alterto della Scala, quando il
Favafoschi era già morto.‘ Il codice più antico di questa cronaca rimonta
al secolo xIv e si conserva nella biblioteca del Seminario di Padova. Un
esemplare del secolo xvi si trova nel Museo civico? e a carte 11 leggesi:
pro signo ferebant hij nobiles scutum in cuius plano sunt sex binde seu tran-
sverse, quarum tres sunt virides et tres wuree.
I due autori sono quindi perfettamente d’accordo in quanto alle pezze
araldiche; non lo sono per quanto riguarda il colore; ambedue però non
accennano non ai gigli che il Verci ed il Gheno vorrebbero vedere nello
stemma ezzeliniano.
Non posso dare notizie di Santo da Rimini perchè nella biblioteca del
Museo civico di Padova non esiste nessun manoscritto di lui; non potei
1 Biografia degli scrittori padovani, vol. I, pag. 234, Padova, 1832.
? De antiquitate urbis Patavii ete., Basileae, 1560.
*4BUD, 1289; XI:
4 Cfr. Ab. L. PADRIN, Lupati de Lupatis etc. carmina quaedem, Padova, 1887; pag. 55.
5 B. P., 1340.
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QUESITI ARALDICI 105
ricercarlo nella biblioteca del Seminario, che in questi giorni è chiusa e
non si riaprirà che in novembre. La brevità del tempo non mi concesse
di rifitracciarla altrove; intendo però di farlo con maggiore comodità e con
tutta diligenza.
Non mi occupo del Tassoni, ripetendo al sig. Gheno che è veramente
discutibile l’autorità di un poeta. Non intendo mettere in dubbio i meriti
‘singolari del Barisoni e del Querenghi, quest’ultimo canonico di Este, ma
nei suggerimenti dati al Tassoni dimostrarono poco valore se essi stessi
non potevano intendersi. Il Querenghi sosteneva che l’arma d’Ezzelino era
tutta piena di gigli, e sicuramente lo diceva sclo dopo aver veduto lo
stemma del Castello di Padova; il Barisoni invece scrisse al Tassoni di
un giglio solo e il Tassoni con tutta indifferenza si adagiava a questa
opinioné senza averla prima bene vagliata. ;
Non risulta punto chiaramente, come gratuitamente asserisce il Gheno,
che all’epoca del Tassoni si conoscessero i varî stemmi attribuiti poi ad
Ezzelino nello studio del De Marchi. Certamente il Gheno potrà dire
quali prove ci dia Alessandro De Marchi sull’autenticità dei sette stemmi
attribuiti alla famiglia da Romano, pubblicati a corredo della genealogia.
degli Ezzelini da lui compilata, inseriti nella tavola XIV di quel lavoro
di compilazione di poco valore che porta il titolo: Cenni storici sulle fami-
glie di Padova e sui monumenti dell’ Università" e nel suo opuscolo: Cenno
storico sulla famiglia da Onara o da Romano. ?
In quanto a Pietro Gherardo quando il sig. Gheno potrà indicarmi un
codice della cronaca: vita et geste d'Ezzelino terzo da Romano che risalga
al xrv secolo, m’inchinerò al suo giudizio. Posso intanto assicurarlo che
la lingua di quella cronaca non è certo quella che era in uso alla fine del
secolo xn1I, ma molto dopo. Un manoscritto di quella "cronaca è nella mia
privata libreria e nel libro quarto vi è detto che Ezzelino “fecce fabricare
“in sul cantone della città appresso S. Tomaso una fortezza con due emi-
“nenti Torri, una verso la città, e l’altra verso la campagna, dove per
“memoria pose le sue arme: le qualli in hodierno giorno si veggono.,,
Dimostrando che quegli stemmi furono collocati nel Castello di Padova
nella seconda metà del secolo xiv, e che appartengono a Luigi il Grande
re d'Ungheria, conclusione accettata da tutti i cultori delle memorie pa-
trie, ho pure chiaramente dimostrato che chi scrisse quella cronaca e indi-
‘cava quegli stemmi come appartenenti ad Ezzelino, visse molti anni dopo
la collocazione degli stemmi stessi sul Castello di Padova. Lo stesso codice
assai antico della Biblioteca palatina di Vienna, citato dal Gheno, non appar-
tiene al xrv ma bensi al xv secolo.
Dalla troppo breve descrizione del Castello di Padova, dataci dal pre-
teso Gherardo, non può certo il Gheno avere prove sufficienti che tale de-
scrizione sia stata fatta prima dei ristauri cominciati nel 1374 da Francesco
«da Carrara, e non da Giacomo, come scrive il Gheno.
1 Padova, tip. della Minerva, 1842.
2 Padova, tip. Liviana, 1845.
(06 QUESITI ARALDICI
Ho già osservato nella mia risposta inserita nel fascicolo di giugno,
che l'arma del Castello di Padova, ora conservata nel Museo civico,
collocata in origine sopra la porta della torre minore, m’induceva a
credere che la torre stessa sia stata eretta interamente da Francesco da.
Carrara. A confermarmi in questa idea viene opportunamente Galeazzo
Gataro, autore contemporaneo, il quale nella sua cronaca non ricorda che
una sola torre; scrive egli che il 29 marzo 1374 “ fu principiato il castello:
“della città di Padova di capo a S. Tomaso, e di presso la torre di mess.
Ezelin.,,' Mi si opporrà che Andrea Gataro figlio, ricorda invece “ le torri
“del perfido Messer Eccelino da Romano;,,° devo però far notare che Ga-
leazzo Gataro scriveva la sua cronaca quando appunto s’innalzava il castello;
Andrea invece, nato dopo il 1350, scrisse molto dopo che il castello era
compiuto, e quindi facilmente potè attribuire ambedue le torri ad Ezzelino.
Il Gennari, pure assegnando ad Ezzelino la torre minore, solo perchè in
essa ‘erano scolpite le di lui insegne, sostiene che la torre maggiore non‘
venne eretta dal tiranno.®
Quali documenti può presentare il Gheno in prova che la torre ezze-
liniana del Castello di Padova, non sia stata non dico distrutta comple-
tamente, ma in parte? In quei tempi intendevasi distruzione anche il sem-
plice abbattimento di parte di un’edificio. Sul campanile della Basilica di
Santa Tecla di Este vi è una lapide del 1295 che dice distrutto il campa-
nile stesso nel 1251 da Ezzelino, e riedificato dal Comune di Este nel 1295;
però anche recentemente, dovendosi aprire una porta per mettere in comu-
nicazione il campanile coi magazzini dell'Abbazia, si dovette constatare.
che Ezzelino si limitò ad abbatterne la sola parte superiore; la parte infe-
riore, fino all’altezza del tetto del vicino Battistero, rimonta al secolo vin.*
Io credo che lo stesso sia accaduto alla torre maggiore del Castello di
Padova. RR
Mi chiede il Gheno ove io abbia pescato il decreto che ordinava la.
distruzione delle armi di Ezzelino; aggiunge che decreti di questo tenore
non sono mai esistiti, e poco più innanzi riporta con lo stesso Verci un
brano dello statuto di Vicenza in base al quale io ho asserito col Verci,
che venne ordinata la distruzione degli stemmi.
Trascrivo intieramente, nella sua vera lezione, il brano tolto dagli
Statuti del Comune di Vicenza MCCLXIV, essendo podestà il padovano Ro-
lando de Englesco, illustrati dal senatore Fedele Lampertico e pubblicati
dalla R. Deputazione veneta di storia patria l’anno 1886: Item quod intra
primos IIITI. menses mei regiminis faciam destrui omnia armatura nequissi-
1 Chronicon Patavinum, in MURATORI, Rerum Italicarum scriptorem, vol. XVII, pa-
gina 211.
2 Ivi.
3 G. GENNARI, Dell’antico corso de' Fiumi, pag. 14, Padova, 1776.
4 F. FRANCESCHETTI, // campanile dell’insigne Abbazia matricejdi Santa Teela, Este-
tip. Pastorio, 1899.
1706
hd
QUESITI ARALDICI CORTO
morum Ecelini et Alberici, et quicumque ab inde in antea fecerit dictam arma-
turam condempnetur in XXV libras denariorum Veronensium communi vicetie-
pro quoque et quaque vice. Che cosa intende il Gheno per armatura? Non è-
proprio inutile che egli mi dia un po’ di luce in argomento; io mi sono
limitato a consultare il Glossario, che alla parola armatura risponde: scuta
gentilitia, e in questo stesso modo interpretò il Lampertico, che in nota,.
citato il Gloss, aggiunge: Gall. Armoirie. Come il Lampertico la pensava
pure un secolo prima il Verci. |
Non fa certo meraviglia che l’odiato tiranno avesse partigiani, anche-
dopo il totale esterminio della sua famiglia; più che al tiranno i suoi se-
guaci pensavano ai mezzi da lui usati per impadronirsi delle altrui pro-
prietà ed arricchirsi. Non il solo Ezzelino, ma tutti i tiranni, anche molto
dopo la loro scomparsa, ebbero partigiani che cercarono di rivendicarne la
memoria.
Si persuada una buona volta il Gheno che lo stemma del quale egli:
dà una riproduzione, non può in nessun medo appartenere al secolo xm.
Non io, ma il Gheno stesso dovrebbe far tesoro di quanto mi scriveva il
conte prof. Antonio Medin nel suo foglio 17 settembre 1896. Questi però,
non ha scritto, come riporta il Gheno: “a conferma. dello stile gotico.
“ del 300, ,, ma bensi: “a conferma dello stile del creduto stemma di Ezze-
“lino, che è certo gotico del 300, ella può vedere le tombe Scaligere di
“ Verona, che in alcune parti decorative somigliano assaissimo (se non:
“ricordo male) alla cornice che che racchiude lo stemma.,,
Il Gheno vede in queste parole una prova contro la mia dimostrazione:
che lo stemma del castello di Padova appartiene al xv e non al xII secolo..
Il Medin intendeva invece di avvalorare la mia tesi, e a questa conclu-
sione avrebbe dovuto venire anche il Gheno stesso, se avesse ponderato.
bene quanto scriveva solo due righe più innanzi, per dimostrare che le-
tombe Scaligere portano le date 1329, 1851, 1375. Potrei inchinarmi al
parere del Gheno se quelle date fossero invece 1229, 1251, 1275.
La cornice che racchiude l’arma pretesa degli Eccelini, da me citata
nella precedente risposta al Gheno, e che esiste in prossimità della torre-
maggiore del castello, è dell’epoca stessa di quella dello stemma riprodotto-
dal Gheno. La cornice, conservandv la stessa forma pentagonale, termina.
con un cimiero di foglie d’acanto, e racchiude un arco trilobato, precisa-
mente eguale a quello delle tombe Scaligere, sostenuto da due capitelli»
gotici; gli ornati sono precisamente dell’epoca in cui l’arte ogivale rag-.
giunse il massimo splendore.
Il conte Pasini Frassoni, il 24 luglio p. p., mi mandò da Venezia il disegno-
d’un capitello, che sta sulla porta dell’antico convento degli agostiniani in
Campo della Carità n. 1050. Quel capitello ha molta analogia con lo
stemma del castello di Padova, e porta la data MCCCXLV; venne quindi»
scolpito dopo più di un secolo dalla prima erezione del castello stesso. Si.
persuada il Ghego che ragioni dell’arte non sono contro la mia ipotesi..
08 QUESITI ARALDICI
. Si accerti poi che Nicolò e Giovanni Pisano non operavano nella prima
metà del secolo xIm. Nicolò nacque poco prima del 1210, ma non lavorò nella
- chiesa del santo finchè visse Ezzelino; solo nel 1259 si cominciarono a get-
tare le fondamenta di quella basilica, e la fabbrica, per varie cause, fu
poi replicatamente sospesa, e non ebbe compimento che sul principio del
secolo xIv, quando il gotico cominciava già a manifestarsi in tutto il suo
splendore. Giovanni, figlio di Nicolò Pisano, nacque nella seconda metà
del secolo xn1r e morì nel 1520; non potè quindi lavorare nella chiesa del
‘santo ancora vivente Ezzelino. i
È vero che il grande sigillo di Padova appartiene al secolo xt, ma il
prof. Gloria dimostrò che appartiene alla seconda metà di quel secolo. Se
‘Gheno avesse poi consultata qualche altra dotta monografia, avrebbe pure
imparato che, non uno, ma parecchi sono i sigilli originali recanti la stessa
‘iscrizione e lo stesso disegno architettonico, e furono usati in Padova dopo
‘la cacciata di Ezzelino fino alla caduta dei Carraresi (1405), variando lo
stile dell’edificio col variare dei tempi in cui ciascun sigillo venne eseguito.
Volendo pure ammettere che sia “ impossibile fissare con certezza l’epoca
precisa di un’arma medioevale, ,, il signor Gheno non deve però dimenti-
- care che nel preteso stemma ecceliniano noi abbiamo non solo lo scudo,
ma anche la cornice che lo racchiude, la quale, non essendo legata agli
‘usi araldici. porta le impronte dell’epoca in cui venne scolpita.
Per quanto riguarda l'aquila come insegna di Ezzelino III, conviene
tenere in maggior conto l’autorità di Rolandino, testimonio oculare dei
fatti del tiranno. Quali prove mi dà il Gheno poi che l’aquila del ritratto di
-Ezzelino, eseguito da Antonio da Campo ed inciso nel 1585, sia proprio
l'insegna di Vicario imperiale e non arma personale? Nessun documento
dimostra che Ezzelino avesse assunto l’aquila come Vicario imperiale. Vicari
‘imperiali furono pure i principi d’ Este, ma mai mutarono la bianca loro
-aquila in quella nera dell’ imperatore.
Inutile discutere sui versi del Dottori, e specialmente sulle due grand’ali,
‘osservando che tutti i monumenti del tempo ci danno il volo abbassato.
Non sa forse il Gheno quante licenze sieno permesse in poesia? E d’altra
parte devesi considerare che spiegato o abbassato il volo dell’aquila, rimane
‘sempre a questa le due grand’ali che natura gli ha donato, e il poeta nel-
l’indicarle a quel modo, non intendeva certo di valersi. di un termine
araldico.
Finalmente il signor Gheno, persuaso di avere distrutti tutti gli argo-
menti da me portati per dimostrare che lo stemma del castello di Padova
non appartiene ad Ezzelino ma al re Luigi il Grande d'Ungheria, passa
‘ad esaminare la serietà della mia scoperta.
Ripeto ai signor Gheno che non mi riguarda punto il fatto che una
memoria onoraria abbia trovato posto nella loggia e nelle torri del castello.
“Ma perche? Ma perchè nel castello ? ,, chiede il Gheno, il quale ammette solo
-che “si posssa alzare un’arma ove abbiasi avuto ospite un potente perso-
‘maggio. ,, Il perchè lo ho detto chiaramente altra volta e lo ripeterò al mio
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QUESITI ARALDICI (09
contradditore: troppi favori aveva ricevuto Francesco da Carrara dal so-
vrano ungherese, favori ben più segnalati di una semplice visita di cor-
tesia, favori ricevuti quando appunto si stava innalzando il Castello ed
era giustissimo che in quel Castello che doveva servire da baluardo contro,.
i nemici e del da Carrara e di re Luigi, venissero collocati testimoni della
riconoscenza del principe padovano.
Anche nella risposta a G. de Isola, inserita nel fascicolo di aprile, il
Gheno notava che lo stemma del re d’ Ungheria “ piuttosto che nell’ interno
“d’un castello, avrebbe trovato posto più conveniente nelle loggie del
“salone o della reggia carrarese.,, Mirano certamente a questo anche i suoi
perchè del fascicolo di agosto. Si capisce però che egli ha poco buon con-.
cetto di un castello; forse il castello, secondo il Gheno, doveva servire sol-
tanto alla soldatesca ed ai prigionieri, e doveva quindi essere forse peg-
giore di una spelonca da ladri. Ma non considera egli che doveva pure
servire di dimora al principe in tempo di guerra e che quindi il principe
stesso vi doveva avere i suoi appartamenti e non certo sconvenienti! Sicu-
ramente non sa il Gheno che il castello nou era tanto disprezzabile e che
nel 1478, durante la pestilenza, dalla repubblica di Venezia veniva asse-
gnato per dimora alla reale famiglia di Cipro, e veniva ordinato al capi-
tano di Padova perchè “ dicte familie regie provideat de pulchriori et digniori.
habitatione que sit in illo castello. ,,°
In base a quali documenti asserisce il Gheno che i tre stemmi del:
castello furono collocati precisamente nella loggia e nelle torri edificate
da Ezzelino? Ho già osservato che lo stemma ancora esistente nel castello -
non è sulla torre maggiore, ma in prossimità di questa. Descrive il pro-
fessor Lorenzoni tre case vicine alla torre, e nota che “nel muro di po-
“nente della casa H?, all'altezza del primo ramo della scala scoperta, ad
“essa addossata, e pur oggi visibile, anche dalla sponda opposta del fiume, .
“una cornice pentagonale di pietra, con cimiero e mensoletta protettrice
“sovrapposta. Essa sembra così antica, come .il muro di cui fa parte, ed.
“ha forma molto simile a quella della cornice che circondava lo stemma
“di Ezzelino, del quale il Verci ha dato la figura. È lecito supporre, che
“entro a quella cornice fosse pure uno stemma, forse quello di Ezzelino;.
“e che esso sia stato distrutto a colpi di martello, forse subito dopo la
“ cacciata del tiranno? ,,î Ho già notato che lo stemma deve essere stato
cancellato nell’infausto 1797; osservo ora che il Lorenzoni pubblicò le sue .
notizie sul castello quando il mio studio sul creduto stemma degli Ezzelini
non era ancora stato licenziato al pubblico, e quindi per quanto riguarda
gli stemmi egli segui la vecchia tradizione.
Dalla fotografia che io presi di quella pietra risulta che lo stemma era
1 Prof. GIUSEPPE LORENZONI, I castello di Padova e le sue condizioni verso la fine del-
secolo decimottavo, pag. 30, Padova, 1896.
2 LORENZONI, Op. cit., pag. 12.
#AFATÙ) QUESITI ARALDICI
identico agli altri due, col cimiero dello struzzo fra due penne. Non essendo
‘questo stemma murato sulla torre, ma in prossimità di questa; trovandosi
il secondo, ora nel Museo civico, sopra la porta della torre minore, ed il
terzo nella loggia del castello; provato che quegli stemmi appartengono a
Luigi il Grande re d’ Ungheria, è pure provato che la torre minore, la
loggia e i locali adiacenti alla torre maggiore non furono eretti da Ezze-
lino, ma da Francesco da Carrara. Ben poca cosa doveva rimanere del
castello ecceliniano se gli stessi cronisti contemporanei non lo dicono re-
staurato, ma edificato dal Carrarese.
Il Gheno rimanda ad un’altra volta dne parole di risposta alla nota
della Direzione della Rivista, inserita nel fascicolo di giugno. Non mi pare
che la Direzione voglia trascinare la questione in un terreno più arduo, e rin-
graziando il signor conte Pasini-Frassoni, che ancora una volta ha voluto
accettare le mie conclusioni, che cioè “lo stemma del castello di Padova
indubbiamente appartenne ai re d’ Ungheria,,, “ancorchè Arpo, provato
“stipite degli Ezzelini, fosse ‘derivato dagli Arpadi e potesse averne con-
“tinuato lo stemma, che è una delle tante supposizioni che si affacciano,
“avrebbe certamente usato le fascie ma non mai i gigli che vennero inne-
stati a quello stemma dopo il ma“trimonio di Maria con Carlo II d’Angiò
re di Napoli ( 18309).,,
Il signor conte Pasini-Frassoni, nel suo recente viaggio attraverso
l’Italia ha visitato molte biblioteche e mi favorì poi parecchi stemmi
attribuiti agli Ezzelini. Sono riproduzioni dell'arma d’ Ungheria, colla dif-
ferenza che molto spesso il fasciato è mutato in bandato di verde e d’oro,
o d’oro e d’argento, o di rosso e d’oro. Un’arma sola è d’argento, bordata
di rosso, al grifone alato, pure di rosso. Tutti questi stemmi hanno lo stesso
valore di quei sette attribuiti agli Ezzelini dal De Marchi e pubblicati nella
tavola XIV dei citati Cenni storici delle famiglie di Padova.
Mi colpì però un'arma attribuita agli Ezzelini da un manoscritto della
Biblioteca di Verona: bandato d’argento e d'oro di otto pezzi, lo scudo in cuore
ad un'aquila di nero, coronata e membrata d’oro. Che sia questo il vero stemma
‘degli Ezzelini? Osservo che appunto il preteso Cortelerio ci dice che l’arma
ecceliniana era composta di traverse azzurre e verdi; Zambon de’ Fava-
foschi ci dice poi che le traverse erano sei, tre verdi e tre d’oro. Queste
traverse o bande — e non fascie come nello stemma del castello di Padova
— le troviamo ora in cuore ad un’aquila. L'arma del codice di Verona
avvalorerebbe quindi l'opinione esposta nella mia dissertazione che “ l’aquila,
“come attesta Rolandino, doveva essere l'insegna di Ezzelino III e la di-
“ visa della sua famiglia. ,
Pareva che a questa conclusione dovesse pur venire il Gheno, quando
‘nella sua replica a G. de Isola, inserita nel fascicolo di aprile, accennava
.ad uno stemma, d’ignota famiglia, coll’aquila nera in campo d’oro, e sog-
NIE e SEEN È PIC POT:
riattare dei
QUESITI ARALDICI CEL
‘giungeva tosto: “non dispero in altro momento di poter provare, per via
| “diversa a quella del nobile sig. Franceschetti, che l'arma di Ezzelino III sia
“ stata propriamente l’aquila imperiale. ,, Io lo prego quindi vivamente di
tener conto della sua promessa e di non dimenticare del tutto lo stemma
«dell'aquila come, con mia grave sorpresa, ha fatto nella sua controreplica.
Este, 15 ottobre 1904.
FRANcESCO FRANCESCHETTI.
19° (Barone Luigi Carlo de Strens). L'insegna dei patrizi tirolesi è una
‘vera decorazione che si usa pendente dal collo a foggia di commenda con
mastro verde orlato verso. i lembi con due striscie d’oro. Consiste in una
‘aquila d’oro, la testa circondata da una ghirlanda di alloro verde a guisa
di aureola e caricata nel cuore da uno scudetto di smalto bianco con le
lettere in oro F. I. Questo scudetto accostato da due semicerchi trifogliati
«dello stesso smalto. Dalla ghirlanda d’alloro parte un anello e sopra questo
vi è un elmo di acciaio graticolato d’oro, posto di fronte ed attraversante
sul nastro a guisa di trofeo.
32° Al quesito del sig. O. Breton sulla Maschera di ferro risponde l’arti-
‘colo del sig. Aristide Mazzanti a pag. 658 di questo fascicolo.
CRONACA
Nomine. — Il 13 corrente Sua Eminenza il cardinal Serafino Vannu-
‘telli ha consacrato nella cappella del Collegio Inglese, Arcivescovo titolare
di Filadelfia, Mgr. Guglielmo Giles, rettore di detto Collegio.
— Mons. Achille Quadrozzi, abate mitrato di S. Erasmo in Veroli, è
stato nominato vescovo di Fossombrone.
— Il R. D. Carlo Castelli preposito parroco di Busto Arsizio nell’arci-
diocesi di Milano è stato nominato vescovo di Bobbio.
— Mons. Scipione Teschi e mons. Ermete Binzecher sono stati nomi-
nati abbreviatori del Parco Maggiore. |
— Mons. Michele Faloci Pulignani è stato nominato prelato domestico
di Sua Santità. i
— Ilcan. D. Giuseppe De Felici di Frascati e il reverendo don Pietro di
Maria, rettore del Collegio Boemo in Roma sono stati nominati camerieri
segreti soprannumerari di Sua Santità.
(12 CRONACA
Onorificenze. — Ordine di San Gregorio Magno: Il sig. Paolo Marti-
nucci è stato decorato della croce di cavaliere.
— Ordine del Santo Sepolcro: Il cav. Giovanni La Motta, barone di
San Silvestro, è stato insignito del grado di Commendatore.
— Ordine della Stella Polare di Svezia: Mons. Mariano Ugolini della
biblioteca Vaticana per i suoi lavori letterari è stato decorato della croce
di cavaliere.
Necrologio. — Il 15 corrente rendeva l’anima a Dio Sua Eminenza
Revma il sig. cardinale Mario Mocenni. Il giorno 17 vi furono i funerali
nella Chiesa di Santa Maria in Traspontina. La messa di requiem venne
pontificata dall'arcivescovo Costantini, elemosiniere di Sua Santità, e l’asso-
luzione venne impartita da Sua Em. il sig. cardinale Vannutelli Serafino,
sotto decano del Sacro Collegio. Assistevano alla funzione tutti i cardinali
residenti in curia e l’intiero Corpo diplomatico accreditato presso la
Santa Sede.
— Il telegrafo ci porta la dolorosa notizia della
morte dell’illustre Generale Conte Luigi Palma
di Cesnola, direttore del Metropolitan Museum
of Art di New-York. Ci eravamo occupati re-
centemente di lui e dei suoi meriti insigni nel
Ta fascicolo di agosto di questa Rivista. Apparte-
"% 4 neva ad una delle più illustri tamiglie del Ca-
navese, divisa nei due rami dei conti di Cesnola
e dei conti di Borgofranco. L’illustre estinto
ero insignito di altissime onoreficenze ed era membro delle più importanti
accademie scientifiche. Lascia due figlie: Eugenia Gabriella sposa al signor
Alfredo Dalcambre e Luisa nubile. I fratelli del Conte Luigi sono il ca-
valiere Flaminio sposo di Elisabetta Marenco dei conti di Moriondo e il
cav. Alessandro Tenente Colonnello nella riserva sposo alla nobile Au-
gusta Lawrence.
Vivissime condoglianze alla desolata famiglia.
Varie. — Il compianto sig. Emilio nobile Granello, di Genova, padre
del nostro egregio amico sig. avv. Giuseppe e prossimo congiunto di Sua
Ecc. mons. arcivescovo di Seleucia Fr. Tommaso Maria Granello; non pago
di lasciare l'esempio della sua instancabile operosità e della sua onestà in- —
temerata volle disporre per testamento di un munifico legato di lire cen-
tomila a favore del magistrato di misericordia di Genova per la educazione
di zitelle povere.
Roma. — Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice, via Federico Cesi, 45.
DISSERTAZIONI STORICHE-GENEALOGICHE
»
Y-A-T-IL ENCORE DES LUSIGNAN?'
Voilà ce que je me suis demandé en
lisant presque tous les ouvrages des histo-
riens qui se sont occupé de cette maison
que Brantòme il y a plus de trois cents
ans considérait comme la plus illustre
d'Europe. Il y a une trentaine d’années
on était persuadé que cette race royale
s'était éteinte en 1474. Cependant M. de
Mas-Latrie dans son Histoire de Chypre, mit au jour plusieurs
manuscrits du temps de la domination vénitienne, dans lesquels
il est dit que parmi les principaux seigneurs de l’île se trouvaient
au xvI° siécle des membres de la maison de Lusignan.
En effet on trouve encore à Turin des lettres adressées en 1611
au comte de Mombasile par Christodoulos de Lusignan, arche-
véque de Chypre, et en 1573 le Père Etienne de Lusignan publia
à Bologne et en 1580 è Paris une description de l’île de Chypre.
Mais voilà que pendant trente années du dernier siècle, de 1846
è 1876 il fut souvent question d’un prince Léon de Lusignan
qui fit beaucoup de dupes, subit des condamnations dans diverses
capitales de l'Europe et mourut indigent dans un hòpital de
Milan laissant plusieurs enfants naturels dont le dernier était
il y a quelques années garcon de café à Milan.
?
® NB. Pubblichiamo volentieri questo scritto per quello spirito d’impar-
zialità che regola la nostra pubblicazione, senza perciò assumere alcuna
responsabilità sul valore degli argomenti portati dall’autore.
Si tratta di una questione storica di non comune importanza e acco-
glieremo con piacere gli scritti che ci saranno inviati per delucidarla.
Rivista del Collegio Araldico (dicembre 1904). i 45
(14 Y-A-T-IL ENCORE DES LUSIGNAN?
C'est peut-étre cette singulière imposture si récente qui poussa
le public è se meéfier de l’authenticité du nom de prince de Lu-
signan sous lequel apparurent à l’impreviste les frèéres Léon, Guy-
Ambroise et Corène, connus-jusqu'alors sous le nom de Calfa
Nar-Bey.
Le Vicomte Révérend dans son Annuatre de la noblesse de
France (1899) a publié la légende de ces frères — ce n’est pas
la première fois que le succésseur du regretté Borel d’Hauterive
publie des légendes, è titre de curiosité historique sans aucun
doute! i
M. Hermerin, directeur de l Annuaire de la noblesse de Russte,
a son tour, nous donne une version à peu près pareille dans son
Histoire des princes de Lusignan (St.-Petersbourg, 1903, in-3), qui
malgré son titre retentissant n’est qu’une brochure de quelques
pages.
L’auteur affirme que le prince Michel de Lusignan, fils de
feu. le prince royal Louis, est le seul et véritable prince de cette
maison qui se tint cachée sous le nom de Calfa Nar-Bey, pen-
dant les dernièrs siècles è cause de la persecution des turcs et
qui reprit son nom et son rang en 1893.
En effet nous avons .un acte sur parchemin qualifié par les
signataires de certificat royal doré, majesteux et sacré, fait au nom
du Père, du Fils et du St. Esprit, en foi de patentes royales et
d’attestations tirées des archives de la maison de Lusignan.
La pièce est signée par Cyprien Primat de Chypre, par son
assistant Sophronius, par Cyrille patriarche ccumenique, par
onze meétropolitains du S!. Synode de Constantinople et par dix
sept autres membres distingués du clergé orthodoxe de Chypre.
Mais voici ce document:
Au Nom du Père, du Fils et du Saint Esprit. Amen.
» 27 Juillet 1815.
Le Porteur du présent Certificat Royal doré, Monseigneur le Prince
Royal Louis de Lusignan, issu de la Maison de Lusignan, ci-devant Très
Illustres Rois de Jerusalem, de Chypre et d’Arménie, Famille originaire de
France, et dont le Sceptre fut porté en Orient, dans les dits royaumes;
descendant en ligne droite du Roi Janus et de Leurs Majestés les Rois
Y-A-T-IL ENCORE DES LUSIGNAN? (15
. Jacques I et Hugues IV, etc., etc., appartient légitimement à l’Eglise Or-
thodoxe d’Orient et il est né de Parents Orthodoxes.
Le Porteur du présent Certificat est Fils de Son Altesse Royale le Prince
Christodoulos de Lusignan, Sire de l’île de Chypre, etc. — neveu de Mon-
seigneur le Prince Royal Louis, et Son Altesse Royale le Prince Louis est
fils de Monseigneur le Prince Jacques et de Madame la Princesse Eléonore
de Lusignan, neveu de Son Altesse Royale le Prince Pierre, arrière-neveu
de Mgr. le Prince Royal Louis de Lusignan, de Chypre, de Jérusalem et
d’Arménie et Son Altesse le Prince Royal Louis; Sire de l’île de Chypre, etc.,
est fils de Monseigneur le Prince Royal Jacques, neveu de Son Altesse
Royale le Prince Royal Hugues et de Madame la Princesse Marie-Anne,
fils de Pierre de Lusignan de Galilée, et le dit Mgr. le Grand Prince Hu-
gues de Chypre, Comte de Tripoli, etc., est Fils de Son Altesse Royale le
Prince Fhilippe d’Antioche, Sire de l’Ile de Chypre, etc., etc., neveu de Son
Altesse le Prince Royal Pierre et arrière-neveu de Son Altesse Royale le
Prince Jean-Jacques, fils de Mgr. le Prince Royal Jacques et neveu de Son
Altesse Royale le Prince Jacques-le-Sage, et le dit Mgr. le Grand Prince
Royal Jacques-le-Sage, frère du roi Jean II, est fils du Roi Janus neveu de
Jacques I, oncle de Pierre II et frère du Roi Pierre I°" le Grand, etc., ect., etc.
En conséquence le présent certificat majestueux et Sacré Lui a été
délivré sur des Patentes Royales et en vertu de plusieurs anciens Actes et
Attestations qui étaient écrits sur des parchemins dorés et cachetés, con-
cernant la Famille Royale des Lusignan, et qui constatent que le dernier
Rejeton màle de cette Famille très ancienne, glorieuse et puissante est véri-
tablement le susdit Sérénissime Seigneur, Son Altesse le Prince Royal Louis
de Lusignan, de Chypre, de Jérusalem et d’Arménie, etc., etc.
L’An de Gràce MDCCCXV, 27"° jour du mois de Juillet.
È. l’° Liste. Signataires du Certificat Sacré:
1. Cyprien, Archevèque de la Nouvelle Justinian et de tout Chypre. —
2. Sophronius, évéque de Cérines, à Chypre. — 3. Chrysanthe, Archimandrite
du St. diocèse de Chypre. — 4. Joseph, |Archimandrite. — 5. Jean, Archi-
mandrite. — 6. Meletius, Higoumène du St. Monastère Stavropighial! et
royal de Kikka. — (. Denis, Archimandrite. — 8. Anthime, Archimandrite,
— Chypriote, 27 Juillet 1815.
2"° Liste. Signataires du Certificat Sacré:
1. Cyrille, archevéque de Constantinople, la nouvelle Rome et Patriarche
Supréme des Meétropolitains du Concile (Ecuménique. — 2. Philothée de
! C’est-à-dire qui relève immédiatement du St. Synode.
(16 Y-A-T-IL ENCORE DES LUSIGNAN?
Césarée. — 3. Denis d’Ephese. — 4. Mélétius d’Héraclée, — 5. Constantin de
Cyzique. — 6. Athanase de Nicomédie. — 7. Anthîme de Nicée. — 8. Géracime
de Calcédoine. — 9. Grégoire de Derk Dépékiù. — 10. Grégoire de Patras. —
11. Callinique de Posnis Tocteuckiii. Septembre 1815.
a"° Liste. Signataires du Certificat Sacré:
1. Chrysanthe, Métropolitain de Citium Humiuckiù. —2. Chrysanthe, |
Archimandrite. — 3. Panaréète, id. — 4. Christodule, id. — 5. Joseph, id. —
6. Jean, id. — 7. Denis, id. — 8. Néophyte, id. —9. Meletius, Archimandrite
et Higoumène du Saint Stavro Pighial et royal monastère de Kikka (Kikckiù).
— 10. Sophronius, Archimandrite. — 11. Protosynalle Théophile. — 12. Chri-
stodule, Archimandrite. — 13. Philothée, id. — 14. Néophyte, id. Chypriote. —
15. Ch. Jean Liberti, Epitrope du Saint monastère Kisska. — 16. Paîssî,
Haucciù, Archimandrite. — 17. Ezéchiiél, Hiéromonach. — 18. Jacques, id. —
19. Ephrem, id. — 20. Parthénius, id. — 21. Germain, id. — 22. Chrysante,
Archimandrite du Sain archiépiscopat de Chypre. — 23. Sylvestre, Hiéro-
monach.— 24. Sylvestre, id. — 25. Jean, id. — 26. Jean, id. — 27. Meletius,
id. — 28 Léonce, id. — 29. Anthime, Archidiacre. — 30. Chrystodule, Hiéro- |
diacre. — 31. Jean, Hiérodiacre de Chypre. 18 Juillet 1816.
Nous Prince Christodoulos, donnons les présentes aux mains de notre |
cher et bien-aimé fils, Son Altesse le Pce Louis, pour sa sécurité et nous
confirmons ce que est écrit ci-dessus par notre signature et notre sceau.
Signé en langues grecque et francaise
Prince royal Christodoulos de Lusignan.
La traduction de ce document faite par M. King, notaire
public è St.-Petersbourg, y fut légalisée par le ministère des
affaires étrangéres et au Consulat de France le 9 janvier 1878, |
et fut envoyée par le prince Louis, è ses parents Guy, Léon et,
Coréne avec cette déclaration;
Moi, soussigné, Louis de Lusignan, descendant de la branche aînée de ;
la famille royale des Lusignan de Chypre, de Jerusalem et d’Arménie, re- —
connais les princes Léon-Youssouf Nar-Bey de Lusignan, Guy-Ambroise |
Calfa Nar-Bey de Lusignan et Jean-Corènè Calfa Nar-Bey de Lusignan
pour mes parents et cousins de la branche cadette de notre famille royale, |
et je déclare qu’ils ont le droit de porter les armes des Lusignan et de
ET PT] n
Y-A-T-IL ENCORE DES. LUSIGNAN? | TLC
participer a touts les droits, privilèges et honneurs dus à notre famille
royale.
En foi de quoi, je leur ai délivré la présente déclaration en trois éxem-
plaires originaux, contre-signés de mon nom et revètus du sceau royal des
Lusignan.
Signé: Prince royal de Chypre, de Jérusalem et d’Arménie,
Louis de Lusignan.
Cette déclaration fut précédée par une lettre légalisée par
G. King et par le Consulat de France en date du 2 mai 1873,
qui commence en ces termes:
Mes ches neveua,
En ma qualité de chef de la famille royale de Lusignan, Je vous invite
a reprendre ce nom wvénére. C'est là votre droit incontestable, je ne veux plus
désormais que vous hésitiez à en user.
Cette lettre est signée:
Votre affectionné oncle,
Prince Louis de Lusignan.
M. Hermerin reconnait l’oncle et renie les neveux.
Te Vicomte Reéevérend renie l’oncle et les neveux car il a très
bien compris que Louis étant le véeritable prince royal de Chypre
pere du prince Michel vivant, le prince Guy, neveu de Louis est
tout aussi bien Lusignan et prince royal de Chipre.
Je ne parlerai pas ici des Ordres de la maison de Lusignan,
des travaux littéraires du prince Guy, de l’ archevéque Coréne,
et de la princesse Marie. Je me bornerai à demander seulement
à nos lecteurs: ai-je revé? Le document signé par les plus hauts
dignitaires de l’église d’Orient est-il faux? La déclaration de
Louis prince de Lusignan et colonel au service du Zar est-elle
également fausse? Ou bien MM. Hermerin et Révérend ont été
trompés?
Baron ne FoRSENET.
iu à dr $
ARALDICA
STEMMI DI FAMIGLIE NOBILI
DIPINTI NEL CHIOSTRO
DI SAN PIETRO IN CARPINETO
Il convento dei Minori riformati e la chiesa annessa dedicata
a San Pietro apostolo, che sorgono di fronte a Carpineto su amena
collina furono edificate l’anno 1610 a spese del Card. Aldobrandini
feudatario di detto comune. In questo Convento, chiamato grazioso
gioiello dalla Nepote del Cardinale, si ammira tuttora l’apparta- |
mento che occupa tutta la parte anteriore residenza un tempo pre-
diletta dell’istesso Cardinale, che veniva a passarvi alcuni mesì
dell’anno, allontanandosi dai rumori di Roma. Fu rinomato per
un fiorito studio di materie filosofiche e teologiche sì scolastiche
che morali, regolato sempre dai più dotti Religiosi della riforma
francescana In esso, oltre ad un busto marmoreo di San Pietro
apostolo di eccellente scalpello posto sul frontone della facciata
della Chiesa, ammiransi anche una grandiosa sagrestia i cui
armadii furono lavorati da fra Silvestro da Roma, San Francesco
in atto di ricevere le S. Stimmate, quadro di classico pennello, una
ricca biblioteca ed un bel numero dî insigni reliquie ottenute da
varî religiosi, fra i quali i PP. Angelo e Giacomo da Carpi-
neto. Interessante è il chiostro che ha in mezzo la cisterna por-
tante lo stemma degli Aldobrandini, ed intorno sotto le arcate
nelle lunette si ammira in preziosi dipinti storiata la vita di San |
Francesco con due distici latini sotto ogni lunetta, ed i stemmi
sottoposti con i nomi che fanno ad essi corona rivelano i varî
benefattori che concorsero alla spesa di quelle pitture, e le più
PI SR e $
rica dl lente è
Mei
et
STEMMI DI FAMIGLIE NOBILI DI CARPINETO (19
rispettabili e nobili famiglie di Carpineto del 1610 sono ivi segna-
late alla gratitudine dei posteri: e qui sotto ci piace riportarne
1 nomi ed i stemmi. Fra le famiglie che concorsero alla spesa
delle pitture non potevano mancare i conti Pecci ivi stabiliti
fin dal sec. xv e sugli stemmi dei quali, specialmente su quello
del sac. Domenico Pecci, ci fermeremo a parlare più a lungo
in altra occasione.
PRAESEPE AD MATREM PARITURAM NUNCIAT HOSPES
CHRISTIFERAS CULLAS SERAPHICIQUE FACIT
HOC FIERI VOLUIT DOCTOR PIETATE BRIGANTE
ORTUM MIRIFICUM SIGNAT IMAGO MURI (s$7c)
CAROLUS BRIGANTI !
ANGELUS IN TERRAM NOSTRA SUB IMAGINE MISSUS
FRANCISCI UT CUNAS MATRE DOLENTE PARET
POST PARTUM REDIENS LAETUS PEREGRINUS AD ILLAM
| DE SANCTIS NATUM SPONTE LEVAVIT AQUIS
D. LUDOVICUS COLUTIUS?
!Lo stemma Briganti è unito a quello dei Conti, antica famiglia Car-
pinetana. Esso è spaccato: nel 1° di verde a due destrocherî al naturale vestiti
di rosso, moventi uno dal capo ed uno dal fianco destro con le mani con-
giunte in fede, come simbolo di pace; nel 2° d’azzurro a due destrocherî
come sopra, moventi dai fianchi dello scudo, impugnante ognuno di essi una
spada, le lame passate in croce di Sant'Andrea — alla fasciadi rosso attra-
versante sul tutto — nella parte inferiore di questo quarto vi è dipinta
una lettera B, e nella parte inferiore del quarto Conti vi è la lettera C.
?D’azzurro ad un giglio al naturale e a quattro rose di rosso fogliate
di verde, legate di rosso e disposte a ventaglio, accompagnate in capo da
una stella d’oro. Famiglia, a cui appartenne il bravissimo giureconsulto
Giuseppe Coluzzi di Ludovico, che il 6 febbraio 1716 S. E. Mons. Giovanni
| Battista Bassi, Vescovo di Anagni, impalmò con Donna Emilia Pecci, figlia
del Capitano e dottore in legge Bernardino-Antonio Pecci “ ramo S. Angelo .,,
e da questa unione nacquero il Sac. Nicola, il Cav. Giovanni Battista, e
Francesco, i quali con diploma 23 marzo 1757, furono dal potente Cardinale
Albani creati suoi famigliari. Quest’antica famiglia si è estinta in un ramo
Pasquali, oggi Pasquali-Coluzzi.
120 STEMMI DI FAMIGLIE NOBILI DI CARPINETO
VIR PROBUS ET SIMPLEX FRANCISCO TEGMINA PANDIT
UT VIDEAT MOLLES PRAEMERE SAXA PEDES
PARVULUS HIC DICENS EST OMNI DIGNUS HONORE
MOX ETENIM PATRIAE LUMEN ET ORBIS ERIT
R. D. D. DOMINICUS. PECCIUS 5
DUM SIBI FRANCISCUS QUAE PRAEBUIT UNDA SALUTIS
POSTULAT AUGERI TER CRUCIFIXUS AJT
î IAM MEA NUNC AEDES SIGNAT FRANCISCE RUINAM
PROTINUS HANC REPARA SIC MIHI GRATUS ERIS.
SILVESTER DE BENEDICTIS 4
PRAESULIS AD SEDEM NUDUS SUA SPONTE PARENTI
TRADIDIT ET TALES MITTIT AB ORE SONOS:
NOMINE QUO PATRIS IN TERRIS ALIQUANDO VOCAVI
AT MODO COELESTIS SIT MIHI ET INDE PATER
D. JOANNES BAPTISTA CAMPANEA?”
Il Domenico Pecci era sacerdote e cultore delle belle lettere, dottore
in S. teologia ed in utroque jure. Lo stemma è d’azzurro al giglio di Firenze
d’oro, i rosoni che stanno fra le foglie del giglio sono più grandi di quello
che si vede nel giglio fiorentino e sono di rosso, e ve ne è uno a destra
e due a sinistra; a due api d’oro volte in giù in atto di pungere le rose;
il tutto accompagnato in capo da due stelle d’oro. Cosa rimarchevole è che
questo stemma racchiude in sè le rose, il giglio e le stelle dei Pecci di
Siena, da cui quei di Carpineto discendono, e le api o pecchie d’oro, che
portarono nel loro stemma i Pecci Signori di Ormica e di Atonson nelle
Spagne, anch’ essi d’ origine senese, e dai quali discende il B. Pietro fon-
datore dell’ordine Geronimiaco, la Ven. Mayor, il Ven. Alfonso vescovo di
Jaén e quel Stefano Pecci, che si dice sposasse un’ Infante di Spagna. |
*D’azzurro al destrocherio di carnagione. vestito di rosso e tenente una
palma di verde uscente dal fianco sinistro; e al destrocherio in atto di ri- 1
cevere la palma uscente dal fianco destro, il tutto accompagnato in
capo da una cometa d’oro ondeggiante in palo, ed in punta dalle lettere
SV... FID... (corrose).
STEMMI DI FAMIGLIE NOBILI DI CARPINETO (87.31
DUM LATERANENSEM TENET AEDEM TERTIUS INSONS
HANC SOMNUM CAPIENS PRAECIPITARE VIDET
QUAMQUE HUMERIS VIR PANNOSUS DESPECTUS ET ASPER
NE RUAT IN TERRAM SUSTINET IPSE SUIS
D. D. R. DOMINICUS CALDAROTIUS$
ADVOCAT OSTENSUM PER SOMNUM PASTOR HIC ALMUS
QUANDO PETIT NORMAM FRONTE LABENTE PROBAT
CUM SOCIIS TANDEM SERVANDAM HANC ILLE CAPESSIT
INDEONE APOSTOLICUS PRAECO RECEDIT OVANS.
D. D. R. CANONICUS PECCIUS"
CORPORA DUM FRATRUM CARPEBANT FESSA SOPOREM
IGNEUS EN DEFERT CURRUS AD ASTRA SERAPH
QUI TENEBRAS MENTIS POSTQUAM PULSARAT AB ILLO
AVUOLAT ET REDIENS ABDITA CORDA VIDET
M. ANTONIUS FASANELLA *
° Partito: nel 1° d’argento all’albero di verde; al capo d’azzurro coro-
nato di tre stelle d’oro e sostenuto dalla divisa di rosso; nel 2° d’azzurro
alla rosa al naturale, terrazzata di verde ed accompagnata in capo da una
cometa ondeggiante in palo.
°D’azzurro all'aquila al naturale, coronata d’oro, tenente due spade
passate in croce di Sant'Andrea; dal punto ove si congiungono le spade
pende una caldaia di nero. I Caldarozzi furono anch’essi imparentati coi
Pecci. Donna Loreta del dottore Carlo Pecci “ramo S. Nicola ,, il 22 feb-
braio 1684 andò sposa al dottore in legge Domenico Caldarozzi e fu testi-
monio alle nozze il già nominato Sac. D. Domenico Pecci, “ramo S. Angelo ,,
figlio a quel Giovanni, Capitano e dottore in legge emerito, che figura nel
Collegio dei dottori riportato in seguito. Giuseppe Pecci pur’egli Capitano
e dottore in utroque jure, fratello dell'Emilia sposatasi al dottore G. Coluzzi,
it 23 febbraio 1737 si uni in matrimonio con Donna Rosalinda del dottore
Francesco Caldarozzi e di donna Marta Coluzzi e fu testimonio alle nozze,
l'’Eemo. Sig. Ferdinando Ludovisi di Roma. Nel secolo xv i Caldarozzi ap-
pellavansi Petrucci, i quali Petrucci furono anch’essi d’origine senese, e
2]
DO
(NS)
STEMMI DI FAMIGLI]E NOBILI DI CARPINETO
TRUX LUPUS AUCUBII REPLETIS SANGUINE CAMPIS
NON PLUS MACTANDI DAT SINE VOCE FIDEM
VILIBUS INDE CIBIS HUNC PASCUNT UNDIQUE CIVES
SI TENET INNOCUUS CEU TENER AGNUS AGRUM
ANTONIUS DE CAMPANELLIS?
DUM GRAVE NOCTURNA COELUM SUBTEXITUR UMBRA
ANGELUS HUNC TEMPLI MANDAT ADIRE FOCUM.
AT PATER OBSEQUIO STANS PROMPTUS JUSSA FACESSIT
SIC VENIAM JESUS TEMPUS IN OMNE DEDIT
PAULUS CAPOROSCIUS10
A DOMINO MISSUS FRANCISCUS PERGIT AD ALTUM
PONTIFICIS SOLIUM SUPPEDITANDO ROSAS.
OBSTUPUIT PRAESUL CERNENS HAS TEMPORE BRUMAE
ET STATUIT VENIAE QUAM PETIT ISTE DIEM
IOSEPH S. GEORGIUS!!
nel secolo xvin finirono coll’estinguersi in un ramo di Pecci, oggi Pecci-Cal-
darozzi, e precisamente in Bernardino, figlio al suddetto Capitano e dottore
Giuseppe Pecci. I Coluzzi ed i Caldarozzi, dopo le famiglie dei Pecci, furono
le più nobili e ricche del luogo.
" Altro stemma Pecci, d’uzzurro al pino terrazzato di verde, accompa-
gnato da una stella d’oro nel cantone sinistro del capo e addestrato ad
una pianta di rosa fiorita di due pezzi.
*D’azzurro all’albero terrazzato di verde e al fagiano al naturale pas-
sante dinanzi al tronco.
° D’azzurro al campanello d’argento.
!° D'argento al destrocherîo, di carnagione, con l'indice teso, vestito di
rosso, posto in palo, uscente dalla punta, addestrato dalle lettere F E e
sinistrate dalle lettere D E di nero.
!! D’argento al San Giorgio a cavallo in atto di atterrare il drago.
2 Altro stemma della famiglia Caporossi, d’azzurro alla colonna d’ar-
gento sostenente tre monticelli d’oro ed accostata a destra da un ramo di
alloro e a sinistra da un ramo di palma moventi dalla base della colonna.
|
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lee e n na
RON
IE il E
iena iii
seit
at ii MA
bela dd ti nel
|
STEMMI DI FAMIGLIE NOBILI DI CARPINETO (23
PONTIFICIS JUSSU VENIUNT VULGARE KALENDIS
AUGUSTI VENIAM QUAM DEDIT IPSE DEUS
UNANIMES PRAECONIA SPARGUNT HUIUS IN AEVUM
CUNCTI DUM CONTRA VOCIBUS IRE PARANT
D. PETRUS CAPOROSCIUS !?
LIMINA DUM REDEUNT FACTO SERMONE PARENTES
INGENITUM FUNCTUM FONTE CREMANTE VIDENT
DESUPER ADMONITUS VIR SANCTUS MALA REPOSCIT
SUSCITAT ET PUERUM QUI DARET ISTA SIBI
D. ANTONIUS DE PROSPERIS !3
PRESBYTER IMPURUS GEDEONIS NOMINE DICTUS
POSTULAT INFIRMO TRADERE SIGNA CRUCIS
DAT PATER ET SANUS MOX UT PRAEDIXERAT ALMUS
AD LAPSUM REDIENS AEDE REPENTE PERIT
D. DOMINICUS MERCURIUS!*
1° D’azzurro alla cometa d’oro sostenuta da un crescente d’argento ed
accompagnata in punta da un mare d’argento. Altri Prosperi sono a Cori
ed usano il medesimo stemma, come pure l’usano i Prosperi di Velletri
provenienti da Cori. ma con qualche variante, ed è spaccato d’azzurro e
d’argento alla fascia d’oro attraversante sulla partizione, accompagnata in
capo da un crescente d’argento, addestrato di una cometa d’oro colla coda
volta a sinistra, ed in punta da un mare agitato d’azzurro. Giulio Prosperi
di Carpineto il 16 marzo 1607 fu ascritto alla nobiltà romana e si stabili in
Velletri, dove la sua discendenza finì nella nobile casata Celli-Gagliardi.
Il Cavaliere e Maggiore Vincenzo Prosperi-Buzzi di Cori, fratello di Anna
madre di Leone XIII e la cui famiglia fin dal secolo xvi era nobile romana,
sposò Maddalena Prosperi-Celli-Gagliardi figlia ereditiera, e formò la fa-
miglia Prosperi-Buzzi-Prosperi-Celli-Gagliardi di Velletri, oggi rappresentata
da Maria Maddalena maritata al signor Ernesto De Bonis, consigliere alla
Camera di Commercio di Roma. I Prosperi-Buzzi di Cori si dicono discesi
dal celebre tribuno Cola di Rienzo, ed usano anche altro stemma, cioè d’az-
zurro a due leoni d’oro affrontati tenenti un cuore di rosso accompagnati
in eapo da una cometa d’oro ondeggiante in palo.
(24 STEMMI ‘DI FAMIGLIE NOBILI DI CARPINETO
CLARA PUDICA DAPES CUM SANCTUS SUMIT HIC ANTE
PRAEDICAT ET CUNCTOS EXTASIS ALTA TENET
IGNEUS HIS HABITIS TOTAM GLOBUS OCCUPAT AEDEM
ET CURRENS POPULUS MOX NIHIL ESSE VIDET
SALVATOR PORTA !°
ACCIPIT IN MONTIS FRANCISCUS VERTICE NORMAM
ARTEM VIVENDI QUAE DARET INDE SUIS
UNANIMES RENUUNT ELIAS ATQUE SODALES
AT DEUS UT SERVENT VOCE TONANTE JUBET
SANCTUS ET LEO TCAVILLUCCI !°
DUM DUPLICES FRANCISCUS TENDIT AD AETHERA PALMAS
PROTINUS EN COELI JESUS AB ARCE VENIT
QUI PROPERANS HUMILI QUAE PASSUS VULNERA FIGIT
PARTIBUS IN QUEIS JAM DETULIT IPSE PRIUS
CONVENTUS!"
!* D’azzurro al destrocherîo di carnagione, tenente un caduceo d’oro in
palo, col motto sopra un nastro ondeggiante attraversante in fascia CON-
CILIAT ANIMOS.
!° D'azzurro alla porta aperta d’oro. Famiglia del celebre medico Lorenzo
Porta ricordato in una lunga lapide sepolcrale, che i figli Lodovico dottore
in medicina, Biagio dottore in legge, e Giov. Battista capitano fecero porre
nella Chiesa di Sant'Angelo a Carpineto, dove è detto che. morì nello stesso
giorno nalla stessa ora e nello stesso momento della propria consorte.
Maria Prosperi. Vari
16 Spaccato: nel 1° d’azzurro al cavallo passante d’argento e nel 2° d’az-
zurro alla fascia d’argento; alla fascia di rosso attraversante sulla partizione.
!" Lo stemma del Convento è quello della religione francescana.
15 D’azzurro all’agnello pasquale d’argento, tenente una banderuola dello
stesso crociata di rosso.
!° D’azzurro alla rosa di rosso fogliata di verde accompagnata in capo
da una cometa d’oro ondeggiante in parte.
°° Partito: nel 1° di argento al ramo di palma di verde in palo; nel
2° d’azzurro al compasso d’oro aperto in palo, le punte volte all’ingiù»
STEMMI DI FAMIGLIE NOBILI DI CARPINETO (25
NOBILIS ADVENTUM ROMANAE PROSPICIT AEGER
QUAE CUPIT. HAEC PARITER FERTO MONENTE DEO
GIORGIUS HOC VOLUIT GERMANUS ET OMNIA JOSEPH
ANGELUS HIC LECTOR CARMINA SCRIPTA DEDIT
D. GIORGIUS ANGELI !
AD MORTEM PROPERANS NUDUS LUCTARE PEROPTANS
PER NUDUM STERNIT LANGUIDA MEMBRA SOLUM
ANTE DIEM FESTUM VULT REGIS PSALMUM ET IN ILLIS
ME EXPECTANT JUSTI PERGIT AD ASTRA SERAPH
PETRUS ROSSETTUS!°
FOEMINA FRANCISCI VOTIS AD MUNERA VITAE
SURGENS PRESBYTERO CRIMINA TECTA REFERT
POST ITERUM MORIENS SICUT PRAEDIXERAT ANTE
SPIRITUS AETERNI TENDIT AD ASTRA POLI
CAROLUS ET JOSEPH SENECA?
21 D’azzurro alla fascia di rosso accompagnata in capo da una colomba
volante d’argento rivolta tenente nel becco un ramo di ulivo di verde; ed
in punta da un sole d’oro uscente da un terreno di verde sinistrato da un
leone giacente d’oro. Il nome è corroso dal tempo e non abbiamo potuto
verificare a chi appartenga tale stemma.
°° D’azzurro a tre stelle, a 8 punte d’oro.
23 D’azzurro & cinque libri posti uno sopra l’altro, rilegati il 2° e il 3°
di rosso, gli altri d’argento, nel primo le lettere QUOD LIBET, sopra
ognuno degli altri SENTENT. e una pianta fiorita di tre gigli uscente in
capo. Intorno vi ha una bordura con i nomi dei dottori che componevano
il collegio cioè: Dom. Joan Peccius; Dom. P.P.Justus. Dom. J. Joannius;
Dom. F. Rossetus: Dom. A. Capor (0880), Dom. J. Terillusj Dom. N. Pazzius;
Dom. Paulus Patreus, Dom. N. Justus. Oltre a questi dottori in legge ed
a molti altri personaggi spettanti alle illustri famiglie dei Conti Pecci, che,
distinguendosi, salirono alle prime Dignità civili, militari ed ecclesiastiche.
| Carpineto diè i natali ad un Marc’Antonio Cione ottimo giureconsulto, ad
un Francesco Leopardi intimo famigliare di Alessandro VII, a Sebastiano
Leopardi Arcidiacono di Sezze quindi Vescovo di Venafro, ad Alessandro
Porcari eccellente fisico e poeta che pubblicò un poema in lode del Card.
Ipp. Aldobrandini ad un Antonio Gozzi protomedico nel 1670 ed Archiatro
(26 STEMMI Di FAMIGLIE NOBILI DI CARPINETO
IMPIUS IN FRATRES SAEVIT FRANCISCUS AT ALTUM
HUIC PAULI JUSSU DISSECAT ENSE CAPUT
FRANCISCUS TIBURTINUS SERBUCIUS OMNES
HANC SIBI POST FORMAS EXPRIMIT ARTE PIUS?!
SPOLETI NATUM DEFORMEM FOEMINA PLORAT
PROPITIUMQUE SIBI POSTULAT ESSE PATREM
COMMISERANS LACRYMAS PER SOMNUM TERQUE QUATERQUE.
ADMONET UT TERGAT, TERGIT ET ISTE VALET
DOMINICUS ANTONIUS MACARIUS
DUM CUPUAE GENITUS FATIS AGITATUS INIQUIS
AD RIPAM LUDIT FUNDITUR AMNIS AQUIS
MORTUUS EXTRAITUR VOTISQUE AD SIDERA MISSIS
PER SANCTUM SURGIT PROTINUS ANTE SUOS
UNIVERSITAS DOCTORUM 3
pontificio, al P. Angelo Seneca primo custode della riforma romana dei
Minori Osservanti nel 1618 e poi Definitore Generale, al P. Giacomo da Car-
pineto predicatore e teologo di merito ed autore di un poema epitalamico
ed imeneo, dato alle stampe nel 16838, e fatto in occasione delle nozze
tra D. Ramiro Gusman duca di Medina de las Torres Vice-Re di Napoli
con la signora Donna Anna Carafa principessa di Stigliano e Sabio-
neta, nonchè ad altri, che si segnalarono nelle armi, come ad un Fran-
cesco Conti, Colonnello dei veneziani nella lunga guerra di Candia,
ad Alessandro Conti, nipote del precedente, al servizio della stessa Repub-
blica col titolo di Colonnello nella guerra di Coifù, a Pietro Paolo Bri-
ganti-Conti, capitano ed ingegnere veneto, che militò in levante sotto le
stesse bandiere, ed a molti e molti altri, che si distinsero nelle armi, nelle
leggi, nelle lettere, nelle scienze sacre e profane, onorando la patria, la
curia, le cattedre ed i pulpiti. Dai documenti del 1400, non essendovene
altri anteriori in Carpineto, s’intravede che questo luogo in tempi più remoti
doveva essere assai importante, giacchè s'incontrano ad ogni passo perso-
naggi di fama, ecc. Vi fiorirono altri conventi, come quello degli Agosti-
niani e quello dei Cistercensi in contrada Valvisciolo, ecc., ed ivi il 5 febbraio
1379 dalle milizie di Urbano VI “che animate dalla calda parola della
Vergine senese S. Caterina, aveano preso le armi nella Compagnia di San
Giorgio ,, furono sconfitte le masnade di brettoni e guasconi a soldo di
RENI EE Pea
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STEMMI DI FAMIGLIE NOBILI DI CARPINETO
ASSISIUM PERGENS FRANCISCI VISITAT ARTUS
PONTIFKICUM QUINTUS NOMINE NICOLAUS
HIC GEMIT HIC ORAT DEPULSIS PONTIFICATUS
INNUMERABILIBUS SOLLICITUDINIBUS
D. D. IOANNES BAPTISTA B.?4
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TEMPORIBUS FRACTIS PER SAXUM TEMPORE BACCI
LABITUR INFELIX EXANIMISQUE JACET
TOLLITUR OPPRESSUS MAGNO SUB PONDERE NATUS
POSTQUE PATRIS DICTO NOMINE SALVUS ADEST
ANTONIUS DE SIMONIBUS?5
SI FRANCISCANOS PERQUIRIS NOSCERE LECTOR
PONTIFICES SUMMOS QUATUOR ORDO DEDIT
ISTIUS HAERUM PECCIUS ARCHIPRESBYTER EXTAT
QUI MERITO FRATRUM MUNERA DOCTOR AGIT °°
MricHELE Pecci.
Roberto di Ginevra, antipapa Clemente VII capitanate da Cola o Niccola
di Ceccano, e fu questo fatto d’armi il prodromo della gloriosa vittoria
riportata il 29 aprile 1397 da Alberico di Barbiano sotto Marino. La vittoria
di Carpineto fu annunziata agii Orvietani con lettera di Rinaldo Orsini,
rettore della provincia del patrimonio con data Trebis die VII Februarii.. .
24 D’azzurro a tre spighe d’oro uscenti da un nastro rosso in cui sta
scritto: cuneris opus. È lo stemma dei Bernabei. Il dott." Giov. Battista fu
medico eccellente.
2° D’azzurro alla fontana d’argento, accompagnata in punta da una pe-
cora passante d’argento.
26 Altro stemma Pecci, d’azzurro al pino di verde addestrato da due
rose di rosso fogliate di verde, moventi dal terreno. In casa Pecci si vede
questo stemma con la cometa, con una stella e con due gigli. E talvolta
il solo giglio con le roseele stelle. Il sommo Pontefice Leone XIII e prima
di lui monsignor Pecci sepolto alle stimmate portarono oltre il pino, i gigli
e la cometa, la fascia d’argento, sopprimendo le rose. Anna-Maria Pecci
sorella all’immortale Pontefice Leone XIII il 18 maggio 1826 si unì in
matrimonio col Gonfaloniere Michelangelo Pecci di Carpineto, derivante
dallo stesso stipite.
BIOGRAFIA
IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI
Ricordare con parole di lode
coloro che spesero il meglio
della vita a vantaggio dell’uman
genere non solamente è obbligo
strettissimo di gratitudine, ma
torna eziandio a grande utilità
de’ nascenti ingegni. Imperoc-
chè, posti loro innanzi esempi
‘imitabili di quegli ottimi, si
sentano mossi a mettersi solle-
citamente sulle loro traccie, per
essere un giorno di conforto ai simili e di ornamento alla patria.
Per questo ci accingiamo a narrare brevemente alcune fra le
principali cose pertinenti alla vita del cardinal Luigi dei conti
Vannicelli-Casoni, ai nostri giorni rapito alla gloria della santa
Sede Romana.
Nacque egli in Amelia il 16 aprile 1801 dal conte Giovanni
Vannicelli e dalla contessa Maria Venturelli-Casoni, famiglie
ambedue illustri, ambedue ascritte al patriziato amerino, ed inoltre
la paterna a quello di Sabina ed al presente anco di Roma, la
materna a quello anche di Sarzana e di Genova.' |
! Nella stirpe Vannicelli esistono memorie di antica e nobile origine,
‘ come quella che si stima del sangue dei Monaldeschi di Orvieto. Niuno
ignora le discordie tra le due fazioni Monaldeschi, guelfa, e Filippesca, ghi-
bellina, che per lungo tempo lacerarono quella cospicua città. Nel 1211, il
Papa Innocenzo III vi mandò il cardinale Gregorio, vescovo di Sabina, per
comporle, e questi colla sua prudenza si adoperò in modo che gli riuscì
stabilire la pace fra loro. Ma dopo pochi anni, divampando di nuove le ire
partigiane, avvenne che Vanno dei Monaldeschi, invaghitosi di una giovi-
;
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IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI (29
Nel seminario vescovile della sua patria compì con lode gli
studi delle amene lettere e della filosofia, ricevette una educa-
zione propria della distinta sua nascita, e col crescere degli anni
spiegò la vocazione per lo stato ecclesiastico ed il desiderio di
servire la Santa Sede, come avevano fatto i suoi antenati. Tra-
sferitosi in Roma presso i sacerdoti della Missione attese allo studio
della teologia e del diritto canonico e civile, dando ottimo saggio
di sè medesimo sì per religiose sì per civili virtù. Conseguì nel
1529, giovinetto ancora, le insegne prelatizie e fu nominato cano-
netta della prosapia Filippeschi, la tolse in moglie, ed, abbandonata Orvieto,
fissò la sua dimora in Lugnano della Teverina ed assunse il nome di Van-
nicello.
Nel 1293, essendo stato aspramente danneggiato Lugnano dagli Ame-
rini, Vannicello implorò l’aiuto dei suoi zii Pepo e Sceo Monaldeschi, capi-
tano l’uno di cavalleria e l’altro di fanteria in Orvieto, e amorevolmente
accolto ne ebbe soccorso di armati, sicchè gli Amerini furono obbligati di
pagare a Lugnano vistosa somma di danaro per indennizzo dei danni arre-
cati. Allora fu che avvenne di nuovo la pace tra le fazioni rivali. Vanni-
cello la raffigurò nell’arme gentilizia mettendovi due teste di uomo, l’uno
moro, l'altro bianco, insieme unite da un cerchio d’argento in campo d’oro,
aggiungendo sopra lo scudo in cimiero un angelo con la spada in mano
e la epigrafe: SEMPER ERIS FIRMA. A questo stemma aggiunse poi il cardinal
Luigi la torre d’argento in camp azzurro, propria dei Casoni. L’antico
stemma Vannicelli, d’argento a tre sbarre di nero, fu posto nella parte infe-
riore dello scudo. Questa tradizione, sette volte secolare, trovasi documen-
tata nell'archivio Vannicelli in Lugnano Teverina: Notizie storiche della
famiglia Vannicelli-Casoni- Trulli, fasc. 81, $$ II, III, IV, V; Processo per
Odoardo Vannicelli del 30 maggio 1661 per vestir l'abito di S. Benedetto d’Avis ;
Processo pel conte Francesco Vannicelli del 1845 cavaliere di giustizia del so-
vrano ordine gerosolomitano di San Giovanni, detto di Malta; G. MoRroNI,
Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. LXIX, pag. 49-50; G. Gior-
DANI, Pitture della sala Farnese in Bologna, Bologna 1845, pag. 59; L. Bo-
RELLI, Il cardinale Luigi Vannicelli-Casoni arcivescovo di Ferrara, Memorie
storiche, Ferrara 1881. pag. 61-65.
! Monsignor Luigi Vannicelli-Casoni nasceva dalla contessa Venturelli-
Casoni figlia della superstite dei due cardinali Lorenzo e Filippo Casoni,
famiglia che già aveva dato alla corte romana quell’illustre prelato che
fa Nicola Casoni, zio di entrambi, al quale, divenuto decano del collegio
dei Chierici di Camera e presidente delle Strade, era riservato uno splen-
dido avvenire, se la morte non avesse troncato il filo dei suoi giorni (Il
Patriziato cattolico,, anno III, febbraio 1900, n. II, pag. 7-11).
Rivista del Collegio Araldico (dicembre 1904). 46
(30 IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI
nico della patriarcale basilica vaticana. Quindi, ordinato sacerdote e
celebrata la prima messa, con riputazione percorse quelle cariche, |
le quali erano via e grado ai ministeri maggiori. Da prima pre-
lato potente della Congregazione del Buon Governo, Referendario
dell’una e l’altra Segnatura e poi Votante della medesima, nel 1834
Consultore della Congregazione dei Vescovi e Regolari, Abbre-
viatore del Parco Maggiore, successivamente. Protonotario apo-
stolico; nel 1835 vicecommissario delle quattro legazioni con
residenza in Bologna, indi prolegato di tal città, sino al 1838.
Avendo sortito un’indole mite e gentile, accompagnata da
molto ingegno, mostrò sin d’allora qual fosse il suo animo,
quanto desideroso del pubblico bene nei gravi e difficili uffici
affidatigli di preside di varie provincie, che governò con saggezza
tale, che compiuta la sua missione, quelle città, mosse dall’egregia
gesta di lui, gliene mostrarono onorevolissimi attestati di grati-
tudine. |
Proseguiva monsignor Vannicelli-Casoni, come ognun vede,
a dare stupendi saggi di sè ed a crescere in bella fama per quanto
aveva operato a prò dei suoi amministrati, di modo che gua-
dagnavasi ad un tempo l’estimazione dei popoli e la soddisfa-
zione pontificia. Per la quale ragione il supremo gerarca Gre-
gorio XVI gli affidava il gravissimo e sommo incarico di pro-
governatore di Roma nel 1838. Ma non andò guari che fu ele-
vato all'ufficio di governatore, direttore generale di polizia e
vicecamerlengo di Santa Romana Chiesa.' Dedicatosi alacremente
a mantenere nella metropoli del cristianesimo la pubblica sicu-
rezza tanto necessaria alla quiete dei cittadini ed alla tranquil-
lità degli stranieri che continuamente vi accorrevano per appa-
gare le loro aspirazioni religiose, assistere alla magnificenza delle
! A quell’importante carica era unita la presidenza del tribunale del
governo, quella della deputazione dei pubblici spettacoli e del consiglio supe-
riore dsi Carabinieri (I. ConeLLO, Notitia Cardinalatus, cap. XL). In seguito il È
governatore di Roma fu anche chiamato a far parte del Consiglio dei mi-
nistri. È questo il luogo di rammentare, che tra le saggie disposizioni dal
prelato Vannicelli-Casoni emanate nel suo ministero vi fu un regolamento |
pubblicato il 9 giugno 1841, riguardante i passaporti e la vigilanza sulle
porte di Roma (G. MoronI, op. cit., vol. LIX, pag. 167.
IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI (91
sacre funzioni ed ammirare lo splendore dei monumenti, non
risparmio fatica alcuna, non attenzione, non assiduità nell’accu-
rato adempimento delle proprie incombenze.
Pieno pertanto di meriti segnalatissimi, il Sommo Pontefice
lo pubblicò cardinale nel Concistoro del 24 gennaio 1842, aven-
dolo già creato e riservato in petto il 28 settembre 1889. Gli
conferì il titolo, già da lui portato nel cardinalato, di San Calisto
e gli assegnò le Congregazioni dei Vescovi e dei Regolari, del
Concilio, delle Indulgenze e Sacre Reliquie e della Fabbrica di
San Pietro.
Il sovrano ordine gerosolimitano di San Giovanni, in vista
delle cospicue azioni, della generosa nobiltà e delle onorificenze
conseguite dai maggiori, volle attribuirgli le insegne di onore
e di devozione.
In quel medesimo anno 1842, il cardinale Vannicelli-Casoni
ebbe la Legazione Apostolica di Forlì, e poi di Bologna che
governò sino al 1845 paternamente e saggiamente.
In Bologna era unanime il desiderio che la sala Farnese, che
dà adito all'appartamento dei presidi di questa città e provincia
fosse decorosamente restaurata, e le pitture, che, in essa sala,
rammemorano alcuni dei più gloriosi periodi della storia bolo-
gnese, si togliessero dal deplorabile squallore in cui furono ri-
dotte. Riserbavasi alla munificenza del cardînal Vannicelli-Casoni
ritornare la mentovata sala a nuova vita ed al pristino splen-
dore.! Vi fece ristabilire le interessanti pitture, acciò il dignitoso
! Questa vasta sala, chiamata Farnese dalla statua designata dalla gra-
titudine Felsinea ed in memoria dei regi adornamenti fattivi dal cardinal
legato Girolamo Farnese nel 1690, nella prima decade del secolo decimot-
tavo il cardinal Lorenzo Casoni legato di Bologna, delle arti liberali cul-
tore e proteggitore, fece restaurare le pitture che avevano sofferto non poco
i danni del tempo, e di quel restauro rimase sino ai nostri tempi la grata
ricordanza per la iscrizione posta su di una parete vicino all'ingresso:
Clemente XI Pontifice Maxmo || Laurentius S. R. E. Card. Casonus Bo-
noniae De Latere Leg.|| Ilustria Eiusdem Urbis Monumenta || Quae Superiore
Saeculo In Hac Aula Affabre Depicta || Temporum Iniuria Pene Interie-
ranl || A Squalore Detersa Et Restaurata || Pristino Nitori Restituit || Anno
Domini MDCCX.
Le politiche vicissitudini, che al finire di quel secolo mutarono faccia
in tante guise all’ Europa tutta e portarono molti cangiamenti di correla-
(32 IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI
luogo stesse in corrispondenza col decoro signorile delle grandi
sale, le quali, oltre i molti uffici, componevano il palazzo gover-
nativo; fece porre in dipinto sui vani dei cassettoni della spa-
ziosa soffitta le armi gentilizie dei Romani Pontefici che hanno
regnato da Alessandro VII sino a Gregorio XVI, collocando
inoltre con bella disposizione, per far corona, gli stemmi in più
piccola forma dei cardinali legati dei pontefici stessi al governo
di Bologna. Volendosi poi porvi una statua che avesse. rap-
porto al tempo della Legazione del predetto cardinal Farnese,
in mancanza di quella distrutta di Paolo III, ed a sostituzione
di quella, venne ornata la sala coll’ altra di Alessandro VII
allora regnante. ! Fece inoltre riattare San Michele in Bosco,
ed efficacemente cooperò perchè a più. grandioso e convenevole
abbellimento fosse riordinato l’ edificio dell’Accademia di Belle
zione sui pubblici edifici, lasciarono anco nel palazzo governativo di Bologna
non dubbie traccie di novazione e di disordine, laonde si vide la sala Far-
nese caduta in totale abbandono e le pitture sue per tanto tempo ammi-
rate soffrirono notevole deperimento (G. GrorDANI, Pitture della sala Farnese,
op. cit., pag. 20).
! Questa statua era stata innalzata dal menzionato cardinal legato
Farnese nell’attigua sala degli alabardieri. Per animo devoto e riconoscente
il cardinal Vannicelli la fe’ allogare nella sala Farnese con onorevole suo
compiacimento, non solo per ricordare, che le pitture allora restaurate ven-
nero eseguite al tempo di quel Pontefice, ma anche per grata memoria del-
l'illustre suo antenato cavalier Giovanni Vannicelli, il quale era tenuto
dal Pontefice stesso in grande stima e favore.
Occorre rammentare, come, asceso Giovanni IV duca di Borgogna sul
trono di Portogallo, Giovanni Vannicelli, figlio di Stefano, valoroso capi,
tano di Orvieto, che tanto operò nella spedizione contro il ducato di Castro
e Ronciglione, si recò a Lisbona ponendosi al servizio di quel monarca.
Divenne governatore della città di Palmela, commissario generale della
cavalleria, consigliere regio, maestro generale in capo nel regno degli Al-
garvi. Trovandosi lo Stato pontificio in angustie e pericoli per le contese
di quell’epoca colla Francia, fu chiamato in Roma da Alessandro VII, con
Breve del 17 settembre 1665; ebbe il comando dell’esercito pontificio; ma
composte felicemente tali contese, fu egli dal re richiamato in Portogallo.
ascritto alle nobiltà di quel reame, nominato commendatore dell’ordine di
San Giacomo d’Altamora ed i nepoti Francesco, Antonio e Lorenzo ammessi
nei pubblici uffici ed insigniti degli ordini di San Giacomo della Spada,
di Alcantara e di Oristo.
Infine nella sala Farnese avanti il nuovo piedistallo sopra il quale la .
IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI- CASONI 1 ta
Arti.! La città di Bologna più volte dimostrò all’esimio Legato
la sua riconoscenza per i favori ricevuti, e la stima per i pregi,
onde erasi distinto nell’esercizio del suo governo. Quando si ritirò
da Bologna, fu nominato presidente della Congregazione del
censo.
Dopochè le armi cattoliche ebbero restaurata l'autorità pon-
tificia negli stati romani, e particolarmente le truppe francesi
in Roma e nelle provincie finitime, il papa Pio IX nominò il
1° luglio 1849, una commissione governativa di tre cardinali:
Gabriele Della Genga Sermattei, Luigi Vannicelli Casoni e Lu-
dovico Altieri, munita di pieni poteri e coadiuvata da un mi-
nistero per regolare la cose tutte del reggimento politico ed
amministrativo, e, ad essa, giunta in Roma il 20 di quel mese,
il generale comandante l’esercito francese rimise il potere che
gli avvenimenti della guerra avevano concentrato nelle sue mani.*
La commissione stessa compì il suo mandato, cessando dalle sue
funzioni allorchè il sovrano pontefice si restituì alla metropoli
del cristianesimo. ‘
statua è posta, fu incisa la seguente iscrizione: Gregorio XVI P. M. Mu-
nificentissimo || Aloisius Vanicellius Casonius Card. Leg.|| Laurenti Casoni Card.
Avuneuli Eius || Studium Aemulatus || Farnesianam Hanc Aulam || Alexan-
drì VII P. M. Auspiciis Excultam || Annorum Vice Iterum Deformatam || Aenea
Ipsius Alexandri Statua || Hisce In Aedib. Restituta Decorari Iussit|| Monu-
mentaque Effigiesque Omncs || Novo Cultu Inlustrata Posteritati Prorogavit ||
A MDCCCXXXXV Legationis TI (G. GrorpaNnI, Pitture della sala Farne-
siana, op. cit, pag. 23).
! Questa illustre accademia crebbe di decoro pel grazioso sostegno e
gl'incoraggiamenti del cardinal legato Vannicelli-Casoni, il quale fu inter-
cessore in di lei favore presso il cardinal Giustiniani, camerlengo di Santa
Chiesa, ad ottenere che si tramutassero le sembianze dell'atrio meschino,
riducendolo allo stato presente, tutto pulitezza e venustà, quale conviene
ad artistico luogo (MoronI, Dizionario. op. cit., vol. LXXXIV, pag. 273.
? Durante la sua presidenza quell’ufficio pubblicò nel 1850 i ragguagli
delle diverse misure agrarie dello Stato ecclesiastico, equivalenti il sistema
metrico, ragguagli compendiati in nove volumi (MoronI, Dizionario, op. cit.,
vol LXXX, pag. 198.
® P. BALAN, Continuazione della storia della Chiesa cattolica di Rohobacher,
vol. I, p. 467; MoronI, Dizionario, op. cit., voll. LXXIV. p. 351, LXXXV,
p. 187.
* Indubitatamente laborioso ed irto di difficoltà fu il compito dei trium-
(34 IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI
Il cardinale Vannicelli, benchè distratto in affari di governo,
possedeva in grado eminente quello spirito ecclesiastico che ad
un prelato si addice. In lui, o prelato, o cardinale, ammirossi
sempre l’abilità del diplomatico e lo zelo del sacerdote.! Il
supremo gerarca Pio IX ben conoscendo le qualità di quel-
l’esimio porporato, lo giudicò degno del carattere episcopale
nell’archidiocesi di Ferrara priva del suo vescovo, nè si piegò
alle replicate istanze per essere esonerato da un peso da lui
giudicato superiore alle sue forze. L'elezione del Vannicelli ad
arcivescovo di Ferrara avvenne nel concistoro del 20 maggio
1850, ed il Santo Padre oltremodo soddisfatto della sommissione
di lui, a dargliene una prova, il volle consacrare egli medesimo
nella cappella Sistina e fargli dono di una preziosa croce pet-
torale e di un anello d’oro tempestati questo e quella di bril-
lanti.
Recatosi nella sua sede fu amorevolmente e con grandi segni
di esultanza accolto dai vari ordini dell’uno e l’altro clero, dalla
nobiltà, dalla magistratura e da ogni ceto di persone. Una delle
prime cure che ebbe il novello pastore fu quella di fare la vi-
viri porporati per ricondurre l’ordine nelle popolazioni e sedare le passioni
politiche, non anco spente, già infiammate dalla rivoluzione, anzi di quando
in quando ridestate e riaccese da voci seduttrici e da segrete influenze che
venivano dal di fuori, per parte di emissari, i quali cercavano di tenere so-
spesi ed agitati gli animi dei cittadini. Quella Commissione collocata di
fronte ad un’armata, che dicevasi di occupazione, ferma nel suo proposito
di tutelare i diritti della Santa Sede, dovè procedere con grande circospe-
zione e prudenza per ricondurre i popoli ai sentimenti dell’obbedienza alla
legittima autorità, all'osservanza delle primitive istituzioni ed affrettare il
ritorno dell’augusto Monarca della Chiesa nella sua Roma,
! Per quanto grandi e molti fossero gli affari, specialmente nel governo
di Roma, in quello delle Legazioni e nella commissione riordinatrice del
reggimento pontificio, non tralasciò mai di celebrare quotidianamente la
santa Messa: alle sacre funzioni, alle adunanze ecclesiastiche era assiduo, .
e talvolta vi leggeva analoghi discorsi. In provincia poi, nel difendere con
decoro il temporale dominio della Santa Sede ne zelava gl’interessi spiri-
tuali, vuoi nel sostenere i vescovi per l'osservanza delle leggi ecclesiasti-
che, vuoi col prender parte a pubbliche funzioni, come fu in Bologna e
Forlì ove pontificò solennemente. Il clero trovò sempre in lui accoglienza
e favore. L. BoreLLI, Il cardinale Luigi Vannicelli-Casoni, op. cit., p. 18.
POPOLI
È
E
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È
A
A
‘1
È
IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI (99
sita pastorale. La cominciò dalla chiesa metropolitana, la pro-
segui nelle città e, compiute le funzioni della pasqua del 1851,
recossi alle parrocchie più lontane della diocesi, cioè a Mesola
ed alle succursali Goro e Gorino. La soverchia fatica fu causa
d’indebolimento nel fisico, e per ristorarne le forze, gli fu ne-
cessario rimettere alquanto da sì laborioso tenore di vita. Pas-
sati gli estivi calori, riprese la sacra visita, ma dovette poi
sospenderla nel settembre 1851 per compiere un onorifico incarico
affidatogli dal Santo Padre, che fu quello di recarsi ad ossequiare
a nome suo l'Imperatore d’Austria che in quei giorni trovavasi
in Italia e risiedeva a Verona. Il Cardinale fu ricevuto da quel
Cesare con segni di gratitudine pel Santo Padre e di stima per
lui. Il 1352 volgeva omai al suo termine e gran parte di que-
st'anno come del precedente il cardinale aveva passato nella
visita pastorale, sicchè nell'ottobre del 1852 era gia ultimata.’
Avendo egli conosciuto più dappresso i bisogni spirituali del
suo gregge, persuaso della necessità delle sacre missioni, chia-
mati a sè zelanti banditori della divina parola, li mandò ad
evangelizzare il suo popolo nelle terre e nei villaggi della diocesi.
Mostrò sempre una particolare direzione pel seminario in cui
fondeva la sua speranza, il suo conforto. Giacchè era vivo il
desiderio di una villeggiatura, ove gli alunni ricreassero le menti
e si rinvigorissero a nuovi studi, ed ingente era il bilancio di
previsione dell’edificio, e le finanze del seminario non avrebbero
potuto condurlo a termine in breve tempo, la munificenza del
cardinale arcivescovo con uno splendido concorso ne affrettò il
compimento.
! Non accadde mai che compisse la sacra visita in una cura per quanto
ristretta, senza aver fatto sentir la sua voce al popolo, tanto al mattino
dopo la cresima, quanto al pomeriggio dopo il catechismo dei fanciulli.
Occorre rammentare, che recatosi a Voghenza, in onorevole memoria, che
essa era stata la prima sede dei vescovi di Ferrara, ne condecorò la chiesa
e la restituì al suo grado arcipretale. Moroni, Dizionario, vol. CIII, p. 24.
In Bondeno, popolosa terra alla destra del Po, avvedutosi, che scarso era
il numero dei sacerdoti di fronte ai molteplici spirituali bisogni, chiamò
in aiuto i Frati Riformati di San Francesco, avendo ottenuto per essi dal
Governo la cessione del soppresso convento e dell’annessa chiesa di S. Gio-
vanni. BorELLI, Il cardinale Luigi Vannicelli-Casoni, op. cit., p. 39.
736 IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI
All’ateneo ferrarese, soggetto all'arcivescovo, applicò in modo
speciale le sue cure, sicchè tutto procedesse giusta le savie pre-
scrizioni della sacra Congregazione degli studi; per le scuole
private e le comunali dieds ordine di rinnovare le patenti ai
singoli maestri. |
Promosse la buona stampa, le pie opere ed all’ una ed alle
altre fu prodigo di soccorsi:' lo fu altresì nelle pubbliche sven-
ture di epidemie, * e d’inondazioni. *
' Incoraggiò i compilatori del giornale L’Eco di Bologna e ripetuta-
mente diè loro cospicue somme: procurò diffondere fra il clero i periodici
L’Apologista di Torino, Ii Predicatore e Il Saggiatore di Ferrara: se il Popolo
di Ferrara ebbe vita, ne andò debitore al Cardinale, senza il cui potente
soccorso non avrebbe potuto sostenersi.
Favorì interamente le nuove istituzioni ed opere pie; quella del Danaro
di San Pietro, delle Famiglie cattoliche sotto il patrocinio di San Giuseppe,
l’Apostolato delle preghiere; canonicamente eresse l'Opera della s. Infanzia;
fu istitutore e promotore dell’associazione per le giovinette denominate le
‘ Figlie di Maria; approvò il circolo della Gioventù cattolica sotto la prote-
zione di nostra Signora delle Grazie; istituì l’opera pia dei chierici per la
esenzione della leva sotto la protezione di San Carlo Borromeo; ravvivò la
pia opera di Mutuo soccorso per i sacerdoti; incoraggiò la istituzione della
Società operaia cattolica di mutua carità. BoreLLI, Il cardinale Vannicelli-Ca-
soni, op. cit., pp. 79, 103.
° Durante i luttuosi giorni della primavera e dell’estate del 1855, il
colera gettando nello squallore e nella desolazione anche Ferrara, il Car-
dinale senti tutto lo zelo del buon pastore ed alacremente si diè ad alle-
viare quanto era da sè cotanto grave sciagura, accorrendo pronto ove era
chiamato sia al lazzaretto, sia all’arcispedale, sia ai più rozzi abituri ad
amministrare il sacramento della cresima e a consolare i miseri appestati.
Provvide il Cardinale ai figli orfani, alle vedove abbandonate, alle fami-
glie derelitte, a tutto ed a tutti! BoreLLI, Il Cardinale Vannicelli-Casoni,
op. cit., pp. 66-69.
® Quando nel maggio 1872 il Po con due rotte successive apportò la
desolazione alla maggior parte della provincia ferrarese, il Cardinale in-
formato, che nel paese Copparo eransi raccolti in gran namero gl’ infelici
danneggiati .dalle rotte, mise a disposizione dell’arciprete il frumento che
teneva nei suoi granari in quella terra, perchè si alimentassero i più biso-
gnosi; mandò eziandio pecuniari sussidi alle altre allagate parrocchie di
quel Comune. Fece inoltre aprire il suo casino di Sabbioncello perchè ser-
visse di ricovero a tante povere famiglie senza tetto, e permise che nelle
adiacenze del medesimo si raccogliesse il bestiame dei molti possidenti ai
IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI TOC
Dopo otto anni di assenza il Cardinale, nel maggio 1867, si
condusse in Roma pel centenario di San Pietro, ove i vescovi
della nostra penisola e tutti gli altri dell’orbe cattolico erano
invitati dal supremo. gerarca, il quale al terminare di quell’anno
lo nominò suo segretario dei memoriali.
Convocato il concilio ecumenico vaticano, nella metà del no-
vembre 1869 partì alla volta di Roma per associarsi agli altri
padri in quella insigne assemblea, la più numerosa di tutte le
precedenti. |
Dopo la quarta sessione pubblica del 18 luglio, nella quale
si proclamò dogma di fede l’infallibilità del Romano Pontefice,
quel sacro sinodo si dovette sospendere, causa la guerra scop-
piata tra la Francia e la Prussia. In quel mese stesso il Cardi-
nale fece ritorno in diocesi, ma pur troppo affievolito di forze.
Nell'ottobre del 1870 gli venne conferita la onorifica carica di
Prodatario. |
Il 20 maggio 1875 ricorreva il venticinquesimo anniversario
da chè egli era stato eletto arcivescovo di Ferrara. Quella ricor-
renza pertanto fu festeggiata tanto per i meriti di lui, quanto
per la singolarità del fatto, attesochè in quel suolo nessun altro
vescovo aveva retto per tanti anni l'arcidiocesi ferrarese. E, sic-
come nel precedente anno erasi compito il cinquantesimo anni-
versario della prima messa da lui celebrata, così anche per questa
sì volle far festa, celebrando le due ricorrenze nel maggio 1875.
Tante furono le felicitazioni, tante le mostre di affetto che viva-
mente commossero il benemerito principe della chiesa.' Sul decli-
quali non era rimasto un metro di terreno che non tosse inondato. Quando
poi nell’ottobre successivo il vasto territorio del Bondenese fu sott'acqua,
il Cardinale curò, che fossero provvedute non solo di vitto, ma anco di
tetto molte migliaia di persone. BorrELLI, Il cardinale Vannicelli- Casoni
pp. 150-155.
1 A perpetua ricordanza di questa festa, il Capitolo fece incidere in
marmo, di fianco al nuovo battistero, questa epigrafe: BorELLI p. 184
Ad Posterorum Memoriam || Aloisio Vanicellio Casonio || Patri Purpurat: Et
Archiep. Ferrariensi. || Quum Annos XXV Pontificio Et L. Sacerdotii Adtigisset ||
‘Canonicorum Conlegium || Ut Publicum Daret Laetitiae Obsequii Gratig. Animi Pi-
gnus || Hoc Ipso In Templo Sacrum Persolvit Solemne || Utroq. Clero Ommnig. Ci-
_vium Ordine || Opera Et Votis Favente || XIII Cal. Iunias A. MDCCCLXXV.
(38 IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI
nare dell'autunno di quell’anno egli lasciava Ferrara per con-
dursi a Roma, ove il riaperto tribunale della Dataria apostolica
chiedeva la sua presenza.
Prima di ritornare in Ferrara nel luglio del 1876 si recò a
respirare l’aria purissima di Lugnano, la culla dei conti Vanni-
celli-Casoni. Quella terra che vide il giovinetto Luigi sull'albore
della vita, lo vide al tramonto, fiore però olezzante tuttavia soavi
profumi delle più belle virtù. Sui primi di agosto mosse alla volta
di Ferrara, ed abbenchè il pondo degli anni fosse cresciuto e gli
incomodi abituali avessero peggiorato, non cessava di applicare
il cuore e la mano alla cura del suo gregge. Non potendosi più
reggere nella persona, senza essere sorretto dall’altrui mano, po-
nendo la sua fiducia nel suo ausiliare monsignor Luigi Giordani,
mise questi molto addentro negli affari della diocesi che stava
per addivenire la sua. Il cardinale, appressandosi il giorno della
partenza per Roma, visitò i chiostri delle sacre vergini, i col-
legi e conservatorî delle zitelle, 11 seminario-collegio, indirizzando
a questo e a quelle salutari ammonimenti propri di un padre che
sta per abbandonare i suoi figli. Visitò la chiesa di Santo Spi-
rito sì per venerare il taumaturgo Antonio di Padova, sì per
vedere la nuova cappella del SS. Sacramento, alla cui erezione
aveva contribuito con larghe offerte. !
Il cardinale trovavasi di nuovo in Roma la mattina del 9 no-
vembre. Dedicavasi agli affari della Dataria apostolica, alle udienze
del Santo Padre, assisteva alle congregazioni, interveniva al con-
cistori e faceva quant'altro importava l’eminente sua dignità, am-
! Ne fa fede la iscrizione in marmo a lato di essa cappella sotto il busto,
parimente in marmo, del Cardinale:
Quem Supra In Herma Vides|| Est Vir Vere Emus:|| Aloisius Vannicellius
Casonius || Ameriensi Patriciatu Praeclarus || Presbiter Card. Tit. Virg. Prax. || Pii
Papae IX Pro Datarius||Huiusce Archidieceseos Antistes || Virtutibus Omne Genus
Sibi Ommes Demerens || Heic Ipsomet Vivente Adpositus || A Franciscalibus Veteris
Observantiae || Tot Beneficiorum Ergo Sed Potissimum || Ad Perennandam Eius
Pergratam Memoriam || In Hoc Templum Utique Monumentale Aderservand. ||
Eodeni Volente Curia Translata Sit || An. MDCCCLXX]|| Et Quod Sacellum H.
Latius Nobiliusq. || Exornatum Pro Praesentia Xti Di || Priva Pecunia Sua
Pronus Adcucurrerit || Perfectum || Adytum Altarium Caelamen Caeterag. ||
A. MDCCCXXLVI.|| BoreLLi, Il Cardinal Vannicelli Casoni, op. cit., pag. 193.
IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI 139
mirato da tutti con compiacenza per l'energia non compatibile con
la sua età e non acconsentita dai suoi malori. Ma, sorpreso il
2 aprile dell’anno 1877, dalla febbre, con difficoltà di respiro,
passava agli eterni riposi il 21 di quel mese nell’età di anni 72,
dei quali trentacinque ne visse nel cardinalato.
È impossibile ridire a parole quale fu il cordoglio che al triste
annunzio strinse l'animo di tutti coloro che ben sapevano quale
perdita faceva non solo la Santa Sede, ma in ispecie Ferrara, il
suo clero, il suo popolo. I funerali si celebrarono con pompa
splendida nella parrocchia dei Santi Vincenzo ed Anastasio in
Roma con intervento del Collegio cardinalizio ed un ufficio so-
lenne fu altresì fatto celebrare nella metropolitana di Ferrara
dal nipote conte Giovanni Vannicelli-Casoni-Tralli.!
Nel testamento nominò erede universale il nepote medesimo,
gravandolo però di non pochi legati a favore di parenti, di chiese,
di luoghi pii, dei poveri di Ferrara e di quelli domiciliati nelle
case attigue alla chiesa di Santa Prassede suo titolo presbiteriale.
De’ sacri arredi dispose a favore di varie chiese di Roma, di
Ferrara e di Amelia, e di gran parte del mobilio dell’episcopio
per uso degli arcivescovi suoi successori. Lasciò. ai suoi fami-
gliari una porzionata gratificazione ed un mensile assegno vita-
lizio agli altri addetti all’arcivescovato. Il predetto erede adempi
scrupolosamente quanto lasciò scritto il cardinale suo zio; chè
anzi ne soddisfece pienamente anche taluni assegni che quegli
faceva in vita, sebbene non espressi nel testamento.
Domandò inoltre ed ottenne di dargli sepoltura nella cripta,
che egli appositamente fece fabbricare nella chiesa di suo patro-
nato di Santa Maria de’ Pini in Lugnano, ove ne fu riposta la
salma.?
1 Gazzetta Ferrarese, n. 95 del 23 aprile 1877; Il Buon Giovinetto, n. 9
del 1° maggio; L'Osservatore Romano, n. 92.
? Sulla lapide sepolcrale si legge:
A SN Q [| Heic Compositus Est || Aloisius Vannicelli Casoni || Patricius Ame-
rinus || Quem Gregorius XVI P. M. A. MDCCCXLI || Presb. Card. Tit. Praxedìs
Dixit Oo Merita || Pius IX || Legatione Foroliviensi Et Bononiensi || Sancte Per-
functum || Archiepiscopum Ferrariensibus Dedit || Et Summo Magisterio || Bene-
ficiis Dandis Adtribuendis || Auctum Voluit|| Romae Pie Decessit [| XI. Kal.
(40 IL CARDINALE LUIGI VANNICELLI-CASONI
La eccelsa memoria di questo luminare del Senato Apostolico
non verrà mai meno presso tutti coloro che hanno in pregio
la religione, la beneficenza e l’arte di governo, come carissima
fu sempre la persona sua a due Sommi Pontefici Gregorio XVI
e Pio IX, i quali sempre ne ammirarono ed encomiarono la pietà,
lo zelo e la rettitudine.
BALDASSARRE CAPOGROSSI-(HUARNA.
Maias A. MDCCCLXXVII || Aetatis Suae LXXVI || Qui Legis Aeternam Ki
Requiem || Adprecare || Et Beatitatem Superum || Ioannes Vannicelli Casoni || Ex
Testamento Haeres || Patruo B:nemerenti || Monimentum Cum Titulo Fecit. ||
BorELLI, Il Cardinale Vannicelli-Casoni, op. cit, pag. 222.
CURIOSITÀ ARALDICHE
LE BARBE NEL BLASONE VENETO
Ecco una figura che farebbe rabbrivi-
dire Palliot e il P. Menestrier. Infatti la
- barba è una figura naturale che non ha
nulla di araldico, eppure gli araldisti do-
vrebbero considerarla perchè i veneti sep-
pero dare alla barba un carattere araldico.
Si rappresenta a foggia di cetra con i peli
frastagliati come la coda delle aquile, quindi possiamo dire che
la darba costituisce una figura speciale nell’araldica italiana che
non deve essere poste in dimenticanza nei trattati della scienza
blasonica.
Questa curiosa: figura si vede anzitutto nello stemma della
illustre famiglia Barbarigo ripetuta 6 volte in campo d’argento
accostanti 3 e 3 una banda d’azzurro caricata di 3 leoni d’oro.
I Barbani portavano anch'essi 6 barbe disposte 3-2-1 in campo
d'oro; i Barbati avevano una sola’ barba nera in campo rosso;
i Barbamocolli portavano la barba retta da un mezzo leone d’oro
uscente da uno spaccato d’argento e di verde. I Barbeta ave-
vano 3 barbe nere in campo d’oro.
Questi stemmi si rilevano dall’autorevole cronaca delle fami-
glie venete del xvi secolo presso il Collegio Araldico.
Anche il blasone bolognese ci offre esempi di barbe che roz-
zamente disegnate dal Canetoli e dal Moretti devono però essere .
rappresentate araldicamente come quelle del blasone veneto.
Così i Della Barba portano in campo d’argento un destrocherio
di carnagione, vestito di azzurro, tenente una barba di nero; i
Barbi hanno 3 barbe nere in campo d’oro; i Barbiroli d’argento
alla barba di nero; capo d’oro caricato di un'aquila di nero e
sostenuto da una fascia di rosso.
UGo ORLANDINI.
ORDINI CAVALLERESCHI
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
Careciò la Marina espafiola de una con-
decoracion especial para premiar los mé-
ritos y servicios que, por fortuna, abundan
pe. (i ar en el historial de cuantos figuran en sus
( DÌ distintos ramos, hasta que por Real De-
#4 creto de 3 de Agosto de 1866, se instituyé
la “ Orden del Mérito naval; , aunque en
las creadas para elramo de Guerra, van
incluidos los marinos; pues si bien en
1816, se instituyò la “ Cruz de la Marina
de Diadema Real, , para ella exclusiva-
mente, esta condecoracion solo alcanza,
por punto general a las clases subalter-
nas, como si le faltaran valor è vida
para elevarse d las clases superiores. Ademas, las Ordenes de San
Fernando, San Hermenegildo y otras fundadas expresamente
para premiar acciones distinguidas y héroicas en todos los ramos
de la fuerza militar del pais, no comprende, ni recompensa por
tanto las que solo puede apreciar en justicia la Marina, hechos
puramente marineros ò facultativos en los diversos institutos
que la formam y cuya apreciaciòn parece al criterio de los que
rigiendo la Armada pueda fundadamente proponer las recom-
pensas. Estas y otras consideraciones tuvieronse presente para .
crear la “ Orden del Mérito naval, , para recompensa especial
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA (43
de los servicios prestados por los Generales Jefes, Oficiales, Guar-
dias marinas y demàs clases de los distinctos cuerpos dela Armada.
La Orden consta de cuatro clases: la 12 se otorga 4 los Guar-
dias marinas, Subtenientes, Alferes de navio, Tenientes, Te-
nientes de navio y Capitanes; la 22 4 los Comandantes, Te-
nientes Coroneles, Capitanes de fragata, Coroneles y Capitanes de
navio; la 38 à los Brigadieres, Jefes de escuadra, Tenientes ge-
nerales y Capitanes generales; y la 48 con dénominacion de
Gran Cruz, à que optan en circumstancias especiales los mismos
que tienen derecho è la 8a.
Optan tambien è la cruz, segun su categoria, en asimilacion,
con los empleos del cuerpo general, los Jetfes y oficiales de todos
los que componen la Armada. Los del Ejército, cuando presten
a bordo ò en Establecimiento 6 comision de la Marina servicios
dignos de tal recompensa, y los marinos mercantes.
La la clase esta representada por una cruz sencilla de cuatro
brazos rectos, desiguales, esmaltados de blanco, y sobre ellas
un ancla, cuya cana y cepo determinan la longitud respectiva;
sobre el brazo superior descansa un rectàngulo de oro que lleva
inscrita la fecha y motivo de la concesiòn, y sobre él una co-
rona Real, tambien de oro. Dicha cruz se llevarà allado izquierdo
del pecho pendiente de una cinta con los colores y disposiciones que
tienen en la bandera nacional. La de 2 clase consiste en una placa
de plata abrillantada, con la misma cruz en el centro y se lle-
vara al lado izquierdo del pecho sin otra distinciòn. En la de
82 clase es dicha placa de oro, distinguiéndose, ademas de la
anterior por su mayor tamafio.
La de 48 clase 6 Gran Cruz tiene por insignias una banda
de cinta ancha, de las mismas dimensiones que se usan en las
demas Ordenes, que se lleva terciada del hombro derecho al lado
izquierdo, unidos sus extremos por un lazo de la cinta estrecha,
del cual pende la cruz de 12 clase.
Ademas de esta banda usan la placa de 32 clase con la di-
ferencia que el rectangulo donde figura la inscripcion es de plata.
Finalmente hay una cruz igual en la forma é la de 12 clase;
pero de plata en su totalidad, para las clases inferiores à Guardia
marina. Todas ellas se construyen por el modelo reglamentario.
44 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
Las repeticiones de cada una de las cruces y placas de 1a,
2a y 8a clase se representan en la de 18 por pasadores de oro
colocados en la cinta, con la leyenda respectiva inserita del
mismo modo que en el rectàngulo de la 12 concesion, y en las
placas por rectàngulos analogos sobrepuestos al 1°. La Gran
Cruz no se concede mas que una sola vez y.no puede obtenerse
hasta despues de estar en posesion de la de 3a clase de esta
Orden 6 de las de 3a y 4 de la San Fernando. Cuando se ob-
tuviere la Gran Cruz despues de la de 32 clase, se usarà' tan
solo una placa colocando el rectàngulo de plata superior.
Los espresados distintivos se conservaràn siempre con arreglo
à la clase en que fueron otorgados.
Es inherente a la Gran Cruz el tratamiento de Excelencia
y los honores y consideraciones generales que se tributan è los
Caballeros Grandes Cruces de las demaàs Ordenes.
La Orden del Mérito naval non puede permutarse por nin-
guna otra. Para todas ios clases de la Orden se expide Real
Cédula, firmada por el Rey y refrendada por el Ministro de Ma-
rina, en cuya dependencia se lleva registro espresàndose circun-.
stanciadamente al mérito a que se contrae la concesion para la
cual és requisito preciso y previo el informe de la Junta con-
sultiva de la Armada.
En el articulo 10 y siguientes del citado Real decreto se esta-
blecen los derecho para ser concedida la condecoraciòn incluso la
Marina mercante y la tramutaciòn de espedientes para ello.
En la actualidad hay concedidas unas veintitantas Grandes
‘ Cruces con distintivo rojo y muchas mas de las otras categorias;
y con el distintivo blanco, sobre ciento y tantas Grandes Cruces
y varias mas de las clases inferiores, concedidas & extrangeros
que lo son, alemanes, rusos, belgas, colombianos, argentinos, por-
tugueses, norte americanos, franceses, italianos, suecos, guate-
maltecos, chilenos y dinamarqueses. Las concesiones de distintivo
rojo son siempre por acciones 6 meritos de guerra y las del
blanco por servicios.
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA (45
XVI.
Orden civil de Beneficencia.
Por Real Decreto de 17 de Mayo de 1856,
expedido por el Ministerio de la Gober-
nacion, a su propuesta y, con el parecer
del Consejo de Ministros, creò la Reina
D.a Isabel II la condecoracion llamada
“ Orden civil de Beneficencia, , para premiar
4 los individuos, de ambos sexos, que, en
tiempo de calamidades piblicas, prestaren
servicios extraordinarios. De 12 clase, con
uso de placa, y de 28 y de 8a, sin ella. Se
concede segun los méritos respectivos y
circunstancias. Establece la clase de ser-
vicios méritos, y riesgo que corran las
vidas de los que hayan de ser condecorados
y les hagan acreedores à obtener la cruz.
La Banda es de seda de color blanco
y filete negro; en su centro blanco y en los costados de la
misma negro.
Por Real Decreto de 22 de Diciembre de 1857, se reformò
la “ Orden civil de Beneficencia. ,,
Destinada esta condecoraciòon & premiar actos héroicos de
virtud, de abnegaciòn, de caridad y los servicios eminentes que
cualquier individuo, de ambos sexos, realice durante una cala-
midad permanente ò fortuita, mediante los cuales se haya sal-
vado © intentado salvar la fortuna, la vida 6 la honra de las
personas; se hayan diminuido los efectos de un siniestro, 6 haya
resultado algun beneficio trascendental y positivo à la huma-
nidad. Recayendo la gracia en persona notoriamente desvalida
y concurriendo las circumstancias que para estos casos establezca
Rivista del Collegio Araldico (dicembre 1904). 47
146 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
la ley, se podrà declarar anexo à la concesion el goce de una
pension de las que & este objeto se destinen.
Las propuestas se hacen por autoridad superior de la Diò-
cesis, distrito, departamento 6 provincias donde el hecho digno
de premio se realice, remitida al Ministro de la Gobernacion
para el Real acuerdo.
A toda propuesta se acompafiarà el oportuno expediente ju-
stificativo de los hechos. Los diplomas no devengan derechos. La
Orden comprende las tres categorias dichas que se distinguiràn
con la cruz de 1a clase, 22 y 3°, us&ndose la 1a con la placa;
pendiente del cuello la 2; y sobre el lado irquierdo del pecho
la 3A,
Las concesiones, como de todas las condecoraciones, se pu-
blican en la Gaceta y caducan a los 3 meses si no se hubiera
sacado el diploma correspondiente,
En el expediente que se instruye siempre por juicio contra-
dictorio, se han de Justificar los hechos è que dà derecho la con-
cesiòn, con sumario del hecho certificado de la autoridad local,
atestado del Pàrroco, censura del Fiscal é informe de la Auto-
ridad que mande instruir el expediente, certificando los servicios
prestados. |
Hay varias personas de ambos sexos casi todos espaîolos,
condecorados con la cruz de la Orden civil de Beneficencia.
Existe ademas otra condecoraciòon llamada de “ Epidemias ,,
que solo se concede a los “ Médicos, Farmacéuticos y Ciruja-
nos, , que, en tiempos de epidemias, con riesgo eminente de sus
vidas, y, arrostrando toda clase de peligros contagio y desin-
terés, asisten con asiduidad y sin descanso è los enfermos sin
desatender sus trabaJos ordinarios. Tambien suele formarse ex-
pediente por juicio contradictorio y és muy estimada y distin-
guida, sobre todo, en el Profesorado Médico-quirurgico-farma-
céutico, porque es agena su concesiòon è influencias, y solo es
otrogada al verdadero merito y servicios desinteresados.
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA (47
DEVI.
Real Orden de Isabel Il.
e
Ip ) n i "a
| I | ] {
El Rey D. Fernando VII para solemnizar
la jura de su Augusta hija D. Isabel come
Princesa heredera de la Corona, por falta de
hijo varon, instituyò por decreto de 19 de Junio
de 1833 esta Orden para recompensar los ser-
vicios del éjercito y de la armada. La cruz
' de plata sin esmalte tiene sus brazos en forma
de anclas y en su centro lleva las iniciales
} M.I.L. enlazadas (Maria Isabel Luisa). Sobre
la cruz hay una corona real tambien de plata.
Sin embargo los oficiales superiores llevan la
cruz y corona de oro. Los que fueron con-
decorados con esta Orden mientras pertenecian è los rangos in-
feriores y de consiguiente llevaban la insignia de plata, al ser
promovidos la trocaron en una cruz de oro sin necesidad de un
diploma especial. La cinta és azul celeste. |
La orden no tiene grados y los condecorados se diferencian
unicamente en la cruz de plata y en la de oro.
Se puede pués considerar mas bien como una cruz de honor
ò medalla, que como una verdadera Orden de Caballeria è RSsar
de su nombrè.
dA
(48 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
XVIII.
Real Orden militar de ‘“ Maria Cristina.,,
Fué creada por Real Decreto de 30
de Enero de 1890, firmado por S. M.
< la Reina del mismo nombre y en él de
sa Augusto Hijo el actual Rey de
Espaîia D. Alfonso XIII de Borbon,
con arreglo à lo preceptuado en el
articulo 19 de la ley adicional.à la i
constitutiva del Ejército de 19 de Julio de 1889, para premiar
grande hazaîas, los hechos héroicos, los méritos distinguidos
y los peligros y sufrimientos de las campanas, por los que se
hagan acreedores è ser recompensados, los Oficiales generales
y particulares, y sus asimilados, de las Armas, cuerpos é Institutos
del Ejército, 4 los de los cuerpos de la Armada cuando el mérito
contraido lo sea en funciones de guerra, mandando fuerzas de
tierra en concurrencia con las del ejército, y & las òrdenes de
(Grenerales 60 Jefes de éstas.
Hasta la fecha van concedidas unas 60 y tantas grandes cruces
4 Tenientes Grales. Generales de Division y Generales de Bri-
gada y varias mas a Jefes y Oficiales.
Puede concederse en tiempo de paz siempre que los hechos
que lo motiven estén comprendidos en el art. 2 del Reglamento
que lleva la misma fecha del R. D. citado. No puede ser obli- |
gada & ningun funcionario civil ni à ningun individuo que per-
tenezca è este estado. |
La placa de 12 clase serà para Oficiales y sus asimilados, la
de 2a para Jefes y sus asimilados y la de 3 para Oficiales ge-
nerales y sus asimilados. La de 18 consiste en un escudo de
esmalte con inscripciòn de oro, cruz, corona de laurel y espadas —
Po Cr
ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA (49
de bronze mate, flores de lis y corona real de oro brillante y
ratagas de plata abrillantada. La de 2 consistirà en un escudo
‘de esmalte, cruz de plata mate, flores de lis y corona real de
oro brillante, corona de laurel y espadas de oro mate y ràfagas
de plata abrillantada. La de 32 clase consistirà en escudo de
esmalte, cruz, corona de laurel y espadas de oro mate, flores de
lis y corona real de plata brillante y rafagas de oro abrillan-
tado. Los generales condecorados con esta orden usaràn ademas
una cruz reducida, con anillo que llevaràn colgada de la banda.
Esta serà de moaré con los colores nacionales dividida en tres
partes, la central de 42 milimetros de ancho y las de los co-
stados blancas, de 24 milimetros de ancho cada ùna y filete
carmesi de 5 milimetros de ancho. La repeticiòon de estas con-
decoraciones se marcarà con pasadores en la misma forma qué
representa el dibujo, siendo estos de oro brillante en las placas
de 1a y 22 clase y de plata brillante en la de 32,
Esta condecoracion llevarà anexa una pension equivalente è
la diferencia entre el sueldo del empleo que se tenga y el su-
perior immediato, siempre que esta diferencia sea menor que la
pension maxima que està asignada 4 la Cruz de San Fernando
en sus distintos 6rdenes y en los diversos empleos, pués, en
caso contrario se rebajarà aquella hasta quedar ignal a dicha
pension. DA rari
La pension se computarà como aumento .efectivo del sueldo
para las declaraciones de retiro de los interesados y derechos
pasivos de sus familias, y caduca al ascender al empleo, cuya
diferencia de sueldo representa con todos sus efectos, conservaàn-
dose el uso de la condecoracion. Contiene varias disposiciones
el Reglamento de que hacemos gracia & nuestros lectores, por
lo largo y porqué solo son determinantes 4 los interesados para
los efectos de abono de pension y varios casos en que han de
conservarla en sus diversos empleos.
7590 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
XIX.
Orden de Alfonso XII.
Por Real Decreto de 23 de Mayo
de 1902 creò S. M. el Rey D. Al-
fonso XIII, la “ Orden civil denomi-
de su augusto padre, y se concede
por el Ministro de Instrucciòn pu-
blica y Bellas Artes, en premio de
eminentes servicios prestados à la
| instrucciòon del pais, creando, do-
tando 6 mejorando establecimientos de ensefianza; para recom-
pensar è los que se distingan en estudios diversos y en sus apli-
caciones; à los que publiquen obras cientificas, literarias ©
artisticas, de reconocido mérito y valor, y è los que se senalan
por haber contribuido al fomento en cuanto concierne al engran-
decimiento y difusion de las ciencias, de las letras, de las artes
y de sus aplicaciones pràcticas.
Tiene ‘tres categorias: Gran Cruz, Encomienda y Caballero.
“La clase de Comendadores se subdivide en dos clases: co-
mendadores de numero y comendadores ordinarios.
Las insignias de los Caballeros Grandes Cruces son una banda.
ancha de seda, de color violeta, terciada desde el hombro de-
recho al costado izquierdo, uniendo sus estremos un lazo de.
cinta estrecha de la misma clase de la que pende la cruz de
la Orden, y la placa en el pecho.
Las de los Comendadores de numero consisten en el uso de È
la placa en igual forma que los Grandes Cruces.
nada de Alfonso XII,, en memoria
Ge E
ORDENES ESPANOLES DE CABALLERIA (51
Los Comendadores ordinarios usaràn en el pecho una insignia
menor que la placa pendiente del cuello.
Los Caballeros usaràn en el pecho una cruz sencilla pen-
diente de una cinta del mismo color violeta.
La placa de esta Orden representa un sol, cuyos rayos se
iràn perdiendo por un lado bajo una palma, y por el otro bajo
una rama de laurel; en su centro un àguila que se remonta sobre
las nubes, y debajo del disco solar se lee la inscripciòn Altiora
peto. En la parte superior de la placa y formando el extremo
de la cruz, que desefian cuatro haces de rayos, màs prolongados
que los restantes, se vé la corona real con la cifra A. XII y en
el extremo inferior que sirve de punto de union è la palma y
a la rama de laurel, va el escudo de Espaîia. El toro del sol,
de oro encendido, cambia paulatinamente de color hasta aparecer
en sus extremos con él de violeta. Las letras de la inscripciòon
seran blancas; la corona real y la cifra A. XII de oro y el.
escudo conserva los colores que en la heraldica tiene.
El numero de Grandes Cruces no excederaà de 60, compren-
didos los extrangeros y el de Comendadores de numero de 250.
XX.
Medalla denominada de “ Alfonso XIII.,,
Con decreto del 19 de Junio de 1902. fundo esta medalla
para conmemorar el solemne acto de su jura.
Es de oro, plata y cobre, con el busto del Rey y sus armas
reales; pasador dorado y cinta roja.
Tienen derecho è obtenerla todas aquellas personas, asi auto-
ridades, altos funcionarios, oficiales generales, Jefes y oficiales
del Ejercito y Armada, empleados, clases é individuos de tropa,
personal subalterno de los distintos Centros y particulares que;
en el desempefio de sus funciones oficiales, hayan concurrido 6
intervenido en el acto de la jura 6 en las festividades con que
fué solemnizada.
(52 ORDENES ESPANOLAS DE CABALLERIA
La medalla de oro estaba reservada a la familia real y è
los principes, embaJadores y otros personajes de mucha consi-
deracion.
La usaran de plata las demaàs personas distinguidas para di-
ferenciarse del personal subalterno de los distintos Centros, los
individuos de tropa, etc. que la llevaràn de cobre.
Existe ademas la Medalla de sufrimientos por la patria, creada
el 6 de Noviembre de 1814 y que se concede en muy contados .
y determinados casos. Por real orden de 5 de Noviembre de 1900
fué renovada & favor de los que fuesen hechos prisioneros. Tam-
bien durante las guerras civiles y an después se crearon varias
medallas. Pasan de 70 las que recordamos, y en su mayor
parte ya no se confieren. Hemos limitado nuestro trabajo & las
ordenes de caballeria y damos pués por concluida nuestra misiòn.
PaBLo VALLES Y CARRILLO.
|
J
i
È
CENNI GENEALOGICI
FAMIGLIA FRESCHI DI CUCAGNA NEL FRIULI
“ Rampollo della Nobilissima et Antichissima Famiglia dei
Signori di Cucanea, una delle principali nel Magnifico Parla-
mento della Patria del Friuli nel Membro de Feudatarii Castel-
lani, che sostiene con titolo hereditario la Dignità di Maresciali
sive Regolatori del General Parlamento sudetto, è la Famiglia
Freschi, quale, oltre molti Feudi, et Giurisdittioni in Civile et
Criminale cum potestate Gladii, che promiscuamente gode con
gl'altri Consorti, che sono di Zucco, di Partistagno, e di Valva-
sone così cognominati per li Castelli che possedono, ne godono
diversi altri in loro specialità con l’ auttorità come sopra, così
risultando dalle antiche, et moderne Investiture. Prima che la
Patria del Friuli fosse sudita di questa Ser.ma Repubblica, ciò è
l’anno 1862, 18 Febraro la Maestà dell’ Imperatore Carlo quarto,
concesse il Titolo di Conte alli Feddeli Schinella, et Odorico
fratelli di Cucanea K" et loro Posterità mascolina dal qual Schi-
nella discendono li Consorti Freschi presentemente viventi, come
dall’Arbore con publiche scritture comprovato, et dal Diploma
Imperiale chiaramente consta. Adi 17 Settembre 1695. Per Ter-
minatione del presente Ecc.mo Magistrato del giorno sudetto si
descrivono li seguenti nel presente libro de’ Titolati col Titolo
de Conti. — Co. Ghirardo - Co. Antonio - Co. Carlo - Co. Fran-
cesco - Co. Gio. Batta Figliuoli del Conte Ghirardo sudetto -
Co. Germanico - Co. Schinella - Co. Gabriel - Co. Rizzardo —
Co. Horatio - Co. Mario Figliuoli del q.® Co. Claudio - Co. Gio.
Antonio Pupillo q.® Co. Fabio - Co. Zuanne q.® Co. Giacomo.
8 agosto 1796 Aggiunti li seguenti: Co. Carlo - Co. Lodovico -
Co. Anton Maria - Co. Gio. Battista - Co. D®" Francesco Maria q.®
Co. Germanico Investiti 7 settembre ‘1753. ,, (Arch. di Stato, Ve-
nezia. Magistr. sopra Feudi).
I Freschi sono il ramo primo della Casa di Cucagna; pre-
sero, contro il solito sistema del Friuli, una specie di cognome
da un di loro soprannominato Fresco.
(D4 LA FAMIGLIA FRESCHI DI CUCAGNA NEL FRIULI
L'arma di questa famiglia è d’argento al leone di rosso coro-
nato d’oro, comune a Valvasone, a Zucco e a Partistagno; il titolo
è di Conte Palatino del S. R. I. la data della concessione nel
presente doc. è errata perchè, come può vedersi nei Regesta Im-
peri del Bihmer, è 18 Kal. Febr. ma si capisce che il Magistrato
veneto non maneggiava abitualmente il Calendario romano.
Giurisdizioni: Faedis, Ronchis, Rubidischia e Canal di Grivò,
Zirà, Magredis, Sia e Reclus, la giurisdizione dei quali luoghi si
divide in quattro anni toccando l'esercizio di quella un anno a
Freschi, uno a Zucco, uno a Partistagno e uno a Valvasone; è
questa la giurisdizione del Castello di Cucagna; e ognuno giudica
il suo anno in civile e criminale di I istanza pei giurati di Faedis,
in civile e un Podestà signoriale, con 1° appello al più vecchio della
casa di Cucagna e poi al Veneto Luogotenente; nel criminale
giudica il Consorte che ha la giurisd. dell’anno con appello al
Luogotenente; e prima, già s'intende, al Patriarca. Fu della casa
Cucagnesca fino a cert'epoca, anche Castelpagano. Tacendo dei
quattro suddetti castelli e di ciò ch'è speciale ai Valvasone e_
Fratta,ecco dove hanno ingerenza i Freschi e la casa di Cucagna
in genere.
Bant sotto il Luogotenente, i Freschi e i signori della Frat-
tina. Belveder sotto Cucagna. Bellazoia e Bergam sotto Cucagna
e Partistagno. Buri o Butrio lu mont, sotto Freschi. Bugugnins,
sotto il Luogot. e Freschi e Frattina. Camin e Caminetto, presso
Buri sotto Freschi; Canevola in monti sotto Cucagna, Zani e
Partistagno. Clapozana e Clap sotto Cucagna. Costa Longa e Costa
plana sotto Cucagna:e Partistagno. Istrà sotto Cucagna. Jutiz
sotto Luogotenente, Freschi e Frattina. Pedrosa sotto Cucagna.
Poiana (idem), ecc. Notiamo, fra gli altri, il Castello d’ Haumberg
dei Freschi; Cravoret, in consorzio. Questo Haumberg è in Friuli
nel secolo xrv, e potrebb’essere castello. noto più spesso sotto
nome latino; ma tutti 1 Cucagneschi pretendono venire da un
dinasta carintiano o Cragnolino Odorico fu Schinella d’ Haum-
berg del x1 secolo, fondator di Cucagna: la critica non permette
di rimontar sì alto, e ci limiteremo ai signori di Faedis e di Cu-
cagna già potentissimi’ ministeriali nel sec. xr1 e forse legati alla
casa di Treven. Notiamo che i Cucagneschi hanno in consorzio
il patronato della Chiesa di Faedis.
F. C. Gna
A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEIDA-GARRETT
(Ioîo Baptista da Silva Leitào d’Almeida Garrett)
JOSEPH FERREIRA DA SILVA,? alferes, baptisado em
Lisboa a 20 de Julho 1705, na freguezia de Santa Catharina do
Monte Sinay, falleceu no Faial a 18 de maio 1758. — Casou
!O appellido Garrett existe actualmente em
Inglaterra. De Edmundo Garrett, membro da As-
= semblea legislativa da colonia do Cabo falaram
TICLITISIMIKAIKKIIKIo pe os jornaes, na occasiào da guerra do Tran-
al, (Veja-se La Quinzaine, la Nouvelle Revue
, ALITO TA e.a Contemporary Review d’aquella
TITTI ma epoca). Varios escriptores escreveram que Garrett
descendia de francezes ou inglezes. Eduardo de Faria
(tio de. quem estas linhas escreve), assegurou que
a familia Garrett era de origem irlandeza (na biographia que publicou
do poeta a 30 de marco 1856, na Revista Contemporanea, de Lisboa, de que
era director, biographia reproduzida em 1899, no folheto: Garrett em Franca
de A. de P. de Faria). O Barào de Sant'Anna Nery, n’uma carta publicada
no N. 59 da Revue du Brésil, de Paris, a 1 de abril 1899 e dirigida ao
Director d’aquella Revista, carta que foi reestampada no opusculo do
. sr. Antonio Padula, publicado em Napoles em 1900 (Per la traslazione delle
ceneri del Visconte d’ Almeida Garrett) emitiu a opiniào que Garret descen-
desse d’una familia piemontesa (de Asti). A origem exacta da ascendencia
‘ do Poeta sò se poderà saber, percorrendo os livros da freguezia de S. Mar-
. tinho, em Madrid, onde foi baptisada sua avò paterna de quem o poeta
tomou o appellido de Garrett. O Padre Felicissimo Costa d’Almeida Garret,
abbade da freguezia de Salzedas, concelho de Tarouca, nasceu em Salzedas
a 5 de julho 1864, ali foi baptisado a 22 de julho e ali falleceu a 18 de
janeiro 1902. Era filho de Balthazar da Costa e de Anna da Soledade, neto
paterno da Joaquim da Costa e de Josepha da Conceicao e materno de
‘ Vicente d’Almeida e de Joaquina de Jesus. N&o era parente do Visconde de
Almeida Garrett, mas tendo por elle grande admiragao, adoptou o seu
appelido!
? Filho de Joseph Fernandes Juste e de Luzia Ferreira da Silva.
Joseph Ferreira da Silva, a 9 de janeiro 1780 jà residia na cidade da
Horta, porquanto n’aquella data foi testemunha do casamento celebrado na
(56 A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEIDA-GARRETT
na Egreja do Salvador! (na Horta) a 10 de fevereiro 1736 com
D. Antonia Margarida Guarrett ® (baptisada na di: de San
Martinho, en Madrid).* Tiveram:
I. Alexandre Joseph,' nasceu a 22 de maio 1737 e foi
baptisado na freguezia de San Salvador, da ilha do Faial, a
2 de junho do mesmo anno. Foi este o sr. D. Alexandre da
Sacra Familia, da ordem de San Francisco, sepultado em Santo
Antonio (Angra) bispo de Angola e mais tarde bispo de Angra
(eleito em 1812, sò tomou posse a 4 de rovembro 1816). —
Falleceu a 23 de abril de 1818.
II. Anna Rosa de Viterbo,’ nasceu a 2 de setembro 1738
e foi baptisada, na referida freguezia, a 9 do mesmo mez.
III. Bernardo,° nasceu a 9 de agosto 1740 e foi Baptio
sado, na referida freguezia, a 18 do mesmo mez.
IV. Manuel Ignacio da Silva,’ nasceu a 1 de janeiro 1749
e foi baptisado na referida frequezia a 5 de fevereiro. — Cle-
respectiva matriz entre Francisco Corréa (viuvo), com Maria de S. Joseph
(filha de Joao Goncalves e Maria Rodrigues). Joseph Ferreira da Silva fal-
leceu no Horta, com 55 annos, a 18 de maio 1753.
' A folhas 100 d’um livro, cujas 87 primeiras folhas faltam, sendo o
numero total d’ellas 398. Devo esta indicacao ao M.° R. P.° José Leal Furtado.
vigario da Matriz de Horta (Fayal).
? Filha do capitào D. Fernando ou D. Bernardo Guarrete (Garreta,
Guarret, Guaret, Garret ou Goreta) e de D. Angela Maria Visinaro, deve
ter nascido antes de 1709. i
D. Antonia Margarida Guarrett residia no Fayal em agosto de 1768,
data do fallecimento de sua filha D. Ignacia.
® Tinha um irmàao, Antonio Bernardo Garrete, baptisado na TREIA de
S. Martinho em Madrid, que casou na Egreja do Salvador(Fayal) a 17 de
fevereiro 1753, com Barbara Francisca de S. José, natural da Sé d’Angra,
fallecida no Fayal, com 60 annos, a 23 de junho de 1780, (filha de Joào
da Silva de Carvalho, natural da freguesia de S. Miguel de Milharado, termo
de Lisboa, que falleceu na Horta, com 50 annos, a 21 de julho” 1747 e de
Lourenca da Ascensào, natural da Sé da cidade d’Angra, fallecida, na Horta,
com 40 annos, a 10 de janeiro de 1742.
‘ Termoa folhas 69 v. do livro de semelhantes de abril de 1734 a julho
de 1753.
Devo esta indicacào ao M. R. P.° Josè Leal Furtado, vigario da Matriz
de Horta (Fayal). |
° Termo a folhas 91 v. do dito livro de baptismos.
© Termo a folhas 121 v. do dito livro de baptismos.
Ù Legno a folhas 142 do dito livro de baptismos.
A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEIDA-GARRETT (DT
rigo ‘secular, arcediago da Sé d’Angra (desde 5 de fevereiro
de 1783).
V. Josepha,' nasceu a 12 de junho 1743 e foi baptisada
na referida freguezia a 20 do mesmo mez.
| VI. Antonio,” nasceu a 13 de julho 1746 e foi baptisado
na referida freguezia a 20 do mesmo mez.
VII. Antonio Bernardo da Silva Garrett,’ sellador-
mor da Alfandega do Porto, nasceu a 10 de agosto 1749,
e foi baptisado na referida freguezia a 18 do mesmo mez.
Falleceu a 23 de abril 1834. — Casou a 2 de outubro 1796,
na capella da Quinta do Sardo, freguezia de Santa Eulalia
d’ Oliveira do Douro * com D. Anna Augusta d’ Almeida
! Termo a folhas 162 do dito livro de baptismos.
° Termo a folhas 211 do dito livro de baptismos.
® Termo a folhas 245 do mesmo livro de baptismos.
*Ao Rev. P.° Julio Albino Ferreira, da Camara Ecclesiastica do Porto,
e ao Rev. P.° Sebastiào de Vasconcellos, Director das officinas de S. José,
no Porto, devo a amavel remessa da certidio de casamento dos paes do
Visconde de Almeida Garrett; mas n’essa certidào ha um erro na parte que
se refere aos avòs paternos e maternos, de seu pae, (Antonio Bernardo da
Silva Garrett), visto que este ora neto paterno de'.Vosé Fernandes Juste e de
D. Luzia Ferreira da Silva e neto materno de D. Fernando cu D. Bernardo
Guarret (sic) e de D. Angela Maria Vissinaro'ou Vissinaw, como claramente
se vé na certidào do casamento do avò paterno do Visconde de Almeida
Garret [que devo à amabilidade do Rev. P.° José Leal Furtado (da Horta) |.
Certidao de casamento dos paes do Visconde de Almeida Garrett:
FI. 178. — Oliveira do Douro:
Aos dous dias do mez de outubro de mil setecentos noventa e seis annos,
de manha, na cappella do Sardao, treguezia de Santa Eulalia d’Oliveira do
Douro, feitas as denunciagoes na forma do Sagrado Concilio Tridentino e
Constituigao do Bispado, sem se descobrir impedimento algum, e sendo teste-
munhas de presente o Muito Reverendo Conego da Catedral do Porto,
Thomaz de Aquino Lima e Almeida, e o Muito Reverendo Beneficiado
Custodio José de Sousa Felgueiras, da mesma Cathedral, por ordem de Sua
Excellencia Reverendissima, perante mim, José dos Santos, vigario de paro-
chial egreja de Santa Eulalia d’Oliveira do Douro, forào recebidos com
palavras de presente na mesma capella acima pelo muito Reverendo Doutor
Manoel Lopes Loureiro, Provisor d’este Bispado do Porto; Antonio Bernardo
de Silva, da freguezia da Victoria da cidade do Porto, natural e baptisado
na freguezia de Sao Salvador da Ilha do Faial filho legitimo de José Fer-
reira da Silva e de sua mulher DonaAntonia Margarida Garreta, neto paterno
de Manoel Ferreira da Silva e de sua mulher Margarida Josefa da Silva, de
Lisboa, e neto materno do Doutor Alexandre de Moura e de sua mulher
Angela Maria de Moura; com Cona Anna d’Almeida Leitào, filha legitima,
de José Bento Leitào e de sua mulher Dona Maria do Nascimento Almeida
Leitào, neta paterna de Domingos Gomes e de sua mulher Dona Marianna
Josefa do Rosario, e neta materna de José Fernandes d’ Almeida e de sua mulher
pa
LA
158 A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEI A-GARRETT
Leitào ! (filha de José Bento Leitào e de D. Maria do Nasci-
mento Almeida). — Tiveram:
I. Alexandre José da Silva d’Ameida Garrett, nasceu no
Porto a 7 de agosto 1797. — Casou com D. Angelica Isabel
Dona Maria Thereza de Sao Boaventura. O contrahente é natural da cidade
do Porto, e -baptisado na freguezia da Victoria, e receberam as bencàos
conforme manda a Santa Madre Egreja. — Era ut supra — Manuel Lopes
, Loureiro. Custodio José de Sousa Felgueiras. O vigario José dos Santos.
Certidao de casamento dos avòs paternos do Visconde de Almeida-Garrett.
Em os dez dias do mezde fevereiro do anno presente de mil setecentos.
trinta e seis n’esta egreja matriz do Salvador; sen lo de tarde me foi apre-
sentado um mandado do Muito Reverendo Ouvidor o Licenciado Domingos
Pereira Cardoso para se receberem Joseph Ferreira da Silva filho de Joseph
Fernandes Juste ja defunto, e de sua mulher Luzia Ferreira da Silva, natural
da cidade ile Lisboa freguezia de Santa Catharina do Monte Sinay, aonde
foi baptisado, com D. Antonia Margarita Guarret filha legitima do capitào
D. Fernando Guarret e de sua mulher D. Angela Maria Vissinaro jà defuntos,
natural de Madrid, reino de Castella, freguezia de S&o Martinho donde foi
baptisada e ambos desobrigados a quaresma passada n’esta egreja. matriz,
sendo denunciados na forma do estillo sem impedimento algum, e haverem
juridicamente mostrado serem livres e de desempedidos, dando fianca aos
banhos de suas patrias: com palavras de presente se receberam in facie
ecclesiae em. presenca do dito Reverendo Ouvidor de nossa sentenca dando
lhes as bencàos na forma dos ritos da Santa Madre Igreja Catholica Ro-
mana, e Sagrado Concilio Tridentino de que foram testemunhas presentes
Antonio Furtado de Medonca e o Licenciado Joseph Pereira Machado fre-
guezes desta Matriz donde o sào os contrahentes e para constar fiz e assignei
era ut supra. O cura Manuel Furtado de Mendonca. Domingos Pereira
Cardoso. Joseph Pereira Machado. Antonio Furtado de Medonca.
! LAURENCO FRANCISCO, natural de Villa do Conde, casou com Fran-
cisca Gomes natural da freguezia de S. Martinho de Touguinhos. —Tiveram:
Domingos Gomes nasceu a 26 de abril 1696 na aldeia de Regufe,
freguezia de S. Joîo Baptista (Villa do Conde) casou na freguezia de
Santa Eulalia de Negreiros o 8 de outubro .de 1719 com Marianna
Josepha do Rosario, que nasceu em Santa Eulalia de Negreiros a 18 de
fevereiro 1697. (Tinha uma irma, Maria, que nasceu a 16 de outubro
de 1701, outra Marcella que nasceu a 9 de julho 1698, um irm&o Fran-
cisco que nasceu a 15 de novembro 1699 e outro Manuel que nasceu a
17 de setembro 1702 e era filha de Manuel Nunes, da freguezia de
S. Miguel das Aves, que casou, a 24 de abril 1695, em Santa Eulalia
de Negreiros com Ignacia Leitoa natural da referida freguezia). D'este
matrimonio nasceram: 1° Manuel Gomes Leitào que nasceu em Villa
do Conde a 4 de setembro 1720 e foi ali baptisado a 7 do mesmo mez
na frequezia de S. Joùo Baptista; 2° Angela nasceu em Villa do Conde
a 23 de dezembro 1722, e foi ali baptisada a 28 de mesmo mez;3° Luiza
Maria nasceu em Villa do Conde a 11 de maio 1725, e ali foi bapti-
sada a 14 do mesmo mez. Casou a 80 de dezembro 1741 na frequezia
de S. Joùo Baptista de Villa do Conde com Joào Pinto dos Santos
(filho de Jorge Pinto dos Santos e de Catharina Francisca Fernandes)
de cujo matrimonio nasceram: 1° MANUEL que nasceu a 1 de julho 1744
AIRONE Ti SRO
A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEIDA-GARRETT (59
Cardoso de Guimarîes a 16 de junho de 1822 e morreu a
24 de outubro de 1867. Tiveram:
I. Francisco Xavier da Silva Leitào de Almeida Garrett,
nasceu no Porto a 19 de maio de 1823. Casou na Ame-
rica. Morreu em San Paulo, no Brazil, deixando dois filhos:
1. ALEXANDRE - 2. RICARDO.
II. Christina Xavier d’Almeida Garrett, solteira, nasceu
no Porto a 24 de junho de 1824.
III. Anna Mecia de Almeida Garrett, nasceu no Porto
a 8 de junho 1826. Foi irmà de caridade. — Professou
no Instituto de San Vicente de Paula a 1 de novembro 1859
e morreu em Napoles a 2 de outubro 1873.
na freguezia de S. Joào Baptista da Villa do Conde 2° José BENTO
LeITA0 que nasceu a 25 de marco 1748 na mesma freguezia. — Foi
padre e reitor na freguezio de S. Mamede d’Escariz.
4. Josè Bento Leitào, baptisado na fregnezia de S. Joùo Baptista
da Villa do Conde a 7 de dezembro 1727 (tendo nascido a 2 do referido
mez), cavalleiro professo na ordem de Christo, casou em primeiras
nupcias com D. Maria Francisca dos Anjos (*) e, em segundas, no Porto,
a 16 de Janeiro 1771 com D. Maria do Nascimento e Almeida, (que tinha
tres irmàos Domingos Antonio — e o Rev.° José Pereira Pinto e que na-
sceu a 11 de dezembro 1751 na freguezia da Victoria, no Porto), filha
de José Fernandes d’Almeida, de S. Miguel das Aves, termo de Bar-
cellos e de D. Maria Thereza de Sao Boaventura, da freguezia da Se
do Porto, neta paterna de Gabriel Fernandes, de S. Bento de Guardi-
zella e de Martha ou Maria Luiz, de S. Miguel das Aves, neta materna
de José Tereira Pinto, de Moreira de Conegos e de Joanna Pinto, da
freguezia de S. Nicolau da comarca da Feira. — D'este matrimonio
nasceram: 1. MARIA que nasceu na freguezia da Victoria, no Porto, a
14 de outubro de 1771. 2. RitA que nasceu na mesma freguezia a 6 de
junho 1773. 3. José que nasceu na mesma freguezia a 14 de vovem-
bro 1774. 4. ANNA AuGusta d’ Armerina LeitAo nasceu no Porto a 9 de
agosto 1776 e foi baptisada na freguezia da Victoria, Cason a 2 de
outubro de 1799 com Antonio Bernardo da Silva Garrett. Tiveram:
Joao Baptis,a da Silva Leittio d’Almeida Garrett. 5. Joào CARLOS DE AL-
MEDA LeITÀo que nasceu a 2 de setembre 1777 desembargador da Re-
lagao do Porto, carado com D. Ignacia de Almeida Ceitào Teve 1. Jodo
Carlos de Almeida Leitào. 2. D. Maria de Almeida Leitào. 3. D. Antonia
de Almeida Leitào. 6. ANNA Coura DE S. Josk. 7. COLETA CANDIDA DE AL-
MEIDA LeITAO: morreu solteira, 8. D. MARIA CARMINA DE ALMEIDA LEITÀO:
morreu solteira. .
(*) Natural da freguezia de S. Pedro Goncalves da villa de Santo Antonio do Recife
(Pernambuco) filha legitima do capitào Braz Ferreira Maciel, natural da freguezia de Darqeu
e de D. Catharina Bernarda d’ Oliveira.
760
A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEIDA-GARRETT
IV. Rodrigo Xavier de Almeida Garrett, nasceu no Porto
a 13 de Julho 1827. Foi formado em Leis na Universi-
dade de Coimbra e falleceu solteiro no Porto a 30 de
dezembro 1879.
V. D. Carlota Joaquina Miguel de Almeida Garrett, afi-
lhada de D. Miguel, rei de Portugal, nasceu no Porto a
1 de setembro 1828 e morreu solteira ra mesma cidade
a 4 de marco 1849. |
VI. Thomaz d’Aquino de Almeida Garrett, nasceu no
Porto a 18 de maio 1830 e ali falleceu a 27 de marco 1855.
Casou com D. Luiza Patricio Botelho de Lacerda Vil-
laca Bacellar. — Tiveram:
FRANCISCO XAVIER DE ALMEIDA GARRETT,
que casou com D. Maria Margarida da Costa e Almeida
de Oliveira Maya. — Tiveram:
FRANCISCO DE ALMEIDA GARRETT (que reside actual-
mente no Porto, rua da Boa Vista). |
VII. D. Menia Victoria de Almeida Garrett, nasceu no
Porto a 19 de dezembro 1832. Casou com Francisco Correa
de Freitas e teve 5 filhos: 1. MARIA JULIANNA, nasceu
no Porto - 2. MARIA LUIZA, nasceu no Porto - 3. JOSÈ,
nasceu no Porto - 4. ALVARO GARRETT CORREA DE.
FREITAS, recebedor em Santo Thyrso (onde nasceu) -
5. HELENA, falleceu no Porto a 1 de marco 1901.
VIII. D. Rita Cassia de Almeida Garrett, nasceu no Porto
a 9 de julho 1835 e ali falleceu solteira a 15 de feve-
reiro 1852.
IX. D. Joanna do Carmo de Almeida Garrett, nasceu
no Porto a 29 de junho 1836 e fallecen solteira no Porto
a 21 de agosto de 1855.
X. D. Helena da Cruz Xavier de Almeida Garrett, nasceu
no Porto a 28 de marco 1839 e ali morreu solteira a 29
de maio 18350.
XI. Gongalo Xavier de Almeida Garrett, nasceu no Porto
a 24 de marco 1840 e ali falleceu a 28 do mesmo mez
e anno. |
A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEIDA-GARRETT 61
XII. Goncalo. Xavier de Almeida Garrett, formado em
mathematica e em philosophia pela Universidade de
Coimbra, onde è lente da faculdade de mathematica. Pàr
do Reino, nasceu no Porto a 30 de dezembro 1842. Casou
em Lisboa a 4 de novembro 1875 com D. Maria Joaquina
de Tavares Proenca. — Tiveram: 1. D. MARIA DA PIE-
DADE, nasceu na freguezia da Sé em 20 de agosto 1876
e foi baptisada em Coimbra - 2. ALEXANDRE, nasceu
na freguezia de San Christovio: a 9 de outubro 1877, e
fol baptisado em Coimbra - 3. JOÀO BAPTISTA, nasceu
na freguezia de San Christovào a 11 de setembro 1879 e
fol baptisado em Coimbra. Falleceu em Castello Branco
a 27 de marco 1889 - 4. D. MARIA, ANGELICA, nasceu
na freguezia de San Christovio a 14 novembro 1881 e foi
baptisada em Coimbra - 5. FRANCISCO XAVIER, nasceu
na freguezia de San Christovào a 11 de fevereiro 1883
e foi baptisado em Coimbra - 6. D. MARIA THEREZA,
nasceu na freguezia de San Christovao a 11 de abril 1887
e foi baptisada em Coimbra — Y. JOSE MARIA, nasceu
na freguezia de San Miguel, em Castello Branco, a 29 de
| agosto 1880.
. XIII. José Maria Xavier de Almeida Garrett, nasceu no
Porto a 24 de marco 1844 e morreu, na sua quinta da
Carreira, em San Miguel das Aves, concelho de Santo
Thyrso, a 11 de julho 1899.
II. Joùo Baptista da Silva Leitào d’ Almeida Garrett, visconde
de Almeida Garrett," nasceu na cidade do Porto a 4 de fe-
vereiro de 1799. Foi baptisado a 10 de fevereiro 1799, na
freguezia de Santo Ildefonso d’aquella cidade. Felleceu em
Lisboa, na rua de Santa Izabel, n. 55, a 9 de dezembro
1“ Esta justo o consorcio da sr.* D. Maria Angelica Proenca d’Almeida
Garrett, gentil filha do sr. dr. Goncalo Xavier d’Almeida Garrett, digno par
do reino e lente da Universidade, com o sr. dr. Antonio da Silveira de
Gondar da Motta de Sousa e Menezes, joven medico, que fez uma forma-
tura distincta em. Coimbra, tendo ido depois a Paris, onde se demorou
muito tempo, estudando varias especialidades clinicas ,, (Diario IMlustrado,
Lisboa, 17 de novembro 1903).
20 Visconde de Almeida Garrett teve de D. Adelaide Deville Pastor
Rivista del Collegio Araldico (dicembre 1904). 48
162 A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEIDA-GARRETT
de 1854, com 55 annosjde edade. Casou aos 22 annos de
edade, a 11 de novembro 1822, na freguezia de San Nicolau
de Lisboa, com D. Luisa
Candida Midosi (de quem se
separou em 1836), filha de
José Midosi e de D. Anna
Candida Midosi, baptisada na
egreja de N. S. do Loreto, de
Lisboa. —- Tiveram: 1. Uma
filhinha que de tenra edade
falleceu em Lisboa (por fins
de maio ou principio de junho
1828) - 2, Uma creanca do
sexo masculino que,Jà morta,
veiu à luz em Londres (nos
fims de Janeiro ou principios
de fevereiro de 18831).
III. Joaquim Antonio da
Silva Leitào de Almeida Garrett,
foi ecclesiastico.
IV. Antonio Joaquim da |
Silva Leitào de Almeida Garrett, morreu sem descendencia.
(filha de D. Jeronyma Deville) que nasceu a 24 de novembro 1819 e falleceu
em Lisboa a 26 de julho 1841, tres descendentes:
I. Nuno, que em Lisboa nasceu, a 25 de novembro 1837 e morreu
a 9 de fevereiro 1839.
I{. JoGo que nasceu a 6 de novembro 1839 e morreu n’esse mesmo
anno aos 16 de dezembro.
III D. Maria Adelaide de Almeida Garrett que nasceu a 12 de ja-
neiro 1841, foi baptisada a 15 de margo do mesmo anno na Egreja da
Encarnacào, de Lisboa, e casou a 2 de janeiro de 1862 na capella de Nossa
Senhora da Lapa, no lugar da Porcalhota, freguezia de Bemfica (achand —
se o respectivo termo registado na freguezia de Encarnagao, de Lisboa) com
o D. Carlos Augusto Guimaràes, medico distincto, (filho de Joào Bonitacio
Pereira Guimaraes e de D. Maria do Carmo Guimaràes) baptisado na Encar-
nacàao, de Lisboa. D. Maria Adelaide e uma filhinha d’esta, falleceram ambas
em Cintra — e ali falleceu igualmente, em 1900, o Doutor Carlos Augusto
Guimaràes.
! Devo a certidào d’este casamento 4 amabilidade do M. Rev. P. Fran-
cisco Moreira Coelho de Carvalho, Prior de S. Nicolau.
A FAMILIA DO VISCONDE DE ALMEIDA-GARRETT 763
V. D. Maria Amalia da Silva Leitào de Almeida Garrett,
que casou com D. Francisco de Menezes e teve: I. D. Fran-
cisco Sa de Menezes - II. D. Maria de Menezes.
VI. Antonio Joaquim Bernardo da Silva de Almeida Gar-
rett, fallecido aos 32 annos em Lisboa no dia 3 de no-
vembro 1838. |
VIII. Ignacio da Silva Garrett. No copiador das infor-
magcoes para provimento dos beneficios, em officio de 19 de
: julho de 1803, diz o bispo de Angra, D. José Pegado: “ O Padre
Ignacio da Silva Garrett, pelos documentos juntos, mostra
| que he religioso secularisado por Graca Apostolica, impetrada
por meu antecessor o Exmo e Revmo D. Fr. José d’Ave
Maria ... Alem d'’isto mostra que tem 53 annos d’edade, que
Ne Tol ordenado legitimamente presbytero no anno de 1775...,,
Tomou posse em um canonicato em 22 de novembro de
1815, segundo se vé do Livro das Posses a folhas 21 verso, e
| falleceu em o 1° de dezembro de 1822, como se diz em nota
a margem do dito livro das posses, havendo sido, ji conego
de mela prebenda em 1813.
DI. Ignacia,! nasceu a 18 de novembro 1751 e foi
baptisada na referida freguezia de San Salvador da Ilha do
Faial a 24 do mesmo mez. Falleceu no Faial com 16 annos
a 29 de agosto 1763.
X. Thomaz Isidro,? nasceu a 9 de Janeiro 1753 e foi
baptisado no referida freguezia a 18 do mesmo mez.
A. DE FARIA.
! Termo a folhas 274 do livro de baptismos. i
Devo esta indicacào ao M. R. P. José Leal Furtado, viagario da Matriz
de Horta (Fayal).
? Termo a folhas 288 do mesmo livro de baptismos.
Idem.
A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT
. (D. Luisa Candida Midosi)
JOAO BAPTISTA MIDOSI, casou com D. Maria Magda-
lena Bianciardi, ou Bianchard, de cujo matrimonio nasceram
dois filhos e uma filha:
I. “* Giuseppe ,, Camillo Filippo Medosi, Midosi, Mi-
dossi, ou Midozzi, nasceu em Roma a 15 de outubro 1748,
foi baptisado a 20 do dito mez na freguezia de San Giovanni
dei Fiorentini, de Roma; casou na egreja de San Paulo em
Lisboa a 29 de outubro 1778 com D. Isabel Camafort (Co-
merfort ou Crommefort),! natural da cidade de Kork (na Ir-
landa), onde nasceu em 1759, baptisada a0s 17 annos de edade,
a 26 de maio 1776, na freguezia de San Pedro em Alcantara
(Lisboa). D’este matrimonio nasceram:
I. D. Maria Midosi, nasceu em Lisboa a 1 de Janeiro 1780
e foi baptisada na egreja do Loreto. Casou con Joîo Ro-
dolfo Lindt.
II. José Midosi, nasceu em Lisboa a 20 de marco 1783,
foi baptisado a 4 de maio na egreja do Loreto (de Lisboa)
(ainda vivia em 1856), casou a 9 de fevereiro 1804, na
egreja de Nossa Senhora dos Martyres, em Lisboa, com
D. Anna Candida de Athaiîde Lobo (filha de Marcello Thomaz
d’Athaîde Lobo? e de D. Anna Joaquina Rosa Voluntaria
! Tinha uma irmaà de nome Maria e eram ambas filhas de Pedro Com-
mefort e de Winefreda Bonifacia Nixon de religiào protestantes. Foram
padrinhos do baptismo o Conde de Aveiras (Nuno da Silva Telles) e a
Condessa da Ribeira Grande.
? Marcello Thomaz d’ Athayde Lobo (viuvo de D. Victoria Maria da En-
carnacao que falleceu na freguezia das Merces, de Lisboa, a 21 de jalbo 1778,
deixandro uma filha menor) casou a 4 de novembro 1778 na Egreja de Santa
Isabel, em Lishoa, com D. Anna Joaquina Rosa Voluntaria Valerosa, —
baptisada na freguezia de Nossa Senhora do Monte de Caparica.
A FAMILIA DA VISCONDESSA DE AT.MEIDA-GARRETT 165
Valerosa ou Valerana) que nasceu a 4 de setembro 1784,
foi baptisada na egreja de * anta Izabel, de Lisboa, a 10 de
outubro do mesmo anno e falleceu em Lisboa
a 4 de agosto 1883. D'este casamento na-
sceram :
I. D. Luiza Candida Midosi, nasceu em
Lisboa a 17 de maio 1808 e foi baptisada
a 6 de junho na egreja do Loreto (de
Lisboa). Falleceu em Paris, 21 rue de l’Arc
du Triomphe, com 84 annos de edade, a
20 de maio 1892,! deixando tudo quanto
possuia a seu segundo marido (por testamento que fez a
23 de agosto de 1883) e achando-se enterrada no cemi-
terio de Passy.
Casou primeiro, a 11 de novembro de 1822, na fre-
guezia de San Nicolau de Lisboa, com Joùo Baptista da
Silva Leitào d’Almeida Garrett, visconde d’Almeida Gar-
rett, de quem teve: 1. Uma filhinha que de tenra edade
falleceu em Lisboa (por fims de maio ou principio de
Jjunho 1828) - 2. Uma creanca do sexo masculino que, jà
morta, veiu à luz em Londres (nos fims de Janeiro ou
principios de fevereiro de 1831).
* Vous étes prié d’assister aux Convoi, Service et Enterrement de Ma-
dame Letrillard, née Luisa Candida Midosi, dècédée, munie des Sacrements,
de l’ Eglise, le 20 mai 1892, à l’àge de 84 ans, en son domicile, rue de l’Arc
de Triomphe, n. 21;
Qui se feront le lundi, 23 courant, à dix heures très précises, en l’Eglise
St. Ferdinand des Ternes, sa paroisse. On se réunira à la maison mortuaire.
De Profundis!
De la part de Monsieur Léètrillard, son mari; de Monsieur Ernest Lé-
trillard, Monsieur Francois Louis, Monsieur Ernest Louis, Madame Veuve
Paul Louis et son fils, Monsieur Henrei Midosi, Avocat, et Madame Henri Mi-
dosi, Monsieur et Mamame Chauvin et leurs enfants, Monsieur Houde, ses
beaux-frères, neveux, nièce, cousins et cousines; de. Mademoiselle Marie
Alexandrine Chaillot, Mademoiselle Louise Cordeiro, Mademoiselle Louise,
. Alessandrine Cordeiro, Monsieur. Alexandre Charras, ses filleuls, de toute
la famille et de ses nombreux amis. L’Inhumation aura lieu au Cimetière
de Passy.
TE
©
- TS
f
(66 A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT
Casou, em segundas nupcias, a 2 de outubro 1856, na
Commune de Nerilly-sur-Seine (Département de la Seine) e
na freguezia de San Ferdinand des Ternes,
com Alexandre Désiré Leétrillard, que nasceu
em Paris a 27 de maio 1832 e foi baptisado |
na freguezia de St-Pierre de Chaillot a 4 È
de junho do mesmo anno (filho de Antoine È
Théodore Leétrillard e de Marie-Catherine-
Joséphine Tonnelot).
Fizeram um contracto de casamento a
29 de setembro 1856 perante o tabelliao Julien Yver, 422
rue St-Honoré, em Paris. — A 9 de outubro 1856, perante
o referido tabellito, fez Mr Létrillard doagîo a sua esposa
de tudo quanto possuia e o mesmo fez sua esposa a elle.
Mr Létrillard nomeou, por seu testamento (feito a 2 de
maio 1896) legataria universal Mlle Marie Burger (que
reside actualment em Paris, 21 rue Serperite) e o respec-
tivo inventario foi feito a 23 de junho 1897 pelo tabelliào
Rivièra (4 rue de la Paix, em Paris).
Alexandre Désiré Létrillard, falleceu em Paris, 21 rue
de l’Arc de Triomphe, com 64 annos de edade, a 25 de
maio 1897! e acha-se enterrado no cemiterio de Passy.
Tinha uma afilhada, Mlle Marie Challiot, que vive actual-
mente 14 rue Escudier em Boulogne-sur-Seine e a um
! Vous étes priè d’assister aux Convoi, Service et Enterrement de Mon-
sieur Alexandre Désiré Letrillard, décédé, muni des Sacrements de l’ Eglise,
le 24 mai 1897, a l’àge de 64 ans, en son Vado 21, rue de l’Arc de
Triomphe; qui se feront le jeudi 27 courant è 9 heures va très précises, en
l’ Eglise S. Ferdinand des Termes, sa paroisse. On se réunira à la maison
mortuaire. De Profundis! De la part de Monsieur Ernest Létrillard ; de Mon-
sieur Francois Louis; de Monsieur Ernest Louis; de Madamé Veuve Paul
Louis et son fils; de ‘Madagne Veuve Chauvin et ses enfonts; de Monsieur
Henri Midosi, Avocat et Madame Henri Midosi, ses frère, besito neveu,
nièce, petit-neveu, cousins et cousines; de Mademoiselle Marie Alexandrine
Challiot; de Mademoiselle Louise Cordeiro; de Mademoiselle Louise Alexan-
drine Cordeiro, de Monsieur Alexandre Charras; de Monsieur Alexandre
Robert Tilliet, ses filleuls; de toute la famille et de ses nombreux amis.
L’Inhumation aura lieu au Cimetière de Passy. fi
e Vo
A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT 67
irmào d’esta afilhada legou toda a sua bibliotheca, onde
existem varios livros, annotados pela mao de Garrett.
Desse expolio existe em poder
de Joaquim de Araujo o retrato
de Garrett, que pertenceu a sua
viuva e que esta annotou nas
costas da photographia e os dois
| sinetes de Garrett e Luisa Midosi,
para lacre. i
II. Luiz Midosi, nasceu a 15 de
Janeiro 1806 e foi baptisado na
egreja do Loreto (de Lisboa) a 9
de fevereiro. Morreu a 26 de de-
zembro de 1875.
III. Jorge Midosi, nasceu em Li-
sboa a 14 de janeiro 1785 e foi baptisado na egreJja do Loreto
a 6 de fevereiro.
IV. Guilherme Midosi, nasceu em Lisboa a 4 de julho 1786
e foi baptisado na egreja do Loreto a 6 de agosto.
-V. Pedro Maria Midosi, nasceu em Lisboa a 25 de feve-
reiro 1088 e foi baptisado na egreja do Loreto a 24 de
marco.
VI. D. Carlotta Maria Midosi, nasceu em Lisboa a 18 de
maio 1793, e foi baptisada na egreja do Loreto a 26 do
mesmo mez.
VII. D. Carlotta Midosi, nasceu em Lisboa a 23 de se-
tembro 1795 e foi baptisada na egreja do Loreto a 25 de
outubro.
VIII. D. Luisa Midosi, nasceu em Lisboa a 10 de feve-
reiro 1197 e foi baptisada na egreja do Loreto a 19 de
marco.
IX. Joao Midosi, nasceu em Lisboa a 24 de dezembro 1798
e foi baptisado na egreja do Loreto a 3 de fevereiro 1799.
Foi seu padrinno o Exmo e Rmo Sr D. Bartholomeu Pacca,
nuncio apostolico em Portugal.
X. D. Sofia Midosi, nasceu em Lisboa a 28 de agosto 1801
e foi baptisada na egreja do Loreto a 30 de setembro.
(68 A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT
II. Filippo ‘ Nicola,, Bartolomeo Midosi, Midozzi,
Midoci, ou Midossi,' nasceu em Roma a 7 de dezembro 1748
e foi baptisado na freguezia de San Lourenco Damaso (de
Roma). Casou a 15 de janeiro 1781, na freguezia de San Pedro
em Alcantara (Lisboa) com D. Rita Oeth, que nasceu a 21 de
Janeiro 1761 em Lisboa, onde foi baptisada, a 28 do mesmo
mez, na freguezia de Santos-o-Velho (filha de. Pedro Oeth,
Quet, ou Huet,? baptisado na freguezia de Santa Rodegunda,
de Poitiers e de D. Thereza Vech ou Velho, baptisada na fre-
guezia de San José do Piemonte," na Sardenha, casados, em
1744, na freguezia de San Paulo, de Lisboa). D'este casamento
nasceram:
I. D. Leonor Maria Midosi, nasceu em. Lisboa. a 3 de
marco 1782 e foi baptisada na egreja do Loreto a 24 do
mesmo, mez.
II. D. Francisca Midosi, nasceu em Lisboa a 10 de ou-
tubro 1783 e foi baptisada na egreja do Loreto a 9 de no-
vembro.
III. D. Margarida Midosi, nasceu em Liuuos a.29 de
Julho 1785 e foi baptisada na egreja do Loreto a 28 de
agosto.
IV. Pedro Midosi, nasceu em Lisboa a 7 de junho 1787
e fo: baptisado na egreja do Loreto a 27 do mesmo mez.
V. Paulo Midosi, nasceu em Lisboa a 22 de julho 1789 e
foi baptisado na egreja do Loreto a 23 de agosto.
Do Conselho de Sua Magestade, commendador de Christo,
cavalleiro da Conceigào e do. Salvador da Grecia.
Secretario da Commissào das Pautas, em outubro de 1821.
Official da Secretaria de Estado dos Negocios do Reino,
1 A 21 de junho de 1761 foi baptisado em Roma, na freguezia de S. Lou-
renco Damaso, Ottone Midossi filho de Giovanni Pio Midossi e de Anna
Camilla De-Luca.
? A certidio de Pedro Oeth ou Huet deve ser procurada na Muairie de
Poitiers. de 1731 para traz.
° As unicas freguezias do antigo Piemonte designadas com o nome de
. Jose de que tenho conhecimento sào:
S. Giuseppe di Casto, na provincia de Novara e circondario de Biella
e S. Giuseppe Rima; provincia e circondario de Novara.
A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT 169
em 22 de novembro de 1822. Chefe da 32 reparticào da
mesma Secretaria de Estado, em fevereiro de 1823. Emigrou
para Inglaterra em junho de 1828, servindo depois de chan-
celler na Legacio em Londres. Em 11 d'agosto d’este anno,
«foi mandado pelo Duque de Palmella a Corunha, para tratar
do transporte para Inglaterra . dos emigrados portuguezes,
que se haviam reunido nesta cidade, secretario geral da
Administracio do deposito de emigrados em Plymouth, em
28 de setembro de 1828. Dissolvido o Deposito, esteve em-
pregado na Legacào de Por:ugal em Londres, até que em
agosto de 1833, regressou a este Reino a excercer o seu
cargo de official na Secretaria d’ Estado dos Negocios do
Reino. Promovido a official maior graduado, em novembro
de 1835. Eleito deputado as Cèrtes, pelo Circulo de Vizeu
em 18336. Official maior interino da Secretaria de Estado
dos Negocios Estrangeiros, em 20 de setembro deste anno,
e sub-secretario d’ Estado da mesma Reparticào, em 3 de
dezembro seguinte. —— Nomeado encarregado de Negocios
para as Cortes de Bruxellas e Coburgo, em 9 de janeiro
de 1837, logar que n&o exerceu. Agraciado com a Carta de
Conselho, em 12 do referido::mez e anno. Exonerado, pelo
haver pedido, de ..sub-secretario. d’ Estado, ‘continuando a
servir interinamente de official maior, em 11 ide maio:de 1837.
Eleito deputado, pelo Circulo de Lisboa. as Cortes Con-
stituintes, em 1838. Transferido na qualidade de encarre-
gado de Negocios, para a Corte de Athenas; em 30 de Julho
de 1839, logar que n&o exerceu, por ser mandado à Corte
de Londres em commissào, em 12 de agosto, onde perma-
neceu até 30 de setembro, continuando desde entào. em di-
sponibilidade na supracitada cathegoria. Nomeado em 23 de
julho de 1851, membro da Commissio encarregada de apre-
sentar o projecto do Regulamento consular, e da Commissào
que procedeu à reforma da Reparticio dos Correios e Postas
do Reino, em 18 de outubro do mesmo anno. Exonerado da
primeira d’estas commiss6es, por haver concluido os tra-
balhos de que fòra incumbida, em 7 de janeiro de 1852.
A FANILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT
(Annuario portuguez historico, biographico e diplomatico por
Antonio Valdez. Lisboa, typ. da Revista universal, 1855).
O sr. Joaquim de Araujo possue de letra de Paulo Mi-
dosi, o precioso copiador de officios do celebre barracaio de
Plymouth, ond estiveram os emigrados portugueses, durante
em tempos de D. Miguel. È um codice de singular valor.
Morreu com 68 annos de edade a 19 de Janeiro 1853.
(Veja-se a paginas 201 do 8° vol. e a paginas 221 do 9° vol. .
do Diccionario popular, dirigido por Manuel Pinheiro Chagas).
Casou e teve:
Paulo Midosi, que nasceu a 1 de dezembro de 1822,
advogado. Falleceu em dezembro de 1888. (Veja-se pa-
ginas 201 do 8° vol. e paginas 221 do 9° vol. do Dicezo-
nario popular, dirigido por Manuel Pinheiro Chagas, Lisboa,
1881; assim como Elogio de Paulo Midosi, discurso lido
na Associagào dos advogados de Lisboa, em sess&ào extra-
ordinaria de 18 de fevereiro de 1889 pelo socio Joîio Ja-
cintho Tavares de Medeiros. Typ. Castro Irmào, 31 rua do
Marechal Saldanha, Lisboa, 1889).
VI. D. Maria Magdalena Midosi, nasceu em Lisboa a 2 de
setembro 1790 e foi baptisada na egreja do Loreto a 3 de
outubro. Casou na freguezia das Mercés, em Lisboa, a 22 de
Julho 1819 com Caetano da Costa Martins, que nasceu em
Lisboa a 23 de agosto 1796 e foi baptisado a 25 de setembro
na egreja de Santos-0-Velho (filho de Bernardino da Costa
Martins, baptisado a 9 de outubro 1763 na freguezia de San
Pedro da Villa da Ericeira, e de D. Francisca Joaquina das
Chagas, baptisada na freguezia de Santos-o-Velho, que ca-
saram nesta freguezia a 24 de dezembro 1792; neto paterno
de Antonio da Costa Martins e de D. Maria da Silva, rece-
bidos na FEriceira, neto materno de José Antonio Ferreira
e de D. Maria Josefa Ferreira). Tiveram:
I. D. Palmira Georgina Martins, nasceu em Lisboa a 26
de novembro 1828, baptisada a 13 de dezembro na fre-
guezia de San Paulo. Casou a 8 agosto 1846 na freguezia
da Lapa, em Lisboa, com Eduardo de Faria (filho do con-
A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT (1
selheiro Antonio. Candido
de Faria e de D. Maria He-
lena Possolo), baptisado na
| freguezia da Lapa a 4 de
«...: novembro de 1821. Tiveram:
eo, LD. ,HELENA DE
È FARIA, nasceu a 6 de
julho de 1846, sendo bap-
tisadanafreguezia da Lapa.
Casou com Joùo de Sousa
Calvet de Magalhaes, em-
pregado superior da Al-
fandega, a 29 de abril 1867
na egreja das Mercés. Teve:
Eduardo da Faria.
1. D. Marra DE Faria MAGALHAES, nasceu a 27 de
setembro 1869 e foi baptisada a 6 de outubro na
egreja das Mercés. Falleceu a 3 de marco de 1896.
Casou a 15 de agosto 1890 com. Virgilio Marques da
Costa. Tiveram: 1. Jogo, que nasceu a 15 de marco
de 1891 - 2. Maria Leonor, que nasceu a 14 de ago-
sto 1893.
2. D. HELENA, nasceu a 11 de setembro de 1871
e foi baptisada a 17 do mesmo mez e anno na egreja
das Mercés. Casou a 27 de fevereiro de 1889, na egreJa
de San José, com José Ribeiro Cardoso. Tiveram:
1. D. Maria Luiza, nasceu a 29 de novembro 1890,
sendo baptisada a 8 de dezembro em Santa Justa -
2. D. Maria Helena, nasceu a 28 de fevereiro de 1891
ou 1892, sendo baptisada em Santa Justa a 8 de de-
. zembro — 3. D. Maria do Carmo, nasceu a 29 de Jjunho
1 de 1892 ou 1893, sendo baptisada no Coracio de Jesus
a 7 de julho - 4. D. Maria José, nasceu a 18 de ja-
neiro de 1893 ou 1895, sendo baptisada no Coragào
de Jesus a 28 de mesmo mez e anno - 5. D. Maria
Thereza, nasceu a 28 de maio de 1896, sendo bapti-
sada no Coracao de Jesus. Falleceu a 21 de setembro
de 1897 - 6. José Maria, nasceu a 20 de novembro
(72 A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT
de 1897 e foi baptisado na egreja do Coracao de Jesus
8 dias depois - T. D. Maria Manoel, nascida a 2 de
Janeiro de 1599 e baptisada na egreja de San Mamede
a 14 de Janeiro do mesmo anno.
3. AnroNIO, nasceu a 11 de fevereiro de 1873 e
foi. baptisado nas Mercés a 17 do mesmo mez. ve
4. D. Maria Benepicra CaLver. re MAGALHAES, I
nasceu a 29 de janeiro de 1875 e foi baptisada a 6.
de fevereiro nas Mercés. Casou com Pedro Celestino
Taveira Pinto. Residem em Mafra.
5. Vasco pE Sousa Carver pe MAGALHAES, nasceu
a 18 de novembro de 1879 e foi baptisado a 25 de
novembro nas Mercés. Casou na egreja de San José,
de Lisboa, com D. Beatriz de Sousa e Vasconcellos
que nasceu a 31 de marco 1876 e foi baptisada a 6
de abril na egreja de Santo Estevao. Teve: D. Maria
Helena Francisca de Sales, que nasceu a 12 de feve
reiro de 1901 e foi baptisada a'21 do mesmo mez e
anno na egreja de San José d’Annunciada.
6. D. Jucia, nasceu a 28 de agosto de 1880 e foi
baptisada a 30 do mesmo mez e anno na egreja de
dai José d’Annunciada. È
. ManueL, nascen a 20 de agosto de 1882 e foi
La a 28 do mesmo mez e anno na egtaja de
San José d’Annunciada.
2 D. SOPHIA, casou.em Lisboa a 22 de dezembro
1866, com Joîo da Rocha Santos, negociante no Mara-
nhao (onde falleceu a 26 de agosto de 1890). Reside
actualmente no Maranhao, rua San Pantaleo, 93. Teve:
1. D. SopzÒia RocgHa Santos, nasceu a 18 de ou-
tubro de 1867. Casou: com Joaquim Netto Passos, e
teve: D. Maria José, ja fallecida.
2. ManuEL RocHa SANTOS, nasceu a 1 de setembro
. de 1868. (Ja fallecido). i
3. D. URBANA RocHa Santos, nasceu a 3 de cutubro
de 1869.
A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT (13
4. JoAo RocHa Santos nasceu a 17 de novembro
de 1879. (Ja fallecido).
5. HeracLyro RocHa Santos, nasceu a 29 de abril
de 1881.
6. D. PaLmyrRa RocHa Santos, nasceu a 19 de
abril de 1882. Casou: com Liberato Lopes de As-
sumpeàao, sargento leorense.
7. EpuaRDO RocHa Santos, nasceu a 31 de maio
de 1883.
8. D. E. Maria po Carmo RocHa SANTOS, nasceu
a 81 de julho de 1884. |
9. AnToNnIO RocHA Santos, nasceu a 2 de agosto
de 1887.
3. D.JULIA DE FARIA. Casou a 31 de agosto 1876
na egreja de San Paulo em Lisboa com Ernesto de
Campos e Andrada (filho de Caetano Campos Andrada
e de D. Maria Joanna Calvet de Andrada). Reside na
estrada de Bemfica, n. 601. Teve:
1. D. MaGpALENA DE Campos E ANDRADA, nasceu
em. Bemfica a 8 de junho 1877.
2. CarLos pE Campos AnDpRADA, nasceu a 24 de
dezembro de 1879. Casou em Lisboa a 11 de julho 1903,
com D. Maria Christina d’Abreu Vidal (filha de Joùo
Christino Vidal e de D. Emilia Augusta d’Abreu
Vidal).
8. D. IsaBEL DE CamPos E ANDRADA, nasceu a 26 de
maio de 1880 e falleceu de anno e meio.
4. ERNESTO DE Campos E ANDRADA, nasceu a 24 de
setembro 1882. |
5. Lurz pe Canpos E ANDRADA, nasceu a 24 de
dezembro de 1890.
4. D. PALMYRA DE FARIA. Casou a 29 de julho
de 1876, na egreja de San Joîo Baptista, no Lumiar,
com Joaquim Franco de Mattos. Teve: D. MarIA HEN-
RIQUETA FRANCO DE Martos, que nasceu a 7 de agosto |
de 1890 e foi baptisada, a 15 do mesmo mez e anno,
nos Martyres.
(4
A FAMILIA DA VISCONDESSA DE ALMEIDA-GARRETT
II. Annibal Achilles Martins.
III. D. Sophia Martins, que casou com Santos.
VII. D. Henriqueta Midosi, nasceu em Lisboa a 10 de ja-
neiro 1792 e foi baptisada, a 12 de fevereiro, na egreJja do
Loreto.
VIII. Joao Baptista Midosi, nasceu em Lisboa a 19 de
fevereiro 1793 e foi baptisado a 23 de marco na egreja do
Loreto.
IX. Henrique Midosi, nasceu em Lisboa a 19 de setem-
bro 1794 e foi baptisado a 13 de novembro na egreja do
Loreto. Casou com D. Felizarda Joaquina Barbosa, bapti-
sada na freguezia de San Mamede, e teve:
Henrique Carlos Midosi, ilustre advogado, que nasceu
em Lisboa a 24 de fevereiro 1824 e foi baptisado a 25 de
fevereiro 1829 na egreja do Loreto. Casou a 12 de ou-
tubro 1889, na freguezia das Mercés, com D. Emilia
Sophia Lima (viuva do dott. Joîo Lucio de Figueiredo
Lima).
© X. Luiz Francisco Midosi, nasceu em Lisboa a 14 de
agosto 1796 e foi baptisado a 9 de setembro na egreja do
Loreto. Falleceu em 1868. (Veja-se a paginas 201 do 8° vol.
e a paginas 221 do 9° vol. do Diccionario popular, dirigido
por Manuel Pinheiro Chagas, Lisboa, 1881).
XI. D. Emilia Midosi, nasceu em Lisboa a 18 de Janeiro
1798 e foi baptisada a 26 de fevereiro na egreja do Loreto.
XII. D. Maria Carlotta Midosi, nasceu em Lisboa a 10 de
Julho de 1800 e foi baptisada a 22 de agosto na egreja do
Loreto.
III. D. Orsola Francesca Maria Gertrude Medosi ou
Midosi, nasceu em Roma a 18 de setembro 1746 e foi bapti-
sada na egreja de San Giovanni dei Fiorentini.
A. DE FARIA.
ù 5 fi: : Ne coi MELI
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Re ret ARIE e pi SOSTE ITA
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Pla ter ME pur Pa A ae
RA LT RES MRO cai al ha
P-ESL.LO5E
Cromolit.R BULLA Roma
LES ARMOIRIES DU CHEVALIER PELLOT
Elles sont d’azur au chevron d’or accompagné en chef de
deux étoiles d’argent et en pointe d’un agneau pascal passant
de méme; la banderole aussi d’argent chargée d’une croix de
gueules. L’écu accollé è la croix du Saint-Sépulcre et timbré
d’un casque de chevalier avec lambrequins d’azur, d’or et d’ar-
gent. Supports deux chevaux d’argent. Devise: HAND AVOS
EGO PAULUS PELLO. Croix des ordres de Francois I° (com-
mandeur), de la Couronne de Roumanie (officier), du Saint-Sé-
pulcre, de Saint-Jean d’Espagne; Palmes académiques (0. A.).
| Les Pellot du Réthelois sont une ancienne famille que sous
la monarchie tenait à la noblesse et à la bourgeoisie; ses al-
liances le prouvent.
M. Paul Pellot, chevalier, licencié en droit, commandeur de
l’ordre de Francois I°”, chevalier du Saint-Sépulcre, officier de
la Couronne de Roumanie, officier d’académie, descend d’An-
toine de la Croix seigneur de Beauregard, de Gujon de Héry et
de Pierre de Monampteuil, hommes d’armes du Maréchal de la
Marck. |
Son père, homme d’une grande intégrité (| 1894), était maire
de Bertoncourt, où le Chevalier est né en 1854.
Il est archiviste-bibliothécaire de la ville de Reéthel Ronoris
causa; membre de plusieurs sociétés savantes et auteur d’un grand
nombre de publications intéressantes comme les notices sur les
familles de Chartougne, Petit de Richebourg, Tiges, Mortaigne,
Montmorillon, Sorbon, Wateville, Moy, Bombelles, Toupet, Baude,
Coipel, Sohier, de Chateau Porcien, Beauvais, Creit, Auquoy,
Béthencourt, Salnove, Saint Maurice, Taine, Chevardière, du Guet,
Piercot, d’Abancourt, Billain, Richelet de la Cocquelée, etc.
Le Chevalier Pellot est Membre correspondant du Collège
héraldique de Rome depuis le 9 février 1903.
O. BRETON.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
CreétIngAU-JoLy J. Memoires du cardinal Consalvi. Nouvelle édition illustrée
augmentée d'un fascicule inédit sur le Concile de 1811 publiée par le R. P.
Jean Emmanuel B. Drochon des Augustins de l’ Assomption. — Paris, 1904,
Maison de la Bonne Presse, in-8° grande con molte illustrazioni e ritratti.
La celebrità del cardinale Consalvi (1757-1824) più che ai suoi meriti
è dovuta alle sue memorie di cui si sono fatte parecchie edizioni. Infatti
esse sono intimamente collegate agli avvenimenti strepitosi di Europa alla
fine del xvmi ed ai principî del xrx secolo. Questo periodo è: ancora oggi
soggetto di ricerche e di studi e le pubblicazioni al riguardo sono sempre |
accolte con un grande interesse per l’attrattiva unica di quelle fortunose
vicende che immortalarono il nome di Napoleone I. L’Ab. Crétineau-Joly,
traduttore di queste memorie, offri alla Maison de la Bonne Presse la pro-
prietà di tale opera che rese illustre il nome di suo padre. Questa nuova
edizione riccamente illustrata con magnifiche riproduzioni. di stampe del-
l’epoca, vedute, vignette, ritratti, monumenti, ecc., è ampliata da dotte anno-
tazioni ed aggiunte del chiar. P. Drochon. Il testo è accompagnato da qualche
nota biografica ed è completato da un capitolo rigua:dante il Concilio nazio-
nale del 1811 sconosciuto a Crétinau-Joly.
Il volume consta di più di 800 pagine e la bellezza dell’edizione e l’ac-
curatezza delle incisioni lo rendono sommamente pregevole e ricercato dai
bibliofili, ma il suo merito non consiste solo nella forma bellissima e che
fa onore alla Maison de la Bonne Presse, ma nel testo interessantissimo
che offre curiosi particolari sulla questione del concordato (1801); sul Con-
clave di Venezia per l’elezione di Pio. VII; sul matrimonio dell’imperatore
con l’arciduchessa Maria Luisa; e principalmente, come dicemmo, sul con-
cilio del 1811 che il cardinale Consalvi potè conoscere nei suoi dettagli
quantunque prigioniero a Reims. Tale brano delle sue memorie fin qui ine-
dito fu ricordato da Artaud de Montor nella sua vita di Pio VII e il mano-
scritto autografo era in quell’epoca nelle mani del cardinal Pacca.
Il P.Drochon nell’assumere il non facile compito di riordinare le Memorie
del cardinale Consalvi e nel curarne la splendida edizione ha fatto non solo
cosa utile agli studiosi, ma anche opera patriottica, eminentemente religiosa
e di attualità, mettendo in evidenza la parzialità e la materna condiscen-
denza della Chiesa verso la Francia e dimostrando quindi indirettamente
la nera ingratitudine e l'ingiustizia della Francia attuale.
NOTE BIBLIOGRAFICHE CALATA
PincHETTI-SANMARCHI, mons. G. M. Guida diplomatica ecclesiastica; attuale posi-
‘zione giuridica internazionale della Santa Sede con un'appendice sullu que-
stione romana. — Roma, 1903, Desclée-Lefebvre e OC. in-8.
Il trattare della vera condizione che attualmente spetta alla Santa
Sede ed ai suoi rappresentanti diplomatici secondo il diritto internazionale
è cosa ardua, specie nell’ora presente, perciò il chiarissimo A. ha diviso il
capitolo della sua opera che ne tratta in otto articoli uno dei quali dedicato
alla sovranità temporale del Romano Pontefice e riguardo al non expedit di-
‘most ra l'opportunità della astensione politica dei cattolici. Pio IX bandi il non
expedit per non riconoscere la rivoluzione; Leone XIII lo mantenne come atto
. di protesta; ora i cattolici ossequenti alla parola del Pontefice e quindi non”
organizzati per la lotta politica, non potrebbero entrare in questa con ele-
menti propri e partecipando invece alle elezioni politiche come sostegno del
governo, servirebbero di sgabello alle ambizioni di un ministero avido di
un portafoglio durevole. Dicono alcuni che piuttosto che lasciare libero il
campo ai sovvertitori dell'ordine val meglio farsi sostenitori di chi lo rap-
presenta e si sente debole ed impotente da solo a dominare gli elementi
sovversivi. Costoro però non riflettono che appunto in tali momenti l’asten-
sione deve essere completa, assoluta; questo per dimostrare la debolezza
degli uomini del governo e la necessità per i medesimi di ricorrere all’ap-
poggio di quella classe eminentemente conservatrice e di ordine che è costi-
. tuita dai cattolici. L'A. a questo riguardo dimostra necessaria l’astensione
“ finchè la rivoluzione per la stessa causa per la quale ha costituito que-
st'ordine di cose non lo dissolva.,,
In quanto alla questione romana le varie opinioni sono trattate con molta
elevatezza e con perfetta conoscenza degli scrittori che se ne occuparono, ma
l’A. conviene che “fintanto che rimane lo Stato ostile alla Chiesa la con-
ciliazione non può avere inizio ed.è follia il credere che la Santa Sede rin-
neghi sè stessa solo per produrre un’apparente pace, dandosi perciò stesso
in mano dei suoi nemici. La Santa Sede non può lasciarsi lusingare da un
successo di festa e di plauso effimero e il popolo dovrebbe tosto toccar con
mano che la forza di opposizione sostenuta fin qui dalla Chiesa è saggia
‘e giusta.,, Parole auree che dimostrano l’acume dell'A. che per altro si ri-
leva in tutte le pagine di questa importante Guida che ci auguriamo presto
completata da un secondo volume atteso con vera impazienza, tanto più che
«quest'opera riempie una lacuna su tale importante soggetto.
Revue des questions héraldiques archéologiques et historiques. — Novembre 1904.
Notiamo in questa interessante Rivista i seguenti dotti articoli: Vte de
Poli, “ Origine et descendance d’ouvriers anoblis par le Roi en 1544; ,, Pol de
-Rosiac, “ Les deux Antoine de Lameth;,,.G. du Bosc de Beaumont, “ Ar-
moiries normandes inédites;,, H. G. dela Boulie, “ Généalogie de la famille
‘Le Bourgeois;,, Prosper Falgairolle, “ Armorial de Nimes, ,, ed altri im-
portanti lavori. |
Rivista del Collegio Araldico (dicembre 1904). 49
178 NOTE BIBLIOGRAFICHE
La Revue héraldique historique et nobiliaire. — Novembre 1904. :
Estratto dell'ultimo sommario della dotta Rivista: “ L’Estampe héral-
dique en Allemagne, ,, par M. L. Bouly de Lesdain; “ Une visite à Frohsdorf,,
par la Princesse de Faucigny-Lucinge; “ Note généalogique sur la Maison
d’Orea,,, tradotto dall’articolo in lingua spagnuola:del sig. de Rùjula pub-
blicato nella nostra Rivista nel fascicolo di settembre 1903; “ État-civil nobi-
liaire;,, “Questions; ,, “Croniques,,, etc.
Archives de la. Société des collectionneurs d’ Ex-Libris. — Novembre 1904.
Questo fascicolo contiene uno studio sopra gli ex-libris eseguiti da Claude-
Emile Thiéry artista lorenese. Riporta i fac-simile di parecchi di questi.
Archivo historico Portuguez. — Ottobre-novembre 1904.
Eccone il sommario: Pedro A. d’Azevedo, “Os de Vasconcellos;;, A.
Braamcamp Freire, “Inventario da Guarda-roupa de D. Manuel;,, Sousa
Viterbo, “ A inscripgao da Synagoga de Monchique; ,, A. DIRRICEREE EPOLS,
“Cartas de quitagdo del Rei D. Manuel. ,,
Heraldisch-Genealogische Blitter fiir adelige und. biirgerliche Geschlechtez. —
Noyembre 1904.
Fra gli interessanti articoli di questa simpatica pubblicazione: notiamo
i seguenti: “ Die Entwicklung des Preussifchen Staatswappens;,, “ Niirnberger
Gefchlechterwappen ;,, “ Eine interessante Wappenfrage;,, “ Zu unserer.
Kunstbeilage;,, “ Der Uradel Altbayerns:,, “ Biirgermeifter der ehemaligen
Reichsftadt Rothenburg o. T.;,, “ Der Adel Grossbritanniens;,, “ Kaiser
Maximilian I.;,, “Zweiter Aufruf an die Freunde der Heimats-Gefchichte; ,,
“ Biicherfchau;,, “ Briefkaften; ,, “ Kunftbeilage: Miepne blihender Biirger-
familien Bayerns. ,
Der Deutsche Herold. — Dicembre 1904.
Notiamo fra gl’interessanti studi che contiene questa Rivista. una me-
moria sullo stemma della famiglia Heim, una riproduzione di un’invetriata
della chiesa di Santa Elisabetta di Marburg con gli stemmi dei Schenbrd
di Schweinsberg ed altri.
P. M. Toxna-BarTHET O. S. A. Juana de Arco. Los dos procesos: — Barce-
lona, 1904, Gili in-12°.
La historia de Juana de Arco nos recuerda una de las épocas mas
dolorosas de Francia: los comienzos del siglo xv en que las disensiones
dinasticas la habian entregada casi{por completo è Inglaterra. La aparicién
providencial de la Virgen de Orléans es uno de los hechos màs asombrosos
de la historia de aquella gloriosa naciòn. Poreste motivo :y especialmente
ahora en que la Iglesia maestra..de las gentes cifie con una, auréola, de luz
vivisima la frente pura de aquella nifia-milagro, muy oportuna és la pu-
blicaciòon del.ilustre A. que reune en una bien elaborada narrativa los
hechos culminantes que hicieron santa 4 la heroina francesa..
PIREO TE SME VEL PE,
A VE re de.
à
NOTE BIBLIOGRAFICHE (79
Almanach-Annuaire historique, administratif et commercial de la Marne, de
l’Aisne et des Ardennes, fondé par Matot-Braine; continué par Henri Matot,
fils et successeur. 47me année, 1905. — Reims, 1904, in-8°.
In questa geniale pubblicazione interessano particolarmente i nostri
studi i seguenti articoli: Les armoiries de la salle des déliberations du Conseil
général des Ardennes con belle incisioni di stemmi dei comuni di quella
regione: Notice historique sur le Canton de Givet del R. P. Alberto Noel: di
cui ci offre la prima parte e così dovremo attendere il nuovo anno per
leggere il seguito di questo dotto scritto: Quelques documents historiques sur
les rapports des Rois de France avec le monastère de Saint-Thierry: La Vallée
de la Retourne di Al. Baudon e Paul Pellot, seguito di una importante ras-
segna di diversi villaggi con dotte illustrazioni di lapidi. sepolcrali, di
sigilli e documenti interessanti: Powilly-sur-Serre, etc. dell’ab. Jules Lefeb-
vre che riguarda particolarmente le questioni feudali tra Carlo il calvo e
il vescovo di Laon: L’épitaphe de Claude de Baudier di Al. Baudon. Il Baudier
era governatore di Mezières (Marne) e lA, prende argomento per parlare
della sua genealogia ricordando un particolare molto interessante per noi,
poichè la moglie di Claudio Caterina d’Eltouf de Pradines figlia di Giovanni
d’Eltouf cavaliere degli ordini del re, signore di Saint Mautier apparte-
neva ad un ramo dell’antichissima famiglia napoletana del Tufo. L'Autore
dice stabilita questa famiglia in Champagne nel xv secolo, ma ci sia lecito
domandare se da Napoli sia passata in Champagne oppure se provenisse
dalla Normandia dalla cui regione discesero i del Tufo napoletani.
Altri articoli riguardanti la storia delle regioni a cui è dedicato V’An-
nuario lo rendono interessante e di amena lettura.
JoùBeRT J. L’accord franco-espagnol et le Maroc (Bulletin de la Sociétè des
etudes coloniales et maritimes, n. 259). — Paris, 1904, in-8°.
Noi siamo lieti ogni volta annunciamo qualche scritto del nostro egregio
collega, perchè possiede il segreto di farsi leggere con soddisfazione, per le
convincenti ragioni che riflettono i suoi dotti lavori. Ricordiamo anche
questo articolo che è di grande attualità ed è improntato a sentimenti del
più puro patriottismo, di simpatia per la gloriosa nazione spagnuola con
il voto che sotto gli auspici di queste due nazioni sorelle, il Marocco scuo-
tendosi dal levargo della barbarie s’ incammini risoluto nella via della
civiltà.
CAVAGNA-SANGIULIANI conte ANTONIO. he chiese e il chiostro di Piona. sa Mi-
lano, 1904, Cogliati, in-8, con due tavole di illustrazioni.
Il chiar. autore, della cui competenza in fatto di arte già altre volte
abbiamo parlato, ci presenta un suo nuovo interessante studio che tende
a dimostrare l'origine lombarda del chiostro di Piona che alcuni vorreb-
bero piuttosto francese pel fatto di avervi abitato i monaci clunacensi.
L’autore ha invece pienamente raggiunto lo scopo di provare che nel 1252,
49%
780 NOTE BIBLIOGRAFICHE
quando venne eretto l’edificio per cura del priore P. Bonaccorso da Canova
di Gravedona, i monaci clunacensi non erano ancora stabiliti colà, e con-
clude dimostrando opera dei mastri comacini, il monumentale chiostro per
la cui conservazione l’autore si adopera non solo per amore all’arte, ma
anche per amor di patria.
Interessa particolarmente i nostri studi l’erudita nota sopra la famiglia
‘Canova antichissima in Gravedona.
Bellissime vedute del chiostro di Piona rendono maggiormente prege-
vole l'edizione di questo dotto scritto.
Avsusto MarstRI, Intagli e cammei. Schede descrittive. Modena, 1904, Tipo-
litocrafia Bassi e Debri (ediz. di 200 esemplari fuori commercio).
L’autore valente, quanto modesto, ci presenta in elegantissima veste
tipografica e con ottimi clichés un suo studio sui lavori d’intaglio in pietra
dura specialmente di Modena e delle vicine città e pubblica un elenco de-
scritlivo delle collezioni estense. Inoltre ci dà un estratto d’inventarî antichi
delle raccolte ducali conservati nell’archivio di Stato.
Utili sono le note erudite sui vocaboli proprî all’arte e ai lavori gliptici.
Per gli studi nostri riveste speciale importanza un medaglione col ri-
tratto del Principe di Soresina Vidoni. (Cav. F. C. nob. CARRERI).
Danmarks Adels Aarbog udgivet af en forenino redigeret, af. H. R. Hiort.
LoRENZEN og A. Thiset 1905. Kjobenhavn, in-16.
Anche quest'anno dobbiamo una parola di lode a questa bella pubbli- N
cazione, che supera in eleganza di edizione tutte le altre dello stesso ge-
nere ed é ricca di magnifiche fototipie e di tavole a colori. Essa è già al
22° anno di vita, ciò dovuto allo zelo e alla costanza del suo illustre di-
rettore il consigliere di stato Hiort-Lorenzen coadiuvato dal suo ‘collabo-
ratore sig. Thiset.
Dizionario bibliografico iconografico della “ Repubblica di San Marino, ,, con-
tenente le indicazioni delle opere pubblicate in varie lingue, con note
illustrative, biografiche, e con rettifiche, preceduto da un blasonario e da
una carta topografica, un vol. in-8 grande, di circa 400 pagine a due
colonne, su carta di lusso, con sette tavole a colori (6 costumi, 44
stemmi di San Marino, dei Castelli, dei Patrizii, 2 bandiere e coccarda
10 incisioni; Ordine equestre e Medaglie al Merito); e 200 riproduzioni
in nero di vedute, monumenti, quadri, ecc.
Questo splendido Dizionario pubblicato con grande lusso nel 1898, non
fu messo in commercio. Gli autori: Barone, Conte da Montalbo e Duca
Astraudo stanno preparando un SUPPLEMENTO contenente le numerose pub-
blicazioni dal 1898 ad oggi, con splendide illustrazioni. Il blasonario
sammarinese sarà completato con l’aggiunta dei forestieri che furono ag-
_gregati al Patriziato, sia personale o ereditario, con i loro stemmi; gl’in-
teressati sono pregati di mandare le relative notizie agli autori, ed indi-
NOTE BIBLIOGRAFICHE (81
Re, _—cargli: quadri, statue, incisioni, ecc., che si riferiscono all’iconografia della
A Repubblica di San Marino. Ogni comunicazione sarà firmata dal gentile
collaboratore. Per maggiori schiarimenti rivolgersi al Conte de Montalbo, 3,
Lungo Tevere Castello, Roma (franco, con bollo per la risposta).
| —‘’‘1Arvin von KLinespor Cart. Baltisches Wappenbuch. — Stockolm, 1882, in-4.
vi La biblioteca del Collegio araldico si è arricchita con quest'opera co-
SALI lossale, che quantunque stampata già da venti anni, vogliamo qui ricor-
dare per renderla nota ai cultori italiani dell’arte del blasone — ed anche
per tributare un omaggio di riverente affetto alla memoria dell’illustre .
33 i Re d’Armi del regno di Svezia, che ne fu l’autore.
ba: Sono 150 grandi tavole contenenti circa 900 stemmi, disegnati dal ce-
134 lebre prof. Hildebrandt, sotto la direzione del sig. de Klingspor.
De Quasi tutti questi stemmi sono timbrati da elmo ornato delle più vaghe
LI
ed artistiche foggie di svolazzi. Anche l’esecuzione litografica è perfetta.
Il testo interessante, in lingua tedesca, contiene vari elenchi di nobili
di quelle regioni, ad illustrazione degli stemmi.
; Non è questa la sola opera del compianto araldista Svedese, che il
19 nostro Collegio araldico si pregiava di annoverare fra i suoi membri di
| onore più illustri e che, con i suoi lavori colossali, ha innalzato un vero
monumento alla scienza del blasone.
Dobbiamo questo splendido omaggio al seo sig. Arvid de Klingspor
figlio del compianto Re d’Armi e pur esso distinto cultore dei nostri studi
e membro del Collegio araldico e ci compiaciamo di esprimergli pubblica-
mente la nostra viva gratitudine.
QUESITT ARALDICI
DOMANDE.
49° On désire avoir quelques renseignements exacts sur /’Ordre des
Avocats de Saint-Pierre, alias société des Avocats de Saint-Pierre alias Palmes
académiques du Saint-Père dont le grand Maître où Président est qualifié
Camérier secret de Sa Saintété et dont le nom (Lautier) ne figure pas dans
les listes des Camériers de Léon XIII et de Pie X, publiées en ces der-
4 niers temps. . | G. S.
OTRS
ea È Tae 2
n —
ga
CRONACA
» anna a 29
Onorificenze. — Ordine di-S. Gregorio Magno: Il sig. Barone Paolo
de Mathies Cameriere segreto di spada e cappa di Sua Santità è stato no-
minato Commendatore. Vivissimi rallegramenti.
— Ordine del Santo Sepolero: S. E. Revma Mons. Lualdi nùovo Arcive-
scovo di Palermo e S. E. Revma Mons. D. Juan Soldevilla y Romero Arci-
vescovo di Zaragozza sono stati insigniti della Gran Croce.
Necrologio. — Il 24 ottobre moriva a Napoli la contessa Emilia Falconi
nata dei marchesi de Luca, dama pia, caritatevole e benemerita delle opere
cattoliche di Napoli. Era vedova da parecchi anni del conte del Campo.
— Il 12 novembre si spegneva a Parigi il sig. Giorgio Rohault de Fleury —
membro di molte società scientifiche e gentiluomo colto e distinto. Vivis-
sime condoglianze al Conte de Waresquiel Cameriere segreto di spada e
cappa di Sua Santità, per la perdita del suo amatissimo zio.
— S. E. Revma Mons. Domenico Taccone Gallucci vescovo di Nicotera
e Tropea, il dotto istoriografo calabrese, ha avuto il dolore di perdere il suo
amatissimo padre Barone Filippo morto a 82 anni lasciando grande rim-
pianto di sè per le sue virtù e per i suoi meriti insigni. Inviamo le nostre
sincere condoglianze all’illustre Prelato e alla sua nobile famiglia.
Varie. — Il 6 ottobre passato ha avuto luogo nel castello di Grosbois
il matrimonio di M.lle di Wagram figlia del principe e della principessa
nata Rothsehild con il principe Enrico de la Tour d’Auvergne Lauraguais.
A questo riguardo è stata inviata al Gaulois e ad altri giornali una let-
tera del principe de la Tour d’Auvergne capo di nome e d’armi di questa
illustre famiglia di principi sovrani duchi di Bouillon, In essa è dimostrato
che i La Tour Lauraguais non hanno diritto al cognome d’Auvergne e alla
dignità principesca. (?)
Roma. — Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice, via Federico Cesi, 45.
CT 200A ) ati AS
INDICE DELL’ANNATA 1904
L’aristocrazia dell’ingegno (ALserto DI MontENUOVO). . . . . pag.
Dei governi di diritto e di fatto e del patriottismo (ALBERTO DI
MontENUOVE) ..\..° ... . CERERE CRY pe SS CITI SRI RIO EP
Nobiltà ed antisemitismo na pi MontENUOvVO) . . .
Nobiltà e democrazia cristiana (ALBERTO DI MontENUOVO)..
Dell’educazione dei giovani patrizi (Marchese Battista Coccapani Im-
PERIALE). RAI o ME Ro cd ca
Le idee di San Tommaso LisnEto ai principi ed ai nobili (Cava.
lrere Kerruccio Carto nhob. ;CARRERI) . LL. + è 4
La consacrazione dei Re (ALsirTo DI MontENDUOVO) . . Si
Cavalieri crociati e samorai del Sole Levante (ALserto DI MontE-
CCC EMERITO SICA,
La mission de la noblesse francaise dans la crise sctielte (Che-
valier Pipovx)
Assio grafia:
Camareros secretos, participantes y de honor (FéLIix DE RuyuLa).
Corone e insegne di dignità nell'impero bizantino (1261-1435) (Mar-
chese VienoLo pe Cos). . PERL
Gli avvocati concistoriali (Dott. GiuLIio ANTONELLI) 5
Sui privilegi dei camerieri STILI e di onore di Sua Santità (La
Dinezione). arr u
Monseigneur et Durchlaucht (K. Li).
Araldica:
Stemmi delle varie famiglie Pasini (P. F. F.) .
Lo stemma di Torquato Tasso (Conte F. Pasinr-FRassonI) .
Lo stemma di Benedetto XIV (Ruaciero BorELLI) . ES
Cronologia e stemmi dei primi dogi di Venezia (Cav. C. A. BERTINI)
Lo stemma dei Re di Etruria (Dott. Lurer FiLipPr)
Lo stemma di Andrea Alciati (Dott. Luiei FiLipP1) ;
Arme de’ 25 cardinali al tempo di Urbano V havuti in Fuligno, etc.
(U6o ORLANDINI). RESO. DEV e pe deo
Stemmi di famiglie nobili dipinti nel chiostro di San Pietro in Car-
pineto (MicueLE Pecci) |
! Gli articoli segnati con un asterisco sono corredati da tavola a colori.
409
611
155
218
283
285
546
607
675
718
784 INDICE DELL'ANNANA 1904.
Dissertazioni storiche genealogiche:
‘Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara - Invenzione del suo sepolero
(Conte. E, -Pagni-Fka8soni); volar. I 5°
* Famille Dissard-Gavard (Chan. Dissarp) 18, 78, 142,218, 275, 348, 435, 485.
Un vescovo medievale (Gerardo Tacoli) (Marchese AnronIio TacoLI)
‘ Il beato Matteo confessore e la venerabile Caterina Carreri, manto-
vani (Cav. Kerrvooto CArLo nob. CarRERI) |...
Les Boyer d’Alberty (Vicomte René pe MoNTIOYE). . ‘. . . +.
La noblesse polonaise (Comte de K.) . . ./././..0L6. ++
Sull’origine piacentina di Cristoforo Colombo (Conte G. NASALLI-
ROOGA): ct RR e AO
Los héroes espafioles de la batalla de Baeza (El Marqués pe VALLE
AMENO): = 01 i RL E STR LI a TZ I
Los antepasados de D. Francisco de Quevedo (F. pe CasTELLANOS).
La noblesse d’Avignon et du Comté Vénaissin (Chev. JuLes pe | °°
TURRIS) 2 Le el aa era] gi II RI RD E 340. na
Los héroes espafioles de la batalla. de Baeza (ManusL RAEADO y Por- pi
vie SUGLI
*#I Minotto, patrizi veneti (CARLO SCHWEIZER) . . +... +...»
TILLO) 007 ai (aL E SRI RE RE e I I E
Cambiamenti di cognome dei nobili genovesi (Cav. C. paLL’ANCUDINE) |
Las dinastias indigenas de América (F. DE CASTELLANOS) Li...
*La patria del pontefice Pasquale II ed î conti Ranieri di SOM
‘ (Conte EmawnveLEe RANIERI); LR
Margherita Fontana detta la Beata e la sua famiglia (SE F. CarLo
nob. CarrerI). uv I RE
Il patriziato di Lucca (ROBERTO SISMONDI). 2/2/2024 }
La patria di Pasquale II ed i conti Raineri Biscia di Salto (An-o
‘ tonro Camo). IT O TE
* Famiglie celebri fiorentine ancora esistenti (Cav. C. DALL’ANCUDINE)
Gli antenati di Dante (Conte F. Pasini-Frassoni) ii VERE TE RI 1
Le rachat des majorats (Baron n’ HELTUNE) "ART SEI 4 7.
Antichi dinasti italiani in Oriente (Marchese VianoLo DE’ Cos) ia AGRO
* Renea de Valois, duchessa di Ferrara (Conte F. Pasisi-FRASsSONI).
La nobiltà romana nel xmr secolo (CESARE BRANCALEONE). LL.
Lettera inedita di Sisto RE e memorie sull’ OTtgtA della sua fimiplià
(Dott. Lurer:Fitiprt)C7, ic A IO
La légende des Bourbons-Montlucon (Henri pe LAGUERENNE) . . +.
Sulle origini sabaude (Conte F. Pasini-Frassoni) . . 0 AP
La nobiltà beneventana (Marchese V. ALBINO DEI SAssINORO) ps
Sull’origine degli Odescalchi (Ab. FELICE CAPPELLI) di SIOE OK
Les chevaliers ‘errants (J. Bor)... ui. ee E Ho (E
Militi spagnuoli stabiliti in Italia ai tempi di Ferdinando. 4) (Lura:
ALFRANIO) Le alla Da Le ia] al e RIG RIE OI AT OAV
La Maschera di ferro (Cav. ARISTIDE MAZZANTI). L02024
n Veio
“a INDICE DELL'ANNATA 1094 (85
| Venusia antiqua (Cav. Dico RAPOLLA). . . +... . +. . pag. 666
| —Y-a-t-il encore de Lusignan (Baron pe ForsaNer) . . . . . . . 7183
Storia:
Coup d’eil sur l’histoire de la Corse (Marquis p’OrnANO) . .. 350-426
Spigolature per la storia della invasione francese a Ferrara (1796-
Metodi (Conte HF. PASsivisHRASSONI) . ilo. i tea + DAT
be Donna Maria Frassoni e i Gesuiti in Ferrara (Conte Pasini-Frassoni) 585
Ordini cavallereschi:
n L’Ordre de Malte et l’Ordre du Saint-Sépulere (Comte pe TouLGort
doom Sr OR VA e PTARE 48
Ordine di Santa Brigida, Luxiuho o Bricciano (Nub. Comm. CarLo
O ROL, SR ANT NA RIA RC N SRI 53
L’ordre du Saint-Sépulore (Comte Jvtes-BoshlLi). >... 95
— Les chevaliers hospitaliers de Saint-Jean d’Espagne (Pierre Ponce) 162
Ordine del Tempio (Ugo ORLANDINI) . Sn eno. 229
Insigne Orden del Toison de Oro (D. Paro VaLLes y CARRILLO) . 291
| Real y distinguida Orden de Carlos III (Ip. mm.) . . . . . . . 369
Real Orden Americana de Isabel la Catdlica (E ESPE TRI ERO AERCP OPNGM E IGN 7 1
Real Orden de Damas nobles de la Reina Maria Luisa (Ip. ID.) . 447
Orden militar de Santiago (Ip..1D.) +. . .. .. . MIS 1495
iue:rdenvnilitarcde Calatrava (ID. (ID.). Lo 0.0. +00. L0 «a 499
fudentmilitanide Alcantara. (ID. 10.) «n e, a 557
Orden militar de Montesa GLOSS) Di, 5 FA EE i OD 1)
. Orden Sagrada militar del Santo Sepulcro (In. 2 oe O GL
«_—‘Inclita Orden de San Juan de Jérusalen (Ip. 1p.). . . . .. . 618
i Real y militar Orden de N, S. de la Murced:(1p;.) 20 Uli 1619
| Real y militar Orden de San Fernando (Ip. n.) . ... . ... 681
Real y militar Orden de San Hermenegildo (Ip. m.). . . . . . 685
Real Orden del Merito militar (Ip. n). ERE, FS OMESSA ILE PORSI 1131
Mr calOrdon del Mérito naval(Ip. In.) (00 0... 742
Orden civil de Beneficencia (Ip. 1D.). . . ETA 9 e DA (1)
Real Orden de Isabel II CDI TREE AN
Real Orden militar de « Maria Cristina » (ID. 10). . . .. . . 748
k Orden de Alfonsa XII (Ip. mp.). i ca SO pe TE II MIRO LI
ì Medalla denominada de Alfonso XIII (Ip. e A UL
Une commanderie catholique de l'Ordre de Malte suus Paul 1
nn dal
. Privilegi dei cavalieri Aurati e dello Speron d'Oro, detti anche di
San Silvestro (CAMILLO PRENDIT) e re PARA 3)
I cavalieri del Santo Sepolcro e di San Giorgio (ALESSANDRO Bua) 561
a Lhloerkiia:
_ Mgr Pietro Balan (Nob, Prof. Francesco FRANCESCHETTI). . aa 86-164
Jean de Boyer de Choisy, commandant de la citadelle d’Antibes
(1601-1683) (J. pe Samt- -Anpri) . NO at OL
ll card. Luigi Vannicelli Casoni (Conte BaLpassaRE Capogrossi GuarNa) 728
(86 | INDICE DELL'’ANNATA 1904
Tradizioni popolari:
Marfisa d'Este (Prof. Gustavo LanpI) . LL... a. + pag:
Una leyenda Navarra (ManveL BraBo y PoRTILLO). . . +... +
Ex=Libris: |
L’ex-libris del Cav. de Laurétan e quello del doge Francesco Lore-
dano (Cammino Browerti) ii vt, i O
Ex-libris del Conte Ignazio Zanardi di Virgiliana (CamiLro BruxetTI)
Ex-libris dei Conti Palma di Urbino (CamiLLo BRUNETTI) |. . . .
Lo stemma di Beniamino Franklyn (CamiLLo BruneTTI) . è POR ra
* Ex-libris de Norrey-de-Longjumeau (Baron p’HeLTUNE) . . . . .
Ex-libris del Cardinal Francesco de Medici (CamiLLo BrunETTI). .
Ex-libris del Conte Palma di Cesnola (CamiLLo BRUNETTI) . . . .
Ex-libris del vicerè Mello de Portugal (Conte F. pi BroiLo) . . .
Ex-libris dell'Arcivescovo M. A. Giacomelli (Caminio BRUNETTI) . .
Ex-libris del Conte de Cervellin (Martin FERNANDEZ ARROYO). . .
Ex-libris del Virrey D. Antonio de Olaguer Feliù (Martin FERNANDEZ.
ARROYO) i ld a
Ex-libris de D. Josè Galvez (Martin FERNANDEZ ARROYO) . . . +
Diplomatica:
Titolo comitale concesso ai nobili di Valvasone (Nob. Cav. F. CarLo
CARRERI)N «Li vie
Lettres de rémission accordées à Pelerin Grosyeaux (Henry pe La-
GUERENNES) i (A E I I
Privilegio di Roberto d’Angiò a favore di Francesco Petrarca (Conte.
F.. DI BROILO) Lui aaa O
Varietà: Li de A
Carte da giuoco dei secoli xv e xvi (AntoNIO GHENO). . .° SER 1
Carta da visita del principe Lancellotti (CawiLro BRUNETTI) . . 10
Curiosità araldiche:
Le barbe nel blasone veneto (UGo ORLANDINI) LL 0/22
Curiosità genealogiche: |
La pretesa origine italiana di Giovanna d’Arco (Dott. Luii Frupp1)
è
Sfragistica:
I sigilli degli antichi signori e duchi di Bourbon (Conte F. pi Brotto)
Il sigillo di Giovanni da Vico, prefetto di Roma (Nob. Enea Gua.
LANDI) ; costa Pra o (afiigagi HS au MaI TRO 8 e RISI DI ISO O
Dissertazioni storiche artistiche : Va
La chiesa di San Francesco in Bassano (Antonio GHENO) . . .
Libro d’Oro pontificio: I A
Appunti storici intorno alla famiglia Cajani (Ueo OrLANDINI). . .
Famiglia Gandolfi Albonese (Pierro TorRI) . . . . ... a
La famiglia Albino dei Sassinoro (Troporo Branco) . . . . . ge
* Famiglia Balestrino (Dott. Lusi FiLipei). . . . . A ORI af
i
I conti Vitali:(Ugo Oktasp) io + RR
{
INDICE DELL'ANNATA 1904 187
La famiglia Rosetti (Uco ORLANDINI). . . .°.0. .0 +0... pag. 114
La famiglia Taccone Gallucci (D. T. G.).. . . .... 174, 234, 315
La famiglia Granello o de’ Granelli (Conte F. pi BrorLo) .. . . . 179
Notice sur la famille de Waresquiel (Vicomte B. pe WarEsquIEL) . 183.
La famiglia Belli (Conte Opoarpo BELLI) |... . 0.0... 281
i aimaiberlle: (O. BRETON) (li LL api tn 4 288%
ia oli Angolo (EL) e MI e 238
I conti Chiarelli-Pannini di Cento (Ugo OrLANDINI) . . . +... 312
ben edo Val ao VRLANDINI). i Lene i er 882
Famiglia Procaccini (Conte: F. pi BrorLo). . . .. ... +... 450
#1 Barone, marchesi di Liveri e ppragiise (Conte F. nr BrorLo) . . 623
Cenni .genealogici:
La famiglia Ardias (Prof. Fanicn DE Msn TIENE ARTI TA TRA LN di
PMaison.Corvwin Kossakowski (O. BRETON) . LL dita TIT
* Famille Perrin de Bellune (Marqiuis: pr FARA) 0g iu aa 288
|. Famiglia Pasca: (M. Pasca Raymonpo) . 0... 0... 247
La famiglia Rapolla (Nob. Comm. CarLo PapieLIoNnE). . . +... 248
*Ozartoryski (0. BRETON) LL /. 0. LL Lg o 566
Palizzolo (Conte F. pr Bromo). . . . . . ì DOT
Maisons de la Celle et de Maumont (Vicomte René DÉ e, 569
Cenni storici sulla famiglia de? Gasparis (Hrok Comm: AvRELIO DE’
SI i ti rel Sat sn OT2
esi) pai Mineazaa)i LL e e 626
. Note sur la famille de Gérin-Ricard (J. pe Rocar) . . . . .. 628
Howard (Fitz-Alan-Howard, duc de Norfolk) (O. Breton) . . . . 629
RP SCO TERATON) e i e e 691
_ Notice: sur la Maison de Mauléon (Vicomte pe Banzesme) . . . . 692
_°—‘’‘@*Famiglia de Marchi della Costa (Ugo OrLANDINI) . . . . . . . 696
|. Note sur les Bianchi de Mauville (La Dirromion) . . . ... 0. 454
E Famiglia Freschi di i Cucagna nel Friuli do Ferruccio CARLO
ma: Nob. CARRERI) . . Vaie Da
| A familia de Visconde D IPB Garrett, (A DE VE VI 755
A familia da Viscondessa de Almeida-Garrett (D. Luisa Candida i
Midosi) (Ip. ID.) (AE E e de 24
*Les armeiries du QUisvolicn Pellot (0. Daiion)i RIDATO IT
Congregazioni ecclessiastiche (B. C. G.). . . . ... 630
Note bibliografiche.59, 1227: 188, 250, 319, 384, 452, 518, 576, 641, | 698, 769
Quesiti araldici:
| Risposte: 26* Ordine del Tempio (E. MarcgErtI) - 30% Sul marche-
) sato di. San Lauro (F.). — Domande: 34° Sull’ordine dei Quattro
Imperatori e del..Leone di Holstein-Limburg (G. P.) - 35* Sui
Cappelletti e Montecchi (Cav. G. LEONI) . . LL. #0 +0 63
Risposte: 15° Se devono considerarsi visconti i discendenti delle an-
: tiche famiglie. viscontili genovesi (A. VienoLo» pe? Cos). — Do-
mande: 36* Sull’Ordine del Tempio (Grorae FerRIs) - 37° Sopra
788 INDICE DELL’ANNATO 1904
uno stemma.di una famiglia da Romano, se si riferisce a quello
di Ezzelino (A. Zanon) - 38% Sui diritti che dà ai discendenti il
privilegio di regio milite in Sicilia (L. Rosini). . .. . pag. 126
Risposte: 37% Se lo stemma della famiglia da Romano si riferisca
ad Ezzelino (G. pr IsoLa) - 38* Privilegi di regio milite (Barone
Meri DI SAN GIOVANNI). . Lei ll RO
Risposte: 37° Confutazione alla risposta di G. de Isola sullo stemma
di Ezzelino (A. GaENo) . . . . . 253
Risposte: 32° Sulla maschera di ferro (Conte: E. Ridi - die sa A
il cognome Muniz o Moniz (Ernesto pe ViLcHes y MarIn). . . 323
Risposte: 37* Risposta ad A. Gheno per lo stemma di Ezzelino (Nob.
prof F. FiaxcescaettI) ./\.L/ci&. a
Domanda: 45* Si desidera conoscere lo stemma della famiglia Mac.
Ross (Hi Wirz) c.da ra
Risposta: 37% Lo stemma di Ezzelino III da Romano (Antonio GHENno) 511
Domanda: 47* Si desidera conoscere lo stemma della famiglia de
Vitalig de l’Estang (0. Brrrox) .. è.
Domanda: 48* Si desidera sapere quale sia il più antico documento
in cui figuri la croce di Gerusalemme (Conte G. R.).. . . . 641
Risposte: 37* Sul creduto stemma gentilizio degli Ezzelini (Nob. Pro-
fessore F. FRANCESCHETTI) - 19* Sopra l'insegna dei patrizi tirolesi 704
Domanda: 49% Soprà gli avvocati di S. Pietro (G. 8) . . . . . 781
Cronaca . . . . 63, 127, 192, 255, 325, 392, 456, 520, 582, 645, 711, 782
Indice degli autori di cui sì fa cenno nelle note bibliografiche.
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IA
PERtA
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Acqua (dell’) 322 — Albe 820 — Angelo (dell’) 125 — Arezzo 321 —
Astraudo 780 — Arvid v. Klingspor 781 — Baudon (Al) 62 — Bender 123, 385,
578, 644, 702 — Béthencourt (F. Fernindez de) 518 — Bonazzi di Sarinicandro 648
— Boncompagni Ludovisi 518 — Cappelletti 384 — Carreri 699 -- Caruana 190
— Cavagna Sangiuliani 642, 703, 779 — Chevallier 61 — Colaneri 320 — Cré-_
tinau-Joly 766 — Crollalanza (G. di) 60 — Faria (de) 189, 251, 900 — Fogli 453
— Foscarini (A.) 61 — Franceschetti 577 — Gérin-Ricard (de) 189 — G@òhdi 125
— Hiort Lorenzen 62, 780 — Jotbert 320, 580, 703, 000 — Laguérenne (de) 59
— Lamas 188 — Lanne 251 — Lanzi 520 — Laurent 62 — Maestri 780 —
Majorca Mortillaro 577 — Mini 122 — Montalbo 780 — Nasalli Rocca 60 —
Nicoletti 251 — Ornano (d’) 122 — Padiglione 520, 643 — Padula 643 —
Pellot 60, 62, 579, 642 — Pidoux 576 — Pinchetti Sanmarchi 777 — Poirier 62
— Pullé 700 — Ricci 702 — Rizzoli 188 — Rolland 123, 385, 578, 644, 702 —
Rosselli 642 — Salazar Sarsfield 125, 519 — Sartori Borotto 819 — Stròhl 698
— Taccone Gallucci 123, 321 — Taglialatela 699 — Tausin (de) 59 — Thierson-
nier 319, 385 — Thiset 62, 780 — Tonna-Barthet 778 — Tribolati 60 — Vincent 61.
Tavole a colori, fuori testo, contenute nel volume del 1904: n. 12.
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